di Gianmarco Aimi
La Repubblica, 20 settembre 2019
Un progetto che nasce dal dolore, ma in grado di creare amore diffuso: GrandeAle Onlus non è solo una Fondazione benefica indirizzata a un settore delicato come la cura dei bambini malati. La riprova si è avuta ieri quando è stata in grado di aprire per un giorno le porte del carcere di San Vittore.
Il calcio, aggregatore sociale, come passe-partout ideale per raccogliere fondi. Tutto nel ricordo del piccolo Alessandro, il bambino che a soli dieci anni è scomparso per una rara forma di leucemia. In campo per il torneo erano schierati: la formazione di ragazzi guariti dopo le cure, la squadra della polizia penitenziaria, quella dei detenuti, un'altra dell'Ordine degli avvocati insieme ai magistrati e quella dei The Dab Game, cioè l'associazione che si è occupata della ristrutturazione del campetto del carcere.
In prima fila mamma Luisa Mondella e papà Giorgio Maria Zancan, i motori di un effetto domino di bontà che nelle loro aspettative non vuole conoscere confini. Cinque i progetti già attivi. Prima di tutto per sostenere la ricerca, poi nell'animazione che si svolge direttamente in reparto, e ancora l'introduzione della psicologa infantile per alleviare le paure di questi "piccoli guerrieri", senza contare un fondo di grande importanza rivolto alle famiglie: "Pensate che il primo anno abbiamo utilizzato questi soldi solo per i funerali dei piccoli malati, visto che in molti non se lo potevano permettere" ha spiegato Luisa, che è un vero vulcano di idee e vitalità che contagiare chiunque le si avvicini.
Anche un campione dello sport come Alessandro "Billy" Costacurta o la cantante e conduttrice Joe Squillo, che non hanno fatto mancare la loro presenza: "È bellissimo sostenere persone che hanno sofferto tanto e ora vederle giocare e tornare alla normalità" hanno dichiarato. Ma la beneficenza potrebbe fare poco se al suo fianco non ci fosse la scienza. Infatti, nel consiglio della Fondazione è presente il dottor Momcilo Jankovic, luminare nella cura della leucemia infantile: "Ricerca non significa sperimentazione, ma progresso nella medicina. Ad oggi le cure consentono la guarigione nell'80% dei casi, perciò non dobbiamo fermarci".
Gli esempi tangibili del suo lavoro erano all'interno del rettangolo verde, con le divise fosforescenti e gli scarpini lucidi, pronti a sfidare qualsiasi avversario. Si trattava di quei bambini un tempo affetti da questa tremenda malattia, che dopo averla superata sono riusciti a diventare genitori e a formare a loro volta famiglie.
Soddisfatta anche Manuela Federico, comandante della polizia penitenziaria, che quando ha conosciuto la mamma di Alessandro ha fatto di tutto per cercare di unire l'esigenza di supporto ai malati a quella di recupero dei detenuti che scontano giornalmente la pena nella casa circondariale milanese: "Siamo contenti di far parte di una storia d'amore così speciale che ha toccato nel profondo i miei agenti, in particolare dopo la visita all'ospedale San Gerardo di Monza".
Tale la forza del messaggio di GrandeAle Onlus, che ha voluto essere in campo anche Fabrizio Corona, recluso a San Vittore per aver violato le regole dell'affidamento terapeutico all'esterno del carcere. L'ex re dei paparazzi è apparso in buona forma, oltre che particolarmente motivavo tra i pali. Unico vezzo, l'aver scelto un completo total black a dispetto della squadra di appartenenza (in arancione). Poco male, visto il sostegno che è sembrato più che convinto a una iniziativa così importante.
di Franco Giubilei
La Stampa, 20 settembre 2019
Polemiche per la pubblicità aggressiva delle bevande: "Sbagliato associarle all'idea di successo". I ragazzi italiani possono bere alcolici per svariati motivi - per sentirsi meglio insieme, perché semplicemente gliene offrono e gli piace, perché vogliono sballarsi - ma il dato di fatto è che molti di loro bevono tanto. Troppo.
E cominciano a farlo sempre prima, addirittura a 11 anni, dato che ci mette al primo posto in Europa nella posizione poco invidiabile di nazione più precoce. I numeri più recenti dell'Istituto superiore di sanità (Iss) parlano di 700mila consumatori a rischio nella fascia d'età compresa fra gli 11 e i 17 anni, "un pianeta del tutto inesplorato", commenta il prof. Emanuele Scafato, direttore dell'Osservatorio nazionale sull'alcol dell'Iss.
Su di loro, gli under 18, si concentrano le preoccupazioni maggiori, anche se non si può dimenticare che dai 18 ai 25 anni ce ne sono altri 850mila di giovani potenzialmente problematici, cioè ragazzi che mediamente mandano giù più di due bicchieri al giorno (i maschi, per le femmine il parametro è un bicchiere quotidiano). C'è poi un mondo ancora più specifico che spesso si interseca con l'altro, quello dei "binge drinker", cioè di quanti consumano alcolici con lo scopo deliberato di ubriacarsi: cinque, sei bicchieri bevuti in un'unica occasione nello spazio di una-due ore, fino ad ammucchiare 60 grammi di alcol quando il fegato è in grado di smaltirne al massimo 6 in un'ora.
