di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 5 settembre 2019
Le richieste del Coordinamento nazionale della Conferenza Salute Mentale. Contrastare le cattive pratiche che violano i diritti delle persone in cura, con particolare riferimento alla contenzione e alle modalità inappropriate nell’esecuzione dei Tso, i trattamenti sanitari obbligatori.
Affrontare con chiarezza e determinazione le sofferenze determinate dalla crisi economica e da una comunicazione politica volta alla ricerca del capro espiatorio nelle fasce più deboli dell’umanità: migranti, sofferenti psichici, detenuti. Queste e altro ancora sono le richieste avanzate al nuovo governo Conte all’insediamento da parte del Coordinamento nazionale della Conferenza Salute Mentale.
“La lunga crisi economica - scrive il coordinamento nazionale - che purtroppo non accenna a esaurirsi, sta producendo effetti negativi sulla salute della popolazione che si aggiungono a quelli - più noti - connessi all’invecchiamento della popolazione e alle difficoltà che il welfare ha dovuto affrontare in questi anni, nel sociale così come nel sanitario (dalla riduzione dei finanziamenti alla condizione del personale).
Una politica che vuole realmente puntare ad una svolta deve tener conto che l’aumento delle povertà, dell’incertezza economica, della disoccupazione, della precarietà, della solitudine (soprattutto fra gli anziani) incidono sulla salute delle persone, e non solo di quelle tradizionalmente più fragili, aumentando i casi di disturbi mentali, disagio psichico, depressione, decadimento silenzioso e rischio di esclusione sociale”.
Vengono richiamati soprattutto i principi contenuti nella Dichiarazione di Helsinki dell’Oms “Non c’è salute senza salute mentale”, nella Convenzione Onu del 2006 “le persone con disabilità hanno diritto ad un livello di vita adeguato per sé e per le proprie famiglie” e l’articolo 32 della nostra Costituzione: “la tutela della Salute è fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività”.
Viene ricordato che a partire dalla Legge 180/78, l’Italia è considerata dall’Oms il Paese che dispone della legislazione più rispettosa dei diritti delle persone con disturbi mentali; che anche oggi, seppure ostacolata, solo parzialmente attuata e persino tradita, la legge 180 - insieme alla legge 833 - sia un potente motore di trasformazione delle istituzioni e di affermazione dei diritti civili e sociali dei soggetti più fragili; che la chiusura degli Ospedali Psichiatrici Giudiziari, conquistata nel solco della legge 180, necessita però di essere sviluppata e correttamente applicata per superare ogni logica manicomiale, come prevede la legge 81/ 2014 con misure alternative alla detenzione, considerando le Rems una extrema ratio.
Il coordinamento nazionale della Conferenza Salute Mentale ha avanzato specifiche proposte. A partire dalla previsione di specifiche misure per il contrasto delle “cattive pratiche”, che violano i diritti delle persone in cura, con particolare riferimento alla contenzione - a partire da un preciso monitoraggio e dalla formazione degli operatori - e alle modalità inappropriate nell’esecuzione dei Tso, anche prevedendo il divieto dell’impiego del Taser. Così come la necessità di ricostruire l’Organismo di monitoraggio sul processo di superamento degli Ospedali Psichiatrici Giudiziari (Opg), composto dalle istituzioni e dalle associazioni che in questi anni si sono impegnate nel processo, anche per garantire il rispetto del diritto all’assistenza e alla tutela della salute per le persone autori di reato (in coerenza con quanto sancito dalla recente sentenza delle Corte Costituzionale 99/2019, ovvero quella equipara la salute fisica delle persone ristrette a quella mentale) e promuovere protocolli tra i servizi di salute mentale e il sistema giudiziario (come indicato dal Csm nella risoluzione del 9/ 2018) onde favorire pratiche condivise nella presa in carico delle persone con disturbo mentale autori di reati. E per fare questo ed altro, ci vogliono soldi. Per questo il coordinamento nazionale si auspica che nella prossima legge di Bilancio vengano stanziati finanziamenti adeguati per il servizio sanitario nazionale e una dotazione per la Salute Mentale almeno pari al 5% del fabbisogno sanitario nazionale, da raggiungere con un piano triennale di riallocazione della spesa.
di Donatella Di Cesare
Il Manifesto, 5 settembre 2019
Occorre ripensare il tema della migrazione, evitando tentazioni sovraniste, che hanno purtroppo serpeggiato anche a sinistra, per alleanze oltre le frontiere. L’immigrazione è un tema che il nuovo governo giallo-rosso non potrà mettere da parte, né tanto meno ridurre a questioni amministrative, come la modifica del trattato di Dublino o la distribuzione delle persone nei paesi europei.
