di Fabrizio Floris
Il Manifesto, 22 settembre 2019
Da Benin City all'inferno e ritorno. Storie di abusi infiniti nell'ultimo rapporto di Human Rights Watch. Blessing come molte altre ragazze nigeriane ha accettato l'allettante proposta di lavoro in Libia come collaboratrice domestica per un salario di 150.000 naira (circa 400 euro, tre volte lo stipendio medio nel suo paese). Una volta in Libia la "signora" le ha svelato che tipo di lavoro avrebbe dovuto fare, akwuna (la prostituta) così lei le ha detto "ma non è un lavoro domestico". La "signora" le ha risposto "sì che lo è".
Blessing è stata minacciata di morte e chiusa in una stanza per quattro giorni senza cibo. "Uscirai quando restituirai il tuo debito per il viaggio (4 mila euro)". È iniziata così la discesa nei sotterranei dello sfruttamento sessuale, si è liberata ed è scappata con un ragazzo che è stato ucciso dai miliziani dell'Isis, lei invece è sopravvissuta solo perché in stato di gravidanza, ma è stata tenuta segregata e violentata per tre anni finché i soldati libici l'hanno consegnata all'Oim (Organizzazione internazionale per le migrazioni) che l'ha aiutata a rientrare in Nigeria. Adesso si trova in un rifugio gestito dall'agenzia nigeriana anti-tratta. Quella di Blessing è una delle 76 storie descritte nell'ultimo report di Human Rights Watch, il cui titolo You pray for death (Preghi di morire) è tratto dal racconto di una delle ragazze intervistate.
La maggior parte delle vittime di tratta nigeriane (più di 9 su 10) proviene, secondo l'ufficio delle Nazioni unite per il controllo della droga e la prevenzione del crimine (Unodoc), dallo stato di Edo. Il numero di "potenziali" vittime della tratta nigeriana in Italia è cresciuto drammaticamente negli ultimi anni. Secondo Oim nel 2017 l'aumento è stato del 600% e si stima che riguardi l'80% delle ragazze che arrivano dalla Nigeria (in questi ultimi mesi il flusso risulta molto ridimensionato, segno che i trafficanti sono alla ricerca di nuove rotte).
Il viaggio negli ultimi anni ha seguito la rotta libica e poi via mare nel Mediterraneo con lo scopo preciso di inserire le ragazze nei progetti di assistenza per richiedenti asilo in modo da farle avere un documento regolare. Chi arriva in Italia mantiene il segreto con la famiglia, manda fotografie che la ritraggono come barista, sarta, parrucchiera... alcune negli anni diventano madam i cui guadagni danno un impulso notevole alla ricchezza di Benin City, dove hanno costruito case, negozi... Potremmo dire che lo sviluppo della città è lastricato dai corpi delle donne che hanno battuto le strade italiane.
Forse più drammatica è la situazione delle ragazze che ritornano in Nigeria dove oltre alla tratta devono affrontare la povertà e lo stigma ("le ragazze che tornano dall'Europa stanno costruendo case per le loro famiglie e tu sei tornata senza niente ...") e i progetti di reinserimento risultano ancora poco adeguati.
La situazione è fluida: l'attività delle ong, dell'agenzia nazionale nigeriana contro la tratta e i media hanno accresciuto la conoscenza del fenomeno, tant'è che le ragazze che partono ora sanno il lavoro che andranno a fare, ma restano inconsapevoli dello sfruttamento e del debito da pagare.
Le madam sono convinte di essere un aiuto per le ragazze e infatti amano definirsi sponsor: una delle reclutatrici ha dichiarato alla Reuters che "le ragazze che vogliono venire in Italia sono talmente tante che non è più necessario ingannarle per convincerle a partire". La novità degli ultimi mesi sarebbe, secondo Don Carmine Schiavone delle Caritas di Aversa, la tratta secondaria: "Le ragazze una volta in Italia se non riescono a restituire il debito lo azzerano con la cessione di un rene, cornee o altri organi".
di Fabrizio Gatti
L'Espresso, 22 settembre 2019
I responsabili delle sale operative di Roma rinviati a giudizio per rifiuto d'atti d'ufficio e omicidio colposo. Nel naufragio del peschereccio preso a mitragliate da una motovedetta libica morirono 268 profughi siriani, tra cui sessanta minori. Chiesta l'archiviazione della comandante Catia Pellegrino, ma i sopravvissuti si oppongono.
Un processo stabilirà finalmente perché la Marina militare e la Guardia costiera l'11 ottobre 2013 non salvarono sessanta bambini e i loro genitori: nel naufragio a 61 miglia nautiche a sud di Lampedusa annegarono in tutto 268 profughi siriani dei 480 ammassati su un peschereccio, preso a mitragliate la sera prima da una motovedetta libica.
Luca Licciardi, 49 anni, quel giorno responsabile della sala operativa del Comando in capo della Squadra navale della Marina (Cincnav), e Leopoldo Manna, 58 anni, allora capo della centrale operativa della Guardia costiera (Mrcc Roma), avranno così l'opportunità di spiegare al giudice perché quel pomeriggio, invece di ordinare l'immediato intervento al pattugliatore Libra che con l'elicottero a bordo era ad appena 17 miglia (un'ora di navigazione), attesero per oltre cinque ore l'arrivo di una nave militare di Malta, isola che si trova a 118 miglia a nord-est (218 chilometri, circa sei ore di navigazione). La Marina ordinò addirittura alla comandante della Libra, Catia Pellegrino, di allontanarsi dal punto in cui il barcone stava affondando.
Il giudice dell'udienza preliminare di Roma, Bernadette Nicotra, questa mattina ha rinviato a giudizio il capitano di fregata Licciardi e il capitano di vascello Manna. Il sostituto procuratore Sergio Colaiocco contesta loro i reati di rifiuto d'atti d'ufficio e omicidio colposo. La prima udienza si terrà il 3 dicembre. Agli atti del processo sono stati depositati anche la lunga inchiesta de "L'Espresso" sul naufragio dei bambini e il documentario "Un unico destino", prodotto da Espresso e Repubblica.
