di Marco Belli
gnewsonline.it, 20 agosto 2019
Una ottantina di detenuti della Casa di reclusione di Spoleto, adeguatamente formati, si occuperanno - in un'area esterna all'istituto - del recupero di cuccioli e cani randagi per prepararli alla vita in famiglia a seguito di adozione. Si chiama "Usciamo dalle gabbie" ed è il progetto realizzato in sinergia tra Comune di Spoleto, Fondazione Cave Canem e istituto penitenziario della città.
L'iniziativa è stata promossa e curata nella fase organizzativa dal Comandante del carcere spoletino Marco Piersigilli e dal responsabile dell'area trattamentale Pietro Carraresi, che ne seguiranno il coordinamento anche nella fase attuativa. Tre classi di detenuti, selezionati da un'apposita commissione, frequenteranno il corso teorico-pratico per operatore di canile della durata di un anno, che sarà tenuto da docenti esperti della Fondazione Cave Canem. Un percorso formativo incentrato, da una parte, sul corretto accudimento e recupero di animali con problemi comportamentali e, dall'altra, su una serie di aspetti giuridici relativi soprattutto alla gestione di soggetti sottoposti a sequestro giudiziale.
Un progetto di lungo periodo, pensato per coinvolgere stabilmente i detenuti in un percorso formativo e lavorativo che permetterà loro di acquisire nuove conoscenze, assistere ed educare cuccioli e cani randagi e infine ottenere la qualifica di operatore di canile. Durante le lezioni pratiche detenuti e docenti lavoreranno inizialmente con cani già inseriti in famiglia e accompagnati dai proprietari; una volta che avranno acquisito competenze, conoscenze e capacità, potranno supportare i professionisti coinvolti nelle attività di assistenza di cani e gatti senza famiglia.
I detenuti saranno impegnati anche nella realizzazione dell'area esterna all'istituto penitenziario destinata ad ospitare alcuni cani e cuccioli del canile-rifugio di Spoleto che necessitano di particolare assistenza. I lavori per la realizzazione dell'area inizieranno a settembre, contemporaneamente alle manutenzioni straordinarie che effettueranno anche presso il canile comunale. "C'è grande entusiasmo intorno a questo progetto", ha dichiarato il Direttore della Casa di reclusione di Spoleto, Giuseppe Mazzini, "perché consente ai detenuti di avvalersi di un'opportunità straordinaria come quella di acquisire una professionalità in carcere spendibile una volta scontata la pena".
di Costanza Castiglioni
ilsitodifirenze.it, 20 agosto 2019
Si parla di Sollicciano da tempi remoti, "il carcere nato sbagliato" "deve essere abbattuto" "vergognoso ed inumano" "pericolante con sovraffollamento fuori misura" ma siamo ancora qua, eh già. Oggi il direttivo della Camera penale di Firenze, ha reso pubblico un elenco di criticità del carcere di Sollicciano, sottolineando che a Ferragosto "erano presenti 757 detenuti oltre ad un bambino di 7 mesi, che rapportati alla capienza regolamentare porta ad una percentuale di sovraffollamento del 170%", ma "tale percentuale, rapportata alla capienza regolamentare del reparto giudiziario maschile raggiunge il valore del 200%".
"Abbiamo parlato con molti detenuti - dicono i penalisti aprendo la lista dei problemi riscontrati - ed è emerso come, purtroppo, vi sia un incremento della somministrazione delle benzodiazepine anche in soggetti che mai ne avevano fatto uso".
Inoltre, "ogni parte della struttura è invasa dall'acqua che filtra anche dal terreno ed emerge con le piogge essendo il carcere costruito sopra una falda. In tutte le sezioni l'acqua fuoriesce dagli sbocchi delle docce ed esonda invadendo celle e corridoi". Un educatore ogni 151 persone, accesso al lavoro che segue turnazioni di circa otto mesi, attività che non esistono e ogni bene personale che esce dalla concessione carceraria, costa in media il triplo del normale acquistabile in un supermercato.
La Camera penale ha anche accertato che per la corrispondenza interna, i detenuti sono obbligati ad affrancare le lettere, ed è stata abolita la possibilità di colloqui da parte di terzi, ovvero persone diverse dai familiari o conviventi.
La cosa sconvolgente, è stata anche la conferma della condizione di alcune celle, con il terzo letto a castello vietato per legge. Sono circa 50 i posti inagibili e le celle sono colme di rifiuti e coperte di guano di piccione. "Chiunque abbia parlato con noi ci ha ripetuto "io ho sbagliato ma non per questo devo patire" - conclude la Camera penale. La condizione delle persone detenute è riassumibile in una parola: abbandono".
di Marco Belli
gnewsonline.it, 20 agosto 2019
Dalla collaborazione fra la Casa di reclusione di Porto Azzurro e l'azienda Dampaì nasce un percorso di produzione artigianale ad alto tasso di sperimentazione sociale: le borse fatte a mano nel laboratorio realizzato all'interno dell'istituto penitenziario. Un progetto creativo che si fa impresa sociale, perché mette al centro le relazioni tra detenuti lavoratori e un brand di moda e design nato all'isola d'Elba nel 2011. Dallo scorso anno Dampaì ha infatti trasferito il suo magazzino all'interno della Casa di reclusione "Pasquale De Santis". Da questa esperienza è maturata l'idea di aprire un vero e proprio laboratorio di produzione artigianale, con due detenuti che sono stati selezionati sia per gestire il magazzino sia per realizzare i nuovi accessori moda.
