di Silvio Buzzanca
La Repubblica, 5 agosto 2019
Il Senato inizia oggi l'esame del decreto Sicurezza bis che scade il 13 agosto. La Camera lo ha già licenziato e Palazzo Madama dovrebbe fare altrettanto. O approvando il provvedimento o dicendo sì alla fiducia che dovrebbe chiedere il governo; con un voto in arrivo già oggi, al massimo domani. Un esito positivo, nonostante i mal di pancia che colpiscono alcuni senatori grillini e sollevano dubbi sui numeri della maggioranza.
Anche questo passaggio parlamentare è entrato nella giostra impazzita del quotidiano scontro fra i giallo-verdi. I primi quattro articoli del decreto sono dedicati all'immigrazione. E a leggerne il contenuto sembra vedere aleggiare sull'austera sala di Palazzo Madama lo spirito di Carola, la comandante della Sea Watch.
Il testo, infatti, concede superpoteri al ministro dell'Interno, Matteo Salvini, per impedire l'arrivo di navi con migranti a bordo nei nostri porti. Deve solo concertare con Toninelli e la Trenta e informare il premier Conte. E siccome può accadere che qualcuno si faccia beffa degli editti del Viminale, sono in arrivo multe fino ad un milione di euro per i comandanti delle navi che non rispettino gli ordini.
Poi è prevista anche la confisca delle imbarcazioni che non rispettino le regole e dopo un certo periodo il passaggio allo Stato. Questo punto lo hanno proposto i grillini ed è la loro buona ragione per dire sì al decreto. Per finire questo capitolo c'è anche l'arresto immediato e la reclusione da 3 a 10 anni per chi resiste o commette violenza contro una nave militare. Ma il decreto non si limita solo a reprimere le attività delle Ong. Vuole anche smascherare anche il presunto connubio fra organizzazioni umanitarie e trafficanti.
E quindi via libera all'uso delle intercettazioni preventive per colpire sempre il reato di favoreggiamento dell'immigrazione clandestina e soldi alle forze dell'ordine per agire sotto copertura con l'intento di scoprire chi favorisce l'arrivo degli immigrati. Poi ci si occupa delle manifestazioni pubbliche, del ritardo nelle notifiche delle sentenze, dei pasti dei poliziotti in missione, delle scuole di polizia, dei rimpatri, due milioni per riportare a casa i clandestini, delle violenze dentro e fuori degli stadi, con inasprimento di pene e Daspo.
Non manca la lotta al bagarinaggio e, per finire, le intercettazioni e la loro pubblicazione. Ecco. Il Senato dovrà discutere di tutto questo prima di andare in vacanza. Ma prima dei saluti i senatori dovranno anche votare. Il testo o la fiducia. E in entrambi i casi non serve la maggioranza qualificata di 161 voti: si vince con un voto in più di quelli che sono presenti in aula. I senatori, grazie al recente contestatissimo arrivo della grillina umbra Emma Pavanelli, il posto spettava alla Sicilia, sono nuovamente 321. Il M5S, dopo espulsioni varie, conta su 107 senatori. Al momento sarebbero in 7 pronti a dire no.
O riflettono: Elena Fattori, Mattia Mantero, Virginia La Mura, Alberto Airola, Leho Ciampolillo, Pietro Lorefice e Mattia Crucioli. Dunque, si scenderebbe a 100 voti. La Lega ha invece 58 senatori. Umberto Bossi, anche se vorrebbe proprio esserci, non sta troppo bene. E allora si scende a 57. Matteo Salvini nei giorni scorsi ha perso il suo seggio in Calabria: avevano sbagliato a contare i voti e avevano tolto il posto alla forzista Fulvia Caligiuri. Il ministro dell'Interno recupera nel Lazio e la Lega resta con 57 senatori.
Poi ci sono quelli di Fratelli D'Italia, 18, pronti a votare sì al provvedimento, ma no alla fiducia. Idem i 62 di Forza Italia. Ma qui bisogna fare i conti con la fresca scissione di Giovanni Toti. Sembra che saranno 5 i senatori che seguiranno il governatore ligure. Ma cambia poco: il voto sarà favorevole sul testo, astensione o abbandono dell'aula in caso di fiducia. Qualche altro voto potrebbe arrivare dal Gruppo Misto, tipo l'ex grillino Maurizio Buccarella.
