lavocedibolzano.it, 25 settembre 2019
Venerdì 27 alla Biblioteca Civica la presentazione del libro. Detenute e agenti di Polizia penitenziaria per la prima volta raccontano la loro vita, accomunate dall'esperienza di vivere, per motivi diversi, per l'intera giornata o buona parte di questa, all'interno di un istituto carcerario. Un diario di viaggio tra le carceri di Genova, Milano, Pozzuoli, Roma, Sollicciano, Venezia e Verona degli anni Novanta che non trova paragoni nella letteratura italiana. L'appuntamento è con il Centro per la Pace e la Caritas diocesana venerdì 27 settembre alle 18.00 presso la Biblioteca Civica in via Museo 47, a Bolzano. Interviene Monica Lanfranco, giornalista, scrittrice, formatrice sui temi della differenza di genere e sul conflitto. Introduce e modera il responsabile del servizio Odòs di Caritas Alessandro Pedrotti.
La storia - "Donne dentro. Detenute e agenti di polizia penitenziaria raccontano" è un viaggio all'interno di sette carceri italiane alla ricerca di voci delle donne che vivono e lavorano all'interno di esse: detenute, agenti, volontarie che hanno raccontato la vita quotidiana, il lavoro, l'amore, la solitudine, il futuro, partendo da una realtà così difficile e dolorosa come quella del carcere. Ne è nato un libro che, per la prima volta in Italia, racconta senza interferenze le parole, i progetti, il cambiamento di queste attrici della scena del carcere, forse l'istituzione più rimossa dalla nostra cultura. Detenute, agenti e volontarie parlano alla giornalista Monica Lanfranco, che restituisce così all'esterno preziosi frammenti di società femminile altrimenti sconosciuta. Con postfazione di Lidia Menapace.
Monica Lanfranco - Giornalista femminista, formatrice sui temi della differenza di genere e sul conflitto e portavoce del Coordinamento Nazionale delle Consulte per la laicità delle Istituzioni. Tra le varie cose, scrive per il Fatto Quotidiano, per la sua rivista www.mareaonline.it, per la radio web www.radiodelledonne.org ed è autrice di vari libri. Ha un luogo di seminari ed incontri che si chiama Altadimora.
di Francesco Maisto
Il Manifesto, 25 settembre 2019
Discontinuità, discontinuità..., ma quale discontinuità rispetto alla politica sulle droghe? Fino ad ora solo un silenzio assordante e la persistenza di azioni meramente repressive, coltivando l'illusione che questo rilevante fenomeno commerciale, finanziario, culturale, criminale e sociale del nostro paese sia solo materia di competenza del Ministero degli Interni con appendici nel sistema di giustizia e della sanità.
"La salute dei nostri figli significa anche guerra, ma guerra vera, non guerra per finta, città per città, a ogni tipo di droga, che uccide l'anima e uccide il corpo. E se qualcuno pensa di portare in quest'Aula lo Stato spacciatore, dovrà passare sui nostri corpi, perché lo Stato spacciatore di droga e di morte è indegno di un Paese civile. Aspettiamo al varco. Abbiamo sentito quel genio di Saviano, la settimana scorsa, dire che bisognerebbe legalizzare la cocaina. Portatela una proposta di legge di questo genere in quest'Aula e non vi facciamo uscire a mangiare e a dormire, che riguardi la cocaina o qualunque altro genere di droga". Così l'ex Ministro dell'Interno al Senato durante il dibattito sulla fiducia al Governo Conte bis.
Tralasciando le politiche adottate da tempo negli Stati più avanzati, oggi nel mondo qualcosa si muove: perfino Trump ha deciso di non interferire con gli Stati che legalizzano la cannabis, sicché nella patria della "tolleranza zero" e della war on drugs qualcosa è cambiato. In vari Stati danno buoni risultati i programmi che privilegiano assistenza sanitaria e reinserimento sociale, anziché repressione giudiziaria, per le persone che usano sostanze. Si ha notizia di sistemi di perdono on line per le cessioni di piccole quantità di droghe.
La nuova compagine di Governo non può trascurare alcune proposte di riforme normative ed organizzative, ma è pregiudiziale una discontinuità di pensiero: questa è una questione complessa e globale che esige un approccio diverso comprensivo delle politiche nazionali ed europee sulla Sanità, la Giustizia, gli Interni e le politiche sociali tutte orientate ai precetti ed ai valori della nostra Costituzione sulla tutela del diritto alla salute ed alla funzione riabilitativa delle pene.
