di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 22 luglio 2019
Per la Consulta la revoca della semilibertà non li impedisce. Sono incostituzionali quelle parti di commi che prevedono la mancata concessione, per la durata di tre anni, della detenzione domiciliare speciale al condannato nei cui confronti è stata disposta la revoca di una misura alternativa. È la sentenza del 18 luglio scorso emessa dalla Corte Costituzionale.
È accaduto che, con ordinanza del 13 luglio 2018, la Cassazione, prima sezione penale, ha sollevato, in riferimento agli articoli 3, primo comma, 29, primo comma, 30, primo comma, e 31, secondo comma, della Costituzione, questioni di legittimità costituzionale dell'art. 58- quater, commi 1, 2 e 3, della legge 26 luglio 1975, n. 354 (Norme sull'ordinamento penitenziario e sulla esecuzione delle misure privative e limitative della libertà), "nella parte in cui (detti commi]), nel loro combinato disposto, prevedono che non possa essere concessa, per la durata di tre anni, la detenzione domiciliare speciale, prevista dall'art. 47quinquies della stessa legge n. 354 del 1975, al condannato nei cui confronti è stata disposta la revoca di una misura alternativa, ai sensi dell'art. 47, comma 11, dell'art. 47ter, comma 6, o dell'art. 51, primo comma, della legge medesima".
Nel caso di specie, il ricorrente R. G. aveva subito la revoca della misura alternativa della semilibertà, e l'istanza da questi formulata - un anno e otto mesi più tardi - di essere ammesso alla detenzione domiciliare speciale era stata dichiarata inammissibile dal Presidente del Tribunale di sorveglianza di Milano esclusivamente sulla scorta del mancato decorso del termine triennale fissato all'art. 58- quater, comma 3, dell'ordinamento penitenziario.
Contro tale decisione di inammissibilità, il condannato aveva proposto ricorso per Cassazione, rilevando che la misura alternativa della detenzione domiciliare speciale non è espressamente richiamata dall'art. 58quater, comma 1, ordin. penit., e che, pertanto, non potrebbe essere oggetto della preclusione stabilita dal comma 3, per cui la pregressa revoca della misura alternativa della semilibertà non potrebbe essere, di per sé, ostativa alla valutazione nel merito dell'istanza proposta dal condannato.
La Cassazione ha quindi dubitato della legittimità costituzionale dell'automatismo preclusivo rispetto alla concessione della misura alternativa della detenzione domiciliare speciale, che le disposizioni menzionate stabilirebbero per un periodo di tre anni a carico del condannato nei cui confronti sia stata revocata altra misura (in particolare, dell'affidamento in prova al servizio sociale, della detenzione domiciliare o della semilibertà) precedentemente concessagli.
Alla base dell'intera giurisprudenza della Corte costituzionale, relativa, da un lato, alla detenzione domiciliare ordinaria per esigenza di cura dei minori e, dall'altro, alla detenzione domiciliare speciale, sta il principio per cui "affinché l'interesse del minore possa restare recessivo di fronte alle esigenze di protezione della società dal crimine occorre che la sussistenza e la consistenza di queste ultime venga verificata in concreto e non già collegata ad indici presuntivi che precludono al giudice ogni margine di apprezzamento delle singole situazioni" (sentenza n. 239 del 2014)". Secondo la Consulta, tale principio non può che condurre a ritenere costituzionalmente illegittimo anche l'automatismo preclusivo derivante dal combinato disposto delle disposizioni censurate, così come interpretate dal giudice rimettente.
di Giovanni Negri
Il Sole 24 Ore, 22 luglio 2019
Corte di cassazione - Sentenza 19681/2019. Quando il cronista diventa storico, allora il diritto all'oblio si rafforza. Ovvero, la pubblicazione di un articolo che, a distanza di anni, ripropone, con nome e cognome del protagonista, fatti ormai passati, non è legittima. A meno che si tratti di personaggi tuttora di pubblico interesse. A queste conclusioni arriva un'importante sentenza delle Sezioni unite civili, la numero 19681 depositata ieri sul confine che passa tra diritto all'oblio e diritto d'informazione.
