Serena Giovanna Grasso
Quotidiano di Sicilia, 10 settembre 2019
Al Pagliarelli di Palermo presenti duecento detenuti in più rispetto ai 1.182 da capienza regolamentare. Nell'Isola sui ventitré istituti penitenziari, in quattordici si rileva un numero di presenze superiore al consentito. Torna il rischio di affollamento nelle carceri. Secondo i dati del ministero della Giustizia, sono 60.254 i detenuti presenti nelle carceri italiane allo scorso 31 luglio, quasi il 20% in più rispetto ai 50.480 posti consentiti dalla capienza regolamentare (si tratta esattamente di 9.774 posti in esubero).
Nel dettaglio, le regioni maggiormente sofferenti sono la Campania (con una capienza stimata in 6.157 unità ed una presenza effettiva ammontante a 7.606 detenuti), il Lazio (con una capienza di 5.254 unità e presenze pari a 6.483), la Puglia (con 3.745 detenuti a fronte di una capienza regolamentare ammontante a 2.319), ma soprattutto la Lombardia che all'interno delle mura carcerarie accoglie oltre duemila detenuti in più rispetto al limite massimo consentito (8.472 presenze, rispetto alle 6.199 limite).
Al contrario, la situazione siciliana è abbastanza regolare nel complesso: infatti, nella nostra regione il numero complessivo di detenuti (6.396) è inferiore di 88 unità rispetto al numero massimo di detenuti definito dalla capienza regolamentare (6.484). Ma le apparenze ingannano: infatti, se scendiamo nel dettaglio dei singoli istituti penitenziari tutto cambia. Oltre la metà delle strutture siciliane ospita un numero di detenuti superiore rispetto alle proprie capacità (si tratta esattamente di quattordici dei ventitré penitenziari complessivi).
La situazione peggiore si rileva al Pagliarelli di Palermo, in cui sono presenti ben duecento detenuti in più rispetto al consentito: infatti, l'istituto ospita 1.382 detenuti, rispetto ai 1.182 massimi da legge. La capienza regolamentare viene calcolata sulla base del criterio dei nove metri quadrati per singolo detenuto, più cinque metri quadrati per gli altri (lo stesso per cui in Italia viene concessa l'abitabilità alle abitazioni). Naturalmente la superficie si riduce notevolmente nel momento in cui si verificano delle eccedenze. Valori ben oltre il consentito si riscontrano anche al "Pasquale Di Lorenzo" di Agrigento (356 rispetto ai 283 consentiti, ovvero 73 in più), a Siracusa (+56) e a Caltanissetta (+52).
Al contrario, presso gli istituti penitenziari di Barcellona Pozzo di Gotto (231 rispetto ai 416 consentiti, ovvero 185 in meno), Messina (195 rispetto al massimo di 294, quindi 99 in meno) e all'Ucciardone di Palermo (383 rispetto ai 571, corrispondenti a 188 in meno) è presente un numero di detenuti di gran lunga inferiore rispetto alla capienza regolamentare.
Sui 6.396 detenuti presenti all'interno delle carceri siciliane, 4.017 hanno già ricevuto la condanna definitiva, in 1.117 sono stati condannati in modo non definitivo e in 1.230 sono in attesa di primo giudizio. Gli stranieri sono in 1.101 e rappresentano il 17% del totale regionale (un'incidenza nettamente più contenuta rispetto al 33,3% osservato in Italia, dove sono stranieri 20.080 dei 60.254 detenuti complessivi). In generale, in Sicilia si osserva il quarto valore di detenuti complessivamente più elevato a livello nazionale, dopo Lombardia, Campania e Lazio, corrispondente al 12,7% del totale. Ad incidere negativamente sul sovraffollamento delle carceri è anche il limitato uso delle misure alternative e della messa alla prova, che contribuiscono a saturare le presenze all'interno degli istituto penitenziari. Si tratta, in particolare, di strumenti riservati a chi ha commesso reati minori, consistente nella sospensione del processo, consentendo all'imputato o indagato che ne fa richiesta di saltare il processo e cancellare il reato a patto che questi svolga una serie di attività che comprendono lavori di pubblica utilità, condotte riparative per eliminare le conseguenze del reato e risarcimento del danno.
romatoday.it, 10 settembre 2019
Raggi: "Un ulteriore passo avanti nella promozione di un'iniziativa apprezzata a livello internazionale". Approvato in Giunta Capitolina lo schema di Protocollo d'Intesa fra Roma Capitale e Ministero della Giustizia Dipartimento dell'Amministrazione Penitenziaria, per il reinserimento socio lavorativo dei soggetti in espiazione di pena, attraverso la partecipazione a progetti di pubblica utilità nel territorio di Roma Capitale.
