radiocl1.it, 6 agosto 2019
Il richiamo all'articolo 27 della Costituzione che sancisce la funzione rieducativa della pena per i condannati è il primo punto della convenzione stipulata oggi tra il Comune di Caltanissetta, la Casa circondariale di Caltanissetta e l'Ufficio esecuzione penale esterna (Uepe) di Caltanissetta ed Enna, per l'impiego di cittadini detenuti o in fase di esecuzione alternativa delle pene, in attività di pubblica utilità.
La convenzione della durata di un anno è stata siglata dal sindaco, Roberto Gambino, dal direttore della Casa circondariale, Francesca Fioria, e dal direttore dell'ufficio esecuzione penale esterna, Rosanna Provenzano. La convenzione s'inserisce nel solco della collaborazione tra gli Enti avviata ad agosto 2018. È finalizzata al reinserimento sociale di persone in esecuzione di pena attraverso il lavoro volontario, facendo collaborare i detenuti in attività utili verso la comunità secondo il principio della giustizia riparativa.
I lavori di pubblica utilità possono consistere nella cura di aiuole e giardini pubblici e vengono svolti come attività di volontariato. Gli interventi saranno definiti anche con la direzione politiche sociali, presente oggi alla stipula della convenzione con il dirigente, Giuseppe Intilla, e con la responsabile sanzioni e misure di comunità dell'Uepe, Gabriella Chirumbolo. "Proseguiamo con convinzione la collaborazione del Comune con l'ufficio esecuzione penale esterna e con la casa circondariale - afferma il sindaco Roberto Gambino. Il condannato che intende riparare al danno prodotto lavorando per la comunità, ha diritto ad un'opportunità per riguadagnare la fiducia".
La convenzione ha la finalità di promuovere azioni di reinserimento di persone in esecuzione penale, sensibilizzando la comunità locale; promuovere attività riparative; favorire una rete che accolga i soggetti in esecuzione di pena. Soddisfatta per la firma del protocollo la direttrice della casa circondariale, Francesca Fioria. "Si è proseguito sulla scia dell'ottimo lavoro avviato nel 2018 con detenuti che hanno la possibilità di svolgere lavori di pubblica utilità. Un atto d'interesse dell'amministrazione comunale e di sensibilità verso l'istituzione carcere e l'amministrazione penitenziaria".
"È importante che si faccia un lavoro di comunità nell'ottica della giustizia riparativa con un'attività di prevenzione - spiega Rosanna Provenzano direttrice Uepe -. Quando soggetti condannati si mettono a lavoro con (e per) la comunità, ricuciono il patto con la società che era stato rotto con il reato e riabilitano se stessi. Questo approccio rappresenta lo sviluppo e il futuro dell'esecuzione penale in cui soggetti, al di fuori della vicenda giudiziaria, si prendono cura del luogo in cui vivono". L'Istituto penitenziario e l'Uepe segnaleranno i nominativi dei soggetti con le indicazioni relative al tempo che possono dedicare e parteciperanno alle verifiche periodiche sull'inserimento. Il Comune s'impegna a individuare gli ambiti d'impiego, a stipulare l'assicurazione, individuare un referente e a preparare e accompagnare l'accoglienza nella struttura dove sarà impiegato. L'Uepe e la Casa circondariale collaboreranno con il Comune per sensibilizzare l'ambiente in cui i condannati saranno inseriti.
di Alessandro Galimberti
Il Sole 24 Ore, 6 agosto 2019
Manager condannato a risarcire 4,5 milioni di euro alla società - una multinazionale tedesca - di cui era stato "ad" e dipendente. Interessante sentenza del tribunale di Ancona - sezione specializzata in materia di impresa - in tema di violazione di segreti industriali, sia per il metodo di calcolo del danno, sia per le ulteriori prescrizioni contro il convenuto (tra cui 100mila euro di penale per ogni violazione dell'inibitoria).
I fatti di causa, che verosimilmente occuperanno l'autorità giudiziaria per altri gradi, risalivano al 2012, dopo che l'amministratore della collegata italiana aveva lasciato la multinazionale. Contemporaneamente la società aveva avuto notizia di movimenti dell'ex dipendente nei mercati dell'Est asiatico, con il forte sospetto (anche documentale) di utilizzo di formule chimiche aziendali oggetto di tutela e a beneficio di società già clienti. Ne era seguita una perquisizione al domicilio dell'ex dipendente con sequestro di numerosi documenti "sensibili"? che, a termini contrattuali, avrebbero dovuto essere restituiti da tempo.
