di Alfredo Mantovano
Il Foglio, 27 luglio 2019
Dopo l'omicidio del vicebrigadiere Mario Cerciello Rega i due vicepresidenti del Consiglio Salvini e Di Maio hanno affermato il primo di essere sicuro che il colpevole, una volta individuato, resterà ai "lavori forzati in carcere finché campa", il secondo che "se dovessero essere persone non italiane (...) il carcere se lo facciano a casa loro e non qui".
Provengono da due autorevoli esponenti del governo in carica, ma rientrano della categoria degli auspici, non delle azioni di governo. L'auspicio meno distante dalla realizzazione è quello formulato dal ministro Di Maio.
Meno distante non significa che sia semplice, ma che potrebbe essere realizzato superando una serie di ostacoli: per esempio, moltiplicare gli accordi fra i sistemi giudiziari, quello dello stato nel quale il reato è commesso e quello dello stato il cui cittadino lo ha commesso, il che presuppone che il secondo riconosca la sentenza emessa dal primo. Per esempio, fare in modo che gli accordi siano eseguiti e non aggirati.
Uno dei paesi con cui l'Italia ha queste intese è l'Albania: capita tuttavia che nel momento in cui una sentenza di condanna per delitti gravi consumati nel nostro territorio da un cittadino albanese viene riconosciuta dall'autorità albanese riceva sensibili sconti di pena, che la abbattono dai decenni di reclusione inflitti da noi a pochi anni, con rapido ritorno in libertà di pericolosi criminali.
Il tutto deve poi fare i conti con la Cedu, la Corte europea per i diritti dell'uomo, che spesso sanziona gli stati aderenti alla Convenzione che trasferiscono i condannati in paesi che, ad avviso della Corte, non rispettano i diritti dei detenuti: questo è un altro livello di lavoro, per ottenere dallo stato X, cui l'Italia è in procinto di consegnare lo straniero, garanzie concrete che quel rispetto vi sia, magari collaborando alla costruzione all'interno di X di istituti di pena con standard accettabili.
Quelle appena sintetizzate sono azioni di governo di cui si attende la realizzazione o la prosecuzione (qualcosa in passato è stato avviato) da chi sta al governo (al posto degli auspici). Ancora più complicato è quanto chiede il ministro Salvini, essendo noto che il nostro ordinamento penitenziario da un lato non conosce il "fine pena mai": perfino la condanna all'ergastolo, fra semilibertà, liberazione anticipata e altri benefici, permette di uscire dal carcere - anche in parte - ben prima dei 20 anni di effettiva espiazione.
Dall'altro considera - con qualche ragione - il lavoro in carcere uno strumento di rieducazione: "Il lavoro penitenziario non ha carattere afflittivo ed è remunerato", spiega l'art. 20 co. 2 della legge Gozzini. Sono norme la cui modifica si può tentare: ma è ardua, perché sono ritenute coerenti con la Costituzione.
Che fare allora perché non si ripetano episodi brutali quale l'omicidio di un giovane valoroso sottufficiale dell'Arma? Intanto realisticamente convincersi che è un incerto del mestiere di chi indossa una divisa per la nostra sicurezza. Convincersene nei fatti e non a parole: onorando sempre quel servizio, che esso venga prestato per soccorrere una donna rapinata, o in Val di Susa per proteggere la Tav, o allo stadio, o per fronteggiare una manifestazione in piazza.
Quel che per intero non è scongiurabile può però essere circoscritto: chi delinque in strada, come l'assassino del brigadiere Cerciello Rega, nella gran parte dei casi compie furti o spaccio di droga. Per il furto negli ultimi anni sono state aumentate le pene, ma nessuno in concreto lo persegue: sembra un reato di fatto depenalizzato, soprattutto per la diffusa scarsa attenzione che a esso si presta in sede giudiziaria.
