di Associazione Yairaiha Onlus
Ristretti Orizzonti, 17 luglio 2019
Dal 25 giugno alcuni detenuti della sezione AS3 del carcere di Cosenza hanno iniziato lo sciopero della fame per la mancata chiusura della relazione di sintesi da parte del Got, relazioni che dovevano essere redatte già da diversi mesi, e in assenza delle quali è impossibile poter accedere ai benefici penitenziari.
Queste problematiche erano già emerse durante l'ispezione che fece lo scorso aprile l'on. Anna Laura Orrico con un esponente della nostra associazione, ed erano state segnalate nell'interrogazione che la stessa ha presentato al Ministro della giustizia e che, ad oggi, non ha ricevuto ancora alcuna risposta.
Quello che rivendicano è di poter avere riconosciuti i propri diritti. Da fonti "ufficiose" pare che lo sciopero della fame sia stato interrotto il 12 luglio e nei prossimi giorni dovrebbero ottenere la chiusura delle relazioni di sintesi. Riteniamo paradossale che di fronte alla commissione di reati, come misura sanzionatoria e risarcitoria, le persone vengano della libertà per poi essere lasciate in uno stato di alienazione e inazione per tutta la durata della carcerazione.
L'obiettivo che lo stato si dà attraverso il sistema penale è quello di "rieducare" chi ha sbagliato al rispetto delle leggi e del vivere civile, ma questo obiettivo non può essere perseguito se lo stato stesso, attraverso chi amministra la giustizia viola e tradisce l'art. 27 della Costituzione. Un po' come quel padre che pretende che il figlio smetta di fumare, con la sigaretta fumante in bocca. Il mondo cambia con il nostro esempio non con la nostra opinione.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 17 luglio 2019
La Cassazione accoglie un ricorso sui giornali da leggere in galera. Giornali locali vietati ai boss al 41 bis per mero sospetto, nonostante riguardino luoghi di non appartenenza. La Cassazione dà ragione a un detenuto al regime duro e rimanda il provvedimento contestato al tribunale per un nuovo esame.
Come si sa, tra i vari divieti ferrei, i detenuti possono leggere solo giornali nazionali, ma non locali per impedire che i boss si informino "sulle vicende connesse al clan criminale ovvero per verificare l'avvenuta esecuzione dei propri ordine veicolati all'esterno".
Nel caso specifico, tale divieto però è esteso anche per chi legge notizie locali non appartenenti al proprio luogo di origine. Parliamo del boss barcellonese Giovanni Rao ristretto nella casa circondariale de L'Aquila al quale, tramite un provvedimento dell'ottobre 2018 della Corte d'assise di Messina, era stato ordinato il "divieto di acquisto o ricezione dei giornali di stampa locale, indipendentemente dalla loro provenienza geografica". L'avvocato difensore Franco Scattareggia del foro di Messina, ha fatto ricorso in Cassazione e quest'ultima gli ha dato ragione annullando il provvedimento contestato e rinviando gli atti al Tribunale di Messina per un nuovo esame.
"La ratio del divieto nei confronti del mio assistito - spiega l'avvocato e costituzionalista Scattareggia - è quella che potrebbe diffondere nell'ora di socialità notizie locali ad altri boss e quindi veicolare messaggi". Ma il problema è che questo divieto si basa, appunto, su un mero sospetto. Il ricorso posto dall'avvocato, quindi, è in punto di diritto prendendo come riferimento primario l'esistenza del diritto fondamentale all'informazione tutelato dall'art. 21 della costituzione.
"L'estensione e la portata dei diritti dei detenuti - prosegue il legale - può subire restrizioni di vario genere unicamente in vista delle esigenze di sicurezza inerenti alla custodia in carcere", ma "in assenza di tali esigenze, la limitazione acquisterebbe unicamente un valore afflittivo supplementare rispetto allo scopo del 41 bis".
Ma c'è anche la convenzione europea che garantisce il diritto all'informazione e, non a caso, diverse sentenze della Cedu fanno riferimento ad essa anche quando si tratta delle persone private della libertà. Quindi il ricorso, accolto dalla Cassazione con rinvio, si fonda sulla lesione del diritto all'informazione.
