di Raffaella Ianuale
Il Gazzettino, 16 settembre 2019
Il gallerista desidera devolvere il ricavato della vendita delle opere di Pietro Pacciani all'ospedale per bambini Meyer di Firenze. Il Meyer che dice di non saperne nulla e che queste donazioni vanno preventivamente concordate. Vittorio Sgarbi che parla di "mostra del contrappasso", ricordando che Pacciani fu accusato di essere un assassino sulla base di un disegno sadomaso che poi è risultato non suo.
Pietro Pacciani, che ha vissuto gli ultimi anni con addosso l'etichetta di mostro di Firenze, fa discutere anche a più di vent'anni dalla sua morte avvenuta nel 1998. È bastato che la galleria veneziana Venice Faktory annunciasse la mostra di sue opere One Solo Show attraverso le pagine del Gazzettino perché si creasse lo scompiglio.
Tutto nasce da un desiderio espresso, poco prima di morire, da Pacciani stesso. "Vorrei che i miei dipinti venissero venduti e il ricavato devoluto a un'associazione cattolica che aiuta i bambini orfani" aveva detto nel regalare i suoi disegni realizzati in carcere a Davide Cannella, il detective consulente della difesa da sempre sostenitore della sua innocenza. Ricordiamo che al presunto mostro erano stati addebitati sette degli otto duplici omicidi avvenuti tra il 1968 e il 1985 e che è morto prima di vedersi riconoscere un'assoluzione definitiva.
"L'associazione indicata da Pacciani non c'è più - spiega Cannella - e così avevo pensato di devolvere il ricavato all'ospedale per bambini Meyer di Firenze". Ma dall'ospedale di Firenze è stata diffusa ieri una breve nota: "Il Meyer non è a conoscenza di questa iniziativa e tutte le iniziative di raccolta fondi ad esso dedicate devono essere preventivamente concordate".
Cannella e con lui la giovane artista Federica Palmarin, titolare della galleria a Santa Croce 901/A, che ospiterà dal 20 settembre, per un mese, 150 stampe a tiratura limitata firmate da Pietro Pacciani, fanno un passo indietro. "Quello che ricaveremo dalla vendita delle stampe andrà in beneficenza - spiega Palmarin - ora avanzeremo questo desiderio al Meyer, ma se non è interessato troveremo qualche altro istituto". E il loro pensiero va all'ospedale pediatrico Gaslini di Genova.
A ricordare un fatto passato quasi in secondo piano nella vicenda del mostro di Firenze associato a Pietro Pacciani è il critico d'arte. Sgarbi ricorda benissimo quella vicenda perché la prova regina che avrebbe dovuto dimostrare la colpevolezza del Pacciani era proprio un'opera d'arte. "In tutta questa vicenda c'è una singolare coincidenza - premette - il pubblico ministero Paolo Canessa fece una lunga requisitoria contro Pacciani per un disegno sadomaso trovato all'interno della sua abitazione e che avrebbe dimostrato, secondo lui, che ci si trovava di fronte al mostro di Firenze. Peccato che quel disegno è del pittore francese Maurice Henry".
A rimettere ordine a questo errore è stato poi Pietro Toni, "un magistrato che stimo tantissimo - dice Sgarbi - che in appello prosciolse Pacciani. Quindi Pacciani è morto con un'ultima sentenza, anche se non definita, di assoluzione. Questo non toglie che venga ancora considerato il mostro di Firenze". Per questo Sgarbi riconosce il pieno diritto di fare una mostra sui lavori di quest'uomo.
"È stato condannato per un quadro non suo - dice - quindi ora ha il diritto di fare una mostra con i suoi veri quadri. Se qualcuno può impressionarsi di fronte a questa mostra, ricordo che Pacciani è vissuto da presunto colpevole ed è morto da presunto innocente. Quindi dal mio punto di vista è una vittima".
E anche se ammette di non essere attratto dalle opere dei dilettanti, ha già detto che se si troverà a Venezia non disdegnerà di andare a vedere la mostra. "Quindi ben venga la beneficenza al Meyer con il ricavato della vendita - conclude - un disegno ha creato il mostro e questi disegni per contrappasso hanno la dignità di essere esposti".
targatocn.it, 16 settembre 2019
I detenuti alle ore 9, scortati da alcuni membri del corpo di polizia penitenziaria, sono giunti presso la cantina sperimentale della scuola dove accolti dal prof. Bruno Morcaldi e dagli allievi delle classi quinte, si sono recati al vitigno Arneis per iniziare le operazioni di raccolta. Giovedì 12 settembre, per la prima volta nella giustizia italiana, dei detenuti sono stati ospiti presso la scuola enologica di Alba.
Da anni esiste una convenzione tra la casa di reclusione di Alba e la scuola enologica per la produzione del vino denominato "Vale la pena". Ogni anno gli allievi si recano nel carcere per gestire il vigneto, mentre quest'anno sono stati i detenuti a venire nelle vigne della scuola per aiutare gli studenti a vendemmiare.
