di Luca Imperatore
gnewsonline.it, 19 settembre 2019
Il 15 e il 16 novembre a palazzo San Giorgio, nel porto antico di Genova, si terrà il C1a0 Expo, rassegna internazionale sull'Intelligenza Artificiale (IA) che avrà come tema l'impatto dell'intelligenza artificiale sulla società del futuro. Sarà un momento di confronto tra grandi imprese del settore ma anche un'occasione per mostrare quanto l'utilizzo dell'IA sia già diffuso nella vita quotidiana.
Anche il settore della Giustizia sarà interessato a questo rinnovamento. Infatti la Commissione europea per l'efficacia della giustizia (Cepej) del Consiglio d'Europa, il 4 dicembre scorso, ha emanato la Carta etica europea per l'uso dell'intelligenza artificiale nei sistemi di giustizia penale e nei relativi ambienti. Un documento in cui vengono individuate alcune fondamentali linee guida, a cui dovranno attenersi "i soggetti pubblici e privati responsabili del progetto e sviluppo degli strumenti e dei servizi della IA".
Ieri, nell'aula Dino Col del Tribunale di Genova, è stata firmata una convenzione con la Scuola Superiore Sant'Anna di Pisa. Hanno presentato il progetto Enrico Ravera, presidente del Tribunale di Genova, Domenico Pellegrini, presidente della sezione ligure dell'Anm e Giovanni Comandè, professore ordinario di Diritto privato comparato alla Scuola Superiore Sant'Anna.
Grazie alla convenzione siglata verranno messi a disposizione dell'ufficio giudiziario i risultati di un'indagine tecnologica complessa e ambiziosa.
"Esaminando le decisioni dei giudici genovesi, la Scuola Sant'Anna eseguirà una prima analisi delle tendenze in un periodo dato per estrarre gli orientamenti giurisprudenziali che emergono nelle materie indagate" si legge in una nota. "Si potranno così stabilire al termine della ricognizione e della rielaborazione dei dati, quali siano le soluzioni prevalenti e quali quelle minoritarie, in presenza di presupposti di fatto comuni e determinati. Questo risultato iniziale dell'indagine sarà d'interesse soprattutto per i giudici, che avranno così a disposizione dati sintetici e analitici per valutare la correttezza delle proprie decisioni, l'esistenza o meno di orientamenti dominanti per comprendere la ragione e l'eventuale incoerenza di queste ultime".
Si sottolinea come "più le decisioni dei giudici sono coerenti tra loro, più risultano prevedibili gli esiti delle cause intraprese dai cittadini. Scontate diventano così le ricadute in termini di riduzione del contenzioso e possibilità di soluzioni concordate tra le parti in causa". Si partirà da tre casi di studio: le sentenze in materia di separazione e divorzio; quelle che quantificano i risarcimenti dei danni non patrimoniali; tra queste, specificamente, quelle di risarcimento del danno da stress e da mobbing lavorativo. Il passaggio ulteriore sarà prevedere come il giudice deciderà in presenza di situazioni identiche o analoghe a quelle analizzate.
Il progetto, che per ora prevede il popolamento della banca dati delle sentenze, si prefigge di "istruire" il programma informatico all'inizio del 2020 e testare l'algoritmo prima dell'estate. "L'ambizione della Scuola Superiore Sant'Anna - afferma Comandé - è quella di esportare il progetto in altri tribunali e definire dei modelli verificabili rispetto alle esperienze di altri ordinamenti europei".
Anche il ministro della Giustizia Alfonso Bonafede, durante il Rousseau city lab svoltosi il 30 e 31 marzo a Genova, era intervenuto sul tema della digitalizzazione al servizio della giustizia: "L'intelligenza artificiale può aiutare il lavoro dei magistrati - aveva affermato il Guardasigilli.
La giustizia è un settore delicato in cui l'elemento della presenza della persona, per esempio del magistrato così come degli avvocati, è imprescindibile. Ma l'intelligenza artificiale può senza dubbio dare un contributo importante, permettendo al magistrato di lavorare meglio. Le tecnologie arrivano e non possiamo scegliere di non farle arrivare: possiamo semplicemente fare in modo che la loro utilità migliori i servizi prestati al cittadino".
cronachedellacampania.it, 19 settembre 2019
Oltre 200 detenuti sopra la capienza regolare, 100 unità di personale della polizia penitenziaria in meno rispetto al dovuto. Sono i numeri denunciati dal sindacato Sippe dopo la visita di una delegazione formata da Carmine Olanda. Alessandro De Pasquale, Michele Vergale e Ciro Borrelli presso il Penitenziario di Santa Maria Capua Vetere.
"A prima vista la struttura si presenta accogliente - commenta De Pasquale - certamente ci sono diverse problematiche che abbiamo segnalato in varie occasioni, anche attraverso delle lettere importanti. Alcuni problemi sono stati risolti, mentre gli altri problemi li abbiamo segnalato ancora oggi".
"La direttrice Elisabetta Palmieri ed il comandante di Reparto Gaetano Manganelli si sono resi disponibili - spiega Ciro Borrelli - ad affrontare le problematiche che gli abbiamo segnalato, chiaramente questo istituto "come nelle altre realtà" necessita di un protocollo di intesa locale che disciplina la vita lavorativa dei poliziotti che operano nel Penitenziario".