Tali afflizioni aggiuntive, in generale, sono state evidenziate anche dal Garante nazionale delle persone private della libertà tramite il Rapporto tematico sul regime detentivo speciale. Nel capitolo dove ci sono le raccomandazioni che riguardano gli ulteriori diritti, il Garante ha sottolineato che l'esercizio del diritto all'informazione del detenuto è parso in altri casi essere limitato dalla mancata consegna di articoli di stampa o pubblicazioni che, pur estranee alla vicenda del detenuto, facevano generale riferimento al contrasto alla criminalità organizzata. Condotta che il Garante ha ritenuto - nei casi non strettamente necessari - idonea a compromettere l'effettivo accesso all'informazione.
La ratio del regime del 41 bis è quella di rafforzare la funzione custodialistica del carcere e spezzare i legami con la consorteria mafiosa di appartenenza: si vuole impedire che il detenuto possa continuare a "guidarla" ed impartire ordini nonostante la reclusione, nell'ottica di una guerra dichiarata alla criminalità di tipo mafioso a tutto campo. Un regime detentivo che, non a caso, si è guadagnato l'appellativo di "carcere duro" per via di ulteriori restrizioni che esulano dallo scopo originario.
Il Gazzettino, 17 luglio 2019
Chiude la sezione psichiatrica del carcere di Baldenich. Il trasferimento è programmato tra la fine del 2020 e il 2021. Ma le organizzazioni sindacali e i politici sono scettici. La notizia della prossima fine dei disagi per detenuti e per polizia penitenziaria è infatti accolta con tiepido entusiasmo da parte di Fns Cisl.
"Apprendiamo con diffidente soddisfazione la notizia - afferma Robert Da Re della Cisl Fns Belluno Treviso - perché è dall'ottobre del 2017 che a tutte le promesse fatte per risolvere la gravissima situazione di insicurezza in cui versa la sezione e che penalizza sia il personale dell'istituto penitenziario sia i detenuti, non sono seguiti fatti concreti. Ad ogni modo vigileremo sulla corretta implementazione del supporto sanitario e sui tempi dichiarati per la ristrutturazione del nuovo reparto presso la Casa Circondariale di Padova".
Nell'attesa di trasferire i detenuti, l'Usl 1 Dolomiti ha chiesto di implementare l'attività sanitaria, con copertura h24 da parte del personale medico e infermieristico. La situazione nell'Articolazione Salute Mentale del carcere cittadino è sotto il mirino dei sindacati da tempo, per lo stato di degrado dell'area e per i numerosi episodi di violenza avvenuti ai danni delle guardie. Anche il deputato di Fratelli d'Italia e sindaco di Calalzo Luca De Carlo commenta la novità.
"Era ora che qualcosa si muovesse sul trasferimento della sezione psichiatrica del carcere di Belluno - dichiara - ora vigileremo perché i tempi annunciati vengano rispettati. Già un anno fa ci era stato annunciato il trasferimento, ma oggi siamo ancora qua a parlarne, e poche settimane fa commentavamo l'ennesima aggressione ai danni degli agenti che vi lavorano. Ora confidiamo che la data del 2021 sia definitiva, non possiamo continuare a mantenere detenuti e lavoratori in quelle condizioni".
di Nicola Vanni
livornotoday.it, 17 luglio 2019
Mazzerbo: "I problemi dell'isola sono altri". Il Sindacato di Polizia penitenziaria contro la disposizione del direttore Mazzerbo: "Non c'è una tabella di consegna che indichi i compiti dei poliziotti". La replica: "Per gli agenti non cambia niente, piuttosto pensiamo a rilanciare l'isola"
Funzionava così 30 anni fa, quando tutte le domeniche i detenuti del carcere di Gorgona venivano portati a fare il bagno in una caletta impervia dell'isola. Poi, dal 2010, anche quel tipo di attività ricreativa, così come altre, fu sospesa. Adesso, da sabato 13 luglio, su disposizione del direttore del penitenziario, Carlo Mazzerbo, la popolazione carceraria potrà tornare a tuffarsi nelle acque di Cala Martina, per un'ora e mezzo al giorno, dalle 9.30 alle 11.
Una disposizione che, "senza entrare nel merito delle scelte operate dalla direzione per quanto attiene alle attività trattamentali in favore dei detenuti", viene contestata dal Sappe (sindacato autonomo di polizia penitenziaria) con tanto di lettera protocollata e firmata dal segretario, Donato Capece, nella quale si chiede al ministero della giustizia, Alfonso Bonafede, l'immediata sospensione del provvedimento.
