di Davide Steccanella
La Repubblica, 20 agosto 2019
La mattina presto di giovedì 20 aprile 1978, mentre esce dalla sua abitazione milanese di via Ponte Nuovo nella zona periferica di Crescenzago, per recarsi alla fermata del filobus che lo avrebbe portato alla metropolitana diretta alla stazione Cadorna non lontano dal carcere di San Vittore, il maresciallo Francesco Di Cataldo viene assassinato da due persone, mentre altri due attendono in un'auto per la fuga.
di Alessandro Zaccuri
Avvenire, 20 agosto 2019
Il Meeting di Rimini guarda da sempre al carcere. Laboratori, dibattiti, il racconto di esperienze formidabili come quella delle Apac, le prigioni senza sbarre sperimentate con successo in Brasile. E di carcere si parla anche quest'anno, attraverso la testimonianza di don Nicolò Ceccolini, cappellano dell'istituto minorile romano di Casal del Marmo, e attraverso le immagini di "Viaggio in Italia", il film che ricostruisce gli incontri tra i giudici della Corte costituzionale e i detenuti di Rebibbia, di San Vittore, di Marassi, di tante altre realtà italiane.
di Giulio Benedetti
Il Sole 24 Ore, 20 agosto 2019
Corte di cassazione - Sentenza 28570/19. Il titolare del locale da movida commette un reato se non limita il rumore anche dei clienti. L'estate, si sa, è la stagione del divertimento all'aperto e se la movida notturna è liberatoria per tanti avventori dei locali, i relativi esercenti devono contenere il rumore che disturba il riposo degli abitanti degli immobili vicini. Il tema è particolarmente rilevante nella vita del condominio poiché gran parte del contenzioso giudiziario in tema di rumorosità molesta origina da esposti di condomini che chiedono alle pubbliche autorità interventi risolutivi per assicurare il riposo e la quiete.
La Corte di Cassazione (sentenza 28570/2019) è intervenuta in materia e ha respinto il ricorso di due esercenti di un locale di pubblico spettacolo avverso una sentenza che li aveva condannati per il reato di cui all'art. 659, primo comma, del Codice penale. In particolare, i ricorrenti affermavano che la condanna era ingiusta poiché erano stati a loro addebitati tanto la diffusione di musica in mancanza di adeguata insonorizzazione, che il mancato impedimento dell'assembramento rumoroso degli avventori. Inoltre i condannati sostenevano che le indagini non avevano accertato il turbamento della tranquillità pubblica, poiché dall'esterno del locale non si percepiva la musica e che sussisteva l'assenza di un loro obbligo di intervento per evitare gli schiamazzi degli avventori sulla pubblica via.
La difesa dei gestori affermava che la repressione della movida rumorosa era compito delle pubbliche autorità e non dei privati cittadini (come del resto affermato di recente dal Tribunale di Como nella sentenza 312/2019). La Cassazione non ha accolto tali argomenti poiché dalla istruttoria emergeva che la polizia giudiziaria aveva accertato il superamento del limite previsto dei tre decibel, ovvero un andamento da 6 e 8 decibel, con sorgenti rumorose individuate all'interno del locale tra musica, chiacchiere degli avventori e rumore proveniente dalle persone presenti davanti all'esercizio.
Per la Cassazione il reato dell'articolo 659, primo comma, del Codice penale è "eventualmente permanente" e si può consumare con un unico schiamazzo o con l'esercizio di una sola fonte rumorosa, idonea a disturbare il riposo o la quiete delle persone, senza che sia necessaria la ripetizione del rumore molesto nel tempo. In particolare, non è necessaria la prova che il rumore abbia molestato una vasta platea di persone, essendo sufficiente la sola idoneità del fatto a disturbare un numero indeterminato di individui.
Per la Corte di Cassazione gli esercenti avevano un preciso obbligo di impedire il rumore, anche all'esterno del locale, poiché dovevano segnalare alle pubbliche autorità che la frequenza del locale da parte degli avventori non sfociasse in condotte contrastanti con le norme poste a tutela dell'ordine e della tranquillità pubblica. Mentre in questo caso i gestori non hanno fatto nulla per evitare la propagazione del rumore e non hanno mai richiesto un intervento delle pubbliche autorità per arginarlo o impedirlo, anche perché dall'attività derivava un notevole guadagno.
di Patrizia Maciocchi
Il Sole 24 Ore, 20 agosto 2019
Corte di cassazione. Sentenza 36221/2019. Vendere gameti e reclutare "donatori" pagandoli è un reato. Anche se la "cessione" è finalizzata alla fecondazione di tipo eterologo. Il via libera della Consulta alla tecnica non ha, infatti, fatto venire meno il divieto di fare commercio di ovuli, la cui donazione deve essere gratuita.