Secondo i giudici lo sfruttamento abusivo dei dati tecnici riservati, mostra da parte dell'ex manager "l'intento parassitario di risparmiare sui costi e sui tempi per l'immediato avvio dell'attività, successiva alla sua uscita, in concorrenza con la medesima, e in specifica violazione di segreti tecnici e commerciali". Per il tribunale "il regime di leale concorrenza viene violato anche se si risparmia, con la sottrazione o utilizzazione di dati riservati, in termini di tempi e costi per una autonoma ricostruzione delle informazioni industriali necessarie o utili, con il conseguente compimento di atti concorrenziali sleali, in relazione a ogni acquisizione avvenuta per sottrazione e non per autonoma capacità di elaborazione".
Nessun dubbio, infatti, che le informazioni segrete costituenti il know how di una impresa, frutto della ricerca e degli investimenti, sono a pieno titolo "diritti di proprietà industriale, pienamente tutelabili". Quanto alle modalità di calcolo del maxi risarcimento, i giudici hanno avuto riguardo al lucro cessante della parte danneggiata, che può essere determinato "in una somma pari alle cosiddette royalties che le parti avrebbero ragionevolmente concordato, in caso di acquisizione del diritto di sfruttamento del know how", e non invece in riferimento delle cifre appostate in bilancio per l'intangible. Secondo la società, rappresentata a giudizio da Dla Piper "risultato importante che rende giustizia a chi investe in ricerca e nella protezione del know-how, e che testimonia l'attenzione crescente dell'autorità giudiziaria alla proprietà intellettuale".
di Patrizia Maciocchi
Il Sole 24 Ore, 6 agosto 2019
Corte di cassazione - Sezione I -Sentenza 5 agosto 2019 n. 35626. Concorso in associazione mafiosa per i cittadini ucraini che tengono sotto scacco, con estorsioni e minacce, gli autisti dei bus per acquisire e mantenere il monopolio del trasporto di passeggeri e merci tra Ucraina e Italia. Con la sentenza 35362, la Cassazione, respinge il ricorso contro la condanna per l'articolo 416-bis.
Ad inchiodare i due imputati era stata la testimonianza di un collaboratore di giustizia, italiano, che dell'associazione era stato il promotore e l'organizzatore, e che aveva descritto obiettivi e modalità di funzionamento. A completare il quadro c'erano le intercettazioni e le deposizioni degli autisti. I giudici della prima sezione penale, respingono le tesi della difesa, secondo la quale l'impiego di violenza o minaccia non bastava a provare la connotazione mafiosa delle condotte, soprattutto in un territorio come la Calabria, luogo dei fatti, in cui è radicata la 'ndrangheta, che aveva il pieno controllo delle attività estorsive. Ma sul punto la Cassazione, ricorda come l'articolo 416-bis sia ipotizzabile non solo in relazione alle mafie cosiddette tradizionali, con un alto numero di appartenenti, dotate di grandi mezzi finanziari e in grado di assicurare la sopraffazione e l'omertà, con il terrore e la messa in pericolo della vita di un numero indeterminato di persone.
Come affermato nel verdetto a carico del clan Spada, (sentenza 44156/2018) lo "stile" mafioso è, infatti, riscontrabile anche riguardo alle piccole organizzazioni, con pochi "adepti", non necessariamente armati, che assoggettano un limitato territorio, o un determinato settore di attività "avvalendosi del medesimo metodo di intimidazione, senza, peraltro che sia necessaria la prova che la forza prevaricatrice del vincolo associativo sia penetrata in modo massiccio nel tessuto economico e sociale del territorio di riferimento".
Non passa neppure l'argomento sulla impossibile coesistenza di mafiose e malavitosi nello stesso territorio. La Corte di merito aveva già chiarito che il "pentito", come da lui stesso raccontato, aveva espressamente ottenuto il via libera ad agire, e anche la protezione, da parte dei referenti della cosca locale.
di Giuseppe Amato
Il Sole 24 Ore, 6 agosto 2019
Corte di Cassazione - Sezione III - Sentenza 10 luglio 2019 n. 30410. Ai fini della configurabilità del delitto di associazione per delinquere finalizzata al traffico di stupefacenti è sufficiente - ma necessaria - l'esistenza tra i singoli partecipi di una durevole comunanza di scopo, costituita dall'interesse a immettere sostanza stupefacente sul mercato del consumo, non essendo invece di ostacolo alla costituzione del rapporto associativo la diversità degli scopi personali e degli utili che i singoli partecipi, fornitori e acquirenti, si propongono di ottenere dallo svolgimento della complessiva attività criminale.
