lecconews.news, 9 settembre 2019
Lunedì 9 settembre la Casa circondariale di Lecco celebrerà il 202° anniversario di fondazione del Corpo di Polizia Penitenziaria, nato nel lontano 1817 e dipendente dal Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria del Ministero della Giustizia.
Un compito delicato e complesso, quello degli agenti chiamati quotidianamente alla gestione delle persone sottoposte a provvedimenti di restrizione o limitazione della libertà personale, un ruolo importante che trova spazio anche nel fondamentale compito di rieducazione e riadattamento sociale dei detenuti attribuito al sistema carcerario.
Un tema poco trattato e generalmente scarsamente approfondito, che quest'anno si è potuto approfondire anche attraverso l'installazione Extrema Ratio, un percorso esperienziale che ha ricreato nel cortile del municipio le condizioni di vita dei detenuti all'interno delle carceri italiane, attraverso una cella di 8 mq realizzata nella falegnameria del carcere di Bollate per il progetto "Diamoci un'altra chance: quale giustizia?" Una riflessione dovuta, che prende le mosse anche da un dato allarmante, che non risparmia nemmeno Lecco, quello che rivela la condizione di sovraffollamento delle carceri.
Questioni delicate e complesse che impegnano anche il Garante dei diritti delle persone private della libertà personale del Comune di Lecco, Marco Bellotto, psicologo e psicoterapeuta, presentato ai detenuti della Casa Circondariale di Lecco in occasione di un momento di particolare importanza proprio rispetto ai temi della rieducazione carceraria: la presentazione della donazione di attrezzature da palestra per l'attività fisica effettuata da un privato ai detenuti della struttura. Quella donazione, supportando la possibilità di creare attività di recupero e condivisione e favorendo lo sviluppo della pratica dell'attività fisica in un contesto di detenzione, esprime un'attenzione nei confronti delle strutture di detenzione che deve rimanere alta, sempre.
centroabruzzonews.blogspot.com, 9 settembre 2019
"Non è passata inosservata la denuncia fatta dalla Uil sulla grave situazione venutasi a creare nel carcere di San Donato. Il sovraffollamento di detenuti soprattutto di estrazione psicotica, insieme allo stato di disagio da esso prodotto nella gestione complessiva del penitenziario soprattutto per ciò che attiene l'incompatibilità che essi hanno nell'insistere in un luogo con grave carenza di organico sia esso di Polizia penitenziaria che pedagogico-amministrativo e con una logistica che manca di tante peculiarità proprie di un ospedale psichiatrico giudiziario, saranno seguite ed attentamente valutate così come ha dimostrato sempre di saper fare dal Professor Cifaldi per poi essere rapportate agli organi competenti.
Funziona molto bene la simbiosi instaurata tra garante e rappresentanza sindacale della Polizia penitenziaria dalla Uil tanto auspicata.
È solo lavorando insieme (personalmente l'ho sempre sostenuto seppur in uno contesto di generale diffidenza), infatti, che si potranno ottenere significativi risultati voluti dalla Costituzione e dalle leggi in materia di diritti dei lavoratori. A Cifaldi va il mio personale ringraziamento. Ad egli vanno i miei più sinceri auguri di proficuo lavoro". Il componente del Comitato di Gestione Nazionale Uil-Pa Polizia Penitenziaria e della Segreteria confederale Abruzzo Mauro Nardella
di Ernesto Mazzetti
Il Mattino, 9 settembre 2019
Sono appena quattro giorni che, fresca d'investitura presidenziale, la dottoressa Luciana Lamorgese, consigliera di Stato, ha preso possesso dell'ampio studio riservato al ministro degli Affari interni della Repubblica italiana.
Al Viminale era già di casa. Il palazzo l'ha frequentato per anni con incarichi di rilevanza crescente, prima e dopo la nomina a prefetto. Le sono familiari uffici e personale. Non sarà così per altri ministri del governo Conte 2, quasi tutti spaesati in edifici a loro ignoti e gravati di mansioni tutte da approfondire.
Nella stanza abbandonata dal senatore Salvini ci sono parecchi dossier che spero la signora Lamorgese possa presto ritrovare, rovistando tra scrivania, cassetti, armadi. Il non più ministro e vice premier visse giorni tumultuosi all'indomani delle dimissioni e conseguente crisi del governo Conte 1. Tra residui adempimenti ministeriali, polemiche politiche, trasferte per comizi in Regioni prossime al voto, adunate in lidi balneari, è probabile che abbia lasciato un po' di disordine tra scartoffie d'ufficio.
Ma alcune rivestono grande importanza per Napoli e la Campania. Sarà sollecita la neo ministra a dedicar loro l'attenzione che meritano? Da tecnica qual è, verificandone la completezza con telefonate alla dottoressa Carmela Pagano, prefetto di Napoli, e al dottor Raffaele Ruberto, prefetto di Caserta. Ancor meglio se con visite in loco.