Voteranno no il Pd, 51 senatori, i 4 di Leu, gli ex grillini Paola Nugnes. Gregorio De Falco, Saverio De Bonis, oltre a Emma Bonino e Riccardo Nencini. E poi i 3 autonomisti della Svp e il senatore valdostano Albert Lanièce. Diranno no altri due del gruppo autonomista: Gianclaudio Bres sa e Pierferdinando Casini. Poi ci sono i 6 senatori a vita. Difficile pensare che Piano e Rubbia si presentino al Senato il 5 agosto. E che, se votino, Napolitano, Segre, Monti e Cattaneo dicano sì alla fiducia sul decreto sicurezza.
Così la maggioranza potrebbe arrivare a 158, forse 160 voti. Molti di più se il governo rinuncerà alla fiducia, come chiedono quelli di Forza Italia, votando solo il decreto. Due esiti diversi dal diverso significato politico. In caso di discesa sotto la soglia dei 161 voti, le opposizioni grideranno infatti alla evaporazione della maggioranza e alla crisi di governo. Ma già a giugno la fiducia sul decreto Crescita era passata al Senato con soli 155 voti favorevoli e non era successo nulla. Anche perché i forzisti e quelli di Toti, più quelli di Fdi sono pronti a lasciare l'aula per dare una mano al governo.
di Lorenzo Salvia
Corriere della Sera, 5 agosto 2019
Tra oggi e domani si gioca tutto in Senato. Decisivo il numero dei presenti. Il decreto va convertito in legge prima della pausa estiva, altrimenti decadrebbe. L'appuntamento è per oggi a mezzogiorno, Aula del Senato. A quell'ora comincerà il dibattito sul decreto legge "sicurezza bis", fortemente voluto dalla Lega e mal visto da buona parte del Movimento 5 Stelle.
di Giovanni M. Jacobazzi
Il Dubbio, 5 agosto 2019
La riforma della giustizia voluta dal Guardasigilli Alfonso Bonafede, che presentava agli occhi dei magistrati molti punti assai discutibili, per il momento va in soffitta. Sereni per il pericolo scampato. È questo l'umore prevalente dei vertici dell'Associazione nazionale magistrati all'indomani della decisione di mandare per il momento in soffitta la riforma della giustizia voluta dal Guardasigilli Alfonso Bonafede.
di Paolo Tuttotroppo
paolotuttotroppo.com, 5 agosto 2019
Chi è più propenso a commettere reati? I bianchi, i neri? No: i poveri. L'esempio è quello, risaputo e molto "politicizzato", della percentuale delle etnie in carcere, ossia l'incidenza della nazionalità sulla propensione al crimine. Nel 2017 c'erano 37mila detenuti italiani e 19mila stranieri. Rapportato al fatto che in Italia ci sono 55 milioni di italiani e 6 milioni di stranieri, apparirebbe evidente che l'incidenza al crimine sia estremamente più alta per gli stranieri.
di Isabella Bossi Fedrigotti
Corriere della Sera, 5 agosto 2019
In gioventù ho assunto, controvoglia, qualche patrocinio penale. È stata un'esperienza che mi ha segnato. Poi la vita mi ha portato altrove. La difesa penale è il compito più alto, giusto e nobile che possa svolgere un avvocato, anche la difesa dei più efferati criminali. Ma come? come può essere impresa meritevole difendere i criminali?
La Repubblica, 5 agosto 2019
Una bomba esplose sul treno che viaggiava sotto la galleria Direttissima: morirono 12 persone e 50 furono ferite. Il Capo dello Stato: "Colpendo cittadini innocenti, la bomba voleva colpire la Repubblica. "Quarantacinque anni or sono dodici persone inermi persero la vita a causa di un ordigno ad alto potenziale, collocato da sanguinari terroristi ed esploso sul treno Italicus, all'uscita della grande galleria dell'appennino, vicino alla stazione di San Benedetto Val di Sambro. I procedimenti giudiziari non hanno potuto portare a sentenze definitive di condanna e il mancato accertamento di così gravi fatti interpella le coscienze di ciascuno. Si tratta di una lesione al principio di giustizia solennemente affermato dalla nostra Costituzione, a cui una comunità democratica non può mai rassegnarsi". Così il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella ricorda la strage dell'Italicus, forse la più "dimenticata" tra quelle che hanno insanguinato l'Italia: una bomba esplose nella notte tra il 3 e il 4 agosto del 1974 sul treno sotto la galleria Direttissima, in provincia di Bologna, e fece 12 morti e 50 feriti.
"Colpendo cittadini innocenti, la bomba - aggiunge il Capo dello Stato - voleva colpire la Repubblica e la convivenza civile degli italiani. Le indagini e i processi, pur non giungendo all'identificazione dei terroristi esecutori, hanno confermato il legame con altri attentati e con la strategia destabilizzante ordita in quegli anni. La matrice neofascista è resa esplicita nella sentenza della Cassazione e poi nelle stesse conclusioni della Commissione parlamentare d'inchiesta sulla loggia P2".