Basandosi su una lettura costituzionalmente orientata la Cassazione (sentenza 36221 di ieri) ha accolto il ricorso del Pubblico ministero contro la decisione del Gup di assolvere, nell'udienza preliminare, le collaboratrici del ginecologo Severino Antinori dal reato di commercio di gameti. Il tribunale aveva prosciolto le "mediatrici" nella compravendita dei gameti, per insussistenza del fatto. Ad avviso del Gup, non c'è commercio quando il trasferimento della cellula riproduttiva avviene all'interno della fecondazione eterologa, proprio perché la pratica richiede necessariamente il ricorso al gamete estraneo alla coppia.
Una conclusione che la Cassazione smonta. I giudici della terza sezione penale, ricordano che la sentenza (162/2014) con la quale la Consulta ha eliminato il divieto di fare ricorso alla fecondazione eterologa - nel caso di sterilità assoluta dovuta a patologie - non ha cancellato la sanzione penale, indicata dall'articolo 12 comma 6 della legge 40/2004, applicabile a chi fa commercio di gameti.
Nello stesso senso, precisa la Cassazione, va letta anche la direttiva 2004/23/Ce, che prevede la gratuità e la volontarietà della donazione di tessuti e cellule umane. Nella norma europea si precisa che i donatori possono ricevere solo "un'indennità strettamente limitata a far fronte alle spese e inconvenienti risultanti dalla donazione. In tal caso gli Stati membri stabiliscono le condizioni alle quali viene concessa l'indennità". Possibilità quest'ultima, di cui lo Stato italiano non si è avvalso, a differenza, di quanto avvenuto, ad esempio, con la legge 62/2011, per i donatori di midollo osseo. Attualmente, nel caso di donazione di gameti non è prevista alcuna forma di indennizzo. Un gesto che deve essere dunque volontario e senza alcun ritorno economico. L'assenza di un fine di lucro è confermata anche dai decreti ministeriali, che si sono succeduti per regolare l'importazione e il trasferimento dei gameti, e ribadita anche da una nota del direttore del Centro nazionale trapianti del 2016.
Per la Suprema corte la rilevanza penale della compravendita di ovuli si desume quindi sia dalle norme interne sia da quelle sovranazionali. Per questo va punito chiunque, "in qualsiasi forma, realizza, organizza o pubblicizza l'acquisizione di gameti in violazione dei principi di volontarietà e gratuità della donazione". E in quest'ambito rientra anche il reclutamento di donatori o donatrici - ai quali viene prospettata o data un remunerazione - diretto all'immissione sul mercato dei gameti, in vista della procreazione medicalmente assistita di tipo eterologo.
Partendo da questo principio non poteva che essere accolto il ricorso del Pm contro l'assoluzione delle collaboratici del medico. L'inchiesta era partita con le denunce di alcune ragazze, che avevano venduto i propri ovuli presso la clinica milanese Matris, che "interagiva" anche con cliniche straniere. Gameti a loro volta rivenduti alla coppie che si rivolgevano alla struttura. Il prezzo medio era di circa 500 euro per ovocita.
di Gustavo Micheletti
L'Opinione, 20 agosto 2019
L'ondata migratoria che si sta abbattendo da qualche anno sull'Europa provoca, ormai da troppo tempo, un numero di vittime che non può lasciare nessuno indifferente. Sebbene queste siano diminuite negli ultimi anni (secondo dati Unhcr 4578 nel 2016, 2873 nel 2017, 1311 nel 2018 e in ulteriore diminuzione nel 2019) sono sempre troppe, specialmente considerando che è nel contempo cresciuto anche il numero di coloro che sono detenuti nelle carceri libiche, dove sono costretti a subire ogni sorta di torture e sevizie.