Poche settimane dopo il disastro, Manna diventerà uno degli eroi a capo dei soccorsi dell'operazione "Mare nostrum", decisa dal governo italiano a fine ottobre 2013. Il giorno del naufragio però le disposizioni sono diverse. E a Mohanad Jammo, medico anestesista di Aleppo in fuga con la famiglia, che con un telefono satellitare supplica l'intervento immediato dei soccorsi da Lampedusa, il comandante della centrale della Guardia costiera chiede di chiamare Malta: perché è più vicina, anche se non è vero. Il dottor Jammo ha fatto tutto quello che doveva fare: si è presentato come medico, ha detto che c'erano bambini feriti a bordo, che il motore era fuori uso e nello scafo c'era già mezzo metro d'acqua. Jammo non sa che la Libra è appena oltre l'orizzonte. Ma a bordo hanno vari strumenti Gps, così tutti si accorgono che la Guardia costiera italiana sta mentendo: Lampedusa è a 61 miglia nautiche, 112 chilometri, la distanza da Malta quasi il doppio.
I militari italiani in quel momento vogliono evidentemente far valere la posizione del peschereccio: alla deriva nella zona che, secondo un'interpretazione errata degli accordi internazionali, è di competenza maltese. Una decisione che i due ufficiali probabilmente non prendono da soli, ma dopo l'ordine illegale di un'autorità superiore mai identificata. La prima telefonata di Mohanad Jammo è delle 12,26.
La seconda con tutti i dettagli su posizione, feriti, acqua a bordo, delle 12.39. Sono giorni dello scaricabarile tra Italia e Malta, proprio come oggi. Nel pomeriggio Licciardi ordina, testualmente, che la Libra "non deve stare tra i coglioni quando arrivano le motovedette" maltesi. Un aereo ricognitore di Malta, però, fotografa la nave comandata da Catia Pellegrino mentre si allontana. Marina militare e Guardia costiera rifiutano di inviare la Libra anche dopo i fax e le chiamate della centrale operativa della Valletta che chiede più volte all'autorità italiana di poter impiegare il pattugliatore, perché è il più vicino ed è l'unico che possa intervenire rapidamente.
Alle 17.07 il peschereccio si rovescia. Alle 17.51, cinque ore e mezzo dopo la prima richiesta di soccorso, arriva sul punto del naufragio la motovedetta P61 maltese. La comandante della Libra invia nel frattempo il suo elicottero per lanciare in acqua zattere gonfiabili e giubbotti di salvataggio. Ma la nave sarà operativa soltanto dopo le 18, mentre molti naufraghi, con i loro bambini, continuano ad affogare nel mare quasi calmo.
La Procura di Roma ha chiesto l'archiviazione dell'inchiesta su Catia Pellegrino perché non sarebbe stata informata dai suoi superiori delle reali condizioni di pericolo. Gli avvocati dei genitori sopravvissuti, Alessandra Ballerini e Arturo Salerni, si sono opposti. Per l'ufficiale più famosa d'Italia il caso resta aperto.
di Riccardo Luna
La Repubblica, 22 settembre 2019
Perché l'Italia non c'era? Perché mentre le piazze del mondo ieri si riempivano di migliaia di giovani che marciavano per il clima, da noi no? Perché c'erano manifestazioni ovunque dall'Australia al Sud America, da Berlino a New York, e in decine di villaggi africani, da noi nulla? I numeri finali sono questi: seimila eventi in tremiladuecento città in 165 paesi di tutti i continenti. L'Italia, non pervenuta.
Mi sono fatto questa domanda per qualche ora mentre seguivo le cronache di questo venerdì 20 settembre sul profilo Twitter e Instagram di Greta Thunberg, la 16 enne svedese che ha iniziato tutto questo un anno fa. Cercavo una piazza italiana qualunque, un cartello, un segno di vita e ci ho messo un po' prima di capire che era colpa mia. Era il giorno sbagliato. Da noi ci mobiliteremo venerdì prossimo, mi hanno spiegato alcuni degli organizzatori, del resto questa era una "settimana di mobilitazione per il clima" e l'Italia ha scelto di muoversi l'ultimo giorno, il 27 settembre.
Perché? Non l'ho ben capito. Alcuni mi hanno detto che è perché le scuole da noi hanno iniziato tardi, il 16 settembre, ed è stato ritenuto che non ci fossero i tempi per organizzarsi. Del resto siamo il paese che arriva sempre in ritardo e che ha inventato il decreto mille proroghe per prolungare gli effetti dei decreti che non facciamo in tempo a convertire in legge: è come se avessimo chiesto una proroga anche per protestare. Altri mi hanno fatto presente che ci sono alcuni altri paesi che hanno fatto la stessa scelta, come Argentina, Cile, Canada, Danimarca, Olanda, Portogallo e Israele.
Bene, allora ringrazio pubblicamente gli organizzatori, ringrazio chi si sta mobilitando perché l'Italia dia un segnale forte, come già accadde in occasione del primo sciopero del clima, il 15 marzo scorso. L'ho detto altre volte e lo ribadisco: trovo formidabile che una ragazza di 16 anni sia riuscita a scuotere le coscienze dei suoi coetanei e liberare il tema del cambiamento climatico dagli sbadigli dei convegni per porlo in cima all'agenda politica globale.
Trovo formidabile e azzeccatissimo lo slogan: uniamoci dietro la scienza. In un mondo in cui sembra che chiunque possa dire tutto, dove le competenze non contano nulla, e gli stregoni invece magari sì, rimettere la scienza al centro è un atto rivoluzionario. E serve anche a smontare gli sbuffi di quelli che dicono che dare retta a Greta Thunberg vuol dire tornare indietro di due secoli, a illuminarci con le candele e scaldarci con i legnetti. Questa è più di una fake news: oggi proprio grazie al progresso scientifico e tecnologico è possibile mantenere la nostra qualità della vita cambiando stile, cambiando il modo in cui le cose vengono prodotte, consumate e smaltite. L'economia circolare di cui tanto si parla non vuol dire tornare ad un mondo di rigattieri, ma produrre beni in modo che non ci siano scarti. È una rivoluzione possibile e doverosa. E l'Italia ha l'occasione di farla davvero.
