di Beppe Severgnini
Corriere della Sera, 29 settembre 2019
Sono ingenui, gli studenti che sognano di evitare la catastrofe climatica che s'annuncia? Alla loro età, noi straparlavamo di politica, della quale capivamo poco o niente. Göterborg, Bokmässan. Una fiera del libro piena di capelli biondi e codini grigi, e residenti dall'aria post-scandinava: africani e mediorientali che la Svezia - un paese di soli 10 milioni di abitanti - ha accolto in gran numero, con generosità e non senza conseguenze. Atmosfera internazionale, per un paese che resta globale oppure chiude; ma capirlo è faticoso. I sovranisti locali - Sverigedemokraterna, Democratici Svedesi, un nome involontariamente autoironico - sfruttano i malumori, raccattano già un voto su cinque, e crescono.
Questa è anche la terra di Greta Thunberg, l'adolescente più conosciuta e influente del pianeta. C'è qualcosa di nordico, nella sua serietà e nella sua resilienza. E c'è qualcosa di antico nel modo in cui viene criticata. Soprattutto da chi ha tre o quattro volte i suoi anni. Greta viene dipinta da molti adulti - lo sapete - come una ragazzina ingenua, retorica e superficiale; e coloro che la sostengono vengono accusati di strumentalizzarla, di avallare una protesta ambientale che non porterà a niente.
È difficile capire come queste persone - sono molte, anche in Italia - possano mancare il punto centrale: Greta è un simbolo. Il simbolo di un risveglio necessario. Una sorta di coscienza adolescente del pianeta, che grida: ehi, siamo messi male. Perché siamo messi male, e i negazionisti del cambiamento climatico sono stupidi o in malafede: non hanno visto i ghiacciai sciogliersi e i temporali trasformarsi in uragani? Non ogni vent'anni, tre volte ogni estate.
I personaggi-simbolo, che hanno finito per impersonificare una buona causa, non sono nuovi: è successo nel campo della non-violenza, dei diritti civili, del rispetto dell'infanzia e della condizione femminile. Non sempre queste persone hanno scelto di diventare la bandiera di un'idea il cui tempo era arrivato. È accaduto, e basta. Sono ingenui, gli studenti che sognano di evitare la catastrofe climatica che s'annuncia? Risposta: e se anche fosse? Alla loro età, noi straparlavamo di politica, della quale capivamo poco o niente. Eravamo migliori? Non credo. Ai tanti miei coetanei che non capiscono, accusano e dileggiano Greta & C., dico: invecchiare bene è difficile. Ma bisogna provarci.
di Cecilia Erba
Il Manifesto, 29 settembre 2019
Dagli Usa all'Europa associazioni e singoli cittadini portano l'inezia degli Stati nei tribunali chiedendo il risarcimento dei danni subiti. Nel corso degli ultimi anni, il numero di azioni legali correlate ai cambiamenti climatici è aumentato esponenzialmente. Secondo il Climate Change Litigation Database, sono oltre 1000 i casi già depositati nei tribunali di tutto il mondo che riguardano gli impatti dei cambiamenti climatici, i rischi che questi implicano per la società e la popolazione, la mancanza di misure di mitigazione o azione, la responsabilità degli Stati e delle imprese, l'inadempienza delle autorità locali o nazionali. Se ogni caso è differente per ovvi motivi legati al contesto giuridico, al tribunale competente e al tipo di azione, tutti chiedono l'intervento del giudice per contribuire ad arrestare la crisi climatica in atto.
Da oltre trent'anni, la comunità scientifica lancia infatti allarmi sempre più gravi. I rapporti dell'Ipcc, il gruppo intergovernativo delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici istituito già a fine anni '80 che raccoglie migliaia di scienziati da tutto il mondo, restituiscono un quadro sempre più preciso e drammatico dei danni causati dall'uomo al clima mondiale e di quello che ci attende se continueremo sulla stessa strada: lo stravolgimento dei nostri ecosistemi e la distruzione di larga parte di quelle risorse naturali che attualmente sostengono le società umane. Allo stesso tempo, la soluzione è sempre stata chiara: tagliare le emissioni di gas serra, abbandonare i combustibili fossili, smettere di sfruttare il pianeta in modo eccessivo.
