di Marco Boccitto
Il Manifesto, 7 settembre 2019
Se ne va a 95 anni l'ex leader dello Zimbabwe, figura complessa e controversa delle lotte di liberazione africane. Da leggenda mondiale del panafricanismo a simbolo di oppressione. Dopo 37 anni di potere assoluto, era stato costretto a dimettersi dal suo vice nel 2017. Eroe per alcuni, despota per altri, un eroe divenuto despota per i più.
"Un'icona della liberazione" ha tagliato corto Emmanuel Mnangagwa, il suo successore alla guida dello Zimbabwe, nel dare ieri la notizia: Robert Mugabe, 95 anni, è morto in un ospedale di Singapore. Nel tweet in questione c'è la classica "immensa tristezza" e lo stesso affetto omertoso usato da Mnangagwa in occasione del benservito che nel 2017 lui stesso, da ex vice - dopo essere stato rimosso, dacché era diventato l'ultimo ostacolo alle brame di successione della moglie di Mugabe, Grace - aveva dato all'anziano leader, da 37 anni al potere.
Ma questi sono solo gli ultimi fotogrammi di una lunga storia. Mugabe poteva credibilmente essere ricordato per l'epopea del ragazzino assetato di istruzione che osa l'inaudito in un paese in cui la segregazione razziale difficilmente si distrae; il giovane insegnante che si ritrova in Ghana proprio mentre si manifesta la vertigine pan-africanista di Kwame Nkrumah; il nazionalista nero della prima ora, incarcerato dal regime razzista di Ian Smith che approfitta dei dieci anni trascorsi in cella senza un'accusa precisa per prendersi due lauree; lo stratega che organizza la guerriglia e non dà tregua all'avversario finché non arriva il momento - nel 1980 - di mettere le gambe sotto al tavolo dei negoziati, per trasformare la Rhodesia in Zimbabwe.
Dopo la vittoria Mugabe ebbe anche il buon gusto di non impedire l'ingresso nel nuovo parlamento a Ian Smith, che pure nel 1966 gli aveva negato il permesso di lasciare il carcere per il funerale della figlia di 3 anni.
Ma qui finiscono i possibili motivi d'ispirazione per un altro leader che come lui aveva frequentato l'università sudafricana di Fort Hare, Nelson Mandela. E iniziano quelli per cui Mugabe, una delle grandi illusioni del marxismo pan-africano, verrà più probabilmente ricordato: ad esempio il format nord-coreano adottato per il suo regime, che non si ferma allo stra-culto della personalità e all'addestramento dei suoi pretoriani a Pyongyang; le sorti sanguinose della frattura all'interno del Zimbabwe African National Union, a cui aggiungerà la particella Patriotic Front (Zanu-PF) e il massacro delle popolazioni Ndebele nel Matabeleland ("fu un momento di follia", disse in occasione dei funerali di Joshua Nkomo nel 1999); la dissociazione in base a cui all'Onu Mugabe difendeva con passione le ragioni dei paesi oggetto di aggressioni di stampo imperialista mentre in patria adottava metodologie brutali per togliere ossigeno al dissenso; il disastro economico a cui ha abbandonato il paese, che costringerà molti a cercare fortuna oltre il fiume Limpopo, in un Sudafrica economicamente rampante ma che - altro passaggio illusorio nella storia della regione - si è rivelato assai meno ospitale del previsto.
Persona non grata a molti, Robert Mugabe è stata una discreta spina conficcata nel fianco di Londra, con i suoi discorsi ad alzo zero che culminarono con l'uscita dal Commonwealth, quando però ne era già stato sospeso. Ma, paradossalmente, diversi aspetti della sua personalità trasudano autentica britishness: i modi ostentati da gentleman, l'eloquio non privo di raffinatezze nella lingua dell'ex dominatore, l'amore quasi filosofico per il cricket, il versante più sobrio del suo guardaroba.
