giustizianews24.it, 17 luglio 2019
Rafforzamento del personale di Polizia Penitenziaria in servizio negli istituti di pena italiani. È quanto prevede il piano di mobilità collegato alle prime assegnazioni dei neo agenti del 175esimo corso. Sulla base di quanto previsto dal piano di mobilità, la Direzione generale del personale e delle risorse del Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria adotterà i provvedimenti di trasferimento del personale che si è collocato in posizione utile nella graduatoria definitiva dell'interpello nazionale per il 2018. Delle assegnazioni e dei trasferimenti beneficeranno tutti gli ambiti territoriali del Paese.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 17 luglio 2019
Il carcere continua a mietere vittime, detenuti ma anche agenti penitenziari. Una escalation senza fine quella dei suicidi. L'ultimo, in ordine cronologico, è avvenuto nel carcere campano di Secondigliano. Domenica pomeriggio, Giovanni Pontillo, un 59enne di Capodrise (Ce), si è impiccato nella sua cella del carcere napoletano. Era detenuto nel reparto Ionio, alta sicurezza del carcere, dove stava scontando una condanna in primo grado a 20 anni per spaccio internazionale di droga e associazione a delinquere.
di Patrizia Maciocchi
Il Sole 24 Ore, 17 luglio 2019
Più che raddoppiate, le segnalazioni di whistleblowing: nel mirino soprattutto le irregolarità negli appalti. Nel 2018 l'Anac, come emerge dal quarto rapporto, ha ricevuto 783 notizie di comportamenti illegittimi, 65 al mese, a fronte delle 364 del 2017. Un trend in crescita confermato anche per i primi sei mesi del 2019: sono giunte all'Anac 439 notizie di comportamenti illegittimi (73 al mese) con una media di due "indicazioni" al giorno.
A sollevare il velo su presunte irregolarità è soprattutto il Sud che, con le isole, fa totalizzare il 41% delle segnalazioni per il 2018, che salgono al 51,7% al 30 giugno 2019. "Al sud il livello di problemi è elevato - afferma il presidente dell'Anac Raffaele Cantone - e restano prioritarie le segnalazioni sugli appalti". In crescita, e in questo caso, il dato non è positivo, le segnalazioni anonime che - specifica Cantone - possono essere prese in considerazione, per approfondimenti, solo se particolarmente circostanziate.
Ma per il presidente dell'Anticorruzione il rapporto fornisce comunque il quadro confortante di un istituto che sta prendendo piede. Al primo posto tra gli autori delle segnalazioni i dipendenti pubblici : 55,5%, seguiti con netto distacco (14%) dai lavoratori delle imprese che svolgono servizi per la Pa o di società partecipate.
Monitorate non solo le segnalazioni Anac ma anche quelle degli enti locali pubblici o nazionali. Quattro, per il 2018, quelle che riguardano Roma Capitale arrivate all'ufficio interno del Campidoglio: disapplicazione di leggi o regolamenti per il commercio su aree private, comportamenti illegittimi in un concorso pubblico, irregolarità nello svolgimento di un interpello per affidare un restauro e un abuso d'ufficio. Sale anche il numero di segnalazioni che l'Anac ha inviato per approfondimenti di natura penale o contabile: 20 nel 2018 alla Procura della Repubblica e 19 alla Corte dei Conti. Nei primi 6 mesi del 2019 gli invii alla Procura sono già stati 33 e 29 Corte dei Conti sono 29.
di Riccardo Polidoro e Gianpaolo Catanzariti*
Guida al Diritto - Il Sole 24 ore, 17 luglio 2019
La legge 26 luglio 1975 n. 354 - ordinamento penitenziario - ha rappresentato, da un punto di vista normativo, il passaggio dal sistema esclusivamente punitivo a quello anche "rieducativo". Dopo 27 anni venivano recepiti i principi costituzionali, ma l'assenza di una preparazione culturale a comprendere tale cambiamento è stata fatale per la concreta realizzazione della metamorfosi.
di Giovanni M. Jacobazzi
Il Dubbio, 17 luglio 2019
Via Arenula assegna ai capi degli uffici ampi margini di intervento. Ecco i super procuratori. Arrivano, e non soltanto nel senso figurato, i super procuratori ed i super presidenti di Tribunale. La riforma dell'Ordinamento giudiziario voluta dal ministro della Giustizia, il pentastellato Alfonso Bonafede, assegnerà infatti ai capi degli uffici un potere senza precedenti. Saranno loro, e non più il Consiglio superiore della magistratura, a nominare i presidenti di sezione ed i procuratori aggiunti. Funzioni che cambieranno anche nome in "coordinatori di sezione" e "coordinatori di dipartimento".
