Ansa, 24 febbraio 2015
I detenuti del carcere di Enna per una sera si trasformeranno in cuochi, camerieri e sommelier affiancando gli studenti dell'istituto alberghiero "Federico II" in occasione di una "Cena al fresco". È un gala di beneficenza con ospiti esterni - il cui ricavato sarà devoluto al fondo indigenti detenuti - che sarà organizzato il prossimo maggio nella casa circondariale Luigi Bodenza.
Scopo dell'iniziativa, promossa dalla Prefettura su proposta dell'Associazione nazionale assaggiatori di vino (Onav) ed accolta dalla direzione del carcere, è quello di portare un messaggio di speranza ai detenuti e dare agli allievi dell'istituto professionale la possibilità di fare una importante esperienza di vita. All'iniziativa prenderanno parte, oltre a Onav, Anfe, Cna e Confartigianato, anche la Coldiretti, che metterà a disposizione prodotti del territorio e dell'entroterra siculo come chiaro messaggio di valorizzazione delle nostre risorse agroalimentari. La Federazione cuochi e l'Associazione pasticceri della città organizzeranno insieme con l'Alberghiero mini corsi di formazione attraverso i quali i detenuti che saranno scelti per prendere parte all'iniziativa potranno imparare a cucinare piatti particolari, a servire ai tavoli, a versare il vino.
di Andrea Spinelli
www.crimeblog.it, 24 febbraio 2015
Dure le parole di Stefano Berardi nei confronti di Papa Francesco: "Colpevole come mio fratello: si fanno valutazioni sbagliate". Resta altissima la tensione della famiglia Berardi, che continua a cercare in ogni modo di riportare a casa Roberto Berardi, l'imprenditore detenuto da 25 mesi nel carcere di Bata Central. Gli ultimi 15 mesi di detenzione, in barba al diritto internazionale ed allo stesso diritto del paese africano, sono stati passati da Berardi in una cella di isolamento caldissima e minuscola e solo grazie all'insistenza della famiglia sull'ambasciata italiana in Camerun e all'interessamento della Croce Rossa Internazionale è stato possibile, recentemente, far effettuare al detenuto un superficiale controllo medico in carcere.
Per il resto Berardi continua la sua detenzione nel silenzio assordante dei media nazionali, non senza qualche spavento: durante gli scontri seguiti all'eliminazione della Guinea Equatoriale dalla Coppa d'Africa infatti, le notizie provenienti dalla Guinea e riguardanti gli arresti sommari messi in atto dal repressivo regime di Malabo hanno preoccupato non poco gli addetti ai lavori, che dal paese africano ricevevano notizie frammentarie e poco chiare.
Solo spavento, per fortuna, ma che si unisce allo stremo assoluto cui è ridotta la famiglia Berardi, che dall'Europa (da Latina e da Berlino, dove vive il fratello Stefano) invoca in tutti i modi un interessamento pratico anche del Vaticano.
Il Vaticano infatti, come abbiamo spiegato più volte, ha un ruolo chiave nella vicenda: inizialmente il nunzio apostolico in Guinea Equatoriale, monsignor Piero Pioppo da Lecco, ex dirigente di spicco dello Ior allontanato da Papa Francesco da Roma ed inviato in Centro Africa, si era "messo a disposizione" della famiglia per interessarsi del caso.
Dopo le insistenze e la manifestazione di un'angosciosa preoccupazione, più volte motivata, da parte della famiglia era stato lo stesso nunzio apostolico, con una vera e propria lavata di mani, a chiudere ogni spiraglio sulle trattative, interrompendo i contatti con i familiari di Berardi in Europa. Successivamente il Presidente della Guinea Equatoriale Teodoro Obiang Nguema Mbasogo è stato ricevuto, in 12 mesi, ben 4 volte da Papa Francesco: un privilegio non per pochi, che certamente fa intendere un rapporto molto stretto tra Roma e Malabo.
La dittatura nguemista è dichiaratamente ed apertamente cattolica, come cattolica è la Guinea Equatoriale (ex colonia spagnola), nonostante le caratteristiche tribali siano decisamente ancora molto marcate nel misticismo tribale della popolazione equatoguineana: non sono un mistero, nè tantomeno un illecito, le donazioni annuali che il governo di Malabo invia al Vaticano, anche se tali donazioni non sono mai state né quantificate né rese note.
