sda-ats, 1 agosto 2019
Quattro detenuti che erano stati sfollati dal carcere di Altamira, nello Stato brasiliano di Parà, dopo i brutali incidenti nei quali sono morti altri 58 prigionieri, sono stati uccisi all'interno di un furgone penitenziario. Il crimine è stato perpetrato mentre venivano trasferiti verso Belem, la capitale dello Stato. Lo ha reso noto la Globo News, citando fonti della sicurezza, secondo le quali i detenuti sono stati soffocati.
Le fonti hanno aggiunto che i quattro detenuti, che appartenevano alla stessa fazione criminale, erano ammanettati e viaggiavano in un furgone diviso in due celle, insieme ad altri 26 prigionieri. I loro corpi sono stati ritrovati stamane a bordo del veicolo, e i quattro sarebbero stati uccisi durante la notte scorsa, mentre il furgone viaggiava da Novo Repartimento a Marabà, in direzione est verso la capitale del Parà. Gli altri 26 detenuti che erano trasferiti dal centro penitenziario di Altamira sono stati posti in isolamento.
Con queste quattro morti e i due cadaveri ritrovati nelle ultime 24 ore nel carcere di Altamira sale a 62 il bilancio di vittime della brutale rivolta scoppiata lunedì scorso all'interno del centro di detenzione, dove prigionieri appartenenti a una organizzazione criminale locale, il Comando Classe A (Cca) hanno attaccato i rivali del Comando Vermelho (Comando Rosso), uccidendone 58, dei quali 16 sono stati decapitati. Si tratta della peggiore strage registrata in un carcere brasiliano dopo quella avvenuta nell'ottobre del 1992 nel penitenziario di Carandirù, nello Stato di San Pablo, nella quale erano morti 111 detenuti.
droghe.aduc.it, 1 agosto 2019
La lotta di gruppi criminali per controllare il micro-traffico di stupefacenti all'interno del carcere di El Bosque, nel sud di Barranquilla, è alla basa della rivolta dei detenuti nel fine settimana. Ieri 30 luglio è scoppiata una violenta disputa che ha lasciato 14 feriti e ha costretto la polizia a prendere il controllo della situazione. La denuncia, raccolta dalle autorità, è stata fatta da parenti dei detenuti e persone che abitano vicino al carcere; i responsabili delle ultime due rivolte sono due temibili gang criminali. Secondo un parente di un detenuto, come riferisce il quotidiano El Tiempo, si tratta dei gruppi conosciuti coi nomi "Los Costeños" e "Papa López", in lotta fra loro per il controllo del mercato delle droghe all'interno del carcere. Da sabato 27 mattina c'è stata la minaccia di impossessarsi della prigione, occupazione che è diventata tale da domenica 28 luglio. Cinque detenuti sono stati portati via dal carcere dopo essere stati feriti con armi da taglio.
"All'interno della prigione, dopo quello che è successo domenica, l'atmosfera era tesa e lunedì sera è iniziata la rivolta anche con colpi di armi da fuoco. Sapevamo già che era iniziata una battaglia campale, mio fratello mi aveva avvisato. È stato ferito con un coltello nello stomaco", ha detto un parente di questo detenuto.
"Le guardie hanno spento le luci alle 10 di sera e i detenuti hanno tirato fuori coltelli, pugnali, machete, tutto quello che avevano e hanno iniziato ad attaccare tutti quelli che potevano; non sapevano se avrebbero fatto del male a un amico o meno, perché erano sotto l'effetto di droghe e alcol ", ha detto un funzionario della Barranquilla Personería.
I 14 feriti sono stati portati in diversi centri sanitari. La prigione è stata danneggiata, "i rivoltosi hanno distrutto servizi igienici, tubature e attrezzature dell'infermeria. Ci sono molti danni fisici", ha aggiunto il colonnello Yesid Peña, comandante operativo della polizia metropolitana di Barranquilla. Diofanor Beleño, che abita vicino a questo carcere ed è anche un leader sociale, ha affermato che vivere vicino a questa prigione è preoccupante, poiché è normale che ci siano costantemente problemi. "La polizia antisommossa lancia gas lacrimogeni e dobbiamo allontanarci dalle nostre case per evitare di essere colpiti", ha spiegato Beleño.
di Marco Belli
gnewsonline.it, 1 agosto 2019
Partirà con cinque giovani detenuti dell'istituto penitenziario Ceresova la fase sperimentale del Programma di lavori di pubblica utilità che sarà avviata nel settembre prossimo a Città del Messico. Lo ha annunciato ieri mattina il Sottosegretario del Sistema Penitenziario Antonio Hazael Ruiz Ortega nel corso di un incontro con la delegazione del Ministero della Giustizia - Dipartimento dell'Amministrazione Penitenziaria nel quale è stato presentato il progetto mutuato dal modello italiano "Mi riscatto per...".