Tramite tale delibera si autorizza l'Assessore allo Sport, Politiche Giovanili e Grandi Eventi Cittadini con delega ai rapporti con il Garante dei diritti delle persone sottoposte a misure restrittive della libertà personale di Roma Capitale, Daniele Frongia, a sottoscrivere tale Protocollo di Intesa con il Ministero della Giustizia, rappresentato dal Capo del Dipartimento dell'Amministrazione Penitenziaria, dott. Francesco Basentini.
I progetti attuati finora si sono ampiamente dimostrati come dei validi mezzi per coniugare le esigenze dell'Amministrazione di cura del territorio con la promozione della funzione rieducativa della pena e reinserimento sociale dei detenuti. Grazie al nuovo Protocollo di Intesa, quindi, si rinnova l'accordo fra le parti concordando di demandare i dettagli dei singoli progetti a degli specifici Protocolli Operativi, per lo stesso si stabilisce la durata di 12 mesi, tacitamente rinnovabile salvo esplicita volontà di ciascuna parte firmataria di porre termine notificata con un anticipo di almeno 60 giorni.
Con il Protocollo, inoltre, si delinea la possibilità di integrare interventi nelle aziende agricole di proprietà di Roma Capitale quali Castel di Guido e Tenuta del Cavaliere e si istituisce, infine, una Cabina di Regia da riunire con cadenza periodica e almeno una volta ogni due mesi per condividere ogni eventuale criticità relativa alle attività avviate.
"L'apprezzamento internazionale ricevuto per i progetti avviati a partire dal marzo del 2018 testimoniano come stiamo lavorando nella giusta direzione. Una delegazione messicana è stata accolta da noi lo scorso giugno per apprendere i dettagli dei nostri progetti con i detenuti ed esportarli nel mondo, ciò dimostra ancora una volta come Roma possa e debba essere all'avanguardia sotto molteplici aspetti, in primis sul sociale. Siamo orgogliosi di aver dato vita a tale iniziativa e la firma che l'Assessore Frongia apporrà sul Protocollo d'Intesa palesa la nostra voglia di proseguire in questa direzione e ampliare sempre di più l'offerta lavorativa su base volontaria per le persone soggette a misure restrittive", afferma la Sindaca di Roma, Virginia Raggi.
"Ancora una volta mi preme ringraziare il Ministero della Giustizia - Dipartimento dell'Amministrazione Penitenziaria, il Tribunale di Sorveglianza di Roma e il Prap - Provveditorato Regionale Amministrazione Penitenziaria del Lazio, Abruzzo e Molise - per aver permesso una così rapida ed efficace attuazione dei progetti che abbiamo attivato con i detenuti. La cittadinanza e la stampa ci hanno dato più volte testimonianza di come tali iniziative siano apprezzate e condivise, per questo proseguire con un nuovo Protocollo di Intesa era una delle nostre priorità. Dare una formazione e possibilità lavorativa una volta espiata la pena ai detenuti è non solo un mezzo proprio di uno stato di diritto, ma una vera e propria dimostrazione di come porti vantaggi sia al singolo detenuto che all'intera collettività", afferma l'Assessore Daniele Frongia.
"Siamo sempre più determinati nel creare iniziative ed occasioni che dimostrino quanto Roma possa e voglia essere una comunità solidale", aggiunge l'Assessora alla Persona, Scuola e Comunità solidale Laura Baldassarre. "Il riscontro positivo proveniente dalla cittadinanza non può che consolidarci nel nostro impegno, tanto più che il Protocollo di Intesa prefigura già la possibilità di individuare ulteriori ambiti di intervento per le persone sottoposte a misure restrittive della libertà personale. Si incontra così il bene individuale con quello pubblico, in una sinergia di sforzi alla diffusione di una cultura e di una prassi effettiva di integrazione".
quinewsfirenze.it, 10 settembre 2019
L'infermiera Monica Pusceddu attraverso Opi Firenze Pistoia, racconta la vita all'interno del carcere sottolineandone problemi e criticità operative. L'infermiere non è solo il professionista che opera nelle strutture ospedaliere, Monica Pusceddu, infermiera che opera nel settore della sanità penitenziaria della Usl Toscana Centro lo racconta attraverso Opi Firenze Pistoia ricordando l'aggressione avvenuta a metà agosto all'interno della casa circondariale. L'utenza attuale del carcere di Sollicciano comprende circa 800 detenuti.
"Essere infermiere in carcere oggi è una sfida, sia professionale che etica, perché, come ci ricorda l'articolo 3 del nuovo codice deontologico, "l'infermiere si astiene da ogni forma di discriminazione e colpevolizzazione nei confronti di tutti coloro che incontra nel suo operare". Ci troviamo a dover gestire sia culture differenti dalla nostra che persone socialmente svantaggiate per cui, a prescindere dal reato commesso (del quale non dobbiamo essere a conoscenza, né eventualmente tenere conto), è fondamentale la presa in carico del paziente" racconta Monica Pusceddu.
