di Francesco Cerisano
Italia Oggi, 12 giugno 2019
Deciderà sui respingimenti. Di concerto con Difesa e Mit. Più poteri al Viminale sui respingimenti delle imbarcazioni che trasportano migranti. Ma il provvedimento di divieto di ingresso, sosta o transito nel mare territoriale italiano dovrà essere concertato con il ministero della difesa e con quello dei trasporti. E, come chiarito dallo stesso premier Giuseppe Conte, "dovrà esserne informato il presidente del consiglio".
Con questo compromesso il governo ha sbloccato l'approvazione del decreto sicurezza bis, fortemente voluto dal ministro dell'interno Matteo Salvini, e rimasto quasi un mese in naftalina, per superare i rilievi del Quirinale. Decisivo il vertice notturno tra Conte e i due vicepremier Salvini e Di Maio. Rispetto alle prime versioni del provvedimento, che prevedevano multe fi no a 5 mila euro per ogni migrante salvato in mare a carico delle navi che non rispettassero gli obblighi previsti dalle Convenzioni internazionali, il testo varato ieri dal consiglio dei ministri cambia decisamente registro.
Le multe andranno da 10 mila a 50 mila euro e saranno a carico del comandante e dell'armatore della nave che potrà essere confiscata in caso di reiterazione della condotta. Il decreto corregge il tiro anche sulla norma che puniva col carcere la semplice opposizione (senza commettere resistenza) a pubblico ufficiale nel corso di manifestazioni in luogo pubblico.
Di questa disposizione non c'è più traccia nel testo finale del decreto, ma resta l'inasprimento delle pene per chi prenda parte a manifestazioni in luogo pubblico facendo uso di caschi protettivi o con il volto in tutto o in parte coperto. L'arresto, fi no ad ora previsto da uno a sei mesi, sale da un minimo di due a un massimo di tre anni. Rischierà invece fi no a quattro anni di reclusione chi, durante una manifestazione, lanci o utilizzi illegittimamente razzi, bengala, fuochi di artificio, petardi, gas urticanti, bastoni, mazze o altri oggetti contundenti.
Sempre allo scopo di rafforzare le tutele nei confronti delle forze dell'ordine, inasprendo le sanzioni per le condotte commesse durante le manifestazioni in luogo pubblico, si prevede una modifica in più punti del codice penale. Per il reato di danneggiamento, ad esempio, viene prevista una forma aggravata (con reclusione da uno a cinque anni, invece che da sei mesi a tre anni) se i fatti sono compiuti nel corso di manifestazioni che si svolgono in luogo pubblico. Contrasto alla violenza in occasione di gare sportive Il decreto imbarca una sezione ad hoc voluta dal sottosegretario alla presidenza del consiglio con delega allo sport Giancarlo Giorgetti, dedicata al rafforzamento del Daspo in occasione delle manifestazioni sportive.
Il divieto di accesso agli stadi avrà effetto anche per le gare che si svolgono all'estero, sarà estensibile fi no a 10 anni e sarà revocabile solo previo risarcimento o collaborazione con le forze di polizia. Il questore potrà disporre il Daspo anche a carico di chi commette reati ai danni degli arbitri.
Alle squadre sarà proibito dare sovvenzioni, contributi e facilitazioni (anche solo con biglietti, abbonamenti e titoli di viaggio) a soggetti raggiunti da misure di prevenzione antimafia, o colpiti da Daspo o ancora condannati, anche con sentenza non definitiva, per reati commessi in occasione di manifestazioni sportive.
Alle società, infine, verrà fatto divieto di stipulare con i soggetti colpiti da Daspo, o da misure di prevenzione antimafia, contratti di cessione e sfruttamento del marchio. E sarà vietato anche corrispondere contributi e sovvenzioni ad associazioni di tifosi, ad eccezione di quelle aventi tra le finalità statutarie la promozione e la divulgazione dei valori e dei principi della cultura sportiva e della non violenza. Infine, viene resa stabile la possibilità di arresto in flagranza differita e cioè dopo l'individuazione del colpevole grazie all'ausilio delle telecamere di sorveglianza degli impianti sportivi.
La Stampa, 12 giugno 2019
La legge prevede che il trattamento si applichi ai condannati per violenze sessuali che chiedono la libertà condizionale. La procedura è applicata già in sei Stati. L'Alabama approva la castrazione chimica, diventando il settimo stato americano che la consente.