Sempre più populista e meno popolare, fece molto rumore con la stura data alla requisizione dei latifondi ancora controllati dai bianchi, misura presa in modo tardivo e allo stesso tempo precipitoso, giusto per dare una mancia ai suoi fedelissimi, che si rivelò del tutto improduttiva per la popolazione castigata dalla crisi. Più che la fascinazione per Mao, comune ad altri leader africani, in Mugabe c'è l'adesione entusiasta alla logica degli investimenti cinesi, gli stessi che molti anni dopo spingeranno al decisivo passo avanti il suo vice.
Quando nel 2012 girarono voci sulla sua morte, lui disse che sì, era morto e resuscitato molte volte, a differenza di Gesù che lo aveva fatto una volta sola. Di vite ne ha avute almeno due, ma per effetto della profonda metamorfosi che da un certo punto in poi ha corroso la sua promessa di giustizia. Il combattente per la libertà che si è preso sulle spalle le aspirazioni di un intero popolo diventerà presto un tiranno megalomane, ostaggio di un entourage corrotto e di una passione compulsiva per il potere assoluto.
Tra le infamie minori ma non meno significative che gli sono state attribuite, c'è anche il disappunto manifestato per l'invito rivolto a Bob Marley, nell'aprile 1980, per suonare alla festa dell'Indipendenza. Le malelingue sostengono che avrebbe preferito Cliff Richard, melenso cantante pop inglese. Ma è lecito supporre che non gli sarebbe dispiaciuto un pianista classico, perché non sopportava che venissero sostituiti i vecchi luoghi comuni tribalisti con altri, a base di treccine e marijuana.
E pazienza se grazie a Marley (cfr. Zimbabwe, dall'album Survival del 1980) la sua lotta di liberazione aveva appena impattato con un immaginario tanto più vasto, che andava ben oltre i confini dell'odiato impero britannico. Una certa intolleranza forse era dovuta al fatto che anche grazie alle idee diffuse da Marley c'erano stati già sotto il regime di Ian Smith tentativi "musicali" di anticipare i tempi, con una sorta di Woodstock locale che non venne capita da nessuno, se non come pericolosa distrazione.
Esuberante e profondamente conservatore, come potrebbe esserlo oggi un Boris Johnson, Mugabe non ha mai perso occasione d esibire le sue riflessioni omofobiche, a proposito di diritti schiacciati. Tra vecchi leader delle indipendenze africane gli sopravvive il solo Kenneth Kaunda, ex presidente dello Zambia e suo coetaneo.
di Massimo Krogh
Il Mattino, 6 settembre 2019
Ho letto sul Mattino un interessante commento di Carlo Nordio ("Programma così generico che sembra un oroscopo"), ove, nell'analisi dei gravi problemi che affliggono il Paese in tema di giustizia, si osserva, circa il processo penale, che per abbreviarne la durata occorrerebbe una radicale depenalizzazione o quantomeno l'introduzione della discrezionalità dell'azione penale in luogo della sua obbligatorietà.
di Ermes Antonucci
Il Foglio, 6 settembre 2019
"Il primo passo da compiere per il nuovo governo è rinviare l'entrata in vigore della riforma della prescrizione, perché non possiamo lavorare con questa spada di Damocle sulla testa. Dopodiché occorre affrontare in maniera organica la riforma del processo penale e, in seguito a questa discussione, auspichiamo che anche il tema della prescrizione possa essere rivisto in modo diverso da come è stato valutato e concepito dal governo precedente".
di Errico Novi
Il Dubbio, 6 settembre 2019
Dal Csm alla prescrizione, la partita del guardasigilli. Non intende recedere dall'approccio "general preventivo" in campo penale: ma con il metodo del confronto aperto, il ministro punta a ottenere dal pd il via libera alle riforme lasciate in sospeso.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 6 settembre 2019
Il carcere perugino di Capanne, dove ci sono state delle proteste, ne ospita molti. Il Garante regionale Stefano Anastasìa: "situazione aggravata dalla circolare del Dap che prevede la possibilità di spostarli per motivi di sicurezza".
di Gianni Macheda
Italia Oggi, 6 settembre 2019
Olivero Diliberto, ministro della giustizia tra il 1998 e il 2000, disse un giorno: "Avrei dovuto usare più coraggio per risolvere le lungaggini dei processi civili. Le resistenze erano forti. L'ambiente giudiziario, destra o sinistra, è molto conservatore".