Tuttavia, le misure finora adottate dai governi sono assolutamente inadeguate alla portata della crisi, se non in molti casi in direzione contraria. Secondo Carbon Brief, dal 2000 a oggi la capacità di generazione energetica a carbone è raddoppiata nel mondo, mentre ad agosto 2019 il tasso di deforestazione dell'Amazzonia era cresciuto del 300% solo rispetto all'anno precedente. E senza andare troppo lontano, lo Stato italiano continua a identificare nel gas una risorsa strategica nel proprio mix energetico, rimandando l'abbandono dei combustibili fossili a dopo il 2040, come emerge dal Piano Nazionale Energia e Clima pubblicato a inizio 2019. Tutto ciò trova riscontro nel fatto che, nonostante i proclami dei rappresentanti governativi durante gli annuali summit internazionali sul clima, come quello che nel 2015 ha portato all'adozione del tanto sbandierato Accordo di Parigi, le emissioni globali di anidride carbonica, invece che diminuire, continuano ad aumentare: dell'1.7% nel 2017 e di ben il 2.7% nel 2018.
A fronte di tutto ciò, una serie di organizzazioni, movimenti, comitati e singoli cittadini ha deciso di ricorrere ai tribunali e all'azione legale per chiedere che la crisi climatica, nelle sue molteplici sfaccettature, venga arrestata. Nel 2015, con la storica sentenza della corte distrettuale dell'Aia, la Fondazione Urgenda e circa 900 cittadini hanno vinto la causa intentata contro lo Stato olandese. Per la prima volta, un giudice ha richiesto che uno Stato adotti misure di precauzione sui cambiamenti climatici, riconoscendo l'obbligo legale di proteggere i propri cittadini e le generazioni future. Nel verdetto, si sottolinea come l'Olanda, in quanto Paese sviluppato, debba assumere un ruolo guida nella riduzione delle emissioni di gas serra a livello globale, adeguandosi alle misure individuate dalla comunità scientifica per prevenire le conseguenze più pericolose dei mutamenti del clima.
Il caso Urgenda non ha ancora concluso definitivamente l'iter giudiziario, ma le successive sentenze nei vari gradi di appello non hanno fatto altro che rafforzare quanto stabilito dalla prima corte, e i principi espressi hanno ispirato nuove azioni legali in vari Paesi. In Francia, quattro organizzazioni hanno lanciato l'Affaire du Siècle, citando in giudizio lo Stato francese per l'inazione sia in campo di mitigazione che di adattamento dei cambiamenti climatici, sostenuti da una petizione che ha raccolto oltre 2 milioni di firme di cittadini che condividono l'iniziativa.
Con il peoplès climate case, dieci famiglie di diversi Paesi europei ed extraeuropei che già stanno subendo gli impatti dei cambiamenti climatici hanno deciso di fare causa contro l'intera Unione Europea, contestando l'inadeguatezza delle azioni e dei target adottati per la riduzione delle emissioni, non in linea con quanto richiesto dalla comunità scientifica. Secondo la loro argomentazione, se non vengono adottate misure adatte ad evitare stravolgimenti climatici disastrosi, misure che tra l'altro sarebbero nel pieno delle capacità economiche e tecnologiche dell'Unione, la tutela dei diritti fondamentali della popolazione viene messa a rischio. La Corte ha respinto in primo grado la causa per motivi procedurali, riconoscendo tuttavia che i cambiamenti climatici hanno delle conseguenze su ogni individuo, e già sono stati depositati i documenti per l'appello.
Sulla stessa linea, anche in Germania, Irlanda, Svizzera, Gran Bretagna, Grecia e altri Paesi europei sono stati lanciati o sono in preparazione azioni legali per contestare l'azione dei governi e chiedere la tutela dei diritti fondamentali dei cittadini, il rispetto dei principi di equità tra le nazioni e di giustizia tra le generazioni, l'applicazione del principio di precauzione. In Italia, la campagna Giudizio Universale, promossa al momento da circa 100 associazioni, comitati, movimenti e realtà della società civile e lanciata il 5 giugno 2019, anticipa la prima causa climatica contro lo Stato. Le emissioni italiane si sono infatti ridotte di appena il 17% rispetto al 1990, una cifra molto deludente se si pensa che già nel 2007 l'IPCC chiedeva che i Paesi sviluppati le tagliassero del 25-40% entro il 2020.