Dopo un iter burocratico abbastanza complesso che ha mobilitato tutto il personale della casa di reclusione di Alba dal mese di luglio, la Dott.ssa Giuseppina Piscioneri (direttrice del carcere) e la prof.ssa Antonella Germini (Dirigente dell'IIS "Umberto I" di Alba), sono riuscite a realizzare un progetto che vedeva impegnati in vendemmia presso le vigne della scuola enologica un gruppo di detenuti e gli allievi delle classi 5 A-B-C-D.
I detenuti alle ore 9, scortati da alcuni membri del corpo di polizia penitenziaria, sono giunti presso la cantina sperimentale della scuola dove accolti dal prof. Bruno Morcaldi e dagli allievi delle classi quinte, si sono recati al vitigno Arneis per iniziare le operazioni di raccolta.
Dopo un'ora di lavoro, svolto sotto l'occhio vigile ma discreto del personale di polizia penitenziaria, tutti insieme si sono diretti presso la cantina sperimentale dove hanno pigiato le uve appena raccolte. Successivamente si è tenuto un dibattito, molto partecipato, nell'aula magna dell'Istituto.
Qui gli allievi hanno potuto rivolgere delle domande ai detenuti chiarendo in tal modo tanti dubbi sulla loro condizione di vita da reclusi. Per la scuola, come affermato dal prof. Bruno Morcaldi, quest'attività ha avuto una duplice valenza: da un lato sensibilizzare gli allievi sulle tematiche della legalità e della giustiziata e dall'altro promuovere un percorso di reinserimento sociale dei detenuti attraverso un contatto diretto con le Istituzioni esterne al carcere. Il Dirigente Scolastico si auspica vivamente che questo rapporto di collaborazione fra le due Istituzioni albesi possa continuare ed essere proficuo per la crescita dei valori e arricchimento personale di tutti noi.
di Fiorenza Sarzanini e Federico Fubini
Corriere della Sera, 16 settembre 2019
Salgono a sei i Paesi "volenterosi" disponibili a firmare l'accordo sui migranti. Il patto prevede che la distribuzione degli stranieri scatti prima dell'ingresso in porto delle navi e l'Italia ha già chiesto che il trasferimento sia immediato, ma la discussione si concentra adesso sui requisiti dei migranti. E anche sull'impegno della Commissione europea a gestire direttamente gli accordi per i rimpatri con gli Stati di origine.
In vista del vertice di Malta del 23 settembre il premier Giuseppe Conte e la ministra dell'Interno Luciana Lamorgese stanno trattando direttamente con i partner - Francia e Germania prima di tutto - in modo da arrivare alla riunione con un testo condiviso. E senza escludere di inserire nella trattativa anche l'eventualità - in caso di emergenze dovute a sbarchi imponenti - di una rotazione dei porti disponibili anche in Francia e Spagna. Scontata appare invece la volontà di prorogare ulteriormente la missione Sophia per condividere il controllo del mare e l'impiego dei mezzi per i pattugliamenti.
Esclusa la possibilità di coinvolgere tutti i 28 Stati membri nella lista di chi accetterà il meccanismo di redistribuzione, si sta cercando comunque di ampliare la "rosa". Anche per fronteggiare il blocco di Visegrad determinato a dare battaglia per scongiurare qualsiasi tipo di intesa. Per adesso fra i cosiddetti "volenterosi" ne figurano con certezza solo sei: Germania, Francia, Italia, Spagna, Grecia e Malta. L'intesa prevede che gli stranieri vengano registrati dove sbarcano e poi trasferiti negli altri Stati in attesa di sapere se abbiano diritto all'asilo.
La bozza preparata nei mesi scorsi dal ministro degli Esteri del governo gialloverde Enzo Moavero Milanesi prevedeva di scardinare l'obbligo del Paese di sbarco di gestire tutte le richieste di asilo. Di qui l'idea di suddividere chi arriva fra i vari Paesi disponibili, ma soprattutto di farlo prima ancora che i rifugiati presentino la richiesta di asilo. Finché la Lega è rimasta al governo, la proposta di Roma non poteva decollare per un motivo politico: vista dalla Francia di Emmanuel Macron, un'intesa di questo genere con l'Italia appariva un aiuto al leader leghista Matteo Salvini e, di conseguenza, a Marine Le Pen. Il cambio di governo in Italia ha offerto al premier Giuseppe Conte uno spiraglio per far circolare lo stesso progetto in condizioni diverse e con alcune modifiche ritenute necessarie visto che il trattato di Dublino non è stato ancora modificato e dunque sussiste ancora l'obbligo di farsi carico dei richiedenti asilo fino alla decisione finale.
Il primo nodo da sciogliere riguarda le categorie di migranti sui quali si deve applicare la redistribuzione europea. Bisogna infatti trovare una mediazione tra chi vuole accettare solo coloro che sembrano avere fondati motivi di chiedere asilo o protezione internazionale e chi pretende - Italia e Malta - che ci sia invece un criterio più ampio per evitare che tutti gli irregolari rimangano lì dove sono sbarcati fino all'espulsione.