Il tema è eminentemente politico. Non è un caso che abbia contribuito ad aprire un’incrinatura nell’ultimo governo. Ma è anche una ferita aperta nella sinistra. Proprio per questo va del tutto ripensato.
Il fenomeno è epocale, perché è legato strettamente alla globalizzazione, al venir meno della sovranità dello Stato-nazione, alla povertà e alla fame nei sobborghi planetari, alla fuga dei capitali, alle catastrofi ecologiche, ai numerosi conflitti che alimentano l’intermittente guerra civile globale. Sbaglia chi pretende di ridimensionarlo o di compararlo a quello di altri periodi storici.
Non si può, dunque, affrontare questo tema in una prospettiva nazionale (che presto diventa nazionalistica), com’è avvenuto in Italia, dove hanno prevalso gli slogan e dove un’inquietante linguaggio discriminatorio ha fatto breccia ovunque. Non è difficile ormai imbattersi in politici che, oltre a parlare di “clandestini”, rimproverano a Salvini di non aver provveduto al numero di “rimpatri” che aveva promesso. Come se questo fosse il risultato auspicato!
Si deve dire che, nel contesto europeo, l’Italia rappresenta un caso a sé, perché in pochissimo tempo, tra la metà degli anni ottanta e l’inizio degli anni novanta, da paese di emigrazione è diventato paese di immigrazione. Non c’erano allora leggi che considerassero la presenza di stranieri sul territorio. La politica ha preferito abdicare. Così, per anni e per decenni, fino ad oggi, ha prevalso il “diritto di polizia”. Non solo nella legislazione, ma anche nell’atteggiamento verso gli immigrati.
Ogni straniero era un “clandestino”, un sospetto da tenere sotto sorveglianza, da affidare alla disciplina delle forze dell’ordine. Questo è il filo che collega l’immagine degli albanesi ammassati come bestie nello Stadio Vittoria di Bari, nel 1991, a quella dei bambini trasbordati in piena notte dalla Mare Jonio.
In uno stato d’emergenza permanente, misure eccezionali sono diventate ordinarie. L’arbitrio poliziesco ha regnato sovrano in una escalation che l’ipocrisia ha tentato, non senza successo, di coprire. La protezione umanitaria è diventata pretesto per la detenzione amministrativa. Dalla prima legge Martelli del 1990, passando per la Turco-Napolitano, alla Bossi-Fini del 2002, si è voluto far credere che fosse normale “internare” gli immigrati solo perché immigrati, che fosse ovvio privarli di ogni diritto, in una zoologizzazione razzistica crescente, che fosse infine scontata la cosiddetta “guerra contro l’immigrazione”.
Tutto quello che è avvenuto in seguito, anche negli ultimi anni, prima con l’esternalizzazione dei campi in Libia, avallata dal governo di centro-sinistra, poi con i due decreti emessi da Salvini, si spiega a partire da questo impianto poliziesco. Il tema dell’immigrazione è stato legato sempre più a quello della sicurezza, un salto nell’incongruenza che l’opinione pubblica ha compiuto senza scrupoli grazie a un’oculata e continua amministrazione di fobie dell’esterno e dell’estraneo.
Tanto più che gli italiani si vedono volentieri come vittime e faticano a riconoscersi come carnefici, sia nel passato sia nel presente - dal fascismo al patto con la Libia. In assenza di ogni seria politica dell’accoglienza, che in Italia semplicemente non c’è, il tema dei migranti è stato relegato all’impegno etico o affidato alla carità religiosa. Di qui l’accusa di “buonismo”. Ma l’accoglienza è un tema politico e come tale deve essere all’ordine del giorno.
Si apre così un grave problema anche per la sinistra che per un verso ha creduto di doversi dibattere tra umanità e sicurezza, per l’altro ha assecondato l’argomento utilitaristico (fateli entrare perché ci servono). Queste letture sono subalterne alla xenofobia di Stato e allo sciovinismo neoliberista. Non si vuole vedere il dispositivo economico dell’immigrazione che in tutti questi anni ha funzionato attraendo e respingendo insieme: aprendo le porte alla forza-lavoro che serviva, chiudendole per neutralizzare e sfruttare meglio i “flussi”.