"Numerosi - ricorda Mattarella - furono i feriti. Il ferroviere Silver Sirotti riuscì a salvare diversi viaggiatori imprigionati dalle fiamme, ma pagò con la morte quel gesto eroico di altruismo e solidarietà umana, espressione di autentico senso del dovere. In questo triste anniversario desidero esprimere la mia vicinanza ai familiari e a quanti sono rimasti segnati dalle ferite e dal dolore".
"La ferma risposta del popolo italiano - conclude il Capo dello Stato - sconfisse allora le trame oscure e criminali, difendendo l'ordine democratico. La solidarietà del Paese raccolta intorno ai beni cruciali e indivisibili della libertà e del rispetto della vita delle persone resta la risorsa contro l'insorgere di qualunque minaccia o di ogni forma di violenza".
"Ancora oggi, a quasi mezzo secolo di distanza, non è stata fatta piena luce sulla strage dell'Italicus - dice la presidente del Senato, Elisabetta Casellati. Una lacuna grave e inaccettabile che va colmata al più presto".
"Il dolore dei familiari e lo squarcio aperto nella coscienza degli italiani, possono essere leniti - aggiunge - solo giungendo ad un esito giudiziario certo e definitivo che non si fermi solo alla matrice terroristica dell'attentato ma chiarisca tutte le responsabilità riaffermando così, in maniera inamovibile, i principi di giustizia e legalità su cui si fonda lo Stato di diritto.
In questa giornata di commemorazione, voglio esprimere tutta la mia vicinanza - conclude Casellati - alle famiglie delle vittime e ribadire la più ferma condanna a tutti gli atti di natura terroristica che ancora oggi, in tutto il mondo, mirano a colpire persone innocenti e a mettere in discussione la stabilità delle istituzioni democratiche".
di Massimo Ammaniti
Corriere della Sera, 5 agosto 2019
Quei ragazzi sono perlopiù italiani di piccoli paesi a riprova del fatto che più che prendercela coi migranti dovremmo occuparci di quello che non va nelle nostre famiglie e nella nostra scuola.
Che si può fare con uno spray al peperoncino? Una donna può difendersi da un aggressore oppure nelle mani di un ragazzo può diventare una pericolosa arma di offesa. Era successo nella discoteca "Lanterna Rossa" a un concerto sovraffollato, qualcuno aveva spruzzato il terribile spray provocando una calca di ragazzini e di genitori che li avevano accompagnati, lasciando per terra morti e feriti. Si è scoperta alfine una temibile banda di ventenni che agiva nei concerti e nelle feste provocando un panico incontrollabile per cui riuscivano a rubare soldi e catenine d'oro. Negli anni il branco di giovani si è scagliato contro migranti, persone con handicap, donne indifese provocando sofferenze, paure, lesioni fisiche anche gravissime.
Ma questa volta se la sono presa con i coetanei che erano andati al concerto, bastava spingere il tasto di una bomboletta per sentirsi padroni della vita e della morte. Una pulsione onnipotente che li trasformava in esseri superiori in grado di travolgere la vita di centinaia e centinaia di ragazzi. Nessun segno di colpa e di ravvedimento nel branco, che ha continuato in questi mesi a infierire sugli altri per qualche soldo in più.
Colpisce la callosità mentale di quei ragazzi che li rende invulnerabili ai sentimenti e ai principi morali della comunità umana, ma sarebbe fuorviante liquidarli dicendo che sono bestie, perché gli animali esprimono emozioni e anche gratitudine. Sono perlopiù italiani di piccoli paesi del modenese a riprova del fatto che il degrado educativo sta raggiungendo tutti i livelli della società. Più che prendercela coi migranti dovremmo occuparci di quello che non va nelle famiglie e nella scuola italiana.
di Massimo Adinolfi
Il Foglio Quotidiano, 5 agosto 2019
E così li hanno scarcerati. Gli stupratori. Com'è? "Io una cosa del genere non posso accettarla", scrive su Facebook, il 28 marzo 2019, Luigi Di Maio, capo della maggior forza politica italiana, che sui temi della giustizia ha costruito buona parte delle sue recentissime fortune elettorali.
Il leader dei Cinque stelle dice di non voler entrare nel merito della decisione presa dal Tribunale del riesame, però, senza entrare nel merito, commenta così: "È evidente che c'è qualcosa che non va in questo paese. Chi compie uno stupro, per quanto mi riguarda, deve passare il resto dei suoi giorni in carcere.
