Il Sole 24 Ore, 4 agosto 2019
Conduce Raffaella Calandra. In onda la domenica alle 7.30 e in replica il sabato alle 22.30. In principio fu il caso Tortora, ma non sono così rare le storie degli errori giudiziari, di persone, cioé, finite in carcere da innocenti. A volte, solo per pochi giorni; altre, per più decenni. Tanto che dal 1991 al 2018, sono stati in 55mila ad aver presentato domanda di risarcimento per ingiusta detenzione.
A questo filone sarà dedicato un ciclo speciale di "Storiacce. I Racconti" di Radio 24, sempre condotto da Raffaella Calandra. Cinque puntate in onda la domenica alle 7.30 e in replica il sabato alle 22.30, per ricostruire dalla viva voce dei protagonisti storie di indagini sbagliate, di equivoci, di condanne e poi di revisioni: storie di vite stravolte da errori giudiziari.
Dal 1991 al 2018, lo Stato ha già pagato 800 milioni, per aver portato in cella indagati che non avevano commesso nulla. Sono cifre del Ministero della Giustizia, rilanciate dall'associazione "Errori giudiziari".
In queste puntate, Raffaella Calandra racconta la storia di Angelo Massaro, in carcere 21 anni e poi assolto dall'accusa di omicidio; quella di Giuseppe Gulotta, che ha trascorso 22 anni recluso, per poi essere scagionato; ci sarà la storia di Antonio Lattanzi, arrestato e scarcerato per 4 volte e poi assolto. E infine quella di Peter Pringle, irlandese, 14 anni nel braccio della morte. Le loro storie, insieme ai costi pagati dallo Stato, a riflessioni e analisi sulle ragioni di questo fallimento della Giustizia, nel ciclo estivo di Storiacce, la trasmissione d'inchiesta di Radio 24 condotta da Raffaella Calandra. Per l'ascolto: www.radio24.it.
di Emilio Enzo Quintieri*
emilioquintieri.com, 4 agosto 2019
Il Presidente del Consiglio Regionale della Calabria Nicola Irto, con Decreto n. 5 del 30 luglio 2019, ha proceduto alla nomina del Garante Regionale dei Diritti delle persone detenute o private della libertà personale, scegliendo l'Avvocato Agostino Siviglia di Reggio Calabria, peraltro in carica dal 2015 come Garante dei Diritti dei Detenuti della Città Metropolitana di Reggio Calabria.
Il Presidente Irto, per come si desume dal Decreto, ha inteso nominare il Garante Regionale visto che il Consiglio, nonostante la questione sia stata iscritta per ben tre volte all'ordine del giorno (11 marzo, 15 aprile e 29 aprile), non ha proceduto alla "nomina" del Garante.
Ma, in realtà, non si tratta di una "nomina" come sostiene il Presidente del Consiglio, bensì di una "elezione" poiché l'Art. 3 della Legge Regionale n. 1/2018, istitutiva dell'Autorità di Garanzia, prevede che il Garante debba essere eletto dal Consiglio Regionale con deliberazione adottata a maggioranza dei due terzi dei Consiglieri assegnati. In mancanza di raggiungimento del quorum, dalla terza votazione, l'elezione avviene a maggioranza semplice dei Consiglieri assegnati.
La "nomina" del Garante appare illegittima e annullabile sia perché avvenuta in violazione di legge e sia per carenza di potere, visto che la Legge Regionale n. 1/2018 non conferisce espressamente tale compito al Presidente del Consiglio Regionale. Invero, il potere sostitutivo, come prevede l'Art. 113 del Regolamento interno del Consiglio Regionale della Calabria, può essere esercitato dal Presidente per le nomine e designazioni di competenza del Consiglio Regionale.
Tale potere riguarda le nomine e designazioni scadute, terminato il periodo di prorogatio, nonché le nomine e designazioni relative a organi di nuova istituzione qualora la Legge attribuisca esplicitamente tale potere al Presidente del Consiglio. Mi sembra che il Regolamento sia abbastanza chiaro e preciso !
