blogsicilia.it, 8 giugno 2019
Per il quarto appuntamento, l'unico a giugno, di #aspettandoilfestino2019, la rassegna di eventi ideata da Vincenzo Montanelli e Lollo Franco, che culminerà con la celebrazione finale del 395° Festino di Santa Rosalia, domani 8 Giugno, a partire dalle ore 17, si svolgerà l'incontro "I detenuti raccontano... Rosalia", parte del calendario ufficiale della manifestazione "Una Marina di Libri", festival dell'editoria indipendente che si svolge all'interno dell'eccezionale cornice dell'Orto Botanico di Palermo.
In continuità con il lavoro svolto in questi mesi all'interno della Casa di Reclusione Ucciardone, sede del cantiere per la realizzazione del Carro Trionfale del 395° Festino di Santa Rosalia di Palermo, i protagonisti di questo appuntamento saranno gli attori-detenuti che frequentano il Corso del Laboratorio Teatrale del Carcere, condotto da Lollo Franco.
Durante l'incontro, che si svolgerà sul Palco allestito per Una Marina di Libri all'interno dell'Orto Botanico, dopo un'introduzione curata dallo stesso Lollo Franco, direttore Artistico dell'edizione 2019 del Festino, i detenuti, che saranno anche gli attori che nello storico quartiere Monte di Pietà metteranno in scena a luglio il "Festinello", leggeranno brani della storia di Santa Rosalia tratti dalle scritture e dai racconti tramandati dalla tradizione popolare. Ad arricchire la narrazione ci saranno le musiche proposte da Gaspare Palazzolo, che suonerà il sax, e da Fulvio Buccafusco, al contrabbasso.
di Teresa Valiani
Redattore Sociale, 8 giugno 2019
Debutta oggi al Pagliarelli il nuovo spettacolo della compagnia "Evasioni". La regista, Daniela Mangiacavallo: "Il lavoro è stato molto faticoso, ma il risultato è straordinario". "Un viaggio chiamato vita, tra imprevisti, attese e qualche volta un profondo vuoto da attraversare. Una riflessione intima sul valore che diamo al tempo". La compagnia teatrale 'Evasioni', attiva da tre anni nel carcere Pagliarelli - Lo Russo di Palermo, presenta così 'Transiti' il nuovo spettacolo che sarà messo in scena domani, alle 18.00, sul palcoscenico della Casa circondariale, con i costumi realizzati dagli stessi detenuti.
Frutto di un anno di lavoro delle persone ristrette nell'istituto di pena, dirette dalla regista Daniela Mangiacavallo, la piece riprende i testi originali del drammaturgo Rosario Palazzolo.
"Volti assonnati, infreddoliti, stanchi e malinconici attendono un treno di cui un misterioso speaker annuncia il ritardo - spiega la compagnia presentando lo spettacolo -. Da quel momento un'umanità distratta e assetata di ignoto si aggira tra i binari in attesa di intraprendere una metaforica avventura. Un'interminabile attesa fatta di incontri addii, arrivederci per scoprire che il cammino è prima di tutto un'occasione per incontrare se stessi".
"Transiti" va in scena con i costumi prodotti all'interno del carcere al termine di un corso di sartoria teatrale realizzato dall'associazione "Baccanica": i detenuti armati di ago e filo hanno lavorato alla preparazione dei costumi guidati da Giulia Santoro. Anche le scenografie sono state realizzate dagli ospiti del Pagliarelli impegnati in un progetto sui mestieri in carcere, finanziato dalla Fondazione Acri - programma Per Aspera ad Astra.
"Metro, stoffe, colori per tessere una nuova vita e un sogno oltre le sbarre - spiega la regista, Daniela Mangiacavallo. Ringraziamo la Direzione della Casa circondariale, l'Area educativa, l'Amministrazione penitenziaria, il Ministero di Giustizia, l'Assessorato al turismo sport e spettacolo e la Fondazione Acri. Quest'anno il lavoro è stato molto faticoso e impegnativo, ma il risultato è straordinario. Il viaggio sul treno, poi il guasto. L'attesa. Non si parte... un pretesto per capire che gli imprevisti a volte non sono sempre così catastrofici, arrivano qui e ora per fermare la nostra routine, la nostra vita in corsa".