I detenuti si occuperanno della manutenzione dell'arredo urbano in alcuni punti strategici della metropoli messicana, particolarmente significativi e importanti anche da un punto di vista della loro visibilità. I soggetti saranno scelti da un gruppo di 15, che a loro volta hanno passato una serie di selezioni che rispondevano a specifici profili di garanzia, che li hanno portati ad essere prima a 200 e poi 75. Due saranno le direzioni verso le quali si muoverà il progetto messicano: interventi di miglioramento urbano in alcune zone strategiche di Città del Messico e realizzazione di laboratori di prevenzione dei reati in alcune zone ad alto grado di incidenza criminale con l'aiuto della compagnia di teatro penitenziario "Foro Shakespeare", stabile da oltre 10 anni all'interno del Centro Penitenziario Marta Varonil. La notizia del progetto ha provocato subito grande entusiasmo e molte aspettative fra i detenuti del carcere prescelto per l'avvio della fase sperimentale, come dimostrano le numerose richieste di candidatura avanzate.
L'obiettivo prioritario dell'intero Programma è quello di abbattere la recidiva. Nel solo Stato di Città del Messico, infatti, il tasso di recidiva fra la popolazione detenuta nel suo complesso si aggirava intorno al 40%. Un apposito studio effettuato per 4 anni su un campione di circa 5mila reclusi lavoranti ha dimostrato successivamente che la recidiva per questi soggetti era scesa al 4%. Obiettivo dichiarato dal Governo è quello di portare a zero il suo valore attraverso lo svolgimento di lavori di pubblica utilità.
Esperti delle Nazioni Unite e del Ministero della Giustizia - Dap assisteranno e accompagneranno la Segreteria del Sistema Penitenziario di Città del Messico nell'applicazione del progetto di reinserimento sociale. I detenuti lavoreranno allo scopo di dimostrare che è possibile convertire il tempo trascorso in carcere in tempo passato svolgendo un lavoro all'esterno del carcere al servizio della comunità.
Quasi 600mila pesos (circa 29mila dollari) saranno investiti nel primo semestre di sperimentazione: una parte servirà a sostenere un piccolo aiuto economico ai 20 detenuti che saranno interessati dal progetto nei primi sei mesi; altri soldi saranno spesi per l'acquisto di macchinari e strumenti, uniformi e equipaggiamento di lavoro, per la sottoscrizione di un'assicurazione contro eventuali incidenti sul lavoro, nonché per le spese di sostentamento del progetto (pasti, combustibile, costi amministrativi, ecc.). In un momento di crisi del sistema penitenziario globale l'avvio di questo Programma costituisce, per le autorità di Città del Messico, l'occasione di attirare l'attenzione del mondo sui problemi del settore. Ma anche, e soprattutto, di dimostrare che esistono soluzioni per superarli.
Il Messaggero, 31 luglio 2019
Sarebbe stata spinta contro una porta all'interno della caserma dei carabinieri di Arce. Morì così 18 anni fa Serena Mollicone, la studentessa uccisa il primo giugno del 2001 nel suo paese, nel Frusinate. Con questa convinzione, suffragata da anni di indagini e perizie, la Procura di Cassino ha chiesto il rinvio a giudizio per cinque indagati, ovvero tutti i membri della famiglia di Franco Mottola, ex comandante della stazione dei carabinieri di Arce, e due altri militari. Rischiano così il processo l'ex maresciallo dei carabinieri Franco Mottola, la moglie Anna e il figlio Marco e il maresciallo Vincenzo Quatrale per concorso in omicidio.
Per Quatrale, anche lui carabiniere, si ipotizza pure l'istigazione al suicidio del brigadiere Santino Tuzi, mentre per l'appuntato Francesco Suprano, militare dell'Arma, solo il reato di favoreggiamento. Secondo un'informativa dei carabinieri del comando provinciale di Frosinone, redatta sulla scorta di accertamenti del Ris e acquisita già nel febbraio scorso dalla Procura di Cassino, Serena fu uccisa, presumibilmente dopo un litigio, negli alloggi della caserma dei carabinieri di Arce. A colpirla sarebbe stato il figlio di Mottola, Marco. La ricostruzione del delitto tratteggiata dalla perizia medico-legale indicò una compatibilità tra lo sfondamento della porta dell'alloggio della caserma dei carabinieri di Arce e la frattura cranica riportata dalla studentessa diciottenne.