Certo l'occhio di riguardo che il Vaticano garantisce alla dittatura avrebbe fatto presumere una maggior intransigenza, come si vuole tra amici, da parte di Roma di fronte all'evidenza dei trattamenti inumani e degradanti cui è stato e continua ad essere sottoposto Roberto Berardi in carcere. Una questione che tuttavia non attiene unicamente a Berardi, ma a tutta la popolazione carceraria e non della Guinea Equatoriale, che vive strozzata nella propria libertà da una dittatura sanguinaria e fortemente repressiva, una repressione inaspritasi molto negli ultimi mesi, in particolare con la concomitanza della Coppa d'Africa.
Le parole di Stefano Berardi al Papa sono parole di disperazione, lucida e rabbiosa disperazione di chi non ha più speranza se non quella che, ogni giorno, ci fa continuare a lottare: la famiglia Berardi, di fatto, si sente abbandonata da tutti, Stato italiano e Chiesa, nonostante gli appelli si siano sprecati, anche da parte dello stesso Papa che nel corso di un Angelus nel dicembre 2013 aveva velatamente fatto presente la vicenda di Berardi (pur senza nominarlo).
Abbiamo deciso di pubblicare la lettera di Stefano Berardi per questo, per mostrare il dolore ingiustamente solitario che la famiglia Berardi è costretta ad affrontare ogni giorno: Rossella Palumbo, ex moglie di Roberto Berardi, aveva parlato delle medesime angosce in un'intervista a Crimeblog di qualche mese fa.
In questo senso le parole di Stefano Berardi sono lucidamente disilluse, in un ragionamento ridotto all'osso che certamente colpisce per la durezza dei toni, certamente mai duri come 25 mesi passati nell'incertezza, nel dolore, nella sofferenza. La stessa delle famiglie dei detenuti della Guinea, i quali diritti vengono violati ogni giorno: è questa la domanda, atavica a dire la verità, che ci si pone di fronte all'evidenza dei rapporti diplomatici "più importanti" di quelli umani, una realpolitik che sui diritti non è assolutamente sostenibile. Certamente non è tollerabile per chi vive lo strazio della paura continua di non rivedere più il proprio congiunto.
Lettera di Stefano Berardi a Papa Francesco
Santità, le scrivo pubblicamente, quest'oggi, la mia lettera in lingua italiana, certamente meno erudita dei miei predecessori familiari, ma questa volta non per richiesta di aiuto verso mio fratello, verso il quale avete già ampiamente dimostrato voler evitare ogni commento e condivisione, bensì di accusa verso un sistema che distrugge le basi etico morali del buon vivere comune secondo i dettami di quello che nostro Gesù Cristo voleva insegnarci con la sua morte. Papa Francesco, Lei porta il nome del solo ed unico personaggio storico che aveva al meglio interpretato le leggi di Dio; proprio questo alla sua elezione mi aveva inorgoglito ma disgraziatamente il breve corso storico Papale da lei già affrontato si è macchiato di una delle più gravi vergogne e debolezze umane: accettare doni dal Diavolo. Caro Pontefice lei sa meglio di me che scendere a patti con il male non ammette più rifiuti: come con i mafiosi si resta invischiati, si accetta una volta e dopo si può solo pagare. Mi dica: quale è la differenza tra Lei, che accetta di ricevere e dialogare con un dittatore come Obiang, e mio Fratello che stupidamente non valuta con chi si mette in società? Nessuna: sia Lei che mio fratello siete colpevoli.
Roberto cercava di lavorare per il benessere della sua Famiglia e dei suoi dipendenti, Lei ha accettato doni per i suoi mendicanti: tutti e due avete mal interpretato cosa voleva Dio. È inutile per tutti e due predicare bene e razzolare male. Oggi mio Fratello è imprigionato nel lager di Bata, in isolamento da 15 mesi, e Lei non ha la forza morale e il coraggio e la purezza di dire apertamente agli Obiang che hanno raggiunto il limite: pagate oggi la vostra superficialità per esservi associati con il male. In tutto questo chi soffre?
