di Massimo Gaggi
Corriere della Sera, 24 settembre 2019
Si torna dalle manifestazioni mondiali di piazza con la rabbia di Greta che accusa i governi di averle rubato sogni e futuro, ma anche consapevoli che lo scarso attivismo della politica non può essere un alibi per il cittadino. Troppo poco, troppo tardi. Sono in tanti a pensare che tanti sforzi - proteste planetarie, conferenze Onu, impegni dei governi - serviranno a poco. Gli obiettivi del Patto di Parigi di 4 anni fa - contenere l'aumento delle temperature entro 1,5-2 gradi - non verranno rispettati: la Terra si è già scaldata mediamente di 1,1 gradi. Le emissioni di CO2 continueranno a crescere fino al 2030, portando il riscaldamento, da qui al 2100, a 3-3,4 gradi. Un mondo invivibile secondo gli scienziati. I ritardi sono, in effetti, enormi, le promesse dei governi sono rimaste spesso lettera morta e quello di invertire la rotta è un compito titanico: per riuscirci servirebbero rivoluzioni - dalla rinuncia totale alle carni bovine al drastico taglio dei voli - che avrebbero pesanti conseguenze su turismo, agricoltura, commerci, migrazioni. Molti di noi non sono disposti ad accettarle.
Ma il Climate Summit di ieri, se non una vera svolta, è stato di certo un momento di discontinuità. Il "come osate?" di Greta Thunberg può anche essere giudicato un grido velleitario e António Guterres, il segretario generale Onu che ha voluto il vertice e sferza i Paesi inadempienti, non ha poteri operativi. E tuttavia la pressione crescente dei giovani di tutto il mondo, i vincoli di Parigi che cominciano a diventare stringenti, i primi impegni dei governi e delle grandi imprese, dicono che qualcosa stavolta sta cambiando davvero. Cambia l'atteggiamento dei politici, esposti alla rabbia popolare e ormai consapevoli dell'enorme costo sociale di mutamenti climatici che producono desertificazioni e inondazioni. Cambia quello delle imprese: fino a ieri consideravano la tutela dell'ambiente un'iniziativa filantropica, pura beneficenza, mentre ora si rendono conto non solo che quelle della protezione dell'ecosistema e della transizione energetica verso fonti alternative sono grandi opportunità di business, ma anche che l'inazione porta a collassi delle comunità e, quindi, dei mercati.
Cresce, forse un po' a macchia di leopardo, anche la nostra consapevolezza individuale: se un tempo pensavamo che tutto dipendesse dai governi, ora ci stiamo abituando all'idea che ognuno di noi può fare qualcosa per contenere i consumi più nocivi per l'ambiente o per contribuire a varie forme di smaltimento e riciclaggio.
Insomma, si torna dalle manifestazioni mondiali di piazza con la rabbia di Greta che accusa i governi di averle rubato sogni e futuro, ma anche consapevoli che lo scarso attivismo della politica non può essere un alibi per il cittadino. Guterres, pur conscio dei numeri impietosi degli scienziati, dice che il suo stato d'animo è passato dal pessimismo all'ottimismo proprio per la pressione dei giovani sui governi. Il leader dell'Onu ha invitato al Summit solo 66 Paesi considerati i più volenterosi (Italia compresa, impegnata più di altri nella transizione energetica verso l'elettrico soprattutto con Enel e nell'economia circolare con imprese e banche come Eni e Intesa). È una scelta che sta dando frutti sia in termini di impegni aggiuntivi dei Paesi incalzati dall'Onu - come la Germania col piano "verde" da 100 miliardi di euro elaborato proprio alla vigilia del vertice di New York - sia per l'effetto delle sferzate inferte ai governi inadempienti: ad esempio, col leader nipponico Shinzo Abe non invitato perché il suo Paese continua a puntare sul carbone, Tokio ha mandato al summit Shinjiro Koizumi, giovane e popolarissimo ministro dell'Ambiente, figlio di un ex premier, che ha promesso un piano di azioni straordinarie per portare il Giappone in prima fila nella lotta contro il global warming.