Non è richiesto, pertanto, per i giudici della Cassazione penale sentenza 30410/2019 per il riconoscimento della fattispecie di cui all'articolo 74 del Dpr n. 309 del 1990, che le successive condotte delittuose dei singoli, di cui all'articolo 73 del medesimo Dpr, siano compiute in nome e per conto dell'associazione, ma solo che rientrino nel programma criminoso della stessa. Ne deriva, così, che integra la condotta di partecipazione ad un'associazione finalizzata al traffico illecito di sostanze stupefacenti la costante disponibilità all'acquisto delle sostanze stupefacenti di cui il sodalizio illecito fa traffico, ove sussista la consapevolezza che la stabilità del rapporto instaurato garantisce l'operatività dell'associazione, rivelando in tal modo la presenza della c.d. affectio societatis tra l'acquirente e i fornitori: detta condotta, infatti, agevola lo svolgimento dell'attività criminosa del gruppo organizzato ed assicura la realizzazione del suo programma delittuoso, sempre che si accerti che essa è posta in essere avvalendosi continuativamente delle risorse dell'organizzazione, con la coscienza e volontà dell'autore di farne parte e di contribuire al suo mantenimento e, laddove l'acquirente abbia coscienza e volontà che il suo inserimento quale stabile acquirente della sostanza ceduta da una struttura organizzata sia funzionale alle dinamiche operative dell'associazione ed alla crescita criminale della stessa, la sua partecipazione al sodalizio può essere desunta anche dalla commissione di singoli episodi criminosi.
L'acquirente stabile della sostanza stupefacente - Secondo il ragionamento della Cassazione, è ravvisabile il reato di partecipazione nell'associazione finalizzata al traffico illecito di sostanze stupefacenti (articolo 74 del Dpr 9 ottobre 1990 n. 309) anche nei confronti di colui che si pone nei confronti dell'associazione come acquirente stabile della sostanza stupefacente. Trattasi di affermazione senz'altro convincente e in linea con la costante interpretazione della giurisprudenza, secondo cui è pacificamente ammesso il vincolo associativo anche in presenza di soggetti che hanno motivazioni illecite diverse (acquirente, venditore, importatore, ecc.): vi è casistica, ad esempio, che ravvisa la configurabilità del vincolo associativo tra il fornitore "all'ingrosso" di droga e gli acquirenti "al dettaglio" che la ricevono stabilmente per poi reimmetterla sul mercato; ovvero, analogamente, tra colui che importa la droga per rifornire il mercato e la rete stabile dei rivenditori e piccoli spacciatori della sostanza che a questi si rivolgono per poi spacciarla al minuto ai tossicodipendenti.
A supporto di tale soluzione interpretativa va in effetti considerato che l'elemento soggettivo del reato associativo de quo è integrato dal dolo specifico, il cui contenuto è rappresentato dalla coscienza e volontà di partecipare e di contribuire attivamente alla vita dell'associazione volta alla realizzazione del comune programma criminoso mirante alla commissione di una serie indeterminata di delitti in materia di stupefacenti.
Il dolo del reato associativo non va però confuso con il "motivo" squisitamente soggettivo che possa avere determinato un soggetto a far parte del sodalizio criminoso, nei termini suesposti; cosicché è indifferente che il contributo causale volontariamente prestato all'associazione risulti motivato pure dalla concorrente esigenza di realizzare finalità di ordine personale, come, esemplificando, l'approvvigionamento dello stupefacente necessario per l'uso personale, o simili. Ne consegue che, ai fini dell'apprezzamento del dolo, non è neppure richiesto che tutti gli associati perseguano gli stessi scopi od utilità, purché ovviamente tutti agiscano nella consapevolezza delle attività degli altri partecipi volte alla realizzazione del comune programma criminale.