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 8 giugno 2019
Domani al Teatro Gobetti lo spettacolo "Lascia la porta aperta". Titolo evocativo di uno spettacolo musicale dedicato alla tragedia del 3 giugno 1989, avvenuta al carcere delle Vallette, a Torino. Trent'anni fa undici donne (nove detenute e due agenti di custodia) morirono in un incendio divampato nella sezione femminile del carcere.
Alle 23.19 di quella maledetta sera, al centralino del Comando provinciale dei Vigili del Fuoco di Torino pervenne una telefonata nel corso della quale una persona sollecitò un intervento per l'incendio di un'autovettura all'interno del carcere Le Vallette di Torino.
Una prima squadra composta da 14 vigili partì immediatamente e fu sul posto alle 23.25. Fu subito chiaro che l'incendio, che presentava un fronte di circa dieci metri ed era divampato sotto il porticato della palazzina in cui alloggiavano le detenute, non riguardava affatto un'autovettura, ma del materiale plastico che il calore aveva decomposto in modo tale da non poter essere subito riconosciuto.
L'incendio aveva provocato una notevole quantità di fumi che avevano invaso i piani superiori della palazzina nella quale si trovavano ristrette 96 detenute. Considerata la gravità della situazione, venne chiesto l'intervento di altre squadre e si dette inizio all'opera di spegnimento del fuoco, che venne domato nel corso di pochi minuti.
Immediatamente iniziò l'opera di soccorso all'interno del padiglione femminile, proseguita con l'intervento di altre due squadre frattanto sopraggiunte. Dentro la palazzina furono rinvenute due vittime sulla seconda rampa di scale, due vittime nell'atrio del primo piano, due in fondo al corridoio dell'atrio. Altre due vittime furono trovate al secondo piano, nell'atrio ed in fondo al corridoio, ed infine altri corpi inanimati di donne vennero rinvenuti in alcune celle del primo e del secondo piano.
Contemporaneamente si svolse l'evacuazione dell'intero edificio, peraltro ostacolata dalla difficoltà di reperire le chiavi delle celle; al termine delle operazioni furono poste in salvo, anche con l'ausilio del personale carcerario, tutte le altre donne ed un bambino, figlio di una delle detenute; 24 furono ricoverate in vari ospedali cittadini per intossicazione da ossido di carbonio e 6 agenti di custodia e 2 vigili del fuoco riportarono lesioni durante l'opera di salvataggio.
Alcune delle volontarie dell'Associazione Sapere Plurale erano allora compagne di detenzione di queste donne: dopo l'incendio, hanno lottato per mesi e anni per un processo giusto, fondando l'Associazione "3 Giugno", sostenute dall'avvocata Bianca Guidetti Serra, e da molte e molti altri. Ma giustizia non fu fatta, allora, nessuna responsabilità è stata stabilita. Lo ricorderanno, quindi, con uno spettacolo di racconti e di canzoni a loro dedicato, domenica, al Teatro Gobetti di Torino.
napolitoday.it, 8 giugno 2019
Incontro-lezione su ex Opg e su un esempio virtuoso di penitenziario a Lauro durante il laboratorio di produzioni audiovisive teatrali e cinematografiche della Facoltà di Scienze Politiche.
Accendere i riflettori sui diritti umani e stimolare una riflessione sulla dignità da preservare oltre ogni barriera fisica o morale, ma anche un tentativo di abbattere muri tra il dentro e il fuori, costruendo ponti ideali. È quanto prova a fare, squarciando silenzi, il docu-film "Le stanze aperte" dei fratelli Maurizio e Francesco Giordano, prodotto dall'associazione culturale Ved e con la sceneggiatura di Giuliana Del Pozzo, che è anche interprete insieme a Vincenzo Merolla, unico attore professionista.
