di Francesco Machina Grifeo
Il Sole 24 Ore, 2 agosto 2019
Corte di cassazione - Sentenza 1° agosto 2019 n. 35385. No alla non punibilità per particolare tenuità del fatto per gli atti di insubordinazione compiuti dai militari in servizio. La Prima Sezione penale della Cassazione, sentenza n. 35385 del 1 agosto, ha così respinto il ricorso di un sottoufficiale della Marina Militare condannato nel 2017 dalla Corte di appello militare di Napoli a 13 mesi di reclusione (pena sospesa e non menzione) per "insubordinazione con violenza pluriaggravata "e "insubordinazione con minaccia pluriaggravata" ai danni di un Sottotenente di Vascello donna.
I fatti avvenuti il giorno della vigilia di Natale del 2014 mentre la nave era in navigazione al largo di Lampedusa, erano consistiti: il primo, "nell'afferrare con forza il braccio sinistro" dell'ufficiale, "spingendola con violenza, tanto da farla finire al di là della porta taglia-fiamme del locale in cui si trovavano, con le aggravanti del grado rivestito e dell'aver commesso il fatto a bordo di una nave militare". Il secondo, nell'essersi avvicinato a pochi centimetri dal superiore prospettandole ritorsioni "qualora avesse deciso di procedere disciplinarmente nei suoi confronti". E dicendole, alzando il tono della voce, "ti spacco il culo".
Per la Suprema corte però sono inammissibili tutti i motivi di ricorso presentati dal militare. In particolare, la Cassazione ricorda che "ai fini della sussistenza dell'elemento psicologico del reato militare di insubordinazione con minaccia è sufficiente il dolo generico, e cioè la consapevolezza dell'uso della minaccia, non richiedendosi anche l'intenzione di mettere in pratica il male minacciato". "Sedimentato è poi - aggiunge la Corte - l'approdo secondo cui anche il reato di insubordinazione con violenza è sorretto da dolo generico".
Riguardo infine l'applicazione del 131 bis del codice penale, la sentenza ricorda che non può essere dedotto per la prima volta in Cassazione se la disposizione "era già in vigore alla data della deliberazione della sentenza di appello". Tuttavia, precisano i giudici di legittimità, la Corte di appello militare ha compiuto in via ufficiosa la verifica della sussistenza o meno della causa di non punibilità e l'ha recisamente esclusa "evidenziando l'emersione di una pluralità di indici contrari: la significativa gravità dei reati commessi dall'imputato, in connessione con la duplicità delle condotte offensive della disciplina militare e anche in relazione agli ulteriori beni giuridici - l'incolumità fisica e la libertà morale della persona offesa - pregiudicati, e soprattutto al contesto in cui i fatti erano avvenuti, ossia una nave in corso della navigazione, nonché le modalità con cui i reati erano stati commessi".
Del resto, conclude la decisione, la Corte di appello ha sottolineato che le condotte "avrebbero potuto avere ripercussioni sulle stessa operatività e sicurezza dell'unità navale (non potendo, invero, obliterarsi la natura pluri-offensiva del reato militare di insubordinazione, il quale lede nel contempo il, preminente, principio di autorità militare e la fisica incolumità, nell'insubordinazione con violenza, o la libertà morale, nell'insubordinazione con minaccia, della persona del superiore gerarchico)".
Catania: prevenzione suicidi nelle carceri, potenziata sinergia fra Asp Catania e Istituti penitenzi
costruiresalute.it, 2 agosto 2019
Siglati oggi, presso la Direzione generale dell'Asp di Catania, i protocolli d'intesa, fra l'Azienda sanitaria catanese e le Case circondariali della provincia di Catania, finalizzati all'implementazione delle attività per la prevenzione del rischio suicidario nelle carceri. Gli accordi sono stati firmati dal dott. Maurizio Lanza, direttore generale dell'Azienda sanitaria catanese e, per i singoli Istituti di pena, rispettivamente dalla dott.ssa Elisabetta Zito (direttore della Casa circondariale di Piazza Lanza), dal dott. Giuseppe Russo (direttore della Casa circondariale di Bicocca), dalla dott.ssa Giorgia Gruttadauria (direttore della Casa circondariale di Caltagirone), e dalla dott.ssa Milena Mormina (direttore della Casa circondariale di Giarre).
Presenti, inoltre, per l'Asp di Catania, il dr. Carmelo Florio, in rappresentanza del direttore del Dipartimento di Salute mentale; il dr. Roberto Ortoleva, coordinatore staff del Dsm; il dr. Franco Luca, direttore del Distretto sanitario di Catania; la dr.ssa Salvatrice Riillo, responsabile dell'Uos di Sanità penitenziaria. I protocolli si inseriscono nella cornice del Piano regionale per la prevenzione delle condotte suicidarie nel sistema penitenziario adulti e attuano le procedure necessarie per aggiornare i Piani locali di prevenzione del rischio suicidario, già vigenti, uniformandoli alle indicazioni dell'Assessorato regionale alla Salute, dettate con il decreto del 28 novembre 2018.