Come già detto, il Garante Regionale, non doveva essere "nominato" ma "eletto" (sono due cose diverse, con procedimenti altrettanto diversi) e la Legge Regionale non prevede l'intervento sostitutivo del Presidente del Consiglio in caso di inadempienza da parte dell'Assemblea. Ma, a quanto pare, in Calabria, si può fare di tutto, giocando con cavilli, silenzi e ritardi.
Anche quando si tratta di un organismo estremamente importante, appositamente istituito per vigilare sulla tutela dei diritti umani fondamentali delle persone detenute o private della libertà personale. Per tali ragioni, ritenendo che la "nomina" del Garante Regionale non sia avvenuta nel pieno rispetto della Legge e delle procedure da essa stabilite, presenterò ricorso al Tar della Calabria, Sezione di Reggio Calabria, per chiedere l'annullamento del Decreto del Presidente del Consiglio Regionale.
*Già Consigliere Nazionale Radicali Italiani
agensir.it, 4 agosto 2019
Anche quest'estate al carcere di Castelvetrano si sta svolgendo il laboratorio di bricolage che vede insieme detenuti e volontari per preparare portachiavi, piccoli gadget che poi vengono donati, dietro un'offerta, nelle piazze delle frazioni balneari. L'iniziativa vede insieme Caritas diocesana e Servizio diocesano di Pastorale giovanile.
Per quest'estate, oltre ai volontari locali, partecipano anche i seminaristi e una ragazza di Milano. A volere conoscere la realtà del laboratorio, qualche giorno fa, è stato Roberto Piscitello, direttore generale dei detenuti e del trattamento della persona del Dipartimento amministrazione penitenziaria, accompagnato dal vescovo di Mazara del Vallo, mons. Domenico Mogavero, da don Giuseppe Inglese, responsabile del Servizio di Pastorale giovanile, e Maria Luisa Malato, direttrice del penitenziario.
"Qui sperimentiamo lo stare insieme come famiglia - ha detto suor Cinzia Grisafi - e non è semplice, perché siamo diverse come persone e come carisma". Dietro le sbarre, però, si sperimenta lo stare insieme e l'amore: "Siamo felici nel sentirci voluti bene", ha detto Antonio, originario di Falcone e detenuto della terza sezione.
"Noi volontari ci arricchiamo di umanità stando insieme ai detenuti", hanno aggiunto. "È quella che spesso la società ignora - ha detto il vescovo - perché considera il detenuto un appestato". "In questi anni ho notato che il carcere è anche il luogo degli ultimi - ha detto Piscitello davanti a volontari e detenuti - e non solo di chi ha commesso un reato".
di Mario Di Vito
Il Manifesto, 4 agosto 2019
Secondo i dati del Ministero della Giustizia, per quello che riguarda i reati per cui è aperto un procedimento a carico di minorenni o di giovani adulti, il totale si assesta a quota 51.363.
C'è un esercito di ragazze e di ragazzi "ospiti dello Stato", ovvero affidati ai servizi della giustizia minorile. Gli ultimi dati raccolti ed elaborati dal ministero della Giustizia sono stati pubblicati lo scorso 17 luglio e il totale di quelli che nel gergo burocratico si chiamano "soggetti presi in carico" fa 13.473, di cui 12.064 maschi e 1.409 femmine.
di Anita Peperoni
papaboys.org, 4 agosto 2019
Per 23 anni è stato cappellano del carcere Secondigliano, a Napoli. Da tantissimo tempo poi segue progetti umanitari in Burundi, nel cuore dell'Africa. Esperienze lontane, da un punto di visto "geografico", ma con un unico e preciso obiettivo: occuparsi degli ultimi. Oggi don Raffaele Grimaldi, 61 anni, è l'Ispettore generale dei cappellani delle carceri italiane.