Per questo Conte chiede che la divisione per quote scatti ben prima dell'approdo delle navi, impedendo così che si possa scegliere se accogliere o no chi arriva. E soprattutto che si eviti di far rimanere in mare le imbarcazioni in attesa dell'esito dei negoziati. Anche perché dalla distribuzione sono esclusi coloro che arrivano con barchini e gommoni grazie ai cosiddetti "sbarchi fantasma".
Durante il colloquio della scorsa settimana con la presidente Ursula von der Leyen, il premier Conte ha insistito sulla necessità di far gestire proprio alla Ue gli accordi per i rimpatri, perché ha un peso diplomatico maggiore e può gestire in maniera diretta i progetti di sviluppo e gli aiuti economici da mettere sul tavolo dei negoziati.
All'Italia e agli altri Paesi europei resterebbe la possibilità di siglare le intese di polizia - come quelle che il Viminale ha rinnovato con la Tunisia - e la responsabilità di superare i ricorsi dei richiedenti asilo e attuare concretamente i rimpatri. Servirebbero adesso più governi aderenti al meccanismo dei "volenterosi", in modo da diluire per ciascuno l'impatto delle ripartizioni. Nasce di qui l'idea di Moavero e poi di Conte di condizionare la concessione dei fondi europei alla disponibilità a cooperare sui migranti. La minaccia ai Paesi d'europea centro-orientale è evidente. Ma la partita diplomatica rimane aperta più che mai.
di Luca Jahier* e Pietro Bartolo**
La Stampa, 16 settembre 2019
Ogni giorno ci svegliamo con l'ennesimo naufragio nelle acque del Mediterraneo. Ogni giorno dobbiamo fare i conti con le decine di migranti e rifugiati che perdono la vita cercando di raggiungere l'Europa. Ogni giorno siamo confrontati a retoriche opportunistiche di coloro che sembrano avere dimenticato la loro umanità. Eppure quei morti si possono evitare, perché dobbiamo smettere di pensare all'immigrazione come una emergenza. Bisogna smettere di trasformare in tragedia, un fenomeno perfettamente gestibile alzando muri e fili spinati, chiudendo i porti o scaricando la responsabilità sui paesi di arrivo.
Sembra impensabile che un progetto politico visionario quale l'Unione europea che, lasciandosi alle spalle la tragedia di due conflitti mondiali e la guerra fredda, sapendo garantire per oltre sessant'anni la pace nel continente, si areni davanti a un fenomeno perfettamente gestibile. Sembra inaudibile che in un paese come l'Italia, che per secoli ha visto i suoi cittadini emigrare in America e Australia e che ancora soffre di una grande emigrazione di giovani all'estero, si trovi oggi a stigmatizzare l'immigrazione seminando odio e paura in casa, fomentando tensioni e divisioni in Europa. A pochi giorni dall'inizio di un nuovo esecutivo europeo con a capo la tedesca Ursula von der Leyen, ci sembra opportuno puntare i riflettori sul fatto che bisogna smettere di puntarci il dito addosso e metterci intorno a un tavolo per trovare una soluzione.
La prossima presidente della Commissione europea dovrà accelerare il dialogo tra gli stati per eliminarne le contrapposizioni, e trovare una sintesi per forgiare un consenso politico sulle misure necessarie ad affrontare il fenomeno migratorio, in primo luogo la riforma del Sistema europeo comune di asilo. Nel 2016, anno in cui sono stato presentato il maggior numero di richieste d'asilo nell'UE, tali domande sono state 1,3 milioni vale a dire circa lo 0,26% della popolazione europea. Non si tratta certo di un'invasione. Non si tratta di un problema di numeri o di mancanza di risorse, ma di assenza di coraggio e volontà politica.
Trovare soluzioni durature è una sfida, ma è anche un dovere morale che deve essere affrontato non da un solo paese, ma da tutti i paesi. Per vincere è necessario porre in essere un partenariato globale e inclusivo in cui solidarietà e responsabilità siano condivise da tutta la comunità internazionale, e non solo da alcuni paesi e donatori ospitanti. Il Patto Globale sulla Migrazione ci fornisce una possibilità in tal senso. Il dibattito europeo, alimentato da dati falsi e stereotipi, è frutto di un'impostazione distorta della realtà, che non amplifica e condivide i numerosi vantaggi dell'immigrazione sia in termini di sviluppo economico che sociale. Per contrastare tale narrativa negativa, spesso intollerante e xenofoba, è necessario dissipare pregiudizi e false paure, abbandonando la cultura dello "scarto e del rifiuto", come Papa Francesco ha ripetutamente richiesto.
Le persone che sbarcano sulle nostre coste animate dalla ricerca di un futuro migliore non rappresentano una minaccia, ma un'opportunità per il modello economico e sociale europeo. A tal fine, dovrebbero essere attuate politiche d'integrazione sostenibili di lungo periodo, che prevedano il vaglio e il riconoscimento delle competenze, istruzione e formazione, allo scopo di stimolare l'economia. Una società fiorente senza una politica migratoria sicura e ordinata, sostenuta da tutti gli Stati Membri, è impensabile. L'unanimità tuttavia non può continuare ad essere l'alibi per l'immobilismo, come è stato sottolineato da Enrico Letta nei giorni scorsi. Ecco perché non bisogna più rimandare la ricerca di soluzioni.