Ognuno ha il diritto di difendersi, lo prevede il nostro ordinamento giuridico, ma chi è accusato di violenza sessuale contro una donna deve poterlo fare dal carcere". In breve: l'accusa è sufficiente, da sola, per trattenere qualcuno in carcere; non ci vogliono sentenze, giudici, tribunali. E la difesa non può interferire con l'esecuzione della misura cautelare. E l'ergastolo è l'unica pena che si meritano i "presunti stupratori", i quali nel breve volgere di qualche riga diventano senz'altro "delinquenti", nel post di Di Maio.
E comunque quel che hanno pensato, deliberato, scritto i giudici non conta. Anche se sono ben tre, e distinti, i collegi giudicanti che hanno ordinato la scarcerazione. In realtà, la ricostruzione dei fatti non è ovvia né scontata, come mostrano le motivazioni delle ordinanze, e dunque occorrerebbe massima cautela, e un "silenzio rigoroso e assoluto da parte di tutti", come ha giustamente chiesto il presidente delle Unione Camere penali italiane, Gian Domenico Caiazza. Invece Di Maio parla, parla e si indigna a gran voce, e non riesce nemmeno a immaginare che un giudice possa mettere in discussione un convincimento della pubblica accusa.
C'è davvero qualcosa che non va in questo paese, il paese del "io so, anche se non ho le prove". Ma almeno Pasolini (è lui che pronunciò sulle pagine del Corriere il più famoso degli "io so", mettendo sotto accusa l'intera Repubblica) era un intellettuale. Ora è invece un politico, un potente, un uomo delle istituzioni che sa anche senza prove, e si vergogna se l'accusato rimane, prima di qualunque processo, libero di "farsi i cavoli propri" (parole, queste ultime, che sottintendono che la libertà del cittadino Di Maio è nobile e bella, mentre quella concessa a questi "delinquenti" è immeritata). Lui, Di Maio, sa. E sopra questo sapere fa, ovviamente, un numero da circo elettorale.
"Giudizio e giustizia sono necessari non appena compare il terzo": per Levinas, cui appartengono queste parole, non si tratta di una condizione ideale, bensì soltanto di una situazione necessaria. Perché la relazione etica fondamentale - quella da cui nasce tutta la morale, secondo il filosofo di origini lituane - mi mette dinanzi al Volto di Altri, nella sua irriducibilità a qualunque regola, misura, norma, concetto, numero.
Qui, invece, si fa avanti un Terzo. Altri è il prossimo, quello che bisogna amare come sé stessi e che, nel vocabolario di Levinas, mi sollecita una responsabilità infinita: è, nella tradizione cristiana, l'uomo percosso e derubato che muove a compassione il buon samaritano. Ma poi c'è il Terzo, che richiede uguale trattamento.
"A partire da questo momento - scrive ancora Levinas - occorre paragonare, pesare, pensare, occorre fare la giustizia, sorgente della teoria". Occorre paragonare, e come si fa a paragonare volti e persone sempre uniche e irripetibili, ciascuno con la propria verità? Dove trovare la comune misura? Levinas cita un vecchio testo talmudico: gli stati, per battere moneta, ricorrono a un calco, e stampano monete tutte eguali l'una all'altra; Dio, invece, "con il calco della sua immagine, arriva a creare una molteplicità dissimile: degli io, gli unici nel loro genere": come rendere loro giustizia?
Poiché le figure teologiche possono apparire ingombranti, abbandono questo piccolo prologo in cielo e ritrascrivo tutta la scena in termini mondani: se sono coinvolto in una lite (con mio fratello, per esempio: è il caso di Esiodo e dell'inizio della civiltà occidentale), posso sperare di ottenere giustizia solo se accetto che un terzo sia chiamato a giudicare (a soppesare, a misurare).
Ma per compiere questo passo devo accettare pure che il giudizio provenga da un'istanza che non è implicata nella contesa al modo in cui lo sono io (e, specularmente, mio fratello). Questo non è il caso in cui qualcuno mi ha derubato e io ricorro alla giustizia perché scovi il colpevole e lo punisca; è piuttosto il caso in cui io so di aver ragione, e tuttavia, per vedermela riconosciuta, devo passare per il verdetto di un terzo.
Posso vendicarmi, ma non posso farmi giustizia da solo. Vendetta non è giustizia. La giustizia la si ottiene sempre da un altro. Il quale non sa le cose al modo in cui le so io, e a cui devo semmai sudare le sette camice per spiegarle. Io so, e il mio sapere è unico e irripetibile come l'incontro col Volto di Levinas.
