“Mio padre è un sepolto vivo, ridatemelo almeno per il giorno del mio matrimonio” di Francesco Vivia
di Francesco Viviano
Quotidiano del Sud, 8 giugno 2019
Voci dal Fine Pena Mai. Lacrimoni le scivolano su quel bel viso innocente, piange tentando di non farsi vedere da quell'uomo grande e grosso, sorvegliato con discrezione da due agenti dalla polizia penitenziaria, che non le toglie lo sguardo di dosso neanche per un momento, come per proteggerla e non perdere neanche un istante di stargli vicino perché tra alcune ore tutto sarà finito, lui tornerà in cella nel carcere di massima sicurezza di Padova, lei tornerà nella sua casa in Calabria.
Italia Oggi, 8 giugno 2019
Il Consiglio dei ministri è stato convocato per martedì 11 giugno 2019. E al primo punto dell'ordine del giorno reca il decreto legge "Disposizioni urgenti in materia di ordine e sicurezza pubblica", il cosiddetto dl sicurezza bis portato avanti dal vicepremier e ministro dell'interno Matteo Salvini.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 8 giugno 2019
Il ricorrente è assistito dagli avvocati Antonella Mascia, Valerio Onida e Barbara Randazzo ed è affiancato da un qualificato gruppo di "amici curiae". Giovedì prossimo, il 13 giugno, la Corte europea dei diritti umani (Cedu) potrebbe mettere in discussione, per la prima volta dalla sua istituzione, l'ergastolo ostativo in quanto tale, condannando o meno l'Italia.
di Riccardo Bruno
Corriere della Sera, 8 giugno 2019
Che cos'è la legittima difesa e quali sono i presupposti per invocarla?
"La legittima difesa è una causa di giustificazione che rende lecito l'uso della forza, da parte di privati cittadini, per autodifesa. Anche dopo la riforma in vigore dal mese scorso, può essere invocata solo da chi si sia trovato di fronte al pericolo attuale di un'aggressione e abbia reagito con un'azione difensiva necessaria e proporzionata. Ciò significa che non esisteva un modo lecito o meno lesivo per evitare l'aggressione e che, secondo la scala dei valori costituzionali, il bene difeso non deve essere di valore sproporzionatamente inferiore rispetto a quello offeso".
La riforma ha stabilito che la difesa è sempre legittima all'interno della propria abitazione? Quali sono i limiti?
"Dire che in casa, o negli esercizi commerciali, la difesa è sempre legittima è una semplificazione. La facoltà di difendersi lecitamente è soggetta a limiti, previsti dal codice penale, e ancor prima dalla Costituzione, che non consente di sacrificare la vita dell'aggressore per difendere beni patrimoniali, e dalla Convenzione europea dei diritti dell'uomo, che autorizza l'uso della forza letale, per fini di difesa, solo quando ciò sia assolutamente necessario".
Che cosa si intende per necessità e come si configura questo concetto dopo la riforma?
"Occorre dimostrare, per non rispondere penalmente della propria reazione, che la difesa era necessaria e cioè: a) che non esisteva un'alternativa lecita (non era possibile un pronto intervento della polizia, oppure non vi erano vie agevoli di fuga); b) che non esisteva un'alternativa meno lesiva (non era possibile per esempio difendersi a mani nude, invece che usare un'arma)".
Quando si verifica l'eccesso colposo di difesa e che cos'è il grave turbamento?
"La difesa è legittima solo entro certi limiti. Se si superano per colpa si risponde del reato a titolo di colpa. Modificando la disciplina in materia, la riforma ha previsto che tuttavia un simile eccesso non è punibile se chi ha agito si trova in stato di "grave turbamento" psichico, per via dell'aggressione. Deve però trattarsi di una situazione oggettiva da accertare caso per caso, senza spazio per alcuna presunzione: con tutte le difficoltà che derivano dall'accertamento di uno stato psichico".
Lo Stato paga le spese legali di chi si è difeso?