Il percorso si è sviluppato velocemente, prima attraverso la formazione professionale dei due detenuti e con particolare attenzione agli aspetti gestionali e umani innescati dal processo produttivo che deve confrontarsi con le regole di un carcere. Successivamente, il frutto di questo delicato lavoro è stato la messa in commercio presso i Dampaì Stores dell'isola d'Elba e presso alcuni rivenditori in Italia di tre modelli di borse interamente confezionate all'interno del carcere: la Two e la Three, borse a mano e tracolla in gomma espansa, e la borsa in rete Lilly, trasformabile in zaino.
Inoltre, all'interno del laboratorio del carcere, si sta lavorando a una borsa in pelle completamente realizzata a mano che il cliente potrà comporre a suo piacimento, con l'aiuto di simulazioni computerizzate, personalizzando materiali e finiture. Una volta scelta la propria combinazione, il cliente invierà l'ordine e la borsa sarà realizzata appositamente per lui nel laboratorio interno al carcere. Cinque giorni per realizzare la borsa, sette giorni per recapitarla all'acquirente.
Questa filiera di produzione permetterà in qualche modo di realizzare uno scambio tra cliente e detenuto, con l'obiettivo di ridurre l'isolamento del detenuto attraverso l'abbattimento di barriere, anche psicologiche, tra il dentro e il fuori.
Zhang è uno dei due detenuti lavoranti nel laboratorio. Ha già scontato gran parte della sua pena e quindi, a seguito di un contratto di lavoro, può uscire dal carcere. La direzione del carcere l'ha scelto per questo lavoro perché sa cucire molto bene ma si occupa anche della gestione del magazzino e e di rifornire gli store presenti sull'Isola. Non avendo la patente, come quasi tutti i detenuti che non hanno avuto la possibilità di rinnovare le loro licenze di guida scadute nel corso degli anni, viene solitamente accompagnato da qualcuno dell'azienda quando distribuisce le borse nei negozi, oppure inforca la bicicletta elettrica che gli è stata comprata e che utilizza per rifornire i vari punti vendita quando nessuno può accompagnarlo in auto.
"È uscito due volte in bici e due volte ha preso la febbre", racconta Simona Giovannetti, titolare della Dampaì. "Ma come, Zhang... grande e grosso come sei, prendi la febbre? gli ha chiesto. E lui: Non ero più abituato al vento". Le borse sono in vendita all'interno della sezione "Vetrina dei prodotti dal carcere" sul sito giustizia.it.
gnewsonline.it, 20 agosto 2019
Qualche giorno fa abbiamo pubblicato l'articolo dal titolo "Carcere di Padova, il 23 agosto concerto-evento per il Venezuela". Oggi riceviamo, e pubblichiamo volentieri, un testo della cooperativa sociale Giotto (promotrice dell'iniziativa) in cui si spiega la nascita del rapporto con l'associazione Trabajo y Persona di Caracas e il significato delle attività, anche all'interno del carcere di Padova, in favore del Venezuela.
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Che tra Venezuela e Italia ci sia un legame è presto detto, è storia nota ai più. Ma che esista un legame che passa anche attraverso il carcere, quello di Padova, non è così immediato. È una storia recente, ma di quelle che segnano profondamente. È la storia di un incontro tra la cooperativa sociale Giotto di Padova e l'associazione Trabajo y Persona di Caracas, ma ancor di più è l'incontro tra persone impegnate con la vita e in maniera diversa con le difficoltà della vita.
Difficoltà che oggi per chi vive in Venezuela sono a livello di sopravvivenza, si muore per assenza di medicinali di base e generi di prima necessità, si fa fatica a portare avanti un lavoro.
La vicinanza che i detenuti sentono nei loro confronti è reale. Racconta Nicola Boscoletto, presidente della cooperativa sociale Giotto: "Spesso alcuni di loro dicono che in fin dei conti si trovano in carcere, luogo di sofferenza e difficoltà, perché qualcosa di non buono e di brutto nella loro vita hanno combinato, mentre gli amici venezuelani si trovano a vivere una situazione peggiore senza aver fatto nulla per meritarla".
