di Valentina Reggiani
Il Resto del Carlino, 30 maggio 2019
La stessa direzione del Sant'Anna ne aveva chiesto il trasferimento: il suo stato di salute psichica era incompatibile col regime carcerario. Eppure da Reggio Emilia, struttura dove avrebbe dovuto essere trasferito, è arrivato il diniego: carcere pieno.
La famiglia del 42enne bolognese deceduto nei giorni al Sant'Anna chiede che sia fatta luce sulla morte dell'uomo e che vengano accertate eventuali responsabilità in merito. La procura di Modena ha aperto un fascicolo contro ignoti con l'ipotesi di reato di omicidio colposo e ieri, sul corpo del 42enne, è stata effettuata l'autopsia. Il consulente nominato dalla procura ha chiesto 90 giorni di tempo per fornire risposte sulle cause di morte.
L'uomo era entrato in carcere a febbraio. Incensurato, disoccupato, aveva un'invalidità del 75% legata ad un ritardo lieve. La sua età psicologica non corrispondeva a quella fisica, per intenderci. Nei suoi confronti era scattata la misura cautelare con l'ipotesi di reato di violenza sessuale lieve ma il procedimento penale era pendente a Bologna: ancora in fase di indagini preliminari.
Fatto sta che, quando la direzione del carcere Sant'Anna si è resa conto che il 42enne non era compatibile con il regime carcerario ha inviato comunicazione al pm di Bologna. Il tribunale, il 18 aprile, ha autorizzato il trasferimento del detenuto nel carcere di Reggio Emilia, dove è presente un reparto idoneo ad accogliere persone con quel tipo di disabilità ma dal penitenziario è arrivata risposta negativa: non c'è posto.
"Era il 18 aprile quando il trasferimento del 42enne è stato autorizzato dal giudice - spiega il legale della famiglia, l'avvocato Andrea Gori del foro di Bologna - ma i 'colleghi' reggiani hanno risposto di non poterlo accogliere per mancanza di posti. Era in attesa di essere trasferito ed è morto. Ho presentato una domanda di accertamento tecnico non ripetibile per verificare le cause del decesso - conferma il legale - e tra novanta giorni ne verremo a conoscenza.
Sapevano che l'uomo non era in grado di sopportare il regime carcerario. E allora - ci chiediamo - perché nessuno ha fatto nulla? I genitori del 42enne chiedono di sapere la verità". L'uomo si era sentito male in cella e - secondo i primi accertamenti - aveva chiesto aiuto al compagno ma, portato in infermeria, è morto poco dopo".
primonumero.it, 30 maggio 2019
Ma non lascia Larino, resterà "in missione". Rosa La Ginestra, che dirige da ben 28 anni il carcere di Larino non spirito "illuminato", prenderà servizio alla guida del penitenziario di Campobasso dal prossimo 1° giugno, restando a Larino "in missione". Sostituisce Irma Camporeale nel penitenziario di via Cavour dove esattamente una settimana fa c'è stata una grave insurrezione con materassi e mobili bruciati e finestre spaccate. La situazione è ancora grave. 8 detenuti sono stati trasferiti.
Esattamente una settimana fa la rivolta nel carcere di Campobasso (qui la cronaca e il racconto) dove un nutrito gruppo di detenuti si è barricato all'interno del secondo piano incendiando materassi, suppellettili, distruggendo tutto quanto ha trovato lungo il percorso. Una situazione che ha rischiato di sfociare in un dramma, ma che fortunatamente è stata tenuta sotto controllo: il pericolo di ostaggi e feriti è stato così scongiurato.
Tuttavia, a distanza di sette giorni, la situazione resta grave nella struttura penitenziaria del capoluogo. La notizia, confermata proprio in queste ore, è la sostituzione del direttore. Irma Camporeale, accusata peraltro dagli stessi detenuti di una eccessiva severità e di un pugno troppo duro per quanto riguarda la facoltà di telefonare a casa e incontrare parenti, sarà sostituita a partire dal 1° giugno prossimo da Rosa La Ginestra, storica direttrice del carcere di Larino.