Ciò che va peraltro sottolineato con chiarezza, per evitare indebite estensioni della fattispecie associativa, è che occorre pretendere un giusto rigore sulla valutazione dell'effettivo rapporto causale fornito dai diversi soggetti all'attività dell'associazione. È ovvio allora che il problema risiede nella dimostrazione - sotto il profilo oggettivo e, soprattutto, sotto quello soggettivo - del vincolo associativo: a tal fine, tanto per esemplificare, non basta, di per sé solo, l'apprezzamento di una serie, pur ripetuta con frequenza, di operazioni di compravendita di sostanze stupefacenti concluse tra le stesse persone, occorrendo un quid pluris, vale a dire la dimostrazione che tutti i compartecipi abbiano agito, sia pure per una finalità concorrente di profitto proprio, con la volontà e consapevolezza di operare quali aderenti ad un'organizzazione criminosa e nell'interesse della stessa; solo in presenza di dette condizioni (come precisato dalla sentenza in commento) i singoli atti di compravendita divengono altrettanti reati-fine dell'associazione, giacché, in difetto, rimangono singole illecite operazioni sinallagmatiche (cfr., per riferimenti, tra le tante, sezione VI, 16 marzo 2004, Benevento e altri; sezione IV, 6 luglio 2007, Cuccaro e altri; sezione VI, 11 febbraio 2008, Oidih e altro; sezione VI, 6 novembre 2013, Proc. Rep. Trib. Napoli in proc. Lentino e altro).
di Dacia Maraini
Corriere della Sera, 6 agosto 2019
Inquieta la completa mancanza di percezione dell'illecito. Presi con le mani nel sacco i giovani criminali si mostrano stupiti, quasi fossero interrotti in una pratica legittima. Difficile da capire questa esplosione di criminalità minorile. Anche perché sembra slegata da ogni questione sociale. Non sono gli adolescenti poveri, gli emarginati che delinquono ma ragazzi di famiglie agiate che interrogati, parlano di noia. Quasi sempre sono in preda all'alcol o alle droghe. Ma soprattutto quello che inquieta è la completa mancanza di percezione dell'illecito. Presi con le mani nel sacco si mostrano stupiti, quasi fossero interrotti in una pratica legittima. Il che significa che è saltato nella maniera più completa il senso del bene e del male. Penso ai due ragazzi americani che hanno preso a coltellate un onesto carabiniere. Ritenevano di avere colpito un truffatore e per loro era una giustificazione per reagire con inaudita furia omicida. Penso alle baby gang italiane che col peperoncino creavano panico per strappare alle vittime portafogli, collane, catenine d'oro, orologi preziosi.
Ma è solo la droga che crea queste forme di ottundimento morale? Non potrebbe essere che questi ragazzi, essendo figli di un tempo in cui la supremazia virile è messa in discussione, si sentano impegnati, come una avanguardia di soldati in cerca di vendetta, a intraprendere una guerra cieca e crudele contro un nemico invisibile che li sta privando della più arcaica identità maschile?
I valori che circolano presso questi branchi ricordano antichi codici feudali: disprezzo verso i deboli, sfida ai pericoli più rischiosi, propensione verso guerre devastanti contro un nemico odiato e misterioso che, come nei fumetti, viene da un cosmo ostile e minaccioso.
In effetti la maggioranza assoluta di questi guerrieri da fumetto sono maschi e le prede che prediligono sono le giovani femmine, da condannare per le loro nuove libertà. Gli adulti certo non danno il buono esempio, e questo non fa che diffondere l'idea della legittimità del crimine.
di Giancarlo Caselli
Il Fatto Quotidiano, 6 agosto 2019
Purtroppo, nel nostro Paese la questione dell'eccessiva lunghezza dei procedimenti si trascina da tempo ed è sempre più acuta. Sappiamo, e non vanno sottovalutati, i sentimenti di angoscia, ira e delusione che provoca l'attesa interminabile del riconoscimento delle proprie ragioni, spesso riguardanti beni fondamentali.
I rimedi approntati dalla politica sono stati, di solito, inadeguati se non peggio. Urge una vera, incisiva riforma. Il ministro Bonafede ha il merito di (ri)provarci, nonostante l'ostilità di quanti - gira e rigira - per salvaguardare certi interessi hanno come obiettivo non "più" ma "meno" giustizia. Stando alla bozza di cui si parla, un pregio del progetto Bonafede è non cedere alla suggestione della "separazione delle carriere".
Sinonimo di dipendenza del Pm dal potere esecutivo: nel senso che in tutti i Paesi in cui c'è, il Pm - per legge - deve ottemperare alle direttive del potere politico. Un suicidio in Italia: dove la classe dirigente continua a "ospitare" al suo interno soggetti ambigui se non peggio; cui sarebbe pernicioso offrire nuovi spazi per occuparsi "allegramente" delle indagini - che so - di corruzione o mafia.
Per il resto, il progetto Bonafede, attento anche al profilo delle risorse, contiene vari punti che vanno in una direzione giusta. Si deve però avere l'audacia e il coraggio di affrontare il problema della riforma della giustizia - una buona volta - non con aggiustamenti ma con decisione e scelte radicali veramente innovative.