I primi incontri risalgono agli inizi del 2010 e nell'aprile del 2014 la prima visita in carcere di Alejandro Marius, presidente di Trabajo y Persona, preludio di un rapporto che nel corso degli anni è andato via via crescendo. Nell'agosto del 2015, sempre in occasione del Meeting per l'Amicizia tra i Popoli di Rimini, Alejandro torna in carcere con due amici, il venezuelano Germán ed il messicano Oliverio. Due persone entrambe vittime della spietata criminalità sudamericana. Il primo vivo per miracolo dopo un sequestro di 11 mesi, al secondo invece i sequestratori hanno ucciso il padre.
Un racconto incontro con un centinaio di detenuti che ancora è stampato nella mente e nel cuore di chi quel giorno era presente. Uno scambio di esperienze umane e lavorative che da allora non si è mai arrestato, grazie anche alla proficua collaborazione con l'Amministrazione penitenziaria che ha permesso in questi anni tantissime iniziative.
Anche quest'anno, questa opportunità si è ripresentata in maniera del tutto inaspettata.
"Quando ci hanno proposto di venire in carcere a presentare con un concerto il loro disco - spiega Nicola Boscoletto - siamo rimasti colpiti e contenti: un segno di una amicizia che piano piano, senza fare tanto rumore, costruisce legami profondi capaci di aiutarci reciprocamente". Ma ancor di più ha colpito la motivazione di Alejandro: "Il desiderio di libertà e il cambiamento dei carcerati che fanno il percorso lavorativo è lo stesso che voglio fare io ogni giorno ed è il tentativo che facciamo con Trabajo y Persona in Venezuela. Così una persona può diventare protagonista della sua vita e del bene comune, anche in carcere".
È un'opera musicalmente importante e di grande spessore, perché nasce da una storia che ha coinvolto tante persone con un grande desiderio nel cuore. A partire da Alejandro, a cui premeva offrire opportunità di educazione al lavoro, che andassero al di là della formazione, perché di fronte alla drammatica situazione della gente venezuelana questa non basta più.
C'era l'esigenza di qualcosa di più profondo, che accendesse il desiderio, appunto. Racconta Alejandro: "C'era bisogno della bellezza, non di una bellezza astratta, ma che avesse un legame diretto col lavoro. Di qui l'idea di un CD e un libro di canti che raccontassero di un popolo che ama lavorare cantando in allegria. Un'idea nata non per caso, ma da un incontro, quello tra me e Francisco Sanchez, un giovane chitarrista jazz che voleva emigrare negli Stati Uniti perché non riusciva più a mantenere la famiglia con la sua musica. Approfondendo l'ipotesi con Francisco abbiamo fatto una grande scoperta: le musiche sul lavoro in Venezuela sono tante e bellissime".
Francisco si è subito entusiasmato e ha pensato che recuperare i brani della tradizione sul lavoro meritasse di coinvolgere i più grandi musicisti del paese, a cominciare da Aquiles Baez, il più famoso chitarrista venezuelano. Incredibile, ma la proposta ha incontrato l'interesse di trenta musicisti che appartengono a storie e culture diverse ed è significativo che in un paese così ferito e lacerato abbiano accettato di lavorare assieme sul tema della bellezza e del lavoro. E se all'inizio il coinvolgimento di molti di loro, in primis Aquiles Baez, poteva limitarsi a "fare musica" e basta, l'entusiasmo di Francisco ha cambiato il loro approccio, tanto da voler approfondire i contenuti e spiegare a tutti le ragioni delle loro scelte artistiche e culturali.
"Venezuela - Il popolo il canto il lavoro" è il titolo del disco che è stato realizzato in Venezuela con tanta fatica, a causa dei frequenti black-out elettrici, prodotto e pubblicato in un cofanetto comprensivo di un libro di testi, in collaborazione con gli amici italiani di Itaca Edizioni (questo il link per l'acquisto online).
La sera del 22 agosto Sanchez, Baez e compagni suoneranno per la prima mondiale del concerto nel contesto internazionale del Meeting di Rimini (giunto quest'anno alla quarantesima edizione intitolata "Nacque il tuo nome da ciò che fissavi") e presenteranno l'anima irriducibile del loro popolo: "Sì, perché - commenta Alejandro - la durissima realtà del nostro paese ci sfida continuamente a riconoscere e affermare il senso della vita. Noi siamo più fortunati di voi italiani". La riprova il giorno dopo nell'incontro concerto con i detenuti del carcere di Padova. Per saperne di più questo è il video di presentazione https://www.youtube.com/watch?v=2-iElqk-3is
Cooperativa sociale Giotto
Corriere di Verona, 20 agosto 2019
Alla classica "visita di Ferragosto", usanza iniziata dai Radicali per verificare le condizioni delle carceri italiane, ci hanno pensato, a Verona, due esponenti di Forza Italia: il deputato Davide Bendinelli e il senatore Massimo Ferro. Ieri mattina, si sono recati nella casa circondariale di Montorio, in passato finita più volte sotto i riflettori per questioni legate, soprattutto al sovraffollamento.
