Gazzetta di Napoli, 2 agosto 2019
Martedì e mercoledì l'Osservatorio sulle condizioni di detenzione di Antigone è stato in visita al carcere napoletano di Secondigliano e all'Istituto a Custodia Attenuata per Madri di Lauro. I due istituti campani sono stati visitati dal presidente dell'associazione Patrizio Gonnella e dalla coordinatrice nazionale Susanna Marietti.
In entrambi gli istituti è emerso il grande impegno della direzione e di tutti gli operatori per garantire un'esecuzione della pena rispettosa del dettato costituzionale. Si percepisce in entrambe le realtà la vicinanza dell'istituzione alle persone detenute e l'impegno per intercettare i loro bisogni individuali.
Secondigliano, con i suoi 40 ettari di estensione, è una delle carceri più grandi dell'intera Europa. Ospita attualmente circa 1.500 detenuti per una capienza di 1.020 posti letto. Solo una sessantina gli stranieri. Sono presenti circuiti di Alta Sicurezza. Il carcere ospita la sezione più grande d'Italia per i detenuti in semilibertà (160). Nonostante il numero dei detenuti presenti superi di oltre 400 unità quello della capienza regolamentare, gli spazi detentivi sono curati e del tutto accettabili dal punto di vista igienico. Anche nelle sezioni di Alta Sicurezza si riesce a garantire un buon numero di ore trascorse fuori dalle celle. Qualche problematicità riguarda le questioni della salute e delle visite specialistiche che vengono eseguite con molto ritardo.
Per quanto riguarda l'Icam di Lauro, che ospita 12 mamme detenute con 15 bambini, la struttura è sicuramente ben gestita. Le donne e i loro bimbi sono in un ambiente idoneo che cerca di far vivere nel modo meno traumatico possibile la detenzione ai bambini. Il più grande di loro ha otto anni, La maggior parte delle attività è delegata all'intraprendenza degli operatori dell'istituto, difficilmente raccordabile con il territorio circostante. La maggioranza delle donne è di nazionalità italiana.
Sarebbe importante che ci fosse un servizio di accompagnamento esterno quotidiano per le attività scolastiche e ricreative, anche nel mese di agosto. Invece proprio ad agosto i bambini rischiano di passare tutto il mese in istituto. Purtroppo molto è lasciato al solo senso di responsabilità degli operatori penitenziari. L'istituto, le donne e i bimbi, dovrebbero essere presi in carica anche dai servizi sociali del territorio attraverso l'inclusione nei piani di zona.
Ristretti Orizzonti, 2 agosto 2019
"Il detenuto, al pari degli altri cittadini, ha diritto di essere curato e la sua salute deve essere salvaguardata specialmente quando ci sono evidenti segnali di malattia. È assurdo e inaccettabile che Mario Trudu con una fibrosi polmonare conclamata e una diagnosi di tumore alla prostata stia aspettando da due mesi una Tac per valutare l'opportunità di un intervento chirurgico o di una cura chemioterapica o radiologica. Ciò equivale a una condanna aggiuntiva e a un trattamento disumano e degradante che lo Stato non può permettersi". Lo affermano in una dichiarazione Maria Grazia Caligaris, presidente dell'associazione "Socialismo Diritti Riforme" e l'avv. Monica Murru, legale dell'anziano arzanese recluso nel carcere di Oristano-Massama in regime di ergastolo ostativo.
"È forse opportuno ricordare che Mario Trudu - osservano - ha 69 e si trova in carcere da 40 anni. Le sue condizioni di salute sono precarie e appaiono incompatibili con il regime detentivo. La fibrosi polmonare è una complicazione che può portare alla mortalità. Il tumore prostatico non si ferma in attesa che qualcuno si prende la briga di avviare una cura adeguata. È noto, del resto, che un detenuto ha diritto di accedere alle strutture private convenzionate per gli accertamenti diagnostici e le cure".
"Ci domandiamo perché - sottolineano Caligaris e Murru, facendosi interpreti delle preoccupazioni dei familiari - non vengano rispettati principi e norme che non solo la Costituzione e la legge sull'ordinamento penitenziario ma anche le recenti sentenze della Cassazione e perfino le circolari del Dipartimento dell'Amministrazione Penitenziaria rimarcano con chiarezza in merito alla salute in cattività".