Dato che gli allarmi della comunità scientifica sono rimasti inascoltati per così tanto tempo, e che nel frattempo la concentrazione di gas serra in atmosfera, da cui dipende la gravità del riscaldamento globale, è aumentata, sono necessarie adesso misure ancora più drastiche di quanto non si pensasse in passato, come spiegato nell'ultimo rapporto speciale dell'IPCC pubblicato nell'ottobre 2018. Eppure, l'Italia non sembra preoccuparsene: nonostante a causa della posizione geografica nel bacino del Mediterraneo, delle caratteristiche del territorio e dell'eccessiva urbanizzazione e sfruttamento rischiamo che il cambiamento del clima globale abbia conseguenze catastrofiche nel nostro Paese, si continua a investire nelle fonti fossili e a rimandare la transizione verso una società a zero emissioni. E se allora gli stati falliscono nella fondamentale missione di proteggere i diritti dei propri cittadini, se le imprese sono libere di continuare a emettere e inquinare, la sentenza di un giudice può rappresentare un ulteriore strumento di rivendicazione in una battaglia che, in fondo, è per la nostra sopravvivenza.
di Laura Montanari
La Repubblica, 29 settembre 2019
"La giusta quantità di dolore", di Giada Ceri Exorma, € 14. "In carcere i minuti e le ore hanno un'altra velocità". Lei lo sa perché collabora nel terzo settore con progetti in area penitenziaria. "La giusta quantità di dolore" è il reportage narrativo scritto da Giada Ceri e pubblicato da Exorma che il 2 ottobre alle ore 18 verrà presentato alla libreria Ibs di Firenze (in via dè Cerretani).
La prefazione è affidata a Luigi Manconi: "Occultamento, rimozione, separazione: ecco altrettante procedure che escludono il carcere e i carcerati dallo sguardo di chi non sta in carcere e non è carcerato, dunque dall'opinione pubblica e dalla stessa dialettica democratica".
Il viaggio comincia da Sollicciano: "Casa circondariale, dice la targa all'ingresso. Siamo oltre i confini della città e qua intorno non c'è molto altro. Non un bar non un'edicola, un giardino. Nemmeno gli autobus si spingono nel luogo della pena".
Parla del carcere di Firenze, ma potrebbe essere quello di Ranza a San Gimignano costruito come un gigantesco fungo in mezzo a una valle senza nessun servizio intorno. O altri. Giada Ceri racconta in questo viaggio come sono le carceri dall'interno, viste da un convegno dedicato alla loro architettura, le considerazioni sul 41bis (il carcere duro), le "domandine" che scandiscono bisogni e desideri dei detenuti, l'ergastolo bianco, la fine degli Opg (Ospedale psichiatrico giudiziario), il Giardino degli Incontri, il teatro a Volterra (e le cene Galeotte con il curioso l'elenco degli alimenti che possono entrare in carcere e quelli no). Fra i pregi del libro c'è una narrazione sciolta e al tempo stesso disincantata di chi ha sentito ripetere tante volte le stesse frasi da esperti, presunti esperti, passanti.
di Annalisa Coccia
picenooggi.it, 29 settembre 2019
Lo scrittore ha detto ai detenuti le sue poesie, che hanno anche intonato insieme a lui la canzone "Azzurro". Incontro con il poeta Franco Arminio per i detenuti degli istituti di Pena di fermo e Ascoli Piceno. È avvenuto nell'ambito del progetto "Ora d'aria", una serie di laboratori ideati da un altro poeta Luigi Socci, direttore artistico del poesia festival "La punta della lingua", che ha accompagnato Arminio insieme al Garante regionale delle Marche Andrea Nobili.