La stessa Unione europea e il Trattato di Schengen sono oggi messi in discussione anche per i disaccordi che sono sorti sul tipo di politica che sarebbe più opportuno adottare. Le due opposte strategie che sembrano fronteggiarsi possono essere grosso modo riassunte come segue: da un lato ci sono i paesi del sud Europa, come la Grecia o l'Italia, che vorrebbero organizzare e gestire l'accoglienza di migranti sul territorio europeo tramite un'equa ripartizione di quote tra i paesi membri; dall'altro ci sono i paesi del nord e dell'est Europa che si stanno orientando sempre più esplicitamente per porre degli argini nazionali all'ondata migratoria, considerando la ripartizione di quelli che continueranno comunque ad arrivare una questione subordinata.
La prima strategia (quella della quasi totalità dei paesi nordeuropei ed esteuropei) sembra a molti in genere più realistica, ma ad altri anche "spietata"; la seconda, forse meno realistica (almeno per i primi), ma nel complesso più "umana". Il dubbio che può sorgere rispetto a quest'ultima posizione rischia però di capovolgere quest'impressione.
Il dubbio è il seguente: se qualche forza politica al governo è davvero convinta che un'accoglienza illimitata possa costituire la soluzione del problema, o almeno quella che provoca il male minore, e quindi che non debba essere costruito alcun tipo di muro, o argine, o filtro utile per difendere i confini nazionali o europei, perché non provvede a far arrivare i migranti senza foraggiare le organizzazioni criminali che gestiscono attualmente il loro traffico facendone strage? Ciò sarebbe infatti possibile in una maniera molto semplice.
La tariffa media che bisogna pagare alle organizzazioni criminali per tentare di arrivare in Europa si aggira intorno ai 5000 euro. Si potrebbe allora stabilire che chiunque voglia venire - per esempio, in Italia - possa recarsi nel consolato italiano più vicino - nel proprio paese se ve n'è uno, o in un paese limitrofo - e fare la richiesta di visto, che potrebbe, per esempio, avere un costo di 3500 euro. Una volta giunto in Italia con regolare volo di linea i soldi che ha versato per il visto gli sarebbero restituiti in tre rate mensili. La spesa complessiva risulterebbe senz'altro assai minore, la sua parte più cospicua verrebbe restituita al migrante e, soprattutto, questi potrebbe viaggiare in tutta sicurezza. Dopo il terzo mese di soggiorno si potrebbe fare il punto della situazione: se ha trovato un lavoro, anche a tempo determinato, e se naturalmente nel frattempo non ha commesso reati, il permesso di soggiorno gli verrebbe rinnovato. Altrimenti, con i 500 euro trattenuti dallo Stato verrebbe organizzato il suo rimpatrio.
Questo tipo di provvedimento avrebbe alcuni indubbi vantaggi: in primo luogo eviterebbe la morte di molte persone in mare; poi sottrarrebbe enormi risorse a tutte le organizzazioni criminali che gestiscono attualmente il traffico dei migranti; in terzo luogo consentirebbe l'identificazione di chi arriva e agevolerebbe sia il suo eventuale rimpatrio che l'eventuale trasferimento in un altro paese europeo; inoltre, avrebbe costi minori per lo Stato e determinerebbe un incremento della domanda interna del paese che dovesse adottarlo.
Ma per quale motivo nessun governo in linea di massima favorevole ad accogliere un numero imprecisato di migranti ha sino ad oggi avanzato una proposta del genere? Perché nessuno dei principali partiti della sinistra italiana od europea ha mai proposto una soluzione di questo tipo, pur sostenendo incessantemente i valori della solidarietà e dell'accoglienza? Probabilmente perché anche quei partiti sanno perfettamente che in questo modo si correrebbe il rischio di veder arrivare un numero di persone esorbitante, delle quali né un singolo paese né l'Europa nel suo insieme riuscirebbero a farsi carico conservando i principi fondamentali della propria civiltà e dello Stato di diritto.
Per evitare questa scelta e non dare nel contempo l'impressione di attuare una politica inumana verso i migranti si è così continuato a far gestire il loro traffico a organizzazioni criminali internazionali. Il lavoro sporco, l'opera dissuasiva, è stata affidata a loro, che hanno in effetti provveduto, almeno in una certa misura, a scoraggiare (con stragi, stupri di massa e varie forme di tortura) un po' di persone dal mettersi in viaggio in cambio della gestione del traffico di tutti gli altri.