Promesse credibili? Gli impegni, anche quando sinceri e seguiti da fatti concreti, basteranno ad arrestare il deterioramento dell'atmosfera? È difficile essere ottimisti: anche perché alcuni danni - scioglimento dei ghiacciai montani e dei ghiacci polari, innalzamento dei mari con la conseguente moltiplicazione delle inondazioni - sono ormai irreversibili. Basti pensare alla crescita media del livello degli oceani, passata dai 3 millimetri l'anno del periodo 1997-2006 ai 5 millimetri medi degli ultimi cinque anni.
Pesa, poi, anche il disimpegno degli Stati Uniti, con Donald Trump che ha apertamente boicottato il Summit anche se poi, con una delle sue classiche mosse a sorpresa, si è presentato all'incontro per una presenza silente durata poche decine di minuti. Difficile dire quanto saranno efficaci i nuovi piani d'intervento dei governi e valutare il peso del patchwork di misure per l'ambiente varate da grandi multinazionali come Ikea, Unilever, Danone o giganti del software e della farmaceutica come Salesforce e AstraZeneca.
Per non parlare delle conseguenze negative involontarie di certe iniziative (il caso, anni fa, degli elevati costi ambientali per la produzione di combustibili vegetali) o delle contraddizioni che possono facilmente emergere in situazioni così complesse, a partire dall'osservazione più banale: l'enorme quantità di anidride carbonica emessa dagli aerei che portano in giro per il mondo i profeti della decarbonizzazione. Ma qualcosa sta cambiando in positivo. Anche nelle nostre piccole cose come la routine quotidiana di chi ha capito che deve togliere i residui di cibo da cartoni e plastiche alimentari prima di smaltirle, altrimenti non saranno riciclabili.
di Marina Catucci
Il Manifesto, 24 settembre 2019
Al summit Onu sul clima pochi impegni nonostante le preghiere del segretario generale. Arriva anche il negazionista Trump, ma non parla. La "svolta" della Russia: adesione in ritardo a Cop. "Se non cambiamo con urgenza il nostro stile di vita, mettiamo a rischio la nostra vita stessa. Io non ci sarò, ma i miei nipoti si": così si è espresso Antonio Guterres, segretario generale dell'Onu, aprendo la 74esima Assemblea Generale dell'Onu che ha chiamato Capi di stato e di governo del pianeta a discutere il modo con cui affrontare i cambiamenti climatici. Un summit che nelle intenzioni di Guterres doveva essere una "catapulta, un salto di tutte le nazioni nell'ambizione collettiva" di ridurre le emissioni inquinanti e limitare il riscaldamento globale.
Diversamente da quanto annunciato il negazionista climatico Donald Trump si è presentato al summit, nonostante avesse in programma un'apparizione ad un evento su la libertà di culto che si svolgeva contemporaneamente al vertice sul clima; Trump ha trascorso al vertice circa 15 minuti e non è intervenuto, ha ascoltato le osservazioni del primo ministro indiano Narendra Modi e della cancelliera tedesca Angela Merkel ed è andato via.
Il Presidente Usa è anche arrivato al summit in ritardo, dopo il discorso del segretario generale Guterres, il quale ha anche sottolineato che l'inversione del cambiamento climatico "richiederà trasformazioni fondamentali nella società", come tasse per l'inquinamento" e ribadito "che la scienza ci dice che l'emergenza climatica è una gara che stiamo perdendo, ma possiamo vincerla, non è troppo tardi per porvi rimedio". Alla fine appena 66 governi, 10 regioni, 102 città, 93 aziende e 12 investitori si sono impegnati per raggiungere le zero emissioni nette di Co2 entro il 2050, obiettivo minimo e vitale per contrastare il cambiamento climatico. Oltre a ciò 68 Paesi - e questo è stato uno dei segnale forse più importanti - si sono impegnati a rivedere i piani climatici entro il 2020, anno in cui i 195 firmatari dell'accordo di Parigi dovrebbero presentare nuovi impegni; 30 Paesi stanno aderendo ad un'alleanza che promette a partire dal 2020, di fermare la costruzione di centrali a carbone.