"E stata uccisa nella caserma di Arce, con una spinta contro una porta, data la riscontrata perfetta compatibilità tra le lesioni riportate dalla vittima e la rottura di una porta collocata in caserma - spiega il procuratore di Cassino, Luciano d'Emmanuele - È stata parimenti accertata la perfetta compatibilità tra i micro-frammenti rinvenuti sul nastro adesivo che avvolgeva il capo della vittima ed il legno della porta, così come con il coperchio di una caldaia della caserma". La perizia del Ris, contenuta nell'informativa che segnò una svolta nelle indagini, rilevò che dopo essere stata uccisa il corpo di Serena fu spostato nel vicino boschetto dell'Anitrella dove poi fu trovato con mani e piedi legati dal nastro adesivo e una busta di plastica in testa.
Durante le nuove indagini gli inquirenti hanno ascoltato 118 testi, molti dei quali ponderatamente scelti tra i 1.137 più volte sentiti nei diciotto anni di ricerca della verità per il delitto di Arce. La Procura di Cassino ha effettuato rogatorie in Francia, Polonia e nello Stato del Vaticano. "Si ritiene - fa sapere il procuratore di Cassino, Luciano d'Emmanuele - che le prove scientifiche, insieme alle prove dichiarative, consentano di sostenere con fiducia l'accusa in giudizio". La vicenda giudiziaria dell'omicidio della diciottenne Serena è stata lunga, tortuosa e segnata da episodi anche inquietanti.
Due anni dopo il delitto fu arrestato con le accuse di omicidio e occultamento di cadavere Carmine Belli, un carrozziere poi prosciolto nel 2006 da ogni accusa dalla Cassazione. Ad aggiungere mistero ad un caso intricato anche il suicidio del carabiniere Santino Tuzi che nel 2008, prima di essere ascoltato dai magistrati, si uccise sparandosi nella sua auto forse per il timore di raccontare l'inquietante verità e la presunta catena di pressioni e depistaggi che gravitavano attorno alla morte della studentessa scomparsa il primo giugno del 2001 e poi trovata morta due giorni dopo.
Tra le ipotesi anche quella che Serena quel giorno andò nella caserma dei carabinieri per denunciare alcuni traffici, forse legati alla droga. Poi la lite e la tragedia. Da quel giorno sono passati 18 lunghissimi anni nei quali il padre di Serena ha più volte chiesto verità. Diciotto anni di indagini e, ora sembrano dire gli accertamenti, anche di depistaggi. Poi la svolta con la perizia del Ris. Ora in cinque, e tra loro tre carabinieri, rischiano il processo.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 31 luglio 2019
A tre anni dalla scomparsa di Alessandro Margara, il magistrato che trattava i detenuti come uomini, il garante regionale dei detenuti della regione Toscana Franco Corleone ha presentato un testo dedicato al magistrato scomparso "Carcere e giustizia, ripartire dalla Costituzione". Il convengo si è tenuto lunedì scorso presso la sede del Consiglio regionale della Toscana, una sala gremita nonostante il periodo estivo.
di Francesco Grignetti
La Stampa, 31 luglio 2019
"Non ho condiviso alcun testo". Giulia Bongiorno ha risposto così a chi dalla Lega le chiedeva il perché nel M5S insistono nel dire che la ministra della Pa aveva condiviso il disegno di legge "Bonafede" sulla giustizia. In realtà Bongiorno, ai vertici a cui ha partecipato, ha visto cadere una dopo l'altra le sue richieste. La separazione delle carriere tra giudici e pm.
di Antonella Barone
gnewsonline.it, 31 luglio 2019
Ogni anno entrano in carcere circa 70.000 minori per incontrare genitori detenuti. Bambini e adolescenti che vivono il rapporto affettivo con madri e padri in una dimensione estranea al naturale contesto familiare. Tutelare il diritto a una crescita armoniosa e contrastare gli effetti negativi derivanti dalla separazione da un genitore sono gli obiettivi principali del progetto Bambini in carcere nato nel 1993 dall'impegno dei volontari di Telefono Azzurro e realizzato in collaborazione con il Dipartimento dell'Amministrazione Penitenziaria del Ministero della Giustizia. Una progettualità comune regolata da un protocollo d'intesa oggi rinnovato per la terza volta.
di Paolo Delgado
Il Dubbio, 31 luglio 2019
Sulla carta potrebbe essere un finale di stagione pirotecnico. In aula, al Senato, è in calendario la conversione del dl Sicurezza bis, obbligatoria dato che altrimenti scadrebbe il 13 agosto, ma è quasi certo anche il voto sulla mozione (all'acqua d rose) No Tav dei 5S, presumibilmente il 7 agosto sempre a palazzo Madama.
di Alessandro Trocino
Corriere della Sera, 31 luglio 2019
Oggi la riforma Bonafede in Consiglio dei ministri. Ma il Carroccio accusa: bocciale le nostre proposte. Il decreto Sicurezza bis, la riforma delle autonomie, la Tav, l'acqua pubblica, la fiat tax, la manovra. Di materia per dividersi ce n'è in abbondanza e così si naviga a vista, con Lega e 5 Stelle che dovrebbero andare nella stessa direzione, ma spesso sono su fronti opposti.