Secondo il Sappe, a mancare è la regolamentazione di un "posto di servizio" che, come da normativa del corpo di polizia penitenziaria, imporrebbe una "tabella di consegna" con indicati i compiti e le mansioni degli agenti in servizio. Una mancanza che, per Capece, impone una serie di interrogativi: "In quali condizioni il poliziotto dovrà svolgere tale servizio - argomenta il sindacato - dovrà sostare in piedi per un'ora e trenta esposto alle intemperie? Quali indumenti dovrà indossare? Anche il poliziotto potrà indossare pinne, boccaio ed occhiali?". "E ancora, dovrà intervenire in caso un bagnante-detenuto sia colto da malanno o peggio ancora tenti una seppure improbabile fuga? Sarà impiegato solo eventuale personale in possesso della qualifica di assistente bagnante? Sarà sollevato da ogni responsabilità sia penale che disciplinare in caso di qualsivoglia evento critico?".
"Il tutto - conclude il Sappe - senza tenere di conto che, a causa del ridimensionamento del servizio navale del corpo, la costa di Cala Martina non è più presidiata dalle motovedette della polizia penitenziaria e che, negli specchi d'acqua antistanti l'isola, vige tutt'ora il divieto di balneazione".
Polemiche che il direttore della casa circondariale di Livorno, Carlo Mazzerbo, ritiene fini a se stesse. "Non capisco queste polemiche, mi sembrano pretestuose - spiega Mazzerbo. È un servizio che sull'isola esiste da 30 anni, tra l'altro prima questa specifica attività trattamentale veniva svolta in una zona ancora più impervia. Adesso la strada di accesso è stata liberata e ripulita, non esistono problemi per gli agenti che devono svolgere un servizio di controllo e vigilanza così come ce ne sono altri".
E allora il perché di tutte queste polemiche? "Ho letto di agenti che dovranno fare i bagnini - continua il direttore - ma non è assolutamente così. E per i detenuti non può essere altro che un'attività ricreativa che, soprattutto per coloro che non hanno un lavoro, può servire almeno in parte ad alleviare il disagio della detenzione".
"Piuttosto - chiude Mazzerbo - i problemi dell'isola e degli agenti penitenziari sono ben altri e decisamente più seri: dalle indennità corrisposte alle case per i poliziotti, fino a un pacchetto completo che rilanci definitivamente la Gorgona". Come qualche anno fa, quando l'isola era considerato un modello sperimentale dal punto di vista giuridico, etico, ambientale, sanitario e zoo-antropologico.
di Ezio Massucco
lavocedialba.it, 17 luglio 2019
Il Garante dei detenuti Prandi scrive al guardasigilli Bonafede. Progetto approvato, fondi stanziati e massima priorità assegnata: allora perché il Ministero della Giustizia non procede ad assegnare l'intervento da 4,5 milioni di euro necessario a riaprire l'intera struttura. C'è il nome del ministro alla Giustizia, il pentastellato Alfonso Bonafede, in testa alla lista di destinatari della missiva partita oggi da Alba all'indirizzo dei vertici nazionali dello Dipartimento di Amministrazione Penitenziaria (Dap).
A prendere in mano carta e penna, il garante comunale delle persone private della libertà personale Alessandro Prandi, che torna a sollecitare lo stesso ministro e i responsabili del dicastero romano circa l'urgenza di prendere in mano il progetto per la ristrutturazione della Casa di Reclusione "Giuseppe Montalto" di Alba, chiusa dal gennaio 2016 per la contaminazione da legionella che ne interessò gli impianti pochi giorni prima e riaperta soltanto un anno e mezzo dopo, a metà 2017, e solamente per un quarto - 35 posti su 140 - della sua capienza regolamentare.
Come riportato da queste pagine ancora nelle scorse settimane (qui il nostro articolo), nell'unica recente palazzina ora attiva (staccata dal corpo centrale, la sede è quella che in passato aveva ospitato la sezione femminile prima e quella dei collaboratori di giustizia poi) in questo momento trovano ospitalità oltre 50 detenuti, con un tasso di occupazione attestato ora al 143%: valori che fanno di quella albese una delle sedi più sovraffollate d'Italia. Intanto il progetto da 4.5 milioni di euro teoricamente già stanziati per la ristrutturazione del corpo centrale langue.
