di Francesca Pinaffo
gazzettadalba.it, 24 settembre 2019
Un piccolo corteo segue il trattore carico di casse di Arneis. Chi ha passato la mattinata a raccogliere i grappoli dorati sotto il sole, tra i filari nel cuore di Alba, si avvia verso la cantina. Per un giorno, grazie a un progetto unico nel suo genere, i pregiudizi sono stati ancora una volta abbattuti. Giovedì scorso, all'istituto enologico Umberto I, la vendemmia è stata inaugurata assieme a quattro detenuti del carcere Giuseppe Montalto di Alba.
La collaborazione tra l'istituto carcerario e l'enologica è più che consolidata, perché proprio in corso Enotria viene vinificato il vino Valelapena, che nasce dalla vigna interna al Montalto e viene curato dai detenuti attraverso un corso di operatore agricolo, possibile grazie alla collaborazione tra l'enologica, Syngenta Italia e Casa di carità arti e mestieri Onlus. La novità è che per la prima volta non sono stati gli studenti a varcare i confini del carcere per collaborare in vigna con i detenuti, ma sono stati questi ultimi a raggiungere il vigneto della scuola accompagnati da un gruppo di agenti della Polizia penitenziaria. Commenta la preside dell'enologica Antonella Germini: "È stato un momento molto importante del progetto Vale la pena: un confronto tra due realtà molto diverse, ma fortemente nel segno dell'integrazione".
A seguire gli studenti è Bruno Morcaldi, che insegna enologia: "In vigna i ragazzi hanno fatto da tutor ai detenuti, che hanno imparato le diverse operazioni durante il corso di operatore agricolo. È stato bello vederli lavorare fianco a fianco, senza pregiudizi. Ed è proprio questa la forza del progetto: da un lato sensibilizza ragazzi molto giovani su temi come la legalità e la giustizia penale, che saranno anche oggetto di una delle prove di maturità, dall'altro offre ai detenuti un'opportunità concreta di reinserimento".
Tra gli studenti che hanno partecipato all'iniziativa c'è Sara, della quinta A: "È stata una mattinata molto arricchente per tutti noi. Penso che sia stato utile vedere come si svolge il lavoro in vigna nella quotidianità per i detenuti, così come per noi ragazzi è stato interessante confrontarci con loro".
È d'accordo anche il suo compagno di classe Manuel: "Noi studenti ci siamo sentiti parte di un progetto importante: sono contento di poter dare un'opportunità a persone che oggi si trovano in carcere e che grazie a quest'attività hanno un incentivo reale per migliorarsi". Sentiamo anche le voci del Montalto. C'è chi viene da Milano, dalla Polonia o da più vicino, ma tutti i detenuti sono d'accordo: "Attività come il corso di operatore agricolo sono fondamentali perché non ci fanno stare con le mani in mano. Essere qui, oggi, a scuola, fuori dal carcere, è un grande atto di fiducia e un'opportunità concreta che offre il progetto".
di Riccardo Canetta
informazioneonline.it, 24 settembre 2019
Sovraffollamento, carenza di personale, poche attività di reinserimento. Il Garante dei detenuti del Comune di Busto Arsizio, Matteo Tosi, è stato ascoltato lunedì in Regione Lombardia dalla Commissione speciale sulla situazione carceraria. Tosi ha illustrato all'organismo presieduto da Gianantonio Girelli i problemi del penitenziario bustocco, dal sovraffollamento (450 detenuti e 300 posti disponibili), alla carenza di personale, alle poche attività di reinserimento.
"Ho illustrato le situazioni di urgenza ed emergenza, che sono le stesse di altri istituti del territorio - spiega l'ex consigliere comunale -. In particolare, però, a Busto i problemi interessano la direzione e l'organico dell'area trattamentale. È importante tornare ad avere educatori e un responsabile dedicato esclusivamente al carcere di Busto, che manca ormai da un anno e mezzo, dopo il pensionamento della dottoressa Rita Gaeta".
Tra gli argomenti trattati, "nell'ambito della definizione dei nuovi piani del trasporto pubblico, ho invitato la Regione a valutare la possibilità di inserire una fermata all'altezza della struttura di via per Cassano. È un'idea che ho condiviso con il cappellano del carcere, nell'ottica di andare incontro alle famiglie meno agiate che hanno difficoltà a raggiungere questa zona".