Sono passati inosservati due incontri che il nuovo ministro dell'Istruzione Fioramonti ha condiviso nei giorni scorsi su Twitter: il primo con Jeffrey Sachs, il secondo con Gunther Pauli. Due economisti che figurano fra i massimi esponenti globali di questo nuovo modello di sviluppo. Erano a al Ministero, a viale Trastevere, segno che hanno chi dà loro ascolto e credito.
Il ministro ha anche scritto una lettera a tutte le scuole per appoggiare le iniziative che verranno prese sul cambiamento climatico. Non è banale quello che sta accadendo, e non è una cosa che riguarda solo gli studenti. Fra i tanti bellissimi cartelli che ho visto nelle piazze del mondo ieri, uno in particolare mi ha colpito. Quello di una ragazza che diceva: Quando la situazione sarà irreversibile (nel 2030) io avrò 24 anni. Ho pensato ai miei figli: nel 2030 avranno 25 e 20 anni. Vorrei contribuire a lasciare un mondo migliore. Venerdì 27 settembre marcio anche io.
di Francesco Battistini
Corriere della Sera, 22 settembre 2019
Palazzinaro riparato in Spagna, lancia appelli contro Al Sisi: rispondono in migliaia. La replica del presidente egiziano: "Sono onesto, leale e affidabile". A las siete de la tarde. Dal suo esilio di Barcellona dove ha già cominciato a studiare spagnolo, dalla Catalogna dove s'è nascosto un mese fa coi figli "perché Al Sisi tenterà d'uccidermi", l'imprenditore ribelle l'aveva detto in arabo: egiziani, popol mio, ""alle sette della sera di venerdì 20, uscite per un'ora dalle vostre case! E poi postate la vostra foto di questa manifestazione pacifica!
E dimostrate al mondo quanti sono gli oppositori di Al Sisi!". Gli hanno obbedito. Anche di più. In poche ore, il video ha avuto un milione e mezzo di condivisioni sul web. L'hashtag #EnoughSisi, Al Sisi ne abbiamo abbastanza, è diventato il numero uno dei trending topic sul Twitter egiziano. E venerdì, guardato in tv il derby di Supercoppa egiziana Ahli-Zamalek, l'appello ha portato migliaia di persone nelle strade del Cairo, d'Alessandria, di Suez. Con la piazza Tahrir della rivoluzione 2011 tornata a echeggiare lo slogan "il popolo vuole la fine del regime!". Con la polizia intervenuta a suon di lacrimogeni e arresti (più di 150). Col feldmaresciallo Al Sisi, in trasferta newyorkese per l'assemblea dell'Onu, impallidito di fronte a una simile contestazione pubblica. La prima, in sei anni di potere occhiuto e assoluto.
Che botte. Al Sisi è fermo sulle gambe e a menarlo, da un mese, è un elegante imprenditore dal nome fatale di Mohamed Ali. Non un peso massimo della vita pubblica cairota: solo un palazzinaro che ha sempre amato i maglioni dolcevita bianchi e la bella vita all'ombra del potere. Proprietario dell'Amlaak Group, uno dei dieci grandi contractor del governo, mister Ali s'è di colpo trovato in mezzo a una faida tra militari. Tagliato fuori dalle grandi speculazioni del regime, se n'è andato in Spagna.
E dall'account @MohamedSecrets ha iniziato a vendicarsi con una serie di video-rivelazioni, raccontando le ruberie di Al Sisi, della first lady Intissar e di vari generali dell'esercito "sulla pelle di 30 milioni d'egiziani che dormono in mezzo alla strada", un regime che s'arricchisce sulla costruzione d'un mega-albergo a sette stelle e sul fastoso, nuovo palazzo presidenziale.
"Aprite gli occhi, non mi sto inventando nulla! Al Sisi costruisce per soddisfare il suo ego. Non ci sono studi di fattibilità, non c'è bisogno di quelle opere. Basta! Bisogna ribellarsi!".
Più che l'accusa - da sei anni, al Cairo si mugugna per il gigantismo del generalissimo che ha ingrandito il Canale di Suez ed edificato una nuova capitale - a stupire è stata la difesa. In un insolito e nervoso discorso pubblico, che i servizi gli avevano sconsigliato di fare, Al Sisi ha risposto piccato all'imprenditore (senza mai nominarlo) d'essere "onesto, leale, affidabile". E con voce quasi rotta: "Sì, sto costruendo palazzi. E allora? Pensate di spaventarmi con le vostre critiche? Continuerò a costruire. Queste opere non sono per me, sono per l'Egitto".
Non sarà l'inizio della fine. Ma forse finisce un certo modo d'esercitare il potere. D'un regime che ha cacciato i Fratelli musulmani, ha torturato senza sosta, s'è fatto rieleggere per due volte col 97%, ha portato l'Egitto a un debito pubblico che cresce del 19% l'anno. Gli attacchi di Ali, per molti "un eroe", non convincono tutti: suo padre, un ex militare, va in tv a "vergognarsi" del figlio. Mentre Whael Ghonim, uno dei leader della rivolta 2011 contro Mubarak, accusa l'imprenditore di sparare dall'estero, "troppo facile", e di farlo "solo per tornaconto personale".