Una decisione in realtà presa da tempo, e già formalizzata. La Ginestra dirige da 28 anni il carcere di massima sicurezza di Larino, dove si sperimentano le "Sezioni a regime aperto" e dove il suo lavoro è stato concreto, apprezzato, ha dato straordinari risultati in termini di reinserimento lavorativo dei detenuti. Una donna che ha dedicato e dedica il suo impegno a un progetto di recupero perfettamente coerente con lo spirito della pena che oltre alla punizione prevede appunto la rieducazione dei reclusi.
Rosa La Ginestra non lascerà comunque Larino, ma sebbene dovrà trasferirsi a Campobasso resterà nel penitenziario di Monte Arcano "in missione". In giornata si è diffusa la notizia del trasferimento a Campobasso, nei panni di direttrice, di Maria Celeste D'Orazio, da pochissime settimane dirigente della casa circondariale di Avezzano. In realtà l'equivoco, rilanciato da noi, è stato ingenerato da un errore di personale del sito del Ministero, che riporta come direttore dell'Istituto penitenziario di Campobasso Maria celeste D'Orazio.
Intanto il garante regionale dei diritti della persona Leontina Lanciano interviene sulla vicenda dopo aver effettuato una nuova visita nel Penitenziario: "Sono stata più volte in carcere - spiega - e ho verificato quello che è successo. La situazione è complessa e, nel mio ruolo di soggetto istituzionale preposto alla tutela dei diritti dei detenuti, posso dire che mai come in questo caso servono prudenza e attenzione nell'uso delle parole e nella strategia da adottare per trovare soluzioni. "Le condizioni di vivibilità della struttura carceraria devono essere migliorate - aggiunge Lanciano - al fine di consentire sia ai detenuti sia agli agenti di polizia penitenziaria di vivere in un clima disteso nel reciproco rispetto. Detto questo, pur comprendendo le necessità dei detenuti e le loro motivazioni, non giustifico e censuro qualsiasi forma di protesta che sfoci nella violenza, sia in carcere sia al di fuori di esso. I detenuti possono presentare le loro istanze nelle forme previste dalla legge. La violenza porta altra violenza, questo è certo.
Presto - conclude - sarò nuovamente nella struttura di via Cavour per incontrare i detenuti e verificare lo stato della situazione a distanza di alcuni giorni dalla rivolta. Insieme con il Garante nazionale Mauro Palma - conclude il Garante dei Diritti - continuerò a monitorare la situazione carceraria di Campobasso, considerando la complessità di una situazione che necessità di grande attenzione".
di Piera Serusi
L'Unione Sarda, 30 maggio 2019
"Così i libri mi hanno salvato". Una vita che riparte dal capolinea di un percorso carcerario cominciato con la strage di Chilivani. In ogni pagina c'è lo sguardo del bambino diventato vecchio in fretta per via di una "decisione espressa a sette anni". Una decisione "che mi venne fatta pesare e che era diventata irrevocabile".
Era l'estate del 1974 e Sebastiano Prino aveva dieci anni, ma come il piccolo Gavino Ledda tre decenni prima e come centinaia, migliaia di infanti e adolescenti fino agli anni Sessanta in Sardegna, venne spedito in campagna per accudire il gregge. Aveva appena finito le scuole elementari e da quel momento, fu la sentenza del padre, sarebbe stato un pastore. "Dopo pochi mesi - racconta - quel mestiere non mi piaceva più e chiesi di poter tornare a scuola, ma la risposta fu un categorico no".
Scelta inconsapevole - È stata la sua sliding door, la scelta inconsapevole che gli ha condizionato la vita. "I passi di un uomo solo", edizioni Libri Liberi, è una raccolta di racconti, lettere e riflessioni di una vita deragliata dentro il carcere e infine, va detto, risorta grazie allo sguardo mai svanito di quel bambino che fu costretto troppo presto ("Mio padre era un uomo all'antica") a rinunciare all'innocenza dell'infanzia. Nuorese, classe 1964, condannato all'ergastolo per la strage di Chilivani - l'uccisione dei carabinieri Ciriaco Carru e Walter Frau, caduti il 16 agosto 1995 nel conflitto a fuoco coi banditi che preparavano l'assalto a un furgone portavalori lungo la strada Sassari-Olbia - Sebastiano Prino finirà di scontare la sua pena nel 2023 e oggi, in regime di libertà vigilata, vive a Nuoro dove lavora per la cooperativa sociale Ut Unum Sint, (il presidente è don Pietro Borrotzu), che si occupa di reinserimento dei detenuti e di giovani chiamati a un percorso di giustizia riparativa. La sua vita, dunque, riparte da qui, dal capolinea di un tour carcerario cominciato all'Asinara e proseguito a Livorno, Sulmona, Padova - dal 2010 al 2015, dove ha potuto frequentare il corso di storia all'Università e laurearsi con una tesi su Marc Bloch - e infine Badu e Carros. Intanto ha partecipato a diversi concorsi letterari e ha vinto alcuni premi. "La scrittura e lo studio mi hanno salvato".