Dal 2017 coordina i circa 250 sacerdoti (a cui si aggiungono diaconi, suore, volontari...) che seguono giorno dopo giorno la pastorale carceraria, ovvero la presenza della Chiesa nei penitenziari, e che incontreranno il Papa sabato 14 settembre in udienza nazionale, nell'Aula Paolo VI.
Di papa Francesco don Raffaele è un "super fan". Trova che il messaggio del Pontefice abbia un ruolo determinante nel suo lavoro quotidiano: "Con il Giubileo della Misericordia, il Santo Padre ha lanciato un messaggio molto forte per la società, che troppo spesso è ostaggio di pregiudizi nei confronti di chi ha sbagliato. La Chiesa invece non vuole giudicare, ma offrire misericordia, aiutare l'altro a prendere coscienza di ciò che ha fatto, del male che ha commesso... Del resto, come dice Francesco, "solo quello che si abbraccia può essere trasformato". La Chiesa deve fare proprio questo, è il suo atto d'amore".
Che cosa fa il cappellano di un carcere?
"Nonostante l'epoca di crisi di fede che stiamo attraversando, resta un punto di riferimento. E non solo per i detenuti: per tutti. Il cappellano "accoglie" anche la polizia penitenziaria, il personale amministrativo, tutti gli altri operatori".
Quali sono le sue difficoltà principali?
"Molto spesso facciamo fatica a svolgere con serenità il nostro ministero in carcere. Manca il personale, manca la sicurezza... Il cappellano è un po' un eroe dei nostri tempi: dà, senza aspettarsi una ricompensa. Siamo annunciatori della Parola del Signore che proponiamo a tutti, senza mai imporla".
Il Papa ha definito la Chiesa come un ospedale da campo dopo una battaglia... I cappellani sono idealmente i suoi primi medici e infermieri?
"Sì. Siamo lì per offrire speranze e certezze per il futuro, per far risollevare dalle cadute, per curare le ferite dei detenuti. Siamo missionari della Misericordia. E quando i detenuti escono e non sanno dove andare, ci adoperiamo per accoglierli o farli accogliere nelle strutture giuste".
Costruite ponti, non muri...
"Sì, è proprio come dice il Papa! Vogliamo favorire il reinserimento nella società dei detenuti che hanno scontato la pena aiutandoli nel percorso di fede che hanno cominciato o riabbracciato in prigione".
Gazzetta del Sud, 4 agosto 2019
Agostino Siviglia è il Garante regionale dei diritti delle persone detenute o private della libertà personale. La nomina di Siviglia è stata disposta con decreto del presidente del Consiglio regionale, Nicola Irto. Siviglia, nell'esercizio del potere sostitutivo delle nomine di competenza dell'Assemblea.
Siviglia, 46 anni, è stato scelto dall'elenco dei candidati risultati idonei dopo l'avviso pubblico del maggio 2018 dell'Ufficio di presidenza del Consiglio regionale. Il Garante dei diritti dei detenuti - si legge nella legge regionale istitutiva della figura, la numero 1 del 2008, - è "un organismo di monitoraggio indipendente che contribuisca a garantire i diritti, promuovendone e assicurandone il rispetto, delle persone detenute e di coloro che sono sottoposti a misure comunque restrittive o limitative della libertà personale, favorendone, altresì, il recupero e il reinserimento nella società".
di Alessia Pacini e Francesco Trotta
La Repubblica, 4 agosto 2019
Il 19 febbraio 2019, Polizia e Guardia di Finanza, coordinati dalla Direzione distrettuale antimafia di Venezia sequestrano beni per un totale di 10 milioni; mettono in atto 9 provvedimenti tra obbligo di dimora e divieto di esercitare la professione di avvocato; e, infine, eseguono 50 misure cautelari, tra cui 3 ai domiciliari.