Resta il dato che il Faraone sia nudo. E qualcuno abbia osato dirlo: "È uno sviluppo molto importante - commenta un politologo della Cairo University, Mustafa Kamel Al Sayed. I muri cadono quando si formano le prime crepe".
di Laura Cappon
Il Fatto Quotidiano, 22 settembre 2019
Le manifestazioni in numerose città sono ancora ridotte, ma fino a venerdì erano impensabili in un Paese dove ci sono 60mila detenuti politici, sparizioni forzate, migliaia di condannati a morte e torture nelle carceri. L'attivista Hossam el-Hamalawy: "Un sasso che cade sull'acqua stagnante". A far crescere il dissenso le disastrose condizioni economiche e l'hashtag lanciato dall'imprenditore e attore Mohamed Ali: basta al Sisi. Proteste piccole e diffuse in numerose città egiziane con un unico scopo: chiedere le dimissioni del presidente Abdel Fattah Al Sisi. Piccoli numeri che però suscitano stupore perché in Egitto anche un ridotto assembramento di manifestanti contro l'attuale presidente sarebbe stato impensabile sino a venerdì, quando dal Cairo a Mansoura, centinaia di persone si sono radunate per chiedere le sue dimissioni.
"È stato impressionante vedere centinaia di persone che ieri hanno urlato il loro dissenso contro Al Sisi e strappato i suoi poster", dice Hossam el-Hamalawy, attivista dei Socialisti Rivoluzionari egiziani che ora, come molti dissidenti, ha lasciato il paese e vive a Berlino. "È troppo presto per dire se questo sia l'inizio di una rivolta e credo ci sia ancora molta strada da fare. Ma quello che è successo può essere paragonato a un sasso che cade sull'acqua stagnante e non dobbiamo avere delle aspettative troppo alte".
La dura repressione che il nuovo regime militare perpetra dal 2013, quando Al Sisi ha preso il potere con un colpo di stato, ha reso impossibile in questi anni qualsiasi tipo di dissenso: 60mila detenuti politici, sparizioni forzate all'ordine del giorno, migliaia di condannati a morte e torture nelle carceri sempre più violente tanto da aver portato i detenuti a protestare con degli scioperi della fame a oltranza. La maggior parte degli oppositori politici è in esilio o reclusa in condizioni durissime, come ha dimostrato la morte plateale dell'ex presidente islamista Mohammed Morsi, colpito da un malore in tribunale dopo anni di cure negate durante la sua detenzione. Le restrizioni alla libertà personale sono dunque ben peggiori di quelle del 2011, l'anno in cui gli egiziani scesero in piazza durante la rivoluzione che destituì Hosni Mubarak.
Per questo la protesta, anche se ancora esigua, fa notizia. È nato tutto da un hashtag sui social, anche questo ampliamento controllato con leggi draconiane dal regime, che da poco più di una settimana circolava in rete. Diceva #kifayaSisi, basta Sisi, ne abbiamo abbastanza. A lanciarlo è stato Mohamed Ali, imprenditore e attore. A inizio settembre Ali ha iniziato a pubblicare su Facebook dalla Spagna - paese in cui Ali ha deciso di fuggire in una sorta di auto-esilio - una serie di video in cui denunciava la corruzione di Al Sisi e del regime militare da cui proviene. Nel suo ultimo post, Ali ha invitato gli egiziani a scendere in piazza mentre in altri post precedenti ha chiesto al ministro della difesa Mohammed Zaki di arrestare Al Sisi e di appoggiare la protesta.
La voce di Ali è suonata autorevole perché l'imprenditore con la sua impresa ha collaborato a diversi progetti portati avanti dalle aziende dell'esercito. L'economia egiziana è, infatti, ampiamente controllata da società in mano al circolo del Consiglio Militare Supremo. Diverse stime quantificano che tra il 20 e il 50% delle attività sia riconducibile ai militari, ma negli ultimi anni il loro potere su questo fronte è cresciuto ancora di più, arrivando a toccare quasi tutti i settori strategici: dalla costruzione di grandi opere alle infrastrutture per le ricche risorse di gas e petrolifere del paese. I nomi di diverse compagnie sono noti ma resta invece il completo riserbo sul reale giro d'affari in mano al Consiglio Militare.
Le faraoniche opere di Al Sisi, come la costruzione della nuova capitale amministrativa, progetto da 58 miliardi di dollari iniziato nel 2015, sono uno strumento di propaganda che però al momento non è in grado di sanare le disastrose condizioni economiche del paese. Per rispettare i piani di rientro del prestito di 12 miliardi di dollari concesso dal Fondo monetario internazionale, l'Egitto ha dovuto ridurre da tempo i sussidi sui servizi e i generi di prima necessità e svalutare la sterlina, la moneta ufficiale. Il risultato è stato un innalzamento del costo della vita in un paese dove più di un terzo della popolazione vive sotto la soglia di povertà.
Le condizioni in cui versano i cittadini egiziani, dunque, sono ancora più pesanti di quelle che provocarono la rivolta del 2011. "Ogni rivoluzione contro il regime, ogni cambiamento politico, sarà sempre il risultato un accumulo di rabbia sociale o di dissenso", spiega el-Hamalawy. "Le proteste di ieri rappresentano indubbiamente un punto di rottura ma c'è bisogno di altro. Tutte le organizzazioni politiche, i movimenti giovanili e i sindacati indipendenti sono stati distrutti e per ripristinare questo tessuto di opposizione ci vorrà tempo. Proprio dalle caratteristiche e dai tempi di questa ricostruzione, del resto, dipenderà il successo delle nuove proteste". Intanto, le autorità hanno reagito disperdendo alcuni assembramenti con i gas lacrimogeni e arrestando centinaia di attivisti. Secondo l'Egyptian Center for Economic and Social Rights le persone arrestate in tutto il paese sono 166. Il presidente Al Sisi, secondo quanto riportato dal portale di informazione Mada Masr, starebbe pensando di modificare il calendario del suo viaggio a New York dove è atteso per la 74esima Assemblea generale dell'Onu.
di Aboubakar Soumahoro
L'Espresso, 22 settembre 2019
Violenza e xenofobia dilagano nel Paese dopo la fine dell'apartheid. E sono il prodotto dello stesso credo economico che genera disuguaglianza. Condanno con la massima fermezza la violenza che si è diffusa in alcune delle nostre province".