Il caso approdato sino in Cassazione è a suo modo esemplare e riguarda un articolo su un caso di omicidio in ambito familiare verificatosi nel 1982. Il colpevole aveva nel frattempo scontato i 12 anni di reclusione cui era stato condannato e, di fronte alla pubblicazione, aveva lamentato danni sia psicologici sia patrimoniali.
Le sue richieste erano state respinte dai giudici di merito. In particolare, la Corte d'appello aveva osservato che la pubblicazione era avvenuta nel contesto di una rubrica settimanale nella quale venivano rievocati 19 omicidi del passato, particolarmente efferati, e che non c'era alcuna volontà di riproporre una condanna, questa volta mediatica, a carico del colpevole. Si era piuttosto in presenza di un progetto editoriale da fare rientrare nel diritto costituzionale di cronaca, di libertà di stampa e di espressione.
Le Sezioni unite però non sono state esattamente di questo avviso e hanno annullato la sentenza impugnata, rinviando la nuova decisione alla Corte d'appello che però dovrà tenerne presente le conclusioni. Che arrivano dopo avere delimitato il punto di partenza: per le Sezioni unite cioè, in discussione c'è il diritto di chi desidera non vedere nuovamente pubblicate notizie su vicende in passato legittimamente diffuse, almeno non quando è trascorso un certo tempo tra la prima e la seconda pubblicazione.
Le Sezioni unite puntualizzano poi che, in caso di ripubblicazione di quanto a suo tempo rivestiva interesse pubblico, il giornalista non sta esercitando il diritto di cronaca quanto quello alla rievocazione storica di quei fatti. Questo non esclude, ammette la sentenza, che possano insorgere elementi nuovi per cui la notizia ritorni di attualità, ma "in assenza di questi elementi, però, tornare a diffondere una notizia del passato, anche se di sicura importanza in allora, costituisce esplicazione di un'attività storiografica che non può godere della stessa garanzia costituzionale che è prevista per il diritto di cronaca".
Certo l'attività di rievocazione storica è preziosa per una collettività: ne ripercorre fatti e personaggi che ne possono rappresentare l'anima. Ma, a meno che non riguardi protagonisti che hanno rivestito e rivestono tuttora un ruolo pubblico, "deve svolgersi in forma anonima, perché nessuna particolare utilità può trarre chi fruisce di quell'informazione dalla circostanza che siano individuati in modo preciso coloro i quali tali atti hanno compiuto".
In altre parole, mettono in evidenza le Sezioni unite, l'interesse a conoscere un fatto, espressione del diritto a informare e a essere informati, "non necessariamente implica la sussistenza di un analogo interesse alla conoscenza dell'identità della singola persona che quel fatto ha compiuto".
Di più. Le Sezioni unite precisano che non può essere messa in discussione la decisione editoriale di pubblicare, con cadenza settimanale, nell'arco di un certo periodo di tempo, la ricostruzione storica di una serie di fatti criminali che ha impressionato la vita di una collettività.
Però toccherà all'autorità giudiziaria verificare l'esistenza di un interesse qualificato alla diffusione con riferimenti precisi alla persona o alle persone che di quegli eventi furono protagoniste sì, ma in un'epoca ormai passata. Infatti l'identificazione personale che allora certo rivestiva un'importanza evidente, adesso potrebbe diventare irrilevante per l'opinione pubblica, una volta che il tempo è trascorso e la memoria collettiva è sbiadita.
di Mauro Bonciani
Corriere Fiorentino, 22 luglio 2019
Nuova caldaia, nuovi infissi e pannelli fotovoltaici: i lavori inizieranno nell'autunno del 2020.
"Il tema dei diritti deve occupare i primi posti dell'agenda di ogni amministratore. E sicuramente i detenuti non possono essere cittadini di serie B".
Così in Regione è stato spiegato l'accordo che grazie a 4 milioni di euro dai fondi europei porterà a Sollicciano e Gozzini condizioni migliori di vivibilità e più sostenibilità ambientale. Grazie a quei soldi saranno installati oltre 600 metri quadri di pannelli fotovoltaici, una nuova caldaia e nuovi infissi, così da avere acqua calda senza problemi e meno caldo d'estate, meno freddo d'inverno.