Nella relazione di Tosi, anche la necessità di un mediatore di lingua araba e, ovviamente, le note carenze di personale amministrativo e di agenti. "La polizia penitenziaria è la parte migliore del carcere di Busto. Attualmente è costretta a lavorare in condizioni senza senso". Il garante ha sollecitato gli esponenti dei vari gruppi presenti in Regione a sensibilizzare i rispettivi referenti politici presenti sul territorio affinché si attivino per consentire ai detenuti di svolgere qualche attività lavorativa.
"Che si tratti di lavori socialmente utili, di corsi formativi o quant'altro, è importante dare loro qualcosa da fare. Se non si fa nulla, viene meno il senso di appartenenza alla società civile e si finisce per fare scuola di criminalità, a discapito ovviamente anche di chi lavora in carcere e dei cittadini che avranno a che fare con queste persone una volta tornate in liberà".
Quello con Matteo Tosi è stato l'ultimo incontro della Commissione con i garanti dei detenuti del territorio. Ora la Commissione ha una fotografia della non semplice situazione carceraria lombarda.
di Mauro Bonciani
Corriere Fiorentino, 24 settembre 2019
Tra poche settimane saranno sei anni dalla sua nomina a Garante dei detenuti della Toscana. E Franco Corleone è stato in precedenza Garante dei detenuti per il Comune di Firenze.
"Le risorse ci sono, ma ci sono tante lentezze. È un problema politico: se si vede il carcere come un luogo chiuso e non di rieducazione è difficile cambiare le cose: prevale solo il controllo"
Dottor Corleone, cosa fa il Garante?
"Io, come tutti i garanti delle altre regioni e dei Comuni esercito i compiti fissati dalle norme. Il cardine è affermare il sistema di garanzia dei diritti che discendono dalla Costituzione: dare risposte alle pulsioni che un luogo di potere, sui detenuti e tra i detenuti, come il carcere può scatenare; garantire la dignità della persona e che la pena corrisponda al senso fissato dalla nostra Carta. Poi ci sono le funzioni più "ordinarie", le visite e il monitoraggio agli istituti, o colloqui con i detenuti, i rapporti con la magistratura di sorveglianza, l'interlocuzione con la Regione".
E che limiti ha il vostro intervento?
"Noi abbiamo potere di parola, di denuncia, di sollecitazione, non di governo o gestione. È quindi un potere relativo. Ma mi viene da pensare che se noi non ci fossimo la situazione delle carceri italiane sarebbe ben peggiore. Ad esempio, dopo la condanna della Corte Europea del nostro Paese per il sovraffollamento, tanti detenuti hanno scelto la strada del ricorso, non di atti violenti".
Che voto dà alle carceri toscane: 7, 6 o 5?
"È difficile dare la sufficienza. Anche perché tante situazioni potrebbero essere risolte rapidamente e facilmente, i progetti nuovi su Gorgona e Pianosa, il reparto femminile all'istituto Gozzini di Firenze. Cose che se fatte cambierebbero non solo la situazione ma anche la percezione delle cose".
È un problema politico, culturale o di mancanza di risorse?
"Le risorse ci sono. È un problema politico, di visione: se si vede il carcere come un luogo chiuso, non come di rieducazione come prevede la Costituzione, è difficile cambiare le cose, prevale il controllo. Nelle carceri ci sono esperienze straordinarie che dovrebbero modellare la vita ordinaria, quotidiana degli istituti".
Cosa possono fare di più gli enti locali?
"Occorrerebbe maggior sinergia, invece ognuno tende a fare da sé; ma così le cose non funzionano".
L'impressione è che le cose non cambino mai. Si fanno le stesse denuncie sugli stessi problemi da anni, se non decenni. È così?
"C'è una certa disillusione, che trapela anche negli ultimi scritti di Margara, il mio predecessore purtroppo scomparso prematuramente. A volte la speranza può diventare malattia. Di certo il fallimento della riforma dell'ordinamento penitenziario è stato un brutto colpo. Però per fortuna non è vero che nulla cambia, che tutto è uguale. Ci sono problemi, lentezze assurde, ma anche esperienze come il teatro a Volterra o quella a Massa dove quasi tutti i detenuti lavorano".
di Edoardo Semmola
Corriere Fiorentino, 24 settembre 2019
"Questo di San Gimignano è il perfetto esempio al contrario di come dovrebbe essere un carcere". Così la volontaria Sofia Ciuffoletti, presidente dell'associazione Altro Diritto racconta la situazione in cui si trova il carcere di Ranza finito nella bufera per i presunti pestaggi ai danni di un detenuto tanto da veder indagati per il reato di tortura 15 agenti penitenziari. "Abbiamo raccolto noi i referti dei medici. Ma questo è anche un carcere malsano, isolato, dove nessuno vuole venire o restare".