Abbiamo bisogno di canali di ingresso legali, corridoi umanitari e una gestione ordinata e condivisa, nonché il consolidamento delle frontiere comuni. Occorrono vere politiche di investimento nei paesi terzi, non solo in quelli alle frontiere dell'Europa, per affrontare le situazioni di conflitto, di cambiamento climatico e povertà. Il cambiamento strutturale nella natura delle relazioni UE-Africa è già in atto, da una relazione donatore-destinatario a un dialogo tra pari basato sulla complementarità di reciproci interessi. Questo processo sarà sicuramente facilitato dalla creazione dell'area di libero scambio continentale (Afcfta), che sarà la più grande del mondo. Questo deve essere il momento del coraggio, il momento in cui si decide del futuro del progetto europeo, è il momento di dimostrare se siamo all'altezza della nostra storia e delle responsabilità che abbiamo verso le nuove generazioni. Dobbiamo fermare questa logica irrazionale, abbracciare un pragmatismo ambizioso, identificando le soluzioni che sono già a portata di mano. Basta slogan e tweet, è ora di agire insieme.
*Luca Jahier, Presidente del Comitato Economico e Sociale Europeo
**Pietro Bartolo, Parlamentare europeo
La Repubblica, 16 settembre 2019
A riconoscere e denunciare i carcerieri sono state alcune delle vittime. I tre gestivano per conto di una organizzazione criminale un campo di prigionia a Zawyia. La Dda di Palermo ha disposto il fermo a Messina di tre persone accusate di sequestro di persona, tratta di esseri umani e tortura. Avrebbero trattenuto in un campo di prigionia libico decine di profughi pronti a partire per l'Italia. I migranti hanno raccontato di essere stati torturati, picchiati e di aver visto morire compagni di prigionia.
I tre gestivano per conto di una organizzazione criminale un campo di prigionia a Zawyia, in Libia, dove i profughi pronti a partire per l'Italia venivano tenuti sotto sequestro e rilasciati solo dopo il pagamento di un riscatto. I fermati sono accusati a vario titolo di associazione a delinquere finalizzata alla tratta di persone, alla violenza sessuale, alla tortura, all'omicidio e al sequestro di persona a scopo di estorsione. L'indagine è stata condotta dalla squadra mobile di Agrigento diretta da Giovanni Minardi.
I tre fermati si trovavano nell'hot-spot di Messina. Si tratta di Mohammed Condè, detto Suarez, originario della Guinea, 27 anni, Hameda Ahmed, egiziano, 26 anni e Mahmoud Ashuia, egiziano, 24 anni. Le vittime, arrivate a Lampedusa il 7 luglio scorso dopo essere state soccorse dalla nave Mediterranea, hanno riconosciuto i tre carcerieri dalle foto segnaletiche mostrate loro dalla polizia, che, dopo ogni sbarco, fa visionare ai profughi le immagini di migranti giunti in Italia in viaggi precedenti proprio alla ricerca di carcerieri o scafisti.
I fermati erano arrivati in Italia qualche mese prima delle vittime. Condè aveva il compito di catturare, tenere prigionieri i profughi e chiedere ai familiari il riscatto. Solo dopo il pagamento le vittime potevano proseguire il loro viaggio. Era Condè a dare ai profughi il cellulare per chiamare a casa e chiedere il denaro. Ahmed e Ashuia sarebbero gli altri due carcerieri: le vittime hanno raccontato anche di essere state torturate e malmenate da entrambi. L'indagine è stata coordinata dal procuratore di Palermo Francesco Lo Voi, dall'aggiunto Marzia Sabella e dal pm Gery Ferrara. Il fermo è stato eseguito dalla Squadra mobile di Messina. Il capo dell'organizzazione si chiama Ossama, sarebbe lui a gestire il campo di prigionia di Zawyia in Libia. È l'ultimo capitolo del dramma dell'immigrazione "raccontato" dall'indagine della Dda di Palermo. Il fermo dei tre indagati è stato eseguito nell'hot-spot di Messina, dove i tre erano stati trasferiti dopo lo sbarco a Lampedusa.
A riconoscere e denunciare i carcerieri sono state alcune delle vittime. I migranti hanno raccontato le violenze subite consentendo l'identificazione dei tre che lavoravano per Ossama. Il capo della banda vive ancora in Libia. I profughi, con inganno o violenza o dopo essere stati venduti da una banda all'altra o da parte della stessa polizia libica, venivano rinchiusi in una ex base militare capace di contenere migliaia di persone. Le vittime hanno raccontato di essere state sottoposte ad atroci violenze fisiche o sessuali e di aver assistito all'omicidio di decine di migranti.
Per chiedere il riscatto alle famiglie dei prigionieri usavano un "telefono di servizio", tramite il quale migranti potevano contattare i loro congiunti, alla presenza dei carcerieri, e convincerli a pagare il riscatto. Ai parenti venivano inviate le foto con le immagini delle violenze subite dai propri cari. Chi non pagava veniva ucciso o venduto ad altri trafficanti di uomini; chi pagava, veniva rimesso in libertà, ma con il rischio di essere nuovamente catturato dalla stessa banda e di dover versare altro denaro ai carcerieri di Zawyia.