Tutti gli interventi predisposti saranno coordinati dal Dipartimento di Salute mentale, di concerto, per quanto di competenza, con le Amministrazioni penitenziarie e con i servizi della sanità penitenziaria.
"Stiamo costruendo una pagina nuova delle relazioni fra le Istituzioni - ha detto il dott. Lanza -. I protocolli esprimono la comunità d'intenti e agevolano lo scambio di culture e competenze per definire un modello condiviso e sicuro di approccio al problema. Questi sono gli effetti virtuosi della riforma della sanità penitenziaria, chiari nello spirito della norma e nelle linee dettate dall'Assessorato regionale alla Salute, guidato dall'avv. Ruggero Razza. In questo lavoro ritengo, inoltre, fondamentale l'investimento nella formazione e nella costruzione di luoghi, mentalità e linguaggi comuni finalizzati a una presa in carico globale della persona detenuta".
La prevenzione dei suicidi - In applicazione del Piano nazionale per la prevenzione delle condotte suicidarie nel sistema penitenziario per adulti, il Piano regionale intende perseguire l'obiettivo di prevenire le condotte suicidarie nell'ambito degli Istituti penitenziari della Regione Siciliana. Questa finalità impegna le amministrazioni coinvolte nella scelta di strategie operative per l'adozione di metodologie innovative improntate all'integrazione più efficace delle reciproche competenze. "Le attività oggetto dei singoli protocolli sono tese alla tutela della persona detenuta e della sua salute anche nell'Istituzione carceraria - afferma il dott. Russo. Con questo aggiornamento puntiamo a migliorare ulteriormente contenuti e procedure già definiti in precedenti accordi e a fare in modo che particolari aspetti vengano maggiormente curati e portati a compimento in tempi più celeri e magari in maniera più compiuta".
Analisi del rischio suicidario e individuazione del livello di sorveglianza - All'atto dell'ingresso dei detenuti in ciascun Istituto, anche provenienti da altre strutture penitenziarie, è prevista la valutazione del rischio suicidario e l'attivazione di una fase d'osservazione al fine di individuare potenziali fattori di rischio e di approfondire la conoscenza del detenuto stesso attuando un regolare follow up.
"Nel Carcere di Piazza Lanza è istituito il servizio "Nuovi Giunti" - spiega la dott.ssa Zito - che si attiva immediatamente dopo l'immatricolazione del detenuto nuovo arrivato e che prevede l'effettuazione di una visita di primo ingresso al fine di definire gli eventuali profili assistenziali da implementare. Con questo servizio, unico esempio sul territorio, intendiamo accompagnare l'intervento penale, di pari passo, con la diagnosi e l'individuazione della natura del problema che porta al reato. Ritengo, infatti, che se non si realizza questo bilanciamento, si giungerà certamente all'espiazione della pena, ma il cittadino che uscirà fuori sarà portatore di una problematica, che è spesso sanitaria, che durante il periodo di detenzione non sarà affrontata".
Gli strumenti e le procedure operative - I singoli protocolli, siglati questa mattina, sono stati redatti tenendo conto delle specificità di ciascun Istituto di pena, con particolare considerazione per gli aspetti etici e psicologici connessi. Sono stati aggiornati i Piani locali di prevenzione (Plp) di ciascuna Casa Circondariale, sono stati individuati precisi strumenti operativi e sono stati definiti, altrettanto precisi, protocolli operativi clinici, in conformità con le linee guida nazionali e regionali.
"Questi protocolli - afferma la dott.ssa Mormina - esprimono il comune impegno delle Istituzioni, carcerarie e sanitarie, a realizzare una presa in carico globale della persona detenuta, assicurando livelli di assistenza uguali e in linea con quelli garantiti sul territorio. Tutto ciò è parte di un processo che vede il Carcere come parte della società e non come luogo di separazione dalla società".
La formazione - In continuità con le attività già svolte, grande attenzione è rivolta alla formazione dei care givers della popolazione detenuta e del personale coinvolto nella gestione diretta dei detenuti, secondo modalità integrate concordate dalle Direzioni dei singoli Istituti penitenziari e dalla Direzione generale dell'Asp di Catania. "La formazione multidisciplinare è l'unico strumento che abbiamo per contrastare realmente questo fenomeno - spiega la dott.ssa Gruttadauria - e per fornire al personale, che è sempre in prima linea, le competenze e gli strumenti per cogliere meglio i segnali del disagio, decifrare il livello del rischio, acquisire e trasmettere le informazioni appropriate e per lavorare integrandosi con altre figure professionali". Dal 2017 ad oggi, sono stati già formati 250 operatori.
regione.emilia-romagna.it, 2 agosto 2019
Grazie all'intesa garantite azioni di prevenzione di atti sia suicidari che autolesionistici a tutela dei detenuti. Prevenire suicidi e atti autolesionisti in carcere: è questo l'obiettivo del protocollo di intesa, firmato martedì 30 luglio, dall'Ausl e dagli Istituti Penitenziari di Parma, a garanzia della salute dei detenuti. Presenti il direttore generale dell'Ausl, Elena Saccenti, il direttore degli Istituti Penitenziari di Parma, Tazio Bianchi, il Garante dei detenuti Roberto Cavalieri, e vari rappresentanti e professionisti dell'Azienda Usl.
