di Giuliano Foschini
La Repubblica, 4 settembre 2019
Vincenzo, 53 anni, lavorava per 3,50 euro all'ora: fino a qualche settimana fa tirava fuori dalla terra pomodori nell'azienda di uno dei più importanti imprenditori agricoli di Foggia, prima che la procura non lo arrestasse.
Ines, invece, raccoglieva mirtilli e lamponi in Piemonte per poco meno di 5 euro all'ora: "Ma i padroni non segnavano tutte le giornate di lavoro" hanno scoperto i carabinieri. Un po' come accadeva a Paola Clemente, morta di fatica a 49 anni mentre raccattava uva per due euro l'ora in Puglia, a luglio del 2015: in borsa, all'obitorio, le hanno trovato un pettine, che le serviva per togliere la terra dai capelli. E una busta paga fasulla, che invece serviva per dimostrare che tutto era a posto, in caso di controlli.
Vincenzo. Ines, Paola. Così come Pasquale Fusco, il bracciante campano morto qualche giorno fa sotto una serra per i meloni a Giugliano, sono alcuni delle migliaia di schiavi italiani, travestiti da braccianti, che ogni mattina lavorano nelle campagne del nostro paese. "Uomini e donne - per usare le parole di Pino Gesmundo, segretario pugliese della Cgil che della battaglia al caporalato ha fatto una bandiera - che hanno abdicato a ogni diritto, anche spesso quello alla vita, che accantonano la dignità per cercare di portare a casa la "giornata" di lavoro".
In Italia ogni anno lavorano poco più di un milione di braccianti agricoli, il 28 per cento dei quali stranieri. Secondo le ultime statistiche, un'azienda su due è fuorilegge e la maggior parte delle infrazioni riscontrate riguardano proprio le paghe dei lavoratori.
"Non è vero, come magari è più facile immaginare, che gli unici schiavi siano cittadini irregolari e per questo in situazioni di fragilità e debolezza particolari - spiega Francesca Pirrelli, procuratrice aggiunta di Foggia, dove è nata una squadra di magistrati dedicata espressamente al caporalato.
Nelle nostre indagini emergono sempre più spesso casi di braccianti italiani e stranieri regolari che lavorano per pochi euro l'ora, costretti da una situazione di bisogno economico. C'è stata una trasformazione di questo tipo di reati: non ci troviamo di fronte a lavoratori in nero. Ma in grigio. Hanno cioè contratti, buste paga. Ma viene segnato loro molto meno di quello che effettivamente lavorano".
Era quanto accaduto a Paola Clemente: il processo ai suoi caporali è in corso al tribunale di Trani. Una di loro, Giovanna Marinaro, italianissima, è stata recentemente riacciuffata a Taranto mentre portava braccianti italiane a raccogliere fragole. Quello che accade, è ben spiegato proprio negli atti di quel processo. Racconta Tina: "Inutile fare la guerra con il caporale: la perdi. Sarà per questo che mai nessuno si è permesso di ribellarsi". A decidere chi lavora è infatti il caporale, che oggi lavora in un'agenzia interinale. O si nasconde dietro una cooperativa per il trasporto dei lavoratori.
"Giovanna Marinaro, quando eravamo sotto il vigneto, si aggirava tra i filari dicendo a voce alta: "Quanto prendete voi al giorno, 40 euro! Voi prendete 40 al giorno"", racconta Filomena, che al giorno invece ne guadagnava 20 o poco più. "Attenzione a come parlate", ci diceva, "perché se no finite di testa sotto terra...". Era impossibile ribellarsi: "Se dici che vuoi i 40 euro giornalieri come da contratto, Ciro dice "statti a casa". E noi abbiamo bisogno di lavorare". E così accettavano che in busta paga risultassero sette euro l'ora, quando invece intascavano poco meno della metà.
Proprio in nome di Paola Clemente era però nata una legge, la 199, voluta dall'allora ministro Maurizio Martina, che avrebbe dovuto mettere fine a questo scempio. La legge c'è. Funziona nella sua parte repressiva (le operazioni si ripetono, le procure si muovono). Ma per salvare la vita a Pasquale, mentre raccoglieva i meloni, serviva altro.
Non è mai stata attuata "tutta la parte preventiva - denuncia Giovanni Mininni, segretario nazionale della Flai Cgil - che prevedeva l'incontro tra domanda e offerta di lavoro, trasporto e accoglienza. Soltanto così si toglierebbe veramente ogni forza dalle mani dei caporali e degli imprenditori che ad essi si rivolgono".