Solo un pensiero che ignora la storia, le regole del buon governo e le acquisizioni consolidate della clinica può continuare a sostenere "la soluzione unica" che ha ripreso vigore nel passato prossimo. In pochi mesi è tornato il sovraffollamento delle carceri e l'aumento dei detenuti tossicodipendenti; sono aumentati i processi a loro carico; è stato ingolfato il sistema penale di esecuzione penale esterna attraverso la messa alla prova e i lavori di pubblica utilità, peraltro a costo zero. Tutte rime baciate con la riduzione delle risorse e dei servizi per la sanità.
La discontinuità richiede dunque un cambio di rotta con l'attivazione di un circuito virtuoso e quindi non parcellizzato: non basterà una modifica lieve della legge sugli stupefacenti senza il contemporaneo cambiamento delle strutture e dei servizi. Saranno passaggi necessari: la riforma del Dpr 309/90 con la depenalizzazione completa di tutti i comportamenti legati all'uso di droghe ed una modifica profonda del sistema dei servizi pubblici (con il coinvolgimento del terzo settore attraverso la individuazione di una pluralità di tipologie dei servizi rivolti rivolte ai diversi modelli di consumo secondo la prospettiva della Riduzione del danno e dei rischi).
Fondamentale su tutto il territorio nazionale sarà il convinto riconoscimento dei Livelli Essenziali di Assistenza (Lea) per quanto riguarda la Riduzione del Danno. Da troppi anni manca una condivisione interprofessionale di esperienze e criticità che solo una Conferenza Nazionale sulle Droghe, peraltro prevista dalla legge, può offrire per elaborare strategie intelligenti.
di Luca Liverani
Avvenire, 25 settembre 2019
La campagna di organizzazioni cristiane e laiche lancia un appello a Governo e Parlamento - e una raccolta di firme - per abolire le misure contro Sprar e Ong di soccorso e il sostegno a Tripoli.
Abrogare i due decreti sicurezza voluti dal ministro Matteo Salvini e il memorandum di intesa con la Libia per il contrasto dei flussi migratori verso l'Italia firmato dal presidente del governo Paolo Gentiloni. L'appello è promosso da #IoAccolgo, progetto lanciato a giugno con un flash mob a Roma a Trinità dei Monti, cui hanno aderito fino ad oggi oltre 40 realtà nazionali e internazionali (tra cui A Buon Diritto, Acli, Arci, Asgi, Caritas, Centro Astalli, Cgil Cisl e Uil, S.Egidio, Fcei, Focsiv, Gruppo Abele, Intersos, Legambiente, Migrantes, Msf, Oxfam). "L'obiettivo politico dell'iniziativa - dicono i promotori - è quella di riaprire il dibattito nella società e nelle aule parlamentare su questi temi.
Senza un intervento di modifica, infatti, le norme approvate dalla precedente maggioranza restano pienamente in vigore, continuando a produrre effetti devastanti in termini di violazioni dei diritti e di esclusione sociale dei richiedenti asilo e dei titolari di protezione".
#IoAccolgo ricorda che "il nuovo Governo ha in programma la revisione della disciplina in materia di sicurezza alla luce delle osservazioni formulate dal Presidente della Repubblica" ma allo stesso tempo "richiama l'urgenza di intervenire" per "l'abrogazione o comunque una profonda modifica dei due decreti, nonché l'annullamento degli accordi con la Libia".
Cinque i punti imprescindibili dell'appello della società civile. Primo: reintrodurre la protezione umanitaria, abrogata dal decreto legge 113 del 2018. "Decine di migliaia di persone che pure avrebbero diritto all'asilo ai sensi dell'articolo 10 della Costituzione o che si trovano in condizioni di estrema vulnerabilità per gravi motivi di carattere umanitario vivono oggi nel nostro Paese senza poter ottenere o rinnovare il permesso di soggiorno, condannate così all'emarginazione o allo sfruttamento"
Seconda richiesta: abrogare la norma riguardante la residenza dei richiedenti asilo. "Nella maggior parte dei comuni i richiedenti asilo non vengono più iscritti all'anagrafe. L'impossibilità di ottenere la residenza determina enormi problemi nell'inserimento lavorativo e nell'accesso ai servizi, contribuendo a ostacolare l'inclusione sociale".