"Abbiamo preso atto - aggiunge Michele Vergale - che la gravissima carenza di personale di Polizia Penitenzia che oggi ammonta a circa 100 unità, dato in continua crescita a causa dei prossimi pensionamenti, rende difficile tutte le attività del penitenziario. Al 31 Agosto 2019 la Casa Circondariale di Santa Maria Capua Vetere ospitava 1.020 detenuti, di cui 58 donne e 184 stranieri, a fronte di una capienza regolamentare di 819 posti letto. Il dato è allarmante anche a livello regionale perché nei 15 istituti erano presenti complessivamente 7.577 detenuti di cui 982 stranieri, 374 donne, a fronte dei 6.157 posti letto. Per questi motivi faremo i nostri interventi presso il Ministero della Giustizia per segnalare questi dati allarmanti".
"Come sindacato - conclude Carmine Olanda - ringraziamo pubblicamente Elisabetta Palmieri ed il Comandante di Reparto Manganelli Gaetano averci ricevuto con accoglienza ed ospitalità. Apprezziamo i loro sforzi che quotidianamente affrontano per garantire la sicurezza dell'Istituto e tutti i servizi annessi per mandare avanti la struttura. Auspichiamo che i nostri successivi confronti siano dettati sempre dallo spirito di collaborazione e di rispetto reciproco. Il Ministro della Giustizia Alfonso Bonafede deve dare una risposta urgente e concreta a queste problematiche, la Polizia Penitenziaria ha bisogno di fatti non dei semplici sorrisini".
di Diana Dord
picenooggi.it, 19 settembre 2019
L'inaugurazione si terrà il prossimo 5 ottobre. In arrivo un'iniziativa per favorire lo sport nelle carceri. In virtù della sensibilità umana e civica che la contraddistingue, la Casa Circondariale di Marino del Tronto invita i cittadini all'inaugurazione del progetto "Il mio campo libero - attività sportiva a sostegno della popolazione carceraria".
Si tratta di un piccolo ma significativo contributo alla costruzione di percorsi di responsabilizzazione e alla funzione rieducativa, voluta dalla Costituzione, di chi ha rotto il patto sociale. Questo nella consapevolezza che il mondo dei reclusi è anch'esso "territorio" e come tale va reso più umano.
Si informa inoltre che, per accedere alla manifestazione ed entrare all'interno della Casa Circondariale di Ascoli Piceno, è necessario inoltrare alla Segreteria Provinciale del Csi Comitato di Ascoli Piceno, all'indirizzo,
di Daniela Scherrer
La Provincia Pavese, 19 settembre 2019
I detenuti di Torre del Gallo escono dalla Casa Circondariale per offrire uno spettacolo teatrale alla città. È quanto accadrà giovedì, alle 21, al teatro Fraschini (ingresso libero) quando la compagnia teatrale USB, nata e cresciuta nel carcere pavese, porterà in scena il suo "Com'è profondo il mare", che affronta un argomento estremamente delicato e attuale come l'immigrazione.
USB sta per Uomini Senza Barriere ma è anche il nome della chiavetta da inserire nel computer che dietro le sbarre non si piò avere e che rappresenta un po' il collegamento col mondo di fuori. È un fatto straordinario per Pavia, ma anche a livello nazionale, che un gruppo di detenuti abbia il permesso di uscire per un'iniziativa culturale.
"Accade questo solo grazie ai permessi di necessità che sono stati accordati dal magistrato di sorveglianza - sottolinea la direttrice della casa circondariale Stefania D'Agostino - le nostre richieste sono state accolte: si tratta di permessi veramente speciali, concessi solo per motivi ritenuti di grande valenza. Ringrazio per questo tutta la squadra all'interno dell'Istituto, che si accolla un grande sforzo, a partire dalla polizia penitenziaria".
Sul pieno appoggio di tutti arriva la conferma anche del comandante di polizia penitenziaria Angelo Napolitano e del responsabile dell'area trattamentale Federico Traversetti. E che il lavoro del laboratorio teatrale di Torre del Gallo sia riconosciuto nella sua serietà lo testimonia anche il fatto che USB è nel coordinamento nazionale del teatri in carcere, sostenuto dal Ministero di Giustizia e dall'Università La Sapienza di Roma.
Ad alimentare la Compagnia teatrale di Torre del Gallo sono da anni Vanna Jahier, garante dei diritti dei detenuti e responsabile del progetto con la sua associazione Amici della Mongolfiera, e Stefania Grossi, teatroterapeuta che ha consacrato la sua vita al teatro sociale.
"Nel 2014 abbiamo avviato questa compagnia grazie a un bando provinciale sul disagio, ottenendo i finanziamenti necessari - spiega Vanna Jahier - dalla Provincia, ma anche da Fondazione Banca del Monte e Ubi Banca. Ora abbiamo invece beneficiato del progetto europeo Work in Progress e, insieme a Stefania e ai detenuti, è nato questo spettacolo".
Una decina i ragazzi del carcere saliranno sul palco insieme ad attori esterni. Dopo la prova generale ora è arrivato il momento di uscire e approdare in un teatro vero, con la musica in presa diretta di Arthur Bianchini, musicista brasiliano.