Viceversa, se qualche gruppo o leader politico fosse davvero convinto che sia ingiusto erigere muri o frapporre barriere, come anche il Pontefice sembra spesso sostenere, la soluzione sarebbe stata semplice e sarebbe tutt'oggi facilmente praticabile. Il non averla mai presa in considerazione, l'essersi comunque affidati a organizzazioni criminali per la gestione del fenomeno, rivela perciò una certa ipocrisia e una notevole dose di cinismo.
Probabilmente, però, una volta che questa fosse adottata, anche per soli tre mesi, chiunque potrebbe constatare che le barriere, i muri (o come li si voglia chiamare) sono purtroppo necessari, a meno che non si voglia far recitare al mare il ruolo di un muro invisibile, ma non per questo meno spietato. Allora la discussione potrebbe finalmente spostarsi su questioni più concrete e meno divisive: quale sia il modo migliore per scoraggiare le partenze senza produrre stragi e senza ledere diritti fondamentali di ogni essere umano, quali i modi più efficaci per organizzare corridoi umanitari dalle zone di guerra, quali gli impegni che l'Europa dovrebbe assumere per rendere la difesa delle proprie frontiere compatibile con il saper fronteggiare in maniera razionale e "umana" la tragedia epocale provocata dalla crescita demografica.
di Andrea Polazzi
newsrimini.it, 20 agosto 2019
In servizio nel carcere di Rimini ci sono un centinaio di agenti di Polizia Penitenziaria ma dovrebbero essere una quarantina in più. Inoltre molti hanno più di 50 anni. Dietro le sbarre si trovano invece attualmente 163 detenuti a fronte di una capienza di 121 (che si riduce a 116 togliendo i tre posti della sezione sei, chiusa, e i due delle celle di isolamento).
A questo si aggiunge una sezione 1 in pessime condizioni. Questo lo spaccato sulla casa circondariale di Rimini che emerge nell'incontro con la stampa tenuto dalla delegazione (esponenti del Partito Radicale e avvocati della locale Camera Penale) che in mattinata ha visitato la struttura nell'ambito dell'iniziativa nazionale Ferragosto Tra le Sbarre.
Nonostante il sovraffollamento, il carcere riminese vede il rispetto della sentenza Torreggiani che prevede che per ogni detenuto ci siano almeno 3 metri quadri calpestabili. La situazione, evidenzia però la delegazione, non è delle migliori. Anche perché ben 76 dei 163 detenuti sono in attesa di giudizio e 47 di loro sono in custodia cautelare non essendo ancora comparsi neppure in primo grado di giudizio. "Una diversa gestione della custodia cautelare - dice Ivan Innocenti - consentirebbe di evitare il sovraffollamento".
Un problema che accomuna tutte le carceri italiane. Tenendo anche conto del fatto che, statisticamente, la metà sarà poi prosciolta.
Tornando alla popolazione carceraria riminese, 61 sono i tossicodipendenti, 11 presentano problemi psichiatrici. La metà sono stranieri. Una quarantina quelli che lavorano. Il carcere riminese non presenta particolari criticità dal punto di vista delle aggressioni (solo due quest'anno come nel 2018) e neppure in termini di suicidi (non se ne verificano da anni).
Tre i tentati suicidi (erano sette nel 2018). In diminuzione gli atti di autolesionismo: erano 85 nel 2018, quest'anno sono scesi a 57. Merito anche di nuove procedure che permettono di dedicare più attenzione ai nuovi arrivi. Buona l'assistenza sanitaria. Positiva la presenza di molte realtà di volontariato che operano nella struttura mentre, purtroppo, c'è da segnalare che l'area attrezzata con giochi e gazebo realizzata per i bimbi dei carcerati accanto alla sala colloqui e inaugurata nel 2016 è ormai abbandonata. Colpa della mancanza di organico e di fondi.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 20 agosto 2019
"L'Espresso" descrive una situazione, ma i garanti ribadiscono: le norme lo vietano. Detenuti al 41bis che pranzerebbero insieme in maniera tale da riproporre in tavola la scala gerarchica mafiosa, i saluti tra di loro che sarebbero da ricondurre a rituali mafiosi, il figlio di Riina che comanderebbe al carcere di Spoleto, il presunto esempio virtuoso del 41bis del carcere di Sassari.
di Franco Scarpa*
Ristretti Orizzonti, 20 agosto 2019
In riferimento all'articolo relativo alla visita effettuata in data 15-08-2019 al carcere di Firenze Sollicciano, voglio precisare che nell'articolazione per la tutela della Salute Mentale non vi sono al momento persone in attesa di Rems, e pertanto impropriamente trattenute in Carcere. Alla data odierna due persone sono in regime di detenzione con articolo 111, comma 5 del Dpr 230/00 (Minorazione psichica) fino al termine della pena detentiva.