"Quello di San Gimignano è l'esempio, ma al contrario, di ciò che un carcere dovrebbe rappresentare: un luogo di reinserimento sociale. Completamente isolato sia sul piano strutturale che relazionale, di servizi. Precario sul piano sanitario. Sperduto, nascosto alla vista. Immerso in un paesaggio bellissimo e al contempo estraneo a tutto il contesto. Se ti fai la doccia prendi delle malattie a causa delle infezioni batteriche nei pozzi. Bolle rosse su tutto il corpo. Non puoi bere, l'acqua non è potabile. Ci abbiamo messo anni per far risanare il secondo pozzo che pescava in acque putride e malsane, e si è rotto l'altro. Siamo punto e a capo".
Sofia Ciuffoletti questa realtà l'ha vissuta, e l'ha sofferta, per un anno e mezzo. Da quando ricopre il ruolo di presidente dell'associazione L'Altro Diritto, di cui è volontaria da anni, con compiti di consulenza extragiudiziale in tutti gli istituti di pena della Toscana e a Bologna. E in qualità di presidente è anche garante dei diritti dei detenuti proprio a Ranza, la Casa di reclusione di San Gimignano. "Se stai male - prosegue - rischi di non arrivare vivo in ospedale". Ma cambia poco perché "l'ex direttrice" ora rimossa dopo un'ispezione "impediva ai malati di uscire per le cure perché convinta che l'area sanitaria fosse di manica troppo larga". Lei aveva "un'idea di direzione del carcere di stampo ottocentesco".
L'elettricità c'è "solo quando funziona". L'allacciamento alle tubature comunali no: "Il paese è troppo lontano per essere conveniente portarci l'acqua". "Non è un carcere, è un serio problema di salute pubblica. È il posto da cui tutti vogliono fuggire: ma non i detenuti, parliamo di dirigenti, personale amministrativo, agenti. Fino a poco fa non c'era nemmeno un accesso pedonale, un marciapiede, nulla. Sei nel nulla". Sofia Ciuffoletti gli "effetti dei pestaggi" li ha visti con i propri occhi. Ha "raccolto le testimonianze" del personale medico che ha redatto i referti. La sentenza è chiara: "Erano attentissimi alla sicurezza. Pochissimo ai diritti".
L'Altro Diritto è una realtà nata in seno al corso di Sociologia del diritto all'Università di Firenze, fondata dal professor Emilio Santoro, che da anni si occupa di tappare le falle che l'amministrazione penitenziaria da sola non riesce a coprire: tutto ciò che capita o interessa la vita di un detenuto dal momento della sentenza a quello della sua liberazione. Dai colloqui con la famiglia alle pratiche per il lavoro, l'istruzione, l'Inps, i servizi di base, il rapporto con gli avvocati. Tutto ciò che va sotto il nome di "consulenza extragiudiziale". E ora, per la prima volta in Europa, è stata investita del compito di garante dei detenuti, proprio a San Gimignano. Nessun'altra associazione di volontariato era mai arrivata a ricoprire questa funzione.
"Non ci vuole venire nessuno, qui". Non gli agenti "che non vogliono vivere in una città pensata per i turisti, con i prezzi pensati per i turisti, dove paghi il posteggio uno sfacelo di soldi, e non vogliono andare a lavorare in un luogo inaccessibile, lontanissimo da tutto". Nemmeno i dirigenti: per anni hanno avuto "direttori reggenti a tempo parziale", da Grosseto, da Firenze, ora da Arezzo.
"È il problema maggiore - riflette Sofia - Da quando ho iniziato a venire qui, nel 2014, c'è stato un susseguirsi di direttori che non volevano rimanere per lo stesso motivo degli agenti: Ranza non è un posto dove vieni a vivere con la famiglia". È in questo clima che si sono verificati gli episodi di maltrattamenti, al limite del reato di tortura, su cui si indaga: "Gli agenti sempre sul piede di guerra, il malcontento è generale - spiega lei - con lotte di potere dentro le varie aree del carcere in assenza di una direzione stabile".
umbria24.it, 24 settembre 2019
In Umbria c'è un tasso di 154,12 detenuti ogni 100 mila abitanti contro la media italiana di 95,22. Si è insediato, presso la presidenza della Regione Umbria, il "Tavolo di governance" dell'Osservatorio permanente per la sanità penitenziaria.