Il nuovo accordo, che riformula il precedente del 2016, impegna i due firmatari, ciascuno per le proprie competenze e nel rispetto delle reciproche esigenze istituzionali, a potenziare l'attività di prevenzione del fenomeno, attraverso un'attenta valutazione dei fattori di rischio. Azioni che operativamente si concretizzano con una precoce segnalazione del disagio, una maggior sinergia tra gli operatori penitenziari e quelli sanitari e una presa in carico tempestiva dei detenuti più fragili da parte di una équipe multidisciplinare.
di Sandro Di Matteo
La Stampa, 2 agosto 2019
Il deputato Pd sconfessato anche da Zingaretti. Ivan Scalfarotto, deputato del Pd, è andato in carcere per verificare le condizioni dei due ragazzi arrestati per l'omicidio del carabiniere Mario Cerciello Rega. Non è la prima volta che va a controllare le condizioni di vita dei detenuti. Ma stavolta Matteo Salvini ha rilanciato su twitter la notizia e subito è partita la tempesta di insulti.
Scalfarotto, se lo aspettava immagino...
"Sì, ma voglio far notare che l'articolo della Stampa che raccontava della mia ispezione è stato pubblicato la mattina e la reazione si è scatenata intorno alle 22. Tutto è cominciato quando il ministro Salvini ha deciso di trasformarmi in target. Durante tutta la giornata c'erano stati 22 commenti sulla mia pagina Facebook, poi in due ore sono diventati oltre tremila, e immagini i toni".
Vuol dire che è Salvini ad alimentare l'odio?
"Certamente. È un tentativo di intimidazione, ma non funziona. Sono convinto della doverosità del mio gesto, nonostante la tempesta perfetta messa su. La mia ispezione era una verifica della tenuta dello stato democratico: abbiamo già accettato che le persone possano affogare in mare, che possano stare sul ponte di una nave senza assistenza. Per fortuna posso dire che la polizia penitenziaria sta gestendo la situazione con grande professionalità".
Ma se è così facile scatenare la tempesta perfetta vuol dire che c'è un terreno fertile. Molti si chiedono: perché preoccuparsi di chi ha confessato un omicidio e non andare invece dalla famiglia della vittima?
"In questi casi la politica fa molto presenzialismo. Io per carattere penso che un silenzio dignitoso abbia più senso. A rendere omaggio a Cerciello Rega sono andati tanti miei compagni di partito. Il partito era presente. E io col partito. Ma nessuno è andato in carcere, se Zingaretti fosse andato in carcere io non sarei andato. Dopodiché, se avrò la possibilità di incontrare la famiglia di Cerciello Rega lo farò con una commozione profondissima, e spero possa succedere. Ma il collegamento è sbagliato: in uno Stato di diritto è doverosa la solidarietà per la vittima, ma lo Stato deve anche rispettare chi ha commesso il crimine più efferato".
Come ha visto, contro di lei c'è anche il fuoco amico: Calenda parla di "stupidità", Zingaretti di "iniziativa personale". Ha parlato con il leader Pd?
"No, non ho parlato né con Zingaretti né con Calenda. Il mio auspicio è che il mio partito non subordini mai la tutela dello stato democratico a valutazioni di opportunità politica. Questa è una posizione dalla quale non mi muovo. Non si può mettere in secondo piano neanche per un secondo la tutela dello stato di diritto. Una volta che lo accetti non torni più indietro. E mi sembra che per il partito il problema non è tanto l'ispezione in sé, ma la reazione che c'è stata".
Sta dicendo che il Pd la critica per paura di perdere consenso?
"Probabilmente sì, ma non credo sia la strategia giusta. Si torna al governo rimanendo sé stessi, difendendo i nostri valori, non scimmiottando la cultura dominante".
Per il suo collega di partito Fiano, bisogna tenere conto dei "sentimenti" dell'opinione pubblica...