Lavorando sul senso del viaggio, raccontando il fenomeno migratorio senza copioni, con una drammaturgia autoprodotta e usando anche molto il linguaggio del corpo. "Il teatro permette di scaricare tensione - dice l'educatore Filippo Ottaviani - e uscire è una sorta di ponte interno-esterno, che i detenuti vivono anche come un'occasione per offrire qualcosa di positivo alla società".
di Eleonora Martini
Il Manifesto, 19 settembre 2019
Marco Cappato, sotto processo per aver accompagnato in Svizzera a morire Dj Fabo: "Pressione indebita, intervenga il presidente Mattarella". La presidente del Senato precisa: "Telefonata informale". Il M5S: "Non c'è accordo". Oggi a Roma dalle 16,30 alle 23 grande manifestazione/concerto. "Liberi fino alla fine", in Piazza Don Bosco, con decine di artisti, musicisti, giornalisti e personalità varie, per il diritto a scegliere come morire.
"La Presidente del Senato chiama il Presidente della Corte costituzionale per bloccare la sentenza sul mio processo per l'aiuto a #djFabo??!! Ma a nome di chi?? #Pd #M5s #ForzaItalia #Lega #FdI #Leu. #piùEuropa. Qualcuno dica qualcosa". Il tweet di Marco Cappato rompe il silenzio assordante che ha accompagnato l'annuncio di una telefonata che suona come uno scivolone istituzionale, scomposto, irriverente nei confronti dei ruoli, delle funzioni e dei poteri dello Stato. Tanto che, dopo averla annunciata martedì sera, ieri la forzista Elisabetta Casellati è stata costretta a correggere il tiro con una nota formale: "La telefonata del Presidente del Senato al Presidente della Corte Costituzionale Giorgio Lattanzi sul tema dell'eutanasia, alla vigilia dell'udienza fissata dalla stessa Corte per il 24 settembre, è stata una comunicazione meramente informale sullo stato delle iniziative legislative depositate in Senato, così come concordato in sede di conferenza dei capigruppo".
In realtà al Senato solo il centrodestra preme fortemente per chiedere alla Consulta di fermare il giudizio sull'art. 580 c.p. che vieta l'aiuto al suicidio e per violazione del quale - avendo accompagnato in Svizzera dj Fabo - l'imputato Marco Cappato rischia dai 5 ai 12 anni di carcere. Il pronunciamento è atteso per il 25 settembre, giorno in cui la Corte si riunirà in camera di consiglio, dopo due giorni di udienza pubblica, allo scadere degli 11 mesi che i giudici costituzionalisti avevano concesso al Parlamento per legiferare correttamente in materia, visto che l'attuale assetto legislativo, scrivevano nell'ottobre scorso, "lascia prive di adeguata tutela determinate situazioni costituzionalmente meritevoli di protezione e da bilanciare con altri beni costituzionalmente rilevanti".
Il M5S infatti ha immediatamente puntualizzato: "La presidente del Senato si è offerta di fare una telefonata informale alla Consulta per chiedere più tempo all'Aula prima della pronuncia. La posizione del nostro gruppo però è chiara: non bisogna interferire nei lavori della Corte in modo che si possa esprimere senza ulteriori rinvii".
Al contrario, il centrodestra, dopo la chiamata alle armi della Cei, sta cercando tutte le scorciatoie possibili per scongiurare l'intervento della Consulta, asserendo che il Senato è pronto a varare in pochi giorni una legge che non ha trovato la luce in un anno. E neppure nei sei precedenti anni nei quali il ddl di iniziativa popolare, presentato con 130 mila firme dall'associazione Coscioni, è rimasto ad ammuffire in un cassetto. Forza Italia ha preparato una mozione per chiedere, spiega Lucio Malan, "di poter esercitare come Parlamento la funzione che la Costituzione gli assegna. È assurdo che prima arrivi il giudice e poi la legge".
Cappato invece lancia un appello al presidente della Repubblica: "Questa telefonata, formale o informale che sia, è una forma di abuso di potere, una pressione esercitata, su richiesta di alcuni partiti politici, dalla presidente del Senato sul massimo organo di garanzia costituzionale. Poiché il presidente della Consulta non è un esponente politico, non può difendersi pubblicamente dall'evidente attacco di non rispettare il Parlamento. A questo punto intervenga il presidente Mattarella". Alla luce di questi avvenimenti, conclude Cappato, "il compito e la funzione della manifestazione/concerto che si terrà oggi pomeriggio a Roma - far uscire dai palazzi una questione che riguarda la libertà di tutti e di ciascuno - è ancora più cogente".