"Sì, in caso di procedimento che si concluda con l'archiviazione o il proscioglimento". (Le risposte sono state redatte grazie al contributo di Gian Luigi Gatta, ordinario all'Università degli studi di Milano e direttore di "Diritto penale contemporaneo", ed Ennio Amodio, avvocato penalista e professore emerito all'Università di Milano).
di Alessandro Bertoli*
Avvenire, 8 giugno 2019
Confusione (e pericolo) dal messaggio politico che non coincide con la normativa. Dal 18 maggio scorso è entrata il vigore la legge 36/2019, che con nove articoli interviene su due istituti di parte generale del Codice penale: la legittima difesa (articolo 52) e l'eccesso colposo (articolo 55).
di Patrizio Gonnella
Il Manifesto, 8 giugno 2019
Un fatto di cronaca non dovrebbe mai essere commentato da esponenti delle istituzioni nell'immediatezza degli avvenimenti. Ogni commento è sempre intrusivo rispetto al libero ed indipendente convincimento da parte dei giudici. Tanto più se questo commento giunge da chi riveste rilevanti incarichi governativi. Il ministro Salvini ha espresso solidarietà al tabaccaio di Pavone Canavese che ha sparato ammazzando colui che lo stava probabilmente derubando o rapinando. Seppur con modalità meno truci rispetto ad altre occasioni, il ministro ha voluto comunque esprimersi su un tragico episodio di cronaca, non attendendo le ricostruzioni della procura e affermando che lui è sempre dalla parte di chi si difende.
di Giuseppe Ayala*
Corriere della Sera, 8 giugno 2019
Mai come in questi giorni il Csm è stato investito da uno "tsunami" tanto devastante. Lungi da me la voglia di ergermi a giudice di chicchessia. Non ho resistito, invece, a quella di trasformarmi in una sorta di archeologo istituzionale.
Ho così rispolverato due significativi reperti dello scorso secolo. Il primo è tratto da una relazione pronunciata a Milano il 5 novembre 1988 da Giovanni Falcone. Mi limito a riportarne alcuni brani: "Se i valori dell'autonomia e dell'indipendenza della magistratura sono in crisi, ciò dipende, a mio avviso, in misura non marginale anche dalla crisi che, ormai da tempo, investe l'Associazione dei giudici, rendendola sempre più un organismo diretto alla tutela di interessi corporativi e sempre meno il luogo di difesa e di affermazione dei valori della giurisdizione nell'ordinamento democratico... le correnti dell'Anm, anche se, per fortuna, non tutte in egual misura, si sono trasformate in macchine elettorali per il Csm e quella occupazione delle istituzioni da parte dei partiti politici che è alla base della questione morale, si è puntualmente presentata in seno all'organo di autogoverno della magistratura, con note di pesantezza sconosciute anche in sede politica".
Falcone ne era stato vittima proprio nel gennaio di quell'anno, allorché la maggioranza dei membri del Csm gli impedì di andare a ricoprire l'incarico di capo dell'Ufficio istruzione di Palermo. E appena il caso di ricordare che quell'infausta scelta decretò il progressivo sfaldamento del mitico "pool antimafia" grazie al cui lavoro lo Stato aveva ottenuto, per la prima volta, risultati davvero straordinari nel contrasto a Cosa Nostra. Basta ricordare il maxiprocesso del 1986-87 nel quale mi toccò l'onere di sostenere l'accusa. Non a caso, dopo il 23 maggio 1992, Caponnetto affermò: "Giovanni cominciò a morire nel gennaio 1988".
Qualche mese dopo scrisse: "Da tempo sono giunto alla conclusione che il Csm funziona male. Il Csm è un groviglio inestricabile di interessi di varia natura, da cui la magistratura non riesce a liberarsi: queste incrostazioni corporativistiche, correntizie e politiche provocano uno stato di paralisi nei rapporti con le istituzioni. Troppe volte il Csm è mancato all'appuntamento con decisioni importanti".