Così sul corpo dei migranti si sono sommate discriminazione di “razza” e di “classe”. Poco si è fatto per l’alleanza tra lavoratori e migranti. Non basta ridimensionare il decreto sicurezza bis. Occorre ripensare il tema della migrazione in tutta la sua complessità, evitando tentazioni sovraniste, che hanno purtroppo serpeggiato anche a sinistra, e alzando lo sguardo allo scenario globale per stringere alleanze oltre le frontiere.
di Armando Mombelli
swissinfo.ch, 5 settembre 2019
Meno costosa e più appropriata dal profilo umano e sociale, la sorveglianza elettronica si sta diffondendo in molti paesi per le pene di breve durata. Nel giro di pochi anni l’impresa svizzera Geosatis è riuscita a diventare uno dei principali fornitori mondiali di braccialetti elettronici.
“Oggi ci si rende sempre più conto che la detenzione non rappresenta la soluzione migliore per gli autori di infrazioni leggere. In prigione rischiano di subire influssi negativi da parte di detenuti che hanno commesso reati gravi. E si ritrovano completamente tagliati fuori dal mondo: quando ritornano in libertà sono spesso persi, non hanno più un lavoro e, a volte, neppure un domicilio”, rileva François Vigier, responsabile della comunicazione di GeosatisLink esterno.
“L’obbiettivo della sorveglianza elettronica è di proporre un’alternativa all’imprigionamento, in modo da evitare una desocializzazione delle persone a basso rischio”, aggiunge Vigier. “Si tratta di permettere loro di vivere a casa con la loro famiglia, di avere un lavoro e di contribuire positivamente alla società. Tutto ciò riduce anche i rischi di recidiva rispetto a coloro che vengono isolati nelle prigioni”.
Una conclusione alla quale sono ormai giunti numerosi paesi. Introdotta per la prima volta negli Stati uniti negli anni 80, la sorveglianza elettronica viene oggigiorno attuata o sperimentata da una quarantina di paesi, tra cui la Svizzera. A livello mondiale vi sono oltre 350’000 portatori di “braccialetti elettronici” - in realtà si portano alla caviglia - di cui circa la metà nel Nordamerica.
Prigioni sovraffollate
Oltre a favorire il mantenimento delle persone condannate nella loro rete sociale, la sorveglianza elettronica è considerata uno strumento utile per alleviare il problema del sovraffollamento delle carceri, che riguarda oltre la metà dei paesi di tutto il mondo. Il tasso di occupazione delle prigioni supera il 400% della capienza regolamentare nelle Filippine e ad Haiti, il 300% in Bolivia, Guatemala, Uganda e Zambia, e il 200% in una ventina d’altri paesi.
In Svizzera, con un tasso di occupazione del 94%, la situazione appare globalmente sotto controllo. Dato che l’esecuzione delle pene detentive è di competenza dei Cantoni, si registrano però grandi differenze tra una prigione e l’altra, con tassi che superano in alcuni casi il 150%.
Una problematica che non era sfuggita già una decina di anni fa a José Demetrio. Chiamato a visitare per ragioni di lavoro una prigione di Ginevra, regolarmente sovraffollata, lo specialista di applicazioni di sicurezza si era reso conto che molti detenuti non dovevano necessariamente scontare la loro pena dietro le sbarre. I braccialetti elettronici in circolazione presentavano però ancora importanti lacune dal profilo tecnologico.
In particolare, erano facilmente manipolabili e impiegavano una tecnologia di radio frequenza, che consente solo di registrare la presenza della persona sorvegliata in un luogo preciso - generalmente al posto di lavoro e a casa. Nel 2011 José Demetrio ha quindi fondato la start-up Geosatis, quale spin-off del Politecnico federale di Losanna, con l’obbiettivo di mettere a punto un sistema di sorveglianza più sicuro ed efficace.
Il risultato è un braccialetto estremamente sofisticato dal profilo tecnologico, dotato tra l’altro di due carte SIM e in grado di localizzare il suo portatore attraverso un ricevitore Gnss (Global Navigation Satellite System), oltre che con la radio frequenza. “Con la tecnologia satellitare possiamo seguire ogni spostamento della persona tra la casa e il lavoro. Possiamo sapere a che velocità si muove, se sta deviando il suo percorso rispetto al tragitto abituale, se si sta allontanando da un determinato perimetro”, spiega François Vigier.