La novità è contenuta all'articolo 24: "Riordino dell'assetto organizzativo della magistratura, con riferimento alle funzioni direttive e semi-direttive e all'ufficio del pubblico ministero". I coordinatori saranno scelti tra i magistrati dell'ufficio, "tenuto conto dell'anzianità nel ruolo, dell'anzianità di servizio e delle attitudini specifiche maturate in rapporto alle materie di competenza della sezione o del dipartimento". Dovrà esserci un coordinatore ogni dieci magistrati. Prima di procedere alla loro nomina, i procuratori e i presidenti del Tribunale avranno però l'obbligo di acquisire "il parere dei magistrati assegnati alla sezione o al dipartimento". Parere che non dovrebbe essere comunque vincolante per la scelta. L'incarico avrà durata quadriennale, non rinnovabile a differenza di adesso.
Svuotato il Csm. La riforma dei "semi-direttivi" è destinata dunque a svuotare di competenze il Consiglio superiore della magistratura, tenuto conto che circa l'80 percento delle nomine effettuate dall'Organo di autogoverno delle toghe riguardano proprio questo genere di incarichi. Tornando agli obblighi del magistrato coordinatore, la riforma sottolinea che dovrà "perseguire gli obiettivi fissati nel modello organizzativo" e "assicurare una presenza costante nell'ufficio".
I probabili effetti immediati di questa riforma sono stati evidenziati in una nota diramata ieri dalla dirigenza di Magistratura indipendente, la corrente moderate delle toghe. "L'eliminazione delle funzioni semi-direttive - si legge nel documento - rappresenta una misura non condivisibile che, per limitare l'intervento del Csm per il conferimento degli incarichi di responsabilità, finisce per attribuire un potere enorme nelle mani dei capi degli uffici, accentuando la gerarchizzazione delle Procure della Repubblica e introducendo criteri gerarchici all'interno degli uffici giudicanti che mal si conciliano con l'autonomia e l'indipendenza riconosciute dalla Costituzione a ogni magistrato". Va ricordato che lo scorso Csm aveva approvato, fra gli ultimi atti della consiliatura, una circolare sulle Procure che cercava di "limitare", per quanto possibile, i poteri, già rilevanti, del procuratore della Repubblica.
"Il rischio concreto è di favorire comportamenti conformistici nei confronti dei vertici degli uffici giudiziari, livellando verso il basso l'esercizio delle funzioni giudiziarie", prosegue la nota di Magistratura indipendente. Fra le soluzioni per limitare la discrezionalità del Csm nel conferimento degli incarichi di responsabilità organizzativa, sottolineano le toghe di Mi, ci sarebbe quella di "prevedere l'espressa prevalenza degli indicatori specifici su quelle generali e su questo obiettivo intende ribadire il proprio impegno per una compiuta revisione del testo unico della dirigenza giudiziaria che consenta di attribuire preminente rilievo all'esercizio delle funzioni giudiziarie".
Difficilmente, però, un Csm fuori combattimento a causa delle polemiche relative all'indagine sull'ex presidente dell'Associazione nazionale magistrati, Luca Palarmara, sarà in questo momento in grado di dar seguito a tali indicazioni. Questo fine settimana, a tal proposito, è previsto l'addio del procuratore generale della Cassazione, Riccardo Fuzio. Coinvolto anch'egli nella vicenda Palamara, doveva lasciare la magistratura il 20 novembre. Le tensioni di questi giorni lo hanno costretto ad anticipare.
di Bruno Ferraro*
Libero, 17 luglio 2019
Giustizia, ovvero applicazione della legge senza se e senza ma; politica, ovvero l'arte di mediare fra due o più soluzioni tecnicamente possibili. Basterebbero queste enunciazioni per separare i due mondi e renderli impermeabili ad ogni ipotesi di infiltrazione. Lo avevano capito i Padri costituenti quando sancirono il principio che "si possono con legge stabilire limitazioni al diritto di iscriversi ai partiti politici per i magistrati".
Principio ovvio, visto che il magistrato deve essere super partes ed il politico è per sua natura un uomo di parte. Le cose sono andate diversamente, poiché il legislatore è stato incerto ed i magistrati hanno avviato la stagione delle "porte girevoli" entrando ed uscendo dalla politica a loro piacimento. Mi auguro che si imbocchi la strada giusta, prendendo spunto dallo scandalo che ha investito il Csm, che ha sorpreso solo chi chiudeva gli occhi... per non vedere, accettando l'ineluttabilità della cosiddetta giustizia ad orologeria.