Con queste parole, il presidente del Sudafrica, Cyril Ramaphosa, ha esortato il popolo sudafricano contro gli atti veementi di xenofobia a svantaggio degli allogeni che dal 1 settembre hanno inabissato il Paese in un teatro bellico senza precedenti, causando la morte di circa 12 esseri umani. Il Sudafrica, tra le prime potenze industriali in Africa, ha sconfitto la segregazione razziale sul piano politico ma non ha saputo affrancarsi del tutto dell'apartheid economico che continua ad attanagliare la società.
Nel corso degli anni, il divario tra i ricchi e i poveri si è molto ampliato. L'odio, il rancore e l'intolleranza allignano purtroppo dove prosperano le disuguaglianze sociali. A tale riguardo, è opportuno ricordare che l'attuale paradigma economico ha generato delle disuguaglianze che hanno dilatato forzosamente ed eterogeneamente il nostro tessuto sociale.
Questa traumatica dilatazione ha lacerato gli strati più profondi dell'epidermide della nostra società solcata da cavernose crepe che sono state esasperate dall'ostentazione della ricchezza, emblematica dell'era della mediatizzazione del privato, che acuisce la frustrazione delle fasce impoverite e immiserite della popolazione. I mercanti dell'illusione e i manipolatori della realtà si sono insinuati in queste crepe inasprendo il clima di odio, di rancore e di intolleranza che serpeggiava già da tempo nelle viscere della nostra comunità.
Per porre rimedio a questa insostenibile situazione servirebbe probabilmente un New Deal Umano che inauguri una nuova fase ancorata nella giustizia sociale e capace di avviare delle riforme che incapsulino al proprio interno una equa ridistribuzione in grado di rendere felici gli esclusi da troppo tempo trasformati in rifiuti sociali.
L'attuazione di un simile progetto passerebbe attraverso processi, capace di mettersi generosamente al servizio delle persone senza farsi inebriare dalla conquista e dall'esercizio del potere, che tornino ad abbracciare i luoghi delle contraddizioni al fine di fare dialogare le divergenze coniugando nel contempo le convergenze con lo scopo di disegnare una visione di società aderente alla realtà e incentrata sulla soddisfazione di bisogni materiali ed immateriali delle persone. Simili processi dovrebbero essere auspicabilmente attuati all'interno dei percorsi collettivi capaci di ritrovare il proprio originario spirito, ovvero di essere l'aggregatore delle comunità, il focolare della fede, il nido della speranza, il convertitore delle utopie in realtà, il corroborante delle idee, il trasmettitore di una coscienza collettiva e il formatore di una leadership collettiva capace di creare legami intimi con la popolazione.
Quest'ultima dovrebbe probabilmente aspirare altresì a coltivare il culto del riserbo, a praticare l'estetica del linguaggio e a domare gli impulsi più basilari dell'uomo che finiscono per permeare qualsiasi carica di responsabilità con l'ambizione di assoggettarla. Inoltre, domare i disorientatori della società dal sistema, destituire i piromani della politica dal palazzo, fondere a freddo dall'alto l'ideologico con il post-ideologico non basterà di certo a fermare il vento impetuoso dell'odio, del rancore e dell'intolleranza sociale che rischia di riproporsi ciclicamente sotto forme diversificate e sempre più auto-immunizzante.
Solamente se si avrà il coraggio di fronteggiare la sfida delle disuguaglianze dalle fondamenta si potrà sconfiggere questa impetuosa tempesta e fermare quelli che razionalmente cavalcano questa cinica ondata. Tuttavia, tutto ciò non potrà prescindere dalla ridefinizione dell'attuale paradigma economico che si basa sull'egoismo, sull'avidità e sull'insaziabile brama accumulatrice dell'essere umano.
A questo proposito, il Sudafrica, pur trovandosi geograficamente lontano, condivide con il nostro Paese una delle pagine più buie della storia dell'umanità. Purtroppo, il fantasma del fascismo e della segregazione razziale, ovvero l'apartheid, continua a serpeggiare sopra il cielo dell'umanità. I recenti episodi di violenze avvenuti in Sudafrica devono essere un ammonimento ad affrontare con lucida determinazione l'attuale e delicata fase politica.
di Alberto Negri
Il Manifesto, 22 settembre 2019
Trump non può lamentarsi troppo dei suoi alleati visto che appena diventato presidente, ha firmato forniture di armi per 100 miliardi di dollari con Riad. La puzza di bruciato del petrolio saudita è arrivata a ogni piano dell'establishment americano, dalla Casa bianca, al Congresso, ai media. La questione non è soltanto cosa fare con l'Iran ma anche con l'Arabia Saudita e un apparato bellico e geopolitico che ha subito un'autentica e costosa beffa nel cuore del barile. "Non siamo i mercenari dei sauditi", scrive il New York Times, mentre si soppesano le opzioni di risposta ricordando una famosa frase di Trump del 2014 durante la presidenza Obama: "L'Arabia Saudita dovrebbe fare da sola le sue guerre o pagarci un'enorme fortuna per proteggerla".
Ma Trump oggi non può lamentarsi troppo dei suoi alleati del Golfo visto che appena diventato presidente, prima di stracciare l'accordo del 2015 sul nucleare con l'Iran e imporre sanzioni a Teheran - la vera causa della crisi attuale - ha firmato forniture di armi per 100 miliardi di dollari con Riad, grande cliente anche dei francesi, che infatti sono subito accorsi al capezzale dei Saud.
La figuraccia in questa vicenda non la fanno soltanto i sauditi, incapaci di proteggere le loro istallazioni, ma anche americani e europei che hanno riempito di armi - forse inutili - una monarchia che in Yemen, pur massacrando i civili a tutto spiano, sta perdendo la guerra contro i ribelli Houthi filo-iraniani. Al punto che persino gli Emirati Arabi si stanno sganciando e preferirebbero arrivare a una divisione del Paese e a un accordo con gli iraniani. Questa volta costituire una "coalizione di volenterosi" per fare la guerra agli ayatollah è complicato: lo ha intuito anche Mike Pompeo.