Anche qui è un esercito, 900mila sotto i 25 anni, così suddivisi: 100mila fra gli 11 e i 17, 310mila fra i 18 e i 20 e quasi mezzo milione fra i 21 e i 25. "Il problema dell'alcol è che disinibisce, facendo sentire i ragazzi più sicuri e spavaldi - aggiunge Scafato. È un lubrificante sociale e ha molto appeal fra i giovani proprio per questo; se bevono con questo obiettivo, però, la prima volta si euforizzano con un bicchiere e la volta successiva dovranno prenderne due per raggiungere la stessa sensazione, e così via, fino a inguaiarsi. È il meccanismo della tolleranza, lo stesso dell'eroina".
La distrazione degli adulti, spiega l'esperto, ha creato "una generazione chimica che ha elaborato ritualità precise nell'andare a bere": si comincia col soft drink, poi si passa a birra o vino, spesso a buon prezzo e di scarsa qualità, si passa a bevande con superalcolici e infine, quando le forze si affievoliscono - tecnicamente "il down" - ci si tira su con gli energy drink.
Di fronte a questa altalena in cui spesso e volentieri si insinuano le droghe comunemente dette, si risponde con "armi spuntate", del tutto inadeguate rispetto all'emergenza: "Solo un medico di medicina generale su tre sa che strumento usare per individuare un consumo problematico di alcol - dice Scafato.
È un semplice questionario di tre domande per capire quanto beve, con che frequenza e quante volte un ragazzo si è intossicato con alcolici. Stiamo spingendo per farne uno strumento di prevenzione". Sempre in materia di prevenzione, il medico insiste sulla necessità di "ostacolare gli happy hour, di non rendere gli alcolici più convenienti delle altre bevande e di ridurre l'aggressività del marketing".
Un tasto dolentissimo, questo della pubblicità degli alcolici senza freni: "La diffusione dell'alcol fra i ragazzi va peggiorando perché c'è sempre più normalizzazione dell'uso. La pubblicità non dovrebbe appellarsi al successo sociale e sessuale associato al consumo, pratica proibita in Francia, oltre che dalle direttive Ue". Peccato che da noi ci si limiti al "bere responsabilmente", concetto del tutto fuori luogo con gli adolescenti, che per natura responsabili non sono, e che siano "gli stessi pubblicitari e produttori a regolamentare i contenuti degli spot". Che è un po' come chiedere all'oste se il suo vino fa male.
di Daniela Piana
Il Dubbio, 20 settembre 2019
L'algoritmo rende la macchina dello Stato più veloce ed efficiente, ma non più giusta. Se c'é qualcosa di cui una democrazia che funziona ha bisogno, questo "qualcosa" sono le garanzie, ovvero i baluardi di cui nessuno parla fino a quando non si rischia di perdere, per ragioni spesso contingenti o per fattori congiunturali, il patrimonio costituzionale fatto di diritti individuali e di tutele collettive.
Ciò è particolarmente vero in tempi in cui all'intelligenza delle istituzioni, cosi come le abbiamo configurate, ossia improntate sulla base di procedure e funzioni, si accosta a grandi e rapidi passi un'intelligenza alternativa.
Possibilmente complementare a questa: quella che deriva dalla capacità computazionale di dispositivi sofisticati applicati a basi date massive, disponibili ormai in formato digitale. Di queste garanzie si devono oggi occupare più che mai coloro che ne sono esperti, gli attori dello Stato di diritto nelle loro configurazioni istituzionali, Cnf, Csm e il governo nell'espressione del Ministero della Giustizia e del Ministero della Innovazione Tecnologica, accomunati, da un lato, dalla consapevolezza di quanto delicato sia l'equilibrio necessario al buon funzionamento della giurisdizione e, dall'altro lato, dalla capacità di fare della trasparenza e dell'eguale accesso le pre- condizioni di uno sviluppo scientifico e tecnologico foriero di sviluppo umano e sociale.
È domenica. C'é il sole. Decidete di andare al mare. Salite sull'auto e impostate il navigatore. Indirizzo di arrivo, alcune opzioni specifiche sulla tipologia di itinerario che desiderate escludere, criteri di priorità - economicità, velocità, lunghezza. Il navigatore si connette al mondo dei dati, calcola, determina un itinerario e vi guida. Eppure qualcosa non torna. Ad uno svincolo autostradale le indicazioni fisiche sono in contraddizione con quelle del vostro navigatore di auto. Che fare?
Spegnere il navigatore, seguire quest'ultimo senza alcuna valutazione comparata di affidabilità - per esempio comparando con la vostra esperienza -, oppure combinare le due fonti di informazioni. Ed ecco allora che l'expertise diventa cruciale. Quando interrompere l' "effetto guida" del navigatore per introdurre un "adattamento" esperto dell'intelligenza umana? Quando affidarsi, pur con qualche perplessità, ma pensando che dopotutto il rischio dell'errore del navigatore è basso? Quando invece stabilire che vale proprio la pena affidarsi perché vi mancano dei dati, ad esempio se sono state modificate le istruzioni di viabilità?
Nel momento in cui il "navigatore" si applica ai dati che riguardano le domande di soluzione di problemi aventi rilievi giuridici, ai dati che attengono alla applicazione di norme che definiscono diritti e prerogative, ai risultati della interpretazione giurisprudenziale, ai dati che attengono all'interazione fra cittadino ed istituzione in genere, allora il ruolo degli esperti delle garanzie nello Stato di diritto di cui realmente ogni cittadino può fruire, nell'epoca della trasformazione tecnologica, digitale, computazionale, deve divenire fondativo e dirimente.