"C'erano anche donne e bambini. Sostanzialmente era una prigione della polizia libica. Presso questa ultima struttura, malgrado - racconta uno dei migranti ai poliziotti - c'erano funzionari dell'Oim, la stragrande maggioranza di noi migranti pativa la fame e la sete. Nessuno veniva curato e quindi lasciato morire in assenza di cure mediche. Personalmente ho assistito alla morte di tanti migranti non curati. Molti di noi aveva malattie alla pelle".
"Tutte le donne che erano con noi, una volta alloggiate all'interno di quel capannone sono state sistematicamente e ripetutamente violentate da due libici e tre nigeriani che gestivano la struttura. Eravamo chiusi a chiave. I due libici e un nigeriano erano armati di fucili mitragliatori, mentre gli altri due nigeriani avevano due bastoni". È il racconto di una delle vittime dei carcerieri del campo di prigionia di Zawyia, in Libia, fermati dalla Dda di Palermo a Messina.
"Le condizioni di vita, all'interno di quella struttura, erano inaudite. Ci davano da bere acqua del mare - racconta - e, ogni tanto, pane duro. Noi uomini, durante la nostra permanenza venivamo picchiati al fine di sensibilizzare i nostri parenti a pagare denaro in cambio della nostra liberazione. Ci davano un telefono col quale dovevamo contattarli per dettare loro le modalità di pagamento".
"Durante la mia prigionia - continua - ho avuto modo di vedere che gli organizzatori hanno ucciso a colpi di pistola due migranti che avevano tentato di scappare".
"Tutti noi migranti eravamo divisi in gruppi per nazionalità e per sesso. - racconta un'altra vittima - Le donne erano messe tutte insieme, mentre noi uomini eravamo divisi per la nazione di appartenenza. Io, ovviamente ero con i camerunensi.
Le condizioni di vita del carcere erano dure. Ci davano da mangiare solo una volta al giorno e ciò non bastava per placare la nostra fame, mentre l'acqua era razionata e non potabile, poiché bevevamo l'acqua del rubinetto del bagno. Tutti i giorni venivamo, a turno, picchiati brutalmente e torturati con la corrente dai nostri carcerieri".
"I carcerieri erano spietati - spiega - il capo del campo si chiama Ossama ed è un libico. Vestiva in abiti civili ed aveva delle pistole sempre con sé". "Ho visto morire tanta gente - racconta - in particolare due fratelli della Guinea che sono deceduti a causa delle ferite subite nel campo. Con me all'interno di quel carcere c'era mia sorella Nadege che purtroppo è morta lì per una malattia non curata. Mia sorella aveva al seguito le due figlie di 7 e 10 anni che sono ancora detenute in Libia. Ho visto che molte donne venire violentate da Ossama e dai suoi seguaci".
di Benedetta Capelli
vaticannews.va, 15 settembre 2019
Nell'udienza ai Cappellani delle carceri italiane, alla Polizia e al personale dell'Amministrazione Penitenziaria, il Papa chiede di diventare "costruttori di futuro", di non spegnere la speranza dei detenuti, di essere "ponti" tra il carcere e la società civile. Francesco pronuncia una parola difficile a chi ogni giorno nelle carceri italiane è chiamato ad ascoltare il grido della disperazione, l'urlo della rassegnazione, a sventare gesti estremi. Chiede nell'udienza in Piazza San Pietro agli uomini e alle donne della Polizia Penitenziaria, ai cappellani e ai volontari che lavorano nelle prigioni, di non soffocare mai la "fiammella della speranza", esorta poi a garantire "prospettive di riconciliazione e reinserimento" mentre chi è detenuto paga il debito con la società e fa i conti con gli sbagli del passato. Ma Francesco insiste molto sul rispetto della dignità di chi è in prigione e sull'ergastolo come soluzione per chiudere "in cella la speranza".
di Giovanni Panettiere
quotidiano.net, 15 settembre 2019
Udienza di Francesco alla Polizia penitenziaria, ai cappellani e ai volontari dei carceri. Da Bergoglio anche l'appello contro le case circondariali sovraffollate: "Sono polveriere di rabbia". Dietro le sbarre in Italia capienza sforata del 129%. Nessun detenuto deve essere privato del "diritto di ricominciare".
L'Osservatore Romano, 15 settembre 2019
Messaggio di Papa Francesco all'Amministrazione penitenziaria italiana. "Se si chiude in cella la speranza, non c'è futuro per la società": lo ha sottolineato il Papa nell'udienza ai membri dell'Amministrazione penitenziaria italiana, incontrati a mezzogiorno di sabato 14 settembre in piazza San Pietro.
Tra i temi affrontati dal Pontefice nel discorso, quello dell'ergastolo che, ha ripetuto per due volte, "non è la soluzione dei problemi", bensì al contrario "un problema da risolvere". Ecco allora l'esortazione a "mai privare del diritto di ricominciare". Perché, ha chiarito, "sta ad ogni società" alimentare la speranza; "fare in modo che la pena non comprometta il diritto alla speranza, che siano garantite prospettive di riconciliazione e di reinserimento".