Per uno di essi è stato già predisposto un percorso che lo condurrà, se il Giudice accetta tale programma, alla fine della detenzione prevista per Novembre 2020, in una struttura intermedia in regime di libertà vigilata, e pertanto non in Rems. Il secondo di essi, alla scadenza dei due mesi di detenzione, dovrà far rientro al complesso delle Rems di Castiglione delle Stiviere in Lombardia, trasferito su decisione del competente Ufficio del Dipartimento dell'Amministrazione Penitenziaria per esecuzione della pena detentiva al carcere comminata in altro procedimento.
Solo a buon conto del lavoro svolto da questo reparto, entrato in funzione nel gennaio del 2019, e dalla Soc che dirigo, nei mesi scorsi, per un altro paziente, destinatario di misura di sicurezza, è stata individuata una soluzione alternativa alla Rems con l'ingresso in una struttura intermedia per misure di sicurezza ed un altro è stato trasferito alla Rems di Volterra, non appena è stata data disponibilità di posto letto.
*Direttore Soc Riabilitazione pazienti psichiatrici autori di reato Salute Mentale in Carcere Dsm Usl Centro Toscana
di Giovanni Rivelli
Gazzetta del Mezzogiorno, 20 agosto 2019
Lavori in corso fino al 2021, chi è in custodia cautelare finisce in altre regioni. La gestione: promossa; la struttura: bocciata. Il "Ferragosto in carcere" promosso dal Partito Radicale con l'Osservatorio Carcere dell'Unione Camere Penali ha visto ieri una delegazione guidata dal presidente della Camera Penale di Basilicata, Sergio Lapenna, in visita per oltre due ore nella struttura carceraria.
Un "mezzo carcere", al momento perché i lavori in corso nella struttura hanno portato alla chiusura del reparto giudiziario, quello dove trovano posto le persone soggette a misura cautelare e non a pena definitiva, riducendo le presenze effettive a 91 unità tra uomini e donne (e limite di tollerabilità a 120) a fronte dei circa 157 posti precedenti (ma limite di tollerabilità a 208).
"Pare che i lavori non finiranno prima del 2021 - spiega Lapenna - quindi la situazione dei non definitivi è che vengono trattenuti due giorni a Potenza e poi vengono mandati in un altro carcere, quindi con disagi per tutto il pianeta Giustizia, innanzitutto per i cittadini attinti dalle misure cautelari e le loro famiglie, e poi con tutto il pianeta giustizia a cominciare dal tema degli interrogatori e degli avvocati".
Ci vuole fortuna anche ad andare in carcere. E tutto sommato chi sta a Potenza non può lamentarsi (per le condizioni che vive) troppo a partire dal fatto che circa 60 detenuti su 91 lavorano. Ma i problemi non mancano. "Il personale - spiega Francesca Sassano, vice presidente delle Camere Penali e a capo dell'osservatorio sulle strutture detentive - apparentemente è in soprannumero, ma che in realtà è stato diminuito per i tagli lineari che sono stati fatti. Così abbiamo una situazione ottimale in relazione all'impegno della direttrice Petraccone, del comandante e di tutto il personale.
Per quanto riguarda invece le criticità relative alla vetustà delle strutture è un capitolo lungo e sotto il profilo sanitario ci stiamo battendo sia per lo spazio ginecologico sia per la carenza del reparto di ortodonzia: manca l'attrezzatura per effettuare le panoramiche e questo crea problemi anche all'amministrazione con la necessità di continue traduzioni e i relativi costi".