Nei quattordici mesi di governo gialloverde non sono mancate le venute a Napoli e dintorni di Salvini nel ruolo di ministro degli Interni. Nell'ottobre scorso visitò il rione Vasto dove da anni la popolazione locale lamenta l'impossibilità di vivere tra strade e palazzi che improvvide scelte amministrative hanno consentito divenissero concentrazioni di immigrati africani, molti dediti a illegalità e violenze.
"Staneremo i clandestini casa per casa", assicurò al parroco don Vincenzo Balzano tra applausi dei residenti affacciati ai balconi. Poi, presiedendo il Comitato per l'ordine pubblico, espresse fermi propositi, forse un po' velleitari dato il pregresso: "Vogliamo sradicare, deportare, cancellare e isolare la camorra. E far sentire a ogni singolo camorrista lo schifo che è".
Contro le "stese" delle baby gang enunciò repressione ma anche prevenzione; scuole sicure, video sorveglianza, moniti sul pericolo delle droghe. Semmai togliendo patria potestà ai camorristi per impedir loro d'allevare futuri criminali. Altro tema scottante: le occupazioni abusive di alloggi popolari gestite da gang a danno di legittimi assegnatori.
Secondo il Viminale a Napoli riguardano 80 immobili. Piaga sociale lasciata degenerare negli anni da autorità locali inclini a troppo tollerare. Nelle periferie e non solo. Parlò anche di questo Salvini che già il mese prima della visita napoletana aveva disposto un censimento città per città di tutti gli abitanti abusivi di case popolari, con l'ambizioso obiettivo di espellerli "manu militari".
Un esempio l'aveva dato il suo predecessore Minniti, liberando un palazzo romano da un centinaio di famiglie che illegalmente l'occupavano. Lui lo imitò coni famigerati Casamonica. Tornò a Napoli Salvini nel gennaio di quest'anno; visite di solidarietà a vittime del racket, al pizzaiolo Sorbillo, al tabaccaio ripetutamente rapinato. Quindi ad Afragola, al quartiere Salicelle.
Vagheggiò d'un piano nazionale contro la camorra. Ancora, nel maggio scorso, altra visita con enunciazione di dati:137 nuovi agenti già arrivati in città, stanziamenti per contrastare lo spaccio di droga presso le scuole, per installare più videocamere di sorveglianza, primi sgomberi di occupanti abusivi di case popolari nell'area metropolitana.
E la previsione, nel decreto sicurezza bis, di 800 assunzioni di personale da adibire a notificare le sentenze, visto che le carenze attuali lasciano che a Napoli migliaia di condannati restino in libertà. Ultima visita nelle nostre vicinanze, in pieno Ferragosto, per una convocazione del Comitato per l'ordine pubblico casertano: Castelvolturno, triste emblema di scempio del territorio, disoccupazione, immigrazione clandestina, camorra dei casalesi, mafie nigeriane. Una venuta a crisi di governo già in atto; con immancabile contorno di contestazioni di oppositori politici. Quelle contestazioni che, peraltro, sempre l'avevano accompagnato nelle visite napoletane, benché solitamente sovrastate da manifestazioni di consenso.
Confido che la neo ministra Lamorgese trovi nell'ufficio appena occupato adeguati riscontri di tutte queste missioni del suo predecessore, degli adempimenti eventualmente avviati e degli impegni sospesi. Spero deliberi di conseguenza. Ai dossier esistenti suggerirei di aggiungerne un altro: misure per la sicurezza degli ospedali e del personale. Che in pochi mesi si siano dovute registrare 70 aggressione a medici e paramedici da parte di energumeni d'ambo i sessi mi pare fenomeno di degenerazione sociale. Completa il quadro dei mali napoletani che rischiano di trasformarsi in patologie croniche.
Il Sole 24 Ore, 9 settembre 2019
Reati contravvenzionali - Art. 674 c.p. - Getto pericoloso di cose - Configurabilità - Natura. L'ipotesi contravvenzionale prevista dall'art. 674 cod. pen. configura un reato di pericolo finalizzato a prevenire esiti dannosi o pericolosi per le persone, conseguenti al getto o versamento di cose atte a offendere, imbrattare o comunque molestare, ovvero all'emissione di gas, vapori o fumi idonei a cagionare i medesimi effetti. Quest'ultima ipotesi assume rilevanza penale solo nei casi non consentiti dalla legge, in quanto il legislatore ha inteso contemperare opposti interessi consentendo così l'esercizio di attività socialmente utili nel rispetto dei limiti di legge, al superamento dei quali riacquista prevalenza l'esigenza di tutelare l'incolumità pubblica. (Fattispecie relativa a rottura di vasche interrate nel corso di interventi edilizi autorizzati che avrebbe determinato la fuoriuscita di sostanze inquinanti, che sparse sul terreno avrebbero provocato esalazioni nocive con documentate conseguenze sulle persone).
• Corte di cassazione, sezione III penale, sentenza 27 agosto 2019 n. 36444.