La mia idea è di abolire il grado di appello. Immagino già le reazioni cattive di molti giuristi (soprattutto avvocati), ma nessuno mi convincerà che una risposta "ab irato" sia meglio di una misurata riflessione. Che parta da alcune semplici domande: è vero che negli ordinamenti con un sistema processual-penale di tipo accusatorio di regola c'è un solo grado di giudizio nel merito, con eventuale ricorso a una suprema corte?
È vero che anche in Italia è stato introdotto nel 1989 un sistema di tipo accusatorio? La risposta alle due domande è Sì. Allora, perché soltanto nel nostro Paese si registrano ancora più gradi di giudizio nel merito? Eliminare questa anomalia è una questione di sistema. Tenere i piedi in due staffe, non solo non risolve i problemi, ma crea confusione; mentre c'è un bisogno assoluto di nuova efficienza e funzionalità del servizio giustizia.
Quali i vantaggi significativi che si avrebbero abolendo l'appello? Oltre all'allineamento agli altri Paesi di rito accusatorio, si potrebbe cancellare l'arretrato che pesa come un macigno sul sistema. E che sparirebbe in un paio d'anni se i magistrati e il personale amministrativo oggi impiegati in appello fossero destinati a lavorare soltanto a questo scopo.
Dopo di che i magistrati e il personale amministrativo del "defunto" appello potrebbero essere convogliati sul primo grado (razionalizzando i criteri di assegnazione monocratica), con evidente accelerazione dei tempi del processo già di per sé molto abbreviati con un grado in meno. Così, il male cronico della nostra giustizia, la durata biblica dei processi, avrebbe finalmente qualche prospettiva di guarigione.
L'obiezione è che diminuirebbero le garanzie. Ma la vera garanzia sta in un processo breve che possa puntare a una giustizia certa. Non in un processo che è diventato un percorso a ostacoli, pieno di trabocchetti, infarcito di regole che in realtà non sono garanzie ma insidie formali: opponibili a piene mani da chi - potendosi permettere difese agguerrite e costose - punta all'impunità attraverso la prescrizione. Mentre sono di fatto arretrate le garanzie verso il basso, vale a dire effettivamente applicate anche ai soggetti più deboli.
Con il triste risultato di un "doppio" processo, negazione non solo di reali garanzie, ma anche di principi di equità. C'è infatti un codice per i "galantuomini" (cioè le persone giudicate, in base al censo o alla collocazione sociale, per bene a prescindere); un altro per i cittadini "comuni". Nel primo caso il processo - con la sua interminabile durata - è destinato soprattutto a misurare l'attesa che il tempo si sostituisca al giudice nel definire i processi per prescrizione; nel secondo caso la giustizia, pur funzionando malamente, spesso segna irreversibilmente la vita e i corpi delle persone.
Sta nello sconcio del "doppio" processo un nodo della prescrizione e della battaglia pro o contro l'articolo della "spazza-corrotti" che finalmente ne prevede l' interruzione, come antidoto a che non sia inghiottito tutto quel mare di processi che interessa soprattutto i "galantuomini". Battaglia che vede il ministro Bonafede fermo su posizioni di giusta difesa della "nuova" prescrizione.
di Alberto Leiss
Il Manifesto, 6 agosto 2019
Il punto decisivo è trovare il linguaggio capace di offrire alternative simboliche. Non serve a molto scandalizzarsi se Salvini canta l'inno di Mameli sulla spiaggia con le cubiste, ma se il ministro risponde "zingaraccia ti mando la Ruspa" a una persona che gli augura la morte, bisogna seguire la lezione de "La lingua materna" di Hannah Arendt.
Non credo che servano a molto le analogie con gli anni 30 per reagire adeguatamente alla deriva autoritaria, razzista e machista che è attualmente impersonata dal ministro dell'interno, il quale dà evidentemente voce, e sponde, a pulsioni aggressive e irrazionali diffuse tra molte persone che vivono in questo paese.
Tuttavia ripassare la storia è sempre utile, specialmente se non la si conosce già bene, e si può trovare qualcosa che ci ispira orientamenti mentali e pratici adatti all'oggi, con le necessarie traduzioni in un tempo tanto diverso. Mi è capitato leggendo un breve testo di Hannah Arendt (La lingua materna, recentemente riedito da Mimesis) in cui l'autrice della Banalità del male, durante una conversazione televisiva (condotta da Günter Gauss nell'ottobre 1964) racconta come sua madre le insegnava a reagire agli atteggiamenti razzisti che potevano essere rivolti a una bambina ebrea. Il racconto, tra l'altro, ci dice che l'antisemitismo era una realtà già nell'immediato primo dopoguerra, quando Hannah, nata nel 1906, andava a scuola, ben prima dunque dell'avvento di Hitler.