Le odierne vicende consiliari, insomma, possono suscitare qualsivoglia sensazione tranne la sorpresa o lo stupore. Era scontato che, prima o dopo, il verminaio fosse destinato a venire alla luce. Mi sono sempre riconosciuto nei severi giudizi di cui sopra, sino a farli miei. Li ho richiamati, per esempio, durante una trasmissione radiofonica della Rai del 2017. Il mio interlocutore era nientemeno che l'allora membro del Csm Palamara, il quale, infastidito, replicò invitandomi a smetterla con il solito qualunquismo. Incredibile, ma vero!
La mia testardaggine mi indusse a leggere il pensiero di Falcone quando mi fu data la parola durante il plenum straordinario del Csm convocato dal Presidente della Repubblica in occasione del venticinquesimo anniversario della strage di Capaci. Così, tanto per lasciarlo agli atti a futura memoria. Non a meri fini consolatori, poi, va ricordato che la brutta vicenda è venuta fuori grazie al lavoro di alcuni magistrati.
Lo sottolineo a conferma di ciò in cui ho sempre creduto: il corpo della magistratura italiana è un corpo sano capace anche di fare pulizia al suo interno. I cittadini italiani, insomma, possono ancora fidarsi dei loro giudici. Un accenno a una delle proposte di riforma tornate in questi giorni agli onori della cronaca, quella dell'elezione a sorteggio dei membri del Csm.
A parte la assai dubbia costituzionalità della stessa, mi chiedo se esista qualcosa di simile nelle altre democrazie occidentali per determinare la composizione di un organo di rilevanza costituzionale. Penso proprio di no. E allora è meglio non esagerare con l'originalità e ponderare bene ogni intervento innovativo. In ogni caso "mala tempora currunt".
Il mio pensiero solidale va al mio vecchio amico Sergio Mattarella. Settennio più complicato non poteva capitargli. Da semplice cittadino mi conforta pensare che forse, proprio grazie alla sua riconosciuta saggezza, riusciremo a evitare il disastro. Non sarà facile.
*Vice presidente Fondazione Giovanni Falcone
di Francesco Grignetti
La Stampa, 8 giugno 2019
A molti magistrati, l'idea non piacerà. Ritrovarsi dall'altro lato della barricata: da soggetti e a oggetti di indagini. Eppure è proprio questo ciò che pensa il ministro della Giustizia, Alfonso Bonafede, grillino, che si ripromette di uscire dalla vertiginosa caduta d'immagine dei magistrati con un pacchetto di riforme.
La prima: applicare anche a chi veste la toga il sistema delle denunce anonime, in gergo il "whistle-blowing", che è stato appena inserito nell'ordinamento attraverso la Legge Spazza-corrotti. "Il ministero - ha fatto sapere Bonafede ai suoi interlocutori politici - non si vuole limitare a un intervento spot dettato dal momento".
L'idea di fondo, su cui il ministro si è confrontato giovedì con il Capo dello Stato, è di un intervento complessivo, anche per sgombrare il campo dal sospetto di una rivalsa del potere politico sull'ordine giudiziario. Perciò Bonafede, negli interventi pubblici come nei colloqui privati, sta insistendo che occorre intervenire "sulle fondamenta", per far sì che "la meritocrazia sia centrale a partire dalla quotidianità".
Di sicuro ci sarà una proposta sul Consiglio superiore della magistratura e il meccanismo di elezione dei suoi membri. Nel frattempo, l'ufficio legislativo del ministero ha immaginato il "whistle-blowing" dedicato ai comportamenti impropri o scorretti dei magistrati. Ci si dovrebbe arrivare con una piattaforma digitale specifica, in cui soggetti qualificati possono procedere in forma criptata alle segnalazioni. Rigorosamente anonime.
