tuttosanita.com, 20 luglio 2019
La Asl Napoli 1 Centro e la Uiepe (Ufficio Interdistrettuale di Esecuzione Penale Esterna) insieme per implementare programmi socio-riabilitativi per i detenuti tossicodipendenti. Sottoscritto un protocollo che mira a potenziare l'attuazione delle misure alternative alla detenzione per i tossicodipendenti sottoposti a provvedimenti penali.
Un protocollo voluto dal Commissario Straordinario dell'Asl Napoli 1 Centro Ciro Verdoliva quanto dal Direttore dell'Ufficio Interdistrettuale di Esecuzione Penale Esterna er la Campania Maria Bove, e che vede la determinante collaborazione del Direttore del Dipartimento Dipendenze Stefano Vecchio e della Responsabile della Unità Operativa Dipartimentale (Uosd) Strutture Intermedie Marinella Scala.
La normativa del settore, sulla scorta del percorso tracciato dalla storica legge del Sen. M. Gozzini e dall'impegno istituzionale multiforme di Alessandro Margara, prevede che i tossicodipendenti possano fruire di misure alternative alle pene per i reati commessi, in quanto prevalentemente collegati alla loro relazione con le droghe, seguendo programmi socio-riabilitativi all'interno di uno o più dei servizi per le dipendenze (Serd, Centri Diurni, Comunità Terapeutiche).
"Si inaugura una nuova stagione di attività congiunte con Uiepe - commenta Ciro Verdoliva. Il protocollo e il progetto Deeply rappresentano un nuovo tassello nella realizzazione del modello territoriale diffuso e articolato di servizi afferenti al Dipartimento delle Dipendenze che rappresentano uno dei nodi strategici e innovativi della attuale Direzione strategica della Asl Napoli 1 Centro".
In questo quadro si inserisce la sottoscrizione del protocollo tra la Asl Napoli 1 Centro e la Uiepe, che prevede un finanziamento per la realizzazione del progetto Deeply con la prima attivazione di quattro tirocini formativi che prenderanno vita nei due orti sociali gestiti dal Centro Diurno Lilliput (nel quartiere Ponticelli) e dal Centro Diurno Palomar (realizzato in via Manzoni). Progetti che vanno a potenziare e rinforzare i programmi socio-riabilitativi orientati al lavoro già in corso nelle due strutture.
Il Dipartimento delle Dipendenze della Asl Napoli 1 Centro ha infatti una lunga storia di progetti per l'esecuzione delle misure alternative alla detenzione, in particolare all'interno dei quattro Centri Diurni (Centro Aleph, Centro Arteteca, Centro Lilliput, Centro Palomar), afferenti alla Uosd Strutture Intermedie, con programmi socio-riabilitativi personalizzati e originali, implementati nel tempo anche con progetti finanziati dalla Regione Campania finalizzati più specificamente alla formazione professionale.
In questa logica è stato istituito uno sportello di orientamento per le misure alternative, nell'ambito del "Progetto IV Piano", che integra l'attività della UO SerD Area Penale ed è stato attivato un circuito regionale e nazionale di Comunità Terapeutiche che consente di personalizzare e velocizzare l'esecuzione delle misure alternative.
"Questo protocollo - dice il Direttore della Uiepe - conferma e rafforza la collaborazione con l'Asl Napoli 1 Centro, in particolare con il Dipartimento Dipendenze e la Uosd Strutture Intermedie. Si compie un ulteriore passo in avanti nella collaborazione istituzionale grazie a progetti che delineano il passaggio da interventi orientati esclusivamente ai singoli individui, a orizzonti più ampi, nei quali le storie individuali, pur non azzerate, vengono tuttavia ricomprese nella ricerca di efficaci politiche di servizio, che tendono a conferire alle misure alternative contenuti trattamentali di chiara evidenza".
cronachedellacampania.it, 20 luglio 2019
Un altro detenuto è morto in carcere colpito da un malore improvviso. È accaduto nel carcere di Benevento. la vittima si chiamava Antonio D. 55 anni di Napoli. Era in cella per reato comuni ma aveva problemi di cuore. Era un soggetto cardiopatico. Nella mattinata di ieri, forse per il caldo eccessivo della cella, l'uomo è stato colto da un infarto che lo ha stroncato subito.