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Discorso del Santo Padre Francesco alla Polizia penitenziaria, al personale dell'Amministrazione penitenziaria e della Giustizia minorile e di comunità
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Piazza San Pietro. Sabato, 14 settembre 2019 - Cari fratelli e sorelle, buongiorno. Vi do il benvenuto e ringrazio il Capo del Dipartimento dell'Amministrazione Penitenziaria per le sue parole.
Vorrei rivolgervi a mia volta tre semplici parole. Anzitutto alla Polizia Penitenziaria e al personale amministrativo vorrei dire grazie. Grazie perché il vostro lavoro è nascosto, spesso difficile e poco appagante, ma essenziale. Grazie per tutte le volte che vivete il vostro servizio non solo come una vigilanza necessaria, ma come un sostegno a chi è debole. So che non è facile ma quando, oltre a essere custodi della sicurezza siete presenza vicina per chi è caduto nelle reti del male, diventate costruttori di futuro: ponete le basi per una convivenza più rispettosa e dunque per una società più sicura. Grazie perché, così facendo, diventate giorno dopo giorno tessitori di giustizia e di speranza. Grazie a voi!
C'è un passo del Nuovo Testamento, rivolto a tutti i cristiani, che credo vi si addica in modo particolare. Così dice la Lettera agli Ebrei: "Ricordatevi dei carcerati, come se foste loro compagni di carcere" (Eb 13,3). Voi vi trovate in questa situazione, mentre varcate ogni giorno le soglie di tanti luoghi di dolore, mentre trascorrete tanto tempo tra i reparti, mentre siete impegnati nel garantire la sicurezza senza mai mancare di rispetto per l'essere umano. Non dimenticatevi, per favore, del bene che potete fare ogni giorno. Il vostro comportamento, i vostri atteggiamenti, i vostri sguardi sono preziosi. Siete persone che, poste di fronte a un'umanità ferita e spesso devastata, ne riconoscono, a nome dello Stato e della società, l'insopprimibile dignità. Vi ringrazio dunque di non essere solo vigilanti, ma soprattutto custodi di persone che a voi sono affidate perché, nel prendere coscienza del male compiuto, accolgano prospettive di rinascita per il bene di tutti. Siete così chiamati a essere ponti tra il carcere e la società civile: col vostro servizio, esercitando una retta compassione, potete scavalcare le paure reciproche e il dramma dell'indifferenza. Grazie.
Vorrei dirvi anche di non demotivarvi, pur fra le tensioni che possono crearsi negli istituti di detenzione. Nel vostro lavoro è di grande aiuto tutto ciò che vi fa sentire coesi: anzitutto il sostegno delle vostre famiglie, che vi sono vicine nelle fatiche. E poi l'incoraggiamento reciproco, la condivisione tra colleghi, che permettono di affrontare insieme le difficoltà e aiutano a far fronte alle insufficienze. Tra queste penso, in particolare, al problema del sovraffollamento degli istituti penitenziari - è un problema grave -, che accresce in tutti un senso di debolezza se non di sfinimento. Quando le forze diminuiscono la sfiducia aumenta. È essenziale garantire condizioni di vita decorose, altrimenti le carceri diventano polveriere di rabbia, anziché luoghi di ricupero.
Una seconda parola è per i Cappellani, le religiose, i religiosi e i volontari: siete i portatori del Vangelo tra le mura delle carceri. Vorrei dirvi: avanti. Avanti, quando vi addentrate nelle situazioni più difficili con la sola forza del sorriso e di un cuore che ascolta: la saggezza di ascoltare, avanti, con il cuore che ascolta. Avanti quando vi caricate dei pesi altrui e li portate nella preghiera. Avanti quando, a contatto con le povertà che incontrate, vedete le vostre stesse povertà. È un bene, perché è essenziale riconoscersi prima di tutto bisognosi di perdono. Allora le proprie miserie diventano ricettacoli della misericordia di Dio; allora, da perdonati, si diventa testimoni credibili del perdono di Dio. Altrimenti si rischia di portare sé stessi e le proprie presunte autosufficienze. State attenti su questo! Avanti, perché con la vostra missione offrite consolazione. Ed è tanto importante non lasciare solo chi si sente solo.
Vorrei dedicare anche a voi una frase della Scrittura, che la gente mormorò contro Gesù vedendolo andare da Zaccheo, un pubblicano accusato di ingiustizie e ruberie. Il Vangelo di Luca dice così: "È entrato in casa di un peccatore!" (Lc 19,7). Il Signore è andato, non si è fermato davanti ai pregiudizi di chi crede che il Vangelo sia destinato alla "gente per bene". Al contrario, il Vangelo chiede di sporcarsi le mani. Grazie, perché vi sporcate le mani! E avanti! Avanti allora, con Gesù e nel segno di Gesù, che vi chiama a essere seminatori pazienti della sua parola (cfr Mt 13,18-23), cercatori instancabili di ciò che è perduto, annunciatori della certezza che ciascuno è prezioso per Dio, pastori che si caricano le pecore più deboli sulle proprie spalle fragili (cfr Lc 15,4-10). Avanti con generosità e gioia: col vostro ministero consolate il cuore di Dio.