Gli innocenti: i figli di Roberto, la sua famiglia, gli amici, il povero e martoriato popolo della Guinea Equatoriale, tutti coloro i quali non possono gridare il loro dolore. Lei è sicuro che è questo che voleva Dio? Io non lo credo. Questo, Santità, è il male: è il silenzio che distrugge i voleri di Dio. Tutto il resto sono chiacchiere. Il vero San Francesco il suo credo lo ha dimostrato con i fatti, non con le chiacchiere.
Lei mi dirà che bisogna saper perdonare: io lo faccio in coscienza, perdono Lei e mio fratello e non spero neanche più che qualcosa cambi, perchè in fondo l'Umanità è fatta così. Mi rattrista solo che di veri San Francesco non ce ne siano milioni: se così fosse si vivrebbe davvero in un mondo migliore.
Santità, dica al Vescovo di Latina e al suo Vicario, tanto vicini a Lei, di mettersi l'animo in pace: non hanno più bisogno di parlare con mia madre perchè ormai il danno ad una vecchia di 80 anni è stato fatto nel corso di tutti questi 25 mesi di carcere e non credo sarà mai possibile riparare. Le chiedo gentilmente, se possibile, di associarsi a me per una preghiera per un mondo migliore: l'Umanità ne ha bisogno.
di Domenico Letizia (Nessuno tocchi Caino)
Il Garantista, 24 febbraio 2015
Le strutture monitorate sono quelle di Nis, Sremska Mitrovica, Zabela Pozorevac, Voljevo e l'ospedale psichiatrico di Belgrado. L'Organizzazione non governativa Comitato Helsinki per i diritti umani della Serbia, durante l'anno 2014, ha svolto un duro lavoro di analisi e monitoraggio pertinente alle strutture penitenzierie dello stato serbo.
Nella seconda metà del 2014, il gruppo Helsinki serbo con la collaborazione di altre organizzazioni per la tutela e promozione dei diritti umani ha osservato e analizzato la situazione dei sei istituti penitenziari giurisdizionalmente sotto il controllo del Ministero della Giustizia della Serbia. Le strutture monitorate sono Nis, Sremska Mitrovica, Za-bela, Pozorevac, Voljevo e l'ospedale psichiatrico di Belgrado. Oggetto di monitoraggio sono stati anche il lavoro, il funzionamento e le procedure seguite dagli Uffici per le sanzioni alternative di Nis, Sremska Mitrovica, Zabela, Pozorevac, Voljevo e Belgrado.
Un rapporto dettagliato che analizza anche lo stato del funzionamento delle pene alternative dovrebbe essere pubblicato tra qualche settimana da parte del Comitato. Alcune osservazioni riguardati le strutture penitenziarie controllate sono state lo stesso rese pubbliche. Il 16 e 17 Ottobre 2014 il gruppo ha visitato il carcere di Sremska Mitrovica.
Molti padiglioni della struttura non risultano in regola con l'impianto legislativo serbo. La struttura penitenziaria registra un sovraffollamento. Sono presenti 2048 detenuti, mentre la struttura potrebbe ospitarne un massimo di 1300. Sono ben 89 i detenuti in attesa di giudizio e risulta essere inadeguato il numero degli agenti penitenziari. Pochi gli educatori presenti, che riescono a soddisfare le esigenze del solo 30% dei detenuti della struttura.
Il 29 e 30 Novembre 2014 il team ha effettuato una visita ispettiva presso la struttura penitenziaria di Nis. La casa circondariale, dal punto di vista strutturale, sembra aver apportato dei miglioramenti rispetto all'anno 2013. I detenuti hanno dei dormitori da poco imbiancati, nuovi pavimenti e servizi igienici. Sono stati stesso i detenuti ad affrescare l'interno della cappella penitenziaria di nuova costruzione.
Nonostante gli evidenti sforzi della struttura penitenziaria nel miglioramento delle condizioni detentive estremamente tangibili sono anche le problematiche: il numero di agenti penitenziari è stato ridotto, il numero di educatori è inadeguato alle esigenze della struttura e sono state registrate un elevatissimo numero di misure disciplinari nei confronti dei detenuti. Il giorno della visita ispettiva, il gruppo Helsinki ha costatato che i detenuti presenti in attesa di giudizio erano ben 95. Un terzo dei detenuti presenti sono persone con disabilità mentali.