L'altro passo avanti, è stato il formale ok della Russia all'accordo di Parigi. Se Trump non si è espresso, il primo ministro russo Dmitry Medvedev ha infatti dichiarato di aver firmato una risoluzione relativa alla ratifica dell'accordo. "La minaccia del cambiamenti climatici - ha detto Medvedev - può compromettere mettere a rischio lo sviluppo di molti settori chiave, come l'agricoltura, e, soprattutto, la sicurezza della nostra gente che vive sul permafrost".
La Cancelliera tedesca Angela Merkel ha promosso un nuovo piano del valore di 60 miliardi di dollari in 10 anni per accelerare il passaggio all'energia pulita. Gran Bretagna, Norvegia, Costa Rica e altri 12 paesi promettono di raggiungere emissioni zero entro il 2050. Collettivamente, le promesse sono un segnale di quanto altri Paesi sono disposti a fare di fronte all'inazione degli Stati Uniti, che è responsabile per la maggior parte delle emissioni di gas serra dall'età industriale.
"Per la maggior parte i leader mondiali non hanno preso gli impegni che era necessario prendere oggi a New York" ha commentato il direttore esecutivo di Greenpeace International, Jennifer Morgan con un intervento simile a quello dell'attivista svedese Greta Thunberg che, rivolgendosi ai Grandi della terra, ha sferrato un duro attacco ai "ladri di futuro". "Venite da noi giovani per la speranza. Come osate? Avete rubato i miei sogni e la mia infanzia con le vostre parole vuote", è stata l'arringa della giovane attivista svedese, leader del Fridays for Future, che continua a manifestare per tutta la settimana. Thunberg ha criticato chi continua a parlare della crisi climatica in termini di denaro e crescita economica, e citando oltre 30 anni di studi scientifici, ha continuato: "Dite di capire l'urgenza, ma non voglio crederci, perché se davvero state capendo e nonostante ciò continuate a non agire, allora vuol dire che siete cattivi, e mi rifiuto di crederlo". L'attivista ha dunque giudicato insufficienti gli impegni presi di ridurre le emissioni del 50%: "Il 50% potrà essere accettabile per voi - ha detto Thunberg - ma la mia generazione si sorbirà centinaia di miliardi di tonnellate di CO2 dall'aria, affrontandole con tecnologie che a malapena esistono. Quindi, un rischio del 50% non è accettabile per noi che dobbiamo convivere con le conseguenze".
Poi in un crescendo ha accusato i politici di fingere che i problemi climatici possano essere risolti con soluzioni tecniche e "affari come al solito", aggiungendo, anzi profetizzando, che "non usciranno oggi da qui soluzioni o piani in linea con queste cifre, perché questi numeri sono troppo scomodi e voi non siete ancora abbastanza maturi per dirlo. Ci state deludendo, ma i giovani stanno iniziando a capire il vostro tradimento. Gli occhi di tutte le generazioni future sono su di voi. E se scegliete di fallire, io vi dico che non vi perdoneremo mai". Delusione condivisa da Greenpeace: "Venerdì abbiamo visto milioni di persone riversarsi per le strade chiarendo che non accetteranno più apatia, scuse e inazione da parte di leader politici deboli incapaci di resistere al potere dell'industria dei combustibili fossili", ha commentato il direttore dell'organizzazione ecologista internazionale, Jennifer Morgan.
basilicatamagazine.it, 24 settembre 2019
Dal 24 settembre al 6 ottobre 2019 si terrà la "Quarta Mostra Galeotta", una collettiva di 207 artisti di mail-art detenuti nelle carceri italiane che, con 468 opere esposte, vuole essere una delle più interessanti esposizioni di mail-art in Italia.
La mostra è curata da Alessandro Martemucci. Le opere esposte alla mostra presso gli Ipogei di San Franceso, piazza San Francesco, Matera, hanno partecipato al progetto Pittori Dentro 2019 dell'Associazione Artisti Dentro Onlus, un concorso di pittura riservato ai detenuti che hanno inviato le opere su cartoline, non imbustate, da varie parti d'Italia. Tra gli artisti ci sono detenuti di 66 istituti di pena italiani e uno filippino.