La pratica però è reversibile, e destinata solo ai condannati per molestie sessuali contro i minori di 13 anni, come condizione per uscire dal carcere. La legge era stata proposta dal deputato repubblicano Steve Hurst, votata il 30 maggio scorso, e firmata ieri dalla governatrice Kay Ivey. Chi viene condannato per reati sessuali contro i minori di 13 anni può scegliere la castrazione, se vuole la libertà condizionale.
Deve fare la domanda e cominciare il trattamento 30 giorni prima del rilascio, prendendo il medroxy progesterone, o altre sostanze simili che limitano o bloccano la produzione del testosterone e di altri ormoni, riducendo il desiderio sessuale. Lo scopo non sarebbe punitivo, perché il condannato ha già scontato la sua pena, ma preventivo, cioè evitare che torni a commettere gli stessi crimini.
Il trattamento, sotto forma di pillole o iniezioni, verrà somministrato dall'Alabama Department of Public Health, fino a quando il giudice incaricato di gestire la pratica lo riterrà necessario. Se il soggetto interessato lo interromperà di sua iniziativa, violerà la legge e verrà riportato in prigione. Gli effetti del trattamento però sono reversibili, e quindi se i magistrati non lo riterranno più necessario, potrà essere sospeso senza lasciare danni permanenti. Hurst ha commentato così: "Avrei preferito l'intervento chirurgico definitivo, perché non c'è nulla di più disumano che abusare dei bambini, e se lo fai devi morire".
Con la firma della governatrice Ivey, l'Alabama è diventata il settimo stato americano ad adottare una forma di castrazione chimica, insieme a California, Florida, Louisiana, Montana, Texas e Wisconsin. Quindi la pratica è adottata soprattutto negli stati conservatori, ma anche in quelli liberal e indipendenti.
In genere si tratta di una misura usata per evitare la ripetizione dei reati, anche se non c'è una conferma statistica e medica definitiva, ma il promotore in Alabama ha chiarito che la intende anche come una punizione, e uno strumento preventivo con cui impaurire le persone e scoraggiarle a compiere gli abusi. Gli oppositori ritengono che violi l'Ottavo emendamento della Costituzione, che vieta le punizioni crudeli e inusuali, e quindi stanno valutando se fare causa per bloccare la legge.
di Francesco Grignetti
La Stampa, 12 giugno 2019
Salvini esulta: previste pene più severe per chi aggredisce le forze dell'ordine nelle manifestazioni di piazza. Il Consiglio dei ministri ha dato il via libera: con grande soddisfazione di Matteo Salvini, è operante il decreto Sicurezza bis. Arrivano cioè i nuovi poteri per il Viminale, "di concerto con ministero della Difesa e delle Infrastrutture", che potrà vietare l'ingresso nelle acque territoriali alle navi per "motivi di ordine e sicurezza pubblica" oppure quando, secondo il ministero dell'Interno, non avranno rispettato le leggi di immigrazione vigenti.
Un modo diverso, più elegante rispetto alle versioni iniziali, di stoppare le navi umanitarie delle Ong. Per chi non rispettasse il divieto, comandante, armatore e proprietario della nave, ci sarà una multa da 10 a 50mila euro. E se la stessa nave lo farà più volte, scatterà il sequestro per arrivate fino alla confisca. Un giro di vite durissimo. Salvini si dice sicuro "che sia rispettoso di qualunque norma vigente in Italia e all'estero". Ma con lo spettro delle multe e della confisca, per le Ong sarà impossibile contare sull'Italia. Che procede intanto, guerra o non guerra, a rafforzare la Guardia costiera libica: nei prossimi giorni gli saranno consegnati altri 10 mezzi.
Di Maio contro i negozi etnici - Gli alleati di governo hanno acconsentito, anche se Luigi Di Maio non risparmia un piccolo colpo sotto la cintura: "Ok, ma occorre fare di più sui rimpatri. Sono troppi 500mila irregolari in Italia".
Prova anche lui ad alzare la voce contro gli stranieri, annunciando controlli a tappeto sugli esercizi gestiti da cinesi e pakistani: "La questione degli irregolari è un problema che coinvolge anche il mondo imprenditoriale e del lavoro. Molti lavorano in modo illegittimo in piccole attività poco trasparenti, che evadono il fisco, non emettono scontrini e vendono prodotti non registrati, nocivi per la salute, facendo concorrenza sleale anche alle Pmi italiane e danneggiando la nostra economia".