Piero Fassino, che occupò quella poltrona dal 26 aprile 2000 all'11 giugno 2001, ci mise il carico, affermando che servirebbero "leggi più chiare, processi più brevi, sentenze e pene più effi caci, una giustizia amica".
di Giuseppe Legato
La Stampa, 6 settembre 2019
Sessanta minori allontanati in 7 anni. I giudici: il progetto funziona meglio con le ragazze. Reggio Calabria, anno 2016. Udienza a porte chiuse. In aula compare una giovane madre accusata di mafia. Anni fa ha sposato un boss della 'ndrangheta al "41bis" nel supercarcere di Spoleto. La sua deposizione è "sofferta e insieme drammatica", si legge in calce agli atti del procedimento.
"La donna - scrive il giudice estensore - auspica un provvedimento di allontanamento dei figli dalla realtà delinquenziale di cui ella aveva fatto parte al fine di scongiurare il pericolo per i medesimi di finire in carcere oppure ammazzati". Aggiunge: "Non pensate di affidarli al contesto familiare di mio marito. Non vi sono persone idonee". Precisa: "In Calabria e in Italia non c'è nessun parente di cui possa fidarmi".
Poche ore dopo, i figli sono in Veneto. Lei, a distanza di alcuni mesi, li ha raggiunti. E non sono più tornati. È questo uno dei sessanta casi di minorenni "strappati", negli ultimi sette anni, alla potentissima mafia calabrese dalla giustizia minorile di Reggio Calabria. Dal 2012 è nato qui un rivoluzionario orientamento giurisprudenziale che muove da questo assunto: indottrinare un figlio alla sub-cultura mafiosa equivale a maltrattamenti in famiglia. Oppure da questo: "I comportamenti tenuti da un padre affiliato all'associazione criminale sono in tutta evidenza incompatibili con la funzione educativa che orienta i suoi poteri/doveri". Per i giudici, il logico corollario "è la decadenza dalla responsabilità genitoriale".
Una sessantina di bambini sono stati allontanati dalla culla della 'ndrangheta, a volte con le loro mamme. "Provvedimenti adottati con coscienza e coraggio - spiega il Pg di Reggio, Bernardo Petralia. Che mirano a salvare giovani da un futuro nero spesso già scritto, ma anche a scardinare "il cosiddetto forziere etico della 'ndrangheta ossia quell'insieme di malintesi valori che si tramandano dai genitori ai figli che costituiscono la forza e al tempo stesso l'immanenza dell'associazione criminale", dice Petralia.
Il motore, manco a dirlo, spesso sono le stesse madri che invocano aiuto per poi dissociarsi dal mondo nero delle 'ndrine e ricominciare una vita lontano. Alcune, a Natale, scrivono lettere al presidente del tribunale dei Minori. Una di queste recita: "Ogni volta che guardo negli occhi il mio bambino, e leggo la sua gioia nel trovarsi in questa città dove tutto lo rende felice, il mio pensiero corre da lei. Per questo non finirò mai di ringraziarvi.
Il ragazzino si fa apprezzare dalle maestre e i suoi voti sono alti e spero che un domani anche Lei possa essere orgoglioso di lui". Alcuni dei giovani allontanati negli anni frequentano corsi di formazione di lingue in Inghilterra, altri si sono iscritti all'Università. Cercano un impiego e magari ci riusciranno anche grazie ai partner di questo progetto: la presidenza del Consiglio dei Ministri, Libera, il Miur, Unicef.