Pusceddu aggiunge "Sono diverse le problematiche che ci ritroviamo ad affrontare: dalle lunghe distanze date dai corridoi che separano l'infermeria da alcune zone del carcere dove potrebbero trovarsi i pazienti da soccorrere, agli interventi infermieristici che vanno sempre coordinati con la polizia penitenziaria per ragioni di sicurezza. Gli ambulatori non sono totalmente sotto la gestione dell'Usl Centro anche dal punto di vista della manutenzione, per cui molto spesso, per interventi urgenti (come per esempio allagamenti, infiltrazioni, imbiancature e illuminazione elettrica) dobbiamo rivolgerci agli uffici tecnici dell'amministrazione penitenziaria che non sempre ha i mezzi per sopperire ad alcune esigenze. Inoltre gli spazi a noi riservati sono angusti, fatiscenti e talvolta con poca illuminazione e l'assistenza da erogare diventa difficoltosa anche per queste concause".
Inoltre "La complessità assistenziale è data anche dalle diverse etnie che compongono il bacino di utenza e dal livello culturale e sociale medio-basso: spesso i detenuti provenienti dall'Africa sub-sahariana hanno frequentato a malapena le scuole elementari e non avendo beneficiato nel loro paese di un servizio sanitario strutturato si ritrovano per la prima volta ad avere a che fare con una istituzione sanitaria ben definita. Il detenuto che si vede privare della propria libertà utilizza spesso degli atteggiamenti manipolatori nei confronti del personale sanitario, mettendo in atto gesti autolesivi, talvolta di poco conto, talvolta di grave entità come i tentativi di suicidio, che nell'ultimo anno purtroppo in alcuni casi sono stati portati a termine. Il detenuto si trova a fare richieste non conformi, molto spesso dal punto di vista terapeutico, che l'infermiere o il medico gli devono negare. Nella relazione di fiducia paziente/infermiere quando queste richieste non vengono soddisfatte capita che il detenuto risponda con aggressioni sia verbali che fisiche". "Un importante percorso attivo è il monitoraggio delle malattie infettive: questo fa sì che i pazienti vengano intercettati e curati subito ma anche che ci sia una risonanza positiva sulla cittadinanza nel momento in cui il detenuto tornerà libero".
Il resoconto operativo tra le pareti del carcere si conclude con una analisi degli aspetti da migliorare "la base di tutto è sicuramente la formazione, poiché attualmente si parla troppo poco di infermiere penitenziario e anche all'interno delle università dovremmo iniziare a orientare i futuri professionisti verso questa realtà. Quello che potrebbe aiutare nel miglioramento della qualità dell'assistenza è senz'altro una sempre maggiore interazione e un confronto con gli altri servizi, sia territoriali che ospedalieri.
Non da meno è il problema della sicurezza che è costantemente al vaglio dell'amministrazione penitenziaria e dell'azienda sanitaria che necessariamente devono coordinarsi e integrarsi al fine di ridurre al minimo il rischio. Oggi dovremmo puntare molto di più sull'informazione su casi limite come l'aggressione dello scorso 14 agosto, per poter formare i colleghi in modo che sappiano affrontare situazioni critiche e di conflitto con l'utenza".
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 10 settembre 2019
Muore a 82 anni, aveva un tumore ai polmoni che si è aggravato durante la carcerazione al penitenziario di Parma. Un uomo buono, per chi lo conosceva, che fino a pochi anni fa viveva in una roulotte e l'unico aiuto proveniva dalla rete diritti in casa, un collettivo di Parma che lotta per il diritto alla casa per chi non ha nulla e viene abbandonato dalle istituzioni.
Parliamo di Egidio Tiraborrelli, un uomo che all'età di 17 anni era emigrato in Argentina dove ha svolto il lavoro di operaio saldatore. Rientrato in Italia è rimasto solo, con l'unico fratello di qualche anno più giovane, anche lui nullatenente. "Egidio si presentò da noi - spiega a Il Dubbio Katia Torri, l'attivista della rete diritti in casa - perché praticamente era senza tetto e ci aveva chiesto se potesse mettere la sua roulotte nel cortile della casa occupata".
Torri racconta che gli stessi abitanti dell'occupazione hanno espresso il desiderio di ospitarlo dentro l'edificio nonostante non ci fosse un effettivo spazio adeguato per lui, "ma Egidio - spiega l'attivista - aveva insistito che non voleva recar troppo fastidio e gli bastava uno spazio per la sua roulotte". Egidio si era integrato perfettamente con gli altri, tanto da coltivare un piccolo orto e condividere gli ortaggi con gli abitanti che li considerava quasi come figli".
Ma Egidio, "Gidio" per gli amici, non sapeva che ha subito un processo e nemmeno della condanna scaturita nel 2012 per un reato considerato gravissimo per la nostra legislazione, quello di "favoreggiamento dell'immigrazione clandestina". Eppure, la sua vita piena di sacrifici e stenti aveva avuto anche un piccolo risvolto positivo grazie all'aiuto degli attivisti del collettivo: era riuscito ad ottenere una casa popolare.