"La politica non può solo accodarsi al sentimento popolare, ha la responsabilità di testimoniare valori anche se minoritari. Ci sono stati fasi nella storia nelle quali si sono affermate vere e proprie barbarie perché lo voleva il popolo. Il ministro dell'interno anziché assicurare l'incolumità dei detenuti, come è doveroso, incita la vendetta. Bisogna prendere una posizione netta".
di Concetto Vecchio
La Repubblica, 2 agosto 2019
"Non mi faccio intimidire dalle squadracce di Salvini", dice a sera il deputato renziano Ivan Scalfarotto. La sua ispezione a Regina Coeli martedì, dove ha incontrato i due assassini del vicebrigadiere dei carabinieri Mario Cerciello Rega, è finita prontamente nel mirino delle bocche di fuoco social del ministro dell'Interno Matteo Salvini.
Anche il Pd ne ha preso le distanze. Il segretario Nicola Zingaretti l'ha definita "un'iniziativa personale", l'europarlamentare Carlo Calenda l'ha spiegata con un colpo di calore, e il deputato Emanuele Fiano ha detto che "Ivan ha invertito l'ordine delle priorità".
È stata la foto bendata scattata in caserma ad uno dei due arrestati a indurlo ad andare in carcere, "nel rispetto delle mie prerogative di parlamentare. L'Arma ha subito stigmatizzato quello scatto, Salvini no, l'ha rilanciato, per chiedere ai suoi "ma vi pare una foto choc?".
"Sono andato a vedere, a titolo personale, se l'habeas corpus, per cui nessuna persona che si trova in mano allo Stato, nemmeno il peggior criminale, può essere punito se non in forza di un giudizio legale, è stato rispettato. Questo si chiama stato di diritto".
Quel che è accaduto dopo - a prescindere da quel che ognuno possa legittimamente pensare del gesto politico di Scalfarotto - è istruttivo sulla temperatura civile del Paese. Mercoledì mattina Scalfarotto posta l'articolo sulla visita, pubblicato da La Stampa, sul proprio profilo Facebook, e fino alle 22 non suscita alcun interesse degno di nota. Poi Salvini decide di condividerlo.
A caratteri cubitali scrive "pazzesco!!!" e vi aggiunge due righe: "Il Pd va in carcere a verificare che il criminale americano non sia stato maltrattato. Non ho parole". In poco tempo il post viene condiviso 25mila volte, ottiene 31mila commenti, incamera 44mila like. Scalfarotto ha calcolato che è stato letto da 340mila persone. Il parlamentare pd finisce seppellito sotto una valanga di insulti sanguinosi.
La critica che gli viene rivolta nel merito è di non essere andato a trovare la vedova del carabiniere: a mettere in fila le ingiurie, molte delle quali qui sono irriferibili, si ha il quadro di un linciaggio. E mentre il popolo di Matteo lapidava Scalfarotto, per non essere da meno col ministro, anche il sottosegretario M5S Carlo Sibilia ci aggiungeva il suo carico: "Questo deputato Pd ha scelto di andare a trovare l'assassino in carcere. Voi che ne pensate? Per me è rivoltante. Vada in carcere, ma esca da Parlamento".
Di fronte all'onda sollevata, Matteo Salvini rilanciava con un altro post: "Noi stiamo con i carabinieri, qualcun altro va a trovare delinquenti. Noi stiamo con gli italiani, qualcuno evidentemente ha altri interessi. Pd, sempre dalla parte sbagliata", e posta una doppia foto di Scalfarotto e di Sandro Gozi, il Pd appena nominato consigliere del governo francese. Perché, Scalfarotto, non è andato a trovare la vedova? "Non l'ho fatto per discrezione e rispetto. Se mi sarà data l'opportunità, quella sarà l'unica visita commossa e sentita".
di Patrizia Maciocchi
Il Sole 24 Ore, 2 agosto 2019
Può essere considerata illegale solo la pena che risulti inferiore al minimo edittale. E nell'ipotesi di pena illegale non rientrano eventuali errori di calcolo. Con la sentenza 35200 la Cassazione respinge il ricorso del Pm che chiedeva di annullare il patteggiamento perché, in quella sede, era stata applicata per il reato di dichiarazione infedele, una diminuzione di pena per il rito, superiore a quella massima consentita dall'articolo 444 del Codice di procedura penale. Una conclusione che la pubblica accusa supporta con i numeri.
La pena di un anno e quattro mesi di reclusione, che risultava dopo l'applicazione delle attenuanti generiche era stata ridotta della metà anziché di un terzo, con una pena finale fissata in otto mesi di reclusione. La Cassazione respinge il ricorso. I giudici della terza sezione penale, ricordano che il nuovo codice di rito, introdotto con la legge103/2017, applicabile al caso esaminato, ha aperto la possibilità di ricorso in Cassazione, in caso di patteggiamento, all'ipotesi di pena illegale.