Cosa prevede il provvedimento - C'è poi tanto altro nei 18 articoli del decreto: pene più severe (fino a 4 anni) per chi aggredisce le forze di polizia nelle manifestazioni di piazza se "muniti di mazze, bastoni, caschi, razzi o fuochi artificiali"; trasferimento di competenze dalle procure ordinarie (tipo Agrigento) a quelle distrettuali (in Sicilia sono Palermo e Catania) per tutti i procedimenti in materia di immigrazione clandestina; 800 nuovi assunti per supportare gli uffici giudiziari e risolvere lo scandalo delle condanne definitive ma non eseguite (dice Salvini: "Solo a Napoli ci sono 12mila delinquenti con condanna definitiva a spasso. Più personale significa più lavoro e più sicurezza per i cittadini"); uso più flessibile del Daspo nei confronti dei tifosi violenti, anche quando le violenze avvengano all'estero e non soltanto dentro uno stadio.
Quanto alle norme che colpiranno i manifestanti violenti, e i dubbi su una eccessiva stretta alle libertà costituzionali, Conte precisa: "L'originaria versione poteva essere meno nitida. Ora è precisato che riguarda chi crea "un concreto pericolo per l'incolumità delle persone o l'integrità delle cose". Aggiunge Salvini: "Così come è scritto adesso, è chiaro che non riguarda lo studente o l'operaio che manifesta pacificamente le sue idee. Diverso chi aggredisce agenti o carabinieri munito di mazze, caschi, razzi. Non penso che la libertà di pensiero passi per strumenti di questo tipo".
di Yurii Colombo
Il Manifesto, 12 giugno 2019
Il reporter anti corruzione era stato arrestato con accuse rivelatesi false. Una vittoria per il movimento popolare nato in sua difesa. Crolla come un castello di carte la montatura che era stata organizzata dalla polizia di Mosca per incastrare Ivan Golunov: la procura di Mosca nel pomeriggio di ieri ha fatto cadere tutte le accuse a suo carico e lo ha rimesso in libertà.
Ivan Golunov giovane reporter del portale d'opposizione Medusa e famoso per le sue inchieste contro il malaffare delle grandi holding della capitale, era stato arrestato il 7 giugno con l'accusa di far uso di stupefacenti e di esser parte di una organizzazione criminale dedita all'organizzazione dello spaccio a Mosca. Le dosi di stupefacenti che la polizia aveva denunciato fossero in possesso del giornalista al momento dell'arresto erano state proditoriamente infilate nelle sue tasche dagli agenti stessi. Il giornalista aveva anche accusato le forze dell'ordine di averlo selvaggiamente picchiato.
il tam tam della mobilitazione contro quella che era apparsa subito una macchinazione orchestrata dagli organi di sicurezza, era iniziato subito. A centinaia nella capitale si erano dati il cambio per protestare contro l'arresto di Golunov davanti al tribunale di Mosca, malgrado il divieto a manifestare.
Manifestazioni che coinvolgevano a partire dal giorno successivo non solo le grandi città europee ma anche i più remoti centri asiatici. Una mobilitazione che era diventata assedio quando avevano preso posizione in difesa di Golunov i principali giornali e perfino i giornalisti televisivi più in vista. Kommersant di ieri riportava che "sui motori di ricerca russi da due giorni la parola più ricercata è Golunov". Veniva anche lanciata sul web l'idea di una manifestazione non autorizzata (occorrono 15 giorni per avere l'autorizzazione a un corteo per la legislazione corrente) per il suo immediato rilascio a Mosca per mercoledì, che in poche ore raggiungeva i 200mila Like.
A questo punto però sono stati proprio i vertici del Cremlino ad assumere misure nette prima che la marea montante diventasse un caso politico ingestibile. A costo di gettare un'ombra pesante su tutto l'operato del ministero degli interni è stato deciso, per calmare le acque, di prosciogliere Golunov e non solo. Giungeva così la notizia che il ministero degli interni ha assunto la decisione di "sospendere a tempo indeterminato gli agenti coinvolti nel caso in attesa di verifiche di quanto accaduto".
Ma Putin non ha lasciato al loro destino solo la "manovalanza" del complotto ma anche i vertici della polizia. "Ho ricevuto dal ministro dell'interno Kolokoltsev la richiesta di licenziamento del generale Andrey Puchkov e del capo della direzione della lotta al traffico di droga del dipartimento degli affari interni generale Yuri Devyatkin, proposta che ho accettato" dichiarava il presidente russo in serata.