Il docu-film che, in maniera sperimentale, si snoda su un doppio filo narrativo tra realtà e finzione, girato nell'ex Opg di Secondigliano, è stato presentato nell'ambito dell'ultimo appuntamento aperto al pubblico del ciclo di incontri-lezione, formula ideata dal professore Francesco Giordano, per il laboratorio di produzioni audiovisive teatrali e cinematografiche della Facoltà di Scienze Politiche, presso l'Università Orientale di Napoli, che ha suscitato anche quest'anno interesse e sempre più richieste di partecipazione.
Un lavoro sul tema dei diritti negati e del diverso in un momento storico in cui l'interconnessione globale e i fenomeni contemporanei ci impongono di relazionarci alla diversità. Un film, con sensibilità e professionalità, dà voce al silenzio e assume, nei momenti più alti un aspetto onirico, spiazzante, dovuto all'uso della poesia e di musiche sinfoniche classiche, in rapporto ad un contesto affatto armonico.
All'intervento ha preso parte anche il vice direttore del carcere di Poggioreale Stefano Martone, all'epoca delle riprese direttore dell'ex Opg di Secondigliano, che ha sottolineato come il cinema ha valore terapeutico all'interno delle strutture carcerarie ma anche un valore di messaggio alla società per favorire un'apertura mentale.
Martone ha raccontato agli studenti la sua esperienza nell'ex Opg, da direttore "illuminato" che di giorno permetteva l'apertura delle celle del piano superiore, da cui il nome del film suggerito da un internato e che ha sempre provato ad evitare pratiche molto dure, invasive e irrispettose della dignità umana, che solitamente, come documentato, riguardavano le realtà degli ospedali psichiatrici giudiziari come i letti di contenzione.
La realtà degli Ospedali Psichiatrici Giudiziari ora è stata superata dalle cosiddette Rems "Residenze per l'esecuzione delle misure di sicurezza" affidate al Servizio Sanitario nazionale e territoriale. La questione anche alla luce della carenza di personale oltre che di risorse resta complessa, se si pensa che l'istituzione carceraria, come fa riflettere Michel Foucault, nasce come strumento di governo dell'insicurezza sociale attraverso la criminalizzazione della povertà urbana.
Dalla dignità negata a quella recuperata nel saggio, opera prima della giornalista Valentina Soria: "La leadership nella Pubblica Amministrazione. Viaggio nel penitenziario Di Lauro", edito da Europa Edizioni, in cui si mostra attraverso un caso virtuoso, quello dell'Icatt di Lauro, in provincia di Avellino, oggi istituto a custodia attenuata per madri detenute, come l'inflazione carceraria e la recidiva non siano un fenomeno ineluttabile ma solo una deriva culturale e che attraverso progetti di reinserimento, di formazione e risanamento dei rapporti con la comunità esterna, abbattendo i pregiudizi e creando rete, un cambiamento sia percorribile.
Come sostiene il filosofo Marcel Mauss: "Ogni fenomeno sociale deriva da precise scelte culturali. L'importante è che le opzioni in campo siano sempre presentate come chiare e identificabili". Forse dunque un'alternativa alla deriva del sistema carcerario italiano, criminogeno e criminofago, sembra possibile.
di Enrica D'Acciò
Gazzetta del Mezzogiorno, 8 giugno 2019
Ci sono delle scappatelle che si fanno perdonare, magari perché sono state fatte a fin di bene. Per esempio le "Scappatelle" prodotte dai ragazzi detenuti nelle carceri minorili di Bari e Nisida, nel Napoletano, biscotti da 35 grammi, a forma di cuore, che profumano di riscatto e, come dice il loro stesso nome, di voglia di libertà.
Da oggi, saranno disponibili in 400 supermercati del gruppo Megamark in Puglia, Basilicata, Calabria, Campania e Molise e, chi vorrà, potrà assaggiare il gusto di futuro, l'ingrediente segreto di questa ricetta, nata dalla collaborazione fra la Fondazione Megamark e Luciana Delle Donne, fondatrice del marchio "Made in Carcere" che, da anni, realizza prodotti di piccola sartoria nelle carceri femminili di Puglia.