Franco Arminio ha fatto quello che fa di solito, nelle sue letture in giro per l'Italia. Ha letto le sue poesie e una, che inizia con i tre intensi versi "Abbiamo bisogno di contadini,/di poeti, gente che sa fare il pane,/che ama gli alberi e riconosce il vento", l'ha fatta tradurre nei vari dialetti parlati dai detenuti. Poi ha cantato, insieme al pubblico dei ristretti, la canzone Azzurro. Ad Ascoli Piceno l'esperimento è talmente riuscito che ha spinto un gruppo di detenuti nigeriani a cantare una canzone del loro paese.
di Lorenzo Cremonesi
Corriere della Sera, 29 settembre 2019
"Elettori demotivati, ma soprattutto spaventati". I dati ufficiali sull'affluenza non sono ancora disponibili e lo spoglio richiederà settimane. L'esito più probabile resta un ballottaggio tra i due candidati maggiori. Alla fine il "bagno di sangue" minacciato apertamente dai Talebani ieri non c'è stato. Il ministero degli Interni riporta il dato ufficioso di 5 morti e una quarantina di feriti in tutta la giornata elettorale. Nelle ultime ore tuttavia sono comparsi dati ufficiosi per cui i morti potrebbero anche essere una ventina. E gli attentati più numerosi. Ancora poco, se si pensa che la media quotidiana dei morti per sparatorie e attentati si aggira ormai sul centinaio. Ma paura e conseguente astensionismo generalizzato hanno caratterizzato le quarte elezioni presidenziali afghane dalla caduta del regime del Mullah Omar nel 2001.
I candidati - I dati definitivi si conosceranno soltanto tra due o tre settimane e forse più, anche se già emergono virulente le consuete accuse di broglio. E quasi certamente si dovrà andare al ballottaggio tra i due candidati maggiori. I quali per ora restano gli stessi che si sfidarono nel 2014: il presidente oggi in carica Ashraf Ghani e il suo vicario operativo Abdullah Abdullah, la cui posizione di compromesso fu allora faticosamente raggiunta dalla mediazione americana per evitare un'impasse catastrofica. Nessuno è ancora in grado di fornire alcuna indicazione sul tasso di partecipazione. Un dato importante alla luce della politica talebana e dei gruppi jihadisti di delegittimare qualsiasi governo del Paese che non sia sotto il loro controllo.
Nella regione di Kabul, paralizzata da centinaia di posti di blocco e pattuglie militari volanti, è comunque emersa evidente la mancanza di elettori. Strade vuote, urne disertate. Nella decina di seggi che abbiamo visitato tra il centro e le periferie abbiamo incontrato per lo più funzionari sfaccendati e sale silenziose. In quello di Charkalà Wazirabat, uno dei quartieri poveri e molto popolati, pochi minuti prima della chiusura alle 17 su circa 3.200 registrati solo 1.500 avevano votato. Alle parlamentari dell'anno scorso erano stati 2.500. "Molti sono demotivati, temono i brogli. Ma soprattutto la gente ha avuto paura", dichiara il presidente delle seggio, il 37enne Obaidallah Amiri. Poco lontano, nel seggio posto nella scuola di Khalilullah Khalili, i timori si erano concretizzati nello scoppio di due bombe, che hanno ferito tra ragazzini. La seconda verso le dieci della mattina. A metà pomeriggio l'affluenza era di 500 rispetto a 3.600 iscritti. Qui il sospetto era però che le bombe fossero state messe dai sostenitori di Ghani, visto che la zona è massicciamente pro-Abdullah.
Il voto femminile - Pochissime le donne. Nel seggio di Khalifa Fatullah su 500 iscritte a mezzogiorno si erano presentate una trentina. Ma quelle che votano lo fanno con entusiasmo. "È un voto per la democrazia contro i Talebani, contro il ritorno della persecuzione delle donne", affermano. Nell'incertezza generale anche i dati della violenza vanno presi con circospezione. Larghe aree del Paese (forse sino al 70 percento) sono in modo più o meno diretto controllate dai Talebani. Molti seggi non sono neppure stati aperti.
Secondo Dejan Panic, Coordinatore dei Programmi dell'ospedale dell'organizzazione umanitaria italiana Emergency a Kabul, la maggioranza delle vittime per attentati ieri veniva dalle regioni del Logar, Paktia, Wardak e Lagman. Spiega: "Abbiamo ricoverato in tutto una trentina di persone. Solo tre di Kabul. Ma è stata per noi una situazione di routine. Ci sono giornate che siamo costretti ad accettare molti più feriti".
di Marco Ventura
Corriere della Sera, 29 settembre 2019
Il nuovo documento Osce incoraggia il rispetto dei credenti. Il 19 settembre scorso è stato presentato a Varsavia il primo documento interamente dedicato al binomio sicurezza e religione nella storia della comunità internazionale.