Si tratta della seconda vittoria in poche settimane di un movimento popolare: solo qualche settimane fa il movimento giovanile di Ekaterinburg aveva ottenuto il ritiro del progetto della costruzione di una cattedrale ortodossa nel centro cittadino. "Il potere è sempre più debole e incerto nei confronti delle pressioni che vengono dalla società civile e ciò produce una moltiplicazione delle mobilitazioni" commenta il sociologo marxista Boris Kagarlitsky.
Prime fra tutte quelle delle lotte contro gli inceneritori in corso in varie città della provincia russa che ormai hanno assunto in qualche caso le sembianze dell'insorgenza popolare. "Il potere gattopardescamente vorrebbe cambiare tutto per non cambiare nulla, ma sono troppi i nodi che stanno venendo al pettine" conclude convinto Kagarlitsky.
di Angela Nocioni
Il Dubbio, 12 giugno 2019
Non era imparziale il giudice che ha spalancato prima delle elezioni dell'ottobre del 2008 le porte del carcere all'ex presidente brasiliano Lula da Silva, candidato favorito secondo tutti i sondaggi (di tutti gli istituti di indagine, anche quelli considerati ostili al partito di Lula, il partito dei lavoratori al governo dal 2003 al 2011). Liberando così la strada per il Planalto all'allora candidato di estrema destra e attuale presidente Jair Bolsonaro. Questa è l'accusa che vien fuori dallo scoop clamoroso del sito Intercept Brasil, diretto dal giornalista statunitense Glenn Greenwald, quello del caso Snowden.
L'accusato di parzialità è Sergio Moro, l'ex giudice sceriffo diventato ministro della giustizia, il nemico mediatico dell'ex presidente Lula.
Il sito d'inchiesta ha pubblicato il contenuto di parte dei messaggi audio scambiati tra l'attuale ministro ai tempi in cui era ancora giudice di prima istanza a Curitiba, chiamato a giudicare le prove portate dalla pubblica accusa nel processo contro Lula da Silva, e il coordinatore della pubblica accusa Deltan Dallagnol. La legge vieta ovviamente al giudice di interferire nella acquisizione delle prove che poi sarà chiamato a giudicare.
I due, si deduce con evidenza dal contenuto dei messaggi, si scambiano invece infinite informazioni. Moro spiega ai pm cosa devono raccogliere e cosa no. Si dice insoddisfatto dell'evidenza di una prova. Suggerisce mosse, indica errori, detta i passi dell'indagine. Gioisce per il successo mediatico e per le ricadute politica dell'inchiesta. Si complimenta via chat con se stesso e con il pm per il repulisti provocato. "Complimenti a tutti noi" scrive.
Tutto ciò, in base se non altro all'articolo 254 del codice del processo penale brasiliano, consente alla difesa dei condannati in quei processi di considerare il giudice "sospetto di non essere imparziale". E di chiedere quindi l'annullamento del giudizio.
Le chat, essendo state acquisite illegalmente, non sono utilizzabili contro i protagonisti delle conversazioni. Ma sono materiale prezioso per la difesa di Lula che è ricorsa davanti a tutti i tribunali possibili per denunciare, inascoltata finora, la violazione del diritto dell'imputato ad essere condannato da un giudice imparziale.
Ciò inizia a risolvere i guai giudiziari Lula? No. La Corte suprema ha fatto sapere che riesaminerà il dossier e forse Lula uscirà di galera per continuare a scontare la pena ai domiciliari. Ma l'aspetta tra poche settimane la sentenza di primo grado per un secondo processo (ne ha cinque in piedi) per corruzione.
Le accuse, sempre passate al vaglio dell'allora giudice Moro, di questo secondo processo sono molto simili a quelle per cui l'hanno condannato per corruzione passiva e riciclaggio di denaro. Si tratta sempre di una casa vicino a San Paolo messagli a disposizione, secondo l'accusa, da una grande azienda in cambio di contratti di favore con imprese di Stato.
Stavolta non un appartamento sulla costa, ma una casa di campagna. La denuncia della pubblica accusa accolta a suo tempo da Moro parla di una ristrutturazione del valore di 280 mila dollari pagata interamente dalle imprese di costruzione Odebrecht, Oas e Schahin, in cambio di contratti con l'impresa petrolifera statale Petrobras. La villa è stata frequentata dalla famiglia di Lula, ma non è di sua proprietà. Lo sarebbe "di fatto" secondo i pm.