Bendinelli e Ferro, oltre alle celle, hanno visitato i laboratori del carcere. I due parlamentari hanno definito quelle in cui versano i detenuti "condizioni accettabili". "Il carcere - hanno spiegato all'uscita - risulta ospitare circa 500 detenuti contro i 330 che dovrebbe contenere. Rimane il problema ma non è più come qualche anno fa, quando il numero superava i mille".
I parlamentare forzisti hanno anche sottolineato che "il rapporto personale - detenuti è di uno a uno, dunque ottimale, e a quanti scontano la pena vengono proposte attività per il reinserimento sociale, fondamentali per aiutarli, una volta liberi. Certo: questo rimane un carcere, ma in Italia ci sono strutture con più criticità". La visita segue la pubblicazione della relazione da parte del Garante per i detenuti, Margherita Forestan, che aveva sottolineato la mancanza di spazi soprattutto nelle celle.
ilfattoquotidiano.it, 20 agosto 2019
Si tratta del primo licenziamento legato al suicidio in carcere del finanziere Jeffrey Epstein, suicidatosi il 10 agosto scorso nella cella del carcere di Manhattan, a New York. L'uomo d'affari era in attesa del processo a suo carico per abusi sessuali su minori, che sarebbe dovuto iniziare nel giugno del 2020.
Il governo federale degli Stati Uniti ha rimosso il massimo responsabile dei penitenziari americani, Hugh Hurwitz. Si tratta del primo licenziamento legato al suicidio in carcere del finanziere Jeffrey Epstein, suicidatosi il 10 agosto scorso nella cella del carcere di Manhattan, a New York. Il detenuto era in attesa del processo a suo carico che sarebbe dovuto iniziare nel giugno del 2020.
L'uomo d'affari era stato travolto da uno scandalo sessuale e arrestato lo scorso luglio con l'accusa di abusi, sfruttamento della prostituzione femminile e traffico di minori, ma il suo suicidio ha sollevato un caso che sta avendo anche risvolti internazionali. Hurwitz, che ricopriva l'incarico dal maggio 2018, ha ricevuto il benservito dal ministro della giustizia Usa, William Barr. Il 13 agosto erano stati sospesi il direttore del penitenziario e due agenti.
Intanto, proseguono le indagini dell'Fbi e del Dipartimento di giustizia americano. Nelle ultime ore erano state diffuse le carte della corte in cui si descrivono le attività illegali in cui Epstein era stato coinvolto, con ulteriori dettagli scabrosi e imbarazzanti sulle abitudini sessuali del finanziere. Epstein, 66 anni, si era sempre difeso negando le accuse, dichiarandosi innocente, ma su di lui incombeva il rischio di una condanna fino a 45 anni di carcere.
E in queste ore stanno emergendo nuove storie su Ghislaine Maxwell, l'ex fidanzata e compagna di affari di Epstein: secondo un'esclusiva del New York Post, avrebbe donato una cifra ingente all'ospedale newyorchese dove sarebbero state medicate alcune ragazze vittime degli abusi sessuali. Dall'Fbi alle vittime è considerata la figura chiave, la vera "cassaforte" dei segreti del miliardario suicida, dopo essere stato travolto dalle accuse di sesso con minori. Al momento a suo carico non pende nessun mandato o accusa formale.
di Elisabetta Fagiuoli
Il Dubbio, 20 agosto 2019
"Nessuno mi farà diventare una non-persona" è l'invocazione disperata dell'avvocata milanese che qualche settimana fa è stata protagonista, suo malgrado, di un vergognoso episodio di razzismo e intolleranza nei pressi del Parco Forlanini alle 11 di una soleggiata domenica mattina di fine luglio. La donna, mentre passeggia con i suoi cani, si accorge di un uomo dalla pelle nera disteso a terra, immobile a faccia in giù. Istintivamente corre per raggiungerlo e, nel tentativo di rianimarlo, chiama a sostegno le persone intorno a lei.
Nessuno si ferma, nessuno chiama l'ambulanza, nessuno interviene per prestare aiuto. Ma c'è di più. Alla bieca indifferenza si unisce, ben presto, un violento linciaggio verbale ai danni della donna intriso di insulti, volgarità e intimidazioni. Un coro di invettive unanime che può essere così riassunto: "i negri e gli immigrati non vanno soccorsi, vanno lasciati morire nella speranza che dio ascolti le preghiere di tutti e affondi i maledetti barconi".
Fortunatamente il giovane era soltanto stordito e pesantemente ubriaco ma il punto è un altro. Dov'è finita l'umanità delle persone? Come si è arrivati a tanto? Come si fa a rimanere in silenzio e non denunciare simili comportamenti? Sono le domande - sacrosante dell'avvocata in lacrime sconvolta da tanta aggressività e disumana indifferenza riportate dall'inviato del Corriere della Sera che ne ha raccolto la testimonianza. Si origina, a questo punto, la necessità di riflessioni più ampie. Cronaca di ordinario razzismo? Episodio isolato? Discriminazione postmoderna? Esasperazione popolare? Progressiva ed inarrestabile esacerbazione degli animi?