La tranquillità tanto agognata è durata poco. A causa della condanna avvenuta a sua insaputa, a dicembre del 2018 è stato tratto in arresto e ha varcato i cancelli del carcere di Parma. Ma cosa ha commesso di così grave per meritarsi una condanna che rientra tra i reati ostativi, il famigerato 4bis dell'ordinamento penitenziario nato per contrastare l'emergenza mafiosa e poi allargato nei confronti di altri reati, fino alla corruzione grazie allo spazza-corrotti? Aveva aiutato, tramite un passaggio in macchina, una persona dell'est nel varcare i confini. Non era un trafficante, non ci ha guadagnato nulla, ma ha peccato nell'aver aiutato una persona ad entrare in Italia. Egidio era quindi colpevole di aver fatto varcare i nostri sacri confini, lui che da migrante ha varcato vari confini del mondo.
Egidio, come detto, aveva un tumore e in carcere si aggiunge un'altra tragedia, quella della precaria assistenza sanitaria. "Ci aveva contattata una volontaria del carcere - racconta Katia Torri del collettivo rete diritti in casa - dicendoci che c'era solo un impianto della bombola di ossigeno per tutti i detenuti malati e quindi se la scambiavano a turno".
Anziano, malato e di fatto incompatibile con l'ambiente carcerario. Ma non aveva un avvocato, quindi gli attivisti con grande difficoltà si sono adoperati per fargli nominare una avvocata di loro fiducia. Dopo aver ottenuto la nomina si è adoperata per ottenere la sospensione della pena. Alla fine, ottiene i domiciliari tramite il ricovero ospedaliero. Un ricovero breve, perché dopo una settimana - esattamente venerdì scorso - Egidio Tiraborrelli muore. Come detto, era povero Egidio. E nella solitudine e povertà, anche quando muori i problemi non finiscono visto che fare un funerale ha un suo costo. Ha un figlio in Argentina che a breve raggiungerà l'Italia, mentre nel frattempo il fratello di Egidio è in giro per assistenti sociali per potergli garantire almeno una degna sepoltura.
di Carmelo Epis
santalessandro.org, 10 settembre 2019
Per le detenute è stato un incontro intenso, perché hanno capito che oltre quelle mura qualcuno pensa a loro. Per la parrocchia di Celadina è stato un incontro coinvolgente, che ha permesso di conoscere da vicino la realtà del carcere. Un incontro - come ha sottolineato il parroco don Davide Galbiati - che spinge "a superare la pigrizia intellettuale di chi dice: "Hanno sbagliato, devono pagare".
Una giornata davvero particolare quella vissuta dalla parrocchia, nel pomeriggio del 5 settembre, nell'ambito delle feste patronali, quando oltre 80 persone hanno varcato le porte del carcere per conoscere da vicino una realtà nascosta, anche se vicina alle proprie case. Prima tappa la visita alla lavanderia, dove si alternano ogni mese le 40 detenute. "Lavano e stirano, ricevendo un compenso per il loro lavoro - ha sottolineato Anna Maioli, capo area trattamentale, che ha fatto da cicerone. Grazie a quanto ricevono per i vari lavori, detenute e detenuti si sentono responsabili e impegnati. Inoltre possono comprare quanto serve per la pulizia personale, come sapone, dentifricio, shampoo, il giornale, le sigarette e andare dal barbiere. Tutte cose che non sono pagate dall'amministrazione carceraria".
Maioli ha ringraziato la parrocchia perché, nelle feste natalizie, raccoglie materiale per la pulizia personale. Quindi ha mostrato i lavori delle detenute nella scuola di ceramica, seguite da una ceramista, che periodicamente vengono messi in vendita. Ci sono poi altri lavori per i detenuti maschi. Un gruppo dei 500 presenti nella struttura, aiuta un cuoco, che ogni giorno prepara 350 coperti, dalla colazione alla cena. C'è poi un forno che sforna pane, consegnato anche a domicilio, panettoni e colombe. In ogni cella si può tenere un fornello, sempre pagato dai detenuti, per consentire di bere un caffè o un tè.
I volontari sono una presenza indispensabili, perché aiutano detenuti e detenute a trascorrere la giornata e ascoltano i racconti delle loro vite. Per consentire un futuro a chi termina di scontare la pena, per non far perdere gli anni scolastici, o anche solo per riflettere e formarsi, sono attivi corsi di scuola elementare, media e istituto alberghiero. Quattro detenuti proseguono gli studi universitari e i docenti vengono in carcere per gli esami. Sono attivi anche corsi di italiano per i detenuti stranieri. Ogni giorno sono 120 i detenuti che studiano. "Sensibilizziamo alla frequenza regolare. Ci sono anche persone che neppure sanno la loro data di nascita", ha aggiunto Maioli.