Costruito in plastica e titano, il braccialetto elettronico è a prova di manipolazioni, sottolinea il responsabile della comunicazione di Geosatis. “Se si cerca di tirare, forzare o tagliare il braccialetto, dei sensori interni inviano immediatamente un allarme al software, che lo trasmette alla stazione di polizia o alla centrale di sorveglianza”. Un’allarme scatta anche quando il livello di carica della batteria scende al di sotto di una determinata percentuale.
Questo impianto high-tech non è frutto solo delle competenze all’avanguardia dell’Epfl, ma anche della tradizione orologiera svizzera. José Demetrio ha insediato la sua impresa nel comune di Le Noirmont, nel Canton Giura, per beneficiare della grande esperienza dell’industria orologiera nel settore della meccanica di precisione e della microtecnologia. Una scelta azzeccata, dato che il congegno di Geosatis è riuscito in pochissimi anni ad affermarsi sul mercato internazionale, perfino su quello americano, dove si trovano i principali concorrenti.
Già usato in una ventina di paesi dei cinque continenti, il braccialetto giurassiano non ha ancora conquistato la Svizzera, dove la sorveglianza elettronica sta arrivando in tempi lunghi. Nel 1999 il governo aveva autorizzato alcuni Cantoni a sperimentare questa forma alternativa di esecuzione delle pene di breve durata. Nonostante i riscontri positivi dei primi test, all’inizio degli anni 2000 governo e parlamento hanno preferito puntare su una modifica del Codice penale che consentiva di trasformare le pene detentive di breve durata in sanzioni pecuniarie o in lavori di pubblica utilità.
Sorveglianza elettronica anche per stalker - Alla fine del 2018, il parlamento svizzero ha adottato delle modifiche del diritto civile e penale per migliorare la protezione delle vittime di violenza domestica e stalkingLink esterno. La nuova base legale consente, a partire dal 2022, di ordinare la sorveglianza elettronica tramite un braccialetto geolocalizzato per gli autori di simili reati.
Entrata in vigore nel 2007, la riforma ha però mostrato rapidamente i suoi limiti: troppe persone condannate a queste pene alternative si sottraevano facilmente ai loro obblighi. Nel 2015 le Camere federali hanno fatto parzialmente marcia indietro con una nuova revisione del diritto penale, in vigore dal 2018, che ha iscritto nella legge il ricorso alla sorveglianza elettronica in alternativa alle pene detentive fino a 1 anno o per la fase finale di espiazione di pene detentive di lunga durata.
Questa possibilità può essere concessa, su richiesta del condannato, solo se sono soddisfatti precisi criteri. In particolare, se non vi è da attendersi che il condannato si dia alla fuga o commetta nuovi reati, se il condannato dispone di un alloggio e svolge un lavoro o una formazione, se acconsentono le persone che vivono con lui. Agli occhi del legislatore, lo scopo punitivo della sorveglianza elettronica è raggiunto in quanto viene limitata in maniera rilevante la libertà di movimento e il tempo libero della persona condannata, costretta a rispettare orari e luoghi fissati dal piano di esecuzione.
La sorveglianza elettronica rappresenta pure la forma di esecuzione delle pene con i costi più bassi. Costi che potrebbero venir ulteriormente contenuti con la scelta dello stesso braccialetto per tutti i Cantoni e la creazione di un’unica centrale operativa per tutto il paese, in grado di assicurare una sorveglianza 24 ore su 24. Ma finora i Cantoni non sono ancora riusciti a trovare un accordo: alcuni puntano sul sistema proposto da Geosatis, altri su quello di un’impresa americana, basata in Israele. E altri ancora esitano.
Così, la sorveglianza elettronica rimane ancora in fase di sperimentazione e viene utilizzata ogni anno per poche centinaia di condannati - circa 400 nel 2018. In mancanza di un’intesa, i Cantoni hanno deciso di lanciare prossimamente un bando di concorso pubblico, in modo da poter adottare una soluzione comune entro il 2023.