Più avanti scriverò con i trattini: "verità-che-io-so", per riferirmi a questa verità che pretendiamo di possedere in prima persona, in presa diretta, con tutta la certezza della nostra buona coscienza, senza aver bisogno di mediazioni interpretative e di confronto con gli altri. Questa verità non è però fonte di giustizia: può generare odio oppure amore e perdono, amicizia oppure inimicizia assoluta, ma non giustizia, non imparzialità, non terzietà.
Ora è finita anche l'introduzione in terra, e si è capito dove voglio andare a parare: l'idea del diritto è connessa strutturalmente alla posizione di un terzo, che si installa necessariamente a una certa distanza dalla "cosa del giudizio" (e dalla verità-che-io-so), per cui i convenuti in giudizio avranno sempre, almeno in linea di principio, lo spazio per recriminare, persino quando si vedranno riconosciuti le loro ragioni (perché un conto è che tu, giudice, mi dai ragione un altro è il modo in cui la ho, la soffro, la vivo nella mia carne).
A un certo punto della nostra vita diveniamo maturi e mettiamo giudizio: cosa vogliono dire queste parole, se non proprio che impariamo a guardare noi stessi con un certo distacco, rinunciando ad alcune delle pretese più esorbitanti che fanno compagnia al nostro direio, alla nostra indomabile prima persona (o a quella ancor più ingombrante del popolo con cui pretendiamo di identificarci, di fare uno)? Mettiamo giudizio, ossia accettiamo che sul nostro conto giudichi un altro, a distanza, e non pretendiamo più che la verità sul nostro conto sia, per l'appunto, solo nostra.
Ora, se davvero abbiamo messo giudizio, possiamo guardare ai principi di una giustizia liberale senza inorridire davanti al fatto che le sue pietre angolari sono tutte (ripeto: tutte) collocate a qualche distanza dalla verità-che-io-so. Farà meraviglia allora che a questa verità troviamo avvinti tutti i populismi? Non credo.
Solo qualche esempio. Poniamo il caso che siano state raccolte prove che dimostrino inoppugnabilmente la colpevolezza di Tizio, ma che, per il modo in cui quelle prove sono state raccolte esse siano inutilizzabili: l'istanza del giudizio è salvaguardata sopra ogni altra cosa. Il modo in cui il giudizio si forma ha più importanza, in un ordinamento liberale, di qualunque cosa cioè gridi la vox populi: le prove inoppugnabili restano fuori dal processo. (Ma il populista griderà allo scandalo e si indignerà).
Un ultimo esempio: poiché se non hai commesso nulla di male non hai nulla da temere - così dice la saggezza popolare -, le indagini degli organi giudiziari possono farsi sempre più invasive. Possono persino spingersi a provocare il reato, per dimostrare ancor prima della sua commissione la verità-che-io-so, che anche la voce del popolo sa: che il politico in questione è corrotto, aspettava solo l'occasione che - anche questo si sa - fa l'uomo ladro.
Un diritto liberale, invece, tutela la libertà di fare il male più ancora della capacità di prevenirlo. I valori della libertà e della sicurezza vanno contemperati, ma in uno Stato di diritto il punto di equilibrio è cercato a vantaggio della libertà, non della sicurezza. E l'agente provocatore non compare in un codice ispirato ai principi liberali. Un governo populista proverà invece a introdurlo.
Fin qui ho ragionato in termini alquanto astratti. In realtà, si tratta di faccende maledettamente concrete, e dietro gli esempi prodotti il lettore attento non avrà mancato di pensare a fatti e circostanze che alimentano la giostra mediatico-giudiziaria nostrana. Per restituire però l'atmosfera che domina il nostro dibattito pubblico su questi argomenti non bastano gli esempi addotti. Occorre aggiungere, molto brevemente, qualche ulteriore elemento.
Il primo è il panpenalismo, cioè l'irresistibile tendenza a introdurre sempre nuove figure di reato, indipendentemente da qualunque fenomenologia criminale, da qualunque osservazione degli effetti che nuove pene hanno in concreto. Non essendo in grado di fornire risposte di tipo politico, o sociale, o culturale, o educativo, si ricorre alle pene, e che poi se la sbrighino i magistrati. Poi c'è il fatto che le pene, ci mancherebbe altro, devono essere inasprite: un inasprimento non lo si nega a nessun delinquente.
Altra conseguenza da cui si sfugge sempre più a fatica, almeno nel discorso pubblico, è che pena significhi sempre più carcere, e soltanto carcere. Se la legislazione si è nel tempo evoluta, nel senso di affiancare alla detenzione pene e percorsi alternativi, nell'uso politico che si fa del tema tutto questo scompare, e fare giustizia significa quasi soltanto sbattere in galera e buttar via la chiave.