Non si tratta di trasformare le professionalità degli attori che operano nel Cnf, nel Csm e nei Ministeri interessati, chiedendo loro di avere la maîtrise di competenze squisitamente matematiche. Ben il contrario. Si tratta di portare tutta la filiera, dalla profilazione dei bisogni organizzativi, alla progettazione, sviluppo, utilizzo e consolidamento dei dispositivi algoritmici e più generalmente dei sistemi esperti basati sull'intelligenza artificiale in uno spazio che deve essere partecipato, in cui innanzitutto gli esperti delle garanzie abbiano voce.
Come per il navigatore fra dati sulla viabilità, la determinazione di quali criteri usare per "orientare" la ricerca dei dati, l'elaborazione dell'informazione ivi contenuta e la validazione di un ventaglio di opzioni con cui rispondere ad un problema - gli itinerari possibili per andare da "A" a "B" - è una scelta che dipende da cosa per noi conta, da cosa ha valore. Altrettanto la scelta di quali priorità assegnare ai dati da cui estrarre le informazioni che formano le regole di calcolo dei dispositivi algoritmici deve essere fatta in uno spazio suscettibile di rispondere alle garanzie costituzionali e alle garanzie processuali, rappresentazione scritta di una ideale di fondo: l'umano al centro della ingegneria istituzionale.
Gli esperti delle garanzie sono gli attori istituzionali che hanno la conoscenza della singolarità, ma possono - devono - ragionare in termini di effetti di interdipendenza, fra trasparenza, certezza della risposta del decisore pubblico, efficienza, rapidità, efficacia, leggibilità. Posto che in ogni società il bilanciamento fra questi principi si situa legittimamente in un punto diverso, dato il set che bilancia e combina questi criteri, a chi spetta la prospettazione di quali soluzioni offrire?
Se in una società si preferisce la certezza della decisione alla sua leggibilità, l'applicazione di dispositivi computazionali al mondo della giustizia ne dovrà tenere conto, sapendo anche la razionalità matematica si confronta con un trade off: massimizzare le due cose non è possibile e più si cerca di rendere il processo di machine learning leggibile dall'esterno, meno diviene esatto sul piano matematico.
L'autonomia e la terzietà degli esperti delle garanzie vanno tutelate: solo istituzioni che possono instaurare rapporti di equilibrata collaborazione con gli attori economici che sviluppano la tecnologia sono in grado di fare si che l'intelligenza artificiale applicata nel rapporto fra cittadini e istituzioni sia rispondente ai principi del primato delle norme del diritto, prima che a qualsiasi altro tipo di normatività, anche quella matematica e informatica.
Insomma si immagini una "danza delle intelligenze", guidata da bussole esperte, non delle intelligenze, ma delle garanzie entro cui esse - le intelligenze - si dispiegano, si combinano, si parlano e si ibridano. Garanzie che non si applicano in modo deduttivo, ma che vanno ribadite, dette, narrate, condivise, come lo si fa con un patrimonio prezioso, il cui valore è diffuso, fra ambiti di vita economica, sociale, politica, e fra generazioni. Per contro, anche gli attori che sviluppano la tecnologia sapranno di muoversi in uno spazio dove non si utilizzano le norme garanti di diritti individuali a valle, ex post, in via di sanzione. Essi saranno chiamati, laddove gli strumenti tecnologici, informatici, matematici, trovano utilizzo nel settore pubblico, a farsi carico di un impegno di lungo periodo, in un percorso di innovazione partecipata fin dall'inizio rispondente al primato della regola del diritto.
E c'è un di più, di cui poco si parla. Ragionare sui sistemi esperti e quindi sulla conoscenza che viene utilizzata da coloro che decidono di diritti individuali - non solo attraverso la soluzione di controversie ma anche attraverso la erogazione di servizi in senso ampio - significa fare un passaggio importante, non compiuto e purtuttavia necessario. Il sistema esperto che si basa sull'algoritmo deve essere equiparato ad una qualsiasi altra fonte di conoscenza tecnica e scientifica, quindi oggetto di contraddittorio o, in altro ambito, oggetto di dialettica, pluralità di voci. Perché di fatto, chi decide quali priorità assegnare al navigatore - se l'itinerario più veloce, o quello più economico, o quello più corto - deve essere un eco- sistema di attori che si confrontano, senza che la verità - anche quella matematica - sia asserita in modo apodittico.
recensione di Laura Ricci
letteratemagazine.it, 20 settembre 2019
Ancora un'insegnante tra le detenute e un trauma condiviso. Il valore dello scrivere e il reciproco sostenersi nella segregazione di Sollicciano. Un linguaggio che sorprende in tempi di sciatteria linguistica nel libro di Monica Sarsini (che è pure un'artista). Il titolo è "Io e Agnese", la donna lunatica e vitale con cui ha maggiore feeling.
Un libro "sottile", di quella dimensione che si sceglie volentieri perché ci accompagni, senza soluzione di continuità, lungo un viaggio in treno. E al tempo stesso un libro denso, profondo, in cui ogni parola ha la sua ragione di essere nell'economia del tutto, e la sottigliezza non sta solo nello spessore del dorso del volume, ma nella costruzione della struttura del racconto, nel dipanarsi del pensiero e nella cura della forma narrativa. Sto parlando di "Io e Agnese", l'ultimo libro di Monica Sarsini, che anche si avvale di un saggio sull'autrice di Ernestina Pellegrini.