Al posto di macchine da cucire, di ago e di filo, questa volta in carcere sono entrati impastatrici e forni e un maestro pasticciere che ha insegnato ad un gruppo di "scapestrati" cosa può nascere se si mescolano insieme farina di grano duro Senatore Cappelli, zucchero di canna biologico, vino Primitivo di Manduria Dop e olio extravergine pugliese.
Un primo risultato, cotto e mangiato, potrete trovarlo già sui banchi del supermercato sotto casa. Un altro risultato, si spera più duraturo, più profondo e più importante, si misurerà quando i detenuti apprendisti di oggi diventeranno domani liberi pasticcieri.
di Lina Bruno
Quotidiano di Sicilia, 8 giugno 2019
L'incendio appiccato una settimana fa nella Casa circondariale da due detenuti ha evidenziato ancora una volta tutte le criticità di una struttura su cui incombe ancora il peso del suo passato da Opg (Ospedale Psichiatrico Giudiziario).
I due ristretti, inseriti su disposizione del Provveditorato regionale nel Reparto 8, quello dell'Articolazione per la tutela della salute mentale, provenivano dal carcere di Catanzaro dove sembra avessero già creato non pochi problemi. Arrivati a Barcellona dopo alcuni contrasti con gli altri detenuti, sono stati messi in cella dove per protesta hanno dato fuoco ai materassi, provocando l'intossicazione di sette agenti e di un infermiere. Per accertare eventuali responsabilità la Procura della Repubblica ha aperto un'inchiesta.
Restano le vulnerabilità messe in luce dall'accaduto, che riguardano il numero insufficiente di agenti in servizio, da tempo denunciato dal Cosp. ma anche le carenze di presidi per la sicurezza nei luoghi di lavoro, rilevati da un'ispezione dei giorni scorsi. Ci sono poi alcuni interrogativi che la stessa Asp si sta ponendo.
"Su che basi si è deciso di trasferire quei due detenuti in una struttura sanitaria?". Se l'è chiesto Carmelo Crisicelli, primario del Servizio Assistenza sanitaria di base e referente della sanità penitenziaria dell'Asp. Uno dei due ristretti (spostati adesso a Lecce e a Reggio Emilia) è stato condannato all'ergastolo e dopo la sentenza ha minacciato la Corte cercando di sottrarre la pistola a un agente. "È stato ritenuto capace di intendere e di volere - ha detto Crisicelli - in caso contrario sarebbe andato in Rems. Dopo l'ergastolo diventa però malato psichiatrico e siccome da fastidio a Catanzaro viene mandato a Barcellona, tanto lì c'era un Opg e non importa se siamo a un numero insostenibile che a volte supera anche le ottanta presenze. In tutte le altre strutture carcerarie con Atsm, i posti sono quattro, come al Pagliarelli di Palermo, al massimo dieci. A Barcellona abbiamo l'etichetta dell'Articolazione per la tutela della salute mentale ma le logiche sono quelle manicomiali".
Insomma, sembra quasi che all'interno della Casa circondariale permanga un piccolo Opg, dove il contenimento prevale sulla cura; eppure siamo in un reparto su cui dal 2016 ha competenza il Sistema sanitario regionale e dove l'Asp mette risorse per pagare venti infermieri, 109 ore di guardia infermieristica, quattro medici incaricati, 280 ore di psichiatria, una guardia medica di 27 ore al giorno, una psicologa e due tecnici della riabilitazione psichiatrica.
"Non c'è un linguaggio comune - ha sottolineato Crisicelli - c'è un decreto dell'Amministrazione penitenziaria che dice che l'Atsm di Barcellona vale cento posti calcolati in funzione dei metri quadri della struttura, ma dice anche 'previo accordo con l'Asp competentè. Abbiamo predisposto un protocollo che il provveditore però ci ha bocciato. Chiedevamo che non si andasse oltre i 57, tra donne e uomini, di stabilire criteri di accettazione con un filtro effettuato da un'equipe interna di operatori. Se arriva un depresso non occupo un posto per lui perché può essere trattato in carcere.