Il numero dei detenuti è risultato essere di 1256 persone di cui 308 tossicodipendenti e 84 alcolisti. Il 19 Novembre 2014, il gruppo ha effettuato una visita ispettiva presso il carcere femminile di Pozarevac. Il direttore della struttura ha comunicato che sulle 251 donne presenti solo 100 di queste sono adoperate in lavori legati alla struttura penitenziaria: cucito, giardinaggio e pulizia. Nel 2014, in tale struttura, sono stati registrati 53 provvedimenti
disciplinari di cui ben 38 sono stati puniti con il carcere duro. Successivamente, il 20 Novembre 2014, il Comitato Helsinki ha visitato il carcere di Zabela. Dal 2013 il numero dei detenuti risulta aumentato. La popolazione detenuta è cresciuta da 1459 a 1584. Molti i "prigionieri" assegnati al reparto di massima sicurezza: 1261. Solo il 30% dei detenuti è impegnato in qualche attività lavorativa. La struttura risulta avere alle dipendenze un solo addetto impiegato presso gli uffici per le sanzioni alternative, mentre altri due impiegati sono in regime di lavoro part-time. Le condizioni di vita dei detenuti risultano essere migliorate nel corso del biennio 2012-2014 e i dormitori sono stati dotati di nuovi letti e armadietti.
Durante il corso del 2014 si è registrato un calo vertiginoso degli agenti penitenziari impiegati di servizio presso la struttura, condizione che può creare problematiche nel controllo e nella tutela della struttura e dei detenuti. L'Ong ha visitato la struttura psichiatrica di Belgrado il 2 e il 3 Dicembre 2014. Nel Maggio 2014, in seguito ad una inondazione la struttura venne danneggiata e molti degli internati trasferiti nella struttura penitenziaria di Belgrado. La ricostruzione del complesso si è avuta grazie a dei finanziamenti che il governo della Norvegia ha versato allo stato serbo. La struttura penitenziaria, durante la visita degli esperti, aveva una popolazione detentiva di 260 reclusi.
Nel 2014 la direzione del complesso penitenziario ha emesso 342 provvedimenti disciplinari nei confronti degli internati, un numero che risulta essere spaventosamente alto. Nel solo 2014 molti dei detenuti sono stati puniti con un totale di 964 giorni di isolamento. Al momento della visita ispettiva solo un addetto risultava impiegato a tempo pieno presso l'Ufficio per le sanzioni alternative mentre un altro addetto risultava impiegato soltanto per tre giorni alla settimana. Il Comitato di Helsinki per i diritti umani della Serbia è una organizzazione non governativa e non profit che si occupa di questioni legate ai diritti umani in Serbia.
Costituitasi nel Settembre del 1994, come molti comitati nazionali Helsinki per i diritti umani costituitisi dopo lo scioglimento della Federazione internazionale di Helsinki per i diritti umani. Il Comitato ha la sua sede principale a Belgrado. Il lavoro del Comitato è stato descritto, da molti accademici e professionisti del diritto internazionale umanitario, come fondamentale per il processo di trasformazione della Serbia dal suo recente e macabro passato per la definitiva integrazione europea in corso. Il Comitato Helsinki per i diritti umani è presente anche in Italia di cui è segretario l'editore, storico e politologo esperto di diritti umani Antonio Stango.
La situazione della giustizia e delle condizioni carcerarie, come si evince anche dai primi riscontri del rapporto serbo, merita un'analisi europea, concrete proposte dall'Unione Europea e dagli organismi predisposti alla tutela dei diritti umani. Anche osservando tali analisi, Marco Pannella e il Partito Radicale sono stati premonitori di una situazione legata alla giustizia, alla malagiustizia, che in tutta Europa presenta delle difficoltà e una perenne violazione delle convenzioni internazionali per il rispetto della dignità umana.
di Domenico Letizia
www.clandestinoweb.com, 24 febbraio 2015
Se la questione carceraria è trascurata in molti paesi dell'Unione Europea, un vero dibattito sulla problematica di genere legata al carcere è quasi del tutto assente dai dibattiti pubblici. Edlira Papavangjeli, ricercatrice presso il Comitato Helsinki per i diritti umani dell'Albania, ha pubblicato una tesi di dottorato che analizza le esigenze delle donne albanesi in rapporto alla giustizia penale, effettuando delle inchieste sulle problematiche che trovano le donne detenute in Albania. La monografia intitolata "Donne in conflitto con la legge - la prospettiva di genere nel sistema giudiziario penale" fornisce un'utilissima analisi in materia di giustizia penale e approccio di genere, a partire dal contesto albanese, ma non manca di tracciare un'analisi europea della problematica.