La policy guidance su "Libertà di religione o credo e sicurezza" è un documento dell'Odihr, l'Ufficio per le istituzioni democratiche e i diritti umani dell'Organizzazione per la Sicurezza e la Cooperazione in Europa (Osce). Non è un testo adottato dai 57 Paesi che partecipano all'Osce, né tantomeno uno strumento giuridicamente vincolante.
Tuttavia i principi di questa guida al rispetto dei credenti nelle politiche sulla sicurezza sono dedotti da fonti autorevoli, talvolta dal lavoro delle corti internazionali, e su di essi vi è un vasto consenso tra esperti, governi e confessioni religiose. È dunque presumibile che il documento abbia un impatto significativo nella vasta regione Osce: da Vancouver a Vladivostok, da Canada e Stati Uniti a Ucraina e Russia, dai paesi dell'Unione europea a Turchia e Armenia.
Nata nel 1975 con l'Atto finale di Helsinki quale piattaforma di confronto tra i due blocchi della guerra fredda, e ridisegnata dopo il 1989 per sostenere il processo di democratizzazione negli ex Paesi comunisti, l'Osce ha nel proprio Dna la ricerca di un compromesso politico tra parti in conflitto che tuteli la sicurezza nella regione attraverso la cooperazione dei governi e nella società civile. Proprio tale vocazione spiega perché l'Osce arrivi per prima a produrre linee guida in una materia cruciale.
Nel mondo contemporaneo, il rapporto tra religione e sicurezza pone una sfida a due facce. Da un lato, nella religione si identifica una causa, spesso la causa, dell'insicurezza su scala globale e locale. Dall'altro, la risposta al fenomeno prende la forma di politiche restrittive nei confronti dei credenti.
Entrambe le facce allarmano. L'emergenza sicurezza ha tante cause e tante sono le traiettorie del religioso. Il rapporto tra insicurezza e fedi, perciò, non va né esagerato né sminuito. Ridurre il problema alla religione, assolutizzando e semplificando, non funziona neppure nei casi in cui è palese la ragione religiosa della minaccia alla sicurezza, come, a seconda dei punti di vista, nel terrorismo islamista e nelle guerre di vendetta anglo-americane in nome della civiltà cristiana. Anche le politiche restrittive della libertà religiosa in difesa della sicurezza sono sbagliate. Di rado nuocciono davvero a chi porta una minaccia reale: più spesso colpiscono nel mucchio, alla rinfusa. Soprattutto, si usa il pretesto della sicurezza per contrastare la diversità religiosa e per proteggere monopoli e privilegi, come in Italia quando si impedisce la costruzione di luoghi di culto non cattolici o si escludono i musulmani dall'8 per mille.
È la deriva di offensive contro la radicalizzazione e l'estremismo attraverso le quali opera una sofisticata macchina della propaganda e si compatta il noi maggioritario a spese del voi religioso minoritario. Ne sanno qualcosa i testimoni di Geova in Russia: altri 6 di loro sono stati appena condannati per "estremismo" a Saratov, sicché è salito a 42 il numero di membri della confessione detenuti nel Paese (in 23 sono poi ai domiciliari, ad altri 21 è stata vietata ogni attività religiosa, e in totale 252 sono sotto indagine).
Trascinati dal vortice, Paesi abituati a politiche aggressive d'ingerenza religiosa hanno aumentato la pressione sulle minoranze, dalla Russia, appunto, alla Turchia e alle repubbliche centrasiatiche post-sovietiche, mentre Paesi pure tradizionalmente devoti alla neutralità e all'equidistanza, come Francia e Usa, hanno introdotto pesanti deroghe in vista della costruzione di una religione "moderata" sotto tutela governativa. Il pericolo è avvertito da esperti e attori. Per suonare l'allarme si è coniata l'espressione PVEd religion, dove Pve sta per "prevenzione dell'estremismo violento".