Lo spaccio al dettaglio di stupefacenti è egualmente percepito come qualcosa di impunito, a partire dalla pessima riforma della legge sulla droga che nel 2014 ha abolito per esso l'arresto in flagranza. Un'azione di efficace prevenzione eleverebbe il livello di sicurezza urbana se, cercando il più possibile un'intesa con l'autorità giudiziaria, perseguisse i furti con una decisione maggiore di quella attuale, e colpisse la cessione di droga con l'efficacia che aveva prima del 2014. Per le forze di polizia significherebbe giocare sul terreno di una difesa anticipata, e da loro verrebbe apprezzato certamente più del rammarico successivo alla morte di uno di loro. Lasciando gli auspici ai comuni cittadini.
di Antonio Mazzone*
Il Fatto Quotidiano, 27 luglio 2019
Si dovrebbero delineare fattispecie diverse, che possano essere applicate anche in territori di non tradizionale infiltrazione. L'obiettivo che gli interventi di riforma legislativa devono porsi è quello di delineare ulteriori fattispecie incriminatrici adeguate a prevenire e a reprimere forme di manifestazione di criminalità mafiosa attinenti all'area "grigia", puntualmente individuate da accurate analisi socio-criminologiche.
Fattispecie che siano idonee ad essere applicate anche in territori di non tradizionale infiltrazione mafiosa. Gli incerti confini di ciò che è da ritenersi, attualmente, penalmente rilevante in relazione alle condotte di contiguità proprie dell'"area grigia" incidono negativamente sia sui profili di garanzia, sia su quelli di prevenzione generale e speciale: quanto più è definita la condotta vietata, tanto più la norma che la prevede ha capacità, da un lato, di determinare i comportamenti dei destinatari e, dall'altro, di tutelarne la libertà personale e gli altri diritti.
Occorre, in sede di riforma, cogliere l'essenza di nuovi fenomeni criminosi associativi, che costituiscono il punto d'incontro tra settori amministrativo- politici, settori economici e (spesso) criminalità mafiosa. Una risposta potrebbe consistere nell'introduzione di un'ulteriore fattispecie associativa che tuteli l'ordine pubblico, inteso nel suo significato di corretto svolgimento delle relazioni istituzionali e funzionali, il buon andamento e l'imparzialità della pubblica amministrazione e il corretto andamento dell'economia e del mercato, e che si imperni sullo stravolgimento funzionale riferibile ad un soggetto pubblico.
Fattispecie che punisca la condotta di tre o più persone (tra cui almeno un pubblico ufficiale), che si associno per commettere più delitti contro la P.A. (tra i quali, corruzione, concussione, turbata libertà degli incanti e del procedimento di scelta del contraente, ecc.) o per acquisire in modo diretto o indiretto la gestione o il controllo di attività amministrative o economiche, di concessioni, di autorizzazioni, di appalti odi servizi odi assunzioni o di concorsi pubblici, mediante l'abuso della qualità o dei poteri di un pubblico ufficiale partecipante.
Contestualmente andrebbe meglio disciplinata quella che è oggi l'area del concorso esterno associativo, attraverso l'introduzione di fattispecie incriminatrici strutturate come reati propri per le categorie professionali, per quelle economico-imprenditoriali, per quelle attinenti a pubbliche funzioni.
Le condotte vietate dovrebbero consistere nell'uso distorto del potere (quando si parla di un pubblico ufficiale) o della facoltà (quando si parla di un imprenditore odi un professionista) per il raggiungimento di uno scopo diverso da quello per il cui conseguimento il potere o la facoltà stessi sono stati attribuiti dall'ordinamento: scopo diverso consistente nell'agevolazione di un'associazione mafiosa.
Andrebbe, poi, regolamentata la punibilità delle condotte neutre di sostegno alle organizzazioni criminali. Si pensi all'ipotesi del dirigente di banca che, nel rispetto delle regole statutarie previste per la concessione del credito, finanzi mediante la sua erogazione un gruppo mafioso o un traffico di stupefacenti.
Si potrebbe prevedere espressamente la punibilità di tali condotte qualora vi sia violazione dolosa o colposa di una regola cautelare (da descrivere puntualmente) che imponga al soggetto di verificare che la sua attività, anche se realizzata nel rispetto delle regole previste per il suo esercizio, non possa risolversi, comunque, in un sostegno ad un'organizzazione criminale.