Ogni cartolina racconta una storia, avendo un fronte con l'opera pittorica e un retro con i dati dell'artista, il titolo e qualche commento; l'insieme tra fronte e retro è l'opera di mail-art. Accanto agli artisti detenuti esporranno 40 artisti liberi di ottimo livello, con opere di mail art inviate con le stesse modalità richieste ai detenuti: su cartolina e non imbustate. Gli artisti liberi, che dimostrano con il loro contributo di sostenere l'idea di un recupero sociale attraverso l'arte, sono: Gianluca Balocco, Mario Battimiello, Gio'Bonardi, Antonella Cappuccio, Casagrande & Recalcati, Giovanni Cerri, Vanni Cuoghi, Pino Deodato, Nathalie Du Pasquier, Pablo Echaurren, Linda Ferrari, Andrea Forges Davanzati, Elena Galimberti, Giovanna Giachetti, Ali Hassoun, Sam Havadtoy, Michelle Hold, Paolo Iacchetti, Oki Izumi, Alfonso Lentini, Andrea Massari, Italo Mazzei, Francesco Merletti, Enrico Mitrovich, Osvaldo Moi, Nadia Nespoli, Alberto Parres, Petra Probst, Guido Peruz, Roberta Savelli, Fausta Squatriti, Bona Tolotti, Angela Trapani e Dario Zaffaroni. Inoltre si segnalano gli artisti locali: Domenico Dell'Orso, Pino Oliva, Alejandro Pereyra, Cesare Maremonti, Pepperio Barbino, Rocco Persia e Pino Lauria. Tutte le opere saranno messe in vendita e il ricavato andrà a favore del progetto Pittori Dentro. I cataloghi sono sul sito www.artistidentro.com.
La mail-art, anche conosciuta con il termine arte postale, è un movimento artistico che usa il servizio postale come mezzo di distribuzione, tramite l'invio di opere generalmente di piccolo formato, ma si sa anche di oggetti di vario tipo - orsacchiotti, suole di scarpe, dischi - affrancati e spediti. L'importante è appunto l'invio postale poiché la mail-art è considerata arte solo dopo la sua spedizione.
Per Pittori Dentro, la mail-art è uno strumento che rappresenta la voce del detenuto che attraversa le sbarre e si diffonde nella società libera. L'opera del prigioniero deve affrontare la società aldilà delle mura, eventi imprevedibili come quelli atmosferici, la casualità, e soprattutto rischia di essere vittima dell'incuria e dell'indifferenza.
L'ambiente, inteso nella sua accezione più ampia, è coautore. L'opera che parteciperà al premio, sarà l'artefatto fondato da un detenuto e plasmato dall'ambiente in cui il caso e la volontà degli uomini s'intrecciano. La casa vinicola Cantine di Venosa offrirà un brindisi nel corso dell'inaugurazione che avrà luogo il 24 settembre 2019 alle 18.30, durante la quale la presidente di Artisti Dentro Onlus, Sibyl von der Schulenburg, procederà al formale annuncio dei vincitori dell'edizione 2019 del concorso "Pittori Dentro".
di Fabrizio Floris
Il Manifesto, 24 settembre 2019
Sotto il regime di Nkurunziza. Le accuse della Commissione d'inchiesta Onu sulla drammatica situazione dei diritti umani nel paese, a 8 mesi dal voto. La calma che si respira è illusoria, basata sul terrore e sul soffocamento delle voci critiche. E anche la Chiesa, finita sotto attacco, scende in campo. Il 30 settembre 2016 le Nazioni unite hanno nominato una commissione d'inchiesta sul Burundi per analizzare le violazioni dei diritti umani nel Paese a partire da aprile 2015. Periodo in cui, a seguito di gravi disordini, migliaia di persone avevano lasciato il Paese in cerca di sicurezza. L'incipit era stato l'annuncio del presidente Nkurunziza di candidarsi per un terzo mandato quando la Costituzione ne prevedeva un massimo di due.