Per vedere il via ai lavori si dovrà attendere l'autunno 2020 e gli interventi, complessi per ovvi motivi di sicurezza, termineranno nel 2022, ma ieri tutti erano soddisfatti per l'intesa. E la vicepresidente della Regione Monica Barni, l'assessore alla salute e sociale Stefania Saccardi, l'assessore all'ambiente Federica Fratoni e Cristina Grieco, assessore all'istruzione e formazione hanno presentato le novità per i carceri di Sollicciano e per il "Mario Gozzini", assieme alla direttrice del Gozzini, Antonella Tuoni, presente anche il garante dei detenuti del Comune di Firenze, Eros Cruccolini.
"Gli interventi da un lato permettono la riduzione delle emissioni di Co2 e al tempo stesso migliorano il comfort e la vivibilità degli ambienti", ha sottolineato Barni ed il "pacchetto" prevede anche il potenziamento delle biblioteche di Sollicciano e del Gozzini come luoghi di socialità (la Regione finanzierà per il 2019 il progetto con 40.000 euro). Mentre si sono appena chiusi due corsi di formazione lavorativa e la Regione ha stanziato 50.000 euro per l'acquisto di libri, da parte dei Centri provinciali per l'istruzione degli adulti a favore dei detenuti delle 18 carceri toscane. "Il grado di civiltà di un Paese viene misurato in base a quello che quel Paese fa per i più deboli. E la Toscana fa molto", ha sottolineato Eros Cruccolini.
parmatoday.it, 22 luglio 2019
Il progetto è stato promosso dal Garante per i Detenuti Roberto Cavalieri. Hanno dato il via al proprio impegno a favore dei detenuti un gruppo di cittadini stranieri che appartengono alla comunità parmigiana. Il progetto dell'Assessorato al Welfare, attivato con la collaborazione del Garante dei detenuti, Roberto Cavalieri e di Katya Lucà, delegata all'inclusione del Comune di Parma, prevede per ora un gruppo composto da 9 persone. Nel penitenziario della città sono presenti oltre 600 persone di cui 230 di origine straniera (prevalentemente provenienti da Tunisia, Marocco, Albania e Nigeria).
Le condizioni di detenzione, rese complesse da un alto numero di reclusi, problematiche di dipendenza, povertà e dalla scarsità di attività trattamentali, portano spesso al verificarsi di criticità e conflitti che rendono problematiche la gestione dei reclusi.
I nuovi volontari, che hanno ricevuto una formazione da parte del Garante e che saranno accompagnati da momenti di coordinamento e verifica a cura dell'area trattamentale del carcere, saranno impegnati nei colloqui di supporto ai detenuti, in azioni di mediazione linguistica e culturale anche con i diversi operatori del penitenziario, compresa la Polizia penitenziaria e gli educatori e nella progettazione di attività trattamentali con gli educatori. I 9 volontari si aggiungono ai volontari italiani del penitenziario che da anni operano in carcere e che appartengono in larga parte ad associazioni quali Rete carcere.
Ristretti Orizzonti, 22 luglio 2019
Caligaris (Sdr): rischiano l'isolamento. "L'assenza di un Reparto di Osservazione Psichiatrica per le donne negli Istituti Penitenziari sardi pesa gravemente sulle detenute e le loro famiglie facendo venire meno il principio della regionalizzazione della pena e limitando gravemente i colloqui settimanali e gli affetti. Un aspetto quest'ultimo particolarmente importante per persone fragili e spesso a grave rischio suicidario".
Lo afferma Maria Grazia Caligaris, presidente dell'associazione "Socialismo Diritti Riforme", avendo appreso dai familiari del trasferimento a Barcellona Pozzo di Gotto della loro figlia M.S., 35 anni, per effettuare un mese di osservazione psichiatrica disposto dal Tribunale di Cagliari per un eventuale pronunciamento di incompatibilità alla detenzione.