I compagni hanno avvertite gli agenti penitenziari che sono accorsi insieme con il personale medico ma non hanno potuto fare altro che constatarne il decesso. Ancora una vittima quindi tra i detenuti in questa che sembra un'estate nera per le carceri italiani.
di Roberta De Maddi
comunicareilsociale.com, 20 luglio 2019
In Campania l'anno scorso sono stati 11 i suicidi nelle carceri, quest'anno da gennaio a luglio ne sono stati già cinque. L'ultimo è avvenuto nel carcere di Secondigliano qualche giorno fa. Una situazione di estrema importanza che non può essere ignorata e sulla quale non ci si può non porre degli interrogativi. Esiste un protocollo di prevenzione del rischio suicidario, ma per mancanza di personale e per un basso numero di ore che si svolge effettivamente con i detenuti, questo protocollo viene davvero applicato come dovrebbe?
"Quando si tratta di suicidi i picchi più alti sono in ingresso e in uscita dal carcere", spiega Daniela de Robert, membro del collegio del Garante nazionale per i diritti delle persone private della libertà personale, la cui relazione annuale dovrebbe a breve essere resa pubblica. L'allarme che viene lanciato è chiaro. "Il welfare in Italia non esiste più, più ci si sente soli più si viene emarginati. Il carcere è fuori dalle agende della politica, all'apertura dell'anno giudiziario il carcere non è stato neanche nominato. Sono necessarie piccole cose quotidiane che però per chi è in carcere rappresentano tantissimo.
Attività, psicologi e psichiatri, visite e telefonate ai familiari ad esempio. In alcuni casi c'è un solo telefono, dieci minuti di telefonata a rotazione tra i detenuti, ma così finisce che non tutti riescono a sentire i propri familiari. Perché non utilizzare sistemi di videochiamata che sono invece autorizzati per la media sicurezza?
A Novara lo si fa, nel carcere femminile di Venezia c'era una mamma che poteva fare i compiti a telefono con la figlia via Skype. La Campania è un territorio difficile da gestire, ma ci vorrebbe più attenzione, più personale e soprattutto ben distribuito".
Il Garante in Campania per le persone private della libertà personale, Samuele Ciambriello, ha fatto visita ai detenuti dei reparti Ionio e Ligure del carcere di Secondigliano: "Siamo dispiaciuti, era un uomo semplice, introverso", così alcuni detenuti hanno ricordato il loro compagno che si è suicidato quattro giorni fa.
Samuele Ciambriello pone l'attenzione sulla carenza di personale come psicologi e psichiatri che sono troppo pochi e hanno troppo poco tempo a disposizione: "In alcuni reparti i detenuti anche per quattro mesi non vedono psicologi. Facendo una stima numeri alla mano, i detenuti in Campania hanno a disposizione 10 minuti al mese per parlare con loro. Bisogna aumentarne il numero e aumentare le ore. Le attività che vengono svolte inoltre sono poche.
A Secondigliano fino alle 13:30 le celle sono aperte, dopo fino alle 17:30 ci sono delle aree di socialità dove possono stare. Questa però è un'eccezione. A Poggioreale dopo le ore 16 qualunque attività è ferma, il carcere è come fosse congelato. Tutte le notizie ad esempio vengono date nel pomeriggio quando i detenuti non possono parlare con nessuno.