All'organismo spetterà di definire annualmente un Piano operativo di indirizzi istituzionali ritenuti strategici per la tutela della salute dei detenuti e delle persone sottoposte a provvedimenti penali, delegandone la concreta programmazione, l'attivazione degli interventi necessari, il monitoraggio e la valutazione dei risultati ad un apposito Tavolo operativo.
Chi ne fa parte Del Tavolo di governance fanno parte l'assessore regionale alla salute, che lo presiede e coordina, il provveditore regionale dell'Amministrazione penitenziaria per la Toscana e l'Umbria, il presidente del Tribunale di sorveglianza di Perugia, il dirigente del Centro per la giustizia minorile per la Toscana e l'Umbria, il dirigente dell'Ufficio interdistrettuale per l'esecuzione penale esterna per la Toscana e l'Umbria, i direttori generali delle Aziende Usl Umbria 1 e Usl Umbria 2, il presidente di Anci Umbria e il Garante delle persone sottoposte a misure restrittive o limitative della libertà personale della Regione Umbria.
A che serve - Il Tavolo si propone come strumento di alto rilievo istituzionale: un organismo tecnico e operativo nel quale affrontare le questioni legate alla salute in carcere e le problematiche di tutti i soggetti sottoposti a provvedimento dell'Autorità giudiziaria in sede penale, sia maggiorenni che minorenni e ciò nell'ambito di una materia complessa ed articolata, sia sotto il profilo clinico che giuridico.
Nel territorio della Regione Umbria - è stato ricordato nella seduta di insediamento - si trovano quattro istituti penitenziari, due dei quali ospitanti circuiti di massima sicurezza. L'Umbria è inoltre una regione di rilevante incidenza penitenziaria con un tasso di 154,12 detenuti ogni 100 mila abitanti (tasso in Italia 95,22 - dato 2017).
mentelocale.it, 24 settembre 2019
Mercoledì 9 ottobre alle ore 18.30, presso Binaria Centro Commensale appuntamento con l'incontro "Università e carcere. Il diritto allo studio tra vincoli e progettualità". Presentazione del libro curato da Valeria Friso e Luca Decembrotto, ricercatori del Dipartimento di Scienze dell'Educazione dell'Università di Bologna.
Il volume presenta una riflessione corale e multidisciplinare sulla presenza delle università all'interno delle carceri, approfondendo teoria, ricerca e pratiche. Nella prima parte del volume viene approfondito il senso educativo dell'accesso agli studi universitari da parte di persone private della libertà. Nella seconda parte del volume sono presentate le esperienze italiane dei Poli universitari penitenziari. Uno spazio particolare è stato riservato agli atenei di Bologna, Padova e Torino. Nell'ultima parte sono proposte quattro esperienze internazionali, afferenti ad altrettanti approcci di collaborazione fra università e carcere. Insieme ai curatori del libro interverranno Franco Prina, responsabile dei Poli Universitari Penitenziari a livello nazionale; Claudio Sarzotti, docente di Filosofia del diritto e Lucia Bianco dell'equipe Genitori & Figli del Gruppo Abele.
dire.it, 24 settembre 2019
Svolgeranno volontariato all'interno della fondazione Matera Basilicata 2019. È stato siglato questa mattina il protocollo per l'inclusione sociale di persone sottoposte a provvedimenti dell'autorità giudiziaria tra l'ufficio locale di esecuzione penale esterna di Matera e la Fondazione Matera Basilicata 2019.
L'intesa consente ai detenuti cosiddetti messi alla prova di effettuare attività di volontariato nel quadro del programma della capitale europea della cultura. A firmare il protocollo il direttore dell'Uiepe Annarita Di Gregorio e il presidente della Fondazione Salvatore Adduce. L'obiettivo, cosi' come previsto dalla legge, è l'avviamento di un percorso supporto per il reinserimento sociale attraverso lavori di pubblica utilità e volontariato.