L'elenco degli indagati nell'operazione "At least", però, non finisce. In tutto sono 82 le persone coinvolte in un'inchiesta che fa luce su quella che è considerata una vera e propria "gomorra veneta". L'epicentro che sconvolge la terra del Doge è Eraclea, comune che si affaccia sulla laguna adriatica, con poco più di dieci mila abitanti, località balneare che vive principalmente di turismo.
Il procuratore capo di Venezia, Bruno Cherchi, ha sottolineato il fatto che per la prima volta in Veneto una cosca, seppur facendo riferimento al noto Clan dei Casalesi, "si era organizzata autonomamente". La struttura criminale - secondo l'indagine degli inquirenti - si è formata a metà degli anni Novanta, quando nel Nordest la Mafia del Brenta veniva sgominata e lasciava un vuoto di potere criminale, riempito poi da altri malavitosi.
A capo di questa organizzazione, secondo gli inquirenti, stavano Antonio Buonanno, Raffaele Buonanno - quest'ultimo imparentato con il capo Francesco "Ciccotto 'e mezzanotte" Bidognetti - entrambi residenti in Campania, e Luciano Donadio, anche lui di origine meridionali ma da anni trasferitosi proprio a Eraclea. Il gruppo criminale, che inizialmente poteva contare su altri personaggi di Casal di Principe e dell'agro aversano, si è pian piano sviluppato, interagendo e integrandosi con altri malavitosi e soprattutto con individui apparentemente puliti, soprattutto locali; gente veneta, insomma, che non si sarebbe fatta remore a far affari illeciti, diventando di fatto tassello fondamentale di una cellula camorrista, che nell'arco di due decenni si è impadronita del Veneto orientale.
E una lunga serie di gravi reati testimonia la pervasività e la sua capacità criminale: estorsione, usura, bancarotta fraudolenta, contraffazione di valuta, emissione di false fatture, truffe e truffe aggravate ai danno dello Stato, riciclaggio e auto-riciclaggio, reimpiego di denaro di provenienza illecita, rapina, ricettazione, sottrazione fraudolenta di valori, traffico di stupefacenti, sfruttamento della prostituzione, intermediazione illecita di manodopera, detenzione illegali di armi, danneggiamenti e incendi. In poche parole: controllo del territorio. Fatto assai grave, che si abbina a quanto affermato dal Procuratore Bruno Cherchi, quando spiega che parlare di mafia in Veneto significa anche parlare di una "criminalità strutturata e penetrata nei settori economico e bancario".
In effetti, stando a quando emerge dalle indagini, all'utilizzo della violenza e alla commissione dei reati più "vistosi" - come lo spaccio e la gestione della prostituzione lungo il "Terraglio", la strada che collega Mestre a Treviso (attività illecita spesso collegata solamente alla malavita dell'Est) - corrispondevano anche le potenzialità imprenditoriali del gruppo criminale, capace di coinvolgere commercialisti, funzionali pubblici, direttori di banca e, appunto, imprenditori. Sottolineiamo quest'ultimo aspetto per far comprendere il ruolo chiave dei "veneti": se non ci fossero stati loro, probabilmente i criminali non sarebbero diventati così potenti da creare una cellula mafiosa in grado persino di intessere legami con l'apparato istituzionale.
Il legame con la politica. "In più, in meglio", si legge oggi sul sito internet dell'ormai ex sindaco di Eraclea, Mirco Mestre, 44 anni. E ancora: "Credo che la mia città possa rappresentare il paese in cui i cittadini siano felici di vivere. Non sono un politico ed il mio impegno nasce dalla sincera determinazione di poter aiutare il mio paese. Per far ciò abbiamo deciso di rimboccarci le maniche e formulare questa nostra proposta per dire a tutti oggi si cambia!". Mestre è tra gli arrestati del 19 febbraio. Il mondo dell'amministrazione pubblica di Eraclea, quindi, si sarebbe incontrato con quello dei Casalesi nella pratica del voto di scambio. Secondo le indagini la cellula camorrista sarebbe riuscita a fare affari d'oro con l'edilizia lungo la costa adriatica, accaparrandosi permessi, in cambio dell'elezione del sindaco di Eraclea.