"In Sardegna - osserva - assistiamo troppo spesso a situazioni paradossali che mettono in crisi anche la Magistratura. Sono stati infatti realizzati quattro nuovi Istituti Penitenziari con un notevole investimento ma non sono stati dotati dei necessari strumenti per una diagnosi psichiatrica al femminile. In particolare sono state costruite ex novo due Case Circondariali, a Cagliari-Uta e a Sassari-Bancali, dove sono state trasferite le detenute, prima ospiti anche di Nuoro e Oristano. Si tratta complessivamente di 41 donne su 2189 detenuti che dispongono solo di una sezione femminile senza centro clinico. L'assenza di celle collocate in un'area apposita per la valutazione psichiatrica comporta l'impossibilità da parte dei Magistrati di poter assegnare, quando si renda necessaria, l'osservazione in Sardegna".
"Particolare perplessità ha espresso la madre della detenuta - sottolinea Caligaris - che ha voluto manifestare il suo disappunto con una toccante lettera in cui tra l'altro esprime viva preoccupazione per le condizioni psicologiche della figlia, per la lontananza dalla famiglia e per le modalità in cui è avvenuto il trasferimento".
"Mia figlia - ha scritto E.M. - è stata trasferita senza vestiario e biancheria intima, senza denaro. Per tre giorni, fino a che non ha potuto telefonare, non sapevamo neppure dove si trovava. Ciò nonostante la sua legale Herica Dessì si sia prodigata per avere notizie.
Una situazione che ci ha provocato profonda angoscia. Soltanto oggi è partito il pacco con il suo vestiario. Tutto questo non ci sembra rispondere a condizioni adeguate per una persona con gravi problemi di equilibrio psichico. Sappiamo che nostra figlia soffre moltissimo l'allontanamento dai familiari e temiamo per la sua incolumità".
"Non riteniamo - conclude la presidente di SDR - che le carceri della Sardegna debbano distinguersi per questa ulteriore pecca. Rivolgiamo quindi un appello ai rappresentanti istituzionali ed in particolare ai Parlamentari affinché anche l'isola possa disporre di almeno una cella per l'osservazione psichiatrica delle detenute mettendo fine una volta per tutte a queste soluzioni gravose, destabilizzanti per le persone affette da disturbi psichici e per i loro familiari e contrarie a principi sanciti dalla norma costituzionale e dall'ordinamento penitenziario".
di Elisabetta Andreis
Corriere della Sera, 22 luglio 2019
Il carcere di San Vittore diventa un set alla Triennale. "Voglio essere riconosciuta per come sono oggi, non per quello che ho fatto ieri". Elisa, 37 anni, origini siciliane, parla dal cortile di San Vittore. È una delle otto detenute fotografate in carcere dalla regista Cinzia Pedrizzetti.
La loro storia è diventata una testimonianza. I ritratti sono stati esposti alla Triennale. E lì questa sera, scortate dagli agenti di polizia penitenziaria, scatteranno ritratti ai milanesi. "In carcere ho acquisito uno sguardo nuovo - dice Elisa - su me stessa e anche sulle persone che ho intorno". "Decidere di farmi fotografare è stata una scelta difficile.
Vuole dire che, grazie al percorso di recupero fatto in carcere, non ho più paura dello sguardo degli altri. Anzi, adesso quello sguardo mi serve per rinascere. Voglio essere riconosciuta per come sono oggi, non per quello che ho fatto ieri". Elisa, 37 anni, origini siciliane, parla dal cortile di San Vittore. Di fianco a lei c'è Elena, 40 anni, originaria del rione Villa San Giovanni di Napoli. Occhi celesti e malinconici, pelle tatuata, 16 anni passati in cella, alcuni anche insieme alla madre che non ce l'ha fatta e ha lasciato un drammatico vuoto. Chiede: "A cosa serve rieducarsi se nessuno ti vede per come sei cambiata, per la persona nuova che sei?".
Riflettono, queste donne. Le loro domande ci arrivano dirette. La loro storia diventa testimonianza. "Solo attraverso lo sguardo degli altri ci specchiamo in noi stesse e capiamo davvero le nostre potenzialità", dice ancora Elena. In fondo chiede aiuto. Un po' di autostima è quello che serve per reinserirsi nel mondo.