Concerto oggi a Roma
È difficile trovare un precedente alla manifestazione concerto che si terrà oggi dalle 16,30 alle 23 a Roma, in piazza Don Bosco, nei giardini intitolati a Piergiorgio Welby, davanti alla chiesa che nel 2006 gli negò i funerali cattolici. Neri Marcorè conduce l'evento "Liberi fino alla fine", organizzato dall'Associazione Luca Coscioni, con decine di artisti e personalità che animeranno il palco: Roy Paci, Nina Zilli, Pau e Mac dei Negrita, Il Muro del Canto, il dj Claudio Coccoluto, Kento + dj Fuzzten, Andrea Delogu, Giulio Golia e Giulia Innocenzi delle Iene, Selvaggia Lucarelli, Francesco Montanari, Stella Pende, dj Marc Robijn, Emanuele Vezzoli, Enrico Zambianchi e molti altri ancora. Ad accoglierli Marco Cappato e Filomena Gallo, tesoriere e segretario dell'Associazione Coscioni.
di Luigi Manconi
La Repubblica, 19 settembre 2019
Preoccupa la crescita della xenofobia, ovvero l'atteggiamento di diffidenza verso lo sconosciuto, l'ignoto, lo straniero. Domenica scorsa, durante una trasmissione sportiva di Telelombardia, l'autorevole "opinionista", Luciano Passirani, a proposito del giocatore dell'Inter Lukaku ha detto: "Questi qua hanno qualcosa in più: questo nell'uno contro uno ti uccide, o c'hai 10 banane qui per mangiare che gliele dai, altrimenti...". La frase solleva un profondo dilemma, come dire, di natura filosofica e antropologica: chi l'ha pronunciata è un razzista o un cretino?
La risposta più convincente è che si tratti, né più né meno, di un cretino razzista. A confermarlo è proprio l'attenuante addotta da Passirani, dopo aver presentato le proprie scuse: "Da 17 anni ho una compagna marocchina. Mio figlio ha sposato una donna africana ed è padre (quindi io sono nonno) di due bambine nere". Sempre, chi fa affermazioni ostili nei confronti di una etnia o di una minoranza, ricorre - al fine di negare, o per lo meno attenuare, la gravità di quanto detto - a quella strategia discorsiva: "Io omofobo? Ma se ho tanti amici froci!".
Una simile procedura retorica viene utilizzata come ricorrente contrappunto dialettico delle dichiarazioni che stigmatizzano o discriminano: e la seconda affermazione ("ho tanti amici...") vorrebbe disinnescare il senso di precedenti parole e atti riprovevoli. Peraltro quel "questi qua hanno qualcosa in più..." è, nelle intenzioni, un apprezzamento che nasconde tuttavia lo stesso pregiudizio celato nella frase "gli africani hanno il ritmo nel sangue".
Anche qui il giudizio si basa su un'idea monolitica delle etnie e delle confessioni religiose. Ma è giusto caricare di una responsabilità tanto pesante quel Passirani che, alla resa dei conti, risulta addirittura simpatico nella sua drammatica goffaggine? L'universo del calcio, si sa, esprime allo stesso tempo il sublime e il sordido e, dunque, ci parla mirabilmente di noi. Di conseguenza, definire "cretino" chi fa affermazioni razziste o chi si rifiuta di affittare casa a un meridionale, e pensare così di liquidare il problema, è un errore grave.
Ora, questo argomento - "è un cretino" - è correntemente usato dai commentatori di destra per ridimensionare e banalizzare le parole e gli atti di intolleranza etnica. E lo fanno in polemica con la sinistra che, a loro dire, parlerebbe di "un'Italia razzista" o sul punto di diventarlo. Ma che scemenza. Ovviamente l'Italia non è un Paese razzista.
E già porre la questione in questi termini (gli italiani sono razzisti? Verona o Macerata sono razziste?), contiene una tonalità sottilmente razzistica, perché presuppone che un'intera comunità (nazione o città) possa essere omologata a una parte più o meno grande dei propri membri. Dunque, l'Italia non è affatto un Paese razzista, pur se aumenta il numero dei razzisti e degli atti di razzismo. Ciò che deve preoccupare è, piuttosto, la crescita della xenofobia, ovvero un atteggiamento, connaturato allo sviluppo della civiltà umana, di diffidenza verso lo sconosciuto, l'ignoto, lo straniero. La xenofobia non è destinata, né fatalmente, né rapidamente, a tradursi in aggressività e violenza etnica.
Ma perché ciò non accada, è necessario operare in quella zona grigia, tra xenofobia e razzismo, dove il sentimento di insicurezza può diventare volontà di esclusione e di sopraffazione del diverso. Finora, in quella zona grigia, hanno operato solo gli imprenditori politici della paura; la buona politica è stata pavida, o retoricamente solidaristica. Torniamo al razzismo dei cretini. Esso non è né insignificante, né innocuo. Intanto perché esprime una tendenza del linguaggio che corrisponde a una rilassatezza del giudizio morale e a una decadenza delle relazioni sociali.
E poi perché discende direttamente dalla crisi del tabù del razzismo e dall'abbrutimento del discorso pubblico. Se Calderoli afferma che le sembianze di Cecile Kyenge gli ricordano quelle di un orango tango, perché mai dovrebbe funzionare la capacità di autocontrollo nelle conversazioni e nelle controversie pubbliche? Se in Italia e in Europa si utilizza ancora il termine "ebreo" come un insulto, senza che vi sia un'adeguata risposta, come si può contrastare quell'avvelenamento del senso comune, dove l'antisemitismo popolare e clericale incontra il complottismo paranoico dei nuovi e dei vecchi fascismi?
di Paolo Valentino
Corriere della Sera, 19 settembre 2019
"Sulle migrazioni faremo proposte, non risse o annunci roboanti", dice il neo ministro degli Affari europei, Enzo Amendola, in visita a Strasburgo dove ha incontrato il presidente del Parlamento europeo David Sassoli. "In tutte le sedi europee - spiega Amendola - cercheremo di trovare soluzioni strutturali in modo condiviso e solidale al problema dei migranti. Non vogliamo blocchi contrapposti. È un lavoro di riforma di vari settori della politica europea".