Contravvenzioni concernenti l'incolumità pubblica - Getto pericoloso di cose - Emissioni di gas, vapori o fumi - Assenza di valori limite - Criterio di legittimità. In tema di getto pericoloso di cose, l'evento di molestia provocato dalle emissioni di gas, fumi o vapori, in mancanza di specifici valori-limite per le immissioni olfattive, che non rientrano nell'ambito della disciplina dell'inquinamento atmosferico, deve ritenersi realizzato al superamento del limite della normale tollerabilità. Tale limite funge pertanto da criterio di legittimità delle emissioni ai sensi della seconda parte dell'articolo 674 c.p.
• Corte di cassazione, sezione III penale, sentenza 3 maggio 2019 n. 18592.
Inquinamento atmosferico - Aria - Emissioni e disturbo olfattivo - Disposizioni specifiche e valori limite in materia di odori - Assenza - Reato di cui all'art. 674 c.p. - Configurabilità - Criterio della "stretta tollerabilità" - Individuazione del parametro di legalità dell'emissione - Fattispecie: bruciatura del rivestimento in plastica di fili di rame - Art. 844 c.c. Si configura il reato di getto pericoloso di cose, anche nel caso di "molestie olfattive" promananti da impianto munito di autorizzazione per le emissioni in atmosfera. L'evento del reato consiste nella molestia, che, nel caso sia provocata dalle emissioni di gas, fumi o vapori, prescinde dal superamento di eventuali limiti previsti dalla legge, essendo sufficiente il superamento del limite della normale tollerabilità. Inoltre nel caso di emissioni idonee a creare molestie alle persone rappresentate da odori, se manca la possibilità di accertare obiettivamente, con adeguati strumenti, l'intensità delle emissioni, il giudizio sull'esistenza e sulla non tollerabilità delle emissioni stesse ben può basarsi sulle dichiarazioni di testi, specie se a diretta conoscenza dei fatti, quando tali dichiarazioni non si risolvano nell'espressione di valutazioni meramente soggettive o in giudizi di natura tecnica ma consistano nel riferimento a quanto oggettivamente percepito dagli stessi dichiaranti. Fattispecie: alimentazione di un falò, che bruciando il rivestimento in plastica di 15 Kg di rame produceva un fumo acre che si incanalava nella valle e raggiungeva le abitazioni fino a circa seicento metri di distanza, provocando emissioni di fumo atte ad offendere e molestare persone.
• Corte di cassazione, sezione III penale, sentenza 27 settembre 2011 n. 34896.
Contravvenzioni concernenti l'incolumità pubblica - Getto pericoloso di cose - Clausola "nei casi non consentiti dalla legge" - Riferibilità al getto o versamento pericoloso di cose - Esclusione - Limitazione alle sole emissioni di gas, vapori o fumo - Sussistenza. La clausola "nei casi non consentiti dalla legge", contemplata nell'art. 674 cod. pen., non è riferibile alla condotta di getto o versamento pericoloso di cose di cui alla prima parte della norma citata, ma esclude il reato solo per le emissioni di gas, vapori o fumo che sono specificamente consentite attraverso limiti tabellari o altre determinate disposizioni amministrative. (Fattispecie nella quale è stata esclusa l'applicabilità di tale clausola in un caso di diffusione di polveri nell'atmosfera provocate nel corso di un'attività produttiva, emissioni vietate dal D.M. 12 luglio 1990, impositivo di misure di cautela e prevenzione molto rigorose).
• Corte di cassazione, sezione III penale, sentenza 17 aprile 2009 n. 16286.
Contravvenzioni concernenti l'incolumità pubblica - Getto pericoloso di cose - Applicabilità della regola dell'equivalenza causale - Sussistenza - Configurabilità del reato sia in forma omissiva che omissiva impropria - Sussistenza. Il reato di getto o versamento pericoloso di cose è configurabile sia in forma omissiva che in forma commissiva mediante omissione (cosiddetto reato omissivo improprio) ogniqualvolta il pericolo concreto per la pubblica incolumità derivi anche dalla omissione, dolosa o colposa, del soggetto che aveva l'obbligo giuridico di evitarlo. (Fattispecie relativa alla diffusione nell'atmosfera di polveri di "clinker", una sostanza sabbiosa utilizzata per la produzione del cemento, prodotta durante le operazioni di scarico dalle navi in appositi silos e di successivo carico sugli automezzi impiegati per il trasporto, provocante fastidi fisici agli occupanti delle abitazioni limitrofe).
• Corte di cassazione, sezione III penale, sentenza 17 aprile 2009 n. 16286.
di Fiorenza Sarzanini
Corriere della Sera, 9 settembre 2019
Sì agli sbarchi se ci sarà accordo per la divisione dei profughi. L'apertura di Parigi. L'obiettivo è dichiarato: ottenere una distribuzione "preventiva" dei migranti che arriveranno in Italia. Accettare gli sbarchi delle navi delle Ong e dei mezzi militari impegnati nei soccorsi nel Mediterraneo, con la garanzia che almeno una parte degli stranieri potranno trovare subito ospitalità negli altri Stati dell'Ue. Per questo la strategia che il premier Giuseppe Conte sta mettendo a punto con i titolari del Viminale, Luciana Lamorgese, e della Farnesina, Luigi Di Maio, punta a superare il trattato di Dublino, ma soprattutto a prendere le distanze dalla gestione all'attacco di Bruxelles voluta da Matteo Salvini.