Mi tornano alla mente i numerosi casi di politici accusati e poi scagionati. Senza riandare al capitolo di "Mani pulite", ripenso ai casi dell'ex governatore pugliese Raffaele Fitto assolto dall'accusa di falso in cambio di tangenti; dell'ex governatore della Banca d'Italia Fazio, assolto dall'accusa di aver favorito illegalmente scalate bancarie tentate da imprenditori a loro volta assolti; dell'ex presidente della Regione Piemonte Cota assolto nel processo per i rimborsi "mutande verdi"; dell'ex presidente della Provincia di Milano Penati assolto nel processo per le tangenti a Sesto San Giovanni; dell'ex sindaco di Amatrice Pirozzi indagato in piena campagna elettorale nel 2018; dell'ex Capo della Protezione Civile Bertolaso, prima crocefisso e poi riabilitato da accuse infamanti.
Si dirà: come la mettiamo con i tanti casi di malaffare e di tangenti scoperchiati dai magistrati? Ma è proprio per questo che giustizia e politica devono rimanere separate. La giustizia deve essere imparziale e come tale deve essere percepita dall'opinione pubblica. Nel 2011 l'allora Capo dello Stato Giorgio Napolitano disse: "È indispensabile evitare condotte che creano indebita confusione dei ruoli e fomentano l'ormai intollerabile, sterile scontro tra politica e magistratura.
Come accade, ad esempio, quando il magistrato si propone per incarichi politici nella sede in cui svolge la sua attività, oppure quando esercita il diritto di critica pubblica senza tenere in conto che la sua posizione accentua i doveri di correttezza espositiva, riserbo e sobrietà". Una giustizia equilibrata eviterebbe l'abuso della carcerazione preventiva, la pubblicizzazione di inchieste a ridosso delle elezioni, ogni forma o sospetto di giustizia ad orologeria, interventi a gamba tesa come quelli per i migranti a carico di Conte-Salvini-Di Maio.
Andrebbe salvaguardato il principio della presunzione di non colpevolezza. Una conclusione mi sembra necessaria: fuori i magistrati dalla politica, fuori dalla giustizia quando sono candidati; rafforzamento del principio di responsabilità civile per i giudici che incorrono in errori inescusabili. In questo momento, se lo si vuole forse si può.
*Presidente Aggiunto Onorario Corte di Cassazione
di Ilaria Sacchettoni
Corriere della Sera, 17 luglio 2019
Sono indagati a vario titolo per falso, omessa denuncia, calunnia e favoreggiamento. Il processo a loro carico inizierà il 12 novembre. La giudice dell'udienza preliminare Antonella Minunni ha rinviato a giudizio otto carabinieri accusati di falso, favoreggiamento, omessa denuncia e calunnia. Si tratta di alcuni dei militari che si occuparono di Stefano Cucchi dopo l'arresto e la morte arrivata a una settimana di distanza, fino alle indagini riaperte nel 2015.
Ad affrontare il processo, saranno il generale Alessandro Casarsa, ex capo dei corazzieri del Quirinale; i colonnelli Lorenzo Sabatino (ex comandante del Nucleo investigativo di Roma), Francesco Cavallo e Luciano Soligo, il capitano Tiziano Testarmata, il luogotenente Massimiliano Colombo Labriola, i carabinieri Francesco Di Sano e Luca De Cianni. Secondo la ricostruzione del pubblico ministero Giovanni Musarò, accolta dal gup, hanno depistato l'inchiesta sulla morte di Cucchi per coprire le responsabilità di chi picchiò il ragazzo. Il processo bis che vede accusati del pestaggio altri tre carabinieri (più altri due di calunnia e falso) è alle battute finali: il 20 settembre è fissata la requisitoria del pm, poi le arringhe difensive e a novembre dovrebbe arrivare la sentenza.
Così il quadro, almeno secondo la Procura, è completo: Cucchi sarebbe stato picchiato in caserma dagli stessi carabinieri che lo avevano arrestato e che, in seguito alla sua morte, con l'aiuto dei superiori, avrebbero coperto la verità.