L'argomentazione trattata assume un approccio transnazionale poiché non solo le donne sono le "invisibili" del mondo penitenziario, quasi ovunque, ma numerosi studi hanno statisticamente riportato che il numero delle donne incriminate e condannate per vari reati è in aumento in molti paesi. Il documento pubblicato da Edlira Papavangjeli fornisce un'accurata analisi delle politiche in materia di giustizia penale riguardanti le donne in Albania, le dinamiche sociali, i fattori che hanno influenzato la vita di queste donne detenute o in attesa di giudizio e un'analisi approfondita sulle esigenze e sulle problematiche affrontate dopo il rilascio nel ritornare a vivere nella società. La forza propositiva del documento consiste nel riuscire a sviluppare un dibattito sul come la società tratta le donne, al fine di elaborare e individuare nuove misure più efficaci della giustizia nel caso in cui i trasgressori siano le donne. Un documento utilissimo per quelle organizzazioni, individualità e istituzioni che si occupano della reintegrazione delle "donne delinquenti" all'interno dei contesti sociali.
di Annalisa Lista
www.west-info.eu, 24 febbraio 2015
La Francia dovrà risarcire un detenuto paraplegico per trattamento "disumano e degradante". È quanto dichiara la Corte Europea dei Diritti Umani accogliendo la richiesta di un recluso algerino detenuto Oltralpe e divenuto disabile dopo una caduta per tentativo di evasione. Il ricorrente ha dichiarato che il trattamento ricevuto gli ha provocato uno stato di sofferenza peggiore di quello normalmente attribuibile alla privazione della libertà.
Ad esempio, trovava difficoltà a spostarsi con la sedia a rotelle perché la struttura non era adeguata. Inoltre, le cure mediche e paramediche erano insufficienti, come le sedute di chiroterapia. Senza dimenticare che il penitenziario pagava un detenuto per aiutarlo a farsi la doccia e portarlo alle toilette. Una condizione che è costata cara all'Hexagone, condannato già nel 2006 per accadimenti simili.
di Giuseppe Acconcia
Il Manifesto, 24 febbraio 2015
L'attivista socialista Alaa Abdel Fattah è stato condannato a cinque anni di prigione per aver violato la liberticida legge anti-proteste, insieme ad Ahmed Abdel Rahman. Altri 18 attivisti sono stati condannati a tre anni nello stesso processo. Le accuse riguardano l'organizzazione di una manifestazione alle porte della Camera alta (Shura) a poche ore dall'approvazione della legge bavaglio.
Alaa, che non fa che entrare e uscire di prigione, era stato condannato in primo grado a 15 anni di reclusione. Alaa, che è apparso molto dimagrito dopo oltre due mesi di sciopero della fame, è stato uno dei volti delle rivolte di piazza Tahrir del 2011, ha partecipato alle manifestazioni egiziane anti-regime insieme alla moglie Manal, che in quella fase teneva un blog per raccontare le proteste con gli occhi delle donne. Il giovane ha iniziato il suo impegno politico contro i processi militari contro i civili nell'anno e mezzo in cui è stata al potere la giunta militare di Hussein Tantawi.
Con l'ascesa del presidente islamista Mohammed Morsi ha continuato ad avere problemi con la giustizia egiziana ma è tornato in carcere solo con il golpe militare che ha portato il generale al-Sisi al potere. Resta in carcere anche Mohamed Sultan, attivista islamista in sciopero della fame da un anno e in gravissime condizioni di salute. Rischia di essere arrestata, per scontare la pena di due anni per avere assaltato una stazione di polizia ai tempi di Morsi, l'attivista comunista Mahiennur el-Masry. Liberati invece i tre giornalisti, condannati a sette anni nel processo contro il canale satellitare al-Jazeera. A parte Peter Greste che è subito volato in Australia, suo paese natale, Mohamed Fahmy e Baher Mohamed dovranno affrontare un nuovo processo. Sono stati condannati all'ergastolo Ahmed Maher e Ahmed Douma, attivisti del movimento 6 Aprile coinvolti negli scontri con la polizia nel novembre del 2011 in via Mohammed Mahmud. Insieme a loro sono 230 gli attivisti e rivoluzionari condannati al carcere a vita in Egitto. Resta in carcere anche la sorella di Alaa, Sanaa, condannata a due anni e accusata di aver violato la legge anti-proteste con la marcia verso il palazzo presidenziale di Heliopolis la scorsa estate, con altri 23 attivisti.