Infine una terza parola, che vorrei indirizzare ai detenuti. È la parola coraggio. Gesù stesso la dice a voi: "Coraggio". Questa parola deriva da cuore. Coraggio, perché siete nel cuore di Dio, siete preziosi ai suoi occhi e, anche se vi sentite smarriti e indegni, non perdetevi d'animo. Voi che siete detenuti siete importanti per Dio, che vuole compiere meraviglie in voi. Anche per voi una frase della Bibbia. La Prima Lettera di Giovanni dice: "Dio è più grande del nostro cuore" (1 Gv 3,20). Non lasciatevi mai imprigionare nella cella buia di un cuore senza speranza, non cedete alla rassegnazione. Dio è più grande di ogni problema e vi attende per amarvi. Mettetevi davanti al Crocifisso, allo sguardo di Gesù: davanti a Lui, con semplicità, con sincerità. Da lì, dal coraggio umile di chi non mente a sé stesso, rinasce la pace, fiorisce di nuovo la fiducia di essere amati e la forza per andare avanti. Immagino di guardarvi e di vedere nei vostri occhi delusioni e frustrazione, mentre nel cuore batte ancora la speranza, spesso legata al ricordo dei vostri cari. Coraggio, non soffocate mai la fiammella della speranza. Sempre guardando l'orizzonte del futuro: sempre c'è un futuro di speranza, sempre.
Cari fratelli e sorelle, ravvivare questa fiammella è dovere di tutti. Sta ad ogni società alimentarla, fare in modo che la pena non comprometta il diritto alla speranza, che siano garantite prospettive di riconciliazione e di reinserimento. Mentre si rimedia agli sbagli del passato, non si può cancellare la speranza nel futuro. L'ergastolo non è la soluzione dei problemi - lo ripeto: l'ergastolo non è la soluzione dei problemi -, ma un problema da risolvere. Perché se si chiude in cella la speranza, non c'è futuro per la società. Mai privare del diritto di ricominciare! Voi, cari fratelli e sorelle, col vostro lavoro e col vostro servizio siete testimoni di questo diritto: diritto alla speranza, diritto di ricominciare. Vi rinnovo il mio grazie. Avanti, coraggio, con la benedizione di Dio, custodendo coloro che vi sono affidati. Prego per voi e chiedo anche a voi di pregare per me. Grazie.
di Marina Lomunno
Avvenire, 15 settembre 2019
Cappellani, religiose, insegnanti, agenti penitenziari con le famiglie, volontari, educatori: venivano da tutta Italia i 12 mila pellegrini che ieri mattina dalle 8 affollavano piazza San Pietro per la prima udienza nazionale riservata al personale dell'amministrazione penitenziaria e della giustizia minorile.
"Un numero inatteso - spiega don Raffaele Grimaldi, ispettore generale delle carceri italiane - tanto che l'udienza, fissata in un primo momento nella Sala Paolo VI che ha circa 6500 posti, è stata trasferita in piazza San Pietro. È un momento importante per tutti coloro che condividono un pezzo di strada con i reclusi, contribuendo al loro riscatto perché non siano discriminati per il reato commesso.
Il Papa oggi ci incoraggia e ci sprona a continuare a dare speranza nonostante le criticità: ne abbiamo bisogno. È molto bello poi che oggi in piazza ci siano i familiari degli agenti, che sostengono moralmente chi ogni giorno varca i cancelli dei penitenziari affrontando situazioni spesso laceranti. Sarebbe stato bello ci fosse anche una delegazione di detenuti, ma mi rendo conto delle difficoltà organizzative".
"Sono qui anche per restituire a nome dei miei ragazzi l'attenzione che papa Francesco ebbe per loro durante la sua visita a Torino nel 2015, quando volle con lui a pranzo in arcivescovado un gruppo di minori reclusi - ricorda don Domenico Ricca, salesiano, cappellano del carcere minorile torinese "Aporti".
La nostra realtà rischia di essere "figlia di un dio Minore" perché i detenuti minorenni, circa 380 in Italia, sono un numero esiguo rispetto agli adulti. Eppure il Papa invita a ricordare che la giustizia rivolta a persone in formazione dev'essere più "dolce", meno rigida e più educativa". Anche Nadia Ferri, responsabile della sede di Genova del Centro giustizia minorile per Piemonte, Valle D'Aosta e Liguria, è venuta a ringraziare Francesco per la sua sensibilità nei confronti dei giovani detenuti: "Non potrò mai dimenticare che la prima visita dopo la sua elezione è stata proprio all'Istituto per minorenni Casal del Marmo di Roma e da allora non c'è viaggio in cui non dedichi uno spazio ai detenuti e a noi operatori. Per noi è di grande conforto sapere che il Papa sostiene e prega per chi vive a stretto contatto con i reclusi e cerca ogni giorno di aiutarli a reinserirsi nella società".