"Ribadiamo che l'ergastolo ostativo non contempla l'esclusione del diritto alla salute che deve essere garantito a tutte le persone private della libertà in quanto diritto e valore umano. Rivolgiamo quindi un appello al Garante nazionale Mauro Palma affinché valuti l'urgenza di far rispettare le norme vigenti. Si tratta - concludono Caligaris e Murru - di procedere celermente alla diagnostica e a un ricovero in un Ospedale per l'intervento chirurgico e/o in una Residenza Sanitaria affinché l'anziano detenuto possa trovare l'assistenza indispensabile per la cura delle gravi patologie in atto. Non è la libertà al centro della vicenda ma il diritto umano che deve prevalere specialmente quando le condizioni di una persona appaiono davvero gravi".
L'Eco di Bergamo, 2 agosto 2019
"Avrei voluto almeno permettergli di morire da uomo libero. E invece ho scoperto solo per un caso fortuito e in modo del tutto informale che il mio assistito si trovava già in Rianimazione. Quando è arrivato il parere positivo, dopo molte insistenze, del procuratore generale, la Corte non ha fatto in tempo a riunirsi per decidere: il mio assistito non ce l'ha fatta. Ho chiesto chiarimenti, segnalato perché potevo anche essere avvertita, per evitare casi analoghi".
Sono parole che vibrano di tensione e commozione quelle che l'avvocato Francesca Brocchi del foro di Milano usa per raccontare la triste vicenda di Giorgio Caccia, suo assistito di 58 anni, originario di Gandino e da diversi anni gravitante nella zona del milanese, morto il 29 luglio all'ospedale San Paolo di Milano per un tumore. Piccoli precedenti alle spalle, con anche un periodo di carcerazione, Caccia aveva cercato di rimettersi in pista, senza però riuscire proprio a causa del suo passato di detenuto; alla fine il 23 aprile 2018, mosso dalla disperazione, aveva rapinato un ufficio postale. Una vicenda che gli era costata l'arresto e la carcerazione, con condanna in primo grado a cinque anni e otto mesi di reclusione.
A novembre i primi problemi di salute: una tosse insistente cui però nessuno aveva dato troppo peso. Nel frattempo l'iter giudiziario arriva in sede di appello. Alcuni controlli al Fatebenefratelli riscontrano liquido nei polmoni, vengono fatte due toracocentesi nel corso di alcune settimane di ricovero, ma solo ad aprile 2019: poi Caccia torna in carcere.
Gli esiti parlano di cellule tumorali maligne, la situazione clinica peggiora rapidamente. Il 12 giugno viene ricoverato al San Paolo, per tornare di nuovo a Opera il 15 luglio: ci sono metastasi anche nelle ossa. "Non sono stata informata di nulla - racconta il difensore - ho scoperto in modo casuale che non era più in carcere: avevo fissato un colloquio con lui il 24 luglio, ma quando mi sono presentata mi hanno detto che non c'era. Ho poi scoperto che era in ospedale da un paio di giorni, in rianimazione".
Del trasferimento nessuna notizia le era stata data, nemmeno oralmente. "Avevo fatto richiesta di scarcerazione l'8 maggio: erano stati chiesti altri documenti, quindi tutto si era fermato in attesa di una diagnosi definitiva - spiega ancora l'avvocato. Una seconda richiesta l'ho fatta il 12 giugno. Il 25 luglio, scoperto che era in Rianimazione, ho scritto una lettera. Il procuratore generale ha dato il parere favorevole alla sostituzione della custodia in carcere con l'obbligo di presentazione la mattina del 29 luglio: purtroppo la Corte non ha fatto nemmeno in tempo a riunirsi, Giorgio Caccia è morto quel giorno stesso".
di Franco Venturini
Corriere della Sera, 2 agosto 2019
La nuova presidente della Commissione oggi è a Roma, un'occasione per discutere sull'insostenibilità dell'assenza dell'Unione sulla scena internazionale. Nel cimitero della Storia americani e russi seppelliscono oggi quel Trattato Inf che nel 1987 ci liberò dagli euromissili.
A piangerlo, ora che scadono i sei mesi di riflessione dopo la denuncia degli accordi, ci sono soltanto due presenze: una è la Cina (anche per aver mano libera con lei e con la Corea del Nord Trump ha organizzato il funerale); l'altra è l'Europa, che aveva dato il suo nome a quei missili micidiali e che li ospitava sul suo territorio (per esempio nella base siciliana di Comiso) diventando potenziale bersaglio di uno scambio nucleare tra Est e Ovest.