Il lavoro va a completare una trilogia narrativa scaturita dai corsi di scrittura tenuti dalla scrittrice nella sezione femminile del carcere di Sollicciano, i cui primi due volumi - "Alice nel paese delle domandine" (2011) e "Alice, la guardia e l'asino bianco" (2013) - sono stati pubblicati da Le Lettere di Firenze. C'è però, rispetto ai precedenti libri, uno spostamento, un diverso e originale esperimento di scrittura che non tira in ballo soltanto l'esperienza carceraria, le storie delle donne che frequentano il laboratorio e la relazione tra loro e tra loro e la docente, ma anche il nocciolo più duro, segreto e oscuro del vissuto più intimo e forse irrisolto della narratrice; che rievoca, intrecciata alle vite estreme delle detenute, una sua precoce e altrettanto estrema tragedia familiare: la perdita nell'infanzia dell'adorato fratellino, colpito involontariamente e mortalmente alla nuca da una cartuccia da leprotti scagliata dal suo più assiduo compagno di giochi.
E anche nei confronti di quella narrazione del sé che giustamente Ernestina Pellegrini definisce una "poetica del trauma" si fa avanti una sperimentazione più complessa e nuova, in cui la scrittura monologante legata al proprio vissuto non rimane avvitata alla disperazione del proprio io, ma continuamente si intreccia e si raffronta con il vissuto e le storie di Agnese e le altre - Alessia, Daniela, Katia, Laura, Susanna, Giada, Rosalina, Elisa, Malina - le prigioniere del fuori piuttosto che del sé, creando una poetica del rispecchiamento che rispetto all'io stabilisce un'oggettivazione e una distanza e, rispetto alle altre, un avvicinamento al loro esistere.
Si determina, in sintesi, un nesso relazionale, in cui non sono tanto le storie di violenza, droga, abbandono, povertà, furti e fughe, peraltro appena tratteggiate con pudore, a contare - del tutto assente, fortunatamente, l'estetizzazione della vita carceraria - quanto la ricerca e il valore dello scrivere e il reciproco sostenersi in una segregazione e in una solitudine differenti ma comuni, così da permettere all'autrice, verso la fine del libro, di dichiarare: "Escono di qui e ci tornano quasi sempre, colpite dagli stessi sintomi che ce le avevano portate, la fame, la debolezza, l'emarginazione che non sono state aiutate a risolvere.
Come del resto io, con i miei sortilegi, sono dovuta venire fino a qui, in questo luogo che non esiste, almeno per arrivare a vedere che cosa c'è dentro di me. Spero che anche per loro stare insieme a me sia servito a mettere a fuoco una visione".
Viene da chiedersi perché tra tutte le detenute - tutte osservate, avvicinate, curate - la prescelta sia proprio Agnese. È con lei, infatti, che come non infrequentemente accade tra maestra/o e allieva/o, si stabilisce una relazione privilegiata, se non addirittura talvolta rovesciata, come se fosse la docente ad attingere forza dalla sfortunata ma vitale determinata allieva. Agnese perché è intelligente e sensibile, perché è leader e sa di esserlo, perché trascina le altre. Perché è ribelle e non sempre affidabile - si legga in questo senso, oltre che come iniziazione alla sterminata complessità della vita, l'episodio emblematico dell'uscita docente-allieva al Museo Antropologico - ma in definitiva a suo modo sta ai patti. Perché è lunatica, alterna, ma sa manifestare il suo affetto. Perché ha bisogno di essere rincuorata ma sa rincuorare.
Per la sua padronanza delle circostanze, perché sa essere fiera anche lì, "dove la vorrebbero appassita dai pentimenti per essere sicuri che è guarita". Per una similarità nella differenza forse, perché diffusa e impeccabile nel dire delle condizioni del carcere, "di sé, della sua vita passata si è fatta un rifugio per apparire anche ai suoi occhi impenetrabile".
La prigione, per l'io narrante del libro - che come Ernestina Pellegrini fa giustamente notare non è detto che sia l'essere anagrafico che ha nome Monica Sarsini - è l'insistere della perdita, non rimossa ma coltivata per sentire accanto l'amata presenza fraterna, l'incapacità di una strada del perdono - "ho paura di quello che penso, ma il concetto di perdono non si è fatto avanti in me come rimedio" - e, al tempo stesso, di quello che potrebbe essere lo sfogo della vendetta, l'eruzione del dolore della psiche nei mali del corpo, il premere della tensione che solo nella parola scritta, che riesce a dire l'indicibile, finalmente si allenta.
Poetica del trauma, scrittura che nasce ricca, affilata, eccentrica, precisa nel romitaggio scelto come modalità esistenziale e come ascesi del creare. Linguaggio prezioso, quasi orgiasticamente sensualmente scatenato dal silenzio e dall'osservazione minuta della realtà - piante, animali, luoghi, ambienti - ma tagliato e rifinito dalla lama dello stile.
Un linguaggio che spiazza e sorprende in questi tempi di sciatteria linguistica, e che proprio per questa sua preziosa, abbondante ricchezza si fa scegliere e gustare. Un linguaggio antico, imbevuto di termini desueti o di toscanismi che altro non sono che scaglie dimenticate della vasta simbologia della lingua. Per ricordarci che una pratica del dire non banalmente standardizzata ma accuratamente selezionata, vissuta, masticata, digerita, diventa quasi un'iniziazione mistica in grado di restituire la complessità del reale e, nel grande teatro dell'universo, di medicare le ferite attraverso un amoroso esercizio di osservazione e restituzione dell'altro da sé. E magari, proprio per questa orgia avvincente di parole, il libro lo leggerete una seconda volta, andata e ritorno, per godere appieno non tanto la trama ormai conosciuta, quanto la trascinante vertigine della lingua.