"Per ciascun soggetto coinvolto Ulepe e Fondazione Matera Basilicata 2019 - spiegano i promotori dell'iniziativa - collaboreranno per elaborare e realizzare un programma di trattamento individualizzato, esplicitando gli impegni specifici, il numero di giorni, le ore, nonché le modalità di attività di volontariato per le attività, eventi e progetti relativi a Matera Capitale Europea della Cultura 2019". Il protocollo è valido cinque mesi, è prorogabile, non prevede costi per le due parti.
di Roberta Rampini
Il Giorno, 24 settembre 2019
Un successo le attività promosse da Soroptimist International. Dai corsi di gelateria al "Beauty salon": le detenute scoprono il futuro. Trenta carceri, dal Nord al Sud Italia. Sessanta progetti avviati e 20 work in progress, 340 detenute di ogni età coinvolte (pari al 12% della popolazione femminile carceraria), 70 detenute che hanno ottenuto il diploma di acconciatrice, 30 diplomate nel corso di gelateria artigianale Fabbri Master Class.
Altre 45 donne migranti e minori del carcere di Palermo diplomate al termine del corso di caseificazione e lavorazione del latte. Un impatto economico dei progetti avviati dietro le sbarre di 100.000 euro. È "SI sostiene", la strategia di Soroptimist International d'Italia per favorire il lavoro femminile in carcere: numeri e progetti sono stati illustrati ieri mattina nel convegno che si è svolto nel carcere di Bollate.
Il lavoro come strumento di rieducazione e reinserimento sociale, il lavoro come emancipazione anche da un punto di vista economico, il lavoro per abbattere la recidiva nei reparti femminili. E il carcere che apre le porte ai club Soroptimist. "Due anni fa abbiamo sottoscritto un protocollo d'intesa con il ministero della Giustizia e abbiamo avviato progetti di formazione professionale delle detenute con il rilascio di certificazioni, ma anche attività di mentoring e sostegno delle attività lavorative già presenti e gestite dalle cooperative sociali - ha dichiarato Paola Pizzaferri, vicepresidente nazionale Soroptimist d'Italia e coordinatrice del progetto.
Hanno aderito 49 club in tutta Italia e 200 socie. Alle detenute che partecipano ai progetti chiediamo auto-responsabilizzazione". In due anni dietro le sbarre sono stati avviati corsi di gelateria artigianale, pasticceria e arte bianca, cake design, coltivazione piante aromatiche, manutenzione del verde e garden, bibliotecarie, corsi d'arte e scrittura, sartoria, artigianato, beauty e parrucchiera. Ma non solo, sono stati allestiti 20 spazi che prima non c'erano.
Come nel caso del carcere di Bollate, dove è stato realizzato un "Beauty salon" e il nuovo reparto nido con la "Navicella junior", ovvero una sala di lettura attrezzata. Centinaia di volontarie Soroptimist, ma non da sole. Tanti anche gli sponsor che credono nei loro progetti: Ikea, Fabbri 1905 Master Class, Musso Gelaterie e la collaborazione di enti e partner territoriali.
"Anche nel reparto femminile di Bollate, dove ci sono 160 detenute, l'attività di formazione professionale e il lavoro hanno assunto un'importanza fondamentale - ha spiegato Cosima Buccoliero, direttrice dell'istituto di pena -. I progetti avviati da Soroptimist rappresentano un'occasione per creare relazioni con le persone e aiutare le detenute a uscire da una situazione di emarginazione".
di Riccardo Noury
Corriere della Sera, 24 settembre 2019
Gli ultimi tre mesi a Hong Kong sono stati segnati da intimidazioni, violenze della polizia, arresti e processi come effetto della sempre più massiccia limitazione dei diritti alla libertà di espressione, associazione e manifestazione pacifica. Ma la proposta di legge sull'estradizione, poi ritirata, è stata solo l'ultimo motivo per protestare. Si deve partire da un po' più lontano. Dalla cosiddetta "linea rossa" proclamata nel 2017 dal presidente cinese Ji Xinping per scongiurare "ogni tentativo" di minacciare la sovranità e la sicurezza della Cina, sfidare il potere del governo cinese o usare Hong Kong per infiltrarsi e compiere azioni di sabotaggio contro la madrepatria". In ossequio a quella dichiarazione, le autorità di Hong Kong hanno applicato politiche ancora più repressive di quelle messe in atto in occasione delle proteste del 2014 del Movimento degli ombrelli. In conclusione, le autorità di Pechino considerano qualsiasi ordinario esercizio dei diritti umani a Hong Kong come un superamento della "linea rossa" e pretendono l'adozione, anche nella regione autonoma speciale, della definizione onnicomprensiva e vaga di "sicurezza nazionale", che già sta producendo effetti devastanti nella madrepatria.
di Fiorenza Sarzanini e Marco Galluzzo
Corriere della Sera, 24 settembre 2019
Sbarchi, quote, rimpatri: cosa può cambiare. Ogni Stato accoglierà tra il 10 e il 25% degli arrivi. Redistribuzione preventiva e automatica dei migranti: è questo il punto chiave dell'intesa. Redistribuzione preventiva e automatica dei migranti: è questo il punto chiave dell'intesa tra i "volenterosi" che potrebbe davvero cambiare la gestione dei flussi migratori.