Una Europa che da oggi, almeno in teoria, potrebbe vederseli rispuntare sull'uscio di casa quei missili tra 500 e 5.500 chilometri di gittata, visto che il divieto internazionale sta cadendo, che i rapporti Usa-Russia sono pessimi, e che la tecnologia ha prodotto nuove straordinarie macchine di morte. È questo lutto silente e rassegnato dell'Europa, dunque anche nostro, che ci interessa e ci indigna. Si può capire che l'America consideri obsoleti i trattati di disarmo dei tempi andati (l'Inf fu firmato da Reagan e Gorbaciov), che voglia poter dispiegare missili di quella gittata anche in Asia e che non sia insensibile ai progressi della tecnologia militare soprattutto se Mosca bara davvero al gioco e produce un Cruise proibito (denominato 9M729 oppure Ssc-8). E si può capire, anche, che la Russia non aspetti Trump per mettere a punto i suoi nuovi missili ipersonici, e che a sua volta Putin accusi gli Stati Uniti di violare il trattato modificando gli equilibri nucleari con i loro missili "soltanto difensivi" in Romania e in Polonia.
Ma quel che non si può capire e non si può accettare è che l'Europa, prima beneficiaria a suo tempo del divieto e oggi prima potenziale vittima dell'abolizione del divieto, mantenga tenacemente il suo profilo basso, resti alla finestra, eviti di sollevare la questione negli incontri che pure ci sono stati con Donald Trump e con Vladimir Putin. Che si dichiari essa stessa, insomma, non formata da Stati sovrani e dunque non in grado di badare ai suoi interessi. E di interessi non trascurabili si tratta.
Certo, un portavoce della Commissione di Bruxelles ha dichiarato a un certo punto che l'Europa "continuava ad essere impegnata per mantenere l'accordo Inf sul nucleare". Federica Mogherini, responsabile della politica estera europea, ha tentato di fare la sua parte. La questione è stata sollevata in sede Nato, vale a dire con tutti gli europei allineati dietro Washington (che per prima aveva dichiarato di voler uscire dal trattato). E tanto dagli Usa quanto dalla Russia sono giunte generiche assicurazioni contro l'eventualità di una corsa al riarmo missilistico-nucleare in Europa. Ma sappiamo tutti che se mai ci sarà una "nuova Guerra fredda" tra Usa e Russia, essa avrà luogo in Europa. Come la vecchia.
L'irresponsabilità dei nostri silenzi, allora, rimane. Ed è una occasione preziosa (o lo sarebbe, se i nostri dirigenti politici non dovessero occuparsi delle loro diatribe quotidiane) quella che porta proprio oggi a Roma Ursula von der Leyen, la nuova presidente della Commissione europea. Vogliamo sperare che a lei il presidente del Consiglio Giuseppe Conte faccia presente l'insostenibilità dell'assenza europea dalla scena internazionale, oltre a discutere dove andrà a sedersi il commissario italiano. Vogliamo sperare che tanto a Conte (e sicuramente al presidente Mattarella) quanto a von der Leyen sia chiara l'urgenza di dare all'Europa, o almeno alle capitali europee unite in cooperazioni rafforzate o in schemi di "diverse velocità", una capacità, che oggi non c'è, di interloquire credibilmente con Washington, con Mosca e in altre questioni con Pechino. In un mondo dove cresce di continuo la competizione strategico-tecnologica tra le grandi potenze, è giunto il momento di capire se l'Europa intende soltanto chinare il capo e continuare a dividersi, oppure se si può e si deve conquistare una credibilità che ci impedisca di soggiacere sistematicamente alle ambizioni altrui.
Ursula von der Leyen è tedesca ed è una ex ministra della Difesa. A lei è certamente chiaro lo smantellamento dell'ordine internazionale nato dopo la Seconda guerra mondiale, per mano di Donald Trump (e tra poco di Boris Johnson?). Di sicuro lei conosce il subdolo incunearsi della Russia di Putin tra le divisioni che percorrono quel che resta dell'Occidente.