Dopo le assicurazioni arrivate dallo stesso ministro nel corso della sua visita ad Alba del novembre scorso, gli ultimi riscontri sul tema sono quelli arrivati nel marzo scorso dalla voce del sottosegretario Vittorio Ferraresi, che in sede di question-time alla Camera dei Deputati informava che il progetto era stato approvato, il 20 febbraio, dal Provveditorato Interregionale delle Opere Pubbliche. Circostanza poi confermata nella successiva lettera inviata il 15 maggio scorso dal ministro Bonafede al sindaco di Alba Maurizio Marello (leggi qui), scritto col quale il Guardasigilli confermava lo stanziamento già previsto nel 2018 all'interno del "Programma di edilizia penitenziaria 2019-2021".
Un documento che da una parte confermava il precedente stanziamento, inserendo intanto l'intervento albese tra quelli di "priorità massima". "Verosimilmente l'ultimo atto utile per dar il via all'emissione del bando per l'affidamento dei lavori", rimarca ora Prandi, che rileva però anche come dello stesso bando intanto si continui a non vedere traccia. Cosicché i tempi per la completa riapertura della struttura vanno dilatandosi di mese in mese.
"Quando il bando arriverà - spiegava ancora nei giorni scorsi Prandi al nostro giornale - dovremo poi aggiungere i relativi tempi di affidamento e lavori che non dureranno meno di un anno. Se anche si partisse domani, insomma, per vedere il Montalto interamente riaperto bisogna attendere almeno sino al 2021". Da qui l'iniziativa di un nuovo sollecito al ministro, nella speranza che per compiere l'ultimo miglio verso la riapertura integrale del "Montalto" non si debba attendere un altro lustro.
varesenews.it, 17 luglio 2019
Darwin parlava di evoluzione riferendosi allo spirito di adattamento e l'uomo è diventato quello che è per aver adattato la propria esistenza ai cambiamenti della vita. Così accade che per chi sta in carcere, chiuso dietro alle sbarre, il tempo possa diventare un supplizio. E per questo c'è chi studia, lavora e sogna una nuova vita: chissà che fra i detenuti dei Miogni non si nasconda un cuoco chef capace di stupire una volta saldato il conto con la giustizia. Ecco che dopo il "Mandato di cottura" di Como, e il "Diario dei sapori" di Bollate, a Varese giunge "Assapori(amo) la libertà", il terzo dei laboratori di cucina del progetto "Cucinare al fresco", ovvero una raccolta di ricette realizzate rigorosamente dietro alle sbarre.
Autori dell'iniziativa non grandi chef e nemmeno scrittori di professione, ma tre gruppi di detenuti che si sono messi in gioco per realizzare una pubblicazione dedicata al food. Una sperimentazione avviata lo scorso anno all'interno dell'Istituto del Bassone di Como, grazie all'allora direttore (oggi a Varese) Carla Santandrea, entrato poi nel carcere di Bollate e ora anche in quello di Varese, in attesa di replicarsi anche in altre strutture lombarde. L'iniziativa è coordinata da Arianna Augustoni e, a Varese, vanta il supporto di Virginio Ambrosini, storico volontario dell'Istituto e anima di moltissimi laboratori di cucina.
Proprio per condividere con l'esterno i sapori e i profumi della cucina, facendolo in modo serrato, oltre ai libri di ricette, il Gruppo di collaboratori ha deciso di lanciare una nuova iniziativa: un magazine che porta lo stesso titolo dell'iniziativa con proposte stagionali. Questa parte del progetto è stata supportata dai Lions Club di Cernobbio e da Alberto Galimberti che, da sempre, è vicino ai ragazzi. Parliamo di 24 pagine di sfiziosità estive che potranno essere facilmente preparate anche da chi ha qualche problema a "vivere" la cucina. L'iniziativa è nata per caso, da una fortuita chiacchierata coi detenuti, una conversazione che in poco tempo ha reso partecipi tutti i presenti e tutti quanti hanno deciso di impegnarsi per "fare qualcosa di buono", sia in cucina che nella vita.
Parole, sapori, profumi, ingredienti sono il "sale della vita", fattori in grado di unire e di sviluppare nuove sensazioni e nuovi bisogni come quello di raccontarsi. Si tratta di una sorta di esperienza di conoscenza e di esternazione dei sentimenti in chiave enogastronomica. Oltre a raccontare la preparazione di ogni piatto, viene spiegato come ci si deve arrabattare per costruire e mettere in pratica una ricetta, con quali strumenti e con dei tempi molto dilazionati, nell'arco della giornata.