Per dire: l'ormai ex ministro dell'Interno, Matteo Salvini, e quello dell'Agricoltura, Gianmarco Centinaio, avevano annunciato di voler mettere mano alle norme. Non in difesa dei lavoratori, ma perché considerate troppo punitive per gli imprenditori che, se colti a sfruttare i braccianti, rischiano anche di perdere il controllo dell'azienda. Il ministro Luigi di Maio a settembre scorso aveva annunciato invece "un tavolo permanente sul caporalato". È passato un anno e quel tavolo non è stato più riconvocato. Pasquale, intanto, è morto di fatica.
di Carlo Lania
Il Manifesto, 4 settembre 2019
I dl sicurezza si riscrivono ma solo in parte e senza toccare l'impostazione anti ong. L'unica vera novità è l'archiviazione della legge Bossi-Fini. Rimettere mano ai decreti sicurezza tenendo conto delle osservazioni del presidente della Repubblica Sergio Mattarella, ma neanche una parola a proposito della necessità di arrivare finalmente a una nuova legge sulla cittadinanza, sulla mancata approvazione della quale il Pd a suo tempo aveva pure fatto autocritica ma soprattutto attesa da un milione di giovani italiani figli di immigrati.
La conferma di quanto l'immigrazione rappresenti ancora una spina nel fianco del prossimo governo giallorosso sta proprio nella vaghezza con cui il tema viene affrontato nella bozza di programma presentata ieri. Al punto 15 si parla infatti della necessità di coinvolgere l'Europa nella gestione dei flussi migratori "anche nella definizione di una normativa che persegua la lotta al traffico illegale di persone e all'immigrazione clandestina" e che tenga conto della necessità di integrazione.
Non c'è governo che in passato non si sia impegnato a combattere le organizzazioni criminali che lucrano sulle traversate del Mediterraneo finendo poi col colpire soprattutto i migranti e il fatto che si sia voluto specificare che nel mirino del prossimo esecutivo ci sia anche "l'immigrazione clandestina" fa pensare che, almeno sotto questo punto di vista, le cose non cambieranno. Per quanto riguarda l'Europa, poi, Giuseppe Conte ha più volte ricordato la necessità di arrivare a una modifica del regolamento di Dublino ma il premier dovrebbe sapere che già da due anni il parlamento europeo ha varato un'ottima riforma che risponde perfettamente alle esigenze italiane e che attende solo di essere esaminata dal Consiglio europeo.
Restano i decreti sicurezza. La bozza non spiega se le modifiche alle quali si fa accenno riguarderanno entrambi i provvedimenti voluti dall'(ormai) ex ministro dell'Interno Matteo Salvini o solo il secondo. Per il decreto bis dal Colle sono arrivate pochi ma decisamente significativi rilievi indicati in una lettera inviata lo scorso 8 agosto alle Camere. A partire dal fatto che, come ricorda il presidente, nonostante quanto previsto dal decreto per chi va in mare resta l'obbligo di salvare i naufraghi. Altra modifica dovrebbe riguardare le sanzioni per le navi che non rispettano il divieto di ingresso nelle acque territoriali. La multa prevista varia da 150 mila un milione di euro. Troppo per Mattarella, che ha ricordato come una recente sentenza della Consulta abbia stabilito che sanzioni così alte sono paragonabile a una sentenza penale. L'ultimo rilievo riguarda la seconda parte del decreto dedicata all'ordine pubblico e in particolare la norma che consente ai giudici di non applicare la "tenuità del fatto" in caso di di reati ai pubblici ufficiali. Nessun accenno al primo decreto sicurezza, che pure contiene l'abrogazione della protezione umanitaria, la riforma del sistema Sprar e il divieto per i richiedenti asilo di iscriversi all'anagrafe dei Comuni. Punti sui quai almeno per adesso il Pd non pare voglia intervenire. Sembra sicura invece, la revisione della legge Bossi-Fini sull'immigrazione che trova d'accordo anche il M5S.
di Carlo Lania
Il Manifesto, 4 settembre 2019
Mentre l'Unione europea si dice preoccupata per l'aumento degli arrivi sulle coste greche di migranti in fuga dalla Turchia, ad Atene il nuovo governo di centrodestra del premier Kyriakos Mitsotakis vara un pacchetto di misure urgenti che dovrebbero servire ad arginare quella che ormai molti leggono come una nuova possibile crisi umanitaria. Misure che, se da una parte servono a decongestionare almeno in parte i centri di accoglienza che si trovano sulle isole dell'Egeo, veri e propri inferni come quello di Lesbos, dall'altra colpiscono i diritti dei profughi con una riforma dell'asilo che, sul modello italiano, punta ad abolire il ricorso in appello per coloro che si vedono respinta la domanda di protezione internazionale.