E dunque la lettera inviata dal ministro degli Esteri francese Jean Yves Le Drian proprio a Di Maio "per avere relazioni più costruttive" è stata accolta come un via libera a quel negoziato già avviato che punta anche a una politica comune sui rimpatri. Un passo importante che in Italia si tradurrà in un nuovo approccio per la sistemazione dei profughi. Lamorgese è il prefetto che con il ministro Marco Minniti mise a punto il protocollo poi applicato a Milano per la cosiddetta "accoglienza diffusa". Piccoli centri - individuati grazie alla collaborazione con sindaci, governatori e associazioni di volontariato - dove si rimane in attesa della decisione sulla richiesta di asilo. Una linea che - come avrebbe detto la ministra Lamorgese durante il primo confronto con Conte - "non rinnego perché si è dimostrata vincente". Il nodo restano le risorse visto che non ci sono i soldi per il pagamento degli straordinari ai poliziotti.
Le quote per la Ue - Il dialogo con le Ong, dopo lo scontro aspro con Salvini, passa da una regolamentazione alla quale il governo non sembra intenzionato a rinunciare. L'Italia non vuole essere l'unico centro di smistamento dei profughi e per questo il negoziato con la Ue prevede al primo punto regole chiare sulla distribuzione di chi sbarca sulle nostre coste. Si discute sulla necessità di procedere con la fissazione delle quote o comunque sulla disponibilità degli altri Stati ad accogliere i migranti quando sono ancora a bordo delle navi.
E dunque non si esclude il ritorno a un progetto comune sul modello "Triton" che prevedeva una gestione condivisa del controllo delle frontiere marittime. In questo quadro si inserisce la revisione del decreto sicurezza che non avrà tempi brevissimi, ma dovrà comunque recepire le indicazioni del Quirinale rispetto alla necessità di rivedere le multe per chi viola i divieti di ingresso tenendo conto "dell'obbligo di prestare soccorso a chi si trova in difficoltà" previsto dalle convenzioni internazionali.
Accoglienza e rimpatri - I grandi centri di accoglienza non sono "sostenibili" e così si pensa a una gestione di piccole strutture per i profughi, proprio come avviene a Milano, ma anche in città di altre Regioni. È quel "senso di squadra" che Lamorgese aveva sottolineato al momento di siglare l'accordo con il sindaco Beppe Sala. Una linea che naturalmente non potrà tralasciare, ed è questo uno dei temi in discussione con la Ue, la previsione di effettuare l'identificazione dei profughi già nei Paesi di origine e comunque di ottenere fondi e collaborazione per i rimpatri. Oltre alle trattative bilaterali dell'Italia per la riammissione negli Stati di partenza, l'obiettivo è la delega alla Commissione europea per un accordo più ampio che coinvolga le strutture internazionali come L'Oim e l'Unhcr, proprio per ribadire la necessità di una strategia condivisa che non faccia tornare il nostro Paese ad essere "l'unica porta d'Europa". E dunque metta a disposizione i fondi, ma soprattutto i mezzi necessari.
I soldi per la polizia - La necessità di reperire risorse del resto trova conferma nella lettera inviata il 5 settembre dal dipartimento di pubblica sicurezza al sindacato Silp Cgil che sollecitava il pagamento degli straordinari fatti nel 2018 e nel 2019. "Le prestazioni - si sottolinea - potranno essere messe in liquidazione in presenza delle accertata disponibilità finanziaria. Le ore di straordinario rese nel 2018 qualora non liquidate e non recuperate entro il 31 dicembre 2019, saranno comunque retribuite entro il 2020.
Sono in corso le iniziative finalizzate al reperimento delle risorse aggiuntive". Messaggio esplicito che fa dire al segretario Daniele Tissone: "Per 14 mesi abbiamo avuto un ministro dell'Interno che ha parlato di sicurezza ogni giorno sui social, ma non ha messo risorse sufficienti per le esigenze dei "suoi" poliziotti. Il nuovo governo non potrà fare miracoli, ma pretendiamo e auspichiamo un cambio di rotta".
Il Gazzettino, 9 settembre 2019
Giovedì alle 11, al centro San Gaetano di via Altinate, verranno presentate ufficialmente la nuova stagione della Polisportiva Pallalpiede e le nuove divise di gioco. All'evento parteciperà Paolo Condò, opinionista di Sky e per decenni prestigiosa firma della Gazzetta, che presenterà anche il suo ultimo libro, La storia del calcio in 50 ritratti.
