di Luigi Manconi
La Repubblica, 25 luglio 2019
Gli arresti domiciliaci concessi all'ex governatore lombardo sono legittimi. Populista dire che si tratta di trattamento diseguale. Si può difendere l'indifendibile (Roberto Formigoni) in nome della forza del diritto e dei principi del garantismo?
Faticosamente, e forse contraddittoriamente, penso di sì. Formigoni e io ci siamo francamente antipatici da decenni e, da quando ironizzai sull'abbigliamento coatto-pop di una fase della sua vita politica, mi ha tolto il saluto. Ma questo, va da sé, è il più irrilevante dei suoi pubblici peccati, sui quali - dopo la magistratura - giudicheranno la sua coscienza e il suo Dio. Qui si parla d'altro. La prima considerazione è che il provvedimento del Tribunale di Sorveglianza è perfettamente legittimo: previsto, cioè, dall'ordinamento giuridico e dal regolamento penitenziario. Per chi abbia superato i settant'anni è possibile, infatti, espiare la pena "nella propria abitazione o in altro luogo pubblico di cura, assistenza e accoglienza".
A impedire tale opportunità avrebbe potuto essere la mancata collaborazione per acquisire nuovi elementi relativi ai fatti criminali attribuitigli, ma il Tribunale di Sorveglianza ha ritenuto che tale collaborazione fosse ormai superflua perché il processo già ha ricostruito "con pignoleria" la vicenda; d'altra parte, la procura ha dichiarato di non avere "elementi certi per ritenere, ma nemmeno per escludere" la persistenza dell'associazione criminale della quale Formigoni è stato parte.
Inoltre il Tribunale ha valutato positivamente il suo comportamento in carcere e quanto l'ex presidente ha detto nell'ultima udienza, riconoscendo il "disvalore dei propri comportamenti" (un po' poco, no?). Lo scandalo, tuttavia, resta e corre furiosamente sul web: cinque mesi, appena cinque mesi di galera! Si tratta di un sentimento che nasce dalla percezione di una insopportabile ingiustizia e di una intollerabile sperequazione che sembra - ancora una volta - privilegiare i privilegiati.
Non è una sensazione immotivata, ma non ci si può accontentare di questa. Intanto va ricordato che Formigoni non è stato "liberato", ma consegnato alla detenzione domiciliare e che questa è, a tutti gli effetti, una diversa forma di reclusione, con limiti, divieti e controlli.
Va sottolineato, poi, che al condannato sono stati sequestrati tutti i redditi e il patrimonio e che si è accertata l'assenza di qualsiasi pericolosità sociale. Ciò che resta, quindi, è quello che appare come un trattamento diseguale, a esclusivo vantaggio dei potenti, che rimangono tali, in virtù di risorse relazionali, amicali e di status, residuale ma non insignificante (come la disponibilità di ottimi avvocati).
L'argomento è tanto suggestivo quanto, a mio parere, fragile. Ed è argomento schiettamente populista, intendendo con questo termine qualcosa di assai più antico e solido della recente tendenza politico-culturale. È parte costitutiva della demagogia populista, infatti, l'idea, sostanzialmente reazionaria, che l'uguaglianza vada conquistata tramite il livellamento verso il basso, laddove qualsiasi politica di progresso dovrebbe muovere nella direzione esattamente opposta. Vale anche per il populismo penale, che tende a ricercare la parità intorno alle condizioni peggiori.
Perciò, se è vero come è vero, che nelle prigioni italiane sono numerosi i detenuti anche ultra ottantenni, il populismo vorrebbe che a Formigoni venisse imposta la medesima condizione carceraria. Qualsiasi progressista, invece, dovrebbe auspicare che a tutti i detenuti di età avanzata venga applicato il "trattamento Formigoni".
E dovrebbe riconoscere nel legittimo beneficio per lui adottato, una buona ragione, giuridica, morale, ma anche di argomentazione pubblica, per estendere quella misura a quanti si trovino nella medesima condizione. Insomma, la permanenza in carcere di persone anziane è, nella gran parte dei casi, non motivata da ragioni di pericolosità sociale, bensì da una situazione di svantaggio economico-materiale. Sono questi ultimi a trovarsi in una situazione illegale: trattarli "come Formigoni" significherebbe ripristinare la legalità.
E ciò in un quadro generale che vede il sistema penitenziario italiano tornare ai massimi storici di sovraffollamento, mentre si fa sempre più profonda la separatezza tra il carcere e la società. Il che corrisponde a un processo di rimozione (anche in senso strettamente psicoanalitico) della "questione criminale" come problema generale: dei reclusi e dei liberi.
Quella separatezza viene oggi incrinata da due eventi significativi: la visita del capo dello Stato nell'istituto romano di Rebibbia e il "Ferragosto in carcere" promosso dal Partito Radicale per i giorni 15-18 di agosto. Due segnali, così rari e così sottaciuti, di senso di responsabilità e di saggezza istituzionale. E la conferma che "Difendere l'indifendibile" (di Walter Block, Liberilibri) può non essere solo il titolo di un bel libro.
di Antonio Mattone
Il Mattino, 25 luglio 2019
Mi aspetta in piedi nella stanzetta dei colloqui. È un po' ricurvo e si appoggia sul supporto del divisorio dall'altra parte del vetro. Appena mi vede strizza gli occhi per mettere a fuoco l'interlocutore - che ha ottenuto il colloquio per avere una testimonianza diretta in vista di un libro su Giuseppe Salvia, vicedirettore del carcere di Poggioreale ucciso nel 1981 - e poi lentamente si siede.
