di Lorenzo Cremonesi
Corriere della Sera, 9 settembre 2019
Oggi i talebani operano in oltre il 60 per cento del Paese, i loro attacchi sono quotidiani. Ci si può fidare degli eredi del mullah Omar? Ha una lunga storia di fraintendimenti, false partenze e violenze rancorose l'iter dei negoziati tra americani e talebani che per l'ennesima volta ha subito una battuta d'arresto nelle ultime ore.
Punto più chiaro delle intese, raggiunte a Doha (e ora messe in dubbio) dopo quasi un anno di colloqui tra l'inviato speciale americano, Zalmay Khalilzad, e la delegazione talebana guidata da Abdul Ghani Baradar, è che almeno 5.400 soldati americani avrebbero dovuto lasciare 5 basi in Afghanistan a breve. Altre migliaia, oltre a circa 6.000 alleati Nato (tra cui 700 italiani), avrebbero però dovuto restare nel Paese per accompagnare il nodo molto più controverso dei tentativi di dialogo tra la delegazione di 15 membri organizzata lo scorso luglio dal presidente afghano Ashraf Ghani e i talebani.
La difficoltà maggiore resta però nel fatto che i talebani continuano a considerare gli esponenti del governo di Kabul come "marionette" di Washington e per ora non è noto come le due parti possano trovare un accordo di coesistenza pacifica. Si era pensato ad un cessate il fuoco e all'eventualità di negoziati "inter-afghani" in Norvegia il mese prossimo. Sino ad ora alcuni deputati del parlamento afghano (tra loro anche due donne) hanno tenuto due incontri informali a Mosca con i rappresentanti talebani, senza sortire alcun risultato.
Elemento centrale nella determinazione Usa di continuare comunque la trattativa era stato già nel dicembre 2018 l'impegno talebano a evitare che "forze straniere" potessero insediarsi nel Paese e creare nuove basi d'azione per il terrorismo internazionale. Ovviamente gli americani cercano garanzie affinché non si ripeta una situazione simile a quella alla fine degli anni Novanta, quando il Mullah Omar accolse Osama Bin Laden e le forze militanti di Al Qaeda.
Fu dalle loro basi nascoste tra Jalalabad e le montagne di Tora Bora che si pianificarono gli attentati dell'11 settembre 2001. Negli ultimi tempi il rischio è che alla minaccia di Al Qaeda possano aggiungersi i reduci di Isis in fuga da Siria e Iraq e attivi in Afghanistan, pericolosi concorrenti per gli stessi talebani.
Al cuore della contesa stanno problematiche profonde, che coinvolgono visioni, mentalità e culture politiche assolutamente opposte sul futuro dell'Afghanistan, ma soprattutto risultano esacerbate dal braccio di ferro tra i Paesi limitrofi. I talebani non hanno in verità mai abbandonato l'ideologia politico-religiosa dello Stato islamico integralista, radicata nell'etnia pashtun e legata alle potenze sunnite che fanno capo a Pakistan e Arabia Saudita.
Già nei primi mesi del 2002, subito dopo l'invasione a guida americana, avevano proposto un cessate il fuoco generale in cambio dell'amnistia da parte di Washington. Ma a quel tempo la loro disfatta sembrava totale e gli americani erano impegnati nella caccia senza quartiere contro Bin Laden e il Mullah Omar. Per alcuni anni, dopo la crescita della presenza Nato-Isaf a oltre 131.000 uomini e lo sviluppo della società civile assieme al processo democratico, sembrarono battuti. Fu solo verso il 2006 che la guerriglia talebana, sostenuta dai gruppi islamici nelle Zone Tribali pakistane, riprese a farsi sentire. Da allora la situazione è mutata radicalmente. Oggi i talebani operano in oltre il 60 per cento del Paese, i loro attacchi sono quotidiani. Tanto da mettere a rischio le elezioni presidenziali, già rinviate due volte, e ora previste per il 28 settembre.
di Federico Capurso
La Stampa, 8 settembre 2019
Ferma la volontà di fissare una durata massima di sei anni nei processi. Giarrusso: "Da Orlando una sparata inattesa". Se il vicesegretario Pd Andrea Orlando chiede, pur senza ultimatum, che si "ricominci la discussione" sulla riforma della giustizia targata Cinque stelle, è evidente che sul testo non ci sia ancora sintonia tra i nuovi alleati.
di Gianni Barbacetto
Il Fatto Quotidiano, 8 settembre 2019
Il vicesegretario del Nazareno vuole ridiscutere la riforma Bonafede. Nel mirino finiscono anche le intercettazioni. Se il buon giorno si vede dal mattino, la giornata del governo M5s-Pd promette tempesta. I ministri non si sono ancora seduti dietro le loro scrivanie e già dichiarazioni e interviste marcano le differenze e annunciano conflitti.
abruzzoweb.it, 8 settembre 2019
"L'operazione anti-terrorismo islamico con gli arresti operati tra cui l'imam della moschea Dar Assalam di Martinsicuro, nel Teramano, già condannato in via definitiva per associazione con finalità di terrorismo internazionale, è la semplice conferma dell'allarme che, inascoltati, abbiamo lanciato da molto tempo: le carceri sono diventate il luogo privilegiato per il reclutamento di terroristi".
articolo21.org, 8 settembre 2019
La Consulta tenga conto delle sentenze della Corte europea. Dopo 5 mesi è giunta alla Corte Costituzionale l'ordinanza del tribunale di Salerno sulla incostituzionalità della legge che prevede il carcere per i giornalisti condannati per diffamazione. Ora spetterà al presidente Giorgio Lattanzi fissare l'udienza dopo la pubblicazione sulla Gazzetta ufficiale.