Ma la fiducia è il bene più difficile da conquistare. L'uscita dal carcere fa anche paura. Abbiamo gli strumenti per capirlo, noi che siamo fuori? "Bisogna guardarlo, conoscerlo, il mondo del carcere. È indispensabile cultura - spiega il direttore Giacinto Siciliano. Qui si impara, si cambia. Ci sono persone che lavorano, uno Stato che si impegna. Questi sforzi, faticosi, bisogna valorizzarli. Il mio sogno sarebbe che i muri di cinta del carcere diventassero trasparenti. E facessero vedere le persone che ci abitano".
L'osmosi tra fuori e dentro è utile a tutti, non solo a chi è ristretto. Lo scambio tra umani arricchisce. Della detenzione femminile, in particolare, non si parla mai (le donne sono pochissime, poco più del cinque per cento). Ecco, allora, lo sguardo, che diventa il cuore di un progetto unico nel suo genere, primo in Italia. Attraverso la fotografia otto detenute - tra cui Elisa ed Elena - escono allo scoperto.
Un vero e proprio set ha invaso il reparto femminile, la regista Cinzia Pedrizzetti le ha immortalate in magnifici ritratti dentro la loro "casa" temporanea, la cella. Siciliano e il direttore della Triennale Stefano Boeri hanno stretto alleanza. Le foto sono state esposte in viale Alemagna e sempre lì questa sera, grazie a un permesso speciale, quelle stesse donne scortate dagli agenti di polizia penitenziaria, prima dello spettacolo teatrale "Diarios de Frida. Viva la vida" diretto da Donatella Massimilla del Cetec, scatteranno a loro volta ritratti ai milanesi.
"Voglio dimostrare che in carcere ho acquisito uno sguardo nuovo su me stessa, ma anche sulle persone che mi vengono vicine - riprende Elisa. Mettetemi alla prova: ho imparato a trasmettere il mio punto di vista?". Ha avuto una vita difficile, "tutta disorientata", come dice lei.
"Non avevo gli strumenti per ricominciare, meno male che mi hanno preso in carcere, meno male che sono qui dentro". Ascoltandola cambia la prospettiva. Quello che nella nostra testa è uno spazio angusto che toglie il fiato (una cella, confini strettissimi...) nel percorso di chi vive in carcere può diventare addirittura spazio di libertà, in alcuni momenti.
"Sono entrata in cella con rabbia e spavento. In più di 14 anni di carcere non era cambiato nulla dentro di me, l'ultimo anno ha fatto il miracolo-conclude Elena -. A San Vittore ho capito la gravità dei reati che ho commesso. Ho imparato ad accettare ciò che ho fatto ripromettendomi di non farlo mai più. E attraverso il teatro e la fotografia ho scoperto una risorsa straordinaria, la creatività per comunicare".
Continua: "Ho guadagnato la consapevolezza che chiunque potrebbe essere al mio posto, conquistato ai miei stessi occhi un po' di dignità". Si guarda la spalla. Ha tatuata la strofa di una canzone dei Moda: Come l'acqua / dentro il mare. "Inizia con la lettera C, e mio padre si chiamava Ciro, finisce con la E, come Elena. Nella mia vita non voglio più momenti di rottura. Voglio continuità. Voglio essere serena". Pare banale? Non lo è.
barlettaviva.it, 22 luglio 2019
L'azienda ha donato i macchinari per la preparazione della pasta. Nella quieta contrada San Vittore di Andria sorge una masseria unica nel suo genere, che racconta storie di integrazione e rinascita, circondate dal profumo e dal calore della pasta appena fatta, rigorosamente a mano.
"A mano libera" è il nome del pastificio nato a maggio di quest'anno nei locali di questa masseria, e i protagonisti di questa storia sono detenuti ed ex detenuti impegnati in un percorso di riscatto grazie al progetto diocesano "Senza sbarre".
Si tratta di un progetto di accoglienza che prende vita nei silenziosi campi in agro di Andria, con Castel del Monte all'orizzonte e intorno ben 10 ettari di campagna: la masseria è destinata all'accoglienza residenziale e semi-residenziale per persone detenute nella casa circondariale di Trani e nelle carceri di Puglia e di tutt'Italia, ammessi a programmi alternativi alla carcerazione. Grazie all'impegno della Caritas Italiana, della Diocesi di Andria, dei volontari e delle aziende che sin dall'inizio hanno creduto in questa speciale iniziativa, l'obiettivo sarà quello di creare una impresa multiservizi con il cuore nella lavorazione della terra.