E se ieri gli avvocati hanno visitato la struttura poi ci porteranno anche gli studenti con un "Progetto scuola". "Siamo stati i primi dal 2014 - spiega la responsabile Sarah Zolla - a far entrare delle quinte di un liceo nella struttura carceraria e da qui si sono aperte le porte un po' in tutt'Italia. Quest'anno vorremmo invece ulteriormente incrementare e crear degli incontri mensili dove non ci sia solo apprendere comprendere cosa è il carcere, ma uno scambio continuo tra i giovani prossimi alla maturità e i detenuti su come il mondo può accoglierli una volta fuori".
di Gianpaolo Catanzariti*
Il Dubbio, 20 agosto 2019
Sapevamo di trovare al carcere di "Arghillà" una situazione ben diversa da quella riscontrata, il giorno prima, all'altro istituto "Panzera", entrambi gravati dall'accorpamento subìto. La realtà, purtroppo, ha superato ogni immaginazione. E non solo per il degrado urbanistico circostante, rimasto tale e quale alla visita che facemmo assieme a Marco Pannella nel settembre del 2014. Abbiamo trascorso oltre cinque ore, toccando con mano le criticità di una struttura, che, in origine, avrebbe dovuto rappresentare il fiore all'occhiello della reclusione calabrese.
Alle deficienze strutturali originarie, che hanno fatto di Arghillà il simbolo della fallimentare politica penitenziaria praticata negli anni, inaugurata - dopo 25 anni dalla posa della prima pietra - in pompa magna dall'allora ministro Cancellieri nonostante l'assenza, fra le altre, di un campo da calcio, di un teatro e di una cappella, si è aggiunto l'aumento esponenziale della popolazione detentiva senza un corrispondente aumento del personale operante e senza un servizio sanitario all'altezza delle gravità riscontrate.
Con una capienza regolamentare di 302 posti e 89 "camere di pernottamento", Arghillà ha in carico 365 detenuti (di cui 53 in Alta Sicurezza, 213 definitivi e 93 in attesa di primo giudizio, 51 stranieri, ma nessun mediatore culturale). Sono 64, di cui tre all'esterno, coloro che svolgono attività lavorativa. Pochissimi per una struttura che avrebbe dovuto rappresentare un modello di reclusione al Sud Italia.
La maggior parte delle celle ospita tra 7 ed 8 detenuti su letti posti sistematicamente l'uno sull'altro, sino al terzo livello. Una condizione intollerabile che calpesta la dignità umana di chi è costretto a scontare una pena detentiva, condividendo un unico bagno senza bidet, attendendo il proprio turno per i bisogni fisiologici o per potersi sciacquare, quando l'acqua, dopo ore di assenza, esce improvvisamente dai rubinetti.
La maggior parte dei bagni presenta pareti invase dalla muffa che ammorba l'aria, irrespirabile sotto il telefono della doccia. Abbiamo provato a misurare lo spazio detentivo disponibile, utilizzando i virtuali parametri sbandierati dal Ministero secondo il Dm 5 luglio 1975 (9 metri per il primo, 5 metri per ogni ulteriore detenuto) e, francamente, in nessuna delle celle, da 6, da 7 o da 8, ci sembrano rispettati. Da una operazione sommaria, da parete a parete, la cella più ampia ha un'area di poco più di 24 mq. Eppure, per come riferito da molti detenuti, ogni istanza ex art. 35 ter Ordinamento penitenziario. in ragione del sovraffollamento viene sistematicamente dichiarata inammissibile o riconosciuta per pochi giorni.
Un detenuto, affetto da disabilità motoria alle gambe, su sedia a rotelle, dimora con altri 7 compagni di cella e senza accessori che consentirebbero di usufruire del bagno per disabili. Nell'osservare quel bagno ammuffito, lo abbiamo immaginato sostenuto da altri due detenuti per potersi sedere sul wc e, sinceramente, ci siamo vergognati noi per tutti.
Il personale di polizia penitenziaria fa quel che può, con 112 effettivi su una pianta organica di 160. Anche gli agenti, che occupano la caserma posta all'interno della struttura rimasta sempre identica alla nostra ultima visita, vivono in condizioni di degrado assoluto, con stanze e bagni che sembrano ' luoghi della memoria' del secondo dopoguerra. Sette sono gli educatori ed uno è lo psicologo presente una volta a settimana, nonostante numerosi siano i detenuti problematici e l'ultimo suicidio di pochi giorni addietro.