Raffaele Cutolo, boss di Ottaviano con numerosi ergastoli sulle spalle per condanne di associazione camorristica e omicidi, è l'anziano detenuto che ho difronte in una piccola sala del supercarcere di Parma. Capo indiscusso della Nuova Camorra Organizzata che si contrapponeva ai clan della Nuova Famiglia in una guerra che all'inizio degli anni '80 fece centinaia di morti, appare trasfigurato rispetto alle immagini che lo hanno ritratto in questi anni. Ha il respiro affaticato, il volto smagrito, i capelli lunghi e la barba incolta, segno di una certa trascuratezza, anche se mantiene un suo contegno.
Non l'avrei riconosciuto se non avessi saputo che il carcerato che avevo di fronte era proprio lui.
Indossa una camicia blu con delle righe bianche e un jeans azzurro, ma non porta più quegli occhiali dorati, indossati poi anche dai suoi seguaci, che gli davano quell'aria da intellettuale, da cui scaturì il famoso soprannome: "'O professore".
Ha perso il piglio risoluto e sarcastico che contraddistingueva le sue uscite ma conserva una grande memoria e il senso di humor. Ricorda fatti e nomi con una grande lucidità e ogni tanto accenna a una battuta. Insomma non è più la star sotto i riflettori, come quando con aria compiaciuta rispondeva alle domande di Joe Marrazzo in un'aula di un tribunale sapendo di essere al centro dell'attenzione mediatica.
Oggi il vecchio don Raffaele mi ascolta tendendo l'orecchio proteso verso la cornetta con cui comunichiamo e, dopo aver preso fiato, parla con una certa fatica.
"Come sta?", gli chiedo. "Aspettiamo la morte" mi dice con un tono secco. Riprende: "è assurdo che dobbiamo fare questo colloquio con questo vetro in mezzo". Durante l'incontro parecchie volte ripeterà l'espressione "è assurdo".
"Non è meglio la pena di morte? Un attimo di coraggio e poi finisce tutto, così invece è una sofferenza continua". Dice che il suo dolore più grande è il pensiero di non poter più abbracciare la figlia al compimento dei 12 anni di età. "La prossima volta che verrà a trovarmi sarà l'ultima in cui potrò stare accanto a lei ed abbracciarla, poi quando avrà 12 anni e un giorno, si dovrà accomodare dall'altra parte del vetro".
Sembra paradossale che colui che provocato lutti e disperazione si trovi a misurarsi con la propria sofferenza. "Ho seminato odio e morte - ammette - ed è giusto che paghi. Ma che significa ridurmi in questo stato?". Raffaele Cutolo è l'unico detenuto in Italia a non avere contatti con altri carcerati. Anche l'ora d'aria la dovrebbe fare da solo, senza quella che in gergo carcerario viene chiamata "la dama di compagnia". "Ma che ci vado a fare - mi dice - tanto vale che resto nella mia cella, un ambiente stretto e lungo quanto questa stanza". È in carcere dal 27 febbraio 1963. Poi accenna un sorriso: "mi sono allontanato solo per un periodo, un po' "rumorosamente" dall'Opg di Aversa". Se consideriamo che fu scarcerato per decorrenza dei termini durante la prima detenzione per l'omicidio Viscido, si è fatto oltre 54 anni di galera.
Nel supercarcere di Parma, ci sono circa settecento detenuti di cui una settantina in regime di 41 bis. Qui ha vissuto i suoi ultimi giorni il boss di Cosa nostra Toto' Riina, morto poi nell'ospedale della città. Il personale è estremamente gentile e mi accompagna nei vari ambienti dell'istituto fino a giungere alla sala del colloquio. Un giovane appuntato pugliese, appena ha saputo che vengo da Napoli parla della nostalgia del mare: "noi meridionali non riusciamo a starne lontano".
"È un giornalista?" mi domanda, e dopo aver saputo che sono anche un volontario nel carcere di Poggioreale gli si illuminano gli occhi e comincia a raccontare. "Lì sono cresciuto, e quel luogo lo sento un po' come casa mia. Stavo nel padiglione Milano stanza 13 e poi mi passarono alla numero 1. A Poggioreale divenni un boss perché non sopportavo l'arroganza dei "mammasantissima" dell'epoca che volevano imporre la loro legge all'interno di quelle mura. La mia fu una ribellione" ricorda.
Resta famoso l'episodio quando sfidò a duello Antonio Spavone detto "'o malommo" che non si presentò al confronto facendo così crescere la fama e il prestigio del giovane guappo di Ottaviano. Al padiglione Milano si celebrava anche il rituale del caffè ricordato dalla celebre canzone di De Andrè. Gli chiedo se era una storia vera o un frutto di una leggenda, ma lui mi conferma tutto. "Il mio compagno di stanza - che in effetti era un vero e proprio inserviente - si chiamava Menichiello ed era di Pianura.