Questa intesa però toglierebbe all'Amministrazione penitenziaria la libertà di disporre dei trasferimenti. Scriviamo lettere e relazioni, ma non servono. Le Cta come le Rems hanno un massimo di venti posti ma ci sono dei riferimenti normativi regolamentati che stabiliscono criteri, risorse e requisiti strutturali. Non è così per le Atsm e a Barcellona, a parte il nome assegnato, l'ottavo resta un reparto carcerario, con ritmi e modalità che contrastano con le finalità riabilitative".
"Se dovessi scremare - ha concluso Crisicelli - delle persone presenti solo il 50% forse dovrebbe stare lì. Ma Barcellona è lo scarico degli altri istituti. Capisco le gerarchie a cui rispondere, le esigenze, ma così non si fa un buon servizio e si danneggia chi ha veramente bisogno". In assessorato regionale si sta lavorando a un nuovo protocollo, ma intanto sono passati tre anni senza che succedesse nulla.
di Lorenzo Ascione
corrierelbano.it, 8 giugno 2019
Continuano le attività di rieducazione alla Casa di reclusione di Porto Azzurro. Questa mattina i detenuti, insieme ai ragazzi dell'alternanza scuola lavoro dell'Isis Carducci di Piombino e all'associazione Altamarea di Portoferraio, hanno messo in scena il recital "Una buona notizia per tutti". Riscrittura de La buona novella di Fabrizio De André. L'obiettivo del progetto, organizzato in collaborazione dell'Associazione dialogo e finanziato della Regione Toscana, è di rieducare i detenuti attraverso il dialogo, soprattutto interreligioso.
"Il nostro progetto consiste nel fare delle riscritture drammatiche e musicali incentrate sulle grandi religioni del mondo - spiega la professoressa Manola Scali, regista ed organizzatrice, insieme a Bruno Pistocchi, della performance. Lo scopo è far sentire tutti quanti appartenenti allo stesso gruppo. Aprire il dialogo tra i detenuti di diverso credo religioso. È molto arricchente anche per noi".
Nel recital, alternate alle canzoni di De Andrè, riprodotte da Daniele Pistocchi (voce e chitarra) e Valentina Cantini (violino), ci sono state anche due parti recitate. La prima solo dai detenuti e la seconda insieme agli studenti ed Altamarea. Il tema principale è stato il confronto tra pace e conflitto attraverso gli occhi dei profeti della Bibbia. Il secondo momento è stato, invece, più introspettivo. Qui gli attori, insieme ai loro animatori, hanno espresso il "loro giardino segreto", ossia il loro intimo luogo di conforto.
Alla fine del recital Paola D'Errico, funzionario giudiziario responsabile dell'attività trattamentale della Casa di reclusione di Porto Azzurro, ha ringraziato tutti per la collaborazione: "Sono davvero felice di vedere i ragazzi che ci mettono tanto impegno. Grazie davvero anche al lavoro con gli studenti dell'Isis Carducci di Piombino e di Altamarea. Questi progetti sono sempre molto arricchenti e fanno bene ai detenuti".
di Maria Rita Tonti
Il Resto del Carlino, 8 giugno 2019
La musica entra in carcere con il progetto L'Arte Sprigionata, organizzato della Casa Circondariale di Pesaro in collaborazione con la Biblioteca San Giovanni e il patrocinio del Comune di Pesaro (sabato 8 giugno, ore 10). L'iniziativa, giunta alla sedicesima edizione, vedrà protagonisti due musicisti della Filarmonica Gioachino Rossini, Luca Piazzi alla tromba e Sara Frulli al pianoforte, che terranno una lezione - concerto rivolta agli ospiti della Casa circondariale. Il programma sarà incentrato sulla tromba, piccolo quanto nobile strumento dalle origini antichissime. La lezione - concerto permetterà di conoscere brani che vanno dalla tradizione classica fino a colonne sonore di film famosi, con l'illustrazione di esemplari di trombe di varie epoche, appartenenti alla collezione personale di Piazzi che da vero appassionato svelerà i segreti meccanici e sonori dello strumento.