Sempre il Procuratore Bruno Cherchi ha affermato: "L'arresto del sindaco di Eraclea, Mirco Mestre, rappresenta il primo caso in Veneto di voto di scambio, accertato nel corso delle elezioni comunali del 2016". Mentre però il sindaco viene messo in carcere e il vice, Graziano Teso è indagato, la maggioranza al comune non vuole lasciare il proprio posto di potere, sottolineando che l'amministrazione sia in realtà estranea dalle attività mafiose di cui è accusato il sindaco.
Tra gli arrestati del 19 febbraio anche Denis Poles, direttore di banca che avrebbe lasciato via libera ai presunti mafiosi, operando sui conti societari, omettendo sistematicamente di segnalare le operazioni sospette e concordando persino i prestanome da utilizzare. Il nome di Poles è finito alla ribalta poiché si sarebbe rivolto nel 2002 direttamente al gruppo criminale per recuperare una valigetta che gli era stata rubata dalla macchina, in cui c'era la tesi di laurea della fidanzata. Efficientissimi sono stata i casalesi di Eraclea, in grado di far riavere a Poles la valigetta in ventiquattro ore, come annotano gli inquirenti nell'ordinanza di arresto.
Un altro Poles, questa volta Graziano, è stato coinvolto nell'indagine. L'imprenditore veneziano di settantanni è una vecchia conoscenza delle cronache giudiziarie locali causa il fallimento delle sue società per cui già nel 2013 si sospettava l'interessamento da parte della criminalità organizzata. Poles, insieme alla figlia e alla moglie, aveva creato una holding, attorno alla quale gravitavano altre undici società, costruita su debiti bancari; tutti soldi mai restituiti: un bancarotta da 7,5 milioni.
Nel suo impero c'era anche l'Hotel Victory, che l'allora sindaco Graziano Teso avrebbe cercato di vendere in cambio di autorizzazioni edilizie e concessioni. Le società di Poles, secondo la Procura, erano in parte controllate da Luciano Donadio e sodali. Attraverso i prestiti ad usura il gruppo criminale avrebbe ottenuto il controllo anche di altre aziende, i cui titolari in certi casi dapprima vittime, si sarebbero poi trasformati in complici del "sistema", come nel caso - secondo la magistratura - di Giorgio Minelle, titolare di Soluzione Mipa a Padova, che dopo le minacce e la cessione della sua attività a Donadio per i debiti insoluti, si sarebbe rivolto insieme a Vittorio Orietti di Galzignano, al gruppo criminale per farsi dare centomila euro dall'imprenditore Domenico Chiapperino.
Scrivono gli inquirenti:"Di quest'ultima famigerata e assai temibile organizzazione criminale [Clan dei Casalesi, ndr.] il sodalizio in questione ha riprodotto in queste terre i metodi violenti ed intimidatori, le strutture organizzative e i fini illeciti nei più diversificati ambiti illeciti imponendosi, in breve tempo, come compagine criminale assolutamente egemone nei confronti delle preesistenti formazioni locali, sia quelle che costituivano i residui della banda Maniero sia i gruppi successivamente costituitisi prevalentemente nel settore del traffico di stupefacenti e nell'attività di sfruttamento della prostituzione.
Per ottenere questo risultato il sodalizio si è fin da subito accreditato come formazione incondizionatamente disponibile alla commissione di qualsivoglia violenza con uso di armi ed esplosivi.[...] Negli anni successivi il sodalizio mafioso ha accresciuto la sua nomea non solo negli ambienti delinquenziali ma anche in vasti settori, imprenditoriali e non, della comunità locale tanto da divenire il ricettacolo di richieste di occuparsi - con modalità ovviamente estorsive - della riscossione di crediti o di attività di ritorsione e punitive ovvero di proteggere da legittime richieste di pagamento gli imprenditori che si sono affidati al sodalizio stesso".