Resta da vedere se i soggetti denuncianti potranno essere tutti i cittadini, o soltanto gli avvocati e i dipendenti civili della Giustizia, oppure alcune figure apicali che facciano da tramite. In questo caso, i soggetti abilitati alla denuncia potrebbero essere il presidente del consiglio del locale ordine degli avvocati e il dirigente amministrativo dell'ufficio giudiziario. Si vedrà. A ricevere la segnalazione, sarebbe il Consiglio giudiziario presso la Corte d'Appello.
È un istituto poco noto, dove si redigono le note di valutazione dei giudici: ne fanno parte il presidente della Corte d'Appello, il procuratore generale del distretto, e cinque magistrati eletti per 2 anni da tutti i colleghi in servizio. Con la novità delle denunce anonime, il Consiglio giudiziario diventerebbe innanzitutto un organo di disciplina. L'oggetto delle segnalazioni - si spiega poi a via Arenula - potrebbero essere i fatti inerenti la cattiva gestione degli affari come, ad esempio, ritardi, irregolarità, disordine gestionale, assenze ingiustificate.
Oppure situazioni di conflitto d'interesse, vedi le incompatibilità, gli incarichi extragiudiziari, certe relazioni inopportune. Se mai la segnalazione dovesse essere verificata e ritenuta valida, questa finirà per incidere sulle valutazioni sulla professionalità, sugli incarichi dirigenziali, e potrebbe anche funzionare da attivatore dell'azione disciplinare. Un problema spesso segnalato a proposito del "whistle-blowing", però, dato che la denuncia rasenta la delazione, è l'uso distorto che qualcuno ne fa per consumare piccole vendette personali.
Anche i grillini, pur sostenitori entusiasti dell'anonimato, se ne rendono conto. Oltretutto, essendo oggetto di denuncia i magistrati, è facile immaginare l'indagato che voglia sbarazzarsi dell'inquirente scomodo. Succede già con le denunce al Csm, figurarsi con quelle anonime. E allora si pensa a istituire dei paletti per i "segnalatori": se il sistema rivela che un dato soggetto ne porta avanti di infondate, alla terza il denunciante potrebbe essere sottoposto a sanzioni. Infine, questo sistema "whistle-blowing" potrebbe valere anche nei confronti dei membri del Csm.
di Liana Milella
La Repubblica, 8 giugno 2019
Gole profonde per smascherare i magistrati corrotti, o comunque quelli che violano le regole. Ecco la nuova idea del Guardasigilli Alfonso Bonafede contro le toghe sporche. La figura del "whistle-blower" - colui che svela un comportamento scorretto o addirittura illegale (letteralmente dall'inglese "soffia il fischietto") - è destinata a entrare non solo nei palazzi di giustizia ma anche al Csm, dopo aver rivoluzionato quelli della Pubblica amministrazione con l'entrata in vigore della legge del novembre 2017.
Proposta e voluta da M5S, è stata votata anche dal Pd. Nel pacchetto "spazza toghe sporche", anticipato per sommi capi al presidente Sergio Mattarella giovedì sera, tra le nuove regole - che Repubblica anticipa - Bonafede propone un sistema che finora, come ha confermato dati alla mano giusto giovedì il presidente dell'Anac Raffaele Cantone, ha dato ottimi risultati. Di che stiamo parlando?
Semplice. L'idea, cui corrisponde già una prima bozza di articolato, è creare una piattaforma informatica per la galassia della giustizia, in cui sia garantita al cento per cento la tutela della fonte che resterà anonima, nella quale chi lavora nei palazzi di giustizia e al Csm possa inserire, con una modalità criptata, informazioni su comportamenti scorretti, o vere e proprie disonestà e ruberie. Tra i soggetti titolati a scrivere rientrano anche i dirigenti amministrativi, i componenti del consiglio giudiziario, ma anche singoli magistrati e dipendenti.
