Il Sole 24 Ore, 5 agosto 2019
Armi - Detenzione - Custodia - Diligenza - Adozione di cautele secondo l'id quod plerumque accidit. In materia di custodia di armi, la fattispecie incriminatrice di cui all'art. 20, l. n. 110/75, posta a tutela della sicurezza pubblica, è prevista non solo per ostacolare i possibili furti nel luogo ove l'arma viene custodita, ma anche per evitare il pericolo che persone che frequentano o che si trovino nel luogo di custodia entrino con facilità in possesso dell'arma al di fuori del controllo del legittimo detentore. Il dovere di diligenza nella custodia consiste nell'adozione di cautele e di misure, nelle specifiche situazioni di fatto, usando l'ordinaria prudenza, secondo il criterio dell'id quod plerumque accidit.
• Corte di cassazione, sezione I penale, sentenza 8 luglio 2019 n. 29849.
Armi - Omessa custodia - Reato di cui all'art. 20 bis della legge n. 110 del 1975 - Omissione di cautele per impedire l'impossessamento di armi da parte di soggetti minori, incapaci, inesperti o tossicodipendenti - Rappresentazione da parte dell'agente della situazione di pericolo - Necessità - Fattispecie. Ai fini dell'integrazione del reato di omessa custodia di armi, previsto dall'art. 20-bis, comma 2, della legge 18 aprile 1975, n. 110, è necessario che l'agente possa rappresentarsi, in relazione a circostanze specifiche, l'esistenza di una concreta situazione di fatto tale da richiedere l'adozione di cautele volte a impedire che uno dei soggetti contemplati dalla predetta disposizione - minori incapaci, persone inesperte o tossicodipendenti - riescano a impossessarsi delle armi. (In applicazione del principio, la S.C. ha escluso la configurabilità del reato in parola con riferimento alla detenzione di una pistola all'interno di un cestino riposto - ad un'altezza di oltre due metri - sull'ultimo piano di una cabina-armadio situata nella camera da letto dell'imputato e della convivente, rilevando l'impossibilità, per la figlia di cinque anni di quest'ultima, di raggiungere l'arma).
• Corte di cassazione, sezione I penale, sentenza 8 maggio 2018 n. 20192.
Armi - Omessa custodia - Omissione di cautele idonee ad evitare l'impossessamento di armi da parte di minori, soggetti incapaci, inesperti o tossicodipendenti - Natura - Reati di pericolo - Fattispecie. Il reato di omessa custodia di armi (art. 20-bis, L. n. 110 del 1975) è di mera condotta e di pericolo e si perfeziona per il solo fatto che l'agente non abbia adottato le cautele necessarie, sulla base di circostanze da lui conosciute o conoscibili con l'ordinaria diligenza, indipendentemente dal fatto che una delle persone indicate dalla norma incriminatrice - minori, soggetti incapaci, inesperti o tossicodipendenti - sia giunta a impossessarsi dell'arma o delle munizioni. (Fattispecie in cui la Corte ha precisato che la conservazione delle armi all'interno di un mobile o di uno scrittoio, chiuso anche a chiave, ma con chiave reperibile, non integra una cautela sufficiente ad impedire l'accesso all'arma medesima).
• Corte di cassazione, sezione I penale, sentenza 30 aprile 2013 n. 18931.
Armi - Omessa custodia - Omissione di cautele adeguate a evitare l'impossessamento di armi da
parte di minori, soggetti incapaci, inesperti o tossicodipendenti - Natura - Reato di pericolo concreto. Il reato di omessa custodia di armi, di cui all'art. 20-bis, L. n. 110 del 1975, è un reato di mera condotta e di pericolo che si perfeziona per il solo fatto che l'agente non abbia adottato le cautele necessarie, sulla base di circostanze da lui conosciute o conoscibili con l'ordinaria diligenza, indipendentemente dal fatto che una delle persone indicate dalla norma incriminatrice - minori, soggetti incapaci, inesperti o tossicodipendenti - sia giunta a impossessarsi dell'arma o delle munizioni, in quanto è necessario che, sulla base di circostanze specifiche, l'agente possa e debba rappresentarsi l'esistenza di una situazione tale da richiedere l'adozione di cautele specifiche e necessarie per impedire l'impossessamento delle armi da parte di uno dei soggetti indicati.