In senso stretto, il razzismo, inteso come teoria della divisione biologica dell'umanità in razze superiori e inferiori, è un fenomeno relativamente recente. È molto datata, invece, la tendenza a discriminare i "diversi". I Greci, ad esempio, usavano definire barbari i popoli che non parlavano la loro lingua. I cattolici europei, in epoca medievale, perseguitavano e discriminavano gli ebrei, ritenuti responsabili dell'uccisione di Gesù.
Gli antichi Romani discriminavano solo coloro che rappresentavano una minaccia o non volevano sottomettersi all'ordine costituito. Lo stesso privilegio della cittadinanza non veniva distribuito secondo criteri razziali bensì secondo la fedeltà a Roma. Solo nel XIX secolo si comincia a interpretare la storia come una competizione tra razze forti e razze deboli nel folle tentativo di spiegare la decadenza delle grandi civiltà con l'incrocio delle razze che impoveriva la purezza del sangue.
Esistono più razze umane? Assolutamente no e l'idea di una distinzione razziale tra essere umani è destituita di qualsiasi validità scientifica. Recenti studi di genetica hanno dimostrato che le differenze tra le razze sono minime, inferiori a quelle tra gli individui di una stessa razza, e soprattutto che l'intelligenza è uguale in tutte le razze. Eppure nell'ultimo anno gli episodi di razzismo, i crimini di odio, le azioni di ostilità verso gli stranieri e le aggressioni a sfondo xenofobo sembrano essere aumentati in maniera preoccupante nel nostro Paese con una particolare concentrazione nell'area lombarda, Milano e Brianza in testa.
Dall'analisi di una delicata ricerca volta a tracciare la "mappa dell'intolleranza in Italia" eseguita dall'associazione no profit Vox con il supporto di alcune prestigiose università italiane è emerso un dato sconfortante. Tra tutte le discriminazioni, quelle per motivi etnico- razziali hanno la percentuale più alta e la regione Lombardia ed il suo capoluogo risultano quasi sempre nelle parti alte della classifica per livello di intolleranza verso immigrati, donne, omosessuali, disabili ed ebrei consegnando uno scenario davvero poco incoraggiante.
Eppure lo scorso mese di marzo Milano è stata il palcoscenico di "People - prima le persone", la manifestazione nazionale antirazzista e contro le discriminazioni fortemente voluta dal Sindaco Beppe Sala con l'intento di dimostrare che se c'è una città in grado di trarre beneficio da una visione internazionale e multietnica della società, quella è Milano con le numerose imprese avviate e gestite da stranieri e i tanti esempi di integrazione ben riuscita. Presenti oltre 200 mila persone tra gente comune, cantanti, attori, sportivi, politici, rappresentanti di enti, associazioni e Comuni, uniti nella necessità di richiamare le radici dei nostri valori costituzionali fondati sull'affermazione dei diritti umani, sociali e civili, pervasi di antirazzismo e antifascismo e opposti alla disuguaglianza e allo sfruttamento di genere. Difficile pertanto stabilire se i lombardi siano razzisti o antirazzisti.
È più probabile che la maggioranza appartenga alla meno diffusa categoria dei non-razzisti. Persone spaventate, a volte esasperate, dal mutare dei quartieri, dalle lingue che non si capiscono, da odori e sapori che non si riconoscono e dall'ingenua ma incrollabile esigenza che lo straniero si uniformi alle nostre usanze creando, possibilmente, il minimo ingombro.
La verità è che la diversità etnica e culturale non è un difetto ma un valore aggiunto che tutti dovrebbero imparare a riconoscere e preservare attribuendo il pensiero di chi considera i "diversi" come portatori di disagio e regressione culturale alla deformazione dell'occhio umano di pochi. Si narra che lo scienziato Albert Einstein, giunto in America dopo la sua fuga dalla Germania nazista, alla domanda inclusa nel modulo d'immigrazione sulla "razza di appartenenza", rispose: umana. Forse basterebbe prendere esempio e lasciarsi ispirare dalla semplicità del suo genio.
di Flavia Amabile
La Stampa, 20 agosto 2019
Gli ultimi dati indicano un trend superiore ai 3000 incidenti mortali all'anno, entro il 2020 si doveva scendere sotto i 2000. Era ubriaco l'uomo che due sere fa centrato un cassonetto con il suo Suv, proiettandolo contro una donna che stava passeggiando, ferita in modo grave. Era ubriaco l'uomo che ha investito e ucciso tre giorni fa un padre che stava andando al pub sotto casa a prendere dei panini per il figlio e la moglie.
Distrazione, mancato rispetto della precedenza o del semaforo, velocità troppo elevata si confermano, anche nel 2018, le prime tre cause di incidente (complessivamente il 40,8% delle circostanze), secondo gli ultimi dati diffusi dal rapporto Aci-Istat che lancia l'allarme: l'obiettivo Ue 2020 sarà sicuramente mancato dall'Italia, dovevamo arrivare a circa 2000 vittime e invece siamo ben oltre i 3mila. All'interno della categoria "distrazione" si confermano molto elevati gli incidenti creati da persone in stato di ebbrezza o sotto l'effetto di stupefacenti.