L'appuntamento dispiegherà tutta la magia sonora che può esprimere uno strumento come la tromba, quanto mai versatile e affascinate, attraverso un ampio itinerario a lui dedicato. L'Arte Sprigionata è un appuntamento annuale in cui detenute e detenuti condividono con la cittadinanza, all'interno o all'esterno del carcere, quello intorno a cui si sono impegnati durante l'anno formativo - educativo, che comprende anche attività musicali. È di grande importanza il legame tra le persone detenute e la città che ospita il carcere, specie se si tiene conto dei rapporti che intercorrono anche con gli studenti delle scuole di diverso ordine e grado. Considerati gli obiettivi statutari della Filarmonica Gioachino Rossini, che si propone di creare interventi sociali e solidali attraverso la musica, l'Orchestra con i suoi due rappresentanti ha aderito con entusiasmo al progetto L'Arte Sprigionata.
napolicittasolidale.it, 8 giugno 2019
"Ciò che cerchiamo di ottenere non è "solo" arte, ma un cambiamento, una connessione tra le persone e i territori" queste le dichiarazioni del collettivo iraniano Eastreetart, che proprio nella giornata di oggi ha terminato un murale sulle mura esterne del Carcere di Secondigliano, a Napoli. "L'opera di street art, che porta la firma dell'artista iraniano Nafir, è un "omaggio culturale" offerto dalla cooperativa sociale L'uomo ed il legno all'istituto penitenziario con il quale in questi anni abbiamo creato una solida collaborazione attraverso iniziative e progetti che hanno coinvolto i detenuti, nello specifico il loro reinserimento sociale e lavorativo (vedi ad es. il progetto Campo Aperto)".
L'opera dell'artista Nafir si chiama People for the Peole, consiste in visi di persone che inglobano visi di persone, un gioco di ripetizioni che vuole evidenziare la comunicazione, il contatto tra gli esseri umani, siano essi uomini, donne, bambini o anziani, ovunque essi si trovino. In particolare, trattandosi di una prigione, la volontà artistica è quella di una connessione tra chi sta "dentro" e chi sta "fuori".
E chi sta "dentro", in questi giorni di lavoro, ha avuto l'occasione di contribuire all'opera: grazie ad un accordo preso con l'Istituto, infatti, un giovane detenuto ha avuto il permesso di uscire all'esterno sia per aiutare lo street artist ma soprattutto per avvicinarsi a questo mondo: "Per me quest'opera può essere considerata un "lavoro" - ha commentato Nafir - ma per il ragazzo detenuto è stata l'occasione di creare un momento di condivisione, che è poi il senso dell'opera. Io sono un outsider venuto dall'Iran che improvvisamente si trova a lavorare sulle mura di una città o di un quartiere che non mi appartiene: per questo - continua Nafir - l'idea del nostro collettivo di street art è che la proprietà dell'opera, seppur firmata, è del quartiere tutto, del territorio in cui nasce. Mi piace pensare che quel ragazzo, quando uscirà dal carcere, oppure ogni volta che da uomo libero si troverà a passare per questa strada, potrà adocchiare il murale e pensare: ho contribuito anche io."
di Adriana Letta
diocesisora.it, 8 giugno 2019
Rappresentato nella Casa Circondariale di Cassino il testo ispirato alla famosa favola di Alice, per la regia di Paola Iacobone. Può essere adatta a uomini adulti detenuti in carcere la favola di Alice nel paese della meraviglie? Potrebbe sembrare di no, eppure - inserito in un progetto e grazie ad un grande lavoro laboratoriale - bisogna riconoscere che davvero è stata una scelta indovinatissima. Si tratta, in effetti, di una iniziativa che giunge al secondo anno, nell'ambito del progetto teatrale Fiabe in carcere - Alice e Pinocchio Liberanti, progetto vincitore del Bando Officine di Teatro Sociale - Assessorato alla Cultura della Regione Lazio.