È stato l'avvocato Giancarlo Visone a sollevare l'eccezione per il Sindacato unitario dei giornalisti della Campania, anche in relazione alla eventuale violazione della Convenzione europea dei diritti dell'uomo (art.10), in un processo per diffamazione nei confronti del direttore e di un collaboratore del quotidiano "Roma".
"Sono anni che chiediamo al legislatore di intervenire sul carcere per i giornalisti, un limite sostanziale alla libertà di informazione e quindi al sistema democratico del nostro Paese. Su questo tema abbiamo già incassato a Napoli il 18 giugno scorso l'impegno del primo ministro Giuseppe Conte.
Sono anni, tuttavia, che proposte di legge sul tema restano nei cassetti delle commissioni parlamentari. Ci auguriamo, per questo, che la Consulta intervenga tenendo conto delle sentenze della Corte europea dei diritti dell'uomo, che ha più volte dichiarato il carcere incompatibile con il diritto di cronaca", affermano il segretario e il presidente della Fnsi, Raffaele Lorusso e Giuseppe Giulietti, e il segretario del Sugc, Claudio Silvestri.
di Antonella Mascali
Il Fatto Quotidiano, 8 settembre 2019
In Italia sono 19 gli uffici con una carenza di organico togato superiore al 20%. E nessuno (o quasi) ci vuole andare. In magistratura scarseggiano i giudici. Non dappertutto, ma nei distretti giudiziari storicamente "disagiati" ed evitati da tante toghe per le indagini pericolose e/o per i carichi di lavoro.
di Marco Zatterin
La Stampa, 8 settembre 2019
L'ex Guardasigilli del governo Monti: per una giustizia efficace più investimenti e tribunali specializzati. Una revisione del decreto Giustizia potrebbe generare qualche opportunità interessante. "Questo è un terreno dove le intese sono possibili", concede Paola Severino, avvocato e vicepresidente della Luiss.
di Giuseppe Crimaldi
Il Mattino, 8 settembre 2019
Si sono dati appuntamento ieri in piazza Nazionale per "dare voce a chi non ce l'ha", come ha spiegato la moglie di un recluso. Una manifestazione - quella organizzata ieri da alcuni movimenti e da semplici cittadini.
Una cinquantina di persone - soprattutto donne: madri, moglie e figli di persone che scontano in carcere i loro debiti con la giustizia. Scopo della manifestazione, che si è svolta pacificamente, resta quello di denunciare le drammatiche, talvolta addirittura inumane condizioni di vita dei detenuti di Poggioreale.
Un carcere che vanta il triste primato del più elevato sovraffollamento d'Italia e d'Europa. I parenti dei reclusi denunciano anche casi di presunta malasanità, di lentezze esasperanti per chi vive in cella ma ha bisogno di assistenza sanitaria, e di condizioni quotidiane allucinanti: ci sono celle nelle quali vengono ospitate fino a dieci-dodici persone.
A Poggioreale, sottolineano i manifestanti, l'obiettivo del recupero umano e sociale del detenuto è solo una chimera. In prima linea tra gli organizzatori c'era Pietro Ioia, che ha fondato l'associazione detenuti organizzati (e denunciato alla magistratura inquirente anche presunti, gravi casi di maltrattamenti a Poggioreale nella cosiddetta "Cella zero"); presenti anche i Radicali, con l'avvocato Raffaele Minieri, e rappresentanti del centro sociale "Iskra" di Bagnoli.
di Sergio Cotti
L'Eco di Bergamo, 8 settembre 2019
La direttrice Mazzotta: "Servono rinforzi, porte aperte". Sono 511 i carcerati, 300 con pena definitiva a cui proporre attività. Insegnanti, mediatori, tecnici, o semplicemente persone che abbiano sviluppato competenze nelle relazioni umane.
Sono le figure (professionali e non) che il carcere di Bergamo sta cercando per dare una nuova spinta all'attività di volontariato alla casa circondariale di via Gleno. L'appello è arrivato direttamente dalla direttrice del carcere, Teresa Mazzotta, nel corso di un incontro sul tema della giustizia organizzato all'oratorio della Celadina, a cui ha partecipato anche don Virgilio Balducchi, storico cappellano del penitenziario cittadino.