Tutte le attività sono ferme. Inoltre a Secondigliano in alcuni reparti non ci sono neanche le docce in cella, ci sono docce collettive peraltro arrugginite". Ciambriello sottolinea infine quanto sarebbero importanti le pene alternative per chi deve scontare ad esempio fino a due anni di carcere: "Si potrebbero destinare queste persone ai lavori socialmente utili invece di sovraffollare le carceri. Ricordo sempre che l'anagramma di carcere è cercare. Cerchiamo di dare a queste persone una giustizia riparativa, un presente dignitoso in carcere, ed un futuro quando hanno finito di scontare la pena".
di Marco Ludovico
Il Sole 24 Ore, 20 luglio 2019
L'agenzia nazionale. Ai minimi il tasso di attività delle imprese sottratte alla criminalità. Si punta su riorganizzazione, cultura manageriale e sinergia con i privati per risollevarlo. Un'azienda sana può salvare un'impresa sottratta alla mafia. È una sfida nella sfida.
Lanciata dal prefetto Bruno Frattasi, direttore da febbraio dell'Agenzia nazionale per l'amministrazione e la destinazione dei beni sequestrati e confiscati alla criminalità organizzata. Qualche giorno fa, in audizione alla commissione Antimafia presieduta da Nicola Morra (M5S), Frattasi ha spiegato tutte le criticità dei due settori d'azione: beni immobili e aziende. Forte di un'esperienza quasi quarantennale di prefetto, il direttore dell'Agenzia ha in capo la scommessa stessa di una struttura appena riformata e, dunque, attesa a risultati diversi dai problemi annosi trascinatisi negli anni.
Come prevede il nuovo Codice antimafia, le aziende "in sequestro e confisca possono avvalersi, oltre che del sostegno qualificato del mondo imprenditoriale, anche dell'ausilio tecnico delle Camere di commercio". Frattasi poi rivela un'altra mossa: "L'Agenzia intende valorizzare forme di collaborazione con associazioni di qualificati professionisti che possano portare all'interno di queste aziende una cultura manageriale fortemente orientata al rispetto delle regole". Il prefetto non si nasconde difficoltà e rischi.
Ma sottolinea la necessità della "inversione di una narrativa screditante, tendente a identificare l'impresa confiscata come una sorta di bad company". Se è fondato, il processo virtuoso "deve passare attraverso un'attenta opera di ripulitura interna e la sistematica osservanza dei modelli organizzativi di compliance previsti dalla normativa sulla responsabilità societaria". I numeri attuali, del resto, sono sconfortanti.
Le aziende ex mafiose che hanno già una destinazione sono 1.003; quelle in gestione all'Agenzia 2.982. Frattasi fa notare in Antimafia come "il numero delle aziende confiscate portate in liquidazione si attesta a una soglia elevatissima, supera il 90% dell'intero plateau". Il prefetto ha svolto in questi mesi una verifica sulle aziende in gestione. Con esiti drammatici: "Solo il 34%, tra quelle sottoposte a sequestro, è ancora effettivamente attivo".
Con la confisca di primo grado le aziende ancora attive sono "poco oltre il 27%". E a confisca definitiva si precipita "a circa il 19%", una su cinque. La musica cambia poco con gli immobili ex mafiosi. Destinati in 15.868, in gestione all'Agenzia 16.864. La tragedia sta in una procedura dove, dopo la destinazione, di solito a un ente locale, il bene resta abbandonato. "La percentuale di riuso in una rilevazione su circa 6mila immobili è di poco oltre il 60%". Contro queste assurdità indegne la sfida ricomincia.
restoalsud.it, 20 luglio 2019
Sono 13 i detenuti del carcere di Foggia che stanno partecipando al corso per "Operatore della Ristorazione". Il corso è tenuto da Smile Puglia, in partenariato con il Consorzio Aranea e il progetto - finanziato dalla Regione Puglia - rilancia la collaborazione istituzionale tra Istituti penitenziari, Enti di formazione e terzo settore fondamentale per l'efficacia dei percorsi di crescita personale e di reinserimento lavorativo e sociale della persona detenuta.