Ancora non sono riuscito a capire come riusciva a fare un caffè così buono". Così come era vero che il brigadiere Pasquale Cafiero citato dal cantante genovese (il nome di battesimo era effettivamente Pasquale mentre il cognome era diverso) si fermava nella stanza numero 13 per sorseggiare l'espresso: "veniva da me e mi esponeva i suoi problemi, mi diceva che guadagnava poco e non riusciva a tirare avanti". Anche don Elvio Damoli, il cappellano dell'epoca, mi ha confermato che talvolta era della compagnia: "La mattina si passava da Cutolo e si prendeva il caffè, quando ancora non era arrivato all'apice della sua fama".
Una volta ci fu uno screzio tra i due. Mi ha raccontato don Elvio che il boss di Ottaviano gli disse che due carcerati volevano incontrare il prete, ma lui si rifiutò: "se vogliono parlare con me, lo devono chiedere loro", replicò e per molto tempo non si salutarono più. Alcuni detenuti si offrirono di lavare l'onta e di punire il sacerdote, ma il boss non volle. Finché un tale Barbirotti fece da mediatore e favorì un incontro fortuito in sala magistrati. "Ci incrociammo l'uno di fronte all'altro, ci salutammo e così fu sancita la pace - ricorda don Elvio".
Il colloquio scorre tranquillo, Cutolo manifesta interesse anche se parlare attraverso il citofono è una grande fatica. Passa la cornetta da una mano all'altra, come del resto faccio io, ma nelle sua dita si scorgono i segni dell'artrite reumatoide che da qualche anno lo ha colpito.
Gli chiedo come trascorre le giornate, "sono sempre uguali mi dice". "Leggo poco perché da un occhio non ci vedo più e dall'altro la visione è ombrata. Qualche sera mi cucino la pasta e fagioli, con i legumi in scatola è tutto più facile. E poi guardo qualche programma in televisione: l'altro giorno ho visto quello di Massimo Ranieri, 'Sogno o son desto'".
Ma la sua passione, aggiunge, è ascoltare le canzoni di Sergio Bruni: da quando è stato trasferito a Parma non gli è più consentito. Allora l'unico passatempo che gli resta è quello di fumare i sigari toscani.
Nei giorni dell'anniversario della strage di via D'Amelio parliamo di Borsellino e di Falcone. "Erano - dice - due grandi giudici. Ma Totò Riina era spietato lo incontrai due volte durante la latitanza e una volta gli buttai la pistola addosso". Ricorda anche l'omicidio di Giancarlo Siani, "un bravo giornalista" che secondo lui fu ucciso dai Nuvoletta perché ipotizzò che la cattura di Valentino Gionta fosse dipesa da un tradimento del capoclan di Marano. "Siani scrisse degli articoli anche contro di me, ma non me la presi perché faceva il suo mestiere".
Il feroce boss di Ottaviano fu condannato all'ergastolo per essere stato il mandante dell'omicidio di Giuseppe Salvia, sono da lui proprio per rievocare quella tragica vicenda. "Mi faceva sempre perquisire - dice - ogni volta che entravo e uscivo dalla cella, e non ne potevo più. Provavo rancore. Mi dispiace ma che potevo fare?". In buona sostanza Salvia, straordinario servitore dello Stato, metteva in discussione il suo prestigio all'interno di quelle mura.
Sui casi Moro e Cirillo è perentorio. "Seppi da uno dei componenti della banda della Magliana, un tale Nicolino Selis, il covo dove era nascosto lo statista, e lo feci sapere ad Antonio Gava che però mi mandò a dire: don Rafè fatevi i fatti vostri". Ad Ascoli Piceno ricorda il via vai di politici che andava da lui per chiedergli di salvare la vita dell'assessore regionale. "Eppure - sottolinea arrabbiandosi - Pertini mi fece chiudere all'Asinara! La Nco non fu sconfitta dallo Stato ma da Ciro Cirillo", sentenzia.
La sua lunga carcerazione è stata segnata da eventi drammatici. Come quando seppe dai giornali del decesso della mamma. "Morta la madre di Cutolo: funerali non pubblici a prima mattina" titolò un quotidiano.
Invece della perdita del figlio Roberto fu avvisato dal direttore del carcere di Belluno che andò da lui di prima mattina. Quando rievoca il figlio, la voce si incrina e rivolge gli occhi verso al soffitto: "Ah, Roberto, Roberto".
Le notti del detenuto Cutolo, che resta sempre il re delle mezze verità, sono segnate da incubi e tormenti. "A volta mi sogno tutti questi morti uccisi, Carlo Biino, Pasquale D'Amico il cartonaro che si è pentito; me li sogno tutti". Parla dei suoi incubi e viene fuori il discorso sul pentimento. "Fino a due anni fa sono venuti per convincermi a parlare. Quando stavo nel carcere di Carinola mi proposero di andare in una villetta con mia moglie per far l'amore con lei, ma io non ho voluto, non volevo far arrestare qualcuno per poter stare con Immacolata, non l'avrei mai accettato. Il pentimento è davanti a Dio".