Cosa significa?
"In primo luogo c'è la proiezione esterna, cioè la politica estera. Non a caso il presidente Conte ha incontrato il premier libico Serraj: provare a sciogliere il nodo della Libia è cruciale. Le migrazioni sono un tema centrale anche della visita odierna del presidente Macron perché la Francia è decisiva in questo lavoro. La questione è a più livelli. C'è bisogno di un'accresciuta sensibilità dell'Europa verso l'intero continente africano. Non ci sono solo gli sbarchi. Da parte dell'Ue servono un'efficace gestione dei rimpatri e la volontà di investire politicamente ed economicamente sui Paesi di origine e di transito dei flussi.
Il secondo filone riguarda vari versanti, che toccheranno sia il bilancio pluriennale dell'Ue che le strutture normative: bisognerà migliorare l'efficacia di Frontex per garantire maggior sicurezza alle frontiere. Poi, come ha detto la nuova presidente della Commissione, von der Leyen, si possono anche immaginare nuovi strumenti. Per esempio i corridoi umanitari europei, che consentirebbero in casi di emergenza proprio come la Libia, di evitare il traffico di morte dei mercanti di esseri umani".
Ma sosterrete la riforma di Dublino già votata dal Parlamento?
"Il presidente Conte è stato chiaro. Siamo per una gestione ordinata del fenomeno che utilizzi tutti gli strumenti, migliorandoli quando è necessario. È ovvio che la revisione dell'accordo di Dublino è una delle nostre priorità".
Che clima ha trovato a Bruxelles al suo primo Consiglio affari generali?
"Un'accoglienza molto positiva. Il governo precedente aveva scelto una linea isolazionista e il nostro orientamento di tornare a un dialogo produttivo con i partner europei viene apprezzato. C'è molto da fare. Il quadro finanziario pluriennale ha bisogno di numeri stabili e nuove soluzioni per le risorse proprie della Ue. Bisogna essere creativi nell'aprire margini di intervento migliori, sul clima e sulla disoccupazione. L'Italia deve parteciparvi con le sue proposte, ma anche dando un segnale di stabilità sul proprio impegno e lavorando per una svolta. Il quadro mondiale non è rassicurante: guerre commerciali, squilibri fra i continenti, rallentamento della crescita negli ultimi mesi. Il nostro governo deve unire i suoi sforzi a quelli della Commissione proprio nel momento in cui si discute il bilancio dei prossimi 7 anni".
Che margini reali esistono per una efficace politica della crescita?
"Il riesame del Patto di Stabilità e Crescita non si fa in un paio di giorni. È un processo nell'interesse di tutti, come ha auspicato anche il presidente Mattarella. Questo avverrà nei prossimi mesi. Dobbiamo trovare strumenti originali, in termini di flessibilità e condizionalità. Ci sono fondi tradizionali, come quelli per la politica agricola o di coesione. Ma servirà trovare anche nuove risorse e soluzioni, che possano consentirci determinanti interventi. E sarà un negoziato interessante, dove si dovrà valutare l'impatto di manovre che riguardano la difesa del clima o la tassazione dei giganti del web. L'Italia non starà a guardare, vuole giocare questa partita".
E in Paolo Gentiloni troveremo un commissario all'economia comprensivo o severo?
"Gentiloni è una personalità che fa onore a tutta la politica italiana. Ma è ovvio che lui è commissario nell'esecutivo europeo e si muoverà nello spirito collegiale della Commissione e non della rappresentanza italiana. Ci fa piacere che conoscendo le sue idee sulla stabilità e sulla politica della crescita, porterà argomenti forti in favore dello sviluppo".
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 19 settembre 2019
Un ragazzo gambiano, richiedente asilo, è affetto da un disturbo schizzo-affettivo. A causa del suo disturbo si era reso protagonista di improvvisi atteggiamenti violenti, un uno dei quali aveva tentato - convinto di essere in comunicazione con Dio - di bruciare gli oggetti contenuti in una borsa presente in una stanza del centro di accoglienza.
Dopo questo episodio la Prefettura gli ha revocato le misure di accoglienza, il quale nel frattempo è stato ricoverato. Il ragazzo ha avuto una vita difficile. Non ha mai conosciuto il padre, mentre la madre lo ha affidato a un'altra famiglia. Quest'ultima lo mandava a lavorare, da giovanissimo, per contribuire al loro mantenimento.