Se qualcosa mi ha colpito nell'esperienza compiuta al ministero della Giustizia come consigliere dell'allora ministro, Andrea Orlando, è invece l'evidenza con cui, nelle considerazioni sullo stato degli istituti penitenziari, in Italia, si imponessero un paio di dati: uno è l'elevatissimo numero di coloro che sono detenuti in attesa di giudizio, per cui molti scontano una incomprensibile pena anticipata, quale che sia poi la sentenza che li raggiungerà; l'altro è invece il tasso di recidiva, che tanto più si abbassa quanto più i condannati si trovino a essere coinvolti in percorsi di reinserimento sociale.
Ma voi avete mai ascoltato l'attuale Guardasigilli, Alfonso Bonafede (o il ministro dell'Interno Salvini, che tanto si occupa di sicurezza e che alla diminuzione dei reati dovrebbe tenere particolarmente), sottolineare con enfasi, in un discorso pubblico, l'importanza di migliori condizioni di vita in carcere, o magari insistere sul reinserimento sociale dei reclusi?
Io no. Casomai mi succede di ascoltare il contrario. Io vedo che nell'ambito della riforma dell'ordinamento penitenziario (varata dal precedente governo), l'attuale Esecutivo ha ritenuto di non esercitare un buon numero di deleghe ricevute dal Parlamento, e tra esse, ha lasciato cadere in particolare quella relativa alle modalità di accesso alle misure alternative, in vista di una loro più ampia applicazione. Non se ne fa più nulla, insomma.
Per soprammercato, capita di leggere sul maggior quotidiano del paese, a firma di uno dei suoi editorialisti più illustri, Ernesto Galli della Loggia, una preoccupata analisi della distanza tra popolo ed élites, dove tra i rimedi indicati per riavvicinare i cittadini alle istituzioni compare la non irresistibile idea di rendere più marcata la presenza di giurati popolari nei tribunali.
La formula "in nome del popolo", evidentemente, non basta più: anche a Palazzo di Giustizia il popolo deve potersi far sentire direttamente, senza la mediazione di un giudice parruccone. Della Loggia spiega che l'epocale riforma avrebbe un "fortissimo significato anticastale", e su questo ha ragione: indipendentemente da qualunque considerazione sul buon funzionamento della giustizia, sarebbe di sicuro un modo per lisciare il pelo al popolo.
Eppure, se uno volesse davvero dare un colpo alla "casta" dei magistrati, senza siffatte sbracature populiste, avrebbe da chiedere ben altro, in un'ottica liberale: la separazione delle carriere fra giudici e pubblici ministeri, a cui il sindacato dei magistrati si oppone con tutte le sue forze. Ma, anche se nessuno oggi ne parla, è evidente che non c'è modo migliore per assicurare terzietà al giudice (si rilegga il prologo in cielo), per rafforzare la sua posizione di imparzialità nel processo, per garantirgli quella distanza da cui soltanto può provenire un verdetto improntato a giustizia.
Invece ci azzuffiamo sulla riforma delle intercettazioni, la riforma della prescrizione, la riforma del codice antimafia. I problemi della giustizia italiana sono, anzitutto, di ordine amministrativo, ma far funzionare gli uffici significa cambiare la geografia dei poteri, dentro la magistratura e nei suoi rapporti con il resto della società, ed è per questo che è difficilissimo fare riforme davvero incisive. Invece di tutto ciò, il tema dominante diventa l'efficacia dell'azione repressiva, perché è quello che chiede il popolo.
E azione repressiva significa pubblico ministero, il quale finisce col rappresentare agli occhi dell'opinione pubblica l'intero mondo della giustizia. Fateci caso, infatti: chi sono i magistrati famosi, quelli che diventano star mediatiche? Non i giudici, ma i pubblici ministeri.
E perché questo accade, se non perché è lui, l'accusatore, il più vicino alla verità-che-io-so e che tutti sanno? Così vicino che quando capita che un tribunale smentisca le tesi dell'accusa si rimane increduli. E invariabilmente si commenta: è come se la vittima fosse stata offesa, uccisa, stuprata, una seconda volta. Un tribunale che non si mette in scia con l'accusa si fa insomma complice del delitto, anzi lo commette a sua volta.
Questo accade perché ai magistrati chiediamo ormai non di pronunciare un verdetto secondo giustizia, ma di dimostrare la verità-che-io-so e che tutti sanno: che lo stato non funziona, che i politici sono tutti corrotti, che la mafia inquina il tessuto democratico di intere regioni del paese. Noi lo sappiamo senza indizi né prove: non ne abbiamo bisogno.