La giurisprudenza, anche a Sezioni unite, ha chiarito che l'illegalità della pena rende invalido l'accordo concluso dalle parti e ratificato dal giudice, con conseguente annullamento, senza rinvio, della sentenza che lo ha recepito. Un passo che consente alle parti di rinegoziare l'accordo su basi corrette. In quest'ambito i giudici di legittimità hanno definito la nozione di pena illegale come quella stabilita "da una sentenza che recepisca un accordo tra le parti relativamente a un reato continuato per il quale la pena-base risulti quantificata, a seguito di una errata individuazione del reato più grave, in misura inferiore al relativo minimo edittale".
Ulteriore chiarimento riguarda la valutazione di congruità della pena solo rispetto al valore finale, senza considerare i passaggi intermedi. Nel caso esaminato la pena finale di 8 mesi non è inferiore al minimo assoluto previsto dal Codice penale. "Né la pena considerata quale base di computo, è cioè quella di due anni di reclusione, è inferiore a quella prevista come minimo edittale per il reato di cui all'articolo 2 del Dlgs 74/2000, contestato all'imputato (pari a un anno e sei mesi di reclusione)". Si è dunque fuori dall'ambito di applicazione del principio sulla pena illegale, al quale è estranea l'ipotesi dell'errore di calcolo compiuti per stabilire la pena finale.
responsabilecivile.it, 2 agosto 2019
Detenuto, in custodia cautelare, rimesso in libertà 65 giorni di ritardo rispetto alla scadenza dei termini di legge: pubblico ministero responsabile. Il P.G. presso la Corte di cassazione promuoveva azione disciplinare nei confronti del sostituto procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Lecco, contestandogli l'illecito di cui al D.Lgs. n. 109 del 2006, art. 1, comma 1, e art. 2, comma 1, lett. g), consistito nel non aver esercitato, nella fase delle indagini preliminari, il dovuto controllo sui termini di scadenza della misura cautelare degli arresti domiciliari così da procrastinare illegittimamente la liberazione del detenuto, rimesso in libertà con 65 giorni di ritardo rispetto alla scadenza dei suddetti termini prescritti per legge in relazione all'ipotesi di reato contestate.
Tuttavia, la Sezione disciplinare del C.S.M., con sentenza depositata il 20 dicembre 2018, assolveva l'incolpato dall'addebito ascrittogli. Non si trattava, infatti, di negligenza ma di errore scusabile poiché causato, non tanto da difetti organizzativi del suo Ufficio, bensì da un errore materiale dell'Ufficio GIP che aveva riportato nello scadenziario un termine errato. Il pubblico ministero aveva perciò, fatto legittimo affidamento "sul normale e regolare svolgimento di compiti propri del personale di cancelleria e del colleghi dell'Ufficio GIP".
La vicenda, giunta in Cassazione, è stata decisa dalle Sezioni Unite che tuttavia, hanno ribaltato l'esito del procedimento disciplinare. Richiamando la giurisprudenza consolidata (sentenze n. 8896/2017 e 4887/2019), hanno affermato che "risponde dell'illecito disciplinare di cui al D.Lgs. n. 109 del 2006, art. 1, e art. 2, comma 1, lett. g), il magistrato che, con violazione dei doveri di diligenza e con grave violazione di legge determinata da ignoranza o negligenza inescusabile, ometta di effettuare il doveroso controllo sulla scadenza del termine di durata della custodia cautelare".
Al riguardo, nessun rilievo ha la circostanza che l'indagato si trovi agli arresti domiciliari, atteso che tale misura costituisce, comunque, una privazione della libertà personale equivalente alla custodia cautelare in carcere ex art. 284 c.p.p., comma 5.
I doveri del Pubblico Ministero - È stato anche, più puntualmente, affermato (v., ad es., SU n. 507/2011 e n. 18191/2013), che "il magistrato (nel caso in esame il P.M. che procede alle indagini preliminari che ancora non si siano concluse) ha l'obbligo di vigilare diuturnamente circa la persistenza delle condizioni, anche temporali, cui la legge subordina la privazione della libertà personale di chi è sottoposto ad indagini; pertanto, integra grave violazione di legge determinata da negligenza inescusabile - illecito disciplinare punito dal D.Lgs. n. 109 del 2006, art. 2, comma 1, lett. g), - il comportamento del magistrato che abbia scarcerato un indagato con notevole ritardo (nel caso che qui viene in rilievo, 65 giorni) rispetto al momento in cui erano decorsi i termini di custodia cautelare (agli arresti domiciliari), senza che possa assumere rilevanza giustificante che il fatto sia ascrivibile ad una mera dimenticanza di trascrizione della data di scadenza dei termini nello scadenzario personale, o che il giudice sia stato sottoposto, in quello stesso periodo, ad un gravoso carico di lavoro e vi abbia fatto fronte, dimostrando notevole produttività, nonostante la sussistenza di difficoltà familiari e personali, non versandosi in una delle ipotesi di assoluta inesigibilità o di sussistenza di causa eccezionale impeditive dell'osservanza del suddetto specifico dovere prescritto per garantire il rispetto del diritto assoluto della libertà personale dell'indagato".