Il boss di Ottaviano, il feroce boss di Ottaviano, durante la sua ascesa criminale ha raccolto giovani violenti e sbandati nelle carceri e nei quartieri periferici. Gli ha dato una identità e la convinzione che con la violenza e il terrore si acquisivano potere e prestigio, come ha scritto Isaia Sales. Un testimone mi ha raccontato che Michele Iafulli, affiliato alla Nco, quando era detenuto nel padiglione San Paolo, aveva fatto un altarino con la foto di Cutolo proprio per attestare la grande devozione verso il capo.
"Quale è il futuro della camorra? Che direbbe ai giovani criminali di oggi?", gli chiedo. "Non c'è futuro per la camorra - mi risponde - questi sparano nel mucchio, colpiscono persone e bambini che non c'entrano niente, noi invece andavamo mirati su una persona. Certo era sbagliato anche quello ma almeno non colpivamo a casaccio; oggi non si capisce più niente".
Veste i panni del saggio e dice che i giovani devono cambiare strada e costruire il loro domani sul lavoro: "Non è meglio mangiare una bistecca fuori piuttosto che qui dentro? Io ho fatto tanto male ed è giusto che resti qui dentro. Avevo un mio ideale ma quello che ho fatto era sbagliato".
"Ho fatto tanto male": le parole mi risuonano nella testa mentre penso che fuori da qui, fuori dal carcere, in 100mila persone hanno firmato una petizione che chiedono la liberazione di questo anziano, feroce signore che mi sta davanti. Penso che la figura di Cutolo continua ad esercitare un fascino potente; e penso che siamo di fronte ad un fenomeno, un fenomeno che andrebbe studiato a fondo e compreso meglio.
Mentre inseguo i miei pensieri la voce dell'agente di guardia annuncia che il tempo è scaduto. Si non c'è più tempo: il colloquio è finito, anche se ci sarebbero tante altre cose da dire e domande da fare. Cutolo si alza e sta per andarsene. Prima di uscire dalla stanza, quasi sussurra: "Faccia un sorriso ai giovani detenuti di Poggioreale, cerchi di aiutarli per non fargli prendere una brutta strada".
di Patrizia Maciocchi
Il Sole 24 Ore, 25 luglio 2019
Corte di cassazione - Sezione IV - Sentenza 24 luglio 2019 n. 33231. Via libera alla confisca dell'auto di proprietà della madre che, incautamente, la affida al figlio alcolista. La Corte di cassazione, con la sentenza 332131, respinge il ricorso teso a far annullare sia il provvedimento di revoca della patente, per guida in stato di ebbrezza, con tanto di incidente contro una vettura in sosta, sia la confisca dell'autovettura di proprietà della mamma del ricorrente.
Sul primo punto viene contestato il risultato dell'alcoltest, perché l'apparecchio non era stato revisionato né aggiornato e le due prove avevano dato risultato diverso. Per la Cassazione però la rilevazione è valida anche quando la prima prova dia un valore inferiore alla seconda, si deve, infatti, escludere che la curva di assorbimento dell'alcol nell'organismo si viluppi in modo decrescente. Stessa sorte per il motivo relativo alla confisca dell'auto.
Non passano le argomentazioni del ricorrente che ricorda che la vettura, di proprietà della madre, veniva usata anche dai suoi fratelli, tutti conviventi. I giudici della quarta sezione penale sottolineano che "la formale titolarità di un bene in capo a un soggetto estraneo al reato non è sufficiente ad escludere la confisca stessa e a tutelare l'intangibilità del diritto del proprietario, se costui abbia tenuto atteggiamenti negligenti che abbiano favorito l'uso indebito del bene".
E, per la Suprema corte, è quanto accaduto nel caso esaminato. La madre, proprietaria dell'auto, non si poteva considerare estranea al reato, perché era certamente a conoscenza del fatto che il figlio fosse alcolizzato, tanto che, a dire del fratello, secondo quanto riferito dai giudici di merito, aveva causato alla famiglia numerosi problemi. È dunque evidente la totale imprudenza del genitore nel consegnargli le chiavi dell'auto senza che ci fossero ragioni di necessità.
di Marco Ludovico
Il Sole 24 Ore, 25 luglio 2019
Nessun tentativo va tralasciato per salvare un'azienda sequestrata o confiscata ai mafiosi. Per non essere velleitari, però, si deve cominciare innanzitutto da una conoscenza analitica dell'impresa sottratta alla criminalità organizzata. Tutti i dati, gli aspetti, le problematiche, le eventuali virtuosità nonostante la cifra mafiosa da ripulire.
Fino a ricorrere a "strumenti di business intelligence" come ha spiegato di recente alla commissione Antimafia il prefetto Bruno Frattasi, direttore dell'Anbsc-Agenzia nazionale per l'amministrazione e la destinazione dei beni sequestrati e confiscati alla criminalità organizzata. Domani i vertici dell'Agenzia, di Unioncamere e di InfoCamere stipulano con una firma digitale l'attuazione del progetto "Open data aziende confiscate". Da febbraio, quando si è insediato, è un altro passo avanti di Frattasi per snellire e superare procedure rallentate se non ferme.
L'intesa con UnionCamere e InfoCamere è essenziale: in modalità informatica con accelerazione massima, rimette in moto un protocollo del 28 novembre 2016. Si realizza una piattaforma per "l'interoperabilità tra il Registro delle imprese e il sistema informativo ReGio (quello dell'Anbsc, n.d.r.) finalizzata all'analisi delle imprese sequestrate e confiscate". È evidente come la conoscenza di tutte le informazioni dell'azienda, messa a disposizione dell'Agenzia, consente a quest'ultima un orientamento molto più mirato nel tentativo di rimetterla nel circuito della legalità e del mercato.