La Polisportiva Pallapiede, nata all'interno del carcere Due Palazzi, è l'unica squadra di calcio in tutta Italia formata da detenuti e regolarmente iscritta ad un campionato di calcio della Figc. Pallalpiede partecipa da quattro anni ai tornei della terza categoria padovana, pur se con la formula del fuori classifica, e da domenica 22 settembre inizierà la quinta stagione: quest'anno è stata inserita nel girone A. Un'esperienza nata dalla volontà della professoressa Lara Mottarlini, che lavora per il recupero e il reinserimento dei detenuti.
"La prigione è un luogo di sofferenza, anche quando si tratta di una prigione moderna - spiega la professoressa Mottarlini - ma deve recuperare i detenuti, prepararli al reinserimento. La pratica sportiva è un fatto positivo, uno sport di squadra come il calcio lo è ancora di più, perché spinge alla cooperazione e alla accettazione degli altri". Per entrare in squadra vi sono alcune regole molto precise, come la buona condotta in carcere, ma ancora più interessante è il codice etico imposto ai giocatori, che non devono mai protestare contro l'arbitro, che devono rispettare gli avversari e devono evitare il gioco violento. Anche per questo motivo, la squadra ha conquistato quattro coppe disciplina di seguito, mostrando di accettare le regole dello sport meglio di qualsiasi altra formazione. Lo staff tecnico non è cambiato rispetto all'anno scorso: l'allenatore sarà ancora Fernando Badon, affiancato dal vice Walter Ballarin.
ilpost.it, 9 settembre 2019
Alla repressione ha preferito il reinserimento, alla giustizia penale ha anteposto il sistema sanitario: sta funzionando, ma è una soluzione solo parziale. Nicholas Kristof, giornalista di lungo corso e opinionista del New York Times, ha raccontato come secondo lui la città di Seattle, nello stato di Washington, ha "capito come far finire la guerra alla droga", intesa come l'approccio repressivo nei confronti dei consumatori di sostanze stupefacenti. Kristof ha scritto che "Seattle sta decriminalizzando l'uso delle droghe pesanti" e anziché sul carcere, e quindi sulla repressione, sta puntando più sull'assistenza medica e il reinserimento di chi è dipendente. Secondo Kristof è un "approccio pionieristico che dovrebbe essere preso a modello dal resto degli Stati Uniti".
L'approccio di cui si parla è pioneristico soprattutto per gli Stati Uniti, visto che è usato da decenni in molti paesi europei (come il Portogallo da quasi vent'anni): come ha detto la Global Commission on Drug Policy, "criminalizzare chi usa le droghe è inefficace e nocivo". Ma è interessante che l'approccio inizi a essere adottato anche negli Stati Uniti, storicamente focalizzati sulla repressione più che sul recupero dei tossicodipendenti.
Per aiutare chi legge a farsi un'idea della situazione, Kristof scrive che "negli Stati Uniti ogni 25 secondi viene arrestata una persona per possesso di droga" e che "oggi gli americani che muoiono ogni anno per overdose sono più di quelli morti nelle guerre in Vietnam, Afghanistan e Iraq". Secondo alcune stime, quasi un americano su due ha un parente o un amico con un problema di dipendenze.
Nel suo articolo Kristof fa in genere riferimento alle cosiddette droghe pesanti, come l'eroina o le metanfetamine, ma parla anche di sostanze per ora meno presenti in Italia, come il fentanyl, un oppioide cento volte più forte della morfina. Oltre alle droghe "tradizionali", quindi Kristof fa riferimento anche a sostanze più recenti, in certi casi persino legali (in certe dosi e a certe condizioni).
Per spiegare l'approccio di Seattle, Kristof ha scritto: "Sta attingendo meno al sistema della giustizia penale e più a quello della sanità pubblica". Da qualche tempo chi a Seattle viene trovato in possesso di un piccolo quantitativo di droga, quello che si presume sia per il consumo personale e non per lo spaccio, non viene incriminato ma viene assistito tramite una serie di consulenze e servizi sociali.
A prescindere dal tipo di droga. Kristof ammette che è "un modello che sta avendo sempre più consensi dagli esperti di sanità statunitensi e mondiali", ma aggiunge che "continua a scioccare molti americani". Kristof scrive che essendo molti americani abituati a sentir parlare di "guerra alle droghe" (il primo a parlarne fu, quasi mezzo secolo fa, l'allora presidente Richard Nixon), scelte come quelle di Seattle sono viste come una sorta di parziale "ritirata".
Il principale responsabile della nuova politica sulle droghe di Seattle è Dan Satterberg, procuratore distrettuale della contea di King, di cui Seattle fa parte. Satterberg ricopre l'incarico dal 2007 e ha raccontato al New York Times di aver avuto una sorella minore morta per una malattia causata da alcune sue precedenti dipendenze da alcol e droghe.