La difesa europea sotto forma, inizialmente, di un pilastro europeo nella Nato, l'attribuzione di maggiori poteri all'Alto rappresentante per politica estera e difesa, la creazione di un Consiglio di sicurezza europeo, una spinta alla collaborazione tra industrie della difesa, il raggiungimento di intese tra gruppi avanzati di Stati, sono obbiettivi che l'Europa deve porsi nel quinquennio che comincia accanto alle priorità migranti e crescita. L'alternativa sarebbe una Europa a pezzi con i tre Grandi pronti a banchettare sulle sue spoglie. Ne uscirebbero male tutti, nel Vecchio Continente. Ma ben pochi quanto noi, scossi come siamo già da un perenne braccio di ferro interno e da confusi sussulti internazionali che perfezionano il nostro isolamento.
di Fabio Albanese
La Stampa, 2 agosto 2019
La Alan Kurdi a Lampedusa con 40 profughi, 52 soccorsi dalla Open Arms a largo della Libia. Il ministro dell'Interno: "Berlino ci chiede di farli sbarcare per prenderne 30 della Gregoretti". Migranti a bordo della nave Alan Kurdi dell'Ong Sea-Eye. Da ieri l'imbarcazione è a poche miglia da Lampedusa.
Il nuovo braccio di ferro sui migranti questa volta ha la stazza della "Alan Kurdi", la nave della Ong di Ratisbona "Sea-Eye" che mercoledì al largo della Libia ha salvato un gruppo di 40 migranti, in acque internazionali ma ritenute zona Sar libica, che dall'altra notte si trova 20 miglia a sud est di Lampedusa, fuori dalle acque italiane. Stavolta la contesa è tra il ministro dell'Interno Salvini e la Germania, prima ancora che con la Ong.
Salvini parla di "ricatto" di Berlino per una sorta di scambio tra i 40 migranti della "Alan Kurdi" e i 30 della "Gregoretti" che la Germania si è impegnata a ricollocare: "Ora mi sono rotto le palle", ha anche detto bruscamente Salvini. E la contesa potrebbe allargarsi visto che nel tardo pomeriggio di ieri la "Open Arms", da pochi giorni tornata davanti alla Libia, ha recuperato altri 52 migranti che ora dovranno avere un "porto sicuro".
La "Alan Kurdi", anch'essa appena arrivata in zona Sar, aveva trovato i migranti su un gommone alla deriva alle prime luci dell'alba di mercoledì, e gli aveva mandato incontro un "Rhib", una delle imbarcazioni veloci di soccorso, con un team. I 40 erano in mare da un paio di giorni: appena a bordo della "Alan Kurdi" - tra loro ci sono due donne, una delle quali incinta, e tre bimbi - sono stati rifocillati; chi aveva bisogno di assistenza medica è stato curato. Quindi, è partita la trafila per la richiesta di un "Pos", un porto sicuro in cui sbarcare, alle autorità di diversi Paesi tra cui l'Italia. Erano le stesse ore in cui ad Augusta, in Sicilia, si sbloccava la situazione della nave della Guardia costiera "Gregoretti" e sbarcavano finalmente i 116 migranti rimasti a bordo per quasi una settimana, dopo l'accordo per il ricollocamento con 5 Paesi Ue e la Cei.
Salvini aveva avvertito: "In Italia non entrano". E subito la comunicazione era stata data via radio alla nave della Ong tedesca; ieri poi l'ordine scritto di divieto di ingresso nelle acque italiane, firmato dallo stesso Salvini ma anche dai ministro della Difesa Trenta e delle Infrastrutture Toninelli, è stato consegnato al comandante della "Alan Kurdi" direttamente dai militari di una motovedetta della Guardia di finanza partita da Lampedusa. La "solita" situazione di stallo, insomma.
Se non fosse che in tarda mattinata i toni si sono improvvisamente inaspriti e a un certo punto il vice premier leghista ha parlato di una situazione "squallida e disgustosa": "Dal governo tedesco sono arrivati segnali pessimi - ha detto Salvini. Mi hanno girato una email della Commissione europea in cui c'è un ricatto da parte del governo tedesco, che si era impegnato a prendere 30 immigrati della Gregoretti, in cui dicono che li prendono se facciamo sbarcare i 40 della Alan Kurdi". Aggiungendo: "Governo tedesco e ong tedesche avvisati, mezzo salvati. Se la nave si avvicina all'Italia viene requisita e ne prenderemo il controllo. Mi sono rotto le palle".