La religione "pezzata" nel senso di religione subordinata alla prevenzione dell'estremismo violento è anzitutto un problema culturale: se la sicurezza è la lente con la quale s'interpreta il fenomeno religioso, diviene impossibile lo sguardo ampio, aperto, che invece serve di fronte alla diversità religiosa di oggi. Essa è poi un problema politico, e giuridico, quando diventa una categoria ispiratrice delle strategie governative, interne ed estere, in nome della quale si legittimano indiscriminate misure restrittive. Cercano di rispondere, con le cautele e i distinguo necessari, le 70 pagine del documento dell'Osce. Da un lato esso propone un linguaggio, una grammatica, un arsenale di concetti contro confusioni e abusi. Dall'altro lato responsabilizza gli attori. Perché la vera sicurezza si edifica non contro i credenti e le loro comunità, ma insieme ad essi.
di Andrea Palladino
L'Espresso, 29 settembre 2019
Non esiste un vero centro di coordinamento soccorsi libico. Lo si scopre tra gli omissis della documentazione del progetto finanziato da Bruxelles per la "Sar zone" libica messo sotto segreto. Chi è allora a coordinare le azioni delle motovedette? Seimila persone in appena otto mesi. Donne, bambini, uomini con i segni dei viaggi nel deserto e delle torture. Sono le persone fuggite dai centri di detenzione libiche e che a quell'inferno sono state restituite dalla Guardia costiera libica. "Salvati". dice Tripoli. "Contenuti", ha spiegato il primo ministro Giuseppe Conte. Riportati in un porto non sicuro per la loro incolumità, nei fatti.
La Guardia costiera di Tripoli è una creatura tutta italiana. Le motovedette che hanno recuperato in mare i migranti naufraghi sono state donate da Roma, la formazione del personale avviene all'interno delle nostre basi navali. E, da più di un anno, il centro di coordinamento dei salvataggi Mrcc delle Capitanerie di porto affida tutte le operazioni di soccorso nel Mediterraneo centrale agli ufficiali di al-Sarraj. Dove prima operava Mare Nostrum, oggi agiscono le motovedette libiche. Un cambio di strategia avvenuto grazie ad un'azione finanziata nel 2017 dalla Commissione europea e affidata al comando generale delle Capitanerie di porto italiane.
Per operare nella "ricerca e salvataggio" dei migranti, la Guardia costiera di Tripoli aveva bisogno di un riconoscimento internazionale, ovvero della dichiarazione di una propria zona Sar, le coordinate che delimitano l'area di competenza per il soccorso. Fino al giugno 2018 non esisteva e, dunque, il coordinamento dei salvataggi non poteva essere gestito da Tripoli. Il progetto europeo affidato all'Italia aveva l'obiettivo di far dichiarare ai libici la propria area "search and rescue". Era il passaggio necessario per quell'opera di "contenimento" citata da Giuseppe Conte: fermare i migranti nel golfo della Sirte, impedire i salvataggi da parte di navi europee, che avrebbero avuto l'obbligo di portare i naufraghi in un porto sicuro. Di certo non in Libia.
La struttura della Guardia costiera di Tripoli appare, però, come una sorta di finzione. Mezzi e intelligence italiani ("ringrazio i nostri apparati", ha detto Conte), supporto del nostro governo, con una linea di comando opaca. La documentazione del progetto finanziato da Bruxelles per la Sar zone libica è stata messa sotto segreto.
Prima dall'Italia, che ha bollato come "classificato" il rapporto sulla capacità di effettuare salvataggi da parte dei libici. Poi dalla stessa Commissione europea, che ad una richiesta di accesso agli atti ha risposto con un dossier in buona parte coperto da omissis.
Tra le righe oscurate appare però un dettaglio chiave: non è mai esistito un vero centro di coordinamento dei soccorsi libico. Una struttura fantasma. Nella lettera di conclusione del progetto del 16 aprile scorso, inviata dalla Commissione europea al comando generale delle Capitanerie di porto italiano, si parla appena di "futura installazione del centro libico di coordinamento dei salvataggi marittimi". Un centro che oggi non c'è. Chi coordina, dunque, sul campo le azioni delle motovedette? Chi è al comando delle azioni di "contenimento" dei migranti operate dagli ufficiali di al-Sarraj? È il segreto tenuto sotto chiave, tra Bruxelles e Roma.