Nel 2011 Satterberg fu tra i promotori del programma Lead, acronimo di Law Enforcement Assisted Diversion: prevedeva che anziché arrestare chi compiva certe attività (come il consumo di droga ma anche la prostituzione), i poliziotti provassero, specie se in presenza di atteggiamenti non violenti e almeno in parte concilianti, a fornire assistenza e indirizzare le persone verso i servizi sociali. Kristof ha parlato di un "grande successo quasi immediato", per Lead: nel farlo, ha citato uno studio indipendente che nel 2017 mostrò come le persone assistite tramite Lead avessero il 58 per cento di possibilità in meno di farsi arrestare rispetto a quelle non assistite dal programma. Chi passava da Lead aveva anche possibilità notevolmente più alte di trovare e tenere una casa e un lavoro.
Per funzionare, Lead ha bisogno di fondi: si parla di almeno 350 dollari al mese per ogni persona assistita: "costa meno del carcere, dei processi e dei costi associati alla presenza di un senzatetto". Kristof lo descrive come un progetto che, guardando le cose nel loro complesso, "si ripaga da sé", perché una persona dipendente da droghe alla lunga ha costi maggiori per la collettività di quelli che si devono sostenere per farla uscire da quella dipendenza.
Poco meno di un anno fa, nel settembre 2018, Satterberg proseguì per la sua linea e annunciò che la contea di cui era procuratore distrettuale non avrebbe incriminato chi fosse stato trovato in possesso di meno di un grammo di ogni tipo di sostanza. È una decisione rilevante perché nel caso di certe sostanze, come l'eroina, un grammo è più di quanto si assume in genere in una singola dose (in estrema sintesi: in Italia la legge parla di microgrammi di principio attivo, negli Stati Uniti varia molto da stato a stato). Significa quindi che, vedendo funzionare il programma, Satterberg decise di allargare ancora un po' le maglie di chi poteva usufruirne, evitando un processo e l'eventualità del carcere.
Sebbene il progetto stia funzionando (e ci siano piani per decine di progetti simili in altre città statunitensi), continua a esserci chi non lo vede di buon occhio. Tra i critici di cui parla il New York Times, qualcuno se la prende contro l'eccessiva decriminalizzazione di droghe pesanti come l'eroina, qualcun altro pensa che così facendo si tolga autorità alle forze dell'ordine. C'è poi chi sostiene, scrive Kristof, che "anche solo la minaccia del carcere possa essere utile per forzare le persone a partecipare e programmi di cura e reinserimento". Kristof ricorda però che, nonostante le critiche, "è difficile trovare una politica che abbia fallito in modo più definitivo della "guerra alle droghe", che "è costata migliaia di miliardi di dollari e ha rovinato decine di milioni di vite" senza però risolvere il problema e anzi, forse, accentuandolo.
Ma lo stesso Kristof ammette che le azioni intraprese da Seattle sono solo una parte della possibile soluzione, perché la città "ha fatto un ottimo lavoro nel fermare la guerra alle droghe, ma ancora non è stata capace di finanziare la guerra alle dipendenze", che secondo lui è quella che andrebbe combattuta. La città deve investire ancora di più nel sistema sanitario, per assicurare a chiunque abbia una dipendenza da una sostanza stupefacente di poter avere la necessaria consulenza e il necessario supporto, sul piano fisico ma anche psicologico.
di Andrea Montanari
La Repubblica, 9 settembre 2019
Le nuove politiche che devono superare la disumanità non devono perdere di vista le richieste di legalità dei cittadini. Giorgio Gori, sindaco di Bergamo del Pd, sull'immigrazione scrive in un tweet: "C'è voglia di voltare pagina, ma gli italiani chiedono posizioni meno rigide quindi eviterei di passare da porti chiusi ad accogliamoli tutti".
Sembra la posizione dell'ex ministro Matteo Salvini. Ha cambiato idea?
"Questo lo può dire solo chi vede questo tema in chiave binaria. O tutto bianco o tutto nero, ma non è così".
Allora, com'è?
"Mi pare che ci sia il desiderio di uscire da una fase di gesti palesemente disumani che hanno comportato oltretutto la violazione del diritto internazionale. Dico solo: attenzione a non passare all'eccesso opposto".
Cioè?
"Il sondaggio che dice che solo l'11 per cento degli italiani chiede posizioni meno rigide sull'immigrazione non dice che gli italiani sono diventati disumani o razzisti. Dice che queste persone vanno salvate, ma che questa politica va fatta insieme alla garanzia di legalità e sicurezza che in passato sono mancate. Un partito di governo deve saper dare una risposta".
Quindi?
"In Italia ci sono più di mezzo milione di irregolari che vengono sfruttati con il lavoro nero. Non mi sembra un grande risultato".
Cosa intende dire?
"Il problema del controllo dei confini deve essere affrontato a livello europeo. La missione Sofia è stata prorogata, ma senza le navi. Una scelta vergognosa. Ora che l'Italia è uscita dall'angolo nel quale l'aveva cacciata il passato governo deve riproporre il tema della modifica del trattato di Dublino. L'idea che di tutti i migranti si debba far carico l'Italia non esiste. Anche la sinistra deve ammettere che sulla gestione a terra abbiamo fallito".