Sempre se ci sono le condizioni, come ha sottolineato Frattasi in Antimafia, e di frequente non ci sono. La piattaforma "Open data aziende confiscate" avrà una parte "privata ad esclusivo accesso e uso di Anbsc e un'area pubblica destinata alla fruizione da parte della collettività" come si legge all'articolo 2 dell'accordo.
Nell'audizione in Parlamento il direttore di Ansbc ha spiegato: "È prevista la realizzazione di specifici strumenti di reportistica e business intelligence, messi a disposizione esclusivamente dell'area privata della citata piattaforma, finalizzati all'estrazione di dati che consentano - sottolinea Frattasi - a supporto dei processi decisionali, mediante l'uso di specifici indicatori, un'analisi più affinata della capacità economica dell'impresa e del suo effettivo stato di salute". L'altro capitolo critico è la destinazione, ma soprattutto il cosiddetto riuso, degli immobili sequestrati e confiscati ai criminali mafiosi. Frattasi ha accompagnato in diverse occasioni il ministro dell'Interno Matteo Salvini per l'inaugurazione e il rilancio di alcuni immobili restituiti alla legalità.
Ora all'Anbsc sono state messe a punto anche le "Linee guida per l'amministrazione finalizzata alla destinazione degli immobili sequestrati e confiscati". È la seconda mossa ravvicinata di Frattasi per dare la scossa a un sistema di processi lenti e spesso paradossali. Nelle stesse linee guida lo si rimarca:?"Una delle criticità più rilevanti del sistema di destinazione dei beni immobili è data dal fatto che il bene, pur richiesto da un'amministrazione pubblica per essere adibito a scopi sociali, rimanga, tuttavia, inutilizzato per un periodo anche lungo" si legge nel documento.
Le conseguenze sono inevitabili: "Rischi di ammaloramento e degrado a cui si somma una perdita di credibilità e fiducia che investe l'intero sistema di gestione e valorizzazione dei beni". Così le "Linee guida" dettano un nuovo percorso con molte meno incognite e incertezze. Va stabilito "il principio che la destinazione per scopi sociali a un Ente di governo territoriale venga, di massima, accompagnata dalla contestuale definizione di un progetto di riuso".
Le manifestazioni di interesse verso l'ente territoriale per ottenere l'assegnazione del bene dovranno specificare "le modalità di gestione del bene; i tempi necessari per la piena operatività del progetto; le fonti di finanziamento che si intendono utilizzare; la complessiva e permanente sostenibilità economica e finanziaria del progetto; le ricadute, anche in termini economici, per i soggetti che beneficeranno della finalità proposta". Se lo Stato mette la faccia per dimostrare di aver vinto la mafia non sono più ammessi pressapochismi o furberie.
lecceprima.it, 25 luglio 2019
Vittima, un 42enne brindisino. Insorge l'Osapp "C'è anche mancanza di supporti informatici e di sorveglianza per il controllo". Nuova tragedia nel carcere di Lecce. Ieri pomeriggio, verso le 14, nel reparto circondariale C1 2° sezione, denominata Reis (Reparto Elevato Indice di Sicurezza), un detenuto 40enne di origini brindisine con reati legati agli stupefacenti e con problemi di adattamento al sistema carcerario (e, parrebbe, anche con problemi di convivenza con altri reclusi), si è tolto la vita con l'inalazione di gas. L'ha fatto attraverso le bombolette in dotazione, del tipo da campeggio.
A diffondere la notizia è oggi il vicesegretario regionale dell'Osapp Puglia, Ruggiero Damato. "Tale episodio fa emergere ancora una volta le criticità del sistema penitenziario, in particolare la gravissima carenza di polizia penitenziaria soprattutto nel ruolo agenti e assistenti", commenta Damato, il quale ricorda i "turni massacranti, che variano dalle 8-10-12 ore consecutive, spesso senza avere la possibilità di consumare una bevanda fresca, vista anche la chiusura del locale spaccio da circa due anni".
Damato registra anche "la mancanza di supporti informatici e di sorveglianza per il controllo" di soggetti con vari tipi di problematiche e problemi di adattamento al sistema penitenziario. E, dunque, nemmeno con l'intervento in primis del poliziotto in servizio nella sezione, al quale va il plauso di Damato, e subito dopo dei sanitari, non si è riusciti a salvare la vita del detenuto. "Ogni perdita di vita è una sconfitta per tutto il sistema penitenziario", aggiunge Damato, ricordando che certe situazioni segnano in modo indelebile anche coloro che intervengono e non riescono, purtroppo, a evitare il peggio. E l'indice dell'Osapp è puntato verso le autorità, ministero Dap, dirigenti a vari livelli: "Considerano i poliziotti manovalanza a basso costo. Ma avere una polizia penitenziaria più motivata, incentivata e rispettata, farebbe bene agli agenti e ai detenuti".
di Valentina Stella
Il Dubbio, 25 luglio 2019
La denuncia della Camera penale per le difficoltà in cui si è costretti a lavorare. Al Tribunale di Sorveglianza di Roma si assiste ad una "intollerabile situazione che da tempo contraddistingue l'esercizio delle legittime prerogative difensive".