Il gruppo si è quindi spostato nella sala teatro, dove c'erano le detenute, alcune molto giovani, e la nuova direttrice del carcere, Teresa Mazzotta, che ha indicato come priorità del suo impegno il reinserimento e l'accompagnamento dei detenuti al termine della pena.
"Il carcere non è quello che appare nei film e neppure un luogo dove si danno giudizi sommari sulle persone. Ogni detenuto porta con sé problemi, speranze, rimpianti, ricordi. È molto triste vedere i loro figli piccoli piangere quando termina il tempo di ricevimento". La direttrice ha invitato a fare gli auguri di buon compleanno a suor Valentina, una religiosa delle Poverelle, impegnata in carcere, che compiva 80 anni. "Grazie - ha risposto la religiosa, visibilmente emozionata. Busso ovunque per cercare fondi per i bisogni dei detenuti e mi sento chiamare "frà Sircòtt".
Ricevo anche insulti, ma rispondo che i carcerati sono dei cittadini". Quindi il saluto di Daniela, una detenuta. "Siamo donne di etnia, religione e lingue diverse. Siamo qui per degli errori commessi e non è facile fare i conti con il passato. Pesa la lontananza da casa e dagli affetti". Vanni ha risposto a nome della parrocchia: "Abbiamo sempre visto il carcere dal di fuori, ora l'abbiamo visto dal di dentro. Grazie per la vostra testimonianza". Dopo alcuni momenti di preghiera e canti, eseguiti dal Coro parrocchiale Shalom, ha preso la parola il parroco. "Abbiamo sentito narrare storie di vita di persone che riconoscono di aver sbagliato. Sono voci che ci hanno fatto conoscere il carcere vero, non quello dei luoghi comuni. Abbiamo imparato a non dare giudizi duri e affrettati. Un detenuto è una persona che ha sbagliato, non un ladro a vita".
ottopagine.it, 10 settembre 2019
L'accusa del Garante dei detenuti Samuele Ciambriello. Ogni volta che vado in un carcere trovo sempre qualche novità in negativo o qualche buona prassi. Oggi recandomi in una visita al carcere di Ariano Irpino (Av) scopro che i familiari dei detenuti, quando effettuano un vaglia postale pagano 6.50 € e poi indipendentemente dall'entità dell'importo, la posta trattiene ulteriori 16 euro. È immorale, illegale, indegno" ha denunciato il Garante campano dei detenuti Samuele Ciambriello.
Il Garante poi continua, evidenziando un'altra negatività: "Il sopravvitto è qui rincarato rispetto ad altri istituti campani su alcuni prodotti che riguardano generi alimentari, per l'igiene o anche per la bomboletta del gas. chi controlla tutto questo? Perché accadono queste cose? Questa del sopravvitto nelle carceri sta diventando un altro tipo di estorsione che si fa nei confronti dei diversamente liberi che si ritrovano ad acquistare prodotti che costano talvolta più del doppio rispetto a fuori."
Ieri il Garante, accompagnato dalla Direttrice Maria Rosaria Casaburo, ha visitato diversi padiglioni intrattenendosi con i detenuti, parlando con loro, ascoltandoli. È stato poi anche nell'infermeria. "Spero che quanto prima vengano fatti dei lavori per adeguare questo reparto, sia in termini di accoglienza che in termini sanitari, ad un vero centro clinico. Gli stessi detenuti, in post operazione, o celiaci, non ricevono cure adatte sia in termini sanitari che riguardo le proprie esigenze alimentari" continua il professor Ciambriello.
Il carcere, che conta 336 detenuti, di cui 290 definitivi, la maggior parte dei quali arrivati in seguito a provvedimenti disciplinari, con una presenza di 60 detenuti tossicodipendenti, ha appena 2 educatori, non ci sono attività trattamentali, ne un campo sportivo, né una palestra, né iniziative ludiche o culturali.
La situazione tragica dell'istituto, determinata dalla carenza di personale pedagogico, dalla struttura fatiscente, è aggravata anche dallo scarso numero di agenti di polizia penitenziaria che effettivamente opera in carcere, rispetto al numero previsto in pianta organica.
In istituto sono presenti solo due psicologhe con poche ore a disposizione, uno psichiatra che si reca lì saltuariamente, insomma va potenziata sia la presenza di figure sociali, sia il numero delle ore per le quali sono presenti in istituto visto che partecipano anche alle commissioni di disciplina e quindi il rischio è che vedano il detenuto o per 5 minuti al mese o che non lo vedano proprio. Il Garante lancia un appello alle associazioni, alle cooperative, agli artigiani, affinché possano entrare nelle mura del carcere per delle attività. Infine conclude: "Se dovessi sintetizzarlo con una battuta direi che in questo carcere si vive di ozio, visto che non ci sono neanche detenuti art. 21 all'esterno del carcere".
di Carlo Lania
Il Manifesto, 10 settembre 2019
Conte promette di riscrivere i decreti sicurezza, ma resta l'impronta anti-ong. Le due navi ancora al largo primo banco di prova del nuovo esecutivo. Che a Bruxelles chiede di rivedere Dublino.