Dai dati forniti dal Comando generale dell'Arma e dalla polizia stradale (che rilevano circa un terzo degli incidenti stradali con lesioni) risulta che su un totale di 58.658 incidenti, sono stati 5.097 quelli in cui almeno uno dei conducenti dei veicoli coinvolti era in stato di ebbrezza e 1.882 quelli sotto l'effetto di stupefacenti. L'8,7% e il 3,2% degli incidenti rilevati da carabinieri e Polstrada è correlato dunque ad alcol e droga, in aumento rispetto al 2017 (7,8% e 2,9%). Tra i conducenti sottoposti a controllo con etilometro nel 2018 il 5,1% è risultato positivo.
Eppure sono diminuite le sanzioni per guida in stato di ebbrezza alcolica e aumentate quelle per guida sotto l'influenza di sostanze stupefacenti. Polizia stradale, carabinieri e polizie locali dei Comuni capoluogo hanno contestato, nel 2018, rispettivamente 39.208 (-5,5%) e 5.404 (+2,2%) violazioni. Dai dati della Polstrada emerge poi anche quest'anno che a essere multati per guida in stato di ebbrezza sono soprattutto i giovani conducenti di autovetture (tra 25 e 32 anni) nella fascia oraria notturna, fascia durante la quale è stato elevato circa l'80% delle sanzioni.
Per Enrico Pagliari, coordinatore centrale dell'Area Professionale Tecnica dell'Aci, si tratta di un'emergenza da affrontare combattendo su più fronti. "Bisogna rafforzare i controlli sulla strada ma bisogna anche agire sull'enforcement preventivo. Si dovrebbe fare in modo che il medico di base o gli istituti sanitari possano inviare una segnalazione alle forze dell'ordine su chi fa uso di alcol e droghe in modo da impedire che queste persone possano guidare. In aggiunta si può intervenire con l'uso delle tecnologie. Ci sono molte possibilità ormai: si può avere il controllo dello stato psico-fisico di chi si mette al volante attraverso l'inspirazione o l'osservazione dell'occhio, con telecamere montate nella vettura, in modo da capire se ci sono dei segnali che permettano di stabilire se la persona è sotto l'effetto di droghe o di alcol". Ulteriore possibilità: "Si possono montare dei freni di emergenza che intervengono quando davanti all'auto si presenta un ostacolo improvviso di cui il conducente non si è reso conto. È un lavoro da fare con i costruttori per i veicoli nuovi, ma bisogna trovare il modo di intervenire anche su quelli usati. Da parte nostra stiamo ragionando su una campagna da lanciare nei prossimi mesi".
di Giovanni Rossi*
societadellaragione.it, 20 agosto 2019
Morire a vent'anni in un incendio senza poter scappare dal luogo che dovrebbe curarti non è giusto. Questo dramma ricorda quello di Antonia Bernardini, morta bruciata nel letto di contenzione del manicomio giudiziario di Pozzuoli. Antonia con un fiammifero voleva attirare l'attenzione perché nessuno le dava un bicchiere d'acqua. Era il 31 dicembre del 1974.mIl 1974 lo si ricorda per il referendum sul divorzio e per la strage del treno Italicus. La legge 180 sarebbe stata approvata quattro anni dopo.
Se terribile fu quella morte, come possiamo definire l'analoga sorte che ha colpito Elena, quarantacinque anni dopo, nell'ospedale di Bergamo, intitolato a papa Giovanni XXIII? Il Papa che disse: "Tornando a casa, troverete i bambini; date una carezza ai vostri bambini e dite: Questa è la carezza del Papa". Una carezza per Elena?
Il Garante nazionale delle persone detenute o private della libertà personale si è chiesto se "forse è proprio per il fatto di essere contenuta al letto che non si è riusciti a mettere in salvo la giovane". Nel 1974 l'opinione pubblica ed i mezzi di informazione dettero grande risalto a quella morte disumana. Il manicomio di Pozzuoli venne definito lager e dopo poco fu chiuso. A nessuno venne in mente di considerare la pratica della contenzione come atto sanitario, esercitato al fine di tutelare l'incolumità della paziente.
Purtroppo oggi, dopo tanti anni, in luoghi che si definiscono ospedale o residenza sanitaria la pratica della contenzione meccanica, del legare, è routine quotidiana. E purtroppo in tanti resiste la convinzione che non ci sia altro da fare. Così può accadere che i giornali diano la notizia ma non si pongano e pongano tutti noi di fronte alla evidenza che, come ricorda il Garante, Elena non ha potuto mettersi in salvo perché legata.