Il seguito è la fuga di circa 400mila persone di cui 200 mila nella vicina Tanzania (184.000 distribuiti nei campi di Nduta, Mtendeli e Nyarugusu) che adesso dopo 4 anni il governo ospitante, in accordo con il Burundi, vorrebbe rimpatriare al ritmo di 2000 persone a settimana. Come ha dichiarato il ministro degli interni tanzaniano Kangi Lugola: "In accordo con il governo burundese e in collaborazione con l'Alto commissariato per i rifugiati, inizieremo il rimpatrio di tutti i rifugiati burundesi dal 1 ottobre". Il ministro ha poi continuato sostenendo che il Burundi è attualmente in pace e aggiungendo di avere "informazioni secondo cui le organizzazioni internazionali, stanno ingannando le persone, dicendo loro che non c'è pace in Burundi". Tuttavia, l'agenzia dell'Onu per i rifugiati (Unhcr) fa notare che "anche se in Burundi la sicurezza generale è migliorata, le condizioni non sono favorevoli alla promozione dei rimpatri".
L'Agenzia sta aiutando i rifugiati che scelgono volontariamente di rientrare nel Paese, ma sia le autorità tanzaniane che burundesi lamentano il ritmo lento con cui avvengono i rimpatri sostenendo che così si alimenta la violenza nei campi. Infatti uno dei timori è che i campi diventino luoghi, come avvenuto in passato, dove si organizzano movimenti contro il governo. La scelta viene spiegata come un modo per controllare meglio le persone all'interno delle proprie frontiere e nel contempo per presentarsi alla comunità internazionale come un Paese sicuro, dove le elezioni del 2020 possono svolgersi regolarmente.
Il Paese in effetti appare sicuro, anche se, secondo l'ultimo rapporto dell'agenzia Human Rights Watch, le autorità sarebbero responsabili di "dozzine di pestaggi, arresti arbitrari, sparizioni e uccisioni contro membri dell'opposizione politica reali o presunti". È una situazione di calma sospesa, come racconta Cyprien (nome di fantasia e un passato da migrante in Italia): "Come da voi nelle zone di 'ndrangheta tutto è tranquillo, non c'è neanche bisogno di ammazzare troppo, basta far sparire una o due persone ogni tanto".
Il rapporto della Commissione di inchiesta sul Burundi varata dalle Nazioni unite conferma il "clima di paura e intimidazione nei confronti di tutte le persone che non mostrano il proprio sostegno al partito al potere, il Conseil national pour la défense de la démocratie-Forces pour la défense de la démocratie (Cndd-Fdd). I giovani del partito, i cosiddetti Imbonerakure, gli agenti del servizio di intelligence nazionale e la polizia continuano a commettere gravi violazioni dei diritti umani contro i cittadini del Burundi e la crisi scatenata nel 2015 è ben lungi dall'essere risolta, anzi si è evoluta al punto da colpire tutti gli angoli del Paese".
Il rapporto accusa gli Imbonerakure di omicidi, arresti arbitrari e torture, una violenza alimentata dalla diffusa impunità. "Oggi è estremamente pericoloso parlare criticamente in Burundi" spiega il presidente della Commissione, Doudou Diène. "Il soffocamento delle voci critiche è ciò che consente al Paese di presentare l'illusione di calma", aggiunge la camerunense Lucy Asuagbor, membro della stessa commissione. Come il britannico Françoise Hampson, che aggiunge: "Una calma basata sul terrore".