Monica Sarsini, Io e Agnese, Postfazione di Ernestina Pellegrini, Vita Activa Editoria, 2019, Trieste.
ilvaglio.it, 20 settembre 2019
Il 23 settembre alle ore 9,30 si svolgerà alla Casa circondariale di Benevento il laboratorio creativo "Gli ultimi saranno - Conforto dell'arte, vicinanza delle istituzioni". Raffaele Bruno insieme al gruppo di musicisti, attrici e attori campani, formato da Federica Palo, Maurizio Capone, Massimo De Vita e Enzo Colursi, darà vita ad un rito di improvvisazione che vedrà i detenuti non solo come spettatori, ma anche parte integrante dell'evento.
L'arte come strumento di riavvicinamento tra le persone e di inclusione di chi vive ai margini della società, questo è il proposito del progetto, che vede in prima linea nell'ideazione e nell'organizzazione Raffaele Bruno, direttore artistico del collettivo "Delirio Creativo", è stato assistente di Stefano Benni nei suoi seminari, autore di testi teatrali e canzoni, ha una esperienza decennale nell'insegnamento in contesti diversi (scuole, carceri, comunità, centri per pazienti psichiatrici, aziende e compagnie teatrali). Da marzo 2018 è deputato con il Movimento5stelle.
"È tempo di prendersi cura degli emarginati affinché anche loro abbiano la possibilità di sognare e scegliere cosa fare della loro vita. È compito delle istituzioni comprendere, ascoltando, i bisogni delle persone in condizioni di criticità". Raffaele Bruno precisa, nella nota diffusa alla stampa: "Con questo progetto prestiamo attenzione a quelli che la società tratta da 'ultimi', tenendoli ai margini. Al via, quindi, una serie di attività finalizzate a porre l'attenzione su questo tema, troppo spesso ai margini del dibattito pubblico".
Il progetto "Gli ultimi saranno" prevede una serie di appuntamenti nelle carceri, nelle comunità, negli ospedali e nelle scuole per coinvolgere tutti i destinatari attraverso laboratori creativi, in cui i partecipanti avranno spazio per mostrare il loro talento, interagendo con gli artisti.
L'iniziativa si inserisce in un progetto più ampio di diffusione e valorizzazione dei laboratori creativi attivi nei luoghi di sofferenza, che mira a mettere in evidenza gli straordinari risultati sulle persone che vi partecipano. Numerosi sono gli appuntamenti in programma: 30 settembre, Casa circondariale di Roma Regina Coeli; 4 novembre Casa circondariale femminile di Pozzuoli (Na); 18 novembre, Casa di reclusione di Sant'Angelo dei Lombardi (Av); 30 novembre, Casa circondariale di Secondigliano (Na); 2 dicembre, Casa circondariale di Salerno; 16 dicembre, Casa di reclusione di Eboli (Sa).
quinewsvolterra.it, 20 settembre 2019
La birra è in preparazione e così il pomodoro per la pizza. Ancora qualche settimana di lavoro e gli ingredienti principali per la cena con menu pizza e birra saranno pronti. Nulla di speciale, se non fosse per le persone e i luoghi che incorniciano questa storia: cinque persone in esecuzione penale, che stanno imparando a produrre birra dentro il carcere di Volterra, e cinque richiedenti asilo, alle prese con la filiera del pomodoro presso l'azienda BioColombini srl.
Si chiama progetto FairMenti ed è nel vivo delle sue attività: promosso e finanziato dalla Regione Toscana con capofila l'Associazione di promozione sociale AGRIcultura sociale - Onlus in collaborazione con l'Associazione Arci - La Staffetta, Arnera Cooperativa sociale onlus, l'azienda agricola BioColombini srl e con il sostegno dell'Uepe (Ufficio esecuzione penale esterna) Coldiretti, CIA e di Federsanità - Anci Toscana, questo progetto si rivolge a persone in situazione di svantaggio che possano trovare nell'agricoltura sociale percorsi di inclusione, formazione ed inserimento lavorativo.
Per questo si lavora con impegno ed entusiasmo, su due percorsi distinti ma connessi: nelle terre di BioColombini si coltivano i pomodori, mentre con La Staffetta, a Volterra, si fa la birra. I dieci protagonisti di questo progetto hanno un unico obiettivo formativo e di integrazione che coinvolge sia la filiera orticola che quella brassicola. Circa 15 ore settimanali, con corsi integrati di HACCP e Sicurezza a cura dell'azienda: una preparazione completa al mondo del lavoro che si chiuderà con una festa, in programma per ottobre.
In questi mesi i cinque richiedenti asilo hanno seguito e imparato ogni fase della coltivazione del pomodoro, dal trapianto delle piantine, passando per la legatura e la pulizia dalle erbe infestanti, fino alla raccolta. Dalla teoria alla pratica dunque, ed il tutto attraverso un metodo di produzione rigorosamente biologico.