di Guido Neppi Modona
Il Dubbio, 31 luglio 2019
C'è qualcosa che lega le vicende che la notte tra giovedì e venerdì della scorsa settimana hanno portato alla tragica fine del Vicebrigadiere dei Carabinieri Mario Cerciello Rega e l'immagine dell'assassino confesso ammanettato e bendato in un ufficio dei Carabinieri. Quel qualcosa è l'eclisse della legalità, che sotto vari aspetti costituisce il filo conduttore di quelle tristissime e sciagurate vicende. In primo luogo, ho dei dubbi che rientri nei compiti istituzionali delle forze dell'ordine - nel caso di specie l'Arma dei Carabinieri - intervenire per dirimere una squallida controversia che vede come protagonisti: due giovani alla ricerca di cocaina, un procacciatore che si offre di accompagnarli da un pusher, che invece della cocaina fornisce una compressa di tachipirina tritata; l'intervento casuale di una pattuglia di carabinieri che mette in fuga il procacciatore, il pusher e i potenziali consumatori, che a loro volta si impossessano del borsello del procacciatore.
Quest'ultimo torna dalla pattuglia dei carabinieri per denunciare il furto. Successivamente il maresciallo comandante della competente stazione dei CC dispone che Andrea Varriale, accompagnato dal vicebrigadiere Rega, si rechi sul posto per rintracciare e identificare il pusher che si era dato alla fuga; nel corso di contatti telefonici i due americani chiedono al procacciatore 80 euro per restituire il borsello.
Il procacciatore denuncia al 112 la richiesta ritenuta estorsiva e la centrale dei CC affida l'incarico di recuperare il borsello ai carabinieri Varriale e Rega che si trovano già in zona, sono in borghese e quindi, trattandosi di un'estorsione, possono avvicinarsi senza destare sospetti. I carabinieri tramite il procacciatore combinano l'appuntamento con i due giovani americani, che si concluderà tragicamente con la morte del vicebrigadiere Mario Cerciello Rega.
Ma chi ha valutato che si trattasse effettivamente di un'estorsione? La richiesta era di soli 80 euro, e non risulta che sia stata accompagnata da violenza o minaccia, cioè le condotte che caratterizzano il delitto di estorsione. In fin dei conti gli 80 euro erano quelli che i due americani avevano sborsato per procurarsi la dose di cocaina. Come non rendersi conto che si trattava di una squallida vicenda tra spacciatori e truffatori da strapazzo, che non avrebbe richiesto né giustificato l'intervento dell'Arma dei Carabinieri?
Viene naturale domandarsi se in questa vicenda balorda tra balordi la legalità che doveva essere difesa era il supposto diritto del procacciatore di recuperare il borsello rubato senza sottostare alla richiesta di 80 euro. Forse sarebbe stato meglio limitarsi a identificare e denunciare all'autorità giudiziaria il procacciatore e il pusher per i reati di droga.
Il caso ha voluto che a questa vicenda di malintesa tutela della legalità finita così tragicamente si sia accompagnata pochi giorni dopo una violazione gravissima della legalità. In tutti luoghi in cui transitano persone in stato di fermo o di arresto dovrebbe essere esposto a caratteri cubitali il quarto comma dell'articolo 13 della Costituzione: "È punita ogni violenza fisica e morale sulle persone comunque sottoposte a restrizione della libertà".
Grazie ad una foto siamo invece a conoscenza che il giovane americano indagato per l'assassinio del Vicebrigadiere dei CC è stato sottoposto a una forma particolarmente crudele di violenza nello stesso tempo fisica (l'uso delle manette non giustificato né dal pericolo di fuga né da una pericolosità in atto) e morale, perché impedirgli in quel contesto l'uso della vista non può che provocare un profondo stato di angoscia e terrore per quello che potrà accadere.
Provoca ulteriore sconcerto rendersi conto che attorno al giovane ammanettato e bendato vi sono alcuni carabinieri, e cioè che il trattamento riservato all'arrestato è stato almeno inizialmente condiviso dal personale di quell'ufficio.
L'esecutore materiale dei maltrattamenti è stato immediatamente trasferito e il comando dei carabinieri ha deprecato e condannato l'accaduto, ma rimane una profonda inquietudine nel constatare che in una stazione dei Carabinieri sia stato commesso un così grave abuso, di cui si è venuti a conoscenza in maniera poco trasparente, attraverso una fotografia non si sa da chi scattata e con quali modalità divulgata. Vi è da augurarsi che anche su questi aspetti l'Arma dei Carabinieri faccia piena luce, cancellando dalla sua immagine questa macchia. Sarebbe anche questo un modo per rendere omaggio alla memoria del Vicebrigadiere Mario Cerciello Rega.
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