Le lezioni - Il corso di formazione è stato promosso in stretta collaborazione con la Direzione del penitenziario. Oltre alle attività formative, si stanno realizzando un servizio di mediazione culturale e l'organizzazione di un laboratorio teatrale. La parte teorica del corso è incentrata su diverse tematiche: lezioni di sicurezza sui luoghi di lavoro, informatica, inglese turistico, elementi di chimica e merceologia per arrivare poi ad approfondire l'arte culinaria, attraverso la fase di simulazione in contesto operativo.
La cucina a km 0 - Gli allievi sono stati chiamati a confrontarsi con un tema, quello della cucina tipica a chilometro zero: un momento esperienziale mirato alla ricerca e alla contestualizzazione storica della realtà di Capitanata, attraverso la descrizione delle eccellenze locali, la loro valorizzazione nella quotidianità e la sperimentazione innovativa della cucina. È stata applicata una didattica basata sull'esperienza, sul fare, sull'assaggiare, vedere, sentire e partecipare. Gli allievi detenuti hanno simulato una co-progettazione insieme ai docenti, proponendo di giorno in giorno nuove ricette. La formazione può costituire un allentamento della tensione, un impegno mentale che favorisce la non fissazione nel qui e ora della cella, un'occasione d'incontro con persone che, provenendo dall'esterno, favoriscono una sensazione di minore abbandono.
L'opportunità - La formazione per il detenuto non è solo un'occupazione del tempo ma è anche la soddisfazione di un bisogno, un'opportunità a livello personale per rimettersi in gioco e per riscoprire risorse, abilità e potenzialità che molto spesso non sapeva nemmeno di possedere e che, all'interno di un sistema relazionale, gli consentono di riacquistare fiducia in sé stesso. I detenuti che hanno deciso di partecipare al percorso si sono mostrati motivati ed entusiasti. Hanno messo grande impegno nella preparazione di primi e secondi piatti e nella realizzazione di dolci e prodotti da forno.
L'impegno e l'entusiasmo - "Sono davvero ammirevoli - ha sottolineato il presidente di Smile Puglia, Antonio De Maso -, come dimostra l'entusiasmo e l'impegno che i corsisti, Federico, Anacleto, Luigi, Giuseppe, Vincenzo, Giuseppe, Islam, Michele, Fabio, Christian, Alessio, Luigi e Domenico, hanno profuso nel seguire tale iniziativa. Alcuni evidenziano naturali propensioni e talento per le attività di pasticceria e di cucina. Molti di loro potranno sicuramente impiegarsi in entrambi i settori".
di Rachele Gonnelli
Il Manifesto, 20 luglio 2019
La guerra a Tripoli sfiora i 1.100 morti, di cui 56 civili, e i 100 mila sfollati. Le milizie fedeli a Serraj temono un affondo delle truppe del generale cirenaico nel fine settimana.
Non sono molte le donne nella scena politica libica, e Sehan Sergewa - di cui si sono perse le tracce da mercoledì notte - è senza dubbio la più nota. Deputata del Parlamento di Tobruk, eletto nel 2014 e riconosciuto dalla comunità internazionale ma basato nell'Est del Paese sotto il controllo del generale Haftar, e leader di un piccolo partito da lei appena fondato - il Moderate Libyan Movement - per sostenere i diritti umani in Libia, anche quelli dei migranti rinchiusi nelle prigioni spesso simili a lager, e la partecipazione delle donne - che rappresentano il 60% della popolazione libica, ricordava - alla sfera pubblica, Sehan Sergewa era anche un volto noto, popolare, perché partecipava spesso, anche nella veste di psicologa infantile, a dibattiti in tv e interviste da opinionista.