• Corte di cassazione, sezione V penale, sentenza 7 dicembre 2007 n. 45964.
di Giuseppe Amato
Il Sole 24 Ore, 5 agosto 2019
La posta elettronica e più in generale i dati conservati nella memoria di un computer sono qualificabili come documenti ai sensi dell'articolo 234 del Cppe, pertanto, possono essere acquisibili con le forme del sequestro probatorio, dovendosi escludere, invece, che tale attività acquisitiva soggiaccia alle regole stabilite per la corrispondenza ovvero, a maggior ragione, alla disciplina delle intercettazioni telefoniche. Lo ha detto la Cassazione con la sentenza 27 giugno 2019 n. 28269.
Infatti, ha osservato la Cassazione, con specifico riguardo alla attività di intercettazione, va considerato che questa postula, per sua natura, la captazione di un flusso di comunicazioni nel momento stesso in cui si realizzano, cosicché il provvedimento di autorizzazione del giudice risulta necessario in quanto finalizzato, in via preventiva e in relazione al quadro accusatorio, alla verifica dell'esistenza di gravi indizi di reato, in una prospettiva di indispensabilità per la prosecuzione delle indagini preliminari.
Invece, nell'acquisizione dei dati dalla memoria del computer il provvedimento di sequestro probatorio interviene per acquisire ex post i dati risultanti da precedenti e già avvenute comunicazioni telematiche, così come conservati nella memoria fisica del computer e come tali cristallizzati e documentati da quei flussi: l'apprensione ha pertanto riguardo al risultato, definito e non più modificabile, delle precedenti comunicazioni informatiche, come tali documentate e fisicamente acquisite, in ragione della finalità probatoria che le stesse conservano rispetto ad attività già completamente esaurite nel momento della apprensione mediante sequestro.
Proprio da queste premesse, la Corte, accogliendo il ricorso del pubblico ministero, ha annullato il provvedimento con cui il Tribunale del riesame aveva a sua volta annullato il decreto di sequestro probatorio emesso dal pubblico ministero, nell'ambito di procedimento nel quale si procedeva per il reato di cui all'articolo 353 del Cp,"limitatamente alle e-mail estratte dal server" di una società, sulla base dell'assunto - ritenuto erroneo dal giudice di legittimità - che la relativa apprensione, implicando la captazione di un dinamico flusso informatico di comunicazioni, avrebbe potuto essere eseguita solo nelle forme dell'intercettazione.
di Fulvio Scaglione
linkiesta.it, 5 agosto 2019
Gli Usa di oggi sono quelli dove avviene un mass shooting ogni 64 giorni, dove neri e ispanici sono ancora discriminati, dove si trova il 25% dei detenuti mondiali. E la politica estera (anche verso l'Europa) è ancora peggio. Ma tutti hanno smesso di alzare la testa.
Domanda: c'è una versione degli Usa che a un europeo dabbene, un europeo con tutti i sentimenti, possa far più schifo di quella attuale? E perché non c'è nessuno che si agiti almeno un po', manifesti davanti all'ambasciata, organizzi una raccolta firme? Dopo tutto l'abbiamo fatto, in tempi e condizioni assai diversi. Negli anni Ottanta durante la crisi degli euromissili, perché non volevamo i Pershing e i Cruise sul nostro continente. E di là c'era l'Unione Sovietica, mica bruscolini. E poi di nuovo all'inizio degli anni Novanta, quando George W. Bush voleva invadere l'Iraq e ci rifilava le balle sulle armi di distruzione di massa. E di là c'era Saddam Hussein, roba da far sembrare Brezhnev un vero signore.
Non si ottenne nulla, arrivarono i Pershing, i Cruise e pure l'invasione dell'Iraq. Però si vide che gli europei almeno esistevano, pensavano, si scaldavano. E adesso? Il nulla, il vuoto. O forse vogliamo raccontarci che gli Usa di Jimmy Carter, Ronald Reagan e George Bush erano peggio di quelli attuali? Diamo un'occhiata. Quatto sparatorie nel mucchio in una settimana: a Gilroy in California, 3 morti; a Southaven in Mississippi, 2 morti; a El Paso in Texas, 20 morti; e a Dayton in Ohio, 9 morti. Quella di Dayton è la ventiduesima sparatoria del 2019, già cento persone sono morte così. Donald Trump? Sì, ma anche no. È da un po' che le cose peggiorano. Tra il 1982 e il 2011 negli Usa c'era un mass shooting in media ogni 200 giorni. Dal 2011 ce n'è uno ogni 64 giorni.