Le due inchieste - quella bis che ha portato al processo per omicidio preterintenzionale la ter sfociata ieri nel rinvio a giudizio - hanno avuto diversi momenti di svolta. Nel primo caso con le rivelazioni dell'imputato Francesco Tedesco che ha accusato i suoi colleghi, Alessio Di Bernardo e Raffaele D'Alessandro, di aver pestato Cucchi: "Mentre uscivano dalla sala del fotosegnalamento, che Cucchi si rifiutò di fare, Di Bernardo si voltò e lo colpì con uno schiaffo violento in pieno volto - ha raccontato Tedesco - Poi lo spinse e D'Alessandro diede a Cucchi un forte calcio con la punta del piede all'altezza dell'ano". Per il presunto depistaggio sono state invece le parole di Colombo Labriola ad aver acceso una luce sull'inquinamento delle prove da parte dell'Arma, che sarebbe arrivata a confezionare una versione di comodo anche sotto il profilo medico legale: Colombo ha rivelato di aver ricevuto la richiesta di modificare le annotazioni di servizio sulla custodia di Cucchi.
Ieri, nel corso della discussione davanti al gup, il generale Casarsa ha dichiarato che ciò che aveva scritto nell'appunto sulle possibili cause della morte di Cucchi lo aveva appreso al comando provinciale dell'Arma. E il suo avvocato, Carlo Longari, ha precisato che quelle anticipazioni sarebbero arrivate direttamente dal comando guidato all'epoca da Vittorio Tomasone, oggi comandante interregionale della Campania. Al processo ter che inizierà il prossimo 12 novembre sono parte civile sia la presidenza del Consiglio che il ministero della Difesa e l'Arma dei carabinieri, oltre agli agenti di polizia penitenziaria che avevano subito il primo processo da innocenti.
Esulta Ilaria Cucchi: "Dieci anni fa, mentre ci battevamo in processi sbagliati, non potevamo immaginare cosa succedeva alle nostra spalle. Oggi qualcuno ne risponderà in un'aula di giustizia. Per la prima volta ho sentito parlare dal vivo il colonnello Casarsa. Le note mediche della sua relazione che anticipavano le conclusioni dei medici legali non ancora nominati furono frutto di informazioni avute dal comandante Tomasone. Insomma, così decisero a tavolino di che cosa doveva esser morto mio fratello".
Il Dubbio, 17 luglio 2019
L'Ufficio di presidenza delle commissioni Affari costituzionali e Giustizia della Camera, alla luce dell'ostruzionismo messo in atto dal Pd, che sta rallentando le votazioni sugli emendamenti al decreto sicurezza bis, ha deciso - come prevede il regolamento - di contingentare i tempi e assegnare 5 minuti a gruppo per intervenire su ogni proposta di modifica da votare. Lo riferisce, al termine della riunione, il presidente della Affari costituzionali, Giuseppe Brescia (M5s), illustrando quindi il nuovo timing: l'esame riprenderà alle 14,15 per proseguire fino all'avvio dell'Aula e poi a seduta terminata, in serata, fino alle 22,30.
Idem domani, e così anche nella giornata di giovedì e ove necessario venerdì, per "essere in Aula come da calendario lunedì 22 luglio". la presidente della Giustizia, Francesca Businarolo, nel motivare la necessità di contingentare i tempi, ha spiegato: "Fino ad ora, tra ieri ed oggi, le commissioni hanno lavorato per 10 ore, votando circa 20 emendamenti. Se si procedesse così servirebbero oltre 140 ore di lavoro per esaminare i circa 300 emendamenti ancora da votare". La decisione ha immediatamente provocato la reazione del Pd che non ci sta e accusa la maggioranza, e in particolare il presidente della Affari costituzionali, Giuseppe Brescia, di un "atto di protervia assoluta" e di negazione dei "diritti delle opposizioni".
Brescia respinge le accuse: "La decisione è stata presa sulla base del regolamento e non è assolutamente arbitraria o irragionevole", replica. Il Dl sicurezza bis arriva dopo una serie di polemiche che hanno attraversato la stessa maggioranza di governo. Nato all'indomani dello scontro sugli sbarchi da un'iniziativa della Lega, il dl sicurezza bis ha creato scetticismo e malumore tra le fila dei parlamentari grillini soprattutto per quel che riguardava l'aumento delle multe per chi soccorre i migranti.
di Vincenzo Vitale
L'Opinione, 17 luglio 2019
Leonardo Sciascia, oltre tre decenni or sono, formulò una richiesta al Parlamento italiano, proponendo che per un tempo determinato si astenesse dal varare leggi di riforma, pur continuando a percepire lo stipendio nelle persone dei singoli parlamentari. Lo scrittore infatti temeva non solo le leggi vigenti - già allora confuse, aggrovigliate, a volte inesplicabili - ma, ancor di più, le leggi di riforma che le avrebbero sostituite: in realtà, ancor più confondendole, aggrovigliandole, rendendole impossibili da decifrare. Naturalmente, il Parlamento continuò imperterrito a riformare tutto il riformabile ed anche il non riformabile.