La Birra al Coriandolo Bio Toscano è invece il punto di arrivo del percorso brassicolo. Il luppolo viene dalla società agricola Versil Green by Oligea, diretta da Elena Giannini, vice presidente di Coldiretti Lucca, che ha messo a disposizione una selezione di cultivar in sinergia con La Staffetta. Il percorso formativo viene svolto all'interno del Carcere di Volterra e coinvolge cinque persone di cui quattro uomini in esecuzione penale e una ragazza che ha già scontato la pena. Le didattica è cominciata a Maggio ed ha visto, nel mese di Settembre, il culmine del progetto formativo nella cotta didattica di birra artigianale della durata di otto ore, dalla macinatura alla successiva fase di ammostamento, bollitura e successivo inoculo del lievito che fermenterà per altri 15 giorni.
In tempo per la cena finale in programma a ottobre, prevista per un centinaio di persone e il cui ricavato andrà al carcere stesso. "L'importanza di fare la birra in carcere da parte dei detenuti è legata alla possibilità di sfruttare queste competenze nel mondo del lavoro sia durante i permessi premio che dopo il fine pena", commenta Matteo Iannone de La Staffetta. "Infatti La Staffetta si impegnerà anche dopo il progetto Fairmenti a includere con progetti ad hoc nei suoi birrifici alcuni dei detenuti che hanno partecipato al progetto".
"È un onore per noi fa parte di questo progetto - commenta Fabrizio Filippi, presidente di Coldiretti Pisa -. L'agricoltura sociale da sempre è un obbiettivo della confederazione e della Fondazione Campagna Amica, che l'anno scorso ha dato vita ad una rete di agricoltura sociale che già conta 937 aziende in tutta Italia. L'agricoltura sociale è lo sviluppo più avanzato della multifunzionalità - conclude - che abbiamo fortemente sostenuto per avvicinare le imprese agricole ai cittadini e conciliare lo sviluppo economico con la sostenibilità ambientale e sociale".
di Chiara Amati
Sette - Corriere della Sera, 20 settembre 2019
In dialetto milanese indica, in maniera affettuosa, chi è "nato male" senza, per questo, cedere alla sventura. Ma oggi il termine "Malnatt" è anche un marchio, quello dell'omonima birra agricola prodotta dai detenuti dei tre istituti penitenziari milanesi, San Vittore, Bollate e Opera. Il progetto - uno dei pochi a coinvolgere insieme le tre carceri - parte due anni or sono dal desiderio, forte e condiviso, di fare economia sostenibile.
A spiegarlo è Filippo Ghidoni, titolare dell'azienda agricola La Morosina, nel parco del Ticino, che è partner dell'iniziativa insieme all'agenzia di comunicazione Take e al distributore Pesce: "Provo soddisfazione emotiva tutte le volte che riesco a offrire un impiego a chi ha una storia meno fortunata della mia.
Finora sono stati per lo più richiedenti asilo politico. Poi, l'incontro provvidenziale con Massimo Barboni, oggi consulente nel settore del beverage, ha portato a questa esaltante virata. E al coinvolgimento di Giacinto Siciliano, che dirige San Vittore. Il resto è storia di questi giorni". Perché è proprio in questi giorni che un detenuto comincia il suo tirocinio.
"Sei ore al giorno per sei mesi, dentro a un concreto percorso formativo lungo tutte le fasi della lavorazione. Dopodiché, se si sarà dimostrato responsabile e a lui andrà bene, potrà continuare con noi", specifica Ghidoni. "L'obiettivo è quello di assumere dieci detenuti nei prossimi due anni. Il lavoro c'è".
E tutto per la realizzazione delle birre: tre - San Vittore, Opera e Bollate dai nomi delle rispettive case circondariali - non filtrate, non pastorizzate e rifermentate in bottiglia sotto l'occhio vigile di Iens Berthelsen, mastro birraio responsabile della produzione. E tutte preparate con ricette diverse così da avere gusti e caratteristiche inconfondibili. Uno solo, invece, il logo: quattro linee stilizzate verticali trapassate da un volo di rondine che muove verso l'alto.
"Un segno ciclico nell'immaginario carcerario, simbolo di attesa e speranza, che si trasforma in un'ascesa crescente e liberatoria in direzione del proprio riscatto", rimarca Ghidoni. "Realizzare queste birre, dando una seconda opportunità a chi ha sbagliato, e poterle commercializzare da Milano a Pavia, hinterland compresi, è per tutti noi una vittoria di civiltà".
di Nadia Urbinati
Il Manifesto, 20 settembre 2019
Bisogna essere consapevoli che non c'è solo il profitto economico, ma c'è una pluralità di beni il cui ottenimento richiede metodi e principi distributivi diversi. Quando abbiamo pubblicato il nostro libro-intervista Utopia Europa, poche settimane prima delle elezioni europee, nulla era ancora successo. A distanza di pochi mesi ci troviamo con un altro governo, ben diverso da quello nel quale dominava Matteo Salvini. Questo rovesciamento di fronte ha avuto l'indubbio merito di rilanciare le aspirazioni di quanti, nel nostro e in altri paesi, vedono nell'Unione europea una straordinaria opportunità da sfruttare al meglio piuttosto che un ostacolo da abbattere. Ciò avviene in un momento in cui le cancellerie europee, dopo aver toccato con mano i rischi di una deriva sovranista, sembrano finalmente disposte a nuove aperture sul fronte dell'immigrazione, della crescita economica e della giustizia sociale. Ci sono ora le condizioni affinché le aspirazioni che hanno motivato quel nostro libro diventino pragmaticamente realistiche.