La figuraccia è ancora più barbina (e sospetta) se si pensa alle basi americane in Qatar, in Iraq, alla flotta statunitense nel Bahrein, agli aerei, ai satelliti: insomma l'audace colpo dei soliti noti o ignoti ha beffato gli Usa e un nugolo di potenze dotate di tecnologie miliardarie. Suonano così assai ironiche le parole di Putin che consiglia ai sauditi di acquistare il suo sistema anti-missilistico "che - sottolinea - abbiamo già venduto a turchi e iraniani". E aggiungiamo: che è schierato pure in Siria nella basi della Russia, alleata dell'Iran nel sostegno ad Assad.
Un uomo dalla memoria corta il presidente americano. Forse è all'oscuro che i sauditi hanno già pagato alcune guerre condotte dagli americani e dai loro proxy per conto delle monarchie del Golfo. Gli emiri versarono in otto anni di conflitto contro l'Iran circa 50 miliardi di dollari a Saddam, che, strangolato dai debiti, finì per invadere nel '90 il Kuwait. Ma soprattutto i sauditi hanno pagato i conti per la liberazione dell'Emirato degli Al Sabah costata 60 miliardi di dollari: Riad versò 16 miliardi agli Usa, il Kuwait la stessa cifra e la Germania 6,4, persino più del Giappone. La questione è che vengono al pettine i nodi strategici di 70 anni fino all'attuale destabilizzazione innescata dagli americani e dai loro alleati. Prima ancora della fine della seconda guerra, appena dopo il patto di Yalta con Stalin e Churchill, il 14 febbraio 1945, Roosevelt e il sovrano Ibn Saud, stringono un accordo fondamentale per il Medio Oriente: petrolio in cambio della protezione americana del regno.
La politica mediorientale americana comincia così, a bordo dell'incrociatore Quincy ormeggiato nel canale di Suez. Israele non è ancora nato e Roosevelt si impegna con il sovrano saudita a non favorire l'emigrazione ebraica in Palestina. L'altro pilastro americano nella regione, oltre alla Turchia che entrerà nella Nato nel '53, era l'Iran dello Shah: è qui che avviene il primo episodio della guerra fredda quando gli americani esigono il ritiro dei sovietici dall'Azerbaijan iraniano dove era nata una repubblica comunista. La strategia Usa di contenimento dell'Unione sovietica sul fronte Sud poggiava su Turchia, Iran e Arabia Saudita, con la prima a sorvegliare gli stretti sul Mar Nero, la seconda a presidiare le frontiere a Sud dell'Urss e la terza a garantire i rifornimenti petroliferi in dollari.
Quello tra Stati uniti e Arabia saudita è stato, finora, uno dei più redditizi rapporti di alleanza degli americani che sfruttarono le risorse saudite per armare contro l'Urss mujaheddin e jihadisti in Afghanistan. Così solido che quando, con la guerra araba dello Yom Kippur del 1973 a Israele, fu decretato l'embargo petrolifero, con un aumento del 400% dei prezzi del greggio, gli americani continuarono segretamente a rifornirsi dalla saudita Aramco.
Del resto l'Aramco l'avevano fondata loro, così come Washington aveva insediato la Banca centrale saudita con il compito di comprare i Bond Usa prima ancora dell'apertura dell'asta pubblica. Cosa che avviene ancora adesso. Dopo abbiamo scoperto che quella guerra servì agli Usa di Nixon e Kissinger a provocare un aumento vertiginoso del petrolio per rafforzare il dollaro che tendeva a svalutarsi in seguito allo sganciamento dall'oro deciso nell'agosto 1971 con il ripudio degli accordi di Bretton Woods. Era questo, allora, l'audace colpo dei soliti noti che governano le fortune del mondo. Se questa volta ci sarà o meno una guerra all'Iran dipenderà anche dai conti in tasca che si faranno i protagonisti. Ecco perché dai piani alti scende puzza di bruciato.
L'Osservatore Romano, 22 settembre 2019
Il giovane era stato catturato dalla Guardia costiera di Tripoli. Tra le tante storie drammatiche che accompagnano la questione delle migrazioni spicca oggi quella di un migrante sudanese che è stato freddato a colpi d'arma da fuoco dalle guardie del centro di detenzione in Libia da dove stava cercando di scappare: lo stavano rinchiudendo nel centro dopo che l'imbarcazione sulla quale aveva tentato la traversata verso l'Europa era stata intercettata e dirottata dalla Guardia costiera libica.
È indignata la reazione dell'Ue e dell'Organizzazione internazionale per i migranti (Oim). L'Unione europea ha espresso "ferma condanna" per quanto accaduto, sottolineando che è "inaccettabile che vengano sparati colpi di arma di fuoco contro civili disarmati". Giovedì, secondo la ricostruzione dell'Oim, nel punto di sbarco erano appena arrivati 103 migranti, tra i quasi 300 che la Guardia costiera libica aveva riportato a terra in cinque giorni.
I migranti hanno opposto resistenza al trasferimento nei Centri di detenzione. Un gruppo di uomini armati ha aperto il fuoco dopo un tentativo di fuga, colpendo il cittadino sudanese. Raggiunto allo stomaco, non ce l'ha fatta a sopravvivere nonostante l'intervento dei medici dell'Organizzazione per le migrazioni (Oim).
"L'uso di armi da fuoco contro civili inermi è inaccettabile in ogni circostanza", ha detto il portavoce dell'Oim, Leonard Doyle. Per l'agenzia Onu, la morte del migrante sudanese è un "severo promemoria delle gravi condizioni in cui si trovano i migranti raccolti dalla Guardia costiera libica dopo aver pagato trafficanti per essere portati in Europa, solo per poi ritrovarsi nei centri di detenzione". Commissione Ue e Onu chiedono alle autorità libiche di condurre una "inchiesta approfondita" e di "fare in modo che simili incidenti non si verifichino più".