Altro nome illustre nell'inchiesta è quello di Annamaria Marin, la Presidente della Camera penale veneziana, difensore di Luciano Donadio, al quale avrebbe fornito informazioni su indagini e arresti. Ma non solo: a prender parte a queste operazioni "mafiose", secondo la Procura di Venezia sarebbe stato anche Moreno Pasqual, della Polizia di Stato, che avendo accesso alle banche dati di pubblica sicurezza, sarebbe riuscito a passare informazioni riservate.
Non mancano all'interno del sodalizio personaggi già noti alle Forze dell'ordine, come Angelo di Corrado, consulente del lavoro, e Michele Pezone, già colpito in passato da provvedimenti di confisca.
Sorprende - ma non troppo - che all'interno dell'organizzazione avesse un ruolo apicale il venetissimo Christian Sgnaolin, titolare dell'azienda "Imperial Agency", che si occupa di sicurezza sul lavoro e nel caso dell'assenza di Donadio, gestiva gli affari dell'associazione criminale. Troviamo scritto nell'ordinanza di arresto: "Questa inquietante presenza criminale, sviluppatasi nel corso dello scorso decennio e consolidatasi negli ultimi anni, è tuttora viva è vegeta ancorché potata in alcuni dei suoi rami più spinosi attraverso indagini collegate condotte da questo Ufficio". Come ci ha candidamente ammesso una signora incontrata ad Eraclea. "Io ho ancora paura, perché ne hanno arrestati parecchi, ma molti altri li vedo ancora passeggiare tranquillamente in giro".
di Mario Garofalo
Corriere della Sera, 4 agosto 2019
"La verità degli altri. La scoperta del pluralismo in dieci storie" di Giancarlo Bosetti: il saggio edito da Bollati Boringhieri contro il pericolo risorgente dell'intolleranza. Chiusi come siamo nelle nostre "camere dell'eco", abituati ad ascoltare soltanto le opinioni di chi la pensa come noi attraverso la lente deformante dei social network, stiamo forse tornando ad essere come quegli uomini primitivi che vedevano il centro del mondo nel palo che era conficcato al centro del proprio villaggio o della propria capanna.
La loro malattia si chiamava "etnocentrismo", come spiegava nel 1906 William Graham Sumner, e consisteva nel considerare l'in group, il "noi", la "tribù", superiore all'out-group, il "loro", "gli altri". La cura, scrive oggi il giornalista e saggista Giancarlo Bosetti, si chiama "pluralismo", la capacità di uscire dalle nostre echo chambers e di ascoltare La verità degli altri che ha dato il titolo al suo libro (Bollati Boringhieri).
Pluralismo, si badi bene, è cosa diversa dal relativismo, che suscita polemiche a volte fondate. Il pluralismo, infatti, riconosce come "umano" un numero limitato di valori: non li persegue tutti, ma ne riconosce in qualche modo la plausibilità e, soprattutto, non rinuncia alla critica dei valori non umani. Per il relativismo, invece, tutto è possibile: ognuno ha i suoi valori e se ci si scontra pazienza. Un pluralista inorridisce di fronte alla pratica di lapidare le donne adultere negli stadi che è in uso presso i talebani in Afghanistan, un relativista si limita a prenderne atto.
Questa distinzione tra pluralismo e relativismo era ben presente nel pensiero di Isaiah Berlin, il primo dei dieci eroi del pluralismo passati in rassegna da Bosetti. Il filosofo britannico vedeva in Machiavelli in un certo senso il fondatore del pluralismo. Nel momento in cui contrapponeva i valori pagani di forza, giustizia e coraggio a quelli cristiani di carità, misericordia e sacrificio, certamente Machiavelli parteggiava per i primi, ma nel contempo esponeva al dubbio qualunque costruzione "monista", basata cioè sull'esistenza di un'unica possibile verità.