"Tutti i bambini ebrei - racconta Arendt - hanno avuto a che fare con l'antisemitismo. Ha avvelenato l'anima di tanti bambini. La differenza per noi era che mia madre partiva sempre da questo punto di vista: non bisogna abbassare la testa! Bisogna sempre difendersi! Se i miei professori avessero fatto delle osservazioni antisemite - per lo più non in riferimento a me ma alle altre studentesse ebree, per esempio ebree orientali - ero stata istruita ad alzarmi, abbandonare la classe, tornare a casa e stendere una relazione dettagliata su ciò che era avvenuto. Mia madre scriveva una delle sue tante lettere raccomandate; e per me l'incidente era assolutamente chiuso. Avevo un giorno di vacanza in più, ed era molto bello. Ma se le osservazioni venivano fatte dagli altri bambini, io non dovevo raccontare nulla a casa. Non valeva la pena. Con i bambini ci si difende da soli (...) A casa mia esistevano delle regole di condotta che mi consentivano di mantenere e di proteggere assolutamente la dignità".
Questo racconto mi ha fatto pensare che il punto decisivo è trovare, anche oggi, il linguaggio capace di offrire alternative simboliche. Immagino che non serva a molto scandalizzarsi se Salvini canta l'inno di Mameli sulla spiaggia con le cubiste, ma se il ministro risponde "zingaraccia ti mando la Ruspa" a una persona che gli augura la morte, bisogna "fare una relazione dettagliata" perché a chi ha giurato sulla Costituzione e tendenzialmente ci rappresenta tutti non può essere consentito di parlare e comportarsi in modo di coprire e aizzare comportamenti razzisti. Nella "relazione dettagliata", però, va anche affrontata l'origine della battuta inaccettabile del ministro.
Perché una persone, zingara o meno che sia, non deve minacciare di morte nessuno. E forse bisognerebbe dire qualcosa anche sulla situazione - una porzione di territorio milanese tra degrado e villette abusive, ripresa per alcuni minuti da una videomaker del Giornale - che a un primo sguardo non sembra corrispondere agli standard di una città civile come Milano.
Approfondire questi "dettagli", a mio parere, non indebolirebbe affatto la denuncia delle parole inammissibili e molto gravi di Salvini, ma anzi rafforzerebbe l'idea che le soluzioni ai problemi che l'episodio sottende non possono essere l'odio contro gli zingari o l'uso minaccioso di ruspe. Così come combattere chi salva i naufraghi non potrà risolvere in alcun modo il dramma delle migrazioni contemporanee.
di Emanuele Rossi
Il Secolo XIX, 6 agosto 2019
Dall'accordo, firmato con il ministro Bonafede, esclusa Autostrade: "Il motivo? Questioni legali, nessuna demonizzazione". C'è voluto un secondo passaggio del ministro della Giustizia Alfonso Bonafede a Genova, ma adesso il protocollo per i lavori di pubblica utilità dei detenuti è realtà. Rimosso l'ostacolo principale, ("un incidente di percorso", lo ha definito il Guardasigilli) ossia la presenza di Autostrade tra gli enti che avrebbero fatto formazione ai detenuti-lavoratori. Inaccettabile, a Genova, città del ponte Morandi, per il ministro Cinque stelle. E pazienza se a Roma, su analogo protocollo, Aspi c'è e nessuno ha avuto da ridire. A Genova andava esclusa e così è stato fatto. "Non c'è alcuna demonizzazione - dice il ministro - ma in maniera legittima abbiamo deciso di escluderli per le questioni legali. Della formazione si occuperanno gli enti locali". Il ministro ha inoltre annunciato che a rinforzare il tribunale genovese arriveranno 34 nuove assunzioni.
Così ieri Bonafede si è seduto a fianco del sindaco Marco Bucci nel salone di rappresentanza di Palazzo Tursi e ha posto la sua firma sull'accordo quadro "Mi riscatto per Genova". Alla firma hanno partecipato anche il capo del Dipartimento dell'Amministrazione Penitenziaria Francesco Basentini, il presidente del Tribunale di Sorveglianza Gaetano Brusa e il segretario generale della Cassa delle Ammende Sonia Specchia.