Tutti potrebbero segnalare episodi di cattiva gestione degli affari, ritardi, irregolarità, assenze, o ancora palesi situazioni di conflitto d'interesse, come relazioni inopportune, incompatibilità, incarichi extragiudiziari. Se la soffiata, una volta verificata, dovesse risultare valida, influirebbe, una volta portata al Consiglio giudiziario e ai capi degli uffici, sulle valutazioni di professionalità, sugli incarichi dirigenziali, e porterebbe anche all'azione disciplinare. Il progetto di Bonafede mette anche dei paletti su chi segnala il falso per tre volte e rischia delle sanzioni.
Ma via Arenula non si muove solo per la prossima legge "spazza toghe sporche", ma anche sul piano disciplinare, proprio nelle stesse ore in cui al Csm il vice presidente David Ermini sostituisce già in tutte le commissioni i consiglieri o già dimessi (Luigi Spina di Unicost) o autosospesi. Quindi via anche i tre di Magistratura indipendente (Corrado Cartoni, Paolo Criscuoli, Antonio Lepre) e il componente di Unicost Gianluigi Morlini.
Al vertice della quinta commissione che nomina i procuratori va Mario Suriano di Area. Ma all'opposto Mi, anche contro l'Anm (a guida Mi, si badi) schierata per le definitive dimissioni, chiede che i suoi consiglieri rientrino nei ranghi. Ma giusto su di loro potrebbe incombere la scure disciplinare che di fatto li renderebbe incompatibili con il Csm e li costringerebbe alle immediate dimissioni. Tutto dipende dalle carte di Perugia, adesso esaminate dalla prima commissione di palazzo dei Marescialli, che dispone i trasferimenti d'ufficio.
A sentire Luca Palamara, pm a Roma, ex presidente dell'Anm e membro del Csm, iscritto nel registro degli indagati per corruzione, non c'è nulla di vero nell'indagine. In una lunga memoria presentata a Perugia assicura che "dimostrerà di non essere corrotto", di non aver mai ricevuto 40mila euro per favorire una nomina, e produrrà le pezze d'appoggio.
Ma restano gli incontri per pilotare la nomina del procuratore di Roma. Uno scenario che il presidente del Consiglio di Stato Filippo Patroni Griffi, al primo congresso dei magistrati amministrativi a Palazzo Spada, sintetizza così: "Un giudice all'altezza dei tempi non può frequentare abitualmente chiunque, se ciò può ripercuotersi negativamente sulla sua attività giudiziaria o possa dare oggettivamente la sensazione che un appannamento della terzietà possa verificarsi".
di Leandro Del Gaudio
Il Mattino, 8 giugno 2019
Una penalista urla: "questo non è il film di Kunta Kinte". Interviene l'Ordine degli avvocati. Udienza rinviata. Se ne sta lì seduto con le braccia rannicchiate, sembra infreddolito per l'aria condizionata sparata dai condizionatori del Tribunale. Indossa un paio di jeans e basta: ha i piedi scalzi e il torso nudo, il volto ferito all'altezza della tempia e deve difendersi da una sfilza di accuse che lo tengono in cella.
Solo che a fare notizia non sono le ipotesi che gli vengono mosse (resistenza a pubblico ufficiale, lesioni e danneggiamento aggravato), ma il modo in cui viene tradotto di fronte alla giustizia italiana: dinanzi al pubblico di avvocati, magistrati e cancellieri, al cospetto di quella frase che campeggia in tutti i Tribunali (la legge è uguale per tutti), di fronte alle parole che servono a ricalcare principi cardine della Costituzione e che impongono alla giustizia di rimuovere ogni discriminazione razziale, sociale o religiosa.
Sta lì con le braccia conserte, l'uomo nero. Si guarda intorno, quasi stupito per lo stupore con cui viene messo a fuoco da passanti e addetti ai lavori. Venerdì mattina, aula 214, dura quasi due ore la storia del detenuto scalzo e seminudo. E nato nel 1984, si chiama Ricciard Unucoru, ha un passaporto nigeriano in tasca.