Le chiavi della libertà - Sulla copertina del volume la foto di un murale: un pugno fatto di libri che sorregge una chiave. La cultura, l'istruzione come lasciapassare per la libertà. "È il messaggio che voglio lanciare perché non debba più essere che ai bambini venga tolta la possibilità di avere una vita migliore, di assaporare la bellezza dello studio".
Nel libro - già presentato a Nuoro, a Monserrato, a Firenze - racconta dei colloqui in carcere con le assistenti sociali "che con protervia mi chiedevano conto di come conducevo la mia vita quando ero libero". Siete arrivate un po' tardi, rispondeva lui, "il vostro aiuto mi sarebbe servito tanti anni fa, quando ho lasciato il banco di scuola per arrampicarmi in montagna dietro un gregge di capre dispettose".
Il riscatto - Lo studio più che il lavoro, dice, "è ciò che aiuta chi sta in carcere ed è la vera occasione di riscatto. Eppure, ancora oggi, in tanti penitenziari questo non viene capito. Per me non è stato semplice studiare, ho dovuto combattere anche perché sono sempre stato nelle sezioni speciali e ogni no, davanti alle mie richieste di potermi iscrivere a un corso, veniva giustificato in nome della sicurezza. Solo a Padova ho trovato un direttore, un'educatrice e dei volontari che credevano nel valore dello studio come possibilità di reinserimento del detenuto".
Innocente o colpevole - Sa bene che tanti, tra coloro che leggeranno il suo libro, vorrebbero chiedergli dell'accusa che gli è costata l'ergastolo. Non ne parla ma, per dovere di cronaca, occorre dire che si è sempre professato innocente. "Sto scontando la mia pena. È questo il dato di fatto". Innocente o colpevole, quante volte avrà pensato ai familiari dei carabinieri uccisi? "Tante - ha risposto una volta in un'intervista all'Unione Sarda -. Quanto è grande la loro sofferenza?, me lo sono sempre chiesto. Non ho mai dato retta a chi mi diceva di chiedere loro perdono per avere gli sconti di pena. Non l'ho mai fatto, anche per una questione di rispetto".
emmelle.it, 30 maggio 2019
Firmato il protocollo d'intesa. La testimonianza dell'ex mafioso laureato: "La cultura preserva dalla devianza". Le due ruote saranno utilizzate dai rinchiusi che lavorano alla mensa del Campus ma anche per chi vorrà studiare all'università. Passa anche attraverso la disponibilità di quattro biciclette, di cui due a pedalata assistita, il percorso di facilitazione di accedere ai corsi formativi universitari dell'Ateneo di Teramo per i detenuti ristretti nella casa circondariale di Castrogno.
Il protocollo d'intesa, preparato dal professor Claudio Lo Sterzo, e siglato ieri mattina nella sede del Rettorato tra il direttore del penitenziario teramano, Stefano Liberatore, il presidente dell'Azienda per il diritto allo studio, Paolo Berardinelli, e il rettore Dino Mastrocola, e l'intervento del presidente della Fondazione universitaria, Romano Orrù, è un altro tassello che punta ad incrementare il progetto di recuperare attraverso lo studio le condizioni di emarginazione di chi sconta errori commessi nei rispettivi percorsi di vita.
Come ha voluto testimoniare Santo Le Pera, il 60enne condannato per associazione mafiosa laureatosi nel dicembre scorso a UniTe in Scienze del Turismo, se la "cultura preserva dalla devianza", la strada è di sicuro quella buona. Le biciclette serviranno per il momento a facilitare la mobilità di due detenuti assunti con borsa lavoro alla mensa universitaria e ad un terzo in arrivo alla Fondazione Università di Teramo.