Era uno dei temi più spinosi del suo discorso alla Camera e Giuseppe Conte l'ha affrontato nell'unico modo in cui forse poteva farlo: facendo intendere, più che dicendo esplicitamente quale sarà la politica del governo giallorosso sull'immigrazione. Una scelta dettata al premier dalla prudenza e dalla necessità di avere i voti utili a far decollare il nuovo esecutivo. Così chi sperava in una esplicita messa in soffitta della politica dei porti chiusi, il segno di discontinuità tanto invocato per lasciarsi una volta per tutte alle spalle le scelte salviniane, almeno per ora è rimasto deluso. La svolta ci sarà, o almeno si spera, ma per il momento più che da una revisione delle norme in vigore potrebbe manifestarsi attraverso le scelte dei ministri più direttamente interessati dall'emergenza immigrazione: quello dell'Interno Lamorgese, della Difesa Guerini e delle Infrastrutture De Micheli, gli unici che ancora possono vietare l'ingresso nelle acque territoriali italiane a una nave con dei migranti a bordo. Decisione che molto probabilmente non verrà presa. Per verificarlo non ci sarà neanche bisogno di aspettare molto visto che in acque internazionali ci sono le navi di due ong, l'Alan Kurdi e la Ocean Viking, con in tutto 55 migranti che potrebbero decidere di dirigere verso l'Italia. "Il ministero è operativo, 24 ore su 24. Affronteremo anche questa emergenza se sarà un'emergenza", assicurava ieri in Transatlantico Lamorgese.
Modifiche ai decreti sicurezza, accordo in Europa per la distribuzione dei migranti e la revisione del regolamento di Dublino. Ma anche accoglienza e rimpatri. È lungo questo asse che Conte ha disegnato ieri le future mosse del governo. Sui due decreti cavallo di battaglia di Matteo Salvini il premier ha ripetuto di voler seguire i rilievi indicati a suo tempo dal presidente della Repubblica Sergio Mattarella e per quanto riguarda il sicurezza bis di voler tornare alla versione varata a maggio dal consiglio dei ministri "prima - ha spiegato suscitando le reazione della Lega - che intervenissero le integrazioni che, in sede di conversione, ne hanno compromesso l'equilibrio complessivo".
Si tratta di un passo indietro parziale, che comunque non cambia l'impronta anti-ong data al provvedimento da Matteo Salvini quando sedeva al Viminale. Anche se meno onerose restano infatti le multe per le navi che non rispettano il divieto di ingresso (da 10 a 50 mila euro invece che da 150 mila a un milione) e il sequestro dell'imbarcazione in caso di recidiva. Non proprio un buon inizio.
Per vedere il bicchiere mezzo pieno bisogna guardare a una parola chiave come "accoglienza". Il premier l'ha utilizzata più volte anche nei giorni scorsi, e lo stesso ha fatto il ministro Lamorgese che quando era prefetto a Milano si impegnò non poco per convincere i sindaci della provincia a farsi carico dei richiedenti asilo. Favorire l'integrazione, come ha detto ieri Conte alla Camera, significa ripristinare tutti quei servizi per i richiedenti asilo cancellati dalla riforma del sistema Sprar (Sistema di protezione richiedenti asilo e rifugiati) voluta sempre da Salvini con il primo decreto sicurezza, come i corsi di lingua italiana o di formazione al lavoro.
Un nuovo rapporto con l'Ue - L'obiettivo è quello di far dimenticare i litigi con Salvini, con la speranza di riuscire ad arrivare a un accordo definitivo per la distribuzione in Europa dei migranti che arriveranno in Italia superando così le emergenze dettate dal momento. Un primo appuntamento decisivo ci sarà il 23 settembre alla Valletta dove i ministri dell'Interno di Malta, Italia, Francia, Germania e Finlandia (in quanto presidente di turno dell'Ue) si vedranno proprio per discutere di questo. Altro punto importante riguarda infine la riforma di Dublino e in particolare la cancellazione dell'obbligo per il Paese di primo arrivo di farsi carico dei migranti. Chissà perché tutti continuano a ignorare che da più di due anni il parlamento europeo ha approvato un'ottima riforma che aspetta solo di essere esaminata dai capi di Stato e di governo.