La terza richiesta dell'appello è ristabilire un sistema nazionale di accoglienza che promuova l'inclusione sociale di richiedenti asilo e titolari di protezione. Per colpa dei Decreti sicurezza "i richiedenti asilo non possono più essere inseriti nel sistema di accoglienza gestito dai Comuni, ex-Sprar, ma possono essere accolti unicamente nei Cas (centri di accoglienza straordinaria), strutture prefettizie spesso di grandi dimensioni e privi di servizi fondamentali come i corsi di italiano, l'orientamento lavorativo e la mediazione interculturale".
Il quarto punto dell'appello riguarda l'abrogazione dei divieti per le navi impegnate nei salvataggi. "Norme che hanno comportato gravi violazioni del diritto internazionale che impone agli stati di indicare alla nave che abbia soccorso dei naufraghi un porto sicuro dove farli sbarcare" nel più breve tempo possibile". Il osservanza del decreto legge 53 del 2019 "uomini, donne e bambini già provati dalle violenze subite in Libia sono stati trattenuti per settimane sulle navi soccorritrici in condizioni inaccettabili". Il risultato ottenuto, sostengono le organizzazioni, "ostacolando le navi umanitarie e scoraggiando le navi commerciali dall'intervenire nei salvataggi è di aumentare le morti in mare".
L'ultimo auspicio della campagna #IoAccolgo è che il governo "annulli immediatamente gli accordi col governo libico e che, fatti salvi gli interventi di natura umanitaria, non vengano rifinanziati quelli di supporto alle autorità libiche nella gestione e controllo dei flussi migratori". Numerosi rapporti di organismi indipendenti e internazionali hanno comprovato che i migranti intercettati dalla cosiddetta guardia costiera libica "vengono sistematicamente rinchiusi nei centri di detenzione, in condizioni disumane, e sono sottoposti a torture, stupri e violenze". #IoAccolgo lancia una raccolta di firme a sostegno dell'appello. Oltre ai banchetti nelle piazze, è possibile firmare anche online sul sito della campagna.
di Alessandra Ziniti
La Repubblica, 25 settembre 2019
Le nuove regole ricalcano il codice Minniti. Via le supermulte previste dal decreto sicurezza. Ma le Ong non dovranno ostacolare i soccorsi delle Guardie costiere, inclusa quella libica. "Tutte le navi impegnate in operazioni di soccorso dovranno rispettare le istruzioni del competente centro di coordinamento, non dovranno spegnere i transponder e il sistema automatizzato di informazioni, non dovranno mandare segnali di luce né alcuna altra forma di comunicazione per facilitare la partenza di imbarcazioni che portano migranti dalle coste africane". E soprattutto "non dovranno ostacolare le operazioni di ricerca e soccorso delle imbarcazioni ufficiali delle Guardie costiere, inclusa quella libica, e provvedere a specifiche misure di salvaguardia della sicurezza dei migranti e degli operatori a bordo".
Nella bozza di accordo sul meccanismo di redistribuzione delle persone salvate nel Mediterraneo firmata lunedì a Malta c'è un capitolo che detta regole severe per le navi umanitarie. Regole che ricalcano l'ossatura del codice di condotta ideato dall'ex ministro dell'Interno Marco Minniti e firmato da quasi tutte le organizzazioni nel 2017. La linea, che ha trovato unanimità tra i ministri dell'Interno di Italia, Francia, Germania, Malta e Finlandia, è quella ribadita ieri dal premier Conte: "Non consentiremo alle Ong di decidere chi entrerà nel nostro Paese".
Ieri mattina, per la prima volta da più di un anno a questa parte, una nave umanitaria, la Ocean Viking di Sos Mediterranée e Msf, è entrata "pacificamente" in un porto italiano, quello di Messina, per sbarcare 182 migranti che saranno distribuiti in diversi paesi. D'ora in avanti dovrebbe funzionare sempre così se l'Europa accetterà l'accordo siglato lunedì a La Valletta. Ma le Ong, che pure hanno salutato con prudente apprezzamento il patto di Malta, non avranno di certo vita facile.
Le supermulte previste dal decreto sicurezza bis spariranno, ma le regole rigide a cui dovranno uniformarsi resteranno. Anche nella legislazione italiana. I tecnici del Viminale e di Palazzo Chigi sono già al lavoro sulle linee guida indicate dal presidente della Repubblica Mattarella ma comunque le sanzioni (con nuovi criteri) per chi dovesse violare eventuali divieti di ingresso in acque italiane e la confisca delle navi recidive non saranno cancellate anche se solo in casi estremi si arriverà a tanto.