Da bordo della "Alan Kurdi" si evita di alimentare polemiche. Gordon Isler, che di Sea-Eye è il capo, puntualizza: "Non è nostro compito entrare in conflitto con il governo italiano". E spiega che la nave resterà fuori dalle acque territoriali italiane ma pure che è stata rifiutata l'offerta della Guardia costiera libica di dirigersi verso Tripoli "perché questo avrebbe costituito violazione del diritto internazionale".
La "Open Arms", della omonima Ong spagnola, ha salvato i 52 migranti - 34 uomini, 16 donne e due bambini - ieri pomeriggio mentre erano alla deriva su un gommone: "Stavano affondando, l'acqua stava entrando nel gommone, ma siamo arrivati in tempo - ha twittato Oscar Camps, fondatore della Ong -. Ora abbiamo bisogno di un porto sicuro".
Ieri il governo di Tripoli ha ordinato la chiusura immediata di 3 "detention center", a Tajoura (dove il 3 luglio c'era stato un raid aereo con 53 morti), Al-Khoms e Misurata; le persone che vi erano rinchiuse potrebbero tentare ora la traversata, spinti anche dai trafficanti. Nell'hotspot di Pozzallo, la polizia di Ragusa ha arrestato due delle persone che erano su nave "Gregoretti": sono i presunti scafisti di una delle imbarcazioni soccorse, un senegalese di 19 anni e un gambiano di 20, riconosciuti dagli altri migranti.
di Irene Galletti
movimento5stelletoscana.it, 2 agosto 2019
Un laboratorio di pasticceria per la produzione di alimenti gluten free all'interno del carcere di Volterra. La proposta arriva dalla consigliera del Movimento 5 stelle, Irene Galletti, che ha depositato una mozione in Regione. "Con un contenuto impegno economico c'è la possibilità concreta di realizzazione di un progetto immediatamente operativo e l'attivazione di corsi di formazione in grado di coinvolgere detenuti, educatori e professionisti". Galletti ricorda che "Negli ultimi anni sono nate molte idee di progetti sociali che contribuiscono al reinserimento dei detenuti, generando attività sociali di grande valore anche economico. La casa circondariale di Volterra è in questo eccezionale per la ricchezza e varietà di iniziative". Intanto questo pomeriggio la consigliera ha incontrato la direttrice del penitenziario di Volterra per fare il punto sulla nascita del teatro in carcere: "Le risorse economiche - evidenzia - ci sono e per fortuna non saranno perdute. Domani attendiamo buone notizie dall'esito del sopralluogo tecnico, così che si possa giungere a una soluzione positiva".
di Sonia Montrella
agi.it, 2 agosto 2019
Come funzionano gli Apac: le prigioni senza armi né guardie in cui il recupero dei detenuti è reale. Ma a condizioni molto strette. È di 57 morti il bilancio delle vittime della rivolta scoppiata il 29 luglio nel carcere di Altamira, nello Stato settentrionale di Parà, in Brasile. Secondo le autorità locali, 16 detenuti sono stati decapitati mentre gli altri sono morti per asfissia dovuta a un incendio appiccato in quell'area del carcere.
Le cause della rivolta sono attribuibili a uno scontro tra membri di fazioni rivali. La vicenda è solo l'ultimo dei frequentissimi disordini che esplodono nelle carceri brasiliane, ormai considerate delle bombe a orologeria. Lo scorso 27 maggio, 40 detenuti furono uccisi in 4 diverse prigioni dello stato di Manaus, in Amazzonia.
A gennaio del 2017, 130 persone hanno perso la vita negli scontri tra le due più importanti bande del Paese, scoppiati in più carceri. Il Brasile ha la terza popolazione carceraria al mondo dopo gli Stati Uniti e la Cina, con 726.712 detenuti a giugno 2016, secondo le statistiche ufficiali. Il numero dei detenuti è il doppio della capacità delle carceri della nazione, che nello stesso anno era stimata in 368.049 persone. Insieme al grave sovraffollamento e alla violenza delle bande, rivolte e tentativi di evasione nelle carceri brasiliane non sono infrequenti.