Gli Usa di oggi sono il Paese in cui il 71% dei neri sostiene che le relazioni con i bianchi sono "negative" e l'86% che le discriminazioni a sfondo razziale aumentano quanto più tu, nero, sei istruito o in possesso di titoli di studio. Il Paese in cui metà degli ispanici denuncia di aver subito con regolarità questo o quell'atto discriminatorio e in cui, secondo un sondaggio generale, l'82% dei musulmani e persino il 64% degli ebrei sono danneggiati, nella vita sociale, dalla loro pratica religiosa. Il Paese che ha il 5% della popolazione mondiale ma il 25% di tutti i detenuti e dove, a parità di reato, i membri delle minoranze etniche si beccano almeno cinque mesi di galera in più. E anche qui, Trump c'entra e non c'entra perché la tendenza, secondo lo studio dell'indiano Imran Rasul, è cominciata nel 2001, dopo le Torri Gemelle.
Ecco, questo è il Paese che, nel frattempo, progetta di allungare e alzare il muro anti-migranti col Messico, quello che provoca tanti begli articoli di giornale ma nemmeno una protesta per strada. Lo stesso Paese, all'estero, offre un grosso aiuto all'Arabia Saudita che bombarda i bambini nelle scuole dello Yemen (e quando serve uccide e fa a pezzi i giornalisti, mica li manda a stendere in una conferenza stampa) e con l'ormai inutile embargo alla Siria favorisce la morte per malattia o mancanza di cure adeguate di migliaia di civili innocenti. Verso l'Iran (che, ricordiamolo, secondo la Ue rispettava in pieno il Trattato sul nucleare del 2015) ha avviato un embargo che sta facendo soffrire solo la gente comune, non certo la guida suprema Alì Khamenei. In Israele ha sputato in un occhio all'intera comunità internazionale, ha trasferito l'ambasciata e caldamente appoggiato gli israeliani quando fucilavano i manifestanti al confine con Gaza, in quello che l'Onu ha definito un crimine di guerra. Quando ha liberato dall'Isis le città di Mosul (Iraq) e Raqqa (Siria) ha fatto secchi migliaia di civili. Ma tutto va ben, madama la marchesa.
E che dire agli europeisti dell'Europa? Gli Usa di oggi applaudono freneticamente la Brexit, minacciano di rifilarci altre sanzioni (oltre a quelle già in vigore sulle importazioni di alluminio e acciaio), ci intimano di versare altri soldi per finanziare la Nato che è cosa loro e lavora per i loro interessi globali, tengono in casa nostra una settantina di bombe atomiche sotto il loro esclusivo controllo, ci rifilano gli F35 che funzionano come le bombe atomiche di cui sopra. Pretendono inoltre di decidere da chi dobbiamo comprare gas e petrolio e persino chi dobbiamo frequentare. La Russia no, la Cina no, l'Iran no, il Venezuela no, e anche sui miei vicini di casa hanno qualche dubbio.
Nessuna nostalgia del passato ma una volta sarebbe bastato molto meno per incazzarsi almeno un po'. E adesso? I sovranisti hanno deciso che gli americani bisogna aiutarli a casa loro e a casa nostra, e dire sempre sì, anche ai progetti più bislacchi, ed essere pure felici (vero Salvini?). Come gli stalinisti del buon tempo che fu quando si parlava dell'Urss. I buoni, i progressisti e gli europeisti, invece, continuano a succhiarsi il pollice e vanno in cerca del papà. Abbiamo appena sentito dire (vero Zingaretti?) che senza gli Usa e la Nato il multilateralismo sarebbe andato a banane. Il multilateralismo, pare, in cui o siamo d'accordo con gli Usa o siamo d'accordo con gli Usa. Altri versano lacrime commosse sulla fine di John McCain, uno che avrebbe bombardato anche sua nonna. Altri si fanno le pippe con gli hacker e le fake news, sempre in attesa dell'inevitabile invasione russa come i loro nonni negli anni Cinquanta, fantasma sempre buono per giustificare la posizione a novanta gradi.