E proprio la sua ultima apparizione sugli schermi della Alhadath tv channel, vicina al governo della Cirenaica, martedì, potrebbe esserle costata cara, avendo attaccato la retorica dei sostenitori del generale, quali il presidente del Parlamento Aguila Saleh. Un gruppo di uomini armati - a quanto si apprende dai media locali - ha preso d'assalto la sua casa nella parte orientale di Bengasi, prima provocando un incendio e poi entrando armi alla mano. Dopo aver sparato e lasciato a terra il marito, poi medicato in ospedale, gli assalitori hanno rapito Sehan Sergewa e la figlia e si sono dileguati.
Il governo di Tripoli ha subito accusato Haftar di essere responsabile del rapimento, "risultato dell'assenza del dominio della legge e delle garanzie di libertà" nel territorio controllato dalle forze del generale cirenaico. Un'accusa abbastanza generica alla quale ha risposto il dipartimento di polizia di Bengasi con un post sulla pagina ufficiale di Fb a dir poco laconico: non risulta la presenza di Sehan Sergewa in nessuna delle nostre stazioni. L'immediato rilascio della deputata viene chiesto dalla missione Onu in Libia (Unsmil), che pretende l'immediata apertura di un'indagine per capire chi l'abbia sequestrata e ottenerne la liberazione. Anche l'ambasciata italiana a Tripoli - Sergewa amava l'Italia, aveva partecipato alla Conferenza di Palermo e sperava in un accordo tra le due parti ora in conflitto per arrivare a nuove elezioni e alla stabilizzazione del Paese - così come la delegazione Ue, si associano nell'esprime "preoccupazione" per la sua sorte. "Silenziare le voci di donne in posizioni decisionali non sarà tollerato", è la frase, molto dura, con cui si chiude il comunicato dell'Unsmil, missione diretta da Stephanie Williams e presieduta da Ghassam Salamé.
Sergewa era appena tornata dal Cairo, dove aveva partecipato, come parte di una delegazione di parlamentari libici, a una tre giorni di incontri con funzionari dell'intelligence e della diplomazia egiziana per cercare una soluzione alla attuale crisi in Libia. Erano note le sue posizioni fortemente critiche sull'offensiva su Tripoli lanciata dal generale Haftar lo scorso 4 aprile e già arrivata alla cifra di 1.100 morti (di cui 56 civili) e 100 mila sfollati. Nel 2011 aveva sostenuto, con un dossier presentato al tribunale dell'Aja, le denunce per stupro di centinaia di donne libiche ad opera delle guardie e dei soldati di Gheddafi e in particolare aveva appoggiato quella di cinque "amazzoni" che avevano dichiarato di essere state ripetutamente violentate dal Colonnello e dai suoi figli.
Nei sobborghi meridionali di Tripoli i combattimenti continuano anche con armi pesanti a Wadi Rabie, Ein Zara, intorno all'aeroporto di Mitiga, che ormai funziona a singhiozzo. I Mig e i droni dell'Lna si spingono con incursioni verso il centro della capitale e i miliziani che insieme alle forze di Misurata difendono le posizioni per conto del premier Serraj temono - a leggere il Libyan Express - un affondo definitivo durante il fine settimana. Settimana iniziata con una dichiarazione a sei (Egitto, Francia, Italia, Emirati, Regno Unito e Usa) che chiede il cessate il fuoco e il ritorno al dialogo. Ma la maggior parte di questi Paesi hanno più parti in commedia.
vogheranews.it, 20 luglio 2019
Sabato 13 luglio nella Casa circondariale di Voghera si è svolta un'iniziativa tesa a favorire l'esercizio della genitorialità durante la detenzione e a sostenere le relazioni affettive tra alcuni detenuti ed i rispettivi figli. In adesione alla campagna nazionale di sensibilizzazione su tale tema, dal titolo "Non un mio crimine, ma una mia condanna", la Direzione del carcere ha potuto sperimentare la collaborazione con l'Associazione "Scegli Gesù".