La presenza di volontari si va assottigliando - ha ammesso la direttrice del carcere. Quelli che ci sono stanno diventando anziani, oppure hanno impegni familiari più pressanti o ancora sono legati a progetti a tempo determinato". Oggi quelli "fissi" sono appena 30-35, ma ne servirebbero molti di più. "Più persone entrano in carcere, meglio è - ha aggiunto Mazzotta. Abbiamo bisogno di due categorie: quelli che possano dare un sostegno morale alle persone che sono all'interno, penso soprattutto ai giovani tra i 18-25 anni, a chi entra in carcere per la prima volta e a chi è stato allontanato dalla propria famiglia e poi c'è chi può contribuire, con le proprie competenze, a trasmettere cultura e formazione".
Il carcere ha stretto collaborazioni con istituti superiori e università, in particolare con l'istituto alberghiero ("Perché il territorio lombardo chiede in particolare questo tipo di professionalità", ha rivelato Mazzotta), ma non tutti gli indirizzi sono coperti.
"C'è chi, entrando, ha sospeso percorsi di studio tecnico-commerciale o professionale - ha detto ancora la direttrice - che potrebbero essere accompagnati da insegnanti esterni per arrivare poi a sostenere gli esami da privatisti". Insomma chi ha competenze, ma basta anche una semplice vocazione al volontariato, può bussare alle porte del carcere, attraverso un'associazione oppure anche come privato cittadino; all'amministrazione penitenziaria il compito di vagliare le proposte e di inserire forze nuove tra le fila sempre più scarne dei volontari che operano all'interno della struttura.
Una buona notizia arriva invece dal mondo del lavoro: sui 511 detenuti del carcere di via Gleno, oltre 300 sono quelli che stanno scontando una pena definitiva: tutte persone che avrebbero bisogno di studiare o di lavorare. L'amministrazione penitenziaria riesce a provvedere a un'ottantina di loro; per gli altri servono accordi con enti esterni (amministrazioni pubbliche, cooperative, aziende).
"Negli ultimi mesi - ha concluso Mazzotta - grazie anche alle attività di informazione che abbiamo promosso all'esterno del carcere, 8-9 aziende si sono fatte avanti, offrendo opportunità di lavoro. In particolare, stiamo vagliando alcune attività di formazione legate all'istituto alberghiero e ai settori dell'assemblaggio e della robotica. C'è qualcuno che si è addirittura proposto di investire all'interno della Casa circondariale per creare piccoli laboratori e professionalizzare queste persone, per poi assumerle una volta che avranno espiato la loro pena".
ladiscussione.com, 8 settembre 2019
Il 13 settembre prossimo, in occasione della celebrazione per l'inizio del nuovo Anno, sarà presentata la nuova Lettera pastorale del Cardinale Sepe sulla sesta opera di misericordia corporale: "Visitare i Carcerati". Il pastore della Chiesa napoletana, con estrema lucidità, prende le mosse dall'approccio della gente comune, poco avvezza finanche a parlare di questo mondo quasi come se non esistesse: vi è "la diffusa convinzione che chi si è macchiato di un delitto debba pagare le conseguenze della sua condotta e marcire in galera".
Questa impostazione, contraria alla Carta del 1948, non tiene conto del fatto che "oggi la popolazione carceraria è formata in gran parte da poveri disgraziati e reietti, che non hanno le risorse necessarie per difendersi adeguatamente. Sono sconfitti dalla vita prima di essere delinquenti".
Se a questo si aggiungono le condizioni disumane del carcere si crea un mix esplosivo fatto di "sete di rivalsa" e "sordo rancore per la società". "La giustizia - spiega l'ex collaboratore di San Giovanni Paolo II, citando l'episodio dell'adultera e del tentativo di lapidazione, scongiurato da Gesù con la celebre sentenza "chi è senza peccato scagli la prima pietra" (Gv 8,7) - non consiste semplicemente nel punire i colpevoli. Occorre prendersi cura di loro, creando opportune strutture di prevenzione, mettendo in atto incisive forme di vicinanza e di ascolto".
Visto il clima che si respira i la Lettera pastorale potrebbe innescare qualche polemica. Ma, è bene rimarcarlo a scanso di equivoci, il pastore della seconda Diocesi d'Italia non ha invaso un campo riservato ad altri protagonisti della vita pubblica, né si tratta di un "buonista": "Il carcere - scrive - è chiesa, perché casa dell'uomo e casa di Dio! È il dolore che rende sacro quello spazio, come rese sacro il colle del Calvario, dove fu eretta la Croce di Cristo, dove sulla Terra fu sparso il sangue del figlio dell'Uomo".
Di qui la scelta di caratterizzare ancora di più l'impegno della Diocesi in questa direzione, non solo attraverso il Centro di Pastorale Carceraria, organizzato per accogliere detenuti in affido e offrire a loro la possibilità di imparare mestieri di artigianato da esercitare una volta rientrati nella vita sociale", ma anche mediante alcune altre iniziative concrete: provvedere ad un'anagrafe dei reclusi della propria zona pastorale; adottare un detenuto e la sua famiglia, anche di un'altra parrocchia: coinvolgere i detenuti stessi nell'attività di evangelizzazione e di sostegno; sviluppare un piano decanale d'insieme con istituzioni, associazioni, privati disponibili".
- Pescara. Torna il Festival della Melodia nel carcere di San Donato
- Cuneo. I detenuti del carcere di Saluzzo presentano "Scusate l'attesa"
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