Il fondamentale punto di partenza di questa visione risiede nel pastificio "A mano libera", all'interno del quale sono coinvolti al momento 10 apprendisti dell'arte della pasta fatta a mano. È grazie alla generosità del Pastaio Maffei, storica azienda del settore con sede a Barletta, che ha donato i macchinari per la realizzazione della pasta, che oggi la masseria San Vittore si è già trasformata in un piccolo pastificio.
Oltre alle macchine c'è un dono ancora più prezioso, impossibile da quantificare: è l'esperienza del mastro pastaio Savino Maffei, che in masseria svolge il ruolo di tutor e segue passo dopo passo la formazione degli apprendisti, insegnando l'antica arte della pasta, con ricette, consigli e attenzione in ogni fase del processo produttivo.
"C'è in loro una grande volontà di uscire da questo mondo e correre verso una nuova libertà - racconta l'imprenditore Savino Maffei - sono davvero determinati ma hanno bisogno sempre dell'aiuto e dell'affiancamento di qualcuno, perché da soli sono come bambini: vanno tenuti per mano, e il nostro compito è quello di aiutarli a camminare verso un nuovo futuro, diverso da quello che conoscono".
"Avere accanto a noi degli imprenditori che nella loro grande generosità mettono a disposizione tempo e risorse - riferisce don Riccardo Agresti, responsabile del progetto "Senza sbarre" - vuole dire che tutti insieme crediamo davvero nel riscatto e nel perdono".
Non solo un messaggio di bene, ma anche la reale costruzione di una seconda occasione per quanti nella loro vita hanno sbagliato, mettendo davvero un argine alla recidiva e insegnando la fatica di un mestiere che, se fatto col cuore, può donare speranza di un futuro migliore. Tra i 10 apprendisti che lavorano nel pastificio con la guida del maestro Maffei, uno di loro proseguirà il lavoro di pastaio anche dopo la conclusione della pena.
di Nadia Cozzolino
dire.it, 22 luglio 2019
Il Presidente della Camera in visita all'Istituto penitenziario minorile che si trova sull'isolotto di Nisida e ospita un centinaio di ragazzi: oggi Fico li ha incontrati. Noi come Stato dobbiamo investire seriamente su questi ragazzi, altrimenti non migliora questa società".
Parola del Presidente della Camera, Roberto Fico che oggi ha voluto visitare l'istituto penitenziario minorile di Napoli situato sull'isolotto di Nisida. Una struttura circondata dal mare di Bagnoli con due sezioni, una maschile e una femminile, in cui poco meno di 100 ragazzi svolgono diverse attività didattiche e culturali.
"I ragazzi lavorano con molta passione e dedizione", ha spiegato Fico, che si è intrattenuto a parlare in particolare con i giovani studenti del laboratorio di scuola politica, "un luogo - ha detto - dove tornerò presto per riprendere i discorsi con i ragazzi. Abbiamo parlato di lavoro e di una serie di tematiche disparate. Dobbiamo riuscire ad essere veramente empatici con questi ragazzi".
Lo Stato "deve arrivare prima del carcere - queste le parole di Fico -, quindi serve un investimento serio e forte, in particolare nei Comuni per assumere assistenti sociali in numero adeguato rispetto alla popolazione. Bisogna essere sul territorio, fare progetti di rigenerazione urbana, ci vuole la scuola aperta a tempo pieno, ci vogliono i campi sportivi e ogni quartiere deve avere un indice di vivibilità alto, quindi con un cinema, una biblioteca, un parco pubblico e campi di calcetto. Insomma, un'azione che sia strutturata, forte, piena di passione e lungimiranza. È un obiettivo da raggiungere in cinque anni oppure avremmo fallito tutti".
A Nisida non c'è un detenuto che non partecipi a un corso o a un laboratorio per imparare un mestiere o approfondire i propri hobby e le proprie passioni. Tra qualche giorno, inoltre, "partirà la Summer School organizzata in collaborazione con la Luiss - ha spiegato Gemma Tuccillo, capo dipartimento per la giustizia minorile del ministero della Giustizia.