Dagli ingredienti del carrello, a quelli della spesa, passando da quanto entra dall'esterno, il ricettario e il magazine sono un percorso di vita e di speranza. La cucina, la preparazione di un piatto è un linguaggio che ha accomunato i detenuti del carcere. L'intero ricavato dalla vendita dei magazine e dei libri viene reinvestito per stampare nuove edizioni ricche di sapore.
primonumero.it, 17 luglio 2019
Detenuti attori per una notte, anzi, per tre notti. Torna infatti il Teatro nella casa circondariale di Larino con tre serate aperte al pubblico (previa prenotazione). Gli appuntamenti saranno mercoledì 17, giovedì 18 e sabato 20 luglio alle ore 20.30 quando andranno in scena i detenuti di Alta Sicurezza che hanno preso parte al laboratorio teatrale diretto da Giandomenico Sale e Gisela Fantacuzzi. Dopo l'esperienza dello scorso anno, i detenuti del Carcere larinese si cimentano in una nuova pièce teatrale, Pinocchio Scugnizzo, una rivisitazione del famoso romanzo di Collodi in chiave ironica ma sempre ricca di significato.
"Nel corso del tempo si è sviluppata nei partecipanti una forte motivazione e la volontà di proseguire nel progetto, ampliando le proprie conoscenze e capacità - spiega la direttrice Rosa La Ginestra -. Come prossimo traguardo ci sarà la costituzione di una compagnia stabile all'interno dell'istituto, da affiancare al corso base rivolto a quanti vogliono intraprendere questo percorso per la prima volta". E sulla scelta dell'opera di Collodi, la direttrice dell'Istituto afferma che "le avventure del piccolo burattinaio che vuole diventare bambino ed incontra sulla sua strada cattive compagnie, personaggi equivoci, ma anche buoni consigli su come raggiungere i suoi obiettivi, ben si presta a parafrasare la vita di tanti di quei detenuti che calcheranno le scene. Ed ognuno di loro ha lasciato nel personaggio che recita una parte delle sue esperienze".
Il laboratorio teatrale promosso dalla Casa Circondariale di Larino in collaborazione con Frentania Teatri e l'Ipseoa "Federico di Svevia" nasce con l'intento di dare consapevolezza del proprio io, di creare socializzazione tra i detenuti e iniziare un percorso di inclusione sociale avvicinando il pubblico esterno alla realtà carceraria. "Una possibilità di crescita e di formazione anche per quanti vorranno assistere allo spettacolo sconfiggendo i pregiudizi nei confronti dei detenuti e andando oltre le apparenze e i luoghi comuni". Dopo lo spettacolo ci sarà un buffet con gli "attori". Per info e prenotazioni è possibile contattare il numero 347.0603551.
di Emanuela Sorrentino
Il Mattino, 17 luglio 2019
Nell'ambito di Doppio Sogno, rassegna cinematografica d'autore organizzata da Galleria Toledo e ospitata a Villa Pignatelli, c'è "Il Clan dei Ricciai", ultimo lavoro del regista Pietro Mereu che sarà proiettato in anteprima a Napoli venerdì 19 luglio 2019, alle ore 20.30.
In concorso al premio David di Donatello nel 2018, il documentario narra la storia di Gesuino, Massimo, Simone, Bruno, Andrea e Joe, ex detenuti che scontata la propria pena, trovano nell'attività della pesca dei ricci una possibilità di reinserimento sociale. Sullo sfondo di una Sardegna a tinte forti, lontana dai circuiti turistici, in cui si rivelano scorci di degradazione suburbana dove la violenza è ovunque e la sopraffazione l'unica possibilità per sopravvivere, si snodano le vite di questi uomini sempre al limite fra lecito e illecito, fra la legge precostituita dal "continente" e la giustizia personale.
Con il capo del clan, Gesuino, che parla solo lo slang della mala cagliaritana e grazie alla sua capacità organizzativa ha messo su un piccolo impero di ricciai e buttafuori, con suo fratello Massimo, dal passato ingombrante popolato di auto rubate e una figlia di cui non vuole parlare, con Andrea, iper-tatuato e autolesionista, e con Simone che sogna una barca tutta sua, Pietro Mereu mette insieme e dirige un coro di voci, a volte armoniche e a volte discordanti, riuscendo a sfuggire alla retorica e al facile pietismo, restituendo il suono duro e poetico del popolo sardo.