di Goffredo Buccini
Corriere della Sera, 29 settembre 2019
Per evitare una scelta suicida, per la legge meglio adottare la definizione "ius culturae", condizionato a un ciclo di studi. La scelta di tempo appare suicida: con una maggioranza ancora così fragile e un'opinione pubblica diffidente. La riapertura allo ius soli - Boldrini testimonial - regalerebbe alla destra salviniana un referendum abrogativo a colpo quasi sicuro se Pd e Cinque Stelle varassero la legge. Le battaglie di testimonianza sono necessarie, ma la politica è altro. Dunque va anzitutto archiviata la definizione ius soli, affossata dalla impopolarità. Nessun automatismo alla nascita se si vuole evitare il facile slogan di "Italia sala parto dell'Africa". Resta tuttavia il buon diritto di quasi un milione di bambini e ragazzi che, nati qui o arrivati qui in fasce, qui hanno studiato, parlano un italiano migliore di molti parlamentari e fremono alle note dell'inno di Mameli più di molti leghisti (che un partito tanto a lungo ostile all'Italia neghi loro la cittadinanza nel nome dell'italianità è uno dei paradossi di questo tempo confuso).
Dunque, che sia ius culturae: condizionato a un ciclo di studi. E che sia collegato a immagini concrete, svincolandolo dal suolo di nascita. Il quattordicenne del Mali, annegato con la pagella cucita nella giacca, sarebbe stato magari uno splendido liceale del Parini di Milano. E il piccolo Aylan Kurdi, morto a tre anni sulla spiaggia di Bodrum, per qualche percorso imperscrutabile sarebbe potuto diventare un bravo scolaro della Mazzini di Roma. I numeri vanno riempiti di persone reali se si vuol tornare a quando, nel 2011, prima di avere il cuore congelato dalla paura, 7 italiani su 10 volevano la cittadinanza per i figli di migranti, costretti ora a diventare eroi per ottenerla come Ramy e Adam, i ragazzini del pullman di San Donato. Per evitare a un milione di giovani italiani l'esclusione da concorsi e occasioni pubbliche, la norma deve avere un volto. E forse non sarebbe il suicidio politico che oggi appare, una legge Aylan.
di Francesco Montessoro
La Lettura - Corriere della Sera, 29 settembre 2019
Con Trump, Orbán e Bolsonaro, Rodrigo Duterte può essere ritenuto l'esponente più significativo del populismo mondiale. Propugnatore di metodi spicci e autoritari, il presidente filippino è stato in grado di affascinare vasti strati della popolazione adottando atteggiamenti provocatori e talvolta inconsulti, e un linguaggio violento e scurrile che non ha risparmiato neppure la Chiesa cattolica e Papa Francesco.
L'indiscutibile successo mediatico di Duterte è frutto, come accade in altri Paesi, soprattutto di un uso demagogico della paura, agitata di fronte a ceti resi sempre più fragili dall'incertezza economica e dalle difficili condizioni di vita nelle aree metropolitane. E saranno proprio le pur fallimentari campagne per estirpare in pochi mesi la criminalità urbana e piegare il traffico di droga a consolidare l'immagine di Duterte come salvifico "uomo forte".
La sua improvvisa ascesa nella vita politica nazionale, nel 2016, dopo una controversa carriera nella periferica città di Davao, si spiega con la delusione provocata dall'incapacità delle tradizionali élite liberal- democratiche di garantire sviluppo e prosperità: le Filippine, infatti, si sono rivelate un caso fallimentare in termini di crescita economica, soprattutto rispetto ad altri Paesi dell'Asia orientale.
Una via, comunque, che non sembra essere stata intrapresa neppure da Duterte, poiché l'attuale presidenza ha introdotto ulteriori elementi di instabilità economica e sociale oltre ad aver minato uno dei pilastri delle relazioni internazionali del Paese. Gravi le implicazioni della sua strategia: il tentativo di mantenere una sorta di equidistanza tra Cina e Stati Uniti non ha costituito affatto, come in altri contesti, una scelta realistica ma ha determinato una rottura drammatica dei decennali rapporti "speciali" tra Washington e Manila. L'allentamento dei legami storici con gli Usa sembra destinata a erodere i vantaggi di cui le Filippine hanno goduto in passato, in cambio di un rapporto con Pechino all'insegna della precarietà e di un problematico condizionamento a lungo termine.
di Antonio Palmieri
economyup.it, 28 settembre 2019
L'Italia è il primo Paese in cui Cisco ha sperimentato una speciale edizione della Networking Academy per i detenuti. "La certificazione che rilasciamo è complessa e vale in tutto il mondo", spiega l'amministratore delegato Agostino Santoni. "Nessuno degli studenti che l'ha ottenuta è tornato in carcere".
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