Nel testo si specifica che le violenze "non esistono" perché non c'è chi le racconta, data l'assenza di media indipendenti, a causa di un sistema giudiziario disfunzionale e anche per la recente chiusura dell'ufficio nazionale dell'Alto commissario dell'Onu per i diritti umani. La Commissione è attualmente l'unico meccanismo internazionale indipendente che indaga sugli abusi commessi in Burundi. I commissari chiedono quindi al governo di porre fine alle violenze da parte di agenti dello Stato e Imbonerakure. Inoltre sottolineano l'urgente necessità di attuare misure per prevenire il deterioramento della situazione dei diritti umani nel contesto delle elezioni del 2020. E viene invitata la comunità internazionale alla massima vigilanza sul Burundi, applicando il "Quadro di analisi per potenziali atrocità" sviluppato dall'Ufficio delle Nazioni unite per la prevenzione del genocidio (il rapporto ha riscontrato in Burundi tutti gli otto "fattori di rischio"). A Bujumbura siede anche un ministro per i Diritti umani, Martin Nivyabandi, il quale ha però rigettato le accuse dell'Onu, formulate a suo dire senza aver prima "dialogato con le autorità".
Le conclusioni a cui è giunta la Commissione si basano su oltre 1.200 dichiarazioni di vittime, testimoni e presunti autori di violazioni dei diritti umani e altre fonti raccolte nel corso di tre anni di indagine. Quest'anno il governo del Burundi ha ancora rifiutato qualsiasi cooperazione con la Commissione, nonostante le ripetute richieste.
Domenica 22 settembre in tutte le chiese cattoliche del Burundi si è letto il messaggio dei vescovi che esprimevano la loro preoccupazione a otto mesi dalle elezioni presidenziali del 20 maggio per le "aggressioni di alcuni partiti politici e le persecuzioni nei confronti di membri della Chiesa: atti criminali che arrivano fino all'omicidio... Nella maggior parte dei casi le vittime sono coloro che hanno opinioni diverse da quelle del governo". Gli Imbonerakure hanno "preso il posto delle forze di sicurezza", secondo i vescovi, i quali sul rimpatrio dei rifugiati auspicano che "le elezioni si possano svolgere dopo rimpatri volontari e senza costrizioni". Willy Nyamitwe, consigliere e portavoce del presidente, ha replicato che "i vescovi hanno l'abitudine alla vigilia delle elezioni di sputare odio velenoso".
Gli spettri che si muovono nel Paese e il modus operandi per mettere a tacere ogni voce di dissenso trovano espressione nell'annullamento del rilascio dei passaporti da parte delle ambasciate: se vuoi rinnovare il documento devi andare nella capitale Bujumbura oppure diventare un clandestino. In questo clima viene da pensare che il celebre ensemble dei Tamburi del Burundi, patrimonio Unesco e simbolo di festa, pace, unità, non suonerà più per un bel po' di tempo. Speriamo di sbagliare.
antigone.it, 23 settembre 2019
"Nei casi di tortura l'accertamento della verità è una corsa contro il tempo. Una corsa che deve essere facilitata dalle istituzioni. Una corsa che richiede la rottura del muro del silenzio da parte di tutti gli operatori che hanno visto gli abusi e le violenze. In questo caso siamo rinfrancati dalla prontezza del lavoro della magistratura e dalla collaborazione del dipartimento dell'amministrazione penitenziaria.
di Giacomo Salvini
Il Fatto Quotidiano, 23 settembre 2019
15 agenti inquisiti. I detenuti denunciano: picchiato e umiliato un tunisino recluso per droga. Lo hanno umiliato "abbassandogli i pantaloni" prima di pestarlo con pugni e calci. Trattamento che la Procura di Siena definisce "inumano e degradante", condito da "violenza " e "crudeltà".
di Paola Maria Zerman
Il Sole 24 Ore, 23 settembre 2019
In un contesto sempre più vario e dinamico, trovare il giusto equilibrio tra la tutela da infiltrazioni mafiose nell'economia e la libera iniziativa dei privati non è impegno di poco conto, per il legislatore prima, e per il giudice amministrativo poi, chiamato a sindacare la legittimità delle interdittive antimafia emanate dai Prefetti.
