di Pietro Del Re
La Repubblica, 27 luglio 2019
Bachelet denuncia i raid aerei russi e delle forze di Assad contro i civili a Idlib. Una scuola piena di bambini centrata da un missile di Mosca, un campo profughi colpito dalle granate dell'esercito del presidente Bashar al Assad e poi mercati, ospedali, forni distrutti dalle bombe con scientifica precisione. Dallo scorso aprile, la regione di Idlib, la sola ancora nelle mani della rivolta contro il regime di Damasco, è sotto attacco.
I raid aerei russi sono ormai quotidiani, così come i bombardamenti dell'esercito lealista, provocando morti e feriti soprattutto tra i civili. Se n'è accorta anche Michelle Bachelet, l'Alto commissario dell'Onu per i diritti umani, che da Ginevra ha denunciato ieri "il crescente numero di vittime civili causato in Siria da una serie di attacchi aerei a Idlib nella più totale indifferenza del pianeta".
L'ultima offensiva "da parte del governo e dei suoi alleati ha continuato a colpire strutture mediche, scuole e altre infrastrutture civili e sembra altamente improbabile che tali obiettivi vengano tutti colpiti per caso", ha anche detto Bachelet. "Gli attacchi intenzionali contro i civili sono crimini di guerra e coloro che li hanno ordinati o condotti sono penalmente responsabili delle loro azioni", ha poi ammonito l'Alto commissario.
Nei soli ultimi dieci giorni, almeno 103 civili, tra cui almeno 26 bambini, sono morti negli attacchi aerei in dieci diverse località, di cui otto a Idlib e due nelle zone rurali di Aleppo. Ma la carneficina in Siria "non è più sul radar internazionale". E sono agghiaccianti le ultime immagini che provengono da quella regione che era una volta il granaio della Siria e che ora è ridotta una gigantesca e malconcia tendopoli.
Prima della guerra, Idlib contava un milione e mezzo di abitanti, poi con l'arrivo di chi è scappato davanti alla progressiva riconquista delle città da parte dell'esercito di Assad, se ne contano oggi più del doppio. Molte foto le aveva fatte girare Anas al-Dyab, il giovane volontario che dopo aver aiutato chi rimaneva sotto le macerie di un bombardamento fotografava gli orrori della guerra, e che domenica è stato decapitato da un razzo russo.
Secondo l'attendibile Osservatorio siriano per i Diritti umani, Ong vicina alla rivolta con sede a Londra, dall'inizio dell'offensiva di aprile sono già stati uccisi 730 civili. Adesso, mentre la Bachelet si lamenta per la paralisi del Consiglio di sicurezza sulla Siria, l'opposizione siriana parla di genocidio.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 26 luglio 2019
Presentato il rapporto di metà anno di Antigone sul sistema carcerario. I reati diminuiscono, perfino le entrate in carcere, ma nonostante ciò le nostre carceri sono tra le più sovraffollate d'Europa. Ma non solo. Se dovesse essere confermato il trend in crescita del sovraffollamento, tra cinque anni c'è il forte rischio di subire una nuova sentenza di condanna dalla Corte Europea come è accaduto con la Torreggiani nel 2013.
di Mauro Leonardi
agi.it, 26 luglio 2019
L'ammirevole iniziativa del presidente Mattarella di cenare nell'osteria dei detenuti a Rebibbia non deve far dimenticare che nelle case circondariali le difficoltà nella vita quotidiana sono tante, spesso anche per esigenze basilari come un paio di mutande decenti.
di Adriana Pollice
Il Manifesto, 26 luglio 2019
Il voto alla camera contro ong e migranti. fico lascia l'aula per protesta. 17 grillini assenti. L'appassionato intervento della pentastellata dissidente Sarli. Il provvedimento voluto da Salvini prevede tra l'altro multe fino a un milione a chi salva i migranti. Il decreto Sicurezza bis ha superato ieri il voto alla Camera con 322 sì, 90 no e un astenuto.
A favore 5S, Lega, Fi e Fdi; contrari Pd e Leu. Dovrebbe arrivare in Senato entro giovedì per il passaggio finale. Sui banchi del governo erano assenti i ministri a cominciare dal padre del provvedimento, Matteo Salvini. Nel pomeriggio sono emersi i mal di pancia dell'ala sinistra 5S e, per un attimo, si è materializzato il fantasma dell'alleanza tra gli ortodossi, vicini al presidente della Camera Roberto Fico, e il Pd.