Con chi ce l'ha?
"Abbiamo governato dal 2013 al 2018 e il tema dell'accoglienza non ce lo siamo mai posto seriamente. Su ciò che accade dal giorno dopo alla decisione su chi ha diritto alla protezione e chi no non si è fatto nulla. E questo produce una condizione di necessario degrado che si scarica sui territori. Da qui nascono le paure dei cittadini su cui prospera la propaganda leghista".
Intende dire che non basta dire basta con l'odio?
"Bisogna fare delle cose. Salvo la politica sui flussi di Minniti, sul fronte della gestione a terra abbiamo subito il fenomeno. Se ora tornassimo alla gestione di Alfano sarebbe un grandissimo regalo alla destra di Salvini".
Ora che al Viminale c'è Luciana Lamorgese, cosa si aspetta?
"Un cambio di passo. Abbiamo già visto come da prefetto di Milano la ministra Lamorgese abbia avuto le capacità per affrontare un problema del genere. Sa perfettamente che non si tratta di fare dichiarazioni, ma di mettersi a lavorare per trovare una terza via".
Il decreto sicurezza bis è da cancellare?
"Tenere conto dei rilievi del presidente Mattarella mi sembra il minimo. Servono profonde modifiche per togliere l'idea repressiva dei porti chiusi".
di Christian Rocca
La Stampa, 9 settembre 2019
La legittimazione civile e morale del nuovo governo Conte passa da una sola questione, allo stesso tempo costituzionale e umanitaria, riassumibile nell'hashtag #fateliscendere che da mesi popola i social network e le coscienze degli italiani.
Se davvero il Presidente del Consiglio Giuseppe Conte vuole segnare una discontinuità reale col precedente governo sovranista da lui presieduto dovrà finalmente dire, una volta per tutte e senza giri di parole, che in Italia i porti restano aperti. Che gli italiani salvano i naufraghi e, scampato il pericolo, immediatamente li ricoverano e li curano, con mille ringraziamenti alle organizzazioni non governative, fino all'altro ieri calunniate come "taxi del mare", per aver svolto le tempestive operazioni di salvataggio dei disperati.
Oggi Conte parlerà alle Camere di cose molto importanti e decisive per il nostro paese, a cominciare dalle ragioni della nuova maggioranza parlamentare e dalla legittimità della nuova formula politica Cinque Stelle-Pd.
Dal premier ci si aspetta un riposizionamento dell'Italia sull'asse atlantico, dopo le infatuazioni russe e cinesi del precedente esecutivo, un atteggiamento collaborativo e non antagonista con Bruxelles e qualche indicazione sulla prossima legge di bilancio e sulle relative coperture finanziarie.
Ma saranno solo parole al vento se Conte non annuncerà una svolta a 180 gradi sull'immigrazione, culturale ancora prima che politica, sulle misure di accoglienza e di integrazione, sulle modifiche al regolamento di Dublino, magari questa volta partecipando ai vertici europei, e sull'urgenza di salvare e far sbarcare i naufraghi.
Le parole sono importanti, così come le azioni, per questo sarebbe serio che Conte scegliesse di affrontare senza indugi il decreto sicurezza bis, sposando le perplessità del Quirinale e gli aspetti di incostituzionalità rilevati da più parti, oltre che da una sentenza, oppure che prendesse spunto dalle parole pronunciate dall'attore Luca Marinelli al momento del ritiro della Coppa Volpi al Festival di Venezia, magari per dedicare la prossima azione di governo, al modo di Marinelli, "a tutte le persone splendide che sono in mare a salvare altri esseri umani che fuggono da situazioni inimmaginabili", persone che vanno ringraziate anche per "averci evitato di fare una figura pessima con noi stessi e con il prossimo".
Le difficoltà politiche di questa svolta sono chiare e visibili: ripudiare le iniziative del governo precedente non è facile, non solo perché il Presidente del Consiglio è il medesimo, ma anche perché nei mesi scorsi i cinque stelle non sono stati semplicemente una forza politica al traino di Salvini, al contrario sono stati volenterosi complici di una stretta anti immigrati progettata dalla società di web marketing Casaleggio Associati sulla base del sentimento popolare colto nella rete.
Anche le obiezioni politiche sono evidenti, a cominciare da quella per cui i governi non sono enti benefici, come le organizzazioni umanitarie, ma semmai strumenti esecutivi al servizio della comunità. I governi però non sono nemmeno organizzazioni disumane e non c'è bisogno di essere idealisti o sognatori per sostenere che salvare le donne e gli uomini in mare rientri perfettamente nei doveri di un governo di un paese civile. Il secondo governo Conte, dunque, per essere credibile deve mostrarsi profondamente diverso dal precedente, meno "Conte bis" e più "Conte nuovo". Del resto, che cosa ci starebbero a fare il Partito Democratico e Liberi e Uguali in una maggioranza politica che non si distingue da quella nazional- populista sulla questione più appariscente e salviniana degli ultimi mesi?
di Nando Dalla Chiesa
Il Fatto Quotidiano, 9 settembre 2019
Lavora con la più grande università dell'America latina e collabora con l'Unodc, l'Agenzia Onu contro droga e crimine. Coyoacan, il grande e bel quartiere, oltre mezzo milione di abitanti, di Città del Messico. All'Istituto italiano di cultura quaranta persone discutono di criminalità e violenza. Sono studiosi, ex funzionari di polizia, magistrati, scrittori e giornalisti.