Nessuna scusa dunque, per il pubblico ministero che aveva un preciso ed inderogabile obbligo: quello di seguire in modo diretto ed autonomo la sequenza dello svolgimento dei termini di custodia applicabili ai soggetti dallo stesso indagati e, quindi, evitare di determinarne l'illegittimo (eventuale) superamento.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 2 agosto 2019
Alcune delle criticità evidenziate nella relazione annuale del Garante regionale. Scarsa qualità del cibo offerto dall'Amministrazione penitenziaria e in alcuni casi l'inadeguatezza del vitto rispetto alle problematiche di salute, la mancanza di acqua calda e del riscaldamento nelle celle, la non idoneità di queste ultime dal punto di vista igienico- sanitario e situazioni di sovraffollamento soprattutto nei periodi estivi. Queste sono alcune criticità emerse dalla relazione annuale del garante regionale delle persone private della libertà Stefano Anastasìa sul sistema penitenziario dell'Umbria.
La relazione è stata presentata mercoledì scorso dal garante. All'incontro tenutosi presso la regione, era presente in prima fila anche l'ex ergastolano ostativo Carmelo Musumeci, scrittore, ma soprattutto l'uomo che è riuscito a sensibilizzare l'opinione pubblica sul carattere non riabilitativo della pena perpetua. Ad aprire la relazione è stata la presidente della regione Umbria, Donatella Porzi, che ha ringraziato i presenti e Stefano Anastasìa.
La relazione è di 51 pagine e nell'introduzione mette in risalto il ruolo del garante. In particolare c'è un quadro d'insieme degli Istituti di pena per adulti in Umbria. "Tra il 31 dicembre 2017 e il 31 dicembre 2018 - è scritto -, la popolazione penitenziaria umbra è aumentata lievemente, di 61 unità, passando da 1.370 a 1.431 detenuti, a fronte di una capienza complessiva compresa tra i 1.331 ( al 31.12.2017) a i 1.334 posti- letto detentivi ( al 31.12.2018).
In regione, a fine 2018 il tasso di sovraffollamento ha raggiunto quindi il 107%, mentre a livello nazionale era del 118%. La situazione di sovraffollamento riguarda tre su quattro istituti e deve essere prestata un'attenzione specifica a quanto avviene a Perugia e Terni, principali istituti di accesso dalla libertà nel sistema penitenziario umbro e perciò più sensibili all'andamento generale della popolazione detenuta, dove già oggi il tasso di affollamento è superiore al 110%".
Dai dati del Garante emerge anche che il 77% dei detenuti sconta una pena detentiva definitiva ( 1.100 detenuti), mentre sono 144 quelli in attesa di primo giudizio, 84 quelli in attesa di appello e 79 i ricorrenti in Cassazione. Per le pene detentive da 5 a 10 e per arrivare all'ergastolo, inoltre, si registra una percentuale più alta di quella nazionale, anche per la presenza di due carceri a media sicurezza come Spoleto e Terni. In questa categoria si registra una presenza quasi esclusiva di detenuti italiani e provenienti da altre regioni. Quindi, emerge, il problema annoso del mancato rispetto della territorialità della pena. Ciò determina notevoli disagi per i detenuti e per le loro famiglie che, spesso, non riescono a far fronte ai continui spostamenti per i colloqui mensili.
L'Umbria non è sede di istituti penali per minori e quindi non vi sono luoghi di diretta amministrazione pubblica per l'esecuzione di misure restrittive della libertà inflitte a minori o giovani adulti che abbiano commesso reati entro la minore età. Ciò non toglie che l'Ufficio di servizio sociale per i minorenni competente per territorio segue una pluralità di misure eseguite presso servizi e strutture territoriali a ciò accreditate dal ministero della Giustizia e dal Tribunale per i minorenni. Alla data del 31 dicembre 2018 risultavano prese in carico dagli uffici di servizio sociale per i minorenni di Perugia 487 persone di cui il 15% ragazze e il 40% stranieri.
Altra problematica che Anastasìa ha fatto emergere è l'impossibilità di detenere al 41 bis oggetti particolari in camera ( crocifisso al collo, personal computer, radio, dispositivi mp3 e fotografie dei familiari), nonché il contrasto delle disposizioni dei singoli istituti relative al materiale che il detenuto può avere con sé in occasione del trasferimento da uno all'altro. Il Garante, inoltre, raccomanda alla regione Umbria di garantire maggiori risorse per la formazione, il lavoro e la sanità in carcere, mentre alle amministrazioni penitenziarie di intervenire sulle strutture carcerarie, sul personale, incrementare le relazioni con la comunità esterna.
askanews.it, 2 agosto 2019
L'iniziativa nasce da collaborazione tra Asst Pavia e Deenova. Portare robotica e intelligenza artificiale nelle carceri per rendere più efficiente e sicura la somministrazione dei farmaci all'interno degli istituti penitenziari. Il progetto sperimentale guidato dalla Asst di Pavia è partito con una prima analisi dei dati: l'obiettivo è trasferire nelle carceri di Pavia, Voghera e Vigevano le competenze acquisite in anni di 'logistica 4.0' negli otto presidi ospedalieri del territorio.