Da settimane Lesbos, Samos, Chios, Kos e Leros sono sempre più sotto pressione per i continui arrivi di imbarcazioni provenienti dalla vicina Turchia, al punto che la scorsa settimana il ministro degli Esteri Nikos Dendias ha convocato l'ambasciatore turco Burak Ozugergin per chiedere un maggiore impegno da parte di Ankara nel fermare le partenze, anche sulla base di quanto previsto dall'accordo siglato a marzo del 2016 con l'Unione europea. Un paradosso se si considera che, secondo alcuni osservatori, a spingere i migranti alla fuga sia proprio la repressione messa in atto dalla Turchia nei loro confronti oltre che la ripresa dei combattimenti in Siria.
Che la situazione sia comunque cambiata rispetto agli anni passati non ci sono dubbi. Dal primo gennaio al primo settembre sono stati 60.460 i migranti arrivati in Europa e di questi, secondo i dati forniti dall'Alto commissariato dell'Onu per i rifugiati, più della metà, 33.999, sono giunti in Grecia contro i 18.758 della Spagna i 5.234 dell'Italia, i 1.585 arrivati a Malta e i 794 di Cipro. Numeri che hanno fatto salire a 84.000 i migranti presenti in Grecia, 19.900 dei quali solo sulle cinque isole dell'Egeo. L'apice si è toccato giovedì della settimana scorsa quando in un solo giorno sono arrivate a Lesbos 13 imbarcazioni con in tutto 540 persone, delle quali 240 erano minori. E altri 400 migranti sono arrivati nel fine settimana. Uomini, donne bambini che, almeno per qualche giorno, non hanno avuto altra alternativa che finire nel campo di Moria, una ex caserma in grado di accogliere fino a tremila persone e trasformata in un centro di accoglienza dove oggi trovano posto 11.000 disperati costretti a vivere in condizioni igieniche inesistenti e per di più nel terrore a causa delle numerose violenze che si verificano al suo interno.
Per fronteggiare l'emergenza sabato scorso Mitsotakis ha convocato il Consiglio per gli affari esteri e della difesa e varato un pacchetto di sette misure tra le quali il trasferimento sulla terraferma di una parte di coloro che si trovano sulle isole e in particolare di 160 minori non accompagnati per i quali dovrebbe essere facilitato il ricongiungimento con le famiglie, l'aumento dei controlli di polizia nelle isole alla ricerca di coloro ai quali non è stato riconosciuto il diritto di asilo e maggiori controlli in mare. Ma anche una riforma del diritto di asilo che punta ad accorciare i tempi di esame delle domande (quelle presentate fino a maggio sono 37.045). Chi si vedrà rifiutata la protezione internazionale non potrà più fare ricorso in tribunale, come accade ora, ma dovrà rivolgersi direttamente alla giustizia amministrativa. Una riforma che ricalca quella varata nel 2017 in Italia dagli allora ministri Pd Minniti e Orlando.
I primi trasferimenti da Moria sono già cominciati. 720 migranti sono arrivati ieri in nave fino a Salonicco e da lì trasferiti nei campi allestiti a Nea Kavala, vicino al confine con la Macedonia, Kilkis e in altre strutture. Temporaneamente saranno alloggiati in 200 tende in attesa di una sistemazione più stabile. Un'operazione che non ha mancato di suscitare perplessità tra gli operatori umanitari. "La situazione Moria è sicuramente terribile, ma la decisione del governo di spostare i migranti non risolve il problema del sovraffollamento. È più che altro un esercizio di propaganda", ha spiegato nei giorni scorsi uno di loro al quotidiano britannico Telegraph.
di Stefania D'Ammicco
sanihelp.it, 4 settembre 2019
È stata pubblicata una ricerca che si basa sul programma di pratica in un penitenziario, e i dati sono davvero incoraggianti. Lo yoga in carcere è una realtà non solo presente in Italia, ma anche in altri Paesi. Tuttavia, la sola pratica può sicuramente dare dei risultati, ma tanti vorrebbero conoscere i dati relativi all'effettività dello yoga in carcere. Per questo sono stati raccolti i risultati relativi allo yoga in carcere che è stato proposto, a partire dal 2017, nell'Alexander Maconochie Center che si trova in Australia e, in modo più specifico, a Canberra.