Legare è un termine che non si usa. Troppo esplicito. Elena è stata "bloccata". Bloccare, fissare, contenere sono termini equivalenti, ma che vorrebbero connotare tecnicamente quello che altrimenti, se fossimo espliciti ci obbligherebbe a chiederci: " ma questo non è un sequestro di persona?". Un infermiere, che vuole rimanere anonimo, dichiara: "Secondo protocollo, per evitare che potesse farsi del male, era stata applicata e prescritta la contenzione, dopo 5 minuti saremmo ritornati di nuovo a controllarla". In un altro articolo si ricorda che "la norma vuole che - nel caso i pazienti della psichiatria vengano sedati e costretti al letto - la vigilanza sulle loro condizioni venga intensificata in modo capillare. Ogni quindici minuti devono essere guardati direttamente dal personale". Di seguito viene data la parola alla segretaria della UIL FP che lamenta il blocco del turn over, la mancanza di medici e l'impossibilità di assunzione di personale sanitario.
I tempi sono cambiati. Una volta si scriveva che la legge 180 era valida, ma inapplicata in tante parti d'Italia, ora si "informa" l'opinione pubblica che esiste una norma sulla contenzione meccanica. E che, se qualcosa non ha funzionato va ricercato in circostanze particolari e non nella "norma" stessa. E si badi bene che per norma non si intende più una legge dello Stato ma le linee guida che l'Ospedale ha adottato per applicare le fasce di contenzione. Le circostanze particolari possono individuarsi nel personale ridotto, oppure nella regola del controllo ogni 15 minuti, che va rivista, oppure nei criteri troppo elastici di perquisizione per cui potrebbe essere accaduto che Elena abbia nascosto nelle parti intime un accendino.
Nessuno che sottolinei quello che a me pare ovvio e cioè che un operatore della salute mentale ha il dovere di stare con una persona in crisi per tutto il tempo che serve, e che se non basta un operatore, altri dello stesso servizio devono poter intervenire con lui o dargli il cambio se i tempi dell'intervento si protraggono. Ve lo immaginate un chirurgo che ogni tanto si assenta dalla sala operatoria mentre è in corso l'intervento?
Nessuno che ricordi che per chi è in crisi è dannoso essere trattato come non/persona, come oggetto che può essere impacchettato, mentre ha proprio bisogno di ritrovarsi, magari anche preso per i capelli, nel suo essere persona. Una persona è tale se è libera, e non costretta. Perché non esiste persona se non vi è libero arbitrio. La libertà è terapeutica perché consente alla persona di individuarsi come tale e, dunque, come capace di relazione con altre persone. Soggetto degno di rispetto, titolare di diritti ma anche di responsabilità, prima di tutto verso sé stesso.
Antonia voleva un bicchier d'acqua e voleva attenzione, per questo accese il fiammifero. Le persone hanno contemporaneamente necessità di vedere soddisfatti i loro bisogni materiali (l'acqua) e di relazione (l'attenzione), ogni operatore della salute lo sa. Questo è il principio di ogni presa in carico. Non lavora bene quando è costretto a costringere, per questo si appella ad uno stato di necessità, si sente a sua volta vittima.
Tuttavia nessun professionista può essere giustificato se, pur sapendo che potrebbe operare diversamente, continua a ripetere lo stesso errore. Ci sono dipartimenti di salute mentale e servizi ospedalieri di psichiatria che lavorano da anni senza utilizzare la contenzione meccanica, senza legare. Ci sono e sono disponibili a socializzare le loro esperienze. Che dimostrano come una adeguata organizzazione e formazione degli operatori unitamente ad un profondo rispetto dei diritti umani delle persone in cura siano i requisiti che consentono loro di essere maggiormente efficaci senza ricorrere ai mezzi di contenzione.
Persino quasi tutte le Residenze per l'esecuzione della misura di sicurezza (Rems) che svolgono la funzione che una volta era dei manicomi giudiziari non usano le fasce di contenzione. La Regione Lombardia ha annunciato una commissione di indagine. Se io fossi uno degli esperti incaricati, per prima cosa andrei a verificare se esistono dei protocolli-linee guida-procedure che diano indicazione su come non legare le persone. Andrei a verificare se l'organizzazione e le attività formative siano orientate a questo obiettivo. Se vi siano adeguate attività proattive nel territorio, al domicilio delle persone o se si privilegi una psichiatria di attesa, arroccata nella torre ospedaliera.
Sempre più spesso vengo interpellato da persone con problemi di salute mentale, da familiari e da avvocati che vorrebbero ricevere un diverso trattamento per sé, o per il loro congiunto o assistito. Credo che una prima risposta nell'immediato potrebbe essere quella di rendere effettivo il diritto di scelta del luogo di cura che è una delle bandiere del servizio sanitario lombardo. Un cittadino lombardo dovrebbe essere messo nella condizione di scegliere se lo ritiene di farsi ricoverare nei servizi che non utilizzano la contenzione meccanica.