Quando "gli affari" non andavano bene e la famiglia non era soddisfatta del suo lavoro, veniva brutalmente picchiato. Un giorno la famiglia aveva dovuto trovare un altro appartamento dove stare, ma per il ragazzo non c'era posto e quindi dovette arrangiarsi da solo facendosi ospitare da un suo amico, ma dopo qualche giorno ha dovuto lasciare anche quel posto perché i genitori dell'amico non lo volevano più. Era andato a vivere alla casa di un signore, il quale però beveva molto, ma soprattutto la casa era senza bagno e non poteva lavarsi. Una vita difficile, che ha contribuito alla nascita della sua patologia mentale. Malattia che in Gambia, di fatto, impatta fortemente sulle concrete condizioni di vita, impedendone l'accesso ai servizi sanitari e assistenziali, al lavoro e l'esercizio dei diritti civili e politici.
Come detto, la prefettura gli ha revocato le misure di accoglienza, ma tramite il difensore ha fatto ricorso e ha vinto. Parliamo di un recentissimo provvedimento emesso dal Tribunale di Milano - Sezione Specializzata in materia di Immigrazione -, con il quale è stato riconosciuto lo status di rifugiato al giovane cittadino gambiano, affetto da una grave patologia mentale. Il motivo? In Gambia le persone con problemi mentali subiscono forti discriminazioni e non vengono, di fatto, tutelati.
Infatti, nella nota difensiva, la difesa sottolineava come il sistema gambiano fosse, in generale, carente sia sotto il profilo della presenza di strutture e personale, sia sotto il profilo della disponibilità di medicinali. Ma la parte interessata riguarda il settore psichiatrico che, nonostante gli inviti ricevuti dall'organizzazione mondiale della sanità e dalla comunità internazionale, il Gambia non ha ancora provveduto a modificare l Suspect Lunatic Act, una legge sulla salute mentale risalente al 1917 e dai contenuti fortemente discriminatori nei confronti dei malati mentali. Secondo le fonti consultate dalla difesa, in Gambia i malati di mente superavano le 120 mila unità.
Le ricerche effettuate dal difensore evidenziavano l'assenza di medici psichiatrici specializzati e l'assoluta carenza di strutture destinate o comunque idonee alla cura dei malati mentali. Secondo le fonti citate nel ricorso, l'unica struttura ospedaliera presente in Gambia contava su un'unica infermiera specializzata nel settore psichiatrico, e due infermieri con formazione generale. A tale riquadro si aggiunge quella che è stata definita da una risposta dell'ambasciata italiana a Dakar, come una "grande percezione negativa della malattia".
Questa è confermata dalle ulteriori fonti consultate: infatti in Gambia "si riscontra la tendenza a ritenere che le persone con malattie mentali siano meno umane di loro stesse, con ciò finendo per negare loro i diritti umani fondamentali.
Ciò sembrerebbe essere ulteriormente esacerbato dalle credenze culturali e all'ignoranza che circonda la malattia che è sovente ricondotta alla stregoneria". Il Tribunale ha rilevato come la Costituzione del Gambia, pur proibendo la discriminazione e/ o lo sfruttamento delle persone con disabilità, non faccia espressamente riferimento ai tipi di disabilità tutelati né alle tipologie di servizi cui hanno diritto di accedere, rimanendo, di fatto lettera morta.
Tutto questo, rileva il Giudice, si traduce in gravi violazioni dei diritti umani, stigmatizzazione e limitazioni ampiamente discriminatorie nell'accesso ai servizi e nell'esercizio dei diritti civili e politici.
Alla luce di queste considerazioni, il Tribunale di Milano ha ritenuto integrati i presupposti di cui all'art. 7 D.Lgs. 251/2007 per il riconoscimento dello status di rifugiato: il ricorrente appartiene a un determinato gruppo sociale, perseguitato sia dalle autorità nazionali, che non provvedono a modificare le discriminatorie disposizioni in vigore nei confronti dei malati mentali, sia dalla società maggioritaria che si rende responsabile di gravissime violazioni anche a danno dell'integrità fisica dei malati.
di Pietro Del Re
La Repubblica, 19 settembre 2019
È accanto alle latrine che si snoda la coda per il cibo, sulla collina dov'è stato allestito il campo profughi di Moria, che coni suoi diecimila ospiti è il più affollato e malconcio d'Europa. "Due ore d'attesa per un uovo, un pomodoro e una patata bollita", si lamenta Mohamed, 32 anni, afgano di Herat, sbarcato la notte scorsa assieme a 194 persone dalle coste turche, che dalle spiagge di Lesbo distano meno di tre miglia marine.
"Mi hanno registrato, messo una coperta in mano e detto che per me al campo non c'è posto e che devo arrangiarmi come posso". Come lui, dall'inizio dell'anno sono già arrivati 40mila disperati, la maggior parte dall'Afghanistan e dalla Siria, gli altri dall'Iraq, dal Congo e dalla Striscia di Gaza.
"Ogni giorno, sulla nostra isola approda una mezza dozzina di barconi ed è soltanto l'inizio di una nuova catastrofe migratoria", dice Giannis Balpakakis, che la settimana scorsa per protestare contro il sovraffollamento e le pessime condizioni igieniche di Moria s'è dimesso da direttore del campo. È vero, la struttura è colma fino all'inverosimile: prevista per tremila persone ne ospita adesso diecimila, con quattro famiglie per container, la cui privacy è assicurata soltanto da un telo divisorio.