L'Associazione Mast - Officina delle Arti ha presentato in questi giorni due importanti spettacoli: uno a Roma nella Casa Circondariale Femminile di Rebibbia il 6 giugno: "Pinocchio" tratto da Le Avventure di Pinocchio di Collodi, per la regia di Francesca Rotolo, l'altro a Cassino nella Casa Circondariale "S. Domenico" il 7 giugno "Alice nel paese delle meraviglie?" adattamento teatrale dall'omonimo romanzo di L. Carrol, di Laura Jacobbi che al titolo ha aggiunto un significativo punto interrogativo, per la regia di Paola Iacobone, che da anni lavora con i detenuti di Cassino in laboratori teatrali con grandi risultati. L'anno scorso le due opere furono rappresentate, sempre nel mese di giugno, in modo inverso, Pinocchio a Cassino e Alice a Roma.
Circa quindici detenuti hanno rappresentato un mondo immaginario, "liberante" per la fantasia ed anche per la ragione, interpretando animali parlanti, il topo, lo Stregatto, il Leprotto marzolino, il ghiro..., ed i vari stravaganti personaggi del racconto, dal Bianconiglio alle carte da gioco alla regina che fa tagliare la testa a tutti, al Cappellaio matto.
Il ruolo di Alice lo ha coperto un'attrice vera, la bravissima Elisabetta Magnani, gli altri i detenuti che, va detto, da settembre a marzo sono in parte cambiati a causa di trasferimenti e uscite per cui nel laboratorio teatrale c'è stato un certo avvicendamento. Ma la regista Iacobone ha tenuto duro e lo spettacolo è andato in scena.
A sedere in sala come spettatori, oltre ad agenti, studenti e detenuti, c'erano anche loro familiari, perché tra gli obiettivi del progetto ci sono: "alfabetizzare e avvicinare alla lettura la popolazione carceraria e favorire la creazione e lo sviluppo di momenti di condivisione tra detenuto-genitore e figli".
I protagonisti della pièce, "portatori di numerosi significati educativi e pedagogici, sono diventati lo specchio attraverso cui padri-detenuti hanno potuto guardare sé stessi e raccontarsi attraverso le parole e le avventure di questi personaggi" racconta Paola Iacobone, conduttrice del laboratorio iniziato a settembre 2018 e regista dello spettacolo, nella presentazione che ne ha fatto.
"La nostra Alice è frutto di un laboratorio sul tempo e sullo spazio, sui mondi che ci portiamo dentro in ogni luogo... per dare la possibilità a tutti di poter credere ancora che tutto è possibile, immaginare di saltare su una mattonella al centro della stanza e ritrovarsi nel cuore della terra. Spaventarsi per un'ombra disegnata sul muro e ridere quando cade la neve... perché è così bello essere così adulti ed eternamente bambini, capaci di giocare, emozionarsi, sovvertire gli schemi, perché non c'è nessuno schema, solo lo stupore e la curiosità".
E questo è "liberante", participio presente del verbo liberare e quindi che ha la capacità di liberare la fantasia, di condurre in luoghi sognanti e immaginari e quindi anche di ragionare e farsi opinioni proprie, come Alice che, catapultata in un mondo fantastico e diverso da quello conosciuto pieno di regole, curiosa gli si avvicina per conoscerlo e impara a giudicare ciò che è accettabile e ciò che non lo è.
Anche stavolta, come per tutte le iniziative del genere, è stata fondamentale la disponibilità del direttore della Casa Circondariale Francesco Cocco e la collaborazione degli educatori Enzo Tozzi e Anna Guglielmi, della comandante Grazia Azzoli e di tutto il personale di polizia penitenziaria.
"Alice nel paese delle meraviglie?" sarà in scena anche ad Alvito il 9 agosto, in versione ridotta all'interno di CastellinAria - Festival di Teatro Pop, ideato e promosso dalla Compagnia Habitas nella suggestiva cornice del Castello Cantelmo di Alvito (FR). Un'occasione importante per creare un ponte tra dentro e fuori attraverso la cultura, attraverso il teatro. La commedia ha divertito chi ci ha lavorato e chi è stato spettatore, ha fatto ridere e pensare, perché Alice insegna che "è così bello essere così adulti ed eternamente bambini, capaci di giocare, emozionarsi, sovvertire gli schemi, perché non c'è nessuno schema, solo lo stupore e la curiosità".
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