A ciò dovrebbe seguire un piano straordinario regionale orientato a eliminare la contenzione meccanica in tutti i servizi nell'arco di un triennio. Anche chiudendo servizi palesemente inadeguati. Forse a Elena sarebbe bastata una carezza, ma oggi non credo sia più sufficiente.
di Francesca Spasiano
Il Dubbio, 20 agosto 2019
"Nel Mediterraneo c'è bisogno di salvezza, c'è bisogno di noi". Sui social parte l'appello di Mediterranea Saving Humans dopo la notizia, non ancora confermata, del naufragio di oltre 100 persone al largo della Libia, giunta ieri sera da Alarm Phone.
Il servizio di soccorso telefonico nel Mediterraneo riporta le drammatiche parole di un pescatore: "L'uomo ci ha detto di aver salvato tre persone e di aver visto molti cadaveri. I sopravvissuti parlano di oltre 100 persone a bordo. In questa fase non possiamo verificare queste informazioni ma temiamo che possa essersi verificata un'altra tragedia di massa".
E la notizia di una nuova strage arriva nei giorni della Open Arms, la nave ong che è al largo di Lampedusa da più di due settimane, con a bordo 107 migranti. Con una soluzione definita da più parti "incomprensibile", ma apparentemente definitiva, sembra avviarsi a una conclusione il braccio di ferro tra l'Italia e l'Europa. Oscar Camps, portavoce e fondatore della Ong spagnola, ha dovuto accettare l'offerta di far sbarcare i migranti nel porto di Minorca, nelle Baleari, dopo aver rifiutato di dirigersi verso il più lontano porto di Algeciras, inizialmente messo a disposizione dal premier Sanchez. L'ipotesi è che la nave venga scortata dalla Guardia costiera italiana fino al porto spagnolo più vicino, con la possibilità di trasferire delle persone a bordo delle navi militari messe a disposizione dal ministro Toninelli.
E mentre il Viminale lavora a una soluzione, cresce la preoccupazione per le condizioni dei migranti a bordo della nave, ridotti nel numero di 107 dopo lo sbarco dei 27 minori non accompagnati avvenuto qualche giorno fa. Come ha sottolineato la presidente di Emergency, Rossella Miccio, i migranti "vivono questo limbo con estrema fatica. Parliamo di persone che hanno vissuto momenti di violenza e soprusi che non riescono a capacitarsi di vedere la terraferma davanti a loro e di non poter sbarcare. Questo stimola momenti depressivi ma anche scatti di rabbia e di autolesionismo".
"Basterebbe portarli presso l'hotspot di Lampedusa, struttura finanziata da fondi europei - prosegue Miccio - sarebbe una soluzione più economica, rapida ed indolore". L'appello di Emergency segue alle dichiarazioni di Oscar Camps, che aveva già sottolineato la difficoltà di rimettersi in mare verso la Spagna, in un viaggio che potrebbe durare circa 3 giorni: "Costerebbe molto meno noleggiare un Airbus con 200 posti per trasferire i migranti della Open Arms in Spagna piuttosto che mandare navi italiane di scorta".
Il fondatore di Open Arms si dice "sorpreso" che la Guardia Costiera abbia offerto i mezzi necessari per il trasbordo dopo aver "appreso che la scorta all'Aquarius - la nave di Sos Mediterranee ed Msf scortata fino a Valencia nel dicembre 2018 nel corso di una vicenda simile - è costata all'erario pubblico 290mila euro solo per una nave delle due navi, la Diciotti".
Ma se la polemica si è concentrata nelle ultime ore sulle modalità e i costi del trasferimento, continua la tensione diplomatica tra Italia e Spagna, in uno scontro politico che ha coinvolto la stessa Ong catalana. Arriva da Madrid la smentita di un accordo tra i due Paesi, come suggerito dalla stessa Open Arms, mentre la vice premier spagnola, Carmen Calvo, ha detto di non capire la posizione dell'organizzazione che avrebbe potuto dirigersi inizialmente a Malta ma ha preferito andare in Italia dopo la sentenza del Tar che ha permesso l'ingresso nelle acque italiane, e "che continua a rifiutare l'offerta del governo di Madrid di dirigersi verso il porto sicuro spagnolo più vicino", nonostante il divieto irremovibile del ministro Salvini, che insiste per svolgere l'intera operazione di trasbordo e trasferimento in mare per evitare che i migranti sbarchino a Lampedusa.
Le dichiarazioni di Calvo - che Open Arms ha definito una "una sceneggiata mediatica" - hanno dato il via a nuove reazioni politiche e posizioni contrastanti. Se Giorgia Meloni su facebook ha puntanto il dito contro la Ong che avrebbe preferito dirigersi verso Lampedusa per "un chiaro disegno contro l'Italia, indebolita da un governo che fa il gioco di Ong e trafficanti di uomini", la ministra della difesa spagnola, Margarita Robles, ha attaccato in una conferenza stampa a Madrid la politica migratoria italiana, definendola "assolutamente xenofoba, al margine della Ue, con comportamenti contrari a quelle che devono essere le norme minime del diritto internazionale, comunitario e del mare".
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