Ma nel futuro potrebbero arrivare ad essere il mezzo di locomozione per colore che, in attesa di giudizio e autorizzati, vorranno recarsi al Campus di Coste Sant'Agostino per seguire le lezioni e dare esami. "Non sembri un paradosso - ha spiegato il direttore Liberatore - il fatto che avremo disponibili queste biciclette in carcere.
Non si tratta di un regalo a una categoria sì svantaggiata, ma detenuta, che ha commesso dei reati: la finalità non è puramente oggettiva, legata alla mera elargizione di un mezzo per lo spostamento, ma è specifica e valorizzata dall'aspetto rieducativo, attraverso il diritto allo studio. È un aiuto a questi soggetti per superare la difficoltà di mobilità per studiare".
Un detenuto più colto magari anche laureato, viene restituito alla società con potenzialità diverse dalla recidiva, dunque. L'idea dell'Adsu, come ha spiegato anche il direttore Antonio Sorgi, diventa dunque valorizzazione di un percorso virtuoso di studio in cui il penitenziario di Castrogno conta già altri precedenti positivi: oltre a qualche decina di detenuti-studenti che seguono i corsi di Agraria e Alberghiero dell'Istituto Di Poppa Rozzi, e seguiranno da quest'anno anche quelli dei servizi per il turismo, ci sono 9 iscritti alle facoltà universitarie e ben 3 nel recente passato, si sono laureati.
Un risultato che per essere compreso nella sua pienezza, va rapportato alle difficoltà organizzative e logistiche che Castrogno presenta, noto per il suo sovraffollamento con i 430 detenuti ospitati. La sicurezza associata al trattamento, l'impossibilità di far "incrociare" i detenuti delle varie aree detentive, come ha spiegato la responsabile dell'area educativa, Elisabetta Santolamazza, vede i rinchiusi studiare perfino... nella chiesa del carcere.
Le biciclette sono fornite dall'Azienda per il diritto allo Studio di Teramo, che conferma la propensione ad allacciare una rete di interessi sul territorio, che fa il paio con la capacità, altrettanto dinamica, di intercettare sempre più finanziamenti propri, attraverso la partecipazione a bandi competitivi.
"Un virtuosismo - ha aggiunto il presidente Berardinelli - che conferma il ruolo positivo dell'Adsu nei confronti della popolazione carceraria", la cui facilitazione è stata già testimoniata dall'offerta delle borse lavoro.
La politica non sta a guardare questo nuovo modello sociale, secondo quanto ha ben compreso anche l'assessore regionale alla ricerca e all'università Piero Fioretti, che ha voluto ricordare come questo impegno, nella casa circondariale, "viene portato avanti nonostante le gravi difficoltà in cui versa la quotidiana attività degli agenti di polizia penitenziaria".
di Maria Pia Terrosi
Redattore Sociale, 30 maggio 2019
A Pozzuoli, nella struttura carceraria femminile più grande della Campania, le detenute lavorano in una vera e propria torrefazione. Il progetto Lazzarelle ha coinvolto negli anni 56 donne ed è diventato uno strumento potente di inclusione sociale. Ora i prodotti (ci sono anche thé e infusi) arriveranno presto in un bistrot del centro di Napoli.
Dal 2010 nel carcere femminile di Pozzuoli - la struttura carceraria femminile più grande della Campania - si produce caffè. Un progetto partito dalla volontà e determinazione di Imma Carpiniello, presidente della cooperativa sociale Lazzarelle, che ha creato all'interno del carcere una vera torrefazione nel quale lavorano le donne detenute.
"L'idea" - racconta - "è stata quella di dar vita a un'impresa tutta al femminile: al momento sono 6 le detenute che lavorano in questo progetto, ma complessivamente negli anni sono state coinvolte 56 donne. Ognuna con la propria storia, al tempo stesso differente e uguale a quella di molte altre. Per esempio molte di loro, prima di lavorare con noi, non avevano mai avuto un regolare contratto di lavoro. La cosa importante è che con questo progetto non solo imparano un mestiere che possono far valere fuori una volta uscite dal carcere, ma soprattutto acquisiscono coscienza dei loro diritti e delle loro potenzialità".