Ai magistrati chiediamo di trovarli, questi indizi e queste prove, per incastrare finalmente colpevoli della cui colpevolezza siamo già convinti. Come diceva infatti Piercamillo Davigo? Tra i politici non esistono innocenti, solo colpevoli non ancora scoperti: eccola, la verità-che-io-so, la verità che tutti sanno e che sta alla base dell'intero ciclo della Seconda Repubblica, da Tangentopoli in poi, il sapere di cui si nutre l'ethos pubblico e che esercita una pressione deleteria sulle strutture liberali dello stato democratico.
Quale meraviglia se allora la prescrizione significa solo che il colpevole la fa franca, l'intercettazione che devo dare modo al magistrato di beccarti e il codice antimafia che parlare di diritti e garanzie per un mafioso è moralmente indecente? Così il cerchio si chiude, e il populismo nell'ambito della legislazione penale contribuisce a sfigurare irreparabilmente lo stato di diritto.
Ma dove si dovrebbe trovare lo stato di diritto coi suoi lineamenti liberal-democratici? Angelo Panebianco gli ha trovato un'ottima collocazione: a metà strada fra il panpoliticismo delle democrazie illiberali e il pangiuridicismo delle democrazie giudiziarie: "Concretamente, se nella democrazia illiberale è un delitto di lesa maestà contrapporsi al governo, nella democrazia giudiziaria lo è contestare le decisioni dei magistrati".
I due estremi però si tengono, e a tenerli insieme è, manco a dirlo, il populismo. Perché in un caso e nell'altro ciò che viene messo sotto tutela è la politica - nella sua forma rappresentativa e nella sua articolazione partitica. La politica o la fa direttamente il popolo, o è meglio che tolga il disturbo. E chi meglio dei magistrati può servire allo scopo?
La domanda spero suoni retorica: vorrebbe dire che non siamo ancora arrivati al punto in cui la patente di legittimità fornita da un giudice è superiore alla legittimazione democratica rilasciata da un voto. Ma siamo però al punto in cui ci chiediamo se quel giusto mezzo in cui si situano le moderne democrazie possa resistere agli assalti che accendono le cronache politiche.
Assalti che, siatene certi, verranno condotti in nome del popolo italiano, in nome della giustizia, in nome della verità-che-io-so, che ciascuno ritiene di sapere. Nulla di più nobile, ma nulla anche di più lontano da un'effettiva architettura giuridica liberale.
Far funzionare gli uffici della giustizia in Italia significa cambiare la geografia dei poteri, dentro la magistratura e nei suoi rapporti con il resto della società, e per questo è difficilissimo fare riforme incisive. Invece di tutto ciò, il tema dominante diventa l'efficacia dell'azione repressiva, perché è quello che chiede il popolo Ai magistrati chiediamo ormai non di pronunciare un verdetto secondo giustizia, ma di dimostrare la verità-che-io-so e che tutti sanno: che lo stato non funziona, che i politici sono tutti corrotti, che la mafia inquina il tessuto democratico di intere regioni del paese. Noi lo sappiamo senza indizi né prove: non ne abbiamo bisogno.
di Marcello Sorgi
La Stampa, 5 agosto 2019
Come ormai accade da molti anni - almeno un quarto di secolo, da quando, cioè, il Senato s'è trasformato in una Camera senza maggioranza - anche oggi, o domani se la seduta andrà per le lunghe e i senatori non vorranno allungare di un altro giorno il mesetto e mezzo di vacanze che si sono appena concessi, il governo vivrà il suo appuntamento con il brivido nel voto finale sul decreto "Sicurezza bis".
Un brivido inutile, va detto subito, dato che la legge, in quanto decreto, è già in vigore, e ha già dimostrato la sua incapacità a impedire gli sbarchi di immigrati clandestini salvati da navi delle Ong o della nostra Guardia costiera.
Si tratti dell'esile capitana tedesca della "Sea Watch" Carola Rackete, che gli insulti sessisti di Salvini sono riusciti perfino immeritatamente a trasformare in un'icona della solidarietà internazionale, e in un futuro prossimo, chissà, forse anche nella leader politica di un nuovo movimento, odi un regolare ufficiale della Marina italiana, le norme che introducono multe, arresti e sequestri delle imbarcazioni usate per i salvataggi, si sono rivelate in tutti i casi recenti di difficile e non duratura applicazione, se è vero come è vero che negli stessi giorni in cui la comandante della "S e a Watch" veniva arrestata, scarcerata e lasciata libera di tornarsene a casa, nonché di rilasciare interviste molto battagliere, dalla magistratura italiana, un'altra nave incappata nella stessa rete di sicurezza e nella politica dei "porti chiusi" del ministro dell'Interno, la "Mare Ionio", è stata dissequestrata.