L'Italia e gli altri paesi firmatari dell'accordo non intendono correre il rischio di una ripresa dei flussi migratori che saranno gestiti con "questo meccanismo temporaneo che - si legge nella bozza - non dovrà aprire nuovi percorsi irregolari verso le coste europee edovrà evitare la creazione di nuovi fattori di attrazione". Condizione necessaria per cercare di allargare il più possibile, già dalla prossima riunione del Consiglio Affari interni della Ue dell'8 ottobre a Lussemburgo, la platea dei Paesi volontari. Con un'incognita su tutte, l'adesione di Spagna e Grecia, i due Paesi quest'anno interessati dal maggior numero di arrivi. Il ministro dell'Interno spagnolo Fernando Grande Marlaska ha espresso il suo disappunto per non essere stato invitato a Malta. La Spagna potrebbe pure starci ma ovviamente nella redistribuzione dovrebbero entrare anche i migranti soccorsi dalle navi del Salvamento marittimo, 20.000 solo quest'anno.
di Pino Dragoni
Il Manifesto, 25 settembre 2019
Colpiti sindacati e partiti per evitare la saldatura con le masse. Ma all'Onu Trump loda al-Sisi. Una testimone al manifesto: "Non avevamo mai visto una situazione così pesante. Hanno fatto blitz in casa di tutti nostri conoscenti. Ci sono agenti in borghese e camionette ovunque". Mentre Trump incontrava a New York il suo "dittatore preferito" (così aveva definito poche settimane fa Abdel Fattah al-Sisi), in Egitto il giro di vite innescato dalle proteste esplose venerdì scorso ha raggiunto un livello di isteria senza precedenti. I due presidenti si sono incontrati lunedì a margine dell'Assemblea generale Onu.
Trump ha come al solito osannato il suo omologo egiziano e, sminuendo la portata delle proteste in corso in Egitto, ha affermato: "Non mi preoccupano. L'Egitto ha un grande leader, è molto rispettato. Ha portato ordine, prima che ci fosse lui c'era molto poco ordine, c'era il caos". Accanto a lui, con espressione sprezzante, sedeva un sorridente al-Sisi. Il generale-presidente alla stessa domanda ha dato una risposta molto vaga, accusando "l'Islam politico" di destabilizzare l'intera regione e l'Egitto.
Secondo le stime diffuse dagli avvocati impegnati sul fronte della difesa legale, sono almeno 1.500 le persone detenute in seguito alle proteste di venerdì. I legali sono riusciti a risalire ai nomi di circa 800 di questi. Gli arrestati (per i quali lo stato di fermo è stato prorogato di 15 giorni) rientrano tutti in un'unica maxi-inchiesta che li vede accusati di "appartenenza a organizzazione terroristica e uso dei social media per diffondere notizie false".
Nella giornata di ieri la leadership del partito islamista Istiqlal (fuori legge dal 2014) è stata interamente decapitata dagli arresti. Secondo una fonte parlamentare filo-regime citata da MadaMasr, gli apparati di sicurezza intenderebbero ampliare la campagna repressiva per colpire soprattutto i partiti di opposizione. In questi giorni sono finiti dietro le sbarre anche due leader sindacali di Suez, esponenti di partiti di sinistra, almeno due avvocatesse e tre giornalisti. Proprio a Suez un gruppo di operai radunati per inscenare una manifestazione pro-regime ieri si è ribellata trasformando la farsa in una protesta anti-Sisi.
La situazione più grave sembra essere quella vissuta al Cairo, soprattutto nei quartieri del centro della capitale. Una testimone (che chiede di restare anonima) ha descritto al manifesto una città totalmente militarizzata: "Non avevamo mai visto una situazione così pesante. Hanno fatto blitz in casa di tutti nostri conoscenti. Tra poco toccherà a noi. Controllano i pc, i cellulari e spesso portano le persone in caserma interrogandole per tutta la notte. Conosco uno studente che una sera è stato prelevato, bendato e portato in un ufficio insieme ad altri ragazzi. Lì sono stati pestati tutta la notte e poi lasciati andare".