Che credono al metodo dei magistrati reggini e mettono soldi ed energie per dare gambe a un'idea e a una rete che funzioni davvero e non rimanga uno spot antimafia. Compiuti i 18 anni i giovani "strappati" ai boss possono scegliere: se tornare a casa e se delinquere ancora. O meno. Perché i provvedimenti - va detto - sono sempre temporanei e hanno diverse sfumature nella fase di esecuzione.
Ma evidentemente funzionano, visto che "il tasso di recidiva è bassissimo", spiega il presidente del tribunale dei Minori, Roberto Di Bella, "la mente" del nuovo corso sui figli della mafia. "Le maggiori soddisfazioni ce le stanno dando le ragazze. Non vogliono tornare, hanno scelto di restare nelle famiglie affidatarie perché hanno scoperto il profumo della libertà. Dai soprusi, dai controlli ossessivi, dai divieti. Oggi possono scegliere di studiare, possono fidanzarsi con chi amano. In una parola: possono vivere".
Come un giovane della Locride che era un bambino quando è stato portato via. Gli investigatori lo avevano filmato alla guida di un'auto su cui il padre aveva appena caricato un mitragliatore. Oggi vive in Sardegna. Non è tornato a casa nemmeno lui. Pochi giorni fa un padre-boss di Reggio, uscito dal carcere dopo 23 anni ininterrotti di detenzione, ha chiesto di parlare con Di Bella. "La ringrazio per aver salvato i miei figli. Ma ora mi dissocio io dalla 'ndrangheta. Voglio tornare da loro".
camerepenali.it, 6 settembre 2019
L'Unione delle Camere Penali Italiane auspica che il nuovo Governo sappia far prevalere, nelle necessarie riforme della Giustizia penale, il rispetto dei principi fondamentali del diritto penale liberale e del giusto processo scolpiti nella nostra Costituzione.
Esprimiamo dunque l'invito ad abbandonare la strada, perniciosa e funesta, del diritto penale simbolico, dell'idea iperbolica della sanzione penale data in pasto ad una opinione pubblica impaurita con cinismo e sprezzo della verità, del "marcire in carcere" come rozza e sgrammaticata versione del principio di certezza della pena, della sovversione del principio di presunzione di innocenza, della scellerata narrazione del processo penale come una fastidiosa congerie di cavilli posti a difesa di colpevoli che vogliono farla franca.
Rivolgiamo in particolare questi auspici - insieme alle più sincere congratulazioni - al Ministro di Giustizia confermato in carica, Avv. Alfonso Bonafede, perché crediamo nel dialogo, nella forza delle grandi idee che da sempre coltiviamo e difendiamo con passione, nella fecondità del confronto duro e leale, anche quando le differenze e le distanze appaiono - e spesso sono - incolmabili.
Lo dimostra la buona sintesi raggiunta insieme al tavolo per la riforma dei tempi del processo penale voluto dal Ministro, che deve però finalmente tradursi compiutamente in un nuovo testo di legge delega, senza più le mutilazioni inferte da veti ideologici che ne hanno del tutto pregiudicato senso, razionalità ed efficacia.
È necessaria la riforma dell'Ordinamento giudiziario per realizzare la terzietà del giudice e la effettiva autonomia della Magistratura con nuove regole di elezione e di funzionamento degli organi di Governo, rifuggendo da soluzioni improvvisate e costituzionalmente insostenibili.
Ma soprattutto, occorre impedire l'entrata in vigore di quella riforma della prescrizione che introdurrebbe nel nostro Paese, a partire dal gennaio 2020, la nuova, drammatica figura sociale dell'imputato a vita. Oltre 150 giuristi italiani firmarono il nostro appello che denunciava quell'inconcepibile oltraggio al principio costituzionale della ragionevole durata del processo: i penalisti italiani sapranno tenere vivo quel monito con tutta la forza e l'impegno necessari.