Ma accanto al sistema carcerario tradizionale, il Brasile sta sperimentando un nuovo modello di prigione, senza armi né guardie, in cui i prigionieri hanno le chiavi delle celle, cucinano e si occupano della sicurezza. Sono le Apac, acronimo che sta per "Associazione di Protezione e Assistenza ai Condannati". Riconosciute dalla legge brasiliana, se ne contano sono circa una cinquantina su tutto il territorio e ospitano oltre 3.000 detenuti. Il metodo, nato 40 anni fa per opera di un volontario della pastorale carceraria a San Paolo, Ottoboni, si fonda sul fatto che il condannato riconosce di aver commesso un errore e decide di cambiare vita.
L'alternativa sta dando i suoi frutti: per chi ha scontato la pena all'interno di queste associazioni, si legge sul sito dell'Avsi, la recidiva scende fino al 20 per cento, rispetto alla media brasiliana che sfiora l'80. Non solo. Le Apac convengono anche: il costo di costruzione di un posto/persona è un terzo di quello del carcere comune, e il costo di mantenimento è dimezzato.
Ma come si vive in un'Apac? La prima cosa che si insegna ai "recuperandi" è quella di non tenere lo sguardo basso. Poi a lavorare per sentirsi parte della società e a studiare. Pena l'espulsione dal sistema. Nelle Apac tutti devono darsi da fare a meno che non si sia malati. In che modo? Le giornate sono scandite tra la preghiera, il lavoro e lo studio.
A seconda del reato, ogni detenuto è sottoposto a un determinato regime: chiuso, semi aperto e aperto. I detenuti partecipano ad attività di formazione al lavoro, o a laboratori diversi, e sono incaricati essi stessi di curare i luoghi in cui vivono. Sono liberi di muoversi, cancelli e sbarre, infatti, vengono serrati a chiave solo nel regime chiuso. I recuperandi indossano vestiti e non uniformi, vengono chiamati per nome, provvedono al loro sostentamento cucinando e alla loro formazione studiando per il giorno in cui usciranno dalla struttura. Le chiavi sono affidate a quei recuperandi che hanno completato il percorso riabilitativo e che vengono incaricati di gestire le celle e monitorare il comportamento dei compagni, secondo il principio di responsabilizzazione cardine della filosofia delle Apac.
Ma non si tratta di prigioni all'acqua di rose: entrare nel sistema richiede alcune precondizioni e un impegno serio. Per iniziare, il detenuto deve essere condannato in via definitiva. Poi deve aver trascorso un periodo di detenzione nel carcere tradizionale. Deve aver fatto richiesta di entrare in un'APAC e, infine, la sua famiglia deve vivere vicino al carcere perché entrerà a far parte del programma. Per mettere su un'Apac, invece, è indispensabile il coinvolgimento diretto della comunità locale e dei magistrati.
di Giampiero Marras
L'Unione Sarda, 2 agosto 2019
Il riscatto parte anche dallo studio. Il Polo Universitario Penitenziario dell'Università di Sassari ha registrato ben tre lauree nella sessione estiva. In luglio è diventato dottore in Scienze Forestali un detenuto della Casa Circondariale di Badu e Carros. Si tratta della prima laurea nell'Istituto penitenziario nuorese.
Emanuele Farris, delegato del Rettore dell'Università di Sassari per il Polo Universitario Penitenziario, ha sottolineato: "Questa laurea a Nuoro ci rende particolarmente orgogliosi perché dà senso a tanti sforzi che insieme all'Amministrazione penitenziaria portiamo avanti da anni anche nel carcere di Nuoro. Inoltre, il fatto che lo studente abbia potuto conseguire il titolo nella sede nuorese dell'università rappresenta un deciso segnale verso il pieno reinserimento nella società, una conferma che gli studi universitari possono costituire un viatico, uno strumento decisivo per chi, pur avendo sbagliato, vuole imprimere un cambiamento radicale alla propria vita".
Gli altri due neo dottori si sono laureati in Scienze Politiche e in Filosofia. Massimo dei voti per lo studente detenuto nella Casa di Reclusione di Tempio-Nuchis, che ha potuto discutere la laurea nell'Aula Magna di Sassari come il collega di Nuoro. Ha invece ottenuto la laurea a distanza uno studente in precedenza detenuto a Tempio, successivamente trasferito ad Asti, che ha discusso la tesi in videoconferenza con la commissione di laurea riunita nella Casa Circondariale di Sassari-Bancali.