Tutto ciò per colpa della nuova politica migratoria del presidente Recep Tayyip Erdogan, che da qualche mese ha reso più poroso il confine turco: da un lato, perché in questo modo spera di sollecitare il saldo dei 6 miliardi promessi dall'Europa nell'accordo del 2016, dei quali gliene sono stati versati un po' più della metà; dall'altro per evocare la possibile sciagura che comporterebbe l'evacuazione degli oltre due milioni di rifugiati ammassati nella regione siriana di Idlib, che è ancora nelle mani delle rivolta e che dallo scorso aprile è pesantemente bombardata dall'aviazione di Mosca e del regime di Damasco.
Eppure, tornata a essere il principale punto di arrivo dell'immigrazione illegale nell'Unione europea, superando Spagna e Italia, la Grecia è totalmente inadeguata ad affrontare una futura, massiccia crisi migratoria. Basti dire che Atene ha mobilitato due soli medici per i diecimila ospiti di Moria, dove si registra una doccia per 440 persone e una latrina per 83.
Per fortuna, a Lesbo sono accorse anche le organizzazioni non governative, prima tra tutte Medici senza frontiere che ha aperto una clinica pediatrica fuori dal campo e una di salute mentale a pochi chilometri da li, al porto di Mitilene. L'altro dato agghiacciante è che questa nuova massa di migranti è composta per il 43% da bambini, che qui vengono morsi da scorpioni, serpenti e topi, che giocano tra escrementi umani e che patiscono la fame.
Negli ultimi due mesi, quasi un centinaio è stato indirizzato verso la clinica di Msf: tre di loro avevano tentato il suicidio, e diciassette avevano compiuto gesti di autolesionismo, ferendosi con dei coltelli o strappandosi con violenza ciocche di capelli. "Sono sempre più numerosi i bambini che smettono di giocare, che hanno incubi, che hanno paura di uscire dalle loro tende e che iniziano a isolarsi dalla vita. Alcuni di loro smettono di parlare.
Con il costante aumento di sovraffollamento, violenze e insicurezza nel campo, la loro situazione peggiora di giorno in giorno. Per prevenire danni permanenti, devono essere immediatamente portati via da Moria", ci spiega Tommaso Santo, capomissione dell'organizzazione umanitaria in Grecia. Intanto, l'afgano Mohamed ha finalmente trovato un angolo dove pernottare, a pochi metri dalla recinzione del campo di Moria, in quello che chiamano il "giardino degli ulivi" o anche, usando un toponimo già tristemente noto sulle coste della Manica, la "giungla".
Al momento, sono già duemila le persone che vi hanno trovato rifugio, accampate alla meglio, senza alcuna protezione e usufruendo delle poche e malandate strutture predisposte per gli ospiti di Moria. "C'è chi sta molto peggio di lui. Qui, fuori dal campo ufficiale, giace in una tenda senza materasso una donna all'ottavo mese di gravidanza. Poco lontano, nelle sue stesse condizioni c'è un malato di cancro", dice Maurizio Debanne, operatore di Msf che ci fa da guida in quest'inferno.
"C'è poi una bimba afgana con una brutta ferita di guerra a una gamba che viene a farsi curare nella nostra clinica e che invano, da settimane, aspetta di essere evacuata sul continente o verso altri Paesi europei". Tutto ciò avviene a pochi passi dalle splendide spiagge e dagli affollati locali di Lesbo dove ancora si divertono i molti villeggianti, per lo più nordeuropei, che riempiono gli hotel dell'isola.
"Siamo ancora in piena stagione turistica, ma l'inverno è diverso: può anche nevicare e l'isola è spazzata da venti gelidi, il che in passato ha provocato vittime a Moria. Non oso immaginare quello che accadrà quest'anno tra le tende della "giungla"", dice ancora Debanne. Fatto sta che quattro anni dopo la più grande crisi migratoria dei tempi moderni, c'è il rischio che la storia si ripeta. I migranti possono liberamente circolare per tutta Lesbo, ma sono prigionieri sull'isola.
Molti di loro aspettano da più di un anno la decisione delle autorità greche e nell'attesa sono l'angoscia, l'inattività e la promiscuità a minare la loro salute mentale, soprattutto per chi fugge la guerra, la tortura o la miseria. Mohamed sembra consapevole del destino che l'aspetta. "Ma adesso sono troppo stanco per pensarci", dice, infilando la testa sotto la coperta.
di Martina Salvini
Corriere del Ticino, 19 settembre 2019
Ecco come fanno gli agenti di custodia a prevenire la radicalizzazione dei detenuti - Il direttore delle carceri Laffranchini: "È un fenomeno sotto controllo, ma restiamo vigili". "Siamo in un periodo di bel tempo, ma ci stiamo preparando al giorno in cui inizierà a piovere".
Usa una metafora legata al meteo Stefano Laffranchini, direttore delle strutture carcerarie ticinesi, per raccontare il fenomeno della radicalizzazione. Pressoché sconosciuto alle nostre latitudini, l'estremismo islamico è un problema sempre più diffuso in Europa. E non è escluso che possa un giorno interessare anche la Svizzera. Da qui è nata l'esigenza, quattro anni fa, di introdurre un corso pensato per le guardie carcerarie, in modo da fornire agli agenti gli strumenti per riconoscere tempestivamente i segnali di radicalizzazione tra i detenuti.