La madre di Alaa, più volte in sciopero della fame per la liberazione del figlio, e la zia, la scrittrice Ahdaf Soueif, hanno commentato la condanna. "È una vergogna, mio figlio è pieno di coraggio", ha detto Layla, denunciando che in Egitto ora c'è "meno libertà che ai tempi di Mubarak". La famiglia del giovane ha una lunga tradizione di attivismo comunista.
Con l'ascesa del presidente al-Sisi, la magistratura egiziana si è mostrata davvero vendicativa verso i leader dei movimenti sociali che hanno attraversato il paese negli ultimi quattro anni. Se centinaia di sostenitori di Fratelli musulmani sono stati condannati alla pena di morte o all'ergastolo, migliaia di loro organizzazioni caritatevoli sono state chiuse, ora tocca anche ai partiti laici e di sinistra di subire la dura repressione del regime - dopo la scarcerazione dei figli di Mubarak, Alaa e Gamal - in vista delle elezioni parlamentari che si terranno tra marzo e maggio.
Il Mattino di Padova, 23 febbraio 2015
A fine marzo c'è una scadenza che non interessa quasi a nessuno: è la chiusura degli Ospedali psichiatrici giudiziari. Non interessa a tante Regioni, che dovevano predisporre dei percorsi di cura e riabilitazione individuali, potenziando i servizi socio-sanitari territoriali, che servono a tutti i cittadini, e invece non hanno fatto quasi niente. Non interessa a tanta politica, che vive delle emergenze e non sa pensare a progetti proiettati verso il futuro. Non interessa a tanta informazione, che si è dimenticata in fretta di questi malati rinchiusi in strutture che di umano hanno ben poco, come certi Opg. Parliamone allora, per evitare che si faccia slittare ancora questa necessaria chiusura: noi da parte nostra cerchiamo di non dimenticare la scadenza del 31 marzo, proponendo ai lettori le riflessioni di due persone detenute, dedicate agli uomini rinchiusi negli Opg.
di Claudio Cerasa
Il Foglio, 23 febbraio 2015
Terzietà non datur. Più della riforma del lavoro. Più del taglio alla spesa. Più della riforma del fisco. Più della revisione dell'Irap. Più degli ottanta euro. Più della pubblica amministrazione. Più delle banche popolari. Se c'è un passaggio che consentirà di misurare come un termometro il grado di coraggio che avrà Matteo Renzi nell'affrontare i prossimi mesi di governo quel termometro coincide con tre parole sulle quali l'allegra banda della Leopolda non sembra al momento avere le idee particolarmente chiare: riforma della giustizia.
di Liana Milella
La Repubblica, 23 febbraio 2015
Politica unita, magistratura divisa. La nuova formula della responsabilità civile diventerà legge mercoledì, per le toghe è "inutilmente punitiva", ma sulla protesta si dividono. Uniti solo nel chiedere un incontro al presidente Mattarella. Una giornata di discussione a piazza Cavour, ma alla fine ben quattro documenti distinti. Soprattutto niente sciopero chiesto solo da Magistratura indipendente, giusto la corrente a cui appartiene il sottosegretario alla Giustizia Cosimo Ferri. La sinistra di Area e i centristi di Unicost - da tre anni al governo dell'Anm - si fermano allo "stato di mobilitazione".
Radio Vaticana, 23 febbraio 2015
"Ma in questa Quaresima nel tuo cuore c'è posto per quelli che non hanno compiuto i comandamenti? Che hanno sbagliato e sono in carcere?". A domandarlo è stato il Papa in una delle omelie pronunciate nei giorni scorsi a Casa Santa Marta, durante la Messa. Francesco ha fatto riferimento a quanti allontanano chi ha sbagliato, aggiungendo "se tu non sei in carcere è perché il Signore ti ha aiutato a non cadere". Luca Collodi ne ha parlato con don Virgilio Balducchi, ispettore generale dei Cappellani delle carceri italiane.
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