Li ha messi a convegno un docente di diritti umani dell'università di Sor Juana. Il dibattito ferve. I tragici numeri messicani, le cose da fare, i confronti con l'Italia, lo Stato e la fiducia nelle istituzioni. Finché la discussione cade, come è inevitabile, sulla violenza che colpisce le donne. Un esperto spiega con inflessibile neutralità che tecnicamente il femminicidio è un omicidio che colpisce una appartenente al genere femminile.
Ma a quel punto due mani si levano in fondo alla sala, nell'angolo a destra dei relatori. Bisogna sporgersi per capire di chi siano, perché le titolari sono in seconda fila. "Non è una forma di omicidio, è un delitto particolare, è un crimine di genere. Il suo significato sta nel colpire le donne proprio in quanto donne".
È il cuore della questione, un principio fondamentale che il movimento di autodifesa femminile afferma con forza. Lo scrive anche sui muri della città infinita. Se si allunga un po' il collo si vede meglio. A parlare è una donna molto giovane, dai lunghi capelli bruni. È un'italiana, si chiama Giulia Marchese. Resto sempre affascinato da questo fenomeno dei giovani italiani che guidano la rivolta contro le mafie di ogni tipo in qualsiasi paese del mondo mi capiti di andare. La ragazza sembra fra l'altro solida di studi e di ricerche.
Sostiene bene il confronto, spalleggiata da un'altra donna italiana che spiega di avere collaborato con una nostra deputata, Anna Serafini, al testo di una proposta di legge contro la violenza verso le donne. Quando tutto è finito, Giulia si racconta. Lavora con la Unam, la Universidad nacional autònoma de México, il più grande ateneo dell'America latina, circa 350mila studenti. E ha avuto di recente una consulenza dall'Unodc, l'agenzia delle Nazioni unite contro la droga e il crimine. È venuta qua da Milano, ma è siciliana, come suggerisce lo speciale taglio degli occhi chiari. Una storia particolare. Nonni di origini modeste, uno contadino nel catanese l'altro bigliettaio sugli autobus a Palermo.
"La mia è una famiglia povera in tutti e due i rami. Appena uno dei genitori ha avviato una attività soddisfacente sono arrivate addosso le arpie. Così cene siamo andati a Milano, a vivere liberamente". A lei ragazza però non è bastata Milano. Dopo la libertà dai ricatti siciliani, ha cercato infatti la libertà anche dalla famiglia. Università via da casa, classicamente. Laurea in Sviluppo locale e globale a Bologna. Poi il dottorato di ricerca, in una rapidissima sequenza di successi accademici. Dalla Germania, università di Francoforte, fino a Città del Messico.
Danno il capogiro questi movimenti da globalizzazione integrale, che per i giovani talenti non è affatto problema ma vento imperdibile. Oggi Giulia è impegnata in una ricerca in cui fonde le sue due grandi originarie passioni: la geografia umana e gli studi di genere.
Cerca di costruire mappe rivelatrici; di geolocalizzare - come si dice - la violenza che si abbatte contro le donne in Messico. Ed è tornata dalle vacanze italiane apposta per tenere nella sua università un convegno sul femminicidio, il crimine che ci risospinge nei buchi neri dell'antropologia. Due giorni interi, 22 e 23 agosto.
Lo ha promosso con Patricia Martha Castaneda Salgado e un'altra italiana, Emanuela Borzacchiello, dell'università Complutense di Madrid. Reflexiones actuales sobre feminicidio. Una mano aperta al centro nell'atto di fermare qualcosa, davanti al volto semicoperto di una donna. Sette sessioni, una delle quali intitolata "Nemmeno un passo indietro".
E una che spiega quell'intervento dal fondo della sala: "Come nominare la violenza? Proposta per un nuovo vocabolario". La cultura, il linguaggio. Le donne messicane provano a cambiare il vocabolario perché il mondo capisca meglio il dramma che si è abbattuto su di loro nel già grande mattatoio nazionale. E che a combattere con loro ci sia questa italiana di 27 anni mi ispira un sottile sentimento di orgoglio.
"Se qui in Messico mi sembra di essere un po' in Sicilia? Certo. Anzi, a essere sincera, io sono venuta qui a cercare la Sicilia, a darmi un nuovo punto di vista sulla mia storia. A provare a capirla fino in fondo". Così gli insondabili misteri della coscienza e dell'anima portano a ingaggiare le battaglie più ardue.
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