*Avvocato
di Mattia Feltri
La Stampa, 27 luglio 2019
Giovedì, poche ore prima che il vicebrigadiere Mario Cerciello Rega venisse accoltellato a morte nel quartiere Prati, Roma, l'associazione Antigone aveva diffuso il rapporto annuale sulle carceri. Era un elenco di conferme: abbiamo le carceri più affollate d'Europa, il numero dei detenuti aumenta nonostante diminuiscano i crimini, e questo per l'inasprimento delle pene, una specie di attività da diporto nei lustri degli ultimi governi.
di Dino Martirano
Corriere della Sera, 27 luglio 2019
Dal 1° agosto il Decreto Sicurezza bis (il pacchetto anti navi delle Ong comprensivo di giro di vite contro i manifestanti) affronta l'ultimo miglio in Senato: ma, per questo passaggio decisivo della "legge Salvini", il governo deve fare i conti con i numeri risicati della maggioranza che avrà comunque bisogno del soccorso tricolore di Fratelli d'Italia e forse di quello azzurro di Forza Italia.
di Cristiana Mangani
Il Messaggero, 27 luglio 2019
Nella maggioranza è braccio di ferro sulla prescrizione e sulla separazione delle carriere dei magistrati. La bozza della riforma della giustizia del Guardasigilli Bonafede è passata dalle mani del ministro Bongiorno agli esperti della Lega e infine a Salvini. Giudizio unanime: "È una riformicchia. Così non si accelerano i processi. Piuttosto è meglio non far nulla".
di Francesco Lo Piccolo
Ristretti Orizzonti, 27 luglio 2019
La Regione Abruzzo ha scelto il "suo" Garante dei detenuti. Per me, che conosco e capisco il mondo del carcere, questa partita è ora chiusa. Ed è chiusa in un modo che non mi piace. Ma del resto cosa aspettarsi dalla Regione Abruzzo?
Da una Regione dove ha la maggioranza un partito il cui leader usa termini come "devono marcire in carcere", da una Regione dove c'è un altro partito che non comanda più e che non sa fare pubblicamente una sua scelta e imbuca cinque schede bianche, da una Regione dove c'è il gruppetto grillino che del carcere parla con frasi fatte e stereotipi...beh da questa Regione non c'è davvero da aspettarsi nulla di buono. In tutti i campi, in tutti i sensi.
Mi ero candidato a Garante perché lo ritenevo e lo ritengo tutt'ora un punto di arrivo del mio percorso nel campo dei diritti, percorso fatto di impegno sociale e di anni di studio e ricerca sulle tematiche penitenziarie e detentive (recentemente mi sono persino preso una laurea in sociologia e criminologia). E perché la mia figura corrisponde appieno ad almeno tre dei cinque requisiti richiesti ai candidati: ovvero aver svolto attività di grande responsabilità e rilievo in ambito sociale e conoscere a fondo le problematiche della reclusione e del rapporto mondo esterno - mondo interno, con attenzione particolare al dettato costituzionale del reinserimento dei detenuti; avere comprovata competenza nel campo delle scienze giuridiche, scienze sociali e dei diritti umani e con esperienza in ambito penitenziario; avere alta e riconosciuta professionalità o essersi distinto in attività di impegno sociale.
Ma hanno preferito il candidato-professore. Hanno preferito il "loro" Garante dei detenuti.
Hanno ignorato uno come me che i detenuti li incontra quotidianamente, direttamente e senza filtri. Per cambiare prospettiva, per costruire una società migliore a partire proprio dalle sue contraddizioni, per rimettere al centro l'uomo e farlo uscire come uomo e non come ex detenuto. Perché il carcere sia visto come extrema ratio anche in considerazione del suo fallimento, del suo essere scuola di criminalità, in definitiva costoso e inutile sistema che non previene e non corregge.
Evidentemente troppo avanti questi concetti per chi vede il problema della devianza come problema penale mentre è invece un problema sociale. L'avevano detto fior fiore di studiosi negli anni 80: A. Baratta, D. Melossi, e poi M. Pavarini e nel secolo scorso G. Rusche e O. Kirchheimer. Ma la galera rende di più. E questo diritto penale cresciuto a dismisura e senza limiti (come ha denunciato V. Manes) piace e convince. Chi se ne frega del presidente di un'associazione di volontariato che da dieci anni lavora nelle carceri dell'Abruzzo?