In aula la deputata pentastellata campana Doriana Sarli, che ha condiviso molte battaglie con la senatrice espulsa Paola Nugnes, ha pubblicamente sfidato la linea del Movimento annunciando il suo No: "Ho presentato numerosi emendamenti nel tentativo, difficile, di migliorare il decreto, tutti respinti. A detta di tutti gli auditi, non presenta i caratteri di urgenza e necessità previsti dalla Costituzione. Anche il dossier della Camera sottolinea la difficoltà di questo decreto a rispettare gli obblighi internazionali. Ha grandi profili di incostituzionalità". E ancora: "Si inventa un nuovo reato: salvare le vite in mare. Il problema dell'immigrazione esiste da sempre, non si deve affrontare in maniera emergenziale. Salvini vada a sedersi ai tavoli di concertazione a ridiscutere il regolamento di Dublino, lì deve fare la voce forte, non con la gente per mare".
Per finire sulle norma in fatto di ordine pubblico, che producono "una grave criminalizzazione di ciò che la nostra Costituzione difende, ovvero il diritto di manifestare per i propri diritti". Alla fine saranno 17 i 5S assenti al momento del voto, tra loro Yana Chiara Ehm (spesso critica con la linea Di Maio), i campani Gilda Sportiello e Luigi Gallo, che sui social spiega: "Non ho votato perché condivido al cento per cento le parole di Doriana. Parole che aprono un squarcio di verità nella coltre delle nebbie di una comunicazione senza più bussola, senza più certezze e senza più direzione".
A rendere più incisiva l'iniziativa di Sarli è stato lo stesso Fico: come avvenuto per il primo decreto Sicurezza, ha lasciato lo scranno più alto di Montecitorio a un vicepresidente quando si è passati al voto. In autunno spiegò che era stata "una presa di distanza dal provvedimento". Dai banchi del centrosinistra è arrivata la standing ovation per Sarli con applausi scroscianti da Pd e Leu. "Anche a nome del mio gruppo voglio dire grazie alla collega, che ha dimostrato la forza del pensiero autonomo. Rende più evidente la fragilità di un ministro che non ha il coraggio di affrontare l'aula" ha dichiarato la dem Barbara Pollastrini riferendosi a Salvini. Il vicepresidente del gruppo Pd, Michele Bordo, aveva motivato il voto contrario: "Questo decreto, inapplicabile e incostituzionale, è il decreto della propaganda e dice: se incrociate una barca alla deriva, con degli esseri umani che stanno annegando, potete lasciarli morire".
La norma stabilisce che il Viminale (di concerto con Difesa e Trasporti) può limitare o vietare l'ingresso di navi per ragioni di ordine e sicurezza, in particolare se si sia compiuto il reato di "favoreggiamento dell'immigrazione clandestina". Le multe sono state aumentate fino a un milione di euro per il comandante: se non può pagare, la sanzione si applica all'armatore o al proprietario della nave. Per il natante è previsto il sequestro a opera del prefetto, mentre per il comandante c'è l'arresto in flagranza in caso "di resistenza o violenza contro nave da guerra".
Le multe (nella versione più bassa) sono già scattate per l'Ong Sea Watch e per Mediterranea. Ieri è arrivata la notifica della sanzione amministrativa (2mila euro ciascuno) anche ai parlamentari Nicola Fratoianni (Si), Riccardo Magi (+Europa) e Stefania Prestigiacomo (Fi) per essere saliti a bordo della Sea Watch 3 il 27 gennaio scorso per valutare le condizioni dei 47 migranti bloccati a bordo dal Viminale.
I tre hanno inviato il 13 giugno una comunicazione a Fico: "Riteniamo illegittima la multa perché in violazione delle prerogative che la Costituzione ci attribuisce. Le chiediamo di investire della questione la Giunta delle autorizzazioni affinché la Camera dichiari l'insindacabilità dell'attività ispettiva svolta". Nel pomeriggio in aula sono passati gli ordini del giorno. Fratoianni su twitter spiega: "Lega e 5S hanno bocciato il nostro odg affinché le Ong possano pagare le multe in 80 rate a cadenza annuale". Il riferimento è alla rateizzazione accordata al Carroccio, l'hashtag "codadipaglia".