Nella Sala Teatro dell'istituto di via Prati Nuovi, alla presenza di circa 10 famiglie, hanno donato il loro apporto 11 volontari, consentendo al pubblico di vivere un momento di serenità in allegria. "Alcune persone ristrette hanno espresso pensieri sulla giornata trascorsa, mostrandosi particolarmente contenti e molto grati all'associazione per il tempo dedicato", spiegano gli organizzatori.
Ne programma della giornata: due sketch divertenti ma al contempo capaci di lasciare un messaggio sul valore dell'amicizia, numeri di giocoleria e artisti di strada, sbandieratori che a ritmo di musica hanno fatto volteggiare, intorno agli sguardi stupiti dei piccoli, tutti i colori dell'arcobaleno. A seguire il pranzo insieme, in una sala colloqui dedicata, a ricordare una quotidianità familiare di condivisione, animato da due mascotte e rallegrato dai palloncini dalle mille forme e da trucchi da principesse e pirati.
"Anche rispetto a questo secondo momento, i ristretti hanno espresso forte gradimento in quanto a loro è sembrato di recuperare un senso di familiarità, potendo accorciare le distanze che, a causa della detenzione, si sono create con i figli - spiegano ancora i volontari. Qualunque sia, infatti, la responsabilità dei padri, è molto importante che i bambini possano recuperare quel rapporto, molto compromesso dall'assenza, in cui si declina il loro diritto di vivere da figli". Il personale della Polizia Penitenziaria e gli operatori del trattamento hanno presenziato e condiviso l'organizzazione della giornata.
di Marco Belli
gnewsonline.it, 20 luglio 2019, 20 luglio 2019
Cinque postazioni con accesso ad internet sono state attivate nella casa di reclusione di Spoleto e saranno presto a disposizione, per la prima volta, di utenti-detenuti che usufruiranno di un accesso limitato. L'occasione del loro utilizzo sarà infatti il torneo internazionale online di scacchi che si svolgerà nei giorni 5 e 6 agosto prossimi, sotto l'egida della Fédération Internationale des Echecs (Fide), e che vedrà la partecipazione di giocatori detenuti in Italia, Usa, Russia, Bielorussia, Argentina, Brasile e Cile e la presenza dell'ex campione del mondo Anatoly Karpov.
A realizzare l'infrastruttura di rete necessaria ad abilitare i 5 detenuti che parteciperanno al torneo navigando dalle loro postazioni sul portale www.chess.com, preventivamente autorizzato, è stato il Servizio Informatico Penitenziario che, in collaborazione con la Direzione Generale per i Sistemi Informativi Automatizzati del Ministero della Giustizia e la Direzione Generale Detenuti e Trattamento del Dap, ha provveduto al collegamento e alla configurazione necessaria. Le postazioni sono state realizzate ai sensi della circolare del Capo Dap del novembre 2015, che consente l'accesso a internet ai detenuti per motivi di studio e lavoro. Gli utenti-detenuti non avranno la possibilità di modificare o alterare la configurazione della postazione di lavoro loro assegnata e, inoltre, personale di Polizia Penitenziaria del Servizio Informatico sorveglierà su eventuali tentativi di violazione della sicurezza.
L'iniziativa rappresenta un evento unico nel panorama delle attività trattamentali offerte da un istituto penitenziario italiano. A Spoleto, infatti, è stato avviato da ben quattro anni il progetto "Scacchi in carcere", inserito nell'ambito di un protocollo sottoscritto con il Coni e finalizzato a promuovere l'attività sportiva dei detenuti.
Il corso di scacchi, che ha ad oggetto lo studio delle tecniche di gioco e si è avvalso di incontri con giocatori professionisti esterni, è gestito da un tecnico Coni ed è destinato ai reclusi appartenenti al circuito di alta sicurezza. Gli stessi che fra pochi giorni sfideranno online i giocatori detenuti di altri sei nazioni.
di Mauro Manzin
La Stampa, 20 luglio 2019
La Corte suprema olandese ha sentenziato che il governo dei Paesi Bassi è in parte responsabile per il massacro di Srebrenica nel 1995, ma che si tratta di una responsabilità "molto limitata". Tanto da quantificarla in termini percentuali: il massacro di 350 musulmani nel luglio del 1995 è attribuibile ai soldati olandesi solo per il "10 per cento". In primo grado tale percentuale era stata valutata nel 30% (sentenza del 2017).