Da Torino viene pure Rosa Cuscito, viceispettore della Polizia penitenziaria del "Ferrante Aporti" : "Francesco è un Papa "umano", che conosce a fondo l'uomo e le sue fatiche. La sua vicinanza spirituale ai detenuti è preziosa, ma anche per noi sapere che ci è accanto nel nostro lavoro di recupero soprattutto con i più giovani è consolante e ci dà forza". Bianca Manna insegna da 9 anni ai geometri presso la Casa circondariale di Ariano Irpino (Avellino), dove sono reclusi 700 detenuti: "Sono qui perché credo che la scuola in carcere sia fondamentale per restituire vita ai reclusi e il Papa sostiene spesso il valore dell'educazione e della cultura per chi è nato in contesti difficili. Io insegno anche ai figli dei boss di camorra, mi dicono che non hanno mai frequentato un'aula scolastica e che andare a scuola è la cosa migliore è capitata loro finora".
L'ultima voce è di Nunzio Brugugnone, responsabile dell'area educativa del carcere dell'Ucciardone di Palermo. È qui con la sua famiglia: "È un giorno memorabile che ci dà forza per continuare il nostro impegno per la rieducazione e il superamento della pena, cosa che ogni giorno facciamo accanto ai volontari. Grazie al Papa che dando voce alla nostra presenza avvicina così il mondo carcerario alla società".
di Gianluca Rubino
gnewsonline.it, 15 settembre 2019
L'arrivo in "papamobile" con il conseguente boato dei fedeli accorsi in piazza San Pietro: è iniziata così l'Udienza di Papa Francesco alla Polizia Penitenziaria, al Personale dell'Amministrazione Penitenziaria e della Giustizia minorile e di comunità. Circa 11mila persone in rappresentanza delle 190 case di reclusione, guidati dall'Ispettore generale dei cappellani delle carceri italiane, don Raffaele Grimaldi. Un momento di coinvolgimento e di preghiera che ha toccato le corde dell'anima dei presenti, attenti ad ascoltare il messaggio del Santo Padre che ha sempre manifestato interesse e sentita partecipazione nei confronti della realtà del carcere vissuta dagli operatori penitenziari e dalle persone detenute che, seppur da prospettive diverse, condividono una mondo complesso.
Prima dell'omelia, il Capo del Dipartimento dell'Amministrazione Penitenziaria, Francesco Basentini, ha rivolto un saluto al Pontefice: "La comunità che opera nelle carceri del nostro Paese presente in questa piazza simbolo della Cristianità - ha affermato - è testimone di un impegno che sfida i luoghi comuni, un esercito di pace e di speranza. Gli operatori del Dipartimento dell'Amministrazione Penitenziaria e del Dipartimento della Giustizia Minorile e di Comunità, l'Ispettorato generale dei Cappellani, religiose, religiosi e volontari, hanno accolto numerosi l'invito a essere qui presenti per ascoltare le Sue parole che uniscono, rafforzano noi tutti nel nostro agire quotidiano, ci confortano nella difficile missione di restituire speranza e promuovere il cambiamento nelle persone detenute e in esecuzione penale esterna".
"Santità - ha aggiunto Basentini - abbiamo bisogno del Suo conforto e delle Sue esortazioni a essere migliori, a guardare all'altro come nostro fratello e a sforzarci perché ogni giorno sia un giorno nuovo per il cambiamento, per rendere questo mondo in cui viviamo, lacerato da conflitti e ingiustizie, un posto dove ci sia spazio per tutti, nel solco del riconoscimento della dignità e del rispetto dei diritti umani".
I detenuti, anche se hanno sbagliato, non possono essere mortificati: un concetto di cui Papa Francesco si fa interprete, esprimendo allo stesso tempo profonda gratitudine nei confronti degli agenti di Polizia Penitenziaria per il lavoro svolto con professionalità e attenzione: "Siete persone che, poste di fronte a un'umanità ferita e spesso devastata - ha detto il Santo Padre - ne riconoscono, a nome dello Stato e della società, l'insopprimibile dignità. Vi ringrazio, dunque, di non essere solo vigilanti ma soprattutto custodi di persone che a voi sono affidate perché, nel prendere coscienza del male compiuto, accolgano prospettive di rinascita per il bene di tutti. Siete così chiamati a essere ponti tra il carcere e la società civile: col vostro servizio, esercitando una retta compassione, potete scavalcare le paure reciproche e il dramma dell'indifferenza".
Rivolgendosi ai cappellani e ai religiosi che operano negli istituti di detenzione, il Pontefice ha chiesto di andare "avanti con Gesù e nel segno di Gesù, che vi chiama a essere seminatori pazienti della Sua parola, cercatori instancabili di ciò che è perduto, annunciatori della certezza che ciascuno è prezioso per Dio, pastori che si caricano le pecore più deboli sulle proprie spalle fragili". "Avanti con generosità e gioia: col vostro ministero - ha concluso il Papa - consolate il cuore di Dio". Al termine dell'Udienza, Francesco ha benedetto la 'croce della misericordia', realizzata dai detenuti di Paliano, e su cui sono dipinte scene bibliche di liberazione, di riscatto e di redenzione, ma anche le immagini di mamme in carcere con i loro bambini. Adesso sarà portata in tutti i penitenziari italiani.
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