La portavoce Ue ha sottolineato che in Libia "la situazione non è cambiata recentemente" e l'Ue continua a lavorare per "la chiusura dei centri e per mettere in piedi strutture che siano in linea con gli standard internazionali". Secondo le stime delle organizzazioni internazionali sarebbero ancora migliaia le persone migranti detenute nei centri libici.
L'Espresso, 22 settembre 2019
Il conflitto nella penisola araba ha le sue radici nel 2011 ed è ancora oggi in corso. E tocca interessi economici e geostrategici con molti protagonisti: a cominciare da Riad e Teheran. La guerra yemenita ha radici nella primavera araba del 2011, quando i manifestanti scesero in piazza, rivendicando democrazia e riforme contro il presidente Ali Abdullah Saleh e chiedendo le dimissioni del suo trentennale governo. Saleh concesse parziali riforme economiche ma rifiutò di dimettersi, trasferendo i poteri al vicepresidente Abd Rabbu Mansour Hadi e aprendo la strada alle elezioni del febbraio 2012.
I tentativi di riforme costituzionali proposti da Hadi furono ostacolati dai ribelli Houti, appartenenti a un ramo dell'Islam sciita noto come Zaydista e sostenuti militarmente dall'Iran. Le speranze di quella che era sembrata una storia di successo della primavera araba sono svanite velocemente. L'inefficacia del governo di Hadi, l'economia in ginocchio e la corruzione endemica hanno portato gli Houti a guadagnare sempre più potere, fino a occupare la capitale, costringendo Hadi a fuggire in Arabia Saudita.
L'occupazione della capitale da parte degli Houti, sciiti, ha scatenato nel Golfo il timore per l'espansione dell'influenza iraniana sui loro confini. L'Arabia Saudita nel marzo 2015 ha risposto lanciando un intervento militare (riunendo una coalizione di nove paesi) sotto la guida dell'allora ministro della difesa, poi nominato principe ereditario Mohamed Bin Salman, per estromettere gli Houti e ripristinare il governo dell'ex presidente Hadi. La coalizione ha scatenato un'intensa campagna aerea, insieme a un paralizzante blocco marittimo e aereo che ha portato lo Yemen sull'orlo della carestia.
Gli Emirati Arabi Uniti hanno guidato l'offensiva di terra con una forza messa insieme da mercenari, combattenti sudanesi janjaweed e milizie yemenite e gli Stati Uniti hanno fornito supporto logistico, e rifornimento in volo, accelerando le consegne di armi sia in Arabia Saudita che negli Emirati Arabi Uniti. L'intervento, nelle intenzioni della coalizione, avrebbe dovuto concludersi in qualche mese, ma è in stallo ormai da anni.
Gli Houti detengono gran parte delle province occidentali del paese, tra cui Sana'a, e gli altopiani vicino al confine saudita, nonché una parte della costa del Mar Rosso dello Yemen. A dicembre gli Houti e il governo yemenita hanno firmato un accordo di pace sostenuto dalle Nazioni Unite a Stoccolma che avrebbe dovuto essere la svolta che avrebbe avuto inizio con un ritiro congiunto delle truppe da Hodeidah, il porto più strategico dello Yemen e la linea di vita dell'approvvigionamento.
La coalizione saudita imputa agli Houti l'utilizzo di Hodeidah per controllare i flussi di aiuti e il contrabbando di armi. E entrambi si accusano di violare gli accordi di cessate il fuoco. A giugno, gli Emirati Arabi Uniti hanno annunciato un abbattimento delle forze militari degli Emirati intorno a Hodeidah come parte di una "misura di rafforzamento della fiducia" unilaterale per dare il via al processo di pace in stallo. Ad agosto i separatisti del Sud, Southern Transitional Council (STC) altro attore del conflitto, sostenuti e addestrati dagli Emirati, hanno occupato alcune basi militari ad Aden. La guerra ha rianimato vecchie tensioni tra il nord e il sud dello Yemen, paesi precedentemente separati che si sono uniti in un unico stato nel 1990.
L'obiettivo dei separatisti è infatti quello di fare di Aden la capitale di uno Stato indipendente dallo Yemen. Fino a pochi mesi fa, il Consiglio era alleato dei miliziani fedeli al presidente Abd Rabbo Mansur Hadi, contro il nemico comune: i ribelli sciiti Huti.
Con l'occupazione delle basi e il conseguente bombardamento da parte della coalizione guidata dall'Arabia Saudita, si è creata una profonda crepa nell'alleanza sunnita, che sottolinea gli interessi contrapposti di Arabia Saudita e Emirati nell'area e rende più difficile per la coalizione indebolire la presa degli Houti che detengono Sana'a e la maggior parte dei popolosi centri urbani. La settimana scorsa un gruppo di droni ha colpito due stabilimenti della Aramco, l'azienda statale saudita di idrocarburi, uno a Abqaiq, l'altro a Dhahran. Si tratta di due impianti altamente strategici, asset fondamentale degli introiti sauditi.
L'attacco è stato rivendicato dal portavoce militare degli Houti. Secondo un'indagine della Cnn gli ordigni sarebbero partiti da una base iraniana per poi volare sopra il Kuwait. Subito dopo l'attacco il segretario di stato americano Pompeo aveva accusato l'Iran minacciando dure conseguenze. Il costo del petrolio ha subito un'impennata, e le tensioni di questi giorni si aggiungono a quelle vissute nel golfo a giugno, dopo gli attacchi alle petroliere. Azioni di cui sia i sauditi che il governo statunitense avevano accusato l'Iran. La guerra yemenita potrebbe, dunque, subire una nuova escalation militare, a danno della già esausta popolazione civile, diventando ancor di più terreno di scontro al centro dell'accordo sul nucleare Usa-Iran e delle agende iraniane e saudite sul golfo.
La Repubblica, 21 settembre 2019
L'ad Rai Salini: "Fare chiarezza sulla vicenda". Il conduttore di "Porta a Porta" aveva detto "se avesse voluto, l'avrebbe uccisa". Il numero uno di viale Mazzini: "Condivido la forte contrarietà suscitata dai toni dell'intervista".