Il programma ministeriale promuove l'avvio di progetti di recupero e inclusione sociale di detenuti degli istituti penitenziari della città: saranno sottoscritti specifici protocolli d'intesa operativi che potranno riguardare il Comune e gli istituti penitenziari, ma anche soggetti privati e le società partecipate del Comune.
Gli ambiti di applicazione del lavoro dei detenuti saranno prioritariamente: manutenzione degli immobili in concessione governativa e del patrimonio comunale, con particolare attenzione verso quelli inutilizzati o sottoutilizzati; gestione delle risorse idriche, elettriche e termiche; gestione dei rifiuti, con particolare attenzione all'educazione al riciclo e riuso; efficientamento energetico degli immobili; sviluppo di opportunità di lavoro penitenziario attraverso l'organizzazione di lavorazioni qualificate e qualificanti all'interno degli istituti penitenziari da parte di enti, imprese pubbliche e/o private e cooperative sociali; miglioramento dei modelli organizzativi per la gestione delle attività ambientali, sociali, culturali e lavorative in ambito penitenziario; sviluppo umano e delle capacità relazionali dei detenuti attraverso attività formative culturali e artistiche. L' attività di lavoro dei detenuti sarà "volontario e gratuito" e non comporterà alcun onere a carico del bilancio comunale, ma i detenuti che parteciperanno potranno beneficiare di sconti sul debito contratto con l'amministrazione carceraria e avranno l'assicurazione. "Anche chi è in carcere è un genovese e vogliamo che possa contribuire alla città", ha commentato Bucci.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 6 agosto 2019
Più di un mese fa a un detenuto al 41 bis nel carcere di Novara era stato diagnosticato di essere affetto dal batterio Helicobacter Pylori, per la cui cura è necessario somministrare un farmaco di nome Pylera. Dopo circa una settimana dalla diagnosi, gli hanno spiegato che il farmaco per lui necessario non era rinvenibile dalla competente Asl. Alla luce di ciò, il detenuto è stato autorizzato dal direttore del carcere a farsi inviare detto farmaco dai familiari, ove fossero riusciti a rinvenirlo.
Detto, fatto. Ma nonostante le continue richieste, secondo il legale Ernesto Pino, dalla direzione non è arrivata ancora nessuna risposta per l'autorizzazione. L'avvocato, quindi, con riserva di intraprendere ogni più opportuna azione giudiziaria, sabato scorso ha denunciato la vicenda al Dap, al magistrato di sorveglianza e al garante nazione delle persone private della libertà, compreso quello del Piemonte. Ad aver contratto il batterio è Antonino Cintorino, boss dell'omonimo clan operante a Calatabiano, rinchiuso da anni al regime di 41 bis nel carcere di Novara. Il batterio se non curato adeguatamente rischia di diventare pericoloso. Sì, perché tale batterio è un carcinogeno di prima classe ed è stata dimostrata una relazione diretta tra infezione da Helicobacter Pylori e tumore allo stomaco. Ecco perché è di estrema importanza eradicare il batterio al più presto.
C'è stata una prima richiesta di autorizzazione inoltrata dalla titolare della farmacia presso cui è stato recuperato il farmaco, il quale consiste in due flaconi di "Pylera", da 120 capsule ciascuno, sufficienti per una cura di 15 giorni.
Non avendo ottenuto risposta, il giorno successivo, il 31 luglio, la titolare della farmacia ha telefonato, ma le hanno risposto che l'autorizzazione avrebbe dovuto essere richiesta dal legale del detenuto. Il pomeriggio stesso, l'avvocato ha quindi inviato una mail ed una pec all'indirizzo della direzione del carcere.
Non avendo ricevuto risposta, il giorno dopo l'avvocato ha telefonato al carcere di Novara, e un'agente penitenziaria con gentilezza gli ha risposto che non poteva dare alcuna notizia in merito alla vicenda, trattandosi di competenza esclusiva del direttore del carcere, aggiungendo che quest'ultimo, appena letta la mail, che risultava corretta ed aveva come destinatario la segreteria del direttore, avrebbe sicuramente risposto. Ma l'avvocato, sabato scorso, denuncia di non aver ricevuto ancora nessuna risposta.