È la denuncia del direttivo della Camera penale di Roma in un documento di protesta e proposta depositato ieri presso gli uffici competenti. I penalisti romani contestano il fatto che i difensori siano impossibilitati a conoscere l'esisto delle istanze, ad interloquire con i magistrati che spesso rifiutano di interagire con loro, ad esaminare compiutamente i fascicoli presso le segreterie.
"Per non parlare dei tempi infiniti di attesa per l'istruttoria delle pratiche, dietro le quali è bene ricordare, ci sono persone in attesa di giustizia" precisano in una lettera gli avvocati Vincenzo Comi e Giuseppe Belcastro, rispettivamente vicepresidente e consigliere della Camera penale. Poi per avere accesso alle informazioni occorre attendere ore il proprio turno in condizioni di assoluto disagio, in un angusto e torrido corridoio senza neppure sedili a sufficienza. "In questi ultimi giorni - accusano Comi e Belcastro - sembrava un girone infernale con un unico impiegato allo sportello a causa delle ferie degli altri addetti".
Sul versante delle udienze le cose non vanno meglio, in quanto spesso i legali sono costretti a comprimere i tempi dell'intervento difensivo in ragione del numero elevato delle cause. Tale situazione è sicuramente connessa a una carenza di personale e di magistrati di ruolo ma - si legge nell'atto del Direttivo - ciò finisce per "rappresentare una semplicistica e inaccettabile giustificazione" di un problema che è invece di natura politica: "lo stato di abbandono impedisce di dare attuazione all'ordinamento penitenziario con le misure alternative, i permessi premio, le decisioni tempestive sulla liberazione anticipata".
Stando così le cose, nello stato di collasso del tribunale di Sorveglianza, sarà più semplice garantire la "sicurezza" facendo - come si usa dire oggi - marcire i detenuti in galera'", chiosano sempre i penalisti. Non essendo più tollerabile una situazione in cui i diritti e le prerogative della difesa e degli stessi condannati siano così calpestati e in cui ogni segnalazione o denuncia fino ad oggi è caduta nel vuoto, il Direttivo chiede con urgenza di affrontare seriamente il problema.
Il dialogo con la presidente del Tribunale, Maria Antonia Vertaldi, è aperto ma occorre fare molto di più, "giungendo finanche a stimolare un intervento congiunto presso il ministro della Giustizia". Prima che la riforma diventi strutturale, il Direttivo propone alcune soluzioni immediate e praticamente a costo zero: installazione di due postazioni fisse per assumere le informazioni necessarie sul procedimento o sull'esito di istanze, senza dover fare le interminabili file e senza passare dall'unico cancelliere disponibile; inviare le istanze tramite posta elettronica certificata o con lo stesso mezzo ricevere informazioni o la notifica dei provvedimenti. "Il Tribunale di sorveglianza - concludono i penalisti - è l'organo preposto al controllo sulla legalità dell'esecuzione della pena. Non tollereremo che diventi, per i condannati degli istituti penitenziari del Lazio, pena nella pena".
di Francesco Dandolo
Corriere del Mezzogiorno, 25 luglio 2019
Ogni tanto si torna a parlare di carcere. Lo si fa in termini drammatici, come sta accadendo in questi giorni. La sequela impressionante di suicidi all'interno di Poggioreale inquieta. Rivela quanto la privazione della libertà determini il convincimento di non valere più nulla.
Le carceri, in Campania, sono in uno stato di grave sovraffollamento e alcune case di pena soffrono per carenza d'acqua. Eppure al di là di questi eclatanti problemi, ciascuno di noi potrebbe facilmente capire la straordinaria debolezza che scaturisce dalla perdita della libertà. Debolezza accresciuta dalla solitudine, dalla consapevolezza del fallimento cui si è giunti.
Sono riflessioni che chiunque fa quando da volontario varca le soglie del carcere. E sono tanti i cittadini che si mettono a disposizione per offrire un sostegno a chi è in carcere. È un mondo di persone che non condanna ma rammenda.
L'ho scoperto quest'anno, in occasione delle lezioni di Storia che ho tenuto nel reparto di alta sicurezza del carcere di Scampia, dove si è costituito, per iniziativa della Federico II (a proposito, nello stilare le classifiche degli Atenei italiani si tiene conto di queste attività?) e del Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria della Campania, il Polo universitario penitenziario.
Un'esperienza eccezionale: il procedere delle lezioni seguite con grande interesse dagli studenti, il carico di attese che ha accompagnato gli incontri, la curiosità nel voler apprendere sempre qualcosa in più, l'opportunità di parlare e di essere ascoltati, il dialogo che via via è divenuto più intenso, mi hanno dato il senso di come la cultura possa contribuire ad aiutare chi vive una situazione assai difficile.