Questo è stato il primo programma di yoga in Australia ad essere non solo proposto ma anche valutato sotto il punto di vista della sua efficacia. Infatti, i risultati relativi alla pratica sono stati seguiti, e sono stati ora pubblicati all'interno dell'International Journal of Offender Therapy and Comparative Criminology. Il risultato della pratica costante sarebbe stato davvero molto positivo, così come si legge nell'articolo. I prigionieri avrebbero mostrato di aver potuto ricever dei benefici dal punto di vista fisico e mentale grazie al programma.
Ancora più nello specifico, sarebbero migliorati di molto i livelli di stress, ansia e depressione. Allo stesso tempo, molti partecipanti al programma hanno potuto constatare un aumento della loro autostima, diventando maggiormente capaci non solo di seguire i programmi proposti all'interno del carcere, ma anche di porsi degli obiettivi che non fossero a brevissimo termine. Infine, grazie al programma i carcerati avrebbero avuto la possibilità di creare delle relazioni forti e sane con i compagni di cella e, in generale, con gli altri ospiti della struttura. Il programma ha coinvolto dieci prigionieri i quali hanno potuto seguire le lezioni di yoga per otto settimane in tutto, non abbandonando, in seguito, più la loro pratica.
di Ermes Antonucci
Il Foglio, 4 settembre 2019
In Gran Bretagna la situazione carceraria è disastrosa. Così parte un progetto da 2,5 miliardi di sterline. Un carcere senza sbarre e dal design innovativo, non grigio ma luminoso, con spazi ampi, luoghi di incontro e giardini rigogliosi, ma soprattutto in grado di garantire una detenzione dignitosa e un effettivo percorso di rieducazione.
È stata già ribattezzata "la prigione del futuro" e aprirà i battenti nel 2021 a Wellingborough, città della contea del Northamptonshire, in Inghilterra, nota per aver dato i natali a Thom Yorke, frontman dei Radiohead. Il nuovo istituto di pena, che costerà 253 milioni di sterline e ospiterà circa 1.600 detenuti, fa parte del maxi piano da 2,5 miliardi di sterline annunciato dal primo ministro del Regno Unito, Boris Johnson, per risollevare un sistema penitenziario ormai in ginocchio e al centro delle preoccupazioni internazionali: oltre 84 mila detenuti reclusi (il numero più alto nell'Europa occidentale), sovraffollamento cronico, aumento degli episodi di violenza, suicidi e morti in carcere, riduzione costante del personale penitenziario, alto tasso di recidiva. L'imbarazzo delle autorità britanniche ha toccato il punto di non ritorno lo scorso maggio, quando un tribunale olandese ha deciso di bloccare l'estradizione nel Regno Unito di un trafficante di droga per il rischio che l'uomo potesse subire un trattamento "inumano e degradante" nel carcere di Liverpool, dove sarebbe dovuto essere recluso.
Il governo sembra ora voler affrontare di petto l'emergenza, dando il via a un piano di assunzione di circa 20 mila agenti penitenziari e alla costruzione di nuovi istituti di pena in grado di ospitare altri 10 mila detenuti. In questo quadro c'è spazio anche per l'esperimento del nuovo carcere di Wellingborough, che, affidato allo studio di architettura di fama mondiale Bryden Wood, mira a realizzare "la più grande riprogettazione del carcere dall'epoca vittoriana". Niente più sbarre alle finestre, grazie all'impiego di vetri rinforzati.
Niente più struttura "Panopticon", secondo il modello elaborato alla fine del 700 da Jeremy Bentham, con un edificio centrale dal quale si dipanano i vari bracci con le celle dei detenuti, ora sostituita da una forma a croce, in cui i lunghi e anonimi corridoi si riducono in zone più piccole e più sociali, permettendo al personale carcerario di sviluppare migliori relazioni con i detenuti attraverso un contatto più diretto. Niente più oscurità, con la presenza di ampi cortili che si affacciano ai giardini e di un centro visite arioso e circondato da strutture in legno. Ma, soprattutto, niente più abbandono dei detenuti alla noia e alla solitudine, grazie a un unico hub centrale che fornirà istruzione, formazione professionale e servizi sociali.
Come raccontato dal Guardian, il "carcere del futuro" è stato disegnato grazie all'impiego della tecnologia della realtà virtuale, che ha consentito agli architetti di esplorare e testare gli innumerevoli layout con il personale carcerario, modificando le larghezze e le lunghezze dei corridoi, regolando le altezze del soffitto e modellando l'acustica per trovare un layout che garantisse un equilibrio tra riabilitazione dei detenuti ed efficienza operativa. Anche in Italia, per certi versi, le tecnologie della realtà virtuale hanno fatto il loro ingresso in carcere.