Ma se vi commuovono tanto i bambini che fanno l'altalena da un lato e dall'altro del muro con il Messico, perché non fate anche qualcosa? Che so, una delegazione di parlamentari che fa la sciopero della fame accanto al muro, per dire. Troppo? Una lettera aperta, allora. Oppure, vista la mancanza di allenamento, poiché è dalle guerre dei Balcani di Bill Clinton che non apriamo più la bocca, anche solo un telegramma. Aperto, però.
di Guido Olimpio
Corriere della Sera, 5 agosto 2019
Patrick Crusius era in missione. Voleva "uccidere il maggior numero di messicani possibili". Ed ha dato l'assalto al Walmart di El Paso. Prima di lui il killer di Girloy. Anche lui in missione, animato dal razzismo, ha studiato per colpire la folla. Poi i clienti nel bar di Dayton, freddati a fucilate da Connor Betts, 24 anni. Un'altra storia, forse.
Questo ragazzo dell'Ohio aveva giubbotto anti-proiettile, un'arma con caricatore ad alta capacità, ben 100 proiettili. Tutto acquistato online in Texas. Ha tirato sulle persone per un minuto, un giro di lancette che ha separato la vita dalla morte. Modus operandi simile agli altri, Betts ha assassinato anche la sorella e il suo fidanzato con i quali era arrivato davanti al locale sulla stessa. Ignoto per ora il movente, nel suo passato una sospensione - quando era al liceo - perché aveva scritto su una parete una lista di bersagli. Un particolare che se confermato solleva interrogativi sulla mancanza di successivi controlli. Non era una prova, ma un indizio di possibili azioni a rischio.
Siamo davanti ad una sequenza spaventosa di mass shooters, killer di massa. Ventenni americani diventati terroristi "personali", mossi da rabbia e motivazioni proprie. Altri innescati dal suprematismo. Una sfida in ascesa, ripetuta, con episodi collegabili a quanto è avvenuto all'estero. Crusius ha scritto nel suo manifesto di essersi ispirato all'autore della strage delle moschee in Nuova Zelanda, Brenton Tarrant, e quest'ultimo aveva ammirato l'estremista norvegese Andres Breivik, il mostro di Utoya. In questa offensiva - globale - non mancano esempi da copiare. È una violenza "a seguire", senza necessario che vi siano ordini da ricevere o da impartire.
Il direttore dell'Fbi Christopher Wray ha messo in guardia sul pericolo: negli ultimi mesi abbiamo arrestato 90 terroristi suprematisti e 100 legati a quello internazionale. Gli specialisti sottolineano come nel 2018 gli attentati compiuti da estrema destra negli Usa siano stati 17, quattro in più dell'anno precedente. E aggiungono come siano i più letali. Il "bianco" mira a fare tante vittime, ha accesso facile alle armi, sa come aggirare controlli deboli. E una tendenza già vista per gli sparatori senza ideologia. Adam Lanza, prima di falciare i bimbi nelle aule di Newtown, ha fatto ricerche - da studioso - su chi lo ha preceduto. Stessa cosa Stephen Paddock, il cecchino di Las Vegas. È l'ossessione del record, per essere ricordati. Tacche su un cinturone, macabri trofei per distinguersi in una galleria affollata di massacratori.
Lo xenofobo ha colorato di politica questa mania distruttrice. È convinto di essere l'ultimo paladino, paventa l'invasione dei migranti, rilancia frasi fatte. Imitando i qaedisti presenta la propria lotta in chiave difensiva. Crusius lo ha ribadito sostenendo che non è possibile restare passivi. È incoraggiato dal "clima" e - accusano i critici - da un presidente che si fa pregare per prendere le distanze, condanna in ritardo (lo ha fatto ieri in modo pubblico), sembra fiancheggiare certe spinte. Polemiche inevitabili, scontri che alla fine fanno il gioco di quanti cercano di provocare fratture nella società e di allargare quelle esistenti.
Il neonazista ha i punti di incontro su Internet, i forum come 8chan, un vero pozzo di veleni. Luoghi dove trova altri come lui. Non è diverso dal militante del Califfato che vive Bruxelles e poi organizza un attentato. In entrambi i casi è un errore definirli lupi solitari in quanto aderiscono ad una comunità. Sono rinchiusi in loro stessi, però sono parte di un network ideologico. Hanno tanto da condividere, elaborano documenti "strategici". Sono molti locali, agiscono in un raggio limitato, l'ambiente circostante è la trincea.