Il rettore Massimo Carpinelli ha poi reso noto: "In questi giorni in cui tutti i nostri 50 studenti detenuti sono impegnatissimi a sostenere gli esami della sessione estiva, non solo stiamo inserendo un gruppo di 15 tutor negli istituti penitenziari, ma abbiamo anche aperto la segreteria del Polo, facciamo orientamento negli istituti penitenziari ai diplomati e diplomandi detenuti tutti i venerdì di luglio, e stiamo anche lavorando attivamente con il Prap e il Dap per portare i nostri servizi informatici negli istituti penitenziari".
"L'intento - prosegue Carpinelli - è quello di permettere agli studenti detenuti di gestire in prima persona la propria carriera universitaria iscrivendosi agli esami, generando i bollettini per il pagamento delle tasse, o facendo un colloquio via Skype con un docente che magari è fisicamente lontano centinaia o migliaia di chilometri. In questo momento abbiamo studenti detenuti in quattro istituti penitenziari sardi e quattro peninsulari, e non possiamo progettare uno sviluppo futuro senza guardare alle nuove tecnologie".
di Nadia Urbinati
Corriere della Sera, 2 agosto 2019
La fenomenologia del populismo al potere è faziosa: consiste nella trasformazione della politica partitica, o fatta mediante i partiti, in una politica di una parte soltanto contro l'altra o le altre. E la vicenda delle offese razziste a rappresentanti del Congresso americano che Trump ha pubblicizzato su Twitter ne è una esemplificazione. Difficile prevederne l'impatto sulla legittimità simbolica delle istituzioni dello Stato federale. La repubblica degli Stati Uniti è come un congegno pensato per operare nel tempo senza subire direttamente gli effetti delle maggioranze.
Di governi indigesti e corrotti la federazione americana ne ha avuti tanti. Eppure, la politica ordinaria non ha avuto alla fine il potere di deturpare quel meccanismo, di cui gli americani vanno fieri dai tempi del secolo di Newton: i checks and balances che tengono in permanente moto le istituzioni impedendo alla politica ordinaria di intaccarle o prenderne possesso. Il gioco degli interessi contrapposti e dei poteri di veto rende la politica concreta come un make-up, che muta un poco l'estetica del viso ma svanisce non appena il trucco è lavato via. Quel che resta al di sotto della superfetazione della politica ordinaria è una Costituzione forte e resistente all'uso.
Questo spiega ciò che agli europei sembra impossibile da ottenere: una società che ha concrezioni di razzismo, xenofobia, e anche fascismo e un regime politico che non deraglia. Il primo partito populista, ovvero sorto "dal basso", il Peoplès Party (1892) affermava di voler purificare "la repubblica" dalla corruzione e dal denaro (contro l'oligarchia e l'establishment) e però anche dai nuovi immigrati, perché non poteva "tollerare entro i propri confini degli animali ignoranti" come gli asiatici e gli immigrati del Sud ed Est Europa, che deturpavano i valori etici della repubblica, la sua ambizione di costruire "la città sulla collina". Democratici e repubblicani hanno avuto e hanno tra i loro affiliati ed elettori persone che condividono ancora idee simili. Ed è un assurdo, visto che gli Stati Uniti sono un Paese costruito da immigrati. Il fatto è che gli immigrati ai quali si assegna una funzione fondativa sono solo quelli dell'Europa cristiana protestante e bianca. A questa "razza perfetta" si deve la Costituzione più antica del mondo moderno.
Il presidente Donald Trump, che si rivolge ad alcuni cittadini americani gridando loro "tornatevene a casa vostra", condivide questa ideologia nativista. E lascia interdetti, poiché tutti i suoi concittadini, lui compreso, hanno avuto "casa" altrove prima di attraversare l'oceano. Di che casa parla dunque? In effetti, Trump ha una visione molto chiara: riconosce solo agli immigrati europei, bianchi e protestanti, la nobiltà di "immigrati" Doc. Gli altri sono e restano intrusi.
Per intenderci, nulla di nuovo in questo nativismo xenofobo. Quel che vi è di nuovo e molto inquietante è che un presidente si rivolga a rappresentanti eletti al Congresso come fossero stranieri e quindi nemici della nazione. Trump ha twittato la sua offesa razzista - "ritorna nel tuo Paese" - alla newyorchese Alexandria Ocasio-Cortez, a Rashida Tlaib di Detroit, Ayanna Pressley di Boston e Ilhan Omar del Minnesota. Tutte rappresentanti al loro primo mandato, tutte donne di colore e molto attive, tutte voci della sinistra del Partito democratico; solo una, Omar, è naturalizzata statunitense nata in Somalia. Ciò che hanno in comune è il non essere bianche, l'essere donne, e l'essere radicali.