È un ospite indesiderato del nostro Paese, dal momento che è privo di permesso di soggiorno, viene ritenuto pericoloso, anche alla luce di quanto commesso due giorni fa, all'interno dell'ufficio immigrazione: ha preso a calci e pugni gli agenti, tanto da costringere ben undici poliziotti a bloccarlo e a tradurlo in cella.
Un soggetto pericoloso, da espellere, visti anche i recenti dispositivi in materia di immigrazione, destinato al centro di accoglienza di Bari, da dove sarebbe stato poi riconsegnato alle autorità nigeriane. Storia ordinaria, qui nel popolo dei processi per direttissima, che ieri si è trasformata però in un boomerang per la giustizia italiana.
Sono le undici e trenta del mattino, quando il nigeriano viene tradotto in manette in aula. Scalzo e a torso nudo. C'è una penalista che si indigna e urla agli agenti "che non siamo nel film di Kunta Kinte, ma in un paese civile", mentre viene fatto accomodare nella gabbia dell'aula di giustizia. Processo per direttissima, giudice Luca Purcaro, che è però in camera di consiglio a scrivere una sentenza per un altro imputato (fatti di droga), mentre a rappresentare la giustizia italiana c'è una vpo, una viceprocuratrice onoraria, come spesso accade sola e al cospetto di una galleria umana quanto meno problematica.
Indignazione, smarrimento alla vista del detenuto seminudo, mentre la foto dell'uomo nero in gabbia corre sui social media. Eppure nessuno si muove, forse per il temperamento violento del detenuto che - spiegano gli agenti - nel corso delle ore precedenti si era finanche strappato i vestiti di dosso.
Chiarisce un poliziotto in aula: "Li vede quei jeans? Glieli abbiamo forniti noi, questa notte si è strappato di dosso ogni cosa". Ma basta questa spiegazione a giustificare la mortificazione di una persona in un luogo deputato a far rispettare le regole? Interviene il presidente del Tribunale Ettore Ferrara: "Non posso esprimere un giudizio, se non ho una relazione completa su quanto avvenuto. In linea generale posso dire che è stato comunque sbagliato tradurre una persona seminuda in un'aula di Tribunale, in spregio alle più elementari forme di rispetto della dignità umana, sia o meno un soggetto problematico; va dato comunque atto che le stesse forze di polizia hanno poi provveduto a portare una maglietta al detenuto".
Ed è questo il secondo aspetto della storia. Già perché a comprare la maglietta al cittadino nigeriano, ci hanno pensato gli stessi agenti arrivati in aula per verbalizzare la resistenza del giorno prima. Lo hanno visto lì accovacciato e scalzo in gabbia e non hanno pensato ai pugni e ai calci ricevuti per immobilizzarlo, ma gli hanno comprato una t-shirt grigia, che gli viene consegnata tra le grate della gabbia, sempre e comunque in un'aula di giustizia aperta alla curiosità del pubblico.
Prima dei poliziotti, era intervenuto l'avvocato Arturo Frojo, chiamato in aula come ex consigliere dell'Ordine e veterano dei penalisti a Napoli: "Mi hanno chiesto di intervenire, ho visto una scena poco gratificante per tutti, ho chiesto di essere ricevuto dal giudice (che era lo ribadiamo - in camera di consiglio per un precedente processo per fatti di droga, ndr) e ho trovato massima disponibilità a risolvere in tempi brevi la questione".
Sono quasi le 13, quando il processo a carico di Ricciard Unucoru (difeso dall'avvocato Giancarlo Di Iorio) viene rinviato a sabato mattina, formalmente per problemi legati alla mancanza di un interprete, anche se il giudice mette a verbale la condizione del detenuto: in sintesi, il giudice "dà atto che l'imputato è stato tradotto senza scarpe e senza maglietta", in una condizione che è stata poi definita "risolta". Resta quel buco di un'ora e mezza, con un detenuto di colore, scalzo e seminudo dietro le gabbie di un'aula di giustizia, quasi stupito di tanta attenzione ricevuta da quando è arrivato qui in Italia.
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