Le posizioni misogine, le parole d'ordine anti-semite, l'odio per lo straniero si mescolano alle tesi cospirative. Alcune davvero elaborate, altre banali però con una diffusione capillare. Ed è interessante che all'interno dell'FBI c'è chi voglia classificarle forme di eversione. La paura dei jihadisti - mai domi - ha sottratto risorse, attenzione, contromisure. Solo adesso, con l'eccidio in Texas, la Giustizia statunitense non ha escluso di considerare terrorismo interno gli attentati degli xenofobi.
La Repubblica, 5 agosto 2019
Un documentario racconta il progetto "Pugni chiusi", ovvero il gruppo di pugilato creato dal volontario ed ex-pugile Mirko Chiari all'interno del carcere di Bollate, a Milano. La pellicola, diretta da Alessandro Best e patrocinata dal ministero della Giustizia e dalla Federazione pugilistica italiana, analizza lo sport come leva emotiva del detenuto per riemergere e costruirsi un futuro.
"Lottiamo affinché cadano - spiega Mirko Chiari - certi pregiudizi appiccicati come un'etichetta a chi ha avuto un passato da detenuto. L'etichetta sociale è lo scoglio più difficile da superare". Disponibile sulla piattaforma Infinity e co-prodotto da Bestvideos, "Pugni chiusi" porta lo spettatore all'interno del carcere da una prospettiva inedita: la preparazione fisica e mentale dei detenuti che, supportati da psicologi e criminologi, compiono il loro percorso per il ritorno in libertà.
larampa.it, 5 agosto 2019
Nella giornata di martedì 6 agosto alle ore 9:30, presso l'istituto penale per minorenni di Airola (BN), promosso dal Garante dei detenuti Campano Samuele Ciambriello, si terrà il concerto "Anima di strega" della cantautrice Vincenza Purgato insieme al chitarrista Edo Puccini che l'accompagna in questa sua volontà di cantare per i detenuti.
Saranno protagonisti canori della giornata anche un gruppo di giovani ristretti presso l'Ipm di Airola, "ragazzi sospesi" con tanta voglia di fare, un momento che permetterà l'incontro dell'energia femminile con l'energia maschile.
"Dopo il concerto del 10 Maggio presso la Casa Circondariale femminile di Pozzuoli è ora la volta dell'IPM di Airola. L' incontro con i ragazzi per le prove è stato emozionante, ho conosciuto tutti i ragazzi, c'è stata una lunga conversazione, abbiamo parlato delle loro passioni, dei loro sogni, devo dire che sono stati molto incuriositi. Alla domanda chi è Anima di Strega? ...allora il discorso si è aperto ad una visione più introspettiva, ho spiegato che Anima di Strega è la donna intuitiva, la donna risvegliata, è l'energia femminile che è dentro in ognuno di noi, l'energia accogliente, il grembo che libera le emozioni, l'energia che dona amore ma per troppo tempo è stata repressa, martoriata, ma se equilibrata all'energia maschile porta alla guarigione, all'accettazione del proprio sé.
Solo con le due energie in equilibrio possiamo vivere in tutta pienezza l'amore, esprimere i sentimenti, far emergere la parte di noi più fragile senza averne vergogna e sopperire così quella mancanza di affetto che nelle carceri è la prima causa di suicidi. L'ascolto dei brani è stato un momento emozionante, si è calato un silenzio, poi ognuno ha raccontato le proprie emozioni, hanno apprezzato molto i testi. Lunedì mattina con Edo Puccini incontreremo i ragazzi di Airola per le prove generali. Sono particolarmente emozionata sapere della presenza di Lucia di Mauro vedova della vittima, donna di grande coraggio con il suo perdono. A lei dedico il mio brano "Il miracolo dell'amore"
A seguire la testimonianza della Sig. Di Mauro Lucia, familiare di vittima innocente della criminalità organizzata, moglie della guardia giurata, Gaetano Montanino, ucciso a Pizza Mercato a Napoli per opera di giovani adulti.
"In questo periodo di meritato riposo credo sia utile non far sentire soli i giovani adulti ristretti, ecco il senso questa mattinata di festa e riflessioni, in cui parteciperanno, i giovani ristretti, i loro familiari, amministrazioni locali e volontari del territorio del Sannio - dice Samuele Ciambriello -. Si crea un ponte tra il dentro e fuori, concretizzandosi la consapevolezza che il carcere e la devianza minorile non può essere rimossa ma che si deve lavorare di prevenzione, vale il motto in questo caso: "meglio prevenire che curare".
di Eleonora Del Castello
Il Centro, 5 agosto 2019
Presentato il libro di Orazio La Rocca premiato dal presidente Mattarella. "È necessario creare delle condizioni per cui, una volta espiata la pena, i carcerati possano essere reinseriti nella società e lo Stato deve occuparsi di questa reintegrazione".