Secondo la difesa le accuse "si riferiscono a contratti firmati da Petrobras che lo stesso giudice ha riconosciuto, in un'altra sentenza, non aver portato nessun beneficio a Lula". Fatto sta che la sentenza è imminente e la partita giudiziaria per Lula potrebbe ricominciare dall'inizio. Moro non ha negato la autenticità dei messaggi divulgati. Ha detto che è del tutto normale che giudici e pm si parlino durante le inchieste.
La presidenza della repubblica è sembrata imbarazzatissima. Bolsonaro che di solito twitta più di Donald Trump ha taciuto per due giorni, poi un laconico messaggio della segreteria di comunicazione ha ribadito la fiducia in Moro. Che non dà segni, per ora, di prendere in considerazione le dimissioni.
Il sito annuncia di avere da parte messaggini audio privati di Moro ancor più clamorosi. Dovesse saltar fuori che c'è stato un accordo per far condannare Lula in secondo grado, e renderlo così incandidabile come è avvenuto, rendere inoffensivo lo scoop diventerebbe impossibile.
di Ornella Favero*
Ristretti Orizzonti, 11 giugno 2019
Dalla nuova circolare del Dipartimento dell'Amministrazione penitenzia "Tutela della quiete notturna negli Istituti penitenziari. Incentivazione a tenere salubri ritmi sonno-veglia. Garanzia di un'inderogabile fascia oraria di rispetto di sette ore per notte":
È necessario "incentivare tutti i ristretti a tenere salubri ritmi sonno-veglia".
E ancora "è comunque necessario tutelare il diritto alla salute che, naturalmente, contempla anche la necessità di un adeguato riposo notturno, riposo che non può in alcun modo essere impedito o disturbato da parte di individui che pretendono di imporre al prossimo i propri, magari scorretti e insalubri, ritmi sonno/veglia".
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 11 giugno 2019
Il Dap vieta la tv dopo la mezzanotte, ma il docu-film domenica era alle 23,30 su Rai1. La circolare del Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria che prevede per tutti i detenuti l'obbligo di spegnere la televisione e la radio a mezzanotte, ha creato una prima problematica.
Il caso ha voluto che domenica scorsa, in seconda serata, è stato trasmesso su Rai1 il film di Fabio Cavalli sul "Viaggio nelle carceri della Corte Costituzionale", e così, con lo spegnimento della tv, i detenuti non avrebbero potuto vedere il resto del film.
fpcgil.it, 11 giugno 2019
In netta minoranza, con pochi posti disponibili nei concorsi, escluse dai percorsi di carriera. Come vive una donna che lavora in un carcere? Con quali condizioni di lavoro ha a che fare ogni giorno? Cosa vuol dire lavorare in un ambiente che negli anni è sempre stato caratterizzato da una presenza prettamente maschile? Esiste la tanto decantata parità di genere nel mondo del lavoro e, in particolare, in quello delle donne in divisa?
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 11 giugno 2019
Dura presa di posizione della Camera penale di Roma contro l'ipotesi, sempre più concreta, di una normativa che vieterebbe ai garanti locali e territoriali di effettuare colloqui riservati con i reclusi al 41bis. Il capo del Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria Francesco Basentini, il 6 giugno 2019 in Commissione Antimafia, ha infatti dichiarato: "Rispetto ai Garanti locali i miei uffici hanno formalizzato e portato all'attenzione del ministero una proposta di modifica normativa nel senso di escludere i garanti locali dal potere di visita e di colloquio con i detenuti al quarantuno bis".
di Giancarlo De Cataldo
La Repubblica, 11 giugno 2019
I giudici sono bianchi, sobri, eleganti. Donne e uomini di studi profondi, vasta cultura, modi compiti, eloquio forbito. Le carcerate e i carcerati hanno tatuaggi etnici, denti guasti, shatush esagerati, in genere poca cultura, e, dentro, l'alternarsi di rabbia e speranza di chi vive l'innaturale condizione della prigionia. Appartengono a mondi diversi.
- L'Anm si rinnova e si ricompatta contro le proposte di riforma del Csm
- Valerio Onida: "Correnti dei giudici con i vizi dei partiti"
- La profezia di Falcone: "Così l'Anm sarà solo una macchina elettorale"
- Configurabilità del reato di abuso d'ufficio. Selezione di massime
- L'ora di "socialità" è un diritto anche per i detenuti al 41bis