"Quando ho conosciuto i ricciai avevo in mente una storia sulla malavita, una malavita che scompare, poi cominciando a girare e trovandomi a montare, ho scoperto che avevo davanti una storia di riscatto - racconta il regista.
Persone che non sono perfette o senza sbavature, ma che ogni giorno cercano di togliersi la galera di dosso. I ricci, l'oggetto del loro lavoro, li rappresentano perfettamente: spinosi fuori ma dolci dentro. Per arrivare al cuore dolce bisogna attraversare le spine". L'artista cagliaritano Joe Perrino, autore della colonna sonora del film, trasforma in musica le suggestioni di queste vite al limite, divenendo il legittimo cantastorie di un Clan sui generis, tenuto insieme non da intenti illeciti ma dalla più autentica e disperata voglia di rivalsa.
La proiezione sarà anticipata da un aperitivo offerto da Consorzio di Tutela del Vermentino di Gallura. Sarà presente il regista. A presentare il documentario sarà Aniello Arena, ex detenuto divenuto attore (fra cui Reality e Dogman di Garrone. Con Reality ha vinto anche il Nastro d'Argento).
di Gerardo Villanacci
Corriere della Sera, 17 luglio 2019
Le ultime elezioni europee ma anche quelle amministrative, soprattutto nella fase del ballottaggio, sono state caratterizzate da un forte astensionismo e da una marcata volatilità.Non si tratta di problematiche recenti né tantomeno esclusive dell'Italia essendo comuni a molti dei Paesi maggiormente sviluppati, non soltanto europei. Solo per citare quelli più rappresentativi, si consideri quanto è accaduto in Germania, dove a dispetto della proverbiale stabilità, le elezioni federali e locali hanno prodotto una frantumazione politica senza precedenti. Oppure in Francia, le cui elezioni presidenziali del 2017 sono state contraddistinte dalla evaporazione dei partiti tradizionali, già nel primo turno.
Tuttavia, in controtendenza rispetto agli altri Paesi europei dove vi è stata una maggiore affluenza di votanti, in Italia il fenomeno è in evidente progressivo aumento. Infatti l'astensionismo, inteso nella accezione più ampia comprensiva oltre che dei non partecipanti al voto, anche di coloro che inseriscono nell'urna schede nulle oppure bianche, è stato del 43,7%, addirittura in aumento rispetto al massimo storico delle elezioni omologhe del 2014, nelle quali la percentuale è stata del 41,3%. Al netto della asetticità dei riferimenti percentuali, stiamo parlando di 21,5 milioni circa di persone che non hanno votato. Un dato straordinario se si considera che complessivamente gli elettori italiani sono poco più di 51 milioni.
Anche la volatilità, vale a dire il cambiamento delle preferenze tra una elezione e l'altra, ha raggiunto nell'ultima tornata elettorale i più alti livelli nella storia repubblicana, con la sola eccezione delle votazioni del 1994 nelle quali vi è stato l'azzeramento dei partiti tradizionali. Escludere che vi sia una correlazione tra queste circostanze e la complessa situazione economica e di decadimento sociale che affliggono il Paese, sarebbe un grave errore di sottovalutazione. La politica potrà superare il diffuso giudizio di incapacità ad arginare il disfacimento della propria funzione di raccordo tra il cittadino e le istituzioni, soltanto contrastando la radicata convinzione di marginalità della partecipazione al voto.
L'astensionismo, in modo particolare, ma anche la volatilità delle preferenze politiche, sono i segnali più evidenti del profondo ed irreversibile mutamento culturale in atto. Una lunga traversata del deserto che nei migliori auspici dovrebbe condurci da una prolungata fase storica di autoritarismo, a quella più moderna di autorevolezza.
Facciamo riferimento ad un fenomeno di formazione intellettuale in evoluzione, nel quale troviamo le risposte alla crisi dei corpi intermedi, ma anche a quella dell'istruzione e alla ormai evidente emergenza educativa, che quotidianamente riscontriamo nel logorato rapporto tra insegnanti e studenti. Questioni con una radice comune: il rifiuto dell'impianto strutturale gerarchico fondato sulla ragione della forza. Un modello culturale superato, ma che continuerà a produrre gravi disfunzioni fin quanto non verrà definitivamente sostituito da un altro costruito sull'autorevolezza; vale a dire sulla forza della ragione.