Il Foglio, 26 luglio 2019
Il rapporto di metà anno di Antigone fotografa la situazione incancrenita delle carceri italiane, che restano le più affollate dell'Unione europea. La retorica dell'invasione e l'allarme sulla criminalità straniera sono alcuni dei tormentoni sui quali il ministro dell'Interno Matteo Salvini ha costruito la sua campagna e il suo successo elettorale. Ma, tra le dichiarazioni con cui il leader della Lega ha raccolto consensi, ci sono affermazioni facilmente confutabili, dati alla mano. Pochi anni fa, il leader leghista sosteneva che gli stranieri nelle carceri italiane fossero i tre quarti del totale. È già stato dimostrato, con i numeri dei ministeri e dell'Istat, che non era così, ma oggi com'è la situazione? Secondo il rapporto di metà anno di Antigone, pubblicato il 25 luglio dall'associazione per i diritti e le garanzie nel sistema penale, sono 62.285 tutti i detenuti (italiani e stranieri) nelle carceri italiane, che restano le più affollate nell'area dell'Unione europea.
di Eleonora Martini
Il Manifesto, 26 luglio 2019
"Nove mila posti in più in cinque anni". Antigone denuncia: detenuti stipati, il più alto tasso in Europa. Siglato un accordo con la Difesa per riconvertire le ex caserme in istituti penitenziari. Sì, è vero, le carceri italiane sono sovraffollate. Tanto. Perciò ne costruiremo di nuove. Ventiquattro, ne aveva promesse Silvio Berlusconi nel 2009 con l'allora ministro di Giustizia Angelino Alfano.
di Violetto Gorrasi
today.it, 26 luglio 2019
"Il trend è allarmante. I detenuti aumentano, ma i reati diminuiscono". Patrizio Gonnella, presidente di Antigone - associazione che si occupa della tutela dei diritti e delle garanzie nel sistema penale - non usa mezzi termini quando spiega la situazione in cui versano oggi le carceri e i detenuti in Italia. L'analisi di Antigone, in un rapporto semestrale presentato oggi a Roma, smonta alcuni luoghi comuni sul tema. Primo tra tutti, quello che riguarda gli stranieri detenuti: al 30 giugno 2019 i detenuti stranieri nelle carceri italiane sono il 33,42% della popolazione reclusa.
di Luca Fazzo
Il Giornale, 26 luglio 2019
Parla dopo 40 anni in isolamento: "Sapevo dov'era nascosto Moro, ma Gava mi fermò. Giusto che stia qui". "Seppi da uno dei componenti della banda della Magliana, un tale Nicolino Selis, il covo dove era nascosto Aldo Moro, e lo feci sapere ad Antonio Gava che però mi mandò a dire: don Rafè, fatevi i fatti vostri".
Così parlò don Raffaele, ovvero Raffaele Cutolo, il boss della Nuova camorra organizzata, sepolto dal 1979 in una cella di massima sicurezza, piegato dagli anni e dall'isolamento, ma ancora con la voglia un po' guappa di dire la sua. Non potrebbe, perché ha il divieto di incontro con chiunque tranne gli stretti familiari. Ma un cronista del Mattino riesce ad arrivare faccia a faccia con lui, separato dal vetro blindato della sala colloqui del carcere di Parma. Ne nasce una intervista-scoop che suscita le ire del ministero, che annuncia una inchiesta interna per capire come il giornalista sia arrivato a incontrare Cutolo e a raccontare il vecchio camorrista: "il respiro affaticato, il volto smagrito, i capelli lunghi la barba incolta".
Il carcere lo ha piegato, anche perché vive in isolamento totale: anche all'aria dovrebbe andarci da solo, "ma che ci vado a fare?". Così resta nel suo loculo: "Aspettiamo la morte. Le giornate sono sempre uguali. Leggo poco perché da un occhio non ci vedo più e dall'altro la visione è ombrata. Qualche sera mi cucino la pasta e fagioli. E poi guardo qualche programma in televisione: l'altro giorno ho visto quello di Massimo Ranieri, Sogno o son desto". Può fumare i toscani. L'altra grande passione, le canzoni di Sergio Bruni, a Parma non gliele hanno fatte portare. É lo stesso carcere dove era rinchiuso Totò Riina, fin quando venne portato a morire in ospedale: "Riina era uno spietato, lo incontrai due volte durante la latitanza e una volta gli buttai la pistola addosso".