Perché la fondamentale missione della cultura è di dare dignità a tutti. Ma soprattutto ho capito come le persone possono cambiare, se gli si offre l'opportunità. Mi ha colpito che subito dopo i primi incontri, fra gli studenti è maturata l'esigenza di fare autocritica per il tempo perduto ma allo stesso tempo ho ravvisato la contentezza di potercela ancora fare a dare una svolta alla propria esistenza. Quando la cultura entra all'interno delle carceri si applica la nostra Costituzione, laddove nell'articolo 27 si evidenzia che "le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato".
di Milvana Citter
Corriere del Veneto, 25 luglio 2019
Ha sparato e ucciso il genero per un banale litigio il 19 maggio scorso e poi ha subito confessato. Giovanni Padovan, 90 anni, è stato quindi trasferito nel carcere di Santa Bona con l'accusa di omicidio volontario. Oggi, dopo 67 giorni di carcere, è stata chiesta per lui una perizia psichiatrica per trasferirlo in una clinica. Dentro il carcere però Padovan è sereno. È il più anziano di tutti e i detenuti gli tengono compagnia. Ora lo chiamano "nonno".
Giovanni Padovan sarà sottoposto a una perizia psichiatrica. A chiederla il sostituto procuratore Davide Romanelli che intende così accertare le condizioni mentali del 90enne che, il 19 maggio scorso a Silea, durante una lite, aveva ucciso a colpi di fucile il genero Paolo Tamai. Il Gip ha accolto la richiesta della procura e ha incaricato lo psichiatra Tiziano Meneghel di visitare l'uomo che, dal giorno del delitto, è recluso nel carcere di Santa Bona, dove si è ben ambientato ed è considerato dagli altri detenuti come una specie di "nonno". All'udienza ha preso parte anche l'avvocato Stefano Pietrobon, che rappresenta la moglie e le figlie di Tamai e che ha nominato come proprio consulente lo psichiatra Paolo Citron. Lo scopo della perizia è duplice, accertare la capacità di Padovan di affrontare un processo e di intendere e volere al momento del delitto. Il 90enne, che aveva subito confessato, aveva reso dichiarazioni che, secondo gli inquirenti, potrebbero tradire una scarsa lucidità. Per questo è stato disposto l'accertamento sull'uomo che deve rispondere dell'accusa di omicidio volontario aggravato dai futili e abietti motivi.
A scatenare il delitto, sarebbero state le liti, violente e frequenti, tra l'indagato e Tamai, marito di sua figlia. E che avrebbero portato all'esito fatale il 19 maggio quando, come ha confessato Padovan difeso dall'avvocato Michele Visentin, il genero che stava strappando l'erba nel suo cortile, gli avrebbe fatto perdere il controllo: "Si è messo a lanciare erbacce e sassi nel mio giardino. Lo faceva apposta per farmi arrabbiare".
Una versione tutta da verificare. Testimoni della lite e del delitto non ce ne sono. L'unica cosa sentita distintamente dai residenti nella strada, è stato il colpo esploso dal 90enne. Perché, subito dopo aver urlato contro Tamai, Padovan sarebbe entrato in casa a prendere il suo fucile con il quale ha sparato un pallettone, di quelli usati per la caccia al cinghiale, contro il 63enne. L'uomo, colpito al volto, è morto sul colpo. Da quel giorno Padovan è in carcere, e a Santa Bona sembra stare bene. Lui, che da molti anni viveva da solo, con l'aiuto dell'unica nipote con la quale aveva rapporti e degli assistenti domiciliari, si sarebbe infatti ambientato molto bene alla vita da recluso. Gli altri detenuti lo hanno accolto come un "nonno", come conferma la nipote Mirca Amendola che gli fa visita regolarmente: "Si trova bene, gli altri carcerati lo aiutano molto".
Nonostante l'età avanzata, la reclusione in carcere era l'unica via percorribile per la procura. Impensabili gli arresti domiciliari per un uomo vedovo e solo, che ha ucciso il marito dell'unica figlia. Non solo perché per lui avrebbe significato, tornare a vivere nella casa che è stata teatro del delitto. Ma anche perché la sua presenza potrebbe innescare ritorsioni o tensioni da parte di chi si è ritrovato senza il marito o il padre. Ora però le cose potrebbero cambiare, proprio in virtù della perizia che, se dovesse accertare problemi psichiatrici, potrebbe fargli ottenere un trasferimento in una Rems, le strutture riabilitative che hanno sostituito gli ospedali psichiatrici.
di Oriana Liso
La Repubblica, 25 luglio 2019
Per la prima volta nel carcere milanese i detenuti studenti hanno sostenuto l'esame di maturità dopo le lezioni tenute dai professori dell'istituto Calvino di Rozzano. E alcuni di loro sono pronti a iscriversi all'università. Due Cento e lode, tanti altri voti che non sono un numero, ma rappresentano una vittoria importante, una affermazione che dà un senso a quello che spesso è soltanto scritto nei manuali: l'obiettivo della detenzione in carcere deve essere quello della rieducazione e del reinserimento sociale dei detenuti.
A Opera, da qualche settimana, ci sono i primi detenuti diplomati all'interno della casa di reclusione alle porte di Milano: e alcuni di loro hanno già deciso che continueranno il percorso, iscrivendosi all'università. Il progetto è nato nel 2016, con l'istituzione dei primi due percorsi didattici all'interno dell'istituto, considerato una delle carceri di massima sicurezza, che ospita molti detenuti in regime di 41 bis e soprattutto detenuti con condanne definitive. Un progetto nato dalla collaborazione dell'amministrazione penitenziaria con l'istituto Calvino di Rozzano e con il Cpia 3 (il centro provinciale per l'istruzione degli adulti).