Assurda è, poi, la situazione dell'area sanitaria con un'assistenza infermieristica garantita dalle 7 alle 22, confidando, così, nella benevolenza della notte! Circa 20 sono i detenuti che presentano disturbi di natura psichiatrica, mentre 43 sono in carico al Sert per le tossicodipendenze. Nonostante vi siano strumenti e gabinetti medici attrezzati, le prestazioni specialistiche, per ragioni tutte interne all'azienda sanitaria provinciale e da noi sconosciute, sono estremamente dilatate nel tempo.
Nei mesi scorsi vi erano oltre 390 prestazioni specialistiche richieste ed ancora inevase, affidando il detenuto alla buona sorte o al ricovero ospedaliero d'urgenza. La salute in carcere ad Arghillà sembra paragonabile alla ruota della fortuna che si gioca in locali neppure presi in carico formalmente dall'Asp.
Il personale penitenziario ha messo in piedi una equipe multidisciplinare che si occupa, da subito, dei nuovi giunti, anche per prevenire e monitorare situazioni irreversibili. L'area trattamentale si sforza, con sacrificio, di garantire una offerta formativa e laboratoriale adeguata alle numerose presenze detentive con corsi scolastici, di base e di grado superiore (per media ed alta sicurezza), che, però, non vengono garantiti per i 33 detenuti ristretti nella sezione c. d. protetti (sex offender), ed attività culturali e artistiche (canto, cineforum, biblioteca, yoga, catechesi).
Manca l'apporto esterno al carcere che, in Calabria, è davvero inesistente. L'area verde, seppur presente ed attrezzata, risulta inutilizzata per ragioni fumose, così i bimbi sono costretti ad incontrare i padri nelle anonime sale colloqui. Alcuni detenuti di Alta sicurezza, con pene lunghe da espiare, trasferiti ad Arghillà per il sovraffollamento delle sedi di assegnazione, trascorrono le loro giornate senza alcuna attività specifica. Un giovanissimo ergastolano, costretto a stare in cella con altri sette detenuti, giudicabili e non, si lamenta per il mancato trasferimento presso una struttura, anche fuori regione, ove poter espiare l'isolamento diurno residuo, in atto sospeso.
Girare nei corridoi di Arghillà, entrare dentro le celle sovraffollate, è come un pugno sordo sullo stomaco. Ti rendi conto della condizione disperata ed intollerabile dei 365 detenuti, che ti ringraziano comunque per essere "i soli che venite a trovarci", che allungano una mano e che afferri, senza più parole, per ritrovare l'umanità smarrita, da tempo, nei luoghi in cui si esercita l'autorità dello Stato. E quando un settantacinquenne si avvicina con uno schizzo su carta che raffigura dei corpi umani rinchiusi in una scatoletta di carne, ti accorgi che, alla fine, sottrarre alle tue ferie alcune giornate per il "Ferragosto in carcere" ne è valsa davvero la pena per crescere umanamente e professionalmente e soprattutto per non "marcire dentro".
Più volte abbiamo denunciato le condizioni in cui si trova la struttura di Arghillà che offende la dignità dei detenuti e quella dei "detenenti" al punto che un agente si lascia scappare una frase "Avvocato, dovete fare le visite fuori da qui, perché è là che c'è necessità di recuperare un po' di umanità:
Il giorno dell'inaugurazione (2013) di Reggio Arghillà l'allora provveditore regionale così dichiarò: "L'apertura rientra in un progetto del Governo che riguarda altri istituti calabresi e che punta a raggiungere condizioni adeguate e coerenti con le indicazioni della Corte Europea, con i principi della nostra Costituzione e delle nostre leggi, nel rispetto delle quali va l'impegno del personale che spende la propria vita per garantire la presenza dello Stato ed il rispetto delle condizioni di vita del detenuto. Il nuovo carcere è un presidio di legalità concreto che sorge in un territorio particolarmente segnato dalla criminalità. La presenza dell'istituto segna la scelta di affermare la legalità, ha un'importanza simbolica. Rappresenta la vittoria dello Stato, resa ancora più significativa dall'intitolazione della strada alla memoria del giudice Antonino Scopelliti". Una intitolazione che forse il magistrato avrebbe proprio rifiutato.
*Responsabile Osservatorio Carcere Ucpi
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