La strada comunque è in salita e non solo per la scontata opposizione dei paesi di Visegrad e più in generale del Nord Europa, contrari al principio delle quote. Stando a quanto trapelato ieri da Bruxelles il nuovo commissario all'Immigrazione destinato a sostituire il greco Dimitris Avramopoulos non potrà appartenere a nessuno dei Paesi più direttamente coinvolti dall'emergenza immigrazione e quindi maggiormente interessati a mettere mano alla regolamento.
di Gianfranco Macigno
gnewsonline.it, 10 settembre 2019
Spiragli "Teatri dietro le quinte" è la sezione teatrale progettata dalla compagnia teatrale "Interazioni elementari", che si terrà da oggi a sabato nell'ambito dell'edizione dell'Estate Fiorentina 2019. Oltre che all'Istituto penale per minorenni "G Meucci", che apre i suoi spazi al pubblico offrendo alla città un luogo in cui i protagonisti diventano il teatro ed i giovani detenuti che partecipano ai laboratori organizzati nell'istituto, gli spettacoli verranno messi in scena nel Teatro Spazio Alfieri e nel Cinema Teatro di Castello. Al "G. Meucci", via degli Orticellari 18, gli spettacoli iniziano oggi alle 18.30 con una dimostrazione di lavoro, a cui parteciperanno i giovani attori detenuti e un gruppo di attori esterni, curata da Emmanuel Gallot-Lavallée.
Domani alle 10.30 Sasà Striano, ex detenuto ora attore professionista, incontrerà i giovani detenuti e il pubblico esterno. Mercoledì alle ore 18.00 l'attore Filippo Frittelli e i giovani attori detenuti presentano lo spettacolo One Man Jail. Alle 19.30 Dimostrazione di lavoro del laboratorio esperienziale Fiori nel Deserto-Saharat Zohra a cura di Verdiana Dolce e Davide Martiello. Sabato 14, infine, alle 17.00 festa finale con la partecipazione dei laboratori dell'istituto e alle 19.00 concerto conclusivo di Peppe Voltarelli. Tutti gli spettacoli sono aperti al pubblico a offerta libera.
di Vito Totire
labottegadelbarbieri.org, 10 settembre 2019
I numerosi suicidi che si sono verificati a Bologna negli ultimi anni sono passati rapidamente nel dimenticatoio: quelli nelle carceri in particolare o quello in questura nel 2017, i tanti legati a situazioni di povertà e abbandono ma anche quelli ancor meno "prevedibili" come la vicenda della farmacista del Pilastro, un suicidio importante come tutti gli altri che tuttavia non ha indotto una sufficiente riflessione sui metodi di indagine adottati dalle istituzioni.
Quella del 10 settembre 2019 - Giornata mondiale per la prevenzione del suicidio - è una iniziativa/scadenza utile che non dobbiamo sprecare. Occorre cercare di non ridurre il tutto a qualche convegno e a pochi spazi sui media. Occorrerebbe definire dal basso un programma collettivo costruito dalle comunità locali senza delega ai tecnici ripristinando piuttosto con i tecnici la antica ma essenziale dialettica della "validazione consensuale".
Molti anni fa a Bologna esisteva un Tavolo per la salute mentale. Dell'esistenza di questo tavolo non abbiamo più notizia. Si potrebbe riattivare? Non che il problema del suicidio sia inevitabilmente e automaticamente connesso alla psichiatria. Un nesso esiste, in alcune circostanze (vedi il testo di Scheff citato in coda) ma il problema di fondo è superare le costrittività sociali, materiali, psicologiche che sono quasi sempre all'origine delle condotte suicidarie.
Un recente articolo (su Il Fatto quotidiano) ha descritto il quadro epidemiologico mondiale. Si è registrato un significativo calo dei suicidi soprattutto a vantaggio delle donne nei Paesi extra-occidentali. L'autore dell'articolo (Pino Arlacchi) correttamente correla questo andamento sia al miglioramento delle condizioni materiali e relazionali di vita sia come disconferma delle pregresse ipotesi eziologiche genetiste/lombrosiane.
Abbiamo cercato di iscriverci a uno degli eventi clou di quest'anno in Italia, previsto a Roma il 16-17 settembre. Troppo tardi, iscrizioni chiuse: non si potrà seguire neanche in streaming. Saremmo andati volentieri ad ascoltare e discutere. Leggendo meglio il programma però sono sorti dubbi sull'impostazione del suddetto convegno. L'iniziativa si ripete ogni anno da diversi lustri. Avevamo all'inizio intravisto un'impostazione positiva (sulla lunghezza d'onda della esperienza storica del Centro per la prevenzione del suicidio di Los Angeles) e avevamo soprattutto sperato che il convegno annuale di Roma desse avvio a una solida e capillare rete per la prevenzione.