Il 15 maggio Cutolo ha compiuto i quarant'anni di carcere ininterrotto. Sono stati, almeno all'inizio, anni di carcere un po' strani, in cui l boss detenuto poteva scegliersi la prigione, la cella, i compagni-camerieri; ed alla sua porta bussavano politici, poliziotti, spie. Al giornalista, il boss ricorda la processione che veniva a chiedergli di intercedere per la liberazione di Ciro Cirillo, l'assessore campano rapito dalla Br: don Raffaele intervenne, le Br accolsero la mediazione, Cirillo - a differenza di Moro - tornò a casa.
Lo Stato, racconta Cutolo, alla porta della sua cella è tornato a bussare più di recente: "Fino a due anni fa sono venuti per convincermi a parlare. Quando stavo nel carcere di Carinola mi proposero di andare in una villetta con mia moglie per fare l'amore con lei, ma io non ho voluto: non volevo far arrestare qualcuno per poter stare con Immacolata, non l'avrei mai accettato. Il pentimento è davanti a Dio". Non mi pento, manda a dire Cutolo: ed è forse un segnale per tranquillizzare quelli fuori, quelli che ancora oggi - più a Roma che ad Ottaviano - potrebbero avere dei problemi se quest'uomo aprisse la sacca dei suoi segreti.
"Io ho fatto tanto male ed è giusto che resti qui dentro", manda a dire Cutolo. A dicembre ha compiuto 77 anni, due terzi della sua vita l'ha passata dietro le sbarre. I morti che pesano sulla sua coscienza sono innumerevoli: di alcuni dice "me li sogno di notte", di altri delitti dà una spiegazione cruda, prosaica. Il vicedirettore di Poggioreale, Giuseppe Salvia, lo fece ammazzare "perché mi faceva perquisire sempre, ogni volta che entravo e uscivo dalla cella, non ne potevo più. Mi spiace, ma che potevo fare?".
Il comunicato del ministero sull'intervista è duro: "L'intervista di Cutolo non è mai stata autorizzata, si sta procedendo alla ricostruzione della catena di responsabilità che ha portato a questo fatto increscioso e si prospettano provvedimenti esemplari". Certo, Cutolo avrebbe potuto rifiutare di rispondere: ma, come dice il suo legale Gaetano Aufiero, "uno che da venticinque anni non vede nessuno, se viene chiamato a colloquio da qualcuno non può che averne piacere".
di Stefano Pagliarini
anconatoday.it, 26 luglio 2019
Dopo 2 anni di carcere a Montacuto ha scontato il proprio conto con la giustizia, ma di fatto oggi lui, un 50enne di Falconara, è in mezzo ad una strada. È disabile e malato, non può tornare a casa e i Servizi sociali non possono occuparsi di lui per una questione burocratica. Dopo 2 anni di carcere a Montacuto ha scontato il proprio conto con la giustizia, ma di fatto oggi lui, un 50enne di Falconara, è in mezzo ad una strada. In queste ore, i suoi avvocati Michele Carluccio e Chiara Carioli (foto in basso) stanno lavorando per cercare una soluzione dignitosa per l'uomo, anche grazie all'impegno del Garante dei diritti del detenuto, l'avvocato Andrea Nobili.
L'insorgenza della malattia - Lui è entrato in carcere senza problemi fisici, ma durante la detenzione ha accusato una serie di problematiche, che lo hanno portato progressivamente a non muovere più la parte destra del corpo. Tanto che da quella volta si è ritrovato su una sedia a rotelle, accudito da un altro detenuto (retribuito) che lo ha aiutato nella deambulazione. Un problema psicologico e neurologico? È il sospetto dei suoi legali, che però non hanno mai avuto una diagnosi chiara. Manca una certificazione che sarebbe dovuta arrivare dai medici del carcere di Montacuto ed è per questo che i Servizi sociali del comune di Falconara hanno le mani legate. Ufficiosamente il procedimento di riconoscimento dell'invalidità è iniziato, ma ad oggi non vi è nessuna diagnosi nero su bianco.
Il rifiuto del Tribunale di sorveglianza - Troppo malato per stare in carcere, così gli avvocati hanno fatto richiesta di detenzione domiciliare, anche se la casa é un appartamento occupato, con barriere architettoniche, nel quale vivono la moglie e le figlie, incapaci di gestire un situazione del genere. Richiesta rigettata dal Tribunale di Sorveglianza.
L'idea della struttura di accoglienza - A quel punto i legali hanno tentato la via della struttura di accoglienza sanitaria per consentire un'espiazione decorosa della pena commessa. Anche lì problemi perché nessuno era disposto a far fronte alla retta mensile per la degenza. Lo Stato non c'è e la possibilità sfuma.