Come ho detto durante la mia audizione in Regione lo scorso 16 luglio e in qualche timida e vana telefonata a qualche consigliere, il mio lavoro inizia come volontario nella Casa Circondariale di Chieti nel 2007. Nel 2008-2009 sono fondatore e presidente (ancora oggi in carica) di Voci di dentro, Onlus iscritta all'Albo della Associazioni di Volontariato della Regione Abruzzo. Dal 2009 ad oggi organizzo e dirigo all'interno delle Case Circondariali di Chieti e Pescara e per alcuni anni anche a Vasto e Lanciano, in accordo e in collaborazione con le Direzioni e le aree educative, incontri sulla legalità per il rispetto dei diritti, laboratori di scrittura con la realizzazione di un periodico regolarmente registrato in tribunale scritto dai detenuti e diffuso in tutta Italia, laboratori di fotografia, disegno, sartoria, corsi di computer e web grafica, e di teatro culminato con la creazione di una compagnia teatrale (composta da detenuti e da volontari) e la messa in scena all'esterno del carcere in teatri a Chieti, Pescara, Atri, Ortona, e all'Università di Chieti, di due spettacoli teatrali.
Una complessità di attività che sono diventate nel carcere di Pescara e in quello di Chieti attività quotidiane (mattina e pomeriggio) con il coinvolgimento ogni giorno di una cinquantina di detenuti impegnati nei vari laboratori. Una cosa enorme, difficile, qualche volta anche guardata con diffidenza per la forza messa in campo: una sessantina di volontari, poi alcuni esperti assunti grazie a bandi regionali ed europei, quindi alcune centinaia di studenti universitari di Sociologia e Criminologia, Scienze dell'Educazione, Servizi Sociali, Psicologia delle Università di Chieti-Pescara e dell'Aquila entrati in Voci di dentro come tirocinanti e seguiti da me personalmente in qualità di tutor - per effetto delle Convenzioni da me stipulate con i vari Dipartimenti - con un primo corso teorico sul sistema penale e sull'ordinamento penitenziario e su tematiche relative alla produzione di fenomeni devianti e alla loro costruzione sociale, con particolare riferimento alla piccola e grande criminalità, al rapporto fra disagio e devianza. Insegnamento teorico al quale sono seguiti i laboratori all'interno degli istituti penitenziari direttamente a contatto con i detenuti.
Un lavoro fatto di discussioni, relazioni, dialoghi e attività: una complessità di azioni per rimuovere pregiudizi, distorsioni cognitive, esclusioni, dogmi, rappresentazioni della realtà basate su luoghi comuni. Da una e dall'altra parte. Una complessità di azioni contro lo stigma per eliminare diffidenze, rimarginare ferite, per tentare di togliere alle persone detenute quelle corazze (per difesa e per offesa) fatte da anni di vita in carcere e di condotte ai margini della società. Una complessità di azioni di supporto all'area trattamentale per ricostruire consapevolezza, responsabilità, valori condivisi, regole.
Tutto questo in un luogo dove si può pensare un futuro diverso da quello passato. Un progetto questo che ho chiamato "la città" e che si è potuto realizzare proprio all'interno del carcere di Pescara in uno spazio di oltre 300 metri quadrati fatto di corridoi e stanze che sono diventati luoghi di vita, studio, lavoro. Con l'obiettivo di aiutare l'area educativa (impossibilitata a operare per il cambiamento per deficienze strutturali ovvero con un educatore ogni 65 detenuti) e dare così concretezza a ciò che la Costituzione ha indicato: le pene (non necessariamente la pena del carcere) devono tendere al reinserimento e alla risocializzazione.
Dunque un lavoro che può dare frutti se è accompagnato dal lavoro fuori dal carcere. Ed è stato questo l'altro filone del mio impegno sociale e dell'impegno dell'associazione che ho fondato: unire il dentro con il fuori, annullare questa distanza che non serve all'istituzione carcere che sopporta una recidiva che è al settanta per cento e neppure serve alla società che si trova alle prese con una microcriminalità senza fine.
Ecco perciò le attività di sensibilizzazione presso enti pubblici ed enti privati perché investano risorse contro la devianza, per finanziare corsi e laboratori dentro le carceri, per più cultura e più lavoro, per agevolare il rinserimento anche di persone in attività di volontariato, di messa alla prova, di riparazione del danno.