Ci pare che all'iniziale impostazione - certo già molto accademica e "scientista" - si stia sovrapponendo la longa manus delle multinazionali farmaceutiche. Non potremo discutere con i relatori del convegno e dunque le nostre perplessità le approfondiremo altrimenti. Accanto a relazioni di assoluto e drammatico interesse (il rischio suicidario nella popolazione carceraria) ve ne sono altre che destano preoccupazione in quanto fanno riferimento ad asserite "evidenze genetiche" (come abbiamo visto assolutamente disconfermate dalle osservazioni di Pino Arlacchi) e altre che ripropongono mezzi "miracolistici" per prevenire e affrontare il fenomeno: uso del litio o dei farmaci antipsicotici long-acting; stimolazione magnetica transcranica (!); e ben due comunicazioni (in una giornata e mezza) sull'uso della Esketamina, farmaco "stupefacente", approvato con una velocità incredibile - pare con l'appoggio di Trump - in un contesto come quello statunitense già devastato dallo strapotere delle multinazionali del farmaco e da una tragica epidemia ancora in atto causata da oppiacei legali.
Ci sono nel convegno romano altri argomenti importanti (sarebbe utile ascoltarli) sul rapporto fra internet e suicidio, sul rapporto fra social e identità personale. E ci sono relazioni "sorprendenti" come quella su "cannabis e rischio suicidario" ma anche in questo caso preferiamo ascoltare o leggere prima di criticare in maniera aprioristica.
Tuttavia preoccupa - senza ovviamente voler insinuare giudizi negativi su tutto il convegno - il peso dell'industria farmaceutica. Viene correttamente segnalata alla luce del sole la sponsorizzazione da parte di ben 14 case farmaceutiche fra le quali, in pole position - anche dal punto di vista dell'impostazione grafica della locandina - proprio la casa che produce la Esketamina. La precisazione secondo cui la sponsorizzazione non è condizionante ...suona come una excusatio non petita.
La questione che stiamo discutendo è drammatica dunque intendiamo evitare polemiche e critiche aprioristiche. Anche per questo chiediamo il massimo di partecipazione dal basso e di trasparenza.
Ogni comunità locale dovrebbe adottare un piano di osservazione e di prevenzione. È necessario evitare che anche le tragedie e i lutti diventino occasione di profitto per le case farmaceutiche. Profitti che sono sotto gli occhi di tutti (vedi il testo di Goetze, citato in coda) e che sono stati resi pubblici anche in relazione all'ultimo "farmaco miracoloso" cioè l'esketamina. La prevenzione non si fonda sui farmaci ma sulle condizioni materiali e sulla qualità delle relazioni umane.
di Luigi Putignano
Il Piccolo, 10 settembre 2019
Ha fatto tappa in questo fine settimana nella sala Fittke la mostra degli elaborati che hanno preso parte al concorso artistico per persone detenute "A mano libera" su iniziativa del gruppo scout del "Clan Arcobaleno" dell'Agesci Ts 2 Nordest. Sono giunti 11 elaborati realizzati da cinque detenuti, giudicati in base a tecnica d'esecuzione, creatività e messaggio trasmesso.
"L'idea del concorso d'arte - ha spiegato la scout Giorgia Linardon - è nata l'anno scorso dopo un percorso di approfondimento e dibattito sul tema della pena e della realtà del carcere". La mostra rientra all'interno delle attività del Progetto Area Giovani del Comune, cui hanno collaborato, tra gli altri, la docente di storia dell'arte e membro della giuria Lucia D'Agnolo, lo scrittore Pino Roveredo e la garante comunale dei detenuti Elisabetta Burla.
"Abbiamo deciso - così Linardon - di attribuire tre premi di 300, 200 e 100 euro. Per finanziare il montepremi e le altre spese per la preparazione della mostra abbiamo organizzato diverse attività di autofinanziamento". Si è trattato di un percorso non facile dal punto di vista burocratico: il bando è stato prima approvato dal Provveditorato di Padova e poi inoltrato a tutti i direttori delle carceri coinvolte.
Tre i temi: "Come vorrei decorare la mia parete", "La mia vita tra 20 anni" e "Una giornata in libertà". Il primo premio se l'è aggiudicato Luca Trimarco, della casa circondariale di Gorizia, per "l'originale, intrigante, e un po' misterioso, accostamento di nomi e date alle macchie cromatiche e per l'uso felicissimo del colore". Ex aequo per la seconda piazza tra Bmt, del carcere di Udine, e il Gruppo laboratorio Arteducativa composto da Salvo Pietro, Giovanni Pinna e Jean Luca Falchetto, del carcere di Verona Montorio. Terzo premio a Vasquez Lopez Andres Felipe del carcere di Pordenone.
- Milano. "Sala Fuoricinema", nel carcere di Bollate apre sala cinematografica
- Salerno. Un progetto di musicoterapia per i detenuti del carcere di Vallo della Lucania
- Nigeria. Pena di morte e carcere, ad Abuja un incontro di attivisti per una giustizia più umana
- Colombia. È strage di leader sociali ed ex combattenti
- Droghe. Boom dell'eroina sintetica, le cosche calabresi sfidano i narcos messicani e cinesi