"Nella prevenzione antimafia lo Stato deve assumere almeno la stessa flessibilità nelle azioni e la stessa rapida adattabilità nei metodi, che le mafie dimostrano nel contesto attuale", ammonisce il Consiglio di Stato (sentenza 6105 del 5 settembre scorso), respingendo i dubbi di costituzionalità dell'interdittiva antimafia cosiddetta "generica", fondata cioè sull'ampio e non specificato potere di accertamento del prefetto di tentativi di infiltrazione mafiosa tendenti a condizionare la scelta e gli indirizzi dell'impresa, in aggiunta alle ipotesi tipizzate dalla norma (articolo 84 comma 4 lettera d ed e rispetto alle lettere a, b, c ed f del decreto legislativo 159/2011, il Codice antimafia). Il continuo confronto tra Stato e anti-Stato richiede l'uso di strumenti idonei, al di là delle ipotesi previste specificamente dalla legge, a individuare le concrete modalità delle mafie di infiltrarsi nella gestione dell'attività economica del Paese.
Il potere dei Prefetti - La finalità di anticipazione della tutela del sostrato economico-sociale, che contrassegna l'interdittiva antimafia, svincola la potestà prefettizia dalle logiche penalistiche di accertamento "oltre ogni ragionevole dubbio", dovendo valutare il pericolo di inquinamento mafioso dell'impresa, sulla base del giudizio preventivo e discrezionale del "più probabile che non".
Ma il potere dei Prefetti non è arbitrio, né può instaurarsi un diritto della paura. Il pericolo di infiltrazione mafiosa non deve ridursi a un sospetto della Pa, ma ancorarsi a elementi di fatto specifici e condotte sintomatiche, che la stessa giurisprudenza amministrativa ha via via enucleato (ad esempio frequentazione o amicizia, tra amministratori o dipendenti dell'impresa, con membri della criminalità organizzata), con la precisazione che non costituiscono un numerus clausus, per consentire all'ordinamento di adattarsi alle mutevoli forme di infiltrazione.
Il vaglio del giudice amministrativo - In definitiva, i fatti rivelatori di un collegamento tra impresa e criminalità organizzata devono essere "concreti, univoci e rilevanti". Il sindacato del giudice amministrativo, a tutela dell'ordinamento democratico, è determinante per valutare la legittimità dell'interdittiva, sotto il profilo della coerenza, logicità e della gravità del quadro indiziario, posto alla base della valutazione prefettizia circa il concreto pericolo di infiltrazione mafiosa. L'attenzione della giurisprudenza ai limiti della discrezionalità prefettizia è giustificata dalla radicale incidenza dell'interdittiva sulla vita dell'impresa. Non solo, infatti, a quest'ultima sono preclusi la stipulazione o lo svolgimento di contratti con la pubblica amministrazione, ma l'interdittiva può anche comportare la revoca o comunque l'inibizione dell'attività privata soggetta ad autorizzazione o Scia.
Lo ha ribadito il Consiglio di Stato con la sentenza 6057 del 2 settembre, che ha ritenuto legittima la revoca di cinque segnalazioni certificate di inizio attività e la contestuale chiusura delle strutture alberghiere, per l'applicabilità della normativa antimafia anche alle autorizzazioni e alle attività liberalizzate soggette a Scia (argomento basato sull'articolo 89-bis del Codice antimafia, introdotto dal decreto legislativo 153/2014 e ritenuto legittimo dalla Corte costituzionale con la sentenza 4/2018). Uno strumento in più per garantire la sopravvivenza dell'impresa è ora offerto dall'istituto del controllo giudiziale dell'azienda (articolo 34-bis del Codice antimafia, introdotto dall'articolo 11 della legge 161/2017). In caso di agevolazione mafiosa solo occasionale, la nuova norma concede la possibilità di risanamento in tempi brevi dell'impresa, con conseguente sospensione degli effetti interdittivi.
di Michele Bocci
La Repubblica, 23 settembre 2019
Il Sindaco di San Gimignano: "penitenziario abbandonato a sé stesso". Non un caso solo, seppure grave, seppure degno di far ipotizzare alla procura di Siena il reato di tortura. Sarebbero anche altri gli episodi di violenze sui detenuti ad opera della polizia penitenziaria nel carcere di San Gimignano, che allungano un'ombra inquietante sulla struttura.