La prima è il ritorno in campo dell'Italia che può rappresentare in questa fase - all'opposto della situazione di isolamento in cui ci aveva cacciato il precedente governo - un'importante leva in Europa per spostare l'ago della bilancia verso una maggiore coralità, dopo anni in cui erano sostanzialmente Parigi e Berlino a dettare l'agenda continentale. Si torna alla pratica della trattativa, delle soluzioni condivise per affrontare problemi epocali come l'immigrazione, che vanno ben oltre la capacità dei singoli stati e che si spera porteranno l'Europa non solo a discutere di quote, ma a riformare finalmente Dublino e, inoltre, a proporsi come attore internazionale nella risoluzione della crisi libica e nell'adozione di politiche di cooperazione con i paesi africani.
È questa l'Europea che ci può rendere più sicuri. È questa la politica che meglio incontra gli interessi del nostro paese e dei paesi europei. Tutto bene allora? Non proprio. Si tratta di capire meglio quali siano le reali aspirazioni del nostro governo, sulla base delle quali va giudicato. La proposta avanzata dal Presidente del consiglio sull'immigrazione, che ricalca in molti punti quella votata dal Parlamento europeo, sembra un passo nella giusta direzione. Soprattutto se preludio ad una riforma di Dublino.
Sul fronte dell'economia, sono apparse convincenti le affermazioni del ministro Gualtieri contro la flat tax, strumento di ingiustizia redistributiva che privilegia i ricchi e non allevia il peso fiscale di chi ha meno - una proposta anticostituzionale, come l'ha definita lo stesso ministro. Così come mettere in cantiere una politica antievasione non più solo repressiva ma fondata su incentivi, e avviare politiche di stimolo alla produzione. Proposte non più utopistiche anche per la convenienza che potrebbe avere la Germania a una nuova politica riformista per stimolare la sua di crescita, dopo aver imposto per anni la linea dura del rigore, del risparmio e del non debito. Segnali di novità che non devono indurre in facili illusioni. Per cambiare rotta e mettere mano con coerenza alle ragioni che hanno dato ossigeno alla protesta populista, la discontinuità che dovrebbe ora perseguire l'Europa sta nella fine delle politiche di contenimento della spesa pubblica in quei settori cruciali come la scuola, la formazione, la sanità, che hanno per anni subito una draconiana politica di tagli.
In altre parole, appare decisivo per l'Europa marcare una discontinuità con il "duro neoliberalismo economico" che, a partire dalla crisi economica, ha mosso le istituzioni meno rappresentative dell'Unione in una logica esclusiva di restaurazione dei vincoli di mercato, con il risultato che masse crescenti di popolazione, proprio qui, nelle nostre democrazie, si sono sentite defraudate e abbandonate al loro destino. Per citare Michael Walzer, bisogna essere consapevoli che non c'è solo il profitto economico, ma c'è una pluralità di beni il cui ottenimento richiede metodi e principi distributivi diversi. E tra i beni quello della dignità della persona è, come recita la nostra Costituzione, fondamentale.
L'altro tema è la necessità di un riavvicinamento tra la rappresentanza politica europea e i rappresentati. Ma come, se strumenti tradizionali di mediazione come i partiti non funzionano più come una volta? Oltre ad un rilancio di organizzazioni meno leaderistiche e più articolate e plurali, antidoto al potere di lobbies e gruppi di pressione, occorre avere il coraggio di percorrere fino in fondo strade nuove, usando ad esempio la rete per stabilire relazioni di consultazione e di conoscenza diretta di come operano le istituzioni europee. Abbiamo già gli strumenti per operare in questo senso.
La comunicazione può essere cruciale per una rinascita democratica. Il confronto tra democrazia e populismo passa non solo dalla conta dei voti, ma anche dallo stile politico e dalle forme di comunicazione. La vera sfida è adesso sfruttare le potenzialità di internet per strutturare una politica della comunicazione e della conoscenza contro la manipolazione propagandistica dei populisti.
di Alessandra Coppola
Corriere della Sera, 20 settembre 2019
Wiersum difendeva il pentito di un processo-chiave. Sono le 7.30 di mercoledì mattina quando Amsterdam, che credeva di essere in Olanda, si risveglia nella Colombia degli anni Ottanta. L'avvocato Derk Wiersum saluta i figli, esce di casa, fa pochi passi e cade riverso sul vialetto, colpito da un ragazzino incappucciato - 16, massimo vent'anni - che dopo aver sparato fugge a piedi.
"Sono scioccato - dice al telefono Wouter Laumans, autore già nel 2014 di Mocro Maffia, libro-inchiesta e poi serie tv -. Derk era semplicemente uno che faceva il suo lavoro. L'avevo incrociato più volte in tribunale...". Il suo lavoro, però, riguardava la difesa di Nabil Bakkali, principale "pentito" al processo del momento: 5 omicidi tra il 2015 e il 2017; 16 imputati tra cui due latitanti considerati "pericolosi". All'annuncio della collaborazione con la giustizia, un anno fa, il fratello di Bakkali era stato assassinato; cionondimeno il ragazzo aveva affidato al legale 1.500 pagine di dichiarazioni contro la gang Distillato della guerra per il narcotraffico che dilaga esattamente in questa porzione di Europa.