E mentre il braccialetto elettronico avanza a piccoli passi in Svizzera, a livello internazionale si muove piuttosto a passi da gigante. Dalla sua nascita, Geosatis ha praticamente raddoppiato il suo fatturato e il suo personale ogni 1-2 anni, creando oltre un’ottantina di posti di lavoro. “All’inizio avevamo ordinazioni per alcune decine di braccialetti all’anno, poi per centinaia ed ora siamo ormai giunti a diverse migliaia”, si rallegra François Vigier.
di Giovanni Bianconi
Corriere della Sera, 5 settembre 2019
L’appello dopo la nomina alla Farnesina: “Vogliamo le conseguenze annunciate”. La prima questione che Luigi Di Maio si ritrova sull’agenda di neo-ministro degli Esteri è il caso Regeni. Non perché ci siano appuntamenti fissati o scadenze imminenti; anzi, non c’è nulla alle viste, e proprio questo è il problema. Sono perciò i genitori del ricercatore italiano sequestrato, torturato e ucciso al Cairo all’inizio del 2016 a chiedere al leader grillino che entra alla Farnesina di reagire subito a silenzi, coperture e omertà egiziane sulla drammatica fine del loro ragazzo: “Ora che ha il potere e la responsabilità di porre in essere quelle conseguenze minacciate nei confronti del governo egiziano, confidiamo che il ministro vorrà come prima cosa richiamare il nostro ambasciatore e pretendere la verità fino ad oggi nascosta e negata”, dicono Paola e Claudio Regeni subito dopo aver appreso la notizia della nomina del leader grillino.
È un appello che suona anche come una messa in mora di Di Maio, che da vicepremier si era esposto affrontando il caso direttamente con il presidente egiziano Al Sisi, e con successive dichiarazioni che però non hanno avuto seguito. A novembre annunciò conseguenze se dal Cairo non fossero arrivate risposte concrete entro il 2018: “Tutto ne risentirà”.
Le risposte non ci sono state, ma non è successo niente. A gennaio, nel terzo anniversario della scomparsa, i Regeni hanno reclamato a gran voce “le conseguenze”, con l’avvocato Alessandra Ballerini, e oggi tornano su quella richiesta. Ricordando ciò che Di Maio proclamò a febbraio 2016, nelle vesti di deputato dell’opposizione: “Il governo dovrebbe minacciare ed eventualmente avviare ritorsioni economiche verso l’Egitto. Giulio era ed è uno dei nostri orgogli nel mondo. Il governo deve andare fino in fondo, lo faccia una volta tanto”. Ora tocca a lui.
di Alessandro Fioroni
Il Dubbio, 5 settembre 2019
Alla fine hanno vinto, almeno per ora, i manifestanti che da mesi hanno messo in piedi le proteste contro la cosiddetta legge sull’estradizione. Ad Hong Kong il movimento ha visto esaudire una delle richieste portate avanti fin dal giugno scorso. La governatrice Carrie Lam infatti ha ceduto e ha annunciato che il provvedimento, attualmente congelato, sarà ritirato del tutto. La proposta di legge prevedeva l’estradizione di sospetti criminali nella Cina continentale scatenando da subito una violenta reazione che ha percorso le strade della città stato.
Ben presto il movimento, composto soprattutto da giovani, ha esteso le sue istanze per una maggiore democrazia e autonomia dall’ingombrante sovranità cinese. Il discorso è stato diffuso dalla televisione ed è apparso come il tentativo di mettere fine alle proteste che non hanno mai dato segno di affievolirsi. La governatrice ha anche fatto cenno ad un’inchiesta sulla condotta della polizia durante le proteste che era una delle richieste chiave degli attivisti. L’annnucio di Carrie Lam è arrivato quasi in concomitanza con il clamore suscitato dalla pubblicazione di un audio nel quale avrebbe ammesso che, nonostante avesse intenzione di dimettersi, non le sarebbe stato possibile. L’ammissione della dipendenza dalla Cina che non può non essere messa in relazione con il ritiro. La sua preoccupazione è probabilmente quella di vedersi scaricate addosso responsabilità che risiedono a Pechino, una sensazione emersa dalle sue stesse parole: “Attualmente, fermare la violenza è la massima priorità, mantenere la legge e ricostruire le regole della società. Il governo affronterà severamente la violenza e l’azione illegale” ha concluso la governatrice che ha aggiunto. Le reazioni del movimento di protesta alle parole della Lam sono state abbastanza tiepide e sospettose. Uno degli oppositori anti cinesi Wu Chi- Wai ha subito definito il proclama come falso. Mentre uno dei leader studenteschi, Joshua Wong, ha detto che il ritiro del disegno di legge è “tardivo”. È intervenuta anche Amnesty esprimendo le sue preoccupazioni perché, nmalgrado gli annunci, rimane imprescindibile un’indagine indipendente sulle violenze della polizia.
di Riccardo Noury
Corriere della Sera, 5 settembre 2019
Nell’imminenza delle elezioni israeliane del 17 settembre, Amnesty International ha pubblicato un rapporto sulle norme e i regolamenti che discriminano i parlamentari palestinesi e che rendono difficile rappresentare e difendere i diritti della minoranza palestinese residente in Israele, il 20 per cento della popolazione del paese.