Sono queste le parole che Quintino Liris, assessore alle Aree interne della Regione Abruzzo, ha pronunciato a Rivisondoli durante la presentazione del libro "Parole di vita nuova", scritto dal giornalista Orazio La Rocca, con la prefazione di don Luigi Ciotti.
Dedicato agli elaborati svolti negli istituti penitenziari italiani in occasione del premio nazionale "Sulle ali della libertà", il libro ha anche ottenuto la medaglia di rappresentanza dal presidente della Repubblica, Sergio Mattarella. "In tanti elaborati traspare un percorso di cambiamento. Questo a dimostrazione di quanto la cultura possa aiutare a migliorarsi", ha detto Alessandro Pinna, presidente dell'associazione Isola Solidale.
"È la prima volta che nell'Alto Sangro viene trattata una tematica di questo tipo. Il libro che stiamo presentando è importante perché dimostra come la cultura può abbattere le barriere e dare ai detenuti la possibilità di reinserirsi nella vita sociale", ha spiegato Alessandro Amicone, presidente dell'associazione Roccaraso Futura.
Durante la presentazione, promossa dalle associazioni "Isola solidale" e "Roccaraso Futura", in collaborazione con l'agenzia giornalistica Comunicatio, sono intervenuti anche Gianluca Scarnicci, giornalista dell'agenzia Comunicatio, Angelo Caruso, presidente della Provincia dell'Aquila, Roberto Ciampaglia, sindaco di Rivisondoli, Gianmarco Cifaldi, garante dei detenuti della Regione Abruzzo, Elisabetta Rampelli, presidente dell'Unione forense italiana, Angela Iantosca, scrittrice e direttore della rivista "Acqua e Sapone".
di Livia Fattore
pupia.tv, 5 agosto 2019
Raddoppiano, passando da tre a sei, i detenuti della casa di reclusione "Filippo Saporito" di Aversa che partecipano al progetto "Lavori esterni...in corso" relativo alla manutenzione del Parco Pozzi. La decisione, dopo una variante della precedente convenzione, nel corso di una delle ultime sedute di giunta comunale, presieduta dal nuovo sindaco Alfonso Golia, su proposta dell'assessore alle Politiche sociali, Ciro Tarantino.
Un raddoppio che ha visto consenzienti entrambe le parti in campo, la direzione del carcere aversano e l'amministrazione comunale normanna, poiché si è accertato il riscontro ottenuto dall'iniziativa sotto il profilo del reinserimento sociale dei tre detenuti utilizzati e si è verificata l'efficacia dell'attività manutentiva del parco urbano. L'iniziativa aveva avuto inizio con incontri tra la precedente direttrice del carcere e l'amministrazione de Cristofaro per poi continuare con la sottoscrizione di una convenzione da parte del commissario straordinario Michele Lastella e l'avvio con l'attuale amministrazione guidata dal giovane sindaco Alfonso Golia che ha deciso il raddoppio delle unità lavorative utilizzate.
In precedenza, un progetto simile era stato utilizzato dall'amministrazione Sagliocco per pitturare i locali dell'ex macello. Sempre in tema di parchi, da segnalare la mozione presentata dal consigliere comunale di Noi Aversani Francesco Sagliocco per l'installazione di defibrillatori presso i tre parchi urbani cittadini, il Pozzi, il Grassia e il Balsamo e in tutti gli uffici comunali con accesso consentito al pubblico. Sagliocco, nipote del compianto sindaco Peppe, sottolinea come i nuovi modelli di defibrillatore consentano un utilizzo semplice da parte della popolazione e che, soprattutto, questo strumento consente di evitare il decesso di persone assicurando la sopravvivenza dei pazienti fino ad un 40% - 50%.
redattoresociale.it, 5 agosto 2019
Nei giorni scorsi la visita dell'assessore regionale Barni: "Un passo avanti decisivo verso la realizzazione del teatro stabile nel carcere di Volterra. Al termine del sopralluogo è stato convenuto che lo spazio più idoneo è l'attuale area passeggi".