Un insieme di azioni che mi ha visto in prima persona promotore di protocolli con Ufficio di esecuzione penale esterna, Dipartimento dell'Amministrazione Penitenziaria, Direzioni delle carceri, per l'avvio, in accordo con la Magistratura di Sorveglianza, di percorsi differenziati persona per persona: oggi sono decine i detenuti, o persone ai domiciliari, o persone affidate a Voci di dentro, che sono impiegate in attività di pubblica utilità (assicurate dall'Associazione e seguite da un tutor della stessa Associazione) presso l'archivio del Tribunale civile di Pescara, le Terme di Chieti, la sede dell'Associazione. Una miriade di attività che si accompagnano alla promozione di convegni e seminari, di incontri nelle scuole contro il bullismo, contro la droga, per la legalità, per la cultura del lavoro, per lo studio.
Una molteplicità di azioni alle quali si sono aggiunte le altre attività dell'Associazione da me guidata: partecipazione e successiva aggiudicazione di un bando Europeo Grundvig con visite studio e lavoro in diverse carceri europee (progetto per il quale Voci di dentro si è distinto con un giudizio di "molto buono"), aggiudicazione in partenariato del Bando della Regione Abruzzo "Inserimento Lavoro detenuti ed ex detenuti, Progetto Pe.Tra- Percorsi di transizione al lavoro" (2012-2014) che ha permesso l'inserimento in un corso di computer e grafica di una decina di detenuti del carcere di Chieti e l'inserimento in work experience di altri dieci detenuti del medesimo carcere e tutti oggi perfettamente reinseriti nella società, aggiudicazione (sempre in partenariato con altra Ats) di un bando del Miur -Programma Operativo Nazionale Iniziativa Occupazione Giovani - Progetto "Ricominciamo" - Avviso Giovani e Legalità Percorsi di rientro in formazione per minori e giovani adulti sottoposti a provvedimenti penali e ancora, più recentemente, aggiudicazione di un bando del Ministero delle Pari Opportunità per un progetto contro la violenza di genere da attuarsi con percorsi di studio e lavoro fuori e dentro il carcere.
La necessità di costruire occasioni di lavoro (da considerare che su 60 mila detenuti solo 17 mila lavorano e di questi ben 15 mila alle dipendenze dell'Amministrazione penitenziaria con impegno di due-tre ore al giorno e solo 2 mila alle dipendenze di privati) mi ha inoltre spinto a fondare nel 2013 la società Alfachi, cooperativa sociale iscritta all'Albo delle cooperative sociali della Regione Abruzzo, per la digitalizzazione di documenti cartacei. Un progetto partito con l'accordo dell'Istituto penitenziario di Pescara e con la firma di un protocollo con la Provincia di Pescara per la dematerializzazione ed archiviazione informatizzata di atti e documenti dell'Ufficio Ambiente. Centomila sono stati in un anno i documenti trasformati in file grazie al lavoro di una decina di detenuti.
Concludo, mi ero candidato alla importante carica di Garante delle persone sottoposte a misure restrittive della libertà personale perché credo in quello che sto facendo, perché la mia nomina sarebbe stata di garanzia massima di imparzialità e di alterità. Per favorire la prevenzione dei conflitti all'interno dei luoghi di detenzione, per mediare tra i diversi soggetti che in quei luoghi operano e il mondo esterno. E per cercare di mettere in rapporto vero tra loro la popolazione detenuta, l'amministrazione penitenziaria e l'amministrazione pubblica contro l'assenza di comunicazione, la discontinuità e la provvisorietà del dialogo. Cose che ho toccato con mano in tutti questi anni. Per questo aspiravo davvero a questo ruolo: per trasformare le ferite in feritoie dalle quali fare uscire persone nuove pronte a cominciare una nuova vita. Ma sarà per una prossima volta: il mio lavoro, il lavoro di Voci di dentro continua. Per uscire dal carcere. Persone e non ex detenuti.
*Giornalista, presidente di "Voci di dentro Onlus"
di Giulia Paltrinieri
cronacabianca.eu, 27 luglio 2019
Secondo Andrea Bertani, Giuseppe Paruolo e Giuseppe Boschini i progetti di reinserimento sociale e lavorativo sono "risposte efficaci a sovraffollamento e recidiva, nonché risparmio per le casse pubbliche". La Regione sostenga i percorsi di reinserimento sociale per i detenuti e quelle realtà che si occupano di misure alternative della pena in un'ottica di rieducazione, inclusione lavorativa e contrasto al sovraffollamento delle carceri.