Nonostante siano eletti democraticamente come tutti gli altri membri della Knesset, i parlamentari palestinesi subiscono la retorica aggressiva dei ministri del governo e le loro proposte di legge vengono giudicate irricevibili sulla base di decisioni o interpretazioni regolamentari pretestuose.
Il rapporto di Amnesty International contiene numerosi esempi di leggi, regolamenti e prassi che facilitano la discriminazione nei confronti dei parlamentari palestinesi. Un emendamento legislativo approvato nel 2016 consente l’espulsione, con voto a maggioranza, di un parlamentare che esprime opinioni che quella maggioranza ritiene incitino al razzismo o manifestino sostegno alla lotta armata o al terrorismo.
Di recente due parlamentari palestinesi non hanno potuto viaggiare all’estero a causa di un emendamento al Codice etico della Knesset, approvato nel 2018, che vieta di prendere parte a eventi organizzati all’estero se sono finanziati da “soggetti che chiedono il boicottaggio di Israele”.
Nel febbraio di quest’anno l’Unione Interparlamentare (di cui fa parte anche la Knesset) ha emesso il giudizio conclusivo su una vicenda che si protraeva da tre anni. All’inizio del 2016 il Comitato etico della Knesset aveva sospeso dai lavori tre parlamentari palestinesi del partito Balad per aver osservato un minuto di silenzio nel corso di un incontro con le famiglie di ragazzi palestinesi uccisi dalle forze di sicurezza israeliane dopo aver aggredito o cercato di aggredire civili israeliani.
Per il Comitato etico della Knesset i tre parlamentari avevano espresso sostegno alla violenza, ma l’Unione interparlamentare ha stabilito che il provvedimento emesso nei loro confronti era stato “ingiustificato”. Dal 2011, almeno quattro proposte di legge (qui un esempio) riguardanti i diritti dei palestinesi sono state giudicate inammissibili prima ancora che venissero calendarizzate nei lavori di qualche commissione parlamentare.
A questo si aggiunge il linguaggio aggressivo e discriminatorio dei rappresentanti del governo, che spesso in questi anni hanno definito i parlamentari palestinesi che criticano le politiche israeliane alla stregua di “traditori” che devono essere “messi fuorilegge” o “processati per tradimento”. La discriminazione nei confronti dei rappresentanti istituzionali dei palestinesi è un aspetto di quella più ampia che - dopo l’adozione della legge del 2018 che definisce Israele come lo stato-nazione del popolo ebraico - colpisce la popolazione palestinese. In un contesto del genere, se non altro, sarebbe fondamentale che i parlamentari palestinesi potessero svolgere in pieno la loro funzione di rappresentanza.
di Franco Venturini
Corriere della Sera, 5 settembre 2019
L’annuncio ufficiale della fine di una guerra durata diciotto anni slitta di giorno in giorno. Trump esita, modifica, rinvia, e così l’annuncio ufficiale della fine di una guerra durata diciotto anni slitta di giorno in giorno. Mentre i Talebani afghani, convinti che uccidere sia la forma migliore di esercitare pressioni diplomatiche, moltiplicano gli attentati per dimostrare agli Usa che anche loro hanno fretta.
La ricerca di uno storico accordo tra americani e talebani dura da molti mesi, ma soltanto nelle ultime settimane è entrata nel vivo. Il primo a muovere è stato proprio Trump, che ai suoi più stretti collaboratori a metà agosto ha indicato un traguardo preciso: voglio che i nostri 14.000 soldati siano fuori dall’Afghanistan in tempo per le elezioni presidenziali di novembre 2020. Seguono voci apertamente critiche dei militari e del Congresso, e Trump cambia: nei prossimi 135 giorni verranno via 5.400 uomini da cinque basi.