"Una follia" è il termine più adatto a spiegare il livello di sicurezza in città. "Ci sono controlli ovunque. Agenti in borghese, baltagiya [bande criminali assoldate dal ministero dell'Interno], camionette ovunque". Una novità inquietante è che tra le forze di sicurezza schierate ci sono molte agenti donne: "Prendono di mira le ragazze, ne stanno arrestando tantissime. Non era mai successo a questi livelli". Il rischio è tale che si può essere fermati e sequestrati senza alcun motivo. "Molti di quelli che vengono presi non sono affatto persone politicizzate. Alcuni di noi non escono di casa da giorni per paura". Il coprifuoco non dichiarato inizia verso le tre del pomeriggio, quando i controlli si intensificano e diventa rischioso camminare per strada. I lavoratori cercano di rientrare a casa il prima possibile per non essere costretti ad attraversare il centro di sera. "A Talaat Harb, una piazza centrale poco distante da Tahrir, la situazione è assurda: è impossibile camminare per la quantità di camionette e polizia", continua la testimone.
Insomma, la strategia del regime sembra duplice: da una parte colpire gli attivisti per impedire qualsiasi saldatura tra le opposizioni organizzate e il movimento spontaneo di massa emerso in questi giorni, dall'altra diffondere il più possibile il terrore tra la popolazione. Prossimo appuntamento in piazza venerdì (quando al-Sisi dovrebbe già essere tornato in patria), ma in questo clima è difficile prevedere che cosa potrà accadere.
anteprima24.it, 24 settembre 2019
Firma di un accordo quadro tra l'Ateneo napoletano e il Dipartimento dell'Amministrazione Penitenziaria. Si apre martedì 24 settembre alle 9.00 nella sede dell'Orientale a Palazzo du Mesnil (via Chiatamone 62) la due giorni di convegno internazionale "Ri-conoscere il radicalismo islamico in Italia: analisi, strategie e pratiche alternative". L'obiettivo dell'incontro è quello di comprendere il fenomeno della radicalizzazione, valutandone i rischi, e allo stesso tempo di rispondere correttamente alle richieste di godimento dei diritti religiosi all'interno degli istituti di pena italiani.
di Carmine Alboretti
La Discussione, 24 settembre 2019
Nel 2019 su 33 suicidi di detenuti ben 6 sono avvenuti in istituti di pena della Campania: tre a Poggioreale ed i restanti a Secondigliano, Benevento ed Aversa. Il Garante delle persone sottoposte a misure restrittive della libertà personale, Samuele Ciambriello, ha lanciato l'ennesimo allarme, richiamando l'attenzione delle autorità preposte e dei cittadini sulla necessità di interventi mirati ad allentare la pressione sui detenuti per evitare che la lunga scia di morti violente vada avanti nell'indifferenza generale.
di Errico Novi
Il Dubbio, 24 settembre 2019
La Consulta potrebbe iniziare la camera di consiglio domani. Un anno. Ma non è bastato. Il Parlamento avrebbe potuto provvedere. Ma non c'è riuscito. E adesso è molto, ma molto difficile che la Corte costituzionale decida di rinviare ancora la propria pronuncia - attesa per oggi o per i prossimi giorni - sul caso di Marco Cappato e Fabiano Antoniani, ossia sul reato di aiuto al suicidio.
Può darsi, certo, che nell'inevitabile conflitto tra le ordinarie procedure della giurisdizione e la spasmodica attesa della politica, dei media, del Paese, anche un normalissimo protrarsi dei lavori faccia attendere ancora, per sapere della parziale incostituzionalità dell'articolo 580 del codice penale. Forse il giudice delle leggi emetterà la sentenza negli ultimi o nell'ultimo giorno della settimana. Ed è altrettanto inevitabile che ogni minuto moltiplicherà l'attesa. E le interpretazioni fantastiche. Ma una cosa è assai più probabile delle altre: la Corte costituzionale dovrebbe sciogliere il quesito sul reato di aiuto al suicidio nelle prossime ore, senza rimetterne ancora la responsabilità al Parlamento.
È il senso di una vigilia tesissima. In cui appunto la Cei, attraverso il suo vicepresidente Mario Maini, ribadisce il "no" al "tentativo di introdurre nell'ordinamento pratiche eutanasiche". Così come il tesoriere dell'Associazione Luca Coscioni, Cappato appunto, parla di "tante e forti pressioni" per ottenere, dalla Consulta, un ulteriore rinvio. Sono ore in cui si deve fare i conti con quell'insostenibile conflitto tra la leggerezza dei calendario e la pesantezza del clima.