Il quadro clinico peggiora - Intanto il 50enne veniva colto da frequenti crisi e, nel corso dell'ultimo anno, veniva quasi settimanalmente trasportato all'Ospedale Regionale di Torrette per controlli e monitoraggi grazie all'impegno degli agenti della Polizia Penitenziaria. Inoltre, negli ultimi sei mesi, il rapporto con la moglie si è deteriorato, anche in conseguenza delle difficoltà di una detenzione in condizioni precarie. Tanto che la compagna non si è più resa disponibile ad accoglierlo nella casa.
Il commento degli avvocati - "Credo ci sia una macroscopica mancanza di organizzazione di tutti gli operatori che a vario titolo sono intervenuti e che avrebbero dovuto collaborare costruttivamente al fine di facilitare il detenuto nel percorso di reinserimento - affermano gli avvocati Carluccio e Carioli - Tanto più per una persona con le problematiche di salute, economiche, personali e sociali sopra accennate".
Il futuro senza dignità - Alla fine, nonostante tutto sia noto al personale medico del carcere, agli educatori, agli psicologi, agli assistenti sociali dell'Uepe (Ufficio per l'esecuzione Penale Esterna) e agli assistenti sociali del Comune di Falconara Marittima, oggi il 50enne falconarese uscirà dal carcere: libero, ma abbandonato a se stesso fuori dal cancello della casa circondariale, con buona pace del diritto alla salute e del finalismo rieducativo del sistema penitenziario.
noinotizie.it, 26 luglio 2019
Si è chiuso con il rilascio di 6 qualifiche professionali e 2 attestati di frequenza il corso per "operatore di innesto e potatura" ideato da Programma Sviluppo in collaborazione con la direzione della Casa circondariale di Taranto "Carmelo Magli".
Un progetto durato oltre un anno che ha avuto come protagonisti del percorso formativo i detenuti dell'istituto penitenziario ionico. Il corso, della durato 900 ore di cui 460 in aula e 440 in stage, ha consentito ai corsisti di acquisire le nozioni fondamentali di botanica, fisiologia e fitopatologia vegetale, produzione e coltivazione agricola e anche di sicurezza sui luoghi di lavoro, ma non solo.
"I detenuti hanno avuto - ha spiegato Massimiliano turco, psicologo e referente del progetto per Programma Sviluppo - l'occasione di vivere attività di supporto alla loro condizione di svantaggio, durante le quali hanno riflettuto su sé stessi e sulle loro esperienze di vita e lavorative, facendo un loro personale bilancio.
I moduli sul bilancio delle competenze, orientamento professionale, informazioni sul mondo del lavoro e sulla ricerca attiva del lavoro hanno consentito un'analisi delle proprie risorse e delle possibilità che la società offre loro una volta conclusa la detenzione". Dal punto di vista formativo, determinati stati i moduli di "tecniche di innesto e tecniche di potatura": in 180 ore i corsisti hanno appreso i concetti teorici alla base dell'innesto e della potatura e successivamente hanno eseguito veri e propri lavori di innesto e di potatura sempre accompagnati dai docenti, dal tutor formativo, e durante le ore di stage anche dalla figura del "mentore", un detenuto scelto dalla Casa circondariale per capacità e competenza nel campo dell'agricoltura.
Lo stage, come detto, ha previsto esercitazioni pratiche sull'innesto e la potatura, ma anche attività di preparazione del terreno alla coltura, semina, piantumazione, cura e trattamenti fitoterapici, e raccolta dei prodotti agricoli. Al termine del percorso, inoltre, i detenuti hanno provveduto alla ideazione, progettazione e alla realizzazione completa di due giardini della casa circondariale. "Un significato particolare - ha aggiunto Turco - ha avuto il giardino dedicato a Carmelo Magli, agente penitenziario ucciso dalla malavita locale alla fine degli anni '80: i detenuti hanno realizzato un giardino concettuale, simbolo della lotta tra il male e il bene. La loro partecipazione entusiasta alle attività è stata per noi l'attestazione della validità del percorso formativo: oltre alla crescita professionale, abbiamo toccato con mano una crescita personale dei corsisti provato dal comportamento esemplare manifestato durante il corso che ha permesso ad alcuni di loro di accelerare il percorso di riabilitazione".
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