Poi vedremo come completare il ritiro alla luce delle circostanze. A condizione, cioè, che i talebani abbiano rotto ogni rapporto con i terroristi qaedisti, e che abbiano avviato il dialogo inter-afghano con il governo di Kabul. I Talebani storcono il naso, dovete andare via tutti e presto. Il negoziatore americano Khalilzad fa orecchi da mercante e sottoscrive un testo di accordo mentre i Talebani attaccano Kunduz e fanno strage nel centro della capitale. Il testo viene mostrato ieri al presidente Ashraf Ghani, che naturalmente non è contento di essere stato tenuto fuori dalla porta e chiede “chiarimenti”. Arriveranno? E cosa deciderà di fare Trump, che rischia di avere tutti contro? L’ambasciatore Khalilzad, noto per la sua tenacia, fa sapere di accingersi ad informare gli alleati della Nato. Era ora. Anche i nostri 800 uomini vorrebbero sapere quando fare i bagagli, soprattutto adesso che a Roma c’è un governo.
di Marco Calvarese
agensir.it, 4 settembre 2019
"Il prossimo 14 settembre Papa Francesco ha concesso una speciale udienza al personale dell'Amministrazione penitenziaria e della Giustizia minorile e di comunità, per incoraggiare e sostenere il nostro particolare servizio, accanto a coloro che sono in prigione. È un dono grande per tutti noi l'attenzione della Chiesa, che si fa compagna di viaggio verso una grande famiglia sofferente, che vive la solitudine tra le mura delle carceri".
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di Vito Lo Monaco
articolo21.org, 4 settembre 2019
Conte si è presentato, dopo l'incarico ricevuto dal Presidente Mattarella per formare un governo con la nuova maggioranza giallo-rossa con una palese contraddizione: un nuovo programma innovativo e di riforma e la riconferma dell'operato del governo giallo-verde.
Non sono sfuggite, e sono apprezzabili, le enunciazioni di temi e riforme ampie che dovrebbero portare ad affrontare e superare storici problemi per un nuovo modello di sviluppo, più equilibrato; perseguire un convinto europeismo e atlantismo, e un rispetto sostanziale e non solo formale della Costituzione.
Un silenzio, sinora assordante, invece su un tema fondamentale per la democrazia italiana, quello della prevenzione della corruzione e del sistema politico-mafioso. Non bastano i successi repressivi delle forze dell'ordine e del sistema giudiziario italiano per cancellare la mafia e la corruzione, ad essa connessa, dalla vita sociale, economica, politica del nostro Paese.
Il governo giallo-verde si è contraddistinto per roboanti dichiarazioni antimafia ad ogni successo delle forze di repressione, ma non ha prodotto nulla in termini di sostegno concreto alle forze dell'ordine, non ha mancato occasione per attaccare l'indipendenza della magistratura, strumentalizzando anche lo scandalo "Palamara" o la giusta azione giudiziaria sul salvataggio dei migranti e il sequestro delle navi delle Ong.
Come tutte le forze sovraniste del mondo ha generato paura e odio, li ha alimentati per rivendicare ordine e sicurezza, creando di far dimenticare o nascondere le ombre di collegamento col sistema corruttivo politico-mafioso di uomini vicini alla Lega.
La questione dell'assenza del tema politico della lotta concreta alle mafie, sinora, riguarda anche le proposte programmatiche sia dei 5Stelle che del Pd. Le mafie sono state sconfitte nella loro esistenza storica, ma non sono affatto scomparse dal sistema Italia, essendo state capaci di adeguarsi al suo mutamento nel XXI secolo. Di fronte a ciò è lecito sollevare un allarme soprattutto conoscendo l'estensione della rete corruttiva-politico-mafiosa in tutto il Paese? È un problema di democrazia la scarsa vigilanza amministrativa e politica in tanti comuni del Sud, del Centro e del Nord come segnalano gli scioglimenti delle amministrazioni per infiltrazioni mafiose? Si possono lasciare soli le forze dell'ordine, le prefetture, gli apparati giudiziari di fronte a questo pericolo senza fornire loro, non il solito twitter di compiacimento, ma una seria e concreta azione preventiva che presuppone, in primis, nessuna tolleranza e contatto con la rete di relazione politico-mafiosa?
Ne va della democrazia del futuro che vedrà sempre la presenza di una destra, liberale, conservatrice o reazionaria e di una sinistra, che per esser tale, deve lavorare per difendere i più deboli della società, la giustizia sociale e le libertà politiche e civili, comprese quella dalle mafie. Saprà Conte superare anche queste contraddizioni?