Tre anni fa, appunto, sono stati creati due indirizzi scolastici professionali di secondo grado in carcere: Enogastronomia e ospitalità alberghiera e Servizi per l'agricoltura e lo sviluppo rurale. Lezioni giornaliere, ogni pomeriggio (e anche il sabato per i corsi di cucina con la pratica), il primo biennio in un anno, gli altri due in un altro anno e, da settembre scorso, l'ultimo anno, quello della maturità. L'area pedagogica trasformata per realizzare delle classi, il personale della polizia penitenziaria che si organizza per coprire anche questi turni. Una cinquantina di studenti, dai 20 ai 60 anni, con le storie e i percorsi, fuori e dentro dal carcere, più diversi. Tanti italiani, ma anche nordafricani, romeni, albanesi, sudamericani. C'è uno studente, un uomo già avanti con gli anni, che è entrato in carcere da analfabeta, e che qui ha iniziato da zero, ha imparato a leggere e scrivere ed è arrivato alla maturità. Perché lo ha fatto? Perché voleva poter scrivere a sua moglie che lo aspetta fuori, e voleva poter leggere le sue lettere senza chiedere ai compagni di cella di farlo per lui, condividendo così quei frammenti di intimità.
Non sempre è facile frequentare le lezioni, non tutti vanno avanti. Ma un gruppo di loro ce la fa, arriva al quinto anno e, il mese scorso, all'esame di maturità. Esame uguale a tutti gli altri studenti, quelli del mondo fuori: commissione esterna, membri interni, prove nuove per tutti, con l'esame riformato. E quel risultato, festeggiato dai professori con una soddisfazione doppia. Anche vedendo le reazioni degli studenti: il pianto liberatorio del ragazzo che ha frequentato ogni giorno le lezioni, anche quando era difficile, anche quando poi studiare in cella, in mezzo agli altri, gli faceva passare la voglia. Per alcuni non è finita, adesso: in autunno ricominceranno a studiare. In cinque, infatti, hanno già detto di volersi iscrivere ai corsi universitari che la Statale organizza sempre a Opera.
A raccontare questa storia di riscatto è Lucia Ravera, docente di Francese che parla a nome di tutti i colleghi, della preside del Calvino Maria Grazia Decarolis e della coordinatrice delle attività didattiche Luisa Muratore: "Per i nostri studenti è davvero una occasione di riscatto, un momento irripetibile di orgoglio, di dignità". E a settembre si riparte, con nuove classi e nuovi studenti.
di Roberto Cavalieri*
Ristretti Orizzonti, 25 luglio 2019
In riferimento al recente fatto di cronaca che ha visto un cittadino ivoriano rendersi responsabile di fatti che hanno destato preoccupazione sociale in città, il Garante dei detenuti comunica che in data 24 luglio si è recato presso il carcere di Parma per verificare le condizioni di detenzione del paziente psichiatrico.
È stato possibile intrattenersi in un colloquio con il detenuto, giunto sabato scorso in Via Burla, nel corso del quale il recluso ha raccontato di avere ricevuto assistenza dagli operatori penitenziari ma non ancora da uno psichiatra in carcere.
Nel prendere visione dell'ordinanza di convalida di arresto in flagranza e applicazione della misura cautelare emessa dal Tribunale di Parma si è potuto apprendere che, nonostante i tentativi del giudice, non è stato possibile tradurre il detenuto presso il R.O.P. Reparto Osservazione Psichiatrica presso il carcere di Piacenza ne presso il reparto psichiatrico detentivo di Reggio Emilia in quando non vi erano disponibilità di posti.
Allo stesso modo non è stata ritenuta percorribile la misura degli arresti domiciliari presso il reparto di Diagnosi e Cura dell'Ospedale di Parma, stante per il giudice, "l'elevata pericolosità sociale" del soggetto.
La sola soluzione è stata dunque quella della carcerazione presso l'Istituto penale di Parma nel quale il Garante ha potuto verificare che non è stato ancora visitato da uno psichiatra. Solo lunedì scorso il medico del reparto ha chiesto una visita psichiatrica urgente presso il Pronto soccorso dell'Ospedale di Parma, pertanto in ambito esterno al carcere.
Si prende atto che sono trascorsi quattro giorni senza che questo malato abbia avuto alcun consulto psichiatrico in ambito detentivo. Il Garante invita l'Ausl di Parma a volere prendere, con la massima urgenza, in carico il questo paziente psichiatrico e, quindi, a dare effettivo seguito a quanto dichiarato dalla stessa azienda lo scorso 22 luglio in un comunicato stampa dove ha, correttamente, ribadito di volere garantire il diritto alla salute di questa persona anche nel contesto penitenziario. Infine si invitano le autorità sanitarie competenti ad attivare ogni possibile azione, che in casi come quello del cittadino ivoriano, possano preventivamente evitare il precipitarsi della situazione e assicurare che la detenzione di un paziente psichiatrico in un penitenziario senza il necessario presidio psichiatrico, come quello di Parma, possa rappresentare un estremo, breve e temporaneo provvedimento e non la prassi.
*Garante dei detenuti del Comune di Parma