Ebbene, oggi le cose non sono molto diverse, se il Governo mette mano a riformare per l'ennesima volta il Consiglio superiore della magistratura. E intende farlo sotto due direttrici complementari, ma entrambe assai discutibili. Per un verso, intende sorteggiare i componenti del Csm - sia pure da una rosa predeterminata - allo scopo di sottrarli all'egemonia delle correnti e delle lorio intestine lotte di potere.
Il sorteggio è stato nell'antichità uno dei metodi tradizionali dell'agone democratico. Tuttavia, esso - icasticamente definito quale metodo di una "aleocrazia" (cioè democrazia dell'azzardo) - presta il fianco a due obiezioni insuperabili: esso infatti da un lato non tiene in alcun conto le qualità soggettive delle persone sorteggiate, la loro competenza, i loro limiti, le loro reali capacità; dall'altro lato, non spinge in alcun modo i sorteggiati a far del loro meglio per ottenere una eventuale riconferma, impossibile nel sorteggio. Infatti, il sorteggio è un metodo arcaico, buono per le società non ancora sviluppate, ove le fazioni e le contrapposizioni siano tanto violente da sfociare nella ingovernabilità.
Oggi, residua solo nella scelta dei componenti popolari delle giurie di Corte d'Assise, ma per una motivazione fondamentalmente diversa: qui il sorteggio serve solo a garantire che i giudici non possano esser scelti con criteri previamente politici, non ispirati a giustizia.
Per altro verso, il Governo vuole attribuire al Csm il compito di indicare alle Procure, periodicamente, ove rivolgere in via prioritaria l'azione penale, che tuttavia rimane obbligatoria. Un vero assurdo: attribuire ad un organo di amministrazione - quale il Csm - la scelta dei reati da perseguire, finendo con il subordinare alla prospettazione politica o parapolitica l'attività giurisdizionale. Insomma, un vero pasticcio, per giunta anche incostituzionale. Se ne accorgerà il Governo?
di Patrizia Maciocchi
Il Sole 24 Ore, 17 luglio 2019
Corte di cassazione - Sezione III - Sentenza 16 luglio 2019 n. 31239. In caso di misure cautelari reali Il pubblico ministero non può fare appello contro il decreto di sequestro preventivo del Gip che ha omesso di pronunciarsi su uno dei beni oggetto della richiesta cautelare.
Per la Corte di cassazione infatti, (sentenza 31239) il Pm ha gli strumenti per reagire alla mancata decisione del Gip sulla richiesta di sequestro di un bene, perché può lui stesso, in caso di urgenza, disporre il sequestro preventivo, in base al comma 3-bis dell'articolo 321 del Codice di rito penale, o, mancando l'urgenza, rivolgersi nuovamente al giudice per le indagini preliminari e, in caso di rigetto, fare appello al Tribunale della libertà. Partendo da questi principi la Suprema corte rigetta il ricorso della pubblica accusa contro la decisione del tribunale della libertà di bollare come inammissibile il suo appello contro i decreti di sequestro pera la parte in cui il Gip non si era pronunciato in merito al sequestro preventivo di un immobile di proprietà di un indagato per il reato di favoreggiamento della prostituzione.
Una scelta che il Tribunale aveva fatto seguendo alla lettera l'articolo 322-bis del Codice di procedura penale che nega al Pm la possibilità di fare appello contro il decreto di sequestro preventivo. Ad avviso del Pm invece l'articolo 322-bis sarebbe una norma di chiusura applicabile a tutti i provvedimenti non impugnabili in base all'articolo 322 del Codice di rito penale. A sostegno della su tesi il Pm cita la sentenza dei giudici di legittimità 416/1999.
Per il ricorrente, infatti, il no all'impugnazione metterebbe la pubblica accusa nell'impossibilità di reagire, creando così una disparità di trattamento nel caso in cui il Gip abbia solo parzialmente accolto l'istanza. Ma ad avviso della Cassazione è corretta l'interpretazione del Tribunale. La Suprema corte ricorda che l'articolo 322-bis comma 1 prevede espressamente l'appellabilità delle ordinanze in materia di sequestro preventivo e del decreto di revoca del sequestro emesso dal Pm. Si deve quindi escludere, trattandosi di una norma per la quale è preclusa l'interpretazione analogica, vista la tassatività dei mezzi di impugnazione, l'ammissibilità dell'impugnazione contro il decreto del giudice.