Era l'inizio di una scoperta: che ci sono principi ugualmente degni e tuttavia in possibile conflitto tra di loro come libertà ed eguaglianza, clemenza e giustizia, amore e imparzialità. In quest'ottica, perfino il mito della torre di Babele assume un'altra connotazione: Dio non era irritato dall'altezza della torre, ma proprio dalla monotonia della lingua. Far parlare gli uomini in tanti modi diversi fu un dono, non una punizione.
Così come era un dono quello che Ashoka, sovrano dell'impero Maurya, che si estendeva tra gli attuali Afghanistan e Bangladesh, fece ai suoi sudditi nel III secolo avanti Cristo: una serie di editti in cui rendeva onore a tutte le religioni e disponeva che tutte venissero studiate. E se Michel de Montaigne poneva il dubbio provocatorio se fossero più barbari gli indios della Nuova Spagna che mangiavano i loro nemici o gli occidentali che li bruciavano vivi, è forse quella di Origene la lezione pluralista più gravida di conseguenze.
A 33 anni il filosofo predicatore si trovò ad Antiochia di fronte a Giulia Namea, che gli chiedeva consigli per l'educazione del figlio. Giulia era la nipote di Settimio Severo, per le cui persecuzioni il papà di Origene, Leonida, era stato decapitato. Il clima non era dunque quello di una discussione da salotto.
Ma Origene ostentò serenità e sicurezza e disse due cose fondamentali. La prima: che i testi sacri non vanno presi alla lettera (la fondazione del "metodo allegorista"). La seconda: che c'è salvezza per tutti, non solo per i cristiani. Ashoka, dal canto suo, non si occupò solo di religioni, scrisse anche di come dibattere in pubblico: "È massimamente padrone di sé chi sa dominare la sua lingua. E non esalti sé stesso e non denigri gli altri". Un antidoto agli haters ventitré secoli prima dei social network.
Il Tirreno, 4 agosto 2019
"Un passo avanti decisivo verso la realizzazione del teatro stabile nel carcere di Volterra. Al termine del sopralluogo è stato convenuto che lo spazio più idoneo è l'attuale area passeggi, a ridosso della torre del Mastio. Ci metteremo a lavoro per arrivare nel più breve tempo possibile al raggiungimento dell'obiettivo".
Così la vicepresidente regionale Monica Barni al termine del sopralluogo in carcere di Volterra. Al sopralluogo hanno preso parte, oltre a Barni, il garante regionale dei detenuti Franco Corleone, l'assessore alle Culture di Volterra, Dario Danti, gli ingegneri della Sovrintendenza, il provveditore alle opere pubbliche di Toscana Marche Umbria, Marco Guardabassi, il vice provveditore del Prap, Rosalba Casella, architetti del dipartimento dell'amministrazione penitenziaria, i vigili del fuoco, rappresentanti della fondazione Michelucci e, per la compagnia della Fortezza, Armando Punzo e Cinzia De Felice.
"La situazione è sbloccata - ha aggiunto Barni -. I presenti hanno dimostrato la volontà di arrivare alla realizzazione del progetto. Al termine, riunione nell'ufficio della direttrice del carcere, Maria Grazia Giampiccolo. Il teatro consoliderà le attività teatrali, la cui metodologia, apprezzata a livello internazionale, ha modificato la vita all'interno del carcere, non solo per i detenuti, ma anche per tutti gli operatori". Il primo passo del percorso sarà la richiesta alla Sovrintendenza di Pisa, da parte del Provveditorato alle opere pubbliche dell'esecuzione di saggi archeologici preventivi nello spazio indicato.
di Giuseppe D'Amato
Il Gazzettino, 4 agosto 2019
Una passeggiata finita male, come del resto era nell'attesa della vigilia. L'azione "Riprendiamoci il diritto di scegliere", organizzata dalle composite opposizioni, è stata bloccata sul nascere dalle unità speciali anti-sommossa, presenti in forze nel centro della capitale federale.