In sostanza, la Corte ha ridotto la responsabilità dello Stato al pagamento di una compensazione per 350 musulmani che vennero uccisi dopo che i caschi blu olandesi, armati in modo molto leggero, erano stati travolti dalle forze serbo-bosniache. Le compagnie di Caschi Blu olandesi "Dutchbat" erano trincerate nella loro base dove accolsero cinquemila profughi musulmani. Poi però li costrinsero ad andarsene, consentendo ai serbi di evacuarli. Gli uomini e i ragazzi furono separati e fatti salire su dei pullman.
L'inizio della mattanza avvenne per mano dei soldati del generale Ratko Mladic e di Radovan Karadzie. Nel massacro di Srebrenica furono uccise ottomila persone. La Corte suprema ieri ha ritenuto che i soldati olandesi non hanno lasciato ai 350 musulmani "la scelta di restare dove si trovavano, mentre questo sarebbe stato possibile".
I giudici hanno comunque riconosciuto che i musulmani che avevano cercato rifugio presso i caschi blu olandesi correvano un elevato rischio di essere uccisi odi rimanere vittima di abusi, e nonostante ciò i soldati dei Paesi Bassi avevano abbandonato il campo. In sintesi: ciò non avrebbe per forza salvato loro la vita, ma "le loro possibilità di sfuggire ai serbi di Bosnia se avessero avuto la possibilità di restare erano piccole, eppure non trascurabili", si legge ancora nella sentenza.
La presidente delle Madri di Srebrenica e Zepa, Munira Suba§ie, ha dichiarato che si aspettava un giudizio corretto e leale. "Ogni individuo ha diritto alla giustizia che anche noi attendiamo - ha affermato - e se non la otterremo accoglieremo tutto ciò come l'avviso che questo ci succede perché siamo musulmani; così come abbiamo patito il genocidio a Srebrenica perché siamo musulmani". Le Madri ora pensano di proseguire la battaglia legale alla Corte Europea per i diritti dell'uomo di Strasburgo La Commissione Ue si è limitata a "prendere atto" della sentenza.
di Nicola Maselli
fuoridalcomune.it, 20 luglio 2019
Il laboratorio inizierà a settembre 2019. I teatro-terapeuti condurranno i detenuti del settimo reparto. È stato siglato l'accordo tra il carcere di Bollate e l'associazione TeatroInBolla. Dal prossimo settembre (2019) fino a dicembre i teatro-terapeuti Salvatore Ladiana e Marsil Yakoub, supportati da Aurora Zibaldi, antropologa e non attrice, e Marika Pepe, sociologa e pedagogista, condurranno un laboratorio di teatro-terapia con i detenuti del Settimo reparto, dove sono recluse persone condannate per reati sessuali.
Non è la prima volta che TeatroInBolla affronta questa sfida. Già nel 2015, infatti, l'associazione aveva svolto un laboratorio analogo, sempre a Bollate e sempre con i detenuti del settimo. A parlarne alla redazione di fuoridalcomune.it era stato lo stesso Salvatore Ladiana pochi mesi fa. "Lavorare con il corpo insieme a chi ha violato il corpo - aveva detto - non è facile. Nel momento in cui entravo in carcere - aveva aggiunto - cercavo di resettare completamente (Ndr... la storia dei detenuti)".
Teatroinbolla è un'associazione di teatro-terapia (ne abbiamo parlato qui), disciplina che consente di esprimere il proprio potenziale creativo attraverso training che si svolgono in un ambiente protetto, così da consentire di esprimersi liberamente, senza paura del giudizio, degli altri e, soprattutto, del proprio.
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