lavocedibolzano.it, 23 settembre 2019
In teoria tutte le persone hanno diritto alla libertà e a una vita autodeterminata. Ma in alcune situazioni, questo diritto è limitato. La forma più grave è quella della pena carceraria. Ci sono però anche alcuni momenti o situazioni nella vita in cui di fatto avviene o può avvenire una limitazione della nostra autodeterminazione: quando ad esempio siamo ricoverati in ospedale, o non siamo più autosufficienti, quando invecchiamo e siamo ospiti di una casa di riposo, quando non siamo (più) coscienti, quando abbiamo un disagio psichico o sociale e viviamo in un alloggio protetto, quando siamo ospiti in una struttura di accoglienza, ecc.
In Austria la difesa civica è responsabile del controllo del rispetto dei diritti umani nelle strutture in cui le persone vivono in una condizione di limitazione delle proprie libertà personali. Funziona così: la difesa civica nomina una commissione che effettua regolarmente delle visite a carceri, caserme, strutture psichiatriche, case di riposo, alloggi protetti, così come strutture in cui vivono persone con disabilità.
Scrivono a questo proposito i Verdi altoatesini che hanno presentato un disegno di legge apposito in consiglio provinciale a Bolzano: "Come ci ha raccontato l'ex difensore civico austriaco Dr. Günther Kräuter in un convegno organizzato nell'agosto 2016 dalla nostra difensora civica in Consiglio provinciale, nel corso di queste visite sono state constatate diverse situazioni in cui i diritti fondamentali venivano rispettati solo in parte.
Carenza di personale, turni, sovraccarico lavorativo, carenze organizzative, strutture antiquate sono solo alcuni dei motivi alla base del problema. Il fatto stesso però che tali visite vengano effettuate comporta una maggiore presa di coscienza rispetto alla problematica e un miglioramento generale della situazione, secondo Kräuter. In Italia e in Alto Adige la questione è regolata solo in parte dal punto di vista giuridico. Per quanto riguarda i diritti dell'infanzia esiste la garante per l'infanzia e l'adolescenza, la quale ha incarico per legge di controllare che vengano rispettati i diritti umani nei confronti dei minori.
Per i diritti fondamentali delle persone adulte che vivono in situazioni di libertà limitata invece non esiste alcuna prassi preventiva. La difensora civica sarebbe la figura predestinata al compito di controllare preventivamente il rispetto dei diritti umani, ma non ha ancora un mandato ufficiale. Questo disegno di legge vuole coprire il vuoto legislativo in materia".
I contenuti del disegno di legge:
Nella lista delle funzioni e degli incarichi del/la difensore/a civico/a viene inserito il compito di visitare regolarmente strutture come ospedali, case di riposo per anziani, case di cura, strutture di lunga degenza, alloggi protetti per persone con disagio psichico o diversamente abili, ecc. al fine di controllarle e di affiancarle.
Inoltre, la/il difensora/e civica/o può anche nominare delle commissioni indipendenti che accompagnino e supportino questa attività. Le strutture devono mettere a disposizione tutta la documentazione necessaria e al contempo la difesa civica deve avere riguardo per le esigenze delle varie strutture.
"Questo disegno di legge vuole essere un passo chiaro verso una maggiore sensibilizzazione per i diritti umani e il loro rispetto in ogni ambito, anche nella nostra Provincia. Perché anche quando ci troviamo in condizioni di libertà limitate, i diritti umani continuano a valere e abbiamo bisogno di istituzioni e persone che se ne prendano cura e ce lo ricordino", concludono i Gruene.
di Michele Bocci
La Repubblica, 23 settembre 2019
L'assistente capo è contrariato. Alle 10 di mattina di un lunedì del gennaio scorso deve recarsi a Firenze, al Dap, "per quei fatti che sono successi ad ottobre - rivela a un collega indagato come lui - Cioè, andare a perdere una giornata lavorativa per andare eventualmente a giustificare l'operato delle persone, per uno che bisognerebbe pigliare la tanica di benzina, buttargliela addosso e dargli fuoco".
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