La manifestazione non era stata concordata ed autorizzata, come lo stesso era avvenuto sabato 27 luglio, quando su circa 15 mila partecipanti oltre 1.500 persone erano state fermate e portate per l'identificazione alle stazioni di polizia. Ieri, prima ancora che iniziasse la passeggiata lungo il cosiddetto anello dei giardini, è stata detenuta Ljubov Sobol, l'ultimo capo della protesta a piede libero. Gli altri, al momento, sono dietro le sbarre.
Il taxi su cui la donna viaggiava è stato intercettato da una pattuglia della polizia. Avvocato, nota blogger, candidata non registrata alle prossime elezioni municipali dell'8 settembre, la Sobol è in sciopero della fame da 21 giorni. "Le autorità aveva lei detto in un'intervista prima del fermo stanno facendo di tutto per intimidire l'opposizione. Ecco perché oggi è importante mostrare che i moscoviti non sono impauriti dalle provocazioni e sono pronti a continuare a difendere i loro diritti".
Il nocciolo del contendere è che 17 candidati, tutti appartenenti alle opposizioni, non sono stati registrati dalla Commissione elettorale che ha giustificato la propria decisione per delle irregolarità. Da quel momento sono iniziate le proteste, che ogni sabato portano per strada migliaia di persone, principalmente giovani tra i 25 e i 30 anni. Il presidente Vladimir Putin ha consigliato Ella Panfilovna, responsabile della Commissione elettorale, di non ascoltare le lamentele. Le opposizioni non ci stanno e vogliono partecipare al voto a tutti i costi. Asseriscono che la loro esclusione ha una motivazione politica e che i burocrati locali temono che qualcuno, estraneo ai soliti giri, possa mettere finalmente il naso nei ricchissimi conti del Comune di Mosca.
Il fulcro della protesta è il gruppo Fbk di lotta contro la corruzione che ha come punto di riferimento il famoso blogger ed attivista, Aleksej Navalnyj, ora in carcere dopo alcune analisi cliniche seguite ad una strana allergia, causata stando ai suoi legali probabilmente da un avvelenamento.
In queste ore il Comitato di investigazione nazionale ha annunciato l'apertura di una procedura giudiziaria proprio contro Fbk per aver riciclato un miliardo di rubli (14,2 milioni di euro). Ieri gli Omon hanno fatto abbondante uso dei manganelli e della forza fisica.
I social media sono pieni di video sugli scontri. Tanti anche i messaggi registrati dai fermati all'interno dei cellulari che li conducevano alle stazioni di polizia. Non poche sono anche le denunce di fermi di persone che non c'entravano nulla con la passeggiata e che sono finite in caserma.
Alla fine della giornata, secondo il sito ovd-info, i fermati sono stati 800 sui circa 5mila manifestanti. Il centro di Mosca è tornato alla normalità soltanto alle 18 dopo che per quasi 4 ore alcune stazioni della metropolitana non erano utilizzabili. Il segnale del canale televisivo Dozhd, che trasmetteva in diretta immagini della manifestazione, ad un certo punto, è saltato.
Durante tutta la scorsa settimana si sono svolti i processi contro chi è stato fermato sabato 27 luglio: chi è finito per la prima volta davanti ad un giudice si è beccato una multa da 10 mila rubli (circa 140 euro); chi era recidivo 15 mila; gli organizzatori, chi ha avuto dei ruoli attivi nella protesta oppure chi ha fatto resistenza agli Omon ha subito una pena fino a 30 giorni di detenzione. Come ha riferito una nostra fonte alcuni processi si sono celebrati a tarda sera o di notte giusto "per prenderci ancora più in giro". Ieri per distrarre l'attenzione dell'opinione pubblica, i canali televisivi federali hanno trasmesso un concerto con le stelle della musica nazionale. Le partite del campionato hanno fatto il resto.
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