Alle Lazzarelle si capisce fino in fondo che il lavoro non solo offre dignità, ma è uno strumento potente di inclusione sociale che dà alle donne una possibilità concreta di riscattarsi. Per questo - aggiunge Imma Carpiniello - il carcere non deve essere visto come un luogo oscuro e dimenticato, ma la dimostrazione che, anche nelle condizioni più difficili, tutte le donne possono essere protagoniste del loro cambiamento. Lo dimostra la stessa Imma Carpiniello che non si è fermata al caffè, ma ha aggiunto la vendita di tè, infusi e tisane e si sta occupando dell'apertura di un Bistrot al centro di Napoli. Sarà un luogo - precisa - dove non solo si potranno assaggiare e acquistare i prodotti delle Lazzarelle, ma che - tramite questi prodotti - vuole essere un punto di incontro dove raccontare il carcere in maniera differente.
Ma oltre alla forte valenza sociale il progetto Lazzarelle ha anche una decisa connotazione ambientale per la quale la cooperativa è stata premiata lo scorso marzo a Firenze al Festival dell'Economia civile riconoscendola come azienda virtuosa ambasciatrice di sostenibilità.
Il caffè, infatti, viene prodotto solo con grani acquistati dalla cooperativa Shadilly che promuove progetti di cooperazione con i piccoli produttori dei Paesi in via di sviluppo e il packaging - solo di plastica, senza alluminio - è stato studiato per facilitare il riciclo nella raccolta differenziata.
Non solo. La cooperativa Lazzarelle è coinvolta in un progetto di economia circolare che punta al recupero e riciclo delle buccette di caffè (l'involucro del chicco), oggetto di ricerca da parte del Corso di Economia circolare per l'energia e l'ambiente dell'Università degli Studi della Campania "Luigi Vanvitelli".
"Siamo partiti - racconta Alfonso Marino, docente del corso - da una ricerca fatta anni fa dalla Food and Drug Administration Usa nella quale si studiava come riciclare le buccette del caffè che oggi vengono buttate via come un rifiuto, mentre sono una preziosa materia prima seconda". Il progetto, descritto nell'articolo pubblicato sul sito del Circular Economy Network, è ancora in fase sperimentale anche se sono stati già raggiunti alcuni risultati concreti e individuati come campi di applicazione il settore farmaceutico e quello della bioplastica.
isnews.it, 30 maggio 2019
Sommossa nel carcere di Campobasso, sulla rivolta che ha visto protagonisti alcuni detenuti del carcere di Campobasso, che in forma di protesta hanno messo sottosopra un piano di un'ala della casa circondariale del capoluogo interviene la Garante regionale dei Diritti della Persona, Leontina Lanciano, che è anche Garante dei detenuti.
"Sono stata più volte in carcere - ha dichiarato Lanciano - e ho verificato quello che è successo. La situazione è complessa e, nel mio ruolo di soggetto istituzionale preposto alla tutela dei diritti dei detenuti, posso dire che mai come in questo caso servono prudenza e attenzione nell'uso delle parole e nella strategia da adottare per trovare soluzioni". "Le condizioni di vivibilità della struttura carceraria devono essere migliorate al fine di consentire sia ai detenuti, sia agli agenti di polizia penitenziaria, di vivere in un clima disteso nel reciproco rispetto.
Detto questo, pur comprendendo le necessità dei detenuti e le loro motivazioni, non giustifico e censuro qualsiasi forma di protesta che sfoci nella violenza, sia in carcere sia al di fuori di esso". "I detenuti possono presentare le loro istanze nelle forme previste dalla legge.
La violenza porta altra violenza, questo è certo. Presto - ha concluso - sarò nuovamente nella struttura di via Cavour per incontrare i detenuti e verificare lo stato della situazione a distanza di alcuni giorni dalla rivolta. Insieme con il Garante nazionale Mauro Palma continuerò a monitorare la situazione carceraria di Campobasso, considerando la complessità di una situazione che necessita di grande attenzione".
di Jacopo Storni
Corriere Fiorentino, 30 maggio 2019
Il Dap ha stanziato 1 milione di euro per la sua realizzazione ma il progetto è fermo a causa di burocrazia e permessi. È stata promossa anche una petizione on line. Un milione di euro per un teatro da 200 posti nel carcere di Volterra. I soldi ci sono già da un anno, ma del teatro neppure l'ombra. È il paradosso che lascia perplessi i detenuti e la Compagnia della Fortezza, che da trent'anni organizza attività teatrali all'interno del penitenziario in provincia di Pisa, dove molti reclusi (tra i 162 complessivi) non sono soltanto spettatori degli eventi teatrali, ma attori protagonisti.