Oggi la Corte potrebbe trovarsi di fronte a una nuova udienza, sul caso, meno agile del previsto. Intanto perché nel calendario dei lavori non c'è solo la questione sollevata nel processo al dirigente radicale. E poi perché non è possibile stabilire a freddo come si comporteranno le parti. Se il collegio difensivo di Cappato, guidato da Filomena Gallo e Vittorio Manes, e l'avvocatura dello Stato si soffermeranno a lungo sulle conseguenze dell'inedita ordinanza emessa un anno fa dalla stessa Corte.
Non è perciò possibile prevedere se davvero l'inizio della camera di consiglio potrà iniziare in giornata. O se slitterà a domani. Ma un altra cosa certo ragionevole sembra cogliersi nei quasi impalpabili segnali che filtrano da Palazzo della Consulta: una camera di consiglio del genere non può durare pochi minuti. Servirà tempo per riflettere. I giudici vorranno bilanciare "i valori di primario rilievo" che si incrociano in una storia come quella di Fabiano Antoniani e di Cappato. E soprattutto dovranno prendere atto di come il legislatore non sia riuscito ad approfittare di quella possibilità di "ogni opportuna riflessione e iniziativa" "consentita" dalla Consulta esattamente un anno fa.
Il 24 ottobre 2018 l'ordinanza firmata dal giudice relatore Franco Modugno affermò che sarebbe stato necessario "evitare, per un verso, che una disposizione" continuasse a "produrre effetti reputati costituzionalmente non compatibili", ma al tempo stesso scongiurare "possibili vuoti di tutela di valori, anche essi pienamente rilevanti sul piano costituzionale" Un anno senza che il Parlamento sia riuscito a trovare quel "bilanciamento".
Di più: senza che nemmeno sia stato adottato un testo base nella commissione Affari sociali di Montecitorio. È intanto questo il dato che segnala lo stesso "candidato relatore" di una eventuale legge sul fine vita che, alla Camera, non ha mai preso corpo: il deputato Giorgio Trizzino. Il parlamentare del Movimento 5 Stelle afferma su Facebook "l'inerzia legislativa" di questi 11 mesi. Perché la Corte dovrebbe affidarsi ancora al Parlamento?
Non ce n'è ragione. Nei giorni scorsi il capogruppo del Pd alla Camera Graziano Delrio ha rivendicato la centralità delle Camere, e ha chiesto che la decisione non fosse lasciata alla Corte costituzionale. Ma la posizione di Delrio sembra riferirsi a quella parte dei dem sfavorevole a una depenalizzazione assoluta, da scartare anche dinanzi a condizioni come quelle di Fabiano Antoniani (e individuate dall'ordinanza della Consulta: sofferenza che la persona trova insopportabili, impossibilità di guarigione, piena coscienza, dipendenza dalle macchine).
È la specificità della prospettiva evocata dal capogruppo pd a rendere impossibile il semplice avvio, allo stato attuale, di una discussione fattiva nella neonata maggioranza. C'è troppa distanza: i 5 Stelle sono chiaramente favorevoli alla non punibilità di casi come quello di Cappato, che il 27 febbraio 2017 ha accompagnato Fabiano Antoniani in una clinica svizzera, dove poi, Fabiano scelse di interrompere le proprie sofferenze.
Non c'è possibilità di accordo. Se non, come ha detto Cappato ancora ieri, "per una successiva necessaria definizione in Parlamento delle procedure con cui esercitare il diritto ad andarsene". Non c'è quel diritto, ha detto ancora ieri la Cei: "Anche se ammantate di pietà e di compassione, si tratta", ha detto monsignor Meini, "di scelte di fatto egoistiche, che finiscono per privilegiare i forti e far sentire il malato come un peso inutile e gravoso per la collettività". Ancora poche ore e sarà la Consulta a parlare.
di Susanna Marietti*
Il Fatto Quotidiano, 24 settembre 2019
Finalmente qualcosa sta cambiando. Se non nell'atteggiamento di quegli agenti di Polizia penitenziaria che ancora continuano a sentirsi al di sopra della legge, in quello dell'autorità pubblica nonché delle persone detenute.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 24 settembre 2019
Il Garante nazionale delle persone private della libertà, Mauro Palma, si è subito attivato segnalando il caso al Provveditorato regionale dell'Amministrazione penitenziaria che, a sua volta, ha informato formalmente il Dap. Da lì le interlocuzioni tra quest'ultimo e la direzione dell'istituto penitenziario.
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