"Alla luce di quanto sopra rassegnato - si legge nella denuncia - chiedo alle Autorità in indirizzo, ognuna per la rispettiva competenza, quanto appresso: la sospensione dell'esecuzione delle misure in executivis, ex art. 684, c. 2, c. p. p., ordinando la liberazione del condannato detenuto, posto che il protrarsi dello stato restrittivo potrebbe arrecare un grave pregiudizio alla persona, vista la riconosciuta (dall'istituto penitenziario) impossibilità di curare adeguatamente il detenuto; in subordine, l'immediata autorizzazione ad inviare il farmaco "Pylera" al detenuto Cintorino Antonino, per consentirgli di effettuare quella cura che la struttura ove si trova recluso non è in grado di assicurargli". L'avvocato ha sottolineato anche di come sia stato sostanzialmente mortificato il suo ruolo, oltre all'indifferenza nei confronti di un detenuto ammalato che la struttura carceraria non è in gradi di curare.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 6 agosto 2019
Il fine settimana scorso ha tentato il suicidio provocando un incendio mentre era in cella di isolamento nel carcere campano di Ariano Irpino. Salvato in extremis grazie al gesto coraggioso di un agente penitenziario che, per liberarlo dalle fiamme, è rimasto intossicato dal fumo. Parliamo di Raffaele Amato, 24enne, che è tuttora in prognosi riservata al centro grandi ustionati dell'ospedale Cardarelli di Napoli.
I familiari hanno raccontato che Raffaele era in isolamento da una decina di giorni e per protesta aveva iniziato uno sciopero della fame e delle sete. Il detenuto lamentava scarsa attenzione sanitaria a un suo problema fisico. Era previsto un piccolo intervento chirurgico per fine luglio che poi è stato annullato per mancanza di personale. Il giorno della tragedia aveva incontrato i familiari e durante il colloquio vi era stata una incomprensione con un agente penitenziario che aveva scatenato la sua ira tanto che poi il ragazzo aveva preferito tornarsene in cella. I familiari avevano avvertito la direzione del carcere che le sue condizioni di salute erano precarie e infatti tornato in cella Raffaele Amato ha tentato il gesto estremo del suicidio.
Il garante campano dei detenuti Samuele Ciambriello, dopo questo episodio, ha denunciato la situazione del carcere di Ariano Irpino: 350 detenuti, il 90% definitivi, con solo due educatori, mentre i professionisti esperti (psicologi e psichiatri) hanno 50 ore mensili.
"Ci sono stati nel carcere nell'ultimo mese due Tso - ha spiegato Ciambriello. Nel carcere dove il 18% dei detenuti ha problemi psichici, vive forme di autolesionismo, a volte qualche detenuto ha aggredito anche agenti di polizia penitenziaria, lo psichiatra va due volte al mese! Benevento con poco più di 400 detenuti ha sei educatori. Arienzo con 85 detenuti ha due educatori, Vallo della Lucania con 56 detenuti ha due educatori. Insomma pochi educatori, poche figure sociali nelle carceri campane e a volte mal distribuite".
Un carcere, quello di Ariano, sempre secondo quanto denuncia il garante Ciambriello, "lontano dal mondo, con poche attività trattamentali, una infermeria da terzo mondo, che spero quanto prima sia messa a nuovo, con una sanità per visite specialistiche e ricoveri molte volte con ritardi inspiegabili".
Poi il garante ha sottolineato che "la stessa struttura risponde a logiche securitarie (con - ad esempio - altissimi muri di cinta) che ancora oggi riducono al minimo gli spazi per le attività trattamentali (si segnala l'assenza di un campo di calcio, di una palestra e di un teatro); il 7 maggio 2014 è stato consegnato un Padiglione di recente costruzione (padiglione B) con una capienza di 200 posti, costruito sul campo di calcio esistente e mai più ricostruito".
Infine, il garante campano, ha concluso con un auspicio: "Spero che il Provveditorato regionale dell'Amministrazione penitenziaria, l'Asl di competenza eroghino, ciascuna per le sue competenze, prestazioni inerenti al diritto alla salute, al miglioramento della qualità della vita, mettano in campo prestazioni finalizzate al recupero, alla reintegrazione sociale e all'inserimento nel mondo del lavoro dei diversamente liberi di Ariano Irpino".
Un problema, in realtà, generale e che quindi riguarda la maggior parte del sistema penitenziario. I tentativi di suicidio sono all'ordine del giorno e quello riusciti sono 29 dall'inizio dell'anno. Prevenire i suicidi, come già ha spiegato il presidente di Antigone Patrizio Gonnella, non è mai semplice. Però si può fare molto, come ridurre al minimo l'isolamento e aumentare la possibilità di avere contatti con i familiari, aumentando il numero e durata delle telefonate. Compreso quello di introdurre la possibilità di avere contatti, anche intimi, con i proprio compagni o compagne. In una sola parola, non negare l'affettività.