E come ha annunciato la portavoce della ong "Mediterranea Saving Humans" Alessandra Sciurba, si appresta indisturbata a tornare a pattugliare il Canale di Sicilia per trarre in salvo i disperati dei gommoni che vi si avventurano a frotte, complice il bel tempo estivo. Può piacere o non piacere, secondo i punti di vista, ma la realtà è questa.
E il Senato si accinge a dividersi e ad approvare non si sa come, visto che sulla carta la maggioranza necessaria di 163 voti non c'è, a causa della defezione di una decina di senatori 5 stelle, una legge inefficace, scritta al solo scopo di poterla presentare come strumento di propaganda rivolto agli elettori più preoccupati - e sono ancora tanti - di una possibile, seppure non ancora avvenuta, malgrado la forte spinta del continente africano e della Libia destabilizzata, invasione di immigrati.
Il Decreto Sicurezza 2 passerà, ci si può scommettere, come passò al Senato nello scorso novembre il Sicurezza 1, gravato delle stesse incertezze di quello che va in discussione oggi, e alla fine approvato a furor di popolo, anzi di eletti desiderosi di continuare a sedere sulle confortevoli poltroncine di Palazzo Madama, e non di mettere a rischio una legislatura appena cominciata. Se mancheranno i voti dei 5 stelle, basteranno a compensarli le uscite dall'aula dei forzisti di Berlusconi e dei Fratelli d'Italia della Meloni.
Al dunque, a votare contro, sebbene a malincuore in certi casi per il timore di smentire la politica della durezza anti-immigrati in parte condivisa anche a sinistra, saranno il Pd e Leu. Magra consolazione. Il governo andrà avanti. Calerà il sipario, per sei-sette settimane, sull'esangue confronto parlamentare che si trascina da metà dell'anno scorso, mentre la vita politica del Paese scorre sul ritmo degli insulti e delle litigate quotidiane tra Di Maio e Salvini.
Ce n'è una al giorno, o anche più, e ogni volta si sente dire che il momento della rottura è sopravvenuto e si preparano nuove elezioni anticipate, che invece non arrivano. Nel frattempo, nulla succede, tutto è rinviato, dalla nomina del nuovo commissario europeo a un'approfondita discussione su una rinnovata politica di redistribuzione dei migranti a livello dell'Unione, che revisioni gli effetti negativi per l'Italia del trattato di Dublino. Un'offerta molto interessante, fatta in questo senso dalla nuova presidente della Commissione di Bruxelles Von der Leyen al presidente del Consiglio Conte è purtroppo caduta nel vuoto. Non c'è più tempo né voglia, in un Paese come il nostro, di discutere seriamente di nulla.
ncr-iran.org, 5 agosto 2019
Il Comitato delle Donne del Consiglio Nazionale della Resistenza Iraniana condanna con forza la brutale aggressione ai danni di quattro prigioniere politiche avvenuta nel carcere di Qarchak, a Varamin. Il Comitato delle Donne del Consiglio Nazionale della Resistenza Iraniana richiama l'attenzione delle istituzioni internazionali che difendono i diritti umani e delle donne sulle drammatiche condizioni in cui versano i prigionieri politici, in particolare le donne, chiedendo un'azione urgente che garantisca il loro rilascio. Lunedì 29 Luglio 2019 quattro prigioniere politiche detenute nel tristemente famoso carcere di Qarchak, a Varamin, sono state brutalmente picchiate da criminali comuni, incitati dalle autorità penitenziarie e dai dipendenti dell'infermeria. Una delle vittime sarebbe in condizioni critiche.
Precedenti rapporti, risalenti al 6 ed al 12 Luglio, contengono anch'essi riferimenti al pestaggio di prigionieri politici nelle carceri ad opera di pericolosi criminali. Il pestaggio dei prigionieri politici per mano di comuni criminali incitati dalle autorità e dalle guardie è diventato uno strumento largamente usato dal fascismo religioso al potere per fare pressioni sui prigionieri politici. Il 10 Giugno 2019, nel Grande Penitenziario di Teheran, conosciuto anche come "Fashafuyeh", il prigioniero politico 21enne Shir Ali Mohammadi è stato giustiziato per mano di comuni criminali. La Sig.ra Maryam Rajavi, Presidente eletta del Consiglio Nazionale della Resistenza Iraniana, ha ripetutamente sollecitato le istituzioni internazionali per la difesa dei diritti umani ad inviare una delegazione investigativa internazionale che ispezioni le carceri iraniane e visiti i prigionieri politici.
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