Si tratta della richiesta principale presentata dal presidente del consiglio Giuseppe Conte e dalla ministra dell'Interno Luciana Lamorgese, frutto anche delle trattative bilaterali condotte nell'ultima settimana. Ma adesso bisognerà verificare quanti Stati europei aderiranno a questo progetto che Italia, Malta, Francia e Germania hanno messo a punto e condiviso con la Finlandia, presidente di turno dell'Unione.
Se saranno confermati i calcoli fatti qui a La Valletta su almeno dieci Paesi pronti a firmare, allora si potrà dire che il sistema è effettivamente cambiato, perché ad essere scardinato sarà il principio che - in base al trattato di Dublino - obbliga il Paese di primo ingresso a farsi carico degli stranieri fino alla decisione sulla richiesta di asilo. Portogallo, Irlanda, Lussemburgo, Grecia e Spagna avrebbero manifestato appoggio, altri potrebbero dare il consenso, anche per non rischiare di ottenere una riduzione dei contributi economici.
La suddivisione - Attualmente i migranti che arrivano in Italia a bordo delle navi delle Ong e delle motovedette di Guardia di Finanza e della Guardia Costiera vengono registrati negli hotspot e in caso di richiesta di asilo attendono l'esito nei centri di accoglienza. Durante la permanenza di Matteo Salvini al Viminale l'Ue ha accettato di occuparsi della distribuzione degli stranieri tra alcuni Stati pur di far revocare i divieti di ingresso nei porti. Si decideva però analizzando caso per caso. Se passerà l'accordo saranno stabilite quote fisse a seconda del numero di Paesi partecipanti (tra il 10 e il 25 per cento) e la distribuzione scatterà in maniera automatica. Quindi dopo l'approdo i migranti saranno registrati in Italia ma entro quattro settimane dovranno essere trasferiti altrove.
Accoglienza e rientri - Al momento si applica sempre il trattato di Dublino e dunque l'onere dell'accoglienza, ma soprattutto dei rimpatri, rimane in carico al Paese di sbarco, dunque Italia e Malta. Questo vuol dire che sono i due governi a dover negoziare la riammissione con i Paesi di provenienza dei migranti. Si tratta di una procedura lunga e complessa. L'Italia può contare su accordi con Tunisia, Egitto, Gambia, Nigeria e sulla collaborazione del Marocco, ma questo impone una serie di concessioni e comunque le cifre dei rimpatriati sono molto esigue rispetto al numero di chi arriva. Per avere un'idea basti dire che Tunisi accetta due charter a settimana da 40 persone, complessivamente ogni anno si riesce a far tornare a casa non più di 5 mila persone.
Nell'intesa raggiunta ieri a La Valletta è invece previsto che sia lo Stato di destinazione a gestire la sistemazione dei richiedenti asilo e - in caso venga negata l'istanza per il riconoscimento dello status di profugo - anche le pratiche per il rimpatrio. Si tratta di una novità importante perché questo convincerà gli Stati europei a impegnarsi per chiudere accordi con i Paesi di provenienza dei migranti e obbligherà la Commissione Ue a farsi garante di queste trattative.
Porti sicuri - Le norme sul soccorso in mare e le convenzioni internazionali prevedono lo sbarco nel porto sicuro più vicino. Quando le navi prendono a bordo i migranti al largo della Libia, l'approdo più vicino sarebbe proprio in quel Paese ma poiché non viene ritenuto "sicuro", le imbarcazioni si rivolgono a Malta e Italia. Nella nuova intesa si cercherà invece di stabilire una rotazione che, su base volontaria, consentirà di mandare le navi nei porti di altri Stati, ad esempio Francia e Spagna.
- Ambiente. Poche decisioni e tanti alibi
- Ambiente. La piccola Greta bacchetta i Grandi: "Avete rubato i nostri sogni"
- Matera. Quarta Mostra Galeotta, espongono 207 artisti detenuti
- Burundi. L'Onu: "Violenze di Stato e rischio genocidio"
- Antigone (Gonnella): a San Gimignano, ma anche a Monza, si accerti subito verità