I fondi sono stati stanziati un anno fa dal Dap, il dipartimento dell'amministrazione penitenziaria, ma il progetto presentato dagli architetti si è inceppato. Il motivo? A spiegarlo è il garante dei detenuti della Toscana Franco Corleone: "Il progetto è bloccato a causa della burocrazia, del temporeggiamento delle istituzioni e dei dubbi di alcuni degli attori coinvolti, tra cui la sovrintendenza pisana che ha cambiato guida recentemente".
Sul carcere di Volterra ci sono alcuni vincoli architettonici vista la storicità del penitenziario, che sorge all'interno di un'antica fortezza. Ma il garante Corleone non ci sta e annuncia lo sciopero della fame: "Dentro quel carcere, in questi anni, è stato costruito di tutto, non capiamo perché non si possa realizzare un teatro, sono stati presentati tre progetti e almeno uno di questi deve essere realizzato perché il teatro costituisce una grande opportunità culturale e rieducativa sia per chi vive il carcere sia per chi sta fuori. Voglio dare 15 giorni di tempo alle istituzioni coinvolte (Provveditorato opere pubbliche, Sovrintendenza e Dap), dopodiché, se non arriveranno risposte concrete, comincerò il digiuno".
Secondo Corleone, almeno uno dei tre progetti - tutti presentati dall'architetto del Dap Ettore Barletta - ha caratteristiche tali da non impattare sull'architettura antica del luogo. Un progetto, quello del teatro in carcere a Volterra, nato circa trent'anni fa grazie ad Armando Punzo(Il regista e drammaturgo Armando Punzo, 59 anni, con, alle spalle, alcuni attori del nuovo spettacolo da lui scritto e diretto per la compagnia della Fortezza, "Beatitudo". Punzo è anche direttore artistico del teatro di San Pietro di Volterra nella foto, con alle spalle alcuni detenuti durante lo spettacolo "Beatitudo"), drammaturgo e regista, direttore del teatro di San Pietro a Volterra e noto soprattutto per le attività coi detenuti nel penitenziario della cittadina toscana attraverso la Compagnia della Fortezza, premiata recentemente da Buone Notizie.
"Il teatro e tutto il suo indotto - ha detto Punzo - hanno modificato un carcere che in passato era noto per la sua durezza. Ha attraversato lo spazio della pena, costruendo ponti con la società esterna e realizzando una metodologia di lavoro teatrale apprezzata a livello internazionale. A Genova, nel carcere di Marassi, è stata realizzata ex novo, in un cortile in disuso, una sala da 200 posti, "Il teatro dell'Arca". Perché a Volterra non si può?". Poi ha ricordato le difficoltà avute, in tutti questi anni, a lavorare "in locali di fortuna e inadeguati (una cella di tre metri per nove) e di spettacoli interni alla fortezza che si sono svolti teatralizzando cortili dell'aria e ambienti di servizio".
Per chiedere la realizzazione del teatro in carcere, è stata lanciata una petizione sulla piattaforma change.org, che ha già raggiunte circa 500 firme. "Occorre aver chiaro un fatto - è scritto nella petizione: nell'esperienza di alto valore artistico che è stata costruita a Volterra c'è un lavoro professionale che ha permesso a tanti detenuti di acquisire competenze tecniche e avere un'occupazione".
lavocedibolzano.it, 30 maggio 2019
L'appuntamento è per mercoledì 5 giugno alle 18.30 nella Sala Grande della Kolpinghaus a Bolzano con la presentazione del libro "Rifarsi una vita, storie oltre il carcere" a cura di Paolo Beccegato e Renato Marinaro. Interverranno Alessandro Pedrotti, responsabile del servizio Odòs, da anni impegnato in percorsi di giustizia che coinvolgono il territorio e don Dario Crotti, direttore Caritas Pavia, impegnato in percorsi di Giustizia con le scuole e il carcere. Introduce e modera Paola Dispoto, operatrice Caritas impegnata in un percorso di Volontariato della Giustizia.