Qual è il fatto nuovo e inquietante di questa vicenda molto grave? Il fatto che il razzismo da opinione diventi voce dell'autorità istituzionale più rappresentativa della Federazione: il tweet del presidente dice che ci sono istituzioni come il Congresso che non legittimano l'eguaglianza, che vogliono membri di un certo tipo, e la cui logica dovrebbe essere la diseguaglianza. Qui sta la gravità delle parole di Trump. Non si tratta questa volta solo di un'opinione (comunque da condannare). Si tratta di un'opinione profferita dal presidente, che razzializza con l'autorevolezza del suo ruolo istituzionale l'organo legislativo, il Congresso.
È probabile che anche in questo caso, come in altri non meno truci del passato, gli Stati Uniti restino identici a se stessi nella struttura istituzionale. Però il tenore della politica, istituzionale e non, è certamente capace di mutare la percezione e l'uso delle istituzioni. Un Paese multirazziale e davvero ricco di diversità come gli Stati Uniti ha bisogno di credere che il Congresso sia il Congresso rappresentativo di tutti.
La forza degli Stati Uniti è sempre stata questa: quale che fosse la composizione della società e le sue ideologie, le istituzioni non dovevano ufficialmente rispecchiare alcun gruppo in particolare. Che questa fosse una finzione poco importa, purché fosse creduta e i fatti confermassero questa credenza (per esempio imponendo ai presidenti l'uso di uno stile e un linguaggio consono alla loro funzione).
Il rischio di questa dichiarazione di esclusione fatta da Trump è che si squarci il velo di quella finzione: che non solo la società, ma anche la Costituzione venga identificata come concretamente di qualcuno, non di tutti. Il populismo al potere è una fenomenologia fazionalista le cui conseguenze possono essere destabilizzanti, anche qualora l'ordine istituzionale sembra immutato. Non c'è nulla di nuovo nel nativismo xenofobo. Ma è molto inquietante è che un presidente si rivolga a rappresentanti eletti al Congresso come fossero stranieri e quindi nemici della nazione
Corriere della Sera, 2 agosto 2019
L'amministrazione Trump si starebbe preparando - secondo il Washington Post - a ritirare migliaia di truppe in cambio di alcune concessioni da parte dei talebani, che comprendono un cessate il fuoco e la rinuncia a dare asilo ad al-Qaeda. L'amministrazione Trump si prepara a ritirare migliaia di truppe dall'Afghanistan in cambio di concessioni dai talebani nell'ambito di un accordo preliminare per mettere fine alla guerra che va avanti da quasi 18 anni.
A riportare la notizia il Washington Post secondo il quale il piano imporrebbe ai talebani di trattare un più ampio accordo di pace direttamente con il governo afgano, e potrebbe ridurre il numero delle truppe dalle attuali 14mila unità a 8-9 mila. Il piano sta prendendo forma dopo mesi di trattative fra i talebani e Zalmay Khalilzad, un diplomatico americano nato in Afghanistan nominato da Donald Trump lo scorso anno per il rilancio delle trattative.
Secondo indiscrezioni, l'accordo potrebbe essere finalizzato prima delle elezioni presidenziali afgane in settembre. La proposta, aggiunge il Wp, potrebbe essere accolta con scetticismo da alcuni negli Stati Uniti e in Afghanistan che dubitano dell'onestà dei talebani e sulla capacità degli Usa di verificare il rispetto dell'intesa. Ma se approvato l'accordo rappresenterebbe il passo più significativo per mettere fine alla guerra, un obiettivo che ha un appoggio bipartisan.
- Cina. Gli uiguri nei campi di detenzione, rieducazione dei musulmani cinesi
- Il grave calcolo di evocare pena capitale e fine pena mai
- Quei tanti detenuti che muoiono in cella per gravi malattie
- Carceri: al via la seconda edizione di "Per aspera ad astra"
- Giustizia. Niente accordo Lega-M5S sulla prescrizione