"Un passo avanti decisivo verso la realizzazione del teatro stabile nel carcere di Volterra. Al termine del sopralluogo è stato convenuto che lo spazio più idoneo è l'attuale area passeggi, a ridosso della torre del Mastio. Adesso, insieme a tutti i soggetti coinvolti, ci metteremo a lavoro per arrivare nel più breve tempo possibile al raggiungimento dell'obiettivo". Così la vicepresidente regionale Monica Barni al termine del sopralluogo che si è tenuto presso il carcere di Volterra.
Il sopralluogo era stato fissato lo scorso 18 luglio, al termine dell'ultimo tavolo convocato dalla Soprintendenza presso i propri uffici, per valutare la possibilità di arrivare al termine del percorso. Al sopralluogo hanno preso parte la vicepresidente regionale Monica Barni, il garante regionale dei detenuti Franco Corleone, l'assessore alla cultura del Comune di Volterra Dario Danti, gli ingegneri della Sovrintendenza Archeologia Belle Arti e Paesaggio per le provincie di Pisa e Livorno, il provveditore alle opere pubbliche di Toscana Marche Umbria Marco Guardabassi, il viceprovveditore del Prap Rosalba Casella, architetti del Dipartimento dell'Amministrazione Penitenziaria, i vigili del fuoco, rappresentanti della fondazione Michelucci e, per la compagnia della Fortezza, Armando Punzo e Cinzia De Felice.
"L'incontro - ha aggiunto Monica Barni - ha finalmente sbloccato la situazione. Tutti i soggetti che hanno partecipato hanno dimostrato volontà di arrivare alla realizzazione del progetto. Al termine del sopralluogo si è convenuto che lo spazio più idoneo è l'attuale area passeggi a ridosso della torre del Mastio.
La riunione che si è tenuta al termine del sopralluogo presso l'ufficio della direttrice del carcere di Volterra, la Dottoressa Maria Grazia Giampiccolo, si è svolta in un clima collaborativo: tutti i soggetti hanno dimostrato di voler lavorare in modo condiviso per arrivare nel più breve tempo possibile al risultato finale.
Il teatro consoliderà le attività teatrali, la cui metodologia, apprezzata a livello internazionale, ha modificato la vita all'interno del carcere, non solo per i detenuti, ma anche per tutti gli operatori". Il primo passo del percorso sarà la richiesta alla sovrintendenza di Pisa, da parte del provveditorato alle opere pubbliche Toscana Umbria Marche, dell'esecuzione di saggi archeologici preventivi nello spazio indicato.
cronachedellacampania.it, 5 agosto 2019
Protestava per la mancanza di assistenza sanitaria. Bisognerà attendere la giornata di domani per poter avere notizie sulle condizioni di salute di Raffaele Amato, 24enne detenuto di Casoria che due giorni fa ha tentato il suicidio nel carcere di Ariano irpino dove è detenuto da quattro anni.
Il giovane si è dato fuoco con una bomboletta del gas e solo grazie all'intervento di un coraggioso agente penitenziario che è entrato nella cella e lo ho aiutato, che è ancora vivo. Ha riportato ustioni sul 60 per cento del corpo. Ed è sempre in gravi condizioni al Cardarelli di Napoli. I familiari hanno raccontato che Raffaele era in isolamento da una decina di giorni e che che per protesta aveva iniziato uno sciopero della fame e delle sete.
Il detenuto lamentava scarsa attenzione sanitaria a un suo problema fisico. Era previsto un piccolo intervento chirurgico per fine luglio che poi è stato annullato per mancanza di personale. Tra l'altro è scomparsa anche la sua cartella clinica.
Il giorno della tragedia aveva incontrato i familiari e durante il colloquio vi era stata una incomprensione con un agente penitenziario che aveva scatenato la sua ira tanto che poi il ragazzo aveva preferito tornarsene in cella.
I familiari avevano avvertito la direzione del carcere che le sue condizioni di salute erano precarie e infatti tornato in cella Raffaele Amato ha tentato il gesto estremo del suicidio. Ora Raffaele verso in gravi condizioni in ospedale e la sua storia non fa altro che alimentare ancora di più le polemiche attorno al sistema carcerario, alla mancanza di personale, al sovraffollamento delle carceri, alla mancanza di assistenza sanitaria e psicologica per i detenuti.