È l'impegno che chiede una risoluzione di Movimento 5 stelle e Partito democratico, presentato da Andrea Bertani (M5s) con Giuseppe Paruolo e Giuseppe Boschini del Pd, che sollecitano la Giunta a stanziare nel prossimo bilancio risorse per sostenere progetti come Cec (Comunità Educante con i Carcerati) della Comunità Papa Giovanni XXIII e AC.E.RO (Accoglienza e Lavoro) promosso da Regione e Amministrazione penitenziaria, che "hanno avuto risultanze positive" e hanno dimostrato di "poter abbattere il tasso di recidiva a livelli del 10-15%, molto inferiori ai valori superiori al 70% che si rilevano su chi sconta la pena in carcere".
Secondo i consiglieri Pd-M5s il tema del superamento del regime penitenziario è di grande attualità: "Il tasso di sovraffollamento regionale cresce- sottolineano i consiglieri regionali- passando dal 104% del 2015 al 124% del 2017 (come mostra l'ultima relazione penitenziaria) e le misure alternative sarebbero strumenti di grande efficacia, sia in termini di risparmio di spesa che di probabilità di recidiva. Se venisse riconosciuta una retta di 40euro al giorno a persona dallo Stato, in un solo anno per 10 mila detenuti sarebbe possibile avere un significativo risparmio della spesa pubblica a loro dedicata, oltre a un'importante ricaduta sul tessuto sociale" spiegano i proponenti.
Per questo la risoluzione Pd-M5s chiede di "potenziare il sostegno ai progetti innovativi rivolti a detenuti a fine pena e al loro reinserimento sociale, attuando il massimo raccordo fra le misure volte all'umanizzazione della pena e al reintegro in società e le misure volte all'inclusione lavorativa delle persone più vulnerabili, attraverso attività di coprogettazione e cofinanziamento fra i vari ambiti di competenza della Regione"; impegna la Giunta anche a "rinnovare le intese e convenzioni stipulate con i vari enti che si occupano delle misure alternative della pena, creando sinergia fra amministrazione penitenziaria, enti territoriali e la Regione stessa, dando priorità al rinnovo dei progetti che hanno avuto risultanze positive" e "determinando nel prossimo bilancio le risorse necessarie per sostenere le iniziative".
di Michele Passione*
Il Dubbio, 27 luglio 2019
Con ordinanza del 17 luglio il Tribunale di Sorveglianza di Milano ha disposto che la pena inflitta dalla Corte di Appello di Milano nei confronti di Roberto Formigoni per corruzione per atto contrario ai doveri di ufficio venga espiata in regime di detenzione domiciliare, ex articolo 47 ter, comma 01, dell'Ordinamento penitenziario, trattandosi di condannato ultra settantenne. Per chi ama la libertà, ancorché limitata alle mura domestiche, è una buona notizia.
Tuttavia, affinché non resti un non detto, occorre fare chiarezza. Sulle pagine di Repubblica Luigi Manconi ha affermato che è possibile, sia pur "faticosamente", difendere l'indifendibile, "in nome della forza del diritto e dei principi del garantismo". Ci permettiamo di osservare come non sia affatto faticoso rispettare la Legge, e così anche che non vi sono indifendibili (neanche quelli definitivamente condannati), per la buona ragione che le regole valgono per tutti; le regole, però.
Ha invece ragione Luigi Manconi quando deplora l'argomentazione populista (quasi un ossimoro) per la quale l'uguaglianza andrebbe praticata al ribasso, e dunque anche il Celeste, come i suoi (non pochi) coetanei detenuti, avrebbe dovuto scontare la pena per intero in carcere (o, se si preferisce, marcire in galera - strano, ma in questo caso non si è levata voce dal Viminale). Infine, e questo è ciò che ci preme evidenziare, Manconi sbaglia quando sostiene che il provvedimento milanese è corretto ("legittimo", certo, ma "previsto dall'ordinamento giuridico", no). Vediamo perché.