"Le luci, la concitazione, il pubblico, i tempi velocissimi mi hanno frastornato in modo tale da impedirmi di capire ciò che era appena successo, ma ora a mente più fredda dichiaro di sentirmi profondamente offesa dal tono e dai modi usati da Bruno Vespa nel corso della trasmissione Porta a porta. Mi sento offesa anche a nome di tutte le donne che non sono state "fortunate" come me", ha dichiarato Lucia Panigalli, la donna vittima di violenza che è stata intervistata a Porta a porta nella puntata di martedì 17 settembre.
Un'intervista che ha subito sollevato molte critiche per le parole del giornalista: "È fortunata, perché è sopravvissuta, tante donne vengono uccise". E ancora: "Se avesse voluto ucciderla l'avrebbe uccisa". Affermazioni che oggi hanno visto la dura presa di posizione anche dell'ad Rai Fabrizio Salini, che ha sottolineato come l'azienda "considera la difesa e la tutela dei diritti delle donne un principio imprescindibile e indiscutibile della Rai, su cui non sono mai tollerabili equivoci".
Lucia Panigalli ha poi chiarito che desidera dissociarsi "da quanto apprendo che avrebbe dichiarato uno dei miei legali, fermo restando che ringrazio l'Azienda Rai per l'attenzione che da sempre riserva al mio caso", ha detto la donna, vittima di un primo tentato omicidio per cui l'ex compagno venne condannato e poi di un secondo episodio, per cui l'uomo è stato invece assolto: un altro tentato omicidio, ordinato dal carcere di Ferrara in cui era detenuto.
Dopo l'intervista rilasciata a "Porta a Porta", ha spiegato, "nell'immediato non sono riuscita a capire cosa mi aveva tanto infastidita. E solo in seguito ho realizzato che non mi sono state poste le domande che mi aspettavo dopo i lunghi colloqui con la redazione. Viceversa - ha precisato la donna - mi è stato chiesto di rivivere le fasi più truci dell'aggressione subita, senza quasi darmi modo di spiegare il motivo vero per cui mi trovavo in quello studio e senza che si cogliesse l'estrema drammaticità di quanto patito".
L'intervista aveva scatenato già ieri la prima ondata di polemiche. "Condivido la forte contrarietà suscitata dai toni dell'intervista realizzata da Bruno Vespa alla signora Lucia Panigalli - ha detto oggi l'ad Rai Fabrizio Salini, spiegando che l'azienda "considera la difesa e la tutela dei diritti delle donne un principio imprescindibile e indiscutibile della Rai, su cui non sono mai tollerabili equivoci. Assicuro che saranno svolti tutti gli approfondimenti necessari per fare chiarezza sulla vicenda".
"Prendo atto - ha detto ancora Salini - che lo stesso Vespa si è scusato per gli equivoci. Ribadisco che la Rai e tutte le sue strutture - a cominciare da Porta a Porta - devono aderire alla linea editoriale dell'azienda che condanna fermamente la violenza - di qualsiasi natura, in ogni forma e modo".
Sempre oggi è arrivata la condanna delle Cpo (le Commissioni pari opportunità): quella della Federazione nazionale della stampa, che insieme all'Usigrai si è chiesta "come sia possibile, alla luce del ruolo che la Rai svolge al servizio delle cittadine e dei cittadini, che possa venire tollerata una tale, distorta, tossica rappresentazione della violenza contro le donne". A loro avviso l'intervista è stata "in palese violazione non soltanto delle norme deontologiche e del Manifesto di Venezia, ma del contratto di servizio".
La vicenda è finita sul tavolo dell'Ordine dei giornalisti e la Cpo dell'Ordine ha spiegato che "Bruno Vespa, in seguito a un regolare esposto al Consiglio di disciplina inoltrato al consiglio territoriale del Lazio dall'Ordine nazionale in seguito alla segnalazione di una privata cittadina, sarà sottoposto al rituale procedimento disciplinare concluso il quale seguirà il pronunciamento". Una denuncia all'Ordine e anche alla Rai arriva dalla Cpo dell'Associazione stampa romana, secondo la quale il conduttore ha violato il Testo Unico dei Giornalisti e il Codice Etico Rai.
Ma anche la politica critica quanto accaduto. "Su temi così delicati e sulla sofferenza delle persone, tutti coloro che svolgono il difficile compito di informare devono avere la massima attenzione e delicatezza", ha detto la vicepresidente M5s della Camera, Maria Edera Spadoni, che ha annunciato "una personale segnalazione all'Agcom".
Vespa ha replicato alla bordata di polemiche. "Mi sono dimesso il 23 gennaio 2016 dalla Federazione nazionale della stampa per il carattere violento, pretestuoso e settario delle sue polemiche nei miei confronti. Il mio giudizio si rafforza alla luce dell'incredibile dichiarazione di oggi. Credo sia la prima volta in assoluto che un giornalista viene criminalizzato a causa di una trasmissione per la quale viene al tempo stesso ringraziato dall'avvocato della sua presunta vittima".
E poi alla vittima ha detto: "Alla fine della trasmissione e prima della dichiarazione del suo avvocato, la signora Panigalli mi ha ringraziato con molta cordialità. Successivamente alla nostra collega che la ringraziava al telefono per la partecipazione, ha risposto testualmente: 'Sono io che ringrazio voi'. Se a 24 ore di distanza ha ritenuto di smentire se stessa e il proprio avvocato dicendo di essere frastornata e di non aver capito quanto era accaduto in studio, è facile immaginare una strumentalizzazione ai suoi danni".
- Fir e Dap ancora insieme per il "Rugby oltre le sbarre"
- Nell'aula del processo Cucchi lo Stato prova a riscattarsi
- Caso Cucchi, il pm: "Fu un pestaggio violentissimo. Poi depistaggi scientifici"
- L'Università L'Orientale nelle carceri per riconoscere il radicalismo islamico in Italia
- Ingiusta detenzione, lettera al premier Conte