La Giunta dell'Unione delle Camere Penali Italiane
reggionline.com, 6 settembre 2019
Alle 20 gli ospiti di una intera sezione si sono rifiutati di rientrare nelle celle. Necessario l'arrivo di rinforzi. Da tempo i sindacati della polizia penitenziaria lamentano gravi carenze di organico. Una protesta pacifica, ma che ha costretto la polizia penitenziaria ad attivare rinforzi e il suo comandante ad una lunga trattativa con i detenuti.
È accaduto tutto ieri all'interno del carcere di Reggio, dove gli ospiti di una intera sezione si sono rifiutati di rientrare nelle celle alle 20, orario di chiusura serale. Al termine di una estenuante trattativa, il comandante è riuscito a ripristinare l'ordine. A denunciare l'accaduto è il vicesegretario regionale del sindacato Osapp Giuseppe Saracino. Da tempo i sindacati della polizia penitenziaria lamentano gravi carenze di organico all'interno della casa circondariale cittadina.
di Elia Sanna
L'Unione Sarda, 6 settembre 2019
I numeri forniti da Maria Grazia Caligaris, che lancia anche un appello alla Regione. Sono in aumento i detenuti nelle carceri sarde. A Massama sono anche esauriti i posti disponibili. La situazione di criticità degli istituti penitenziari della Sardegna è stata denunciata da Maria Grazia Caligaris, presidente di Sdr (Socialismo diritti riforme) che ha lanciato un appello anche alla Regione.
Secondo i dati forniti dall'associazione negli ultimi 4 mesi i detenuti sono in costante aumento, con un incremento ad agosto che è stato del 6,19%. Erano infatti 2.148 mentre attualmente sono 2.281. Nello stesso periodo è cresciuto anche il numero dei cittadini stranieri dietro le sbarre. Erano 653 e sono diventati 704 (+7,81%), sulla base dei dati diffusi dal ministero di Grazia e giustizia nel mese di agosto. Numeri che documentano, ancora una volta, come la Sardegna venga utilizzata per alleggerire altre strutture penitenziarie della Penisola facendo venire meno il principio della regionalizzazione della pena.
"Occorre ricordare che i detenuti sardi sono 1.086 - osserva Maria Grazia Caligaris - un numero ben diverso da quello attuale dentro le carceri isolane. C'è poi un aspetto molto significativo relativamente alla concentrazione dei ristretti. Soffrono in particolare le Case Circondariali di Cagliari-Uta con 578 presenze (142 stranieri, 25 donne) per 561 posti e Sassari-Bancali con 473 presenze (178 stranieri, 16 donne). Si tratta di 1.051 persone, molte con gravi problematiche psichiche, concentrate in due Istituti dove peraltro il numero degli operatori penitenziari (agenti, educatori e perfino amministrativi) è insufficiente per garantire interventi riabilitativi e di reinserimento sociale. La maggior parte delle persone provenienti dalla Penisola - conclude la presidente di Sdr - sono nelle Case di reclusione di Oristano-Massama, ormai satura con 265 presenze per 265 post. Tempio Pausania 148 per 168 e Badu e Carros 276 per 377 (ma ancora con una sezione chiusa per lavori). Le altre strutture sono più 'leggerè: Is Arenas 91 detenuti (73 stranieri) per 176 posti; Isili 96 (53 stranieri) per 130 e Mamone Onanì 178 (139) per 386 posti. Infine Alghero 144 (62) per 156 posti".
"Alla carenza di personale non può non aggiungersi quella dei Direttori. Sono ancora 5 per dieci Istituti. Quasi tutti con doppi e tripli incarichi che sono ulteriormente aumentati durante l'estate. Per poter usufruire di qualche giorno di ferie ciascun collega ha dovuto sacrificarsi per garantire l'indispensabile. La situazione delle carceri - conclude Caligaris - non sembra però essere all'attenzione dei Parlamentari sardi. Auspichiamo ancora una volta un serio intervento del Presidente della Giunta affinché l'Isola non sia più considerata dal Dipartimento dell'Amministrazione Penitenziaria un luogo di smistamento".
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