Il ragionamento del Tribunale milanese è il seguente: la Legge 3 del 2019 si applica anche se i fatti son stati commessi molti anni prima ma non occorre sollevare questione di legittimità costituzionale (come fatto da altri Giudici, anche di legittimità), dovendosi valutare se il condannato abbia prestato attività di collaborazione con la Giustizia, o se la stessa debba essere ritenuta impossibile o inesigibile, ai sensi del comma 1 bis dell'articolo 4 bis dell'Ordinamento penitenziario. Una volta accertato questo, l'ostatività verrebbe meno, e dunque l'ex presidente della Regione potrebbe accedere alla misura richiesta, la detenzione domiciliare per ragioni di età, "peraltro l'unica misura alternativa praticabile" (per il quantum di pena inflitta e da espiare), sostiene il Collegio. Non è così.
E infatti, il Tribunale non spiega (neanche in un obiter) come sia possibile superare l'espressa esclusione apposta alla concessione della misura dal primo comma dell'articolo 47 ter comma 01 Ordinamento penitenziario (introdotta, assai prima della recente Legge 3/ 2019, dalla Legge ex Cirielli), che per l'appunto (così come tante disposizioni dell'Ordinamento penitenziario) pone preclusione per i condannati per delitti di cui all'articolo 4bis (tra i quali oggi, in virtù stavolta proprio della Legge 3/ 2019, anche l'articolo 319 del Codice penale, il reato attribuito a Formigoni). Era, questo, il tentativo riformatore e apotropaico percorso dalle Commissioni Ministeriali dei cosiddetti Stati generali dell'esecuzione penale (liberare le misure alternative dalle ostatività e dai tipi di autore), come noto fallito sulla linea di arrivo.
L'unica strada percorribile, chiara, corretta, sarebbe stata quella di sollevare questione di legittimità costituzionale, o chiedendo una sentenza ablativa dell'articolo 47 ter comma 01 (eliminando la preclusione del 4 bis introdotta a suo tempo dalla ex Cirielli), o una sentenza additiva della norma (che aggiunga ad essa quanto previsto dal comma 1 bis dell'articolo 4 bis, così applicando anche alla detenzione domiciliare il meccanismo della collaborazione impossibile).
Poiché risulta "immanente al vigente sistema normativo una sorta di incompatibilità presunta con il regime carcerario per il soggetto che abbia compiuto i settanta anni" (Cassazione, Sez. I, 12.2.2001, n. 16183), l'irragionevolezza del divieto e la conseguente violazione dell'articolo 27 comma 3 della Costituzione (giacché una incarcerazione irragionevole impedisce l'efficacia rieducativa della pena) avrebbero dovuto essere denunciati, così determinando la pronuncia della Consulta nell'interesse di tutti.
Questa, ci pare, la strada da seguire, per conferire ragionevolezza al sistema, per dare parità di condizioni, rivendicandone le ragioni. Ma, come scriveva Fabrizio De Andrè, "si rannicchiano zone d'ombra, prima che il sole le agguanti".
*Avvocato
di Marco Magnano
riforma.it, 27 luglio 2019
I primi sei mesi del 2019 segnano un ulteriore aumento della popolazione carceraria, aggravando una condizione alla quale il governo pensa di rispondere costruendo nuovi istituti. Giovedì 25 luglio è stato presentato il nuovo rapporto sulle carceri italiane, curato dall'associazione Antigone, che dagli anni Novanta svolge un lavoro di monitoraggio e sensibilizzazione sul sistema penale italiano. Il rapporto, dedicato alla prima metà del 2019, conferma il ritorno di un problema mai del tutto superato, quello del sovraffollamento.
di Luisa Ravagnani* e Carlo Alberto Romano**
Corriere della Sera, 27 luglio 2019
In tema di stranieri presenti negli istituti di pena in Italia, si sono spesso sentiti commenti imperniati sulla affermata volontà di mandarli a scontare la condanna "a casa loro", sottolineando l'urgenza della creazione di norme che permettano allo Stato di provvedere in tal senso. Non possiamo esimerci dal precisare che il nostro attuale assetto giuridico, sul punto, fornisce già risposte ampiamente esaustive e, certamente, nessun vuoto da colmare con le soluzioni invocate dai fautori di queste soluzioni.
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