Michele Brait, direttore generale Asst di Pavia. "Questo tipo di intervento migliorerà assolutamente l'assistenza sanitaria all'interno delle carceri. La possibilità di avere una chiara correlazione con un software, che identifica bene e in modo preciso quello che il medico ha prescritto e che assegna in modo chiaro agli infermieri le indicazioni di preparazione, e l'aver automatizzato il processo ha ridotto tantissimo l'errore umano e le conseguenze negative che ci possono essere su una errata somministrazione".
L'esperienza nel Pavese ha permesso di testare il sistema, con risultati tangibili in termine di efficienza, riduzione del rischio clinico e dei costi. Ora c'è la volontà di estendere il servizio anche al di fuori degli ospedali. "È oggi impensabile parlare con i miei infermieri e dirgli di tornare indietro con questo sistema: ha aumentato la produttività e ha liberato risorse rispetto a tutta una serie di adempimenti che altrimenti gli infermieri avrebbero dovuto fare perché è stato trasferito questo onere di preparazione all'esterno".
La sperimentazione nelle carceri parte grazie alla partnership con Deenova, società controllata dal fondo di private equity Hig Capital, che ha messo a disposizione gratuitamente la sua tecnologia. Giorgio Pavesi, presidente e amministratore delegato di Deenova, evidenzia le componenti tecniche del sistema. "La tecnologia informatica, il software che è il cuore del sistema è ciò che permette di gestire le informazioni e la loro tracciabilità".
"E poi - ha aggiunto - ci sono tecnologie robotizzate che sostituendosi all'infermiere, ma governate dall'infermiere, preparano la terapia: sono robot che prendono la singola dose di farmaco e allestiscono la terapia personalizzata per ogni paziente, identificandola tramite codici a barre".
Senza dimenticare la possibilità di raccogliere informazioni fondamentali. "L'altro beneficio, oltre a quello dell'efficienza operativa, è la conoscenza dei dati. La conoscenza è governo: i consumi, l'appropriatezza della terapia, il poter controllare che un farmaco non confligga con un altro farmaco prescritto. Questo è il potere dei dati che, utilizzati da un sistema di business intelligence e intelligenza artificiale all'interno di questi software, permette di dare vari tipi di informazioni". Come alert per i medici e informazioni logistiche per avere un controllo puntuale dell'organizzazione e dei costi. Evitando gli sprechi e governando la spesa.
di Fabrizio Ferrante
Ristretti Orizzonti, 2 agosto 2019
I Radicali per il Mezzogiorno Europeo hanno svolto oggi, primo agosto, una visita all'interno del carcere napoletano di Poggioreale. Come sempre la delegazione radicale è stata guidata dall'avvocato Raffaele Minieri ma oggi al seguito della pattuglia di militanti è stata presente Roberta Gaeta, assessore alle politiche sociali del Comune di Napoli, recentemente attiva in prima persona affinché fosse istituito il garante cittadino dei detenuti, come da tempo richiesto dai Radicali per il Mezzogiorno Europeo. Ad accompagnare la delegazione il Commissario Capo Valentina Giordano e la vice direttrice Carmen Forino.
I detenuti presenti ad oggi a Poggioreale sono 2114 su una capienza di 1569. Il sovraffollamento resta anche se leggermente meno rispetto a qualche mese fa. Questo a causa del trasferimento di parecchi detenuti da padiglioni come il Salerno (che sarà ristrutturato, presto sarà pronto anche il Venezia) presso il carcere di Secondigliano e anche fuori regione. Appena 270 i detenuti impegnati in mansioni lavorative interne al carcere, i cosiddetti lavoranti, mentre sei sono i ristretti in articolo 21, con possibilità di lavoro esterno.
L'istruzione a Poggioreale parte dai corsi di scuola dell'obbligo e di alfabetizzazione, corsi per stranieri oltre a 400 ore di ex scuola media e 825 ore di post scuola media, ovvero il biennio dell'istituto tecnico, anch'esso presente in struttura e sul punto di sfornare i primi diplomati. Novità in arrivo da settembre quando saranno varati il corso per odontotecnico e due corsi regionali da 600 ore di aiuto cuoco e tecnico del suono. Entrambi i corsi verranno frequentati da dieci detenuti ciascuno. È inoltre attivo un progetto di riciclo toner e un progetto agricolo su un'area un tempo abbandonata, tre detenuti lavorano nell'officina per auto mentre a ottobre potrebbe finalmente essere ultimata la pizzeria (per cominciare a uso interno) con inoltre 15 detenuti che saranno impegnati nel corso di formazione.