Il riconoscimento di autorevolezza, d'altra parte, è lo snodo decisivo per qualsiasi funzione di responsabilità e comando. Si consideri, prima di altri, il fondamentale ruolo educativo degli insegnanti, dai quali legittimamente si pretende equilibrio e serietà nello svolgimento del loro compito formativo ma, al contempo, non ci si preoccupa di promuovere iniziative, a qualsiasi latitudine, volte alla protezione della dignità del loro lavoro.
Pur tuttavia, la posizione di maggiore rilievo è quella del leader politico. Esserlo, significa, innanzitutto esprimere valori condivisi preoccupandosi di fare piuttosto che apparire, perseguendo il consenso e non la semplice fiducia, sul presupposto che le iniziative di governo sono normalmente impopolari in quanto difficilmente proiettate a produrre vantaggi nel breve e talvolta nel medio termine. Diversamente anche i più importanti trionfi elettorali, avranno carattere temporaneo. Quando le promesse non si realizzeranno, i sostenitori saranno pronti a cambiare opinione e partito, semmai rapiti dal fascino e dalla capacità comunicativa di un nuovo aspirante leader, pronto a colmare le delusioni del precedente. Tutto ciò in barba alla stabilità che i mercati, i partner europei e gli investitori stranieri ci chiedono, senza nascondere che la sfiducia verso il nostro Paese è soprattutto causata dalla incontenibile volatilità.
askanews.it, 17 luglio 2019
Governo impegnato a trasferire da Paesi con pena morte e a informare famiglie. "Garantire i diritti umani fondamentali alle cittadine e cittadini italiani detenuti all'estero. Con il via libera all'unanimità di una risoluzione in merito, la Commissione diritti umani del Senato ha scritto oggi una pagina importante e positiva". Lo ha dichiarato la capogruppo Pd in Commissione diritti umani Valeria Fedeli.
Il testo impegna il governo ad adoperarsi affinché vengano trasferiti i detenuti dai paesi dove è ancora prevista la pena di morte o non operano le guarentigie della normativa europea e a dare loro massima assistenza soprattutto nei primi momenti successivi all'arresto. Ma anche a facilitare le famiglie nell'ottenere informazioni, evidenziare sui siti delle rappresentanze italiane all'estero i numeri da contattare in caso di bisogno e quelli degli avvocati accreditati.
La risoluzione fa anche un esplicito riferimento al caso di Enrico Forti affinché sia esaminata e accolta al più presto possibile la sua richiesta di trasferimento dalla Florida all'Italia. "È fondamentale che - come avvenuto in Commissione - le forze politiche, attraverso le nostre istituzioni democratiche, agiscano in modo trasversale, senza differenze di parte - ha aggiunto Fedeli- nella tutela di tutte le cittadine e cittadini a maggior ragione quando, in condizione di detenzione, sono costretti all'estero", conclude Fedeli.
"Alla presenza del Sottosegretario agli affari esteri Guglielmo Picchi - ha dichiarato la senatrice della Lega Stefania Pucciarelli, presidente della Commissione straordinaria per la tutela e la promozione dei diritti umani - abbiamo approvato con voto unanime una risoluzione nella quale si chiede al Governo di adoperarsi fattivamente per migliorare l'azione di supporto ai cittadini italiani detenuti all'estero". La risoluzione, illustrata dalla senatrice Craxi, contiene un dettagliato resoconto numerico su quanti concittadini sono detenuti tra Europa e rimanenti continenti: 2.113 gli italiani presenti nelle carceri poste fuori dai confini nazionali, di cui l'82% in Europa, il 12% nel continente americano.
"Inoltre - afferma Pucciarelli - sottolinea la necessità che il Ministero degli Esteri si impegni a garantire una dettagliata assistenza ai detenuti italiani fuori dai confini nazionali e ai loro familiari dotandosi eventualmente di maggiori risorse, realizzi, tra l'altro, una guida di orientamento scaricabile dal sito del Ministero, aggiorni periodicamente la lista degli avvocati accreditati presso le Rappresentanze italiane all'estero, fornisca assistenza agli italiani tratti in arresto specie nei primi momenti della detenzione".
Infine, "i lavori si sono poi conclusi con la richiesta al Governo di dedicarsi maggiormente alle sorti di Enrico Forti, ex campione italiano di windsurf, condannato per omicidio negli Usa - nonostante si sia sempre proclamato innocente - e detenuto dal 2000 a Miami, perché possa scontare la pena residua in Italia".
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