Un rapporto di "InSightCrime" indicava a gennaio che i sequestri di cocaina tra il porti di Rotterdam e di Anversa (appena oltre la frontiera belga) sono aumentati di oltre un quarto nell'arco di un anno, fino a raggiungere le 73 mila tonnellate: segnale di una moltiplicazione degli "sbarchi" dall'America Latina (la stima è di 200 mila tonnellate dal valore di 5 miliardi di euro). Appena qualche giorno fa gli inquirenti hanno rintracciato una nuova rotta che collega direttamente la città brasiliana di Santos alla costa olandese. È lo stesso sindacato di polizia ad aver coniato per i Paesi Bassi la definizione di "narco-Stato".
Tanta droga, stoccata tra questi canali come se fosse un gigantesco hub clandestino; distribuita per il resto del Continente grazie a un sistema di assistenza logistica e finanziaria che è nato per il commercio legale, ma che si è rivelato perfetto, a maggior ragione, per quello "sotterraneo". In un clima generale di fiducia ai confini con l'ingenuità. Tanti soldi, che inevitabilmente hanno attirato interessi più o meno organizzati. I vecchi banditi olandesi, specializzati nella produzione di droghe sintetiche; le mafie intercontinentali, dalla 'ndrangheta calabrese ai turchi. Ma anche, sempre di più, un giovane crimine locale, figlio delle Antille olandesi e dell'immigrazione dal Marocco, ormai da tempo uscito allo scoperto. Macchine di grossa cilindrata, musica a tutto volume, AK47 e omicidi tra la folla: non è la prima volta che si spara platealmente ad Amsterdam.
L'inchiesta di Laumans era cominciata nel 2012 con la guerra tra bande innescata dal furto di una grossa partita di cocaina, almeno 16 morti tra Olanda, Belgio e Spagna; agguati all'uscita dei bar dove si fumano narghilè; teste decapitate rinvenute nei bagagliai; un clamoroso scambio di persona: un ignaro trentenne che guidava lo stesso modello di automobile del bersaglio prestabilito. E poi ancora altre vittime. Appena qualche ora prima dell'avvocato, nella notte tra martedì e mercoledì, due uomini in motorino hanno affiancato l'auto del calciatore Kelvin Maynard e l'hanno ucciso a colpi di pistola. Originario del Suriname, 32 anni, aveva giocato nel campionato nazionale e in quello inglese. E forse, in modo contorto, era collegato a questi traffici.
Con una scia così lunga, possibile che politici e inquirenti non fossero preparati? "Chi ha seguito queste vicende - risponde Laumans - sentiva questa escalation arrivare. Non sembri cinico, ma spero che la morte di Derk dia la sveglia". Ora le bandiere sono a mezz'asta, il ministro della Giustizia discute di come intensificare le misure di sicurezza nei processi più delicati, il capo della polizia dice che "una linea è stata superata", il primo ministro Mark Rutte parla di "episodio disturbante" e i giornali titolano su "una nuova fase oscura"."Ma perché - si chiede Laumans - hanno tutti reagito così tardi?".
di Vincenzo Nigro
La Repubblica, 20 settembre 2019
Un primo passo, in memoria di Sahar. Il governo iraniano ha preso una decisione sicuramente importante: accettando le pressioni molto forti della Fifa, la federazione mondiale del calcio, in Iran le prossime partite internazionali saranno aperte alle donne.
E di sicuro la morte drammatica di Sahar Khodayari ha pesato molto: la donna di 29 anni si era travestita per assistere a una partita dell'Esteghlal, la squadra di Teheran. Riconosciuta fra tutti i tifosi maschi, era stata messa sotto processo. Dopo tre giorni di carcere, quando aveva saputo che sarebbe stata condannata a 6 mesi, Sahar si è data fuoco con la benzina. È morta dopo una settimana in ospedale.
Il suo caso ha scosso l'Iran come un terremoto: le donne, i tifosi di calcio, hanno visto il caso di Sahar semplicemente come un caso di ingiustizia suprema, di distanza fra le regole imposte dalla struttura giudiziario- religiosa e il comune sentire del popolo iraniano. Il ministro dello Sport di Teheran, Massud Soltanifar, ieri ha annunciato che il divieto sarebbe caduto dopo l'ennesima nota di protesta di Gianni Infantino, il presidente della Fifa. Da mesi Infantino rivolgeva appelli alla federazione iraniana per spingere l'Iran a dare seguito ai "ripetuti appelli contro una situazione inaccettabile: la nostra posizione è ferma e chiara, alle donne deve essere permesso di entrare negli stadi di calcio in Iran".
Adesso Soltanifar dice che "abbiamo preparato tutto il necessario affinché le donne, inizialmente solo per le partite internazionali, possano entrare negli stadi di calcio". Allo stadio Azadi di Teheran, dove la nazionale gioca le sue partite, sono stati creati ingressi riservati e toilette separate. Le donne potranno accedere agli spalti, ma in un settore dedicato, per non mescolarsi a gli uomini.
"Non c'è alcuna legge che proibisca alle donne di entrare allo stadio e spero che in futuro potranno assistere anche ad incontri di campionato", ha detto all'Ansa la deputata Tayyebeh Siavoshi, la presidente della Commissione parlamentare per gli affari femminili. Siavoshi è in prima linea a combattere per i diritti delle donne in Iran: per esempio "si è arenato un progetto di legge contro la violenza sulle donne, che il Parlamento ha inviato alla magistratura per la ratifica. Da mesi non abbiamo ancora ricevuto risposta". Come è stato in altri paesi, in Iran il cammino delle donne è ancora lungo.
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