Il libro - Come risposta all'esigenza di giustizia la società sceglie il carcere, che però non riabilita. Altri tipi di pena sarebbero più costruttivi per creare percorsi di integrazione e autonomia, perché è nella relazione con gli altri, nell'essere riconosciuti persone, pur nella consapevolezza delle proprie responsabilità, che può iniziare un percorso di rinascita.
Questo libro racconta storie di persone che hanno sbagliato per i motivi più diversi: l'educazione (non) ricevuta, l'ambiente di vita, il miraggio dei soldi facili, gli eventi traumatici improvvisi, le violenze domestiche, i momenti di rabbia o di follia, l'incapacità di uscire da situazioni infernali. Ma racconta soprattutto storie di donne e uomini che hanno avuto la possibilità di un riscatto morale, civile o spirituale, grazie alle pene alternative al carcere, al conforto di chi ha dato loro fiducia e le ha considerate innanzitutto persone, alle famiglie che hanno saputo aspettare e offrire loro una ragione di speranza, alle comunità che le hanno accolte senza giudicare, a chi ha saputo offrire loro la possibilità di un lavoro e di sentirsi utili.
brindisireport.it, 30 maggio 2019
In scena una pièce tratta dai lavori di Pasolini, prima della pausa estiva del laboratorio teatrale condotto con la compagnia Aleph. Si avvia alla conclusione, prima della pausa estiva, il laboratorio teatrale tenuto presso la Casa Circondariale di Brindisi dalla Compagnia Teatrale Aleph. Un percorso di grande crescita personale e di gruppo che, con l'indispensabile supporto della direzione della Casa Circondariale, ha costituito un'occasione per provare a mettere in discussione stili e scelte di vita offrendo lo spunto per suggestioni su alternative "legali" ed attraenti e creative.
La scelta dei testi e le tecniche teatrali per la costruzione di uno spettacolo hanno messo in moto meccanismi di coinvolgimento per offrire ai detenuti la possibilità di scoprire quell'umanità che si nasconde dietro ogni tipo di giudizio. Il carcere è stato, paradossalmente, il luogo che ha reso possibile ad ognuno di loro di aprirsi, denudarsi, mettersi in gioco, con varie motivazioni personali, a partire da quella del riscatto sociale.
"Ragazzi di Via Appia" liberamente ispirato al film "Accattone" e al romanzo "Ragazzi di vita" di Pier Paolo Pasolini è lo spettacolo che i detenuti, concludendo questo percorso, offriranno il 29 maggio alle ore 15.30, insieme ad una performance, "Parole Preziose", degli attori di Aleph agli altri ospiti della Casa Circondariale di Brindisi. Mentre il 30 maggio alle 19.30 gli attori - detenuti si esibiranno presso il teatro della Chiesa della Vergine SS. Addolorata "La Pietà" in via indipendenza a Brindisi in uno spettacolo aperto a tutti.
Gli attori di "Aleph", Carla Orlandini, Franco Miccoli, Luigi De Falco e Nicola Galateo hanno lavorato per alcuni mesi attraverso tecniche di recitazione, di rilassamento, respirazione e giochi di ruolo per allentare le normali tensioni e per rimuovere incertezze e difficoltà nel rapporto con gli altri.
Esperienze, queste, che senza il sostegno della direzione della Casa Circondariale di Brindisi, del magistrato del Tribunale di Sorveglianza, insieme al personale tutto della Polizia penitenziaria, non avrebbero potuto consegnare alla società il loro risultato, e soprattutto la conferma che è possibile sperimentare ruoli e dinamiche diversi da quelli propri della detenzione, dove i meccanismi relazionali basati sulla forza, sul controllo e sulla sfida possono essere sostituiti da quelli legati alla collaborazione, allo scambio e alla condivisione.
di Gianni Beraldo
varese7press.it, 30 maggio 2019
L'anno prossimo compirà dieci anni, il concorso artistico e letterario riservato a detenuti "ospiti" negli istituti penitenziari della Lombardia. Un concorso nato proprio a Varese, coinvolgendo dapprima i detenuti del "Miogni" poi, sull'onda del successo ottenuto, coinvolgendo a tutte gli altri istituti penitenziari della Regione.