A Poggioreale lavorano 15 educatori laddove ne sarebbero previsti 20; ci sono inoltre undici psicologi ai quali spetta anche il gravoso compito di occuparsi dei nuovi giunti cosa che, osservano dalla struttura, toccherebbe all'Asl. Sul fronte sanitario, sono diversi gli specialisti presenti da due a cinque o sei giorni alla settimana ma nonostante ciò le liste d'attesa sono sempre lunghe. Servirebbero più ore ma anche spazi maggiorni, viene rilevato. La conseguenza è che, pur non mancando farmaci e presidi sanitari in struttura, i tempi in cui questi vengono erogati sono sempre troppo lunghi. Mancano inoltre infermieri e O.S.S. e addirittura, ad oggi, a Poggioreale vi è solo un infermiere ogni 300 detenuti. Vi sono inoltre difficoltà per i ricoveri all'esterno per mancanza di posti.
Il primo padiglione visitato è stato il padiglione Genova, il più nuovo al momento aperto, dove sono ristrette 90 persone in 94 posti disponibili. Si tratta di detenuti in via definitiva. Il padiglione sfoggia non solo pareti pulite e celle che somigliano a mini appartamenti ma anche librerie fornite e attrezzi da palestra in ottimo stato. Il regime delle celle aperte vige dalle 8:30 alle 20:30 con chiusura tra le 12 e le 13 e tra le 15:30 e le 16:30 e non mancano attività ricreative e formative. Quindi la delegazione è passata nel padiglione Avellino che ospita 166 detenuti in 368 posti. Sono tutti detenuti di alta sicurezza e qui non vige il regime delle celle aperte. I ristretti possono godere solo di due ore d'aria al mattino e altrettante nel pomeriggio.
Spazio quindi per quello che, ad oggi, appare senza dubbio il padiglione peggio messo dell'intero carcere sul quale, curiosamente, non si prevedono al momento interventi sebbene la situazione strutturale sia allo stremo. Il padiglione Milano ospita 300 detenuti in uno spazio che potrebbe contenerne 375. La fatiscenza è evidente già nei corridoi all'esterno delle celle con pareti scrostate e feritoie da cui fuoriescono topi, insetti e scarafaggi, hanno raccontato alcuni detenuti. Le celle non presentano docce, quelle sono in comune e in pessime condizioni anch'esse con le immancabili muffe sulle pareti, i bagni delle stanze sono spesso rotti e l'acqua calda è disponibile solo dalle 8 alle 11. I detenuti sono costretti a cucinare negli stessi spazi dove sorgono i servizi igienici. Il regime delle celle aperte funziona tra le 8:30 e le 12, tra le 13 e le 15 e tra le 16:30 e le 18:30 ma i detenuti lamentano la totale assenza di spazi per la socialità, di una piccola palestra o di qualunque cosa possa tenerli impegnati. In pratica non hanno nulla da fare. Problemi anche per quanto riguarda le cure mediche con i detenuti che temono il pericolo di infezioni mentre secondo un ristretto "siamo rovinati, manca la dignità". Eppure l'ingegno dei detenuti ha portato a dei veri e propri piccoli miracoli nel tentativo di migliorare la situazione. Fogli di carta da block notes o pagine di riviste sono stati usati come carta da parati con l'intento di coprire pareti ammuffite quando non bucate.
Quindi la delegazione radicale si è spostata nel padiglione Roma, che ospita 283 fra transessuali, tossicodipendenti e sex offenders. Il gruppo è andato a fare visita alle sette transessuali ad oggi presenti a Poggioreale e anche qui come nel padiglione Milano vi sono problemi strutturali, docce in comune, ambienti fatiscenti e pareti ammuffite. Le stanze sono tutte singole e anche qui vige il regime delle celle aperte. Infine i Radicali hanno fatto visita agli ammalati nel centro clinico San Paolo, dove al momento vi sono 64 ristretti in 75 posti. I detenuti, in questo caso, lamentano il regime delle celle chiuse.
Uno sguardo infine alla pianta organica della polizia penitenziaria: 736 presenze ad oggi e 792 forze amministrate. Un dato ritenuto insufficiente per coprire un carcere come Poggioreale. Un carcere, quello napoletano, destinatario di 15 milioni stanziati dalla sovrintendenza per i beni culturali per rifare alcuni padiglioni fra cui il Salerno. Resta da capire se e quando tale ingente somma sarà effettivamente impiegata per rifare, in primis, il padiglione Milano che rimane di gran lunga il peggiore di una struttura che fra suicidi, rivolte e problemi vari, non vive un momento facile.
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