"Il progetto è nato sulla scorta dei fatti di Parigi, Nizza e Barcellona. Il fenomeno è particolarmente avvertito nelle carceri italiane e francesi. Più in generale, negli anni ci si è accorti che il carcere può essere un luogo favorevole alla radicalizzazione", spiega Laffanchini.
"In Ticino, così come in Svizzera, non abbiamo finora notato alcun segnale preoccupante. Sintomo che anche sul nostro territorio si tratta di un fenomeno tenuto sotto controllo. Tuttavia, questo non significa che non ci toccherà mai", prosegue. Meglio dunque prepararsi. E il progetto ticinese intende agire alla radice, cogliendo tempestivamente i segnali preoccupanti e arginandoli.
Uno strumento in più - "Non è un unicum, anche il Centro svizzero di formazione del personale penitenziario si è interessato al tema e sta proponendo diversi corsi che affrontano la questione". Il Ticino ha però preferito affidarsi alla collaborazione con un'università radicata sul territorio, collaborando con la facoltà di Teologia dell'Università della Svizzera italiana. I corsi, della durata di una giornata, si svolgono nelle strutture carcerarie.
"Agli agenti vengono spiegate le peculiarità dell'islam come cultura e come religione. In più, vengono illustrate anche le esigenze spirituali dei musulmani praticanti. A questo si aggiunge tutto il lato della prevenzione: vengono cioè forniti alcuni strumenti per poter cogliere in maniera tempestiva eventuali segnali di radicalizzazione", racconta Laffranchini.
"All'interno del carcere ci siamo inoltre strutturati in una rete di osservazione per cui tutte le persone a contatto con il detenuto hanno un ruolo preciso di segnalazione, volto a combattere l'insorgere del fenomeno".
Detto altrimenti, chiunque nota qualcosa di strano segnala il comportamento sospetto, partendo proprio dagli insegnamenti acquisiti durante il corso. Una proposta che ha immediatamente incassato il sostegno delle guardie carcerarie, conferma il direttore: "In generale, gli agenti accolgono sempre positivamente tutti quegli aggiornamenti che consentano loro di gestire al meglio i detenuti, indipendentemente dal fattore religioso. Ogni lezione legata alla diversità - di qualsiasi natura essa sia - è di solito benvenuta, perché consente di avere mezzi aggiuntivi per meglio approcciarsi ai detenuti".
I segnali d'allerta - Il corso, attivo da quattro anni, si è progressivamente strutturato, permettendo al carcere di dotarsi di procedure via via più efficaci nel riconoscere eventuali segnali di radicalizzazione. Tutto parte da un comportamento insolito notato da una guardia. "Da lì - spiega il nostro interlocutore - vengono poi coinvolti tutti gli attori per capire se la sensazione è condivisa. Fondamentale è anche l'intervento del servizio medico psichiatrico, per capire cioè se un comportamento possa sfociare in estremismo".
Laddove vi sono indicazioni tangibili, scattano le misure specifiche: a dipendenza del "rischio di contagio", il detenuto viene messo in isolamento, oppure gli viene permesso il contatto "solo con quella parte di popolazione carceraria più refrattaria a qualsiasi fenomeno di radicalizzazione". Negli ultimi quattro anni, Laffranchini riferisce di un unico caso sospetto: "Si trattava di un detenuto che si è progressivamente isolato. Poi, con i colloqui e monitorando la situazione, abbiamo capito che si trattava di un falso allarme".
In carcere, la radicalizzazione è però solo uno degli aspetti che devono essere monitorati. "Per noi è prioritario arginare anche la creazione di bande e lottare contro la prevaricazione. Il carcere deve garantire un ambiente idoneo alla risocializzazione. Tutto quello che va contro questo obiettivo, deve essere osteggiato", evidenzia.
Le cifre - In Ticino, i detenuti musulmani sono 87, il 30% del totale. Di questi, una quarantina sono praticanti. A loro, spiega il direttore delle strutture carcerarie, "viene garantita tutta la libertà che desiderano, a patto che ciò non influenzi le attività all'ordine del giorno". Questo perché "rientra fra i compiti del reinserimento far capire che è possibile praticare il culto, a patto che questo non contraddica le regole della società e non infranga il regolamento".
Nessun problema, dunque, se durante il periodo del Ramadan il detenuto mangia solo dopo il tramonto, l'importante è che si presenti puntualmente al lavoro il giorno dopo. Saltuariamente, soprattutto in occasione delle due festività principali islamiche, a varcare le porte del carcere è un imam che officia le due celebrazioni.
"Si tratta - spiega Laffranchini - di una persona di fiducia, a cui i detenuti possono sempre rivolgersi. Proprio in virtù di questa fiducia, non esiste alcun obbligo per l'imam di tenere il sermone in italiano. Come non mi metterei mai ad ascoltare quanto un cattolico dice al prete, così non mi sogno di chiedere a un agente di presenziare alla funzione di un imam per controllare cosa viene detto. Significherebbe non garantire davvero la libertà di culto e andrebbe a vanificare quel rapporto di fiducia che si crea tra i detenuti e l'imam, ma anche tra lui e noi".
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