Una bella e lodevole iniziativa a carattere sociale dalla grande rilevanza anche sotto il profilo umano. Progetto rieducativo nato con il contributo di varie realtà, dalla Fondazione La Sorgente ad Auser, dall'Enaip alla Cooperativa lotta contro l'emarginazione, dall'Associazione assistenti carcerari San Vittore Martire di Varese all'associazione L'Oblò, alle Acli, alla Consulta Interassociativa femminile di Milano.
Questa sera il salone Estense di Varese ha ospitato le opere finaliste consegnando i vari premi a referenti delle varie associazioni a nome dei detenuti finalisti, almeno per quelli detenuti in carcere fuori dal circondario varesino. Presenti invece alcuni detenuti del carcere Miogni (ovviamente accompagnati da agenti polizia penitenziaria), emozionati per tanto clamore mediatico. Per l'amministrazione comunale vi erano l'assessore Roberto Molinari e il sindaco davide Galimberti.
Molto belle le opere partecipanti, con dipinti e spunti letterari di notevole interesse tutte che inevitabilmente richiamano a quella libertà ma anche a sensi di colpa troppo spesso repressi e soffocate all'interno delle mura carcerarie, ma con la speranza di rifarsi una vita. Arte e letteratura in tal senso aiuta a liberarsi dalla malinconia infondendo speranza e coraggio. Insomma un'altra chance che a tutti loro deve essere concessa perché giusto sia così.
Tutto questo emerge forte e prepotentemente dai loro elaborati, con riflessioni ad alta voce che urlano al mondo che loro sono vivi e non bisogna dimenticarli. Cerimonia di premiazione intervallata da alcuni brani musicali magnificamente interpretati dalla cantante Gaia Galimberti e dall'ottimo chitarrista Fabrizio Buzzi dei Licei Manzoni. Chi certamente di loro non si dimentica la direttrice del carcere varesino, la dottoressa Carla Santandrea insediatasi lo scorso mese di febbraio sostituendo Giancarlo Mongelli, ora direttore al carcere di Bollate oggi presente a ritirare un premio per un "suo" detenuto.
La nuova direttrice del Miogni nonostante la ancora giovane età ha ben 25 anni di esperienza alle spalle, avendo diretto tra gli altri l'Istituto penitenziario di Como e quello "tosto" San Vittore di Milano in veste di vice direttrice "Esistono uomini liberi e uomini privati della libertà ma quello che conta é la parola uomo-dice la direttrice varesina- Ogni loro lavoro esprime uno stato d'animo particolare. Sono tutte persone che comunque possiedono delle doti particolari che noi aiutiamo a fare emergere. Ovviamente dipende dal tipo di soggetto che si trova in carcere". Un mestiere difficile e complicato quello della direttrice di un istituto di pena, insieme a quello di tutto lo staff "qui a Varese ho trovato del personale molto preparato e competente, una vera e piacevole sorpresa, sulla struttura invece vi é da lavorare". La direttrice Santandrea evidenzia come sarebbe opportuno evidenziare attraverso i media la figura altamente professionale della polizia giudiziaria, dei loro sacrifici così come pure delle loro notevoli capacità e professionalità, utile nel sapersi confrontare al meglio con la popolazione carceraria, un microcosmo composto da soggetti diversi provenienti spesso anche da Paesi diversi con tutte le loro mille complessità no facili da gestire, anzi molto difficile diremmo.
Insomma, oggi la giusta vetrina é stata giustamente per quei detenuti che vogliono rivalersi di una condotta immorale che li ha portati in carcere, cercando un' altra via di fuga: quella dell'arte e della cultura più in generale. Ma non dimentichiamoci di chi si adopera quotidianamente perché tutto questo si possa realizzare senza problemi.
- Arezzo: Orchestra Multietnica, al via dal carcere il tour "Culture contro la paura"
- "Selfie". In un documentario la vita di due adolescenti in un quartiere popolare di Napoli
- Save the Children: "Infanzia negata a un bambino su tre"
- Torino: rapper detenuto all'Ipm Ferrante Aporti vince il Festival "Sottodiciotto"
- I migranti diventati un'icona: "Su quel barcone eravamo noi"