Oggi una ragazza ha raccontato al presidente della Camera di aver conseguito la maturità e spera di potersi iscrivere all'università a settembre mentre un'altra giovane gli ha detto che da grande sogna di diventare una fumettista. A Nisida c'è un ventaglio di possibilità molto ampio per i ragazzi: finalmente iniziano a credere in loro stessi anche grazie al fatto che, con queste visite, loro vedono l'attenzione che c'è e sentono di contare qualcosa anche per le istituzioni".
dolcevitaonline.it, 22 luglio 2019
In gergo si chiamano Raee. Si tratta di rifiuti di apparecchiature elettriche ed elettroniche, dai telefonini ai computer, dai rasoi ai piccoli elettrodomestici casalinghi, che devono essere smaltiti in maniera specifica.
Non solo per evitare danni ambientali, ma anche per recuperare i materiali con cui sono costruiti: tra questi c'è plastica, rame, ottone, bronzo, ferro e alluminio. Per farlo occorrono impianti dedicati e uno di questi è stato realizzato all'interno del carcere di Bollate. Il trattamento dei rifiuti speciali da parte dei detenuti rientra nelle svariate attività lavorative organizzate all'interno della casa di detenzione. Attualmente sono 5 i detenuti al lavoro nel nuovo impianto ad alimentazione fotovoltaica che può trattare fino a 3000 tonnellate di rifiuti elettronici all'anno.
L'ultimo rapporto sulla situazione italiana in materia di Raee dice che nel 2018 il quantitativo dei rifiuti trattati dai centri accreditati per il recupero e lo smaltimento ha superato le 420 mila tonnellate (+10% rispetto all'anno precedente). Nonostante questo non siamo ancora in linea con gli obiettivi di raccolta stabiliti dalla Direttiva Europea a salvaguardia, tutela e miglioramento della qualità dell'ambiente e della salute umana e che per il 2019 sono ancora più ambiziosi
irpiniatimes.it, 22 luglio 2019
In merito a quanto denunciato dal Segretario Provinciale della Funzione Pubblica Cgil, a proposito della carenza di Personale Infermieri presso gli Istituti Penitenziari di competenza dell'Asl di Avellino ed in particolare presso la Casa Circondariale di Bellizzi Irpino, l'Azienda Sanitaria Locale precisa che, per completare l'organico, nei mesi scorsi, ha fatto ricorso alla procedura della "mobilità interaziendale" e sono state assunte due Unità di Infermieri Professionali dipendenti, che assicurano complessivamente 72h/sett. di sevizio presso il citato Presidio Sanitario Penitenziario, con decorrenza rispettivamente dal 01.03.2019 e dal 01.05.2019.
Il numero di Infermieri presso il Carcere, dal mese di maggio, è stato, quindi, opportunamente potenziato. Ma, il trasferimento di n. 1 Unità Dipendente, come da prescrizione del Medico Competente, dal 01.07.2019 e, soprattutto, la fruizione di assenze giustificate, improvvise e prolungate, da parte di alcune unità infermieristiche, ha determinato, purtroppo, una situazione di disagio.
Per fronteggiare questa situazione, l'Azienda Sanitaria ha previsto, per i mesi estivi, una ulteriore implementazione oraria di 36 ore settimanali, che equivale ad un incremento di una unità infermieristica, tale da consentire il rispetto delle normative sull'orario di lavoro ed i riposi obbligatori. Dal mese di luglio, inoltre, la specialista ginecologa a tempo indeterminato sta assicurando alle detenute le prestazioni assistenziali necessarie.
Per la denunciata "assenza" dello Specialista Psichiatra in Carcere, va precisato che le Uosm territoriali stanno assicurando attraverso i propri operatori le consulenze in Carcere, equiparando il diritto alla salute delle persone detenute alle persone libere. Il Dipartimento di Salute Mentale e le stesse Uosm stanno definendo, allo scopo, il reale fabbisogno, sulla scorta del numero di consulenze effettuate e il numero di pazienti con diagnosticata patologia psichiatrica che necessitano di una reale presa in carico.
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