Basti pensare che l'unico film italiano in concorso nella categoria "Venice Virtual Reality" della 76esima edizione della Mostra del cinema di Venezia è un cortometraggio realizzato all'interno della casa circondariale "Lorusso e Cutugno" di Torino. Si intitola "VR Free", è diretto dal regista iraniano Milad Tangshir e consente di esplorare in prima persona gli spazi detentivi, catturando momenti salienti della vita in carcere. Nel film si vedono anche le reazioni di alcuni detenuti che, con l'aiuto dei caschi VR, riescono a partecipare virtualmente ad alcune situazioni collettive e intime che non sono più alla loro portata, come una passeggiata in un parco o una partita allo stadio.
Il Regno Unito, insomma, prova a guardare al modello di carcere scandinavo (senza sbarre, senza celle e con una vera rieducazione dei detenuti), ma con un grande paradosso: i dati dimostrano che la costruzione di nuove carceri determina sempre un aumento della popolazione carceraria. Se non accompagnata dalla chiusura delle strutture più fatiscenti, la strategia di Johnson rischia di consegnare al Regno Unito un sistema penitenziario con pochi casi virtuosi (come quello di Wellingborough) e la sopravvivenza di decine di carceri inadeguate a svolgere la loro funzione rieducativa, con uno scarso impatto sul tasso di recidiva dei condannati.
Un paradosso diverso, ma non troppo, sembra affliggere l'Italia, dove il numero di reati continua a scendere, ma le carceri sono sempre più sovraffollate (aumenta il tasso di detenzione): i detenuti reclusi nelle carceri italiane sono 60.254, a fronte di una capienza di 50.480. Ma nel nostro paese sembra non esserci alcuna intenzione di affrontare lo stato di illegalità del sistema penitenziario.
di Marco Perduca
Il Manifesto, 4 settembre 2019
Quasi a celebrare il cinquantesimo anniversario di Woodstock, la quinta Breaking Convention, la conferenza europea multidisciplinare sulla coscienza psichedelica, si è chiusa il diciotto agosto all'Università di Greenwich di Londra dopo che per tre giorni oltre centocinquanta oratori hanno affrontato tutto ciò che ruota attorno a piante e sostanze spesso proibite.
Lanciata nel 2011 dallo psichiatra e psicoterapeuta Ben Sessa, e convocata biennalmente, la Breaking è un festival dalle mille sfaccettature che prevede simposi scientifici sulle più recenti e promettenti, ricerche oltre che approfondimenti innovativi su scienze umane e sociali, diritto, politica, arte, storia e filosofia che hanno a che fare con gli psichedelici. Tra i sostenitori storici della Convention si segnala la Beckley Foundation e Maps (Multidisciplinary Association for Psychedelic Studies), quest'ultima in fase tre di trial clinici per la cura di stress post-traumatico con psicoterapie aiutate dall'Mdma.
Sessa collabora anche con l'equipe di Robin Carhart-Harris e David Nutt che ad aprile scorso all'Imperial College di Londra ha lanciato il primo centro istituzionale al mondo per la ricerca sugli psichedelici, dopo aver portato avanti per anni studi ed esperimenti con Lsd e psilocibine con problemi legali e di disponibilità di fondi. Pur focalizzati sulle ricerche, gli organizzatori della Convention hanno sempre tenuto le porte aperte anche ad altri tipi di esperienze coinvolgendo persone che sperimentano su se stesse, ricercatori autodidatti, appassionati o esponenti di culture e tradizioni indigene. Il festival londinese ha un corollario di eventi che, grazie agli psichedelici, suscitano e accompagnano viaggi mentali, innescano creatività, spiritualità e positività individuali e collettive.
"Microdosing" e self-medication sono alcune delle parole chiave della Convention, anche se Nutt e i suoi collaboratori il 15 luglio scorso hanno lamentato scarse evidenze sull'impiego terapeutico di piccole dose di Lsd, mescaline o psilocibine. "Non esiste uno standard sulla quantità assunta né protocolli definiti" si legge nel loro lavoro: che però, piuttosto che archiviare il tutto come amatoriale, aneddotico e osservazionale, auspica studi sistematici lanciando, al contempo, una ricerca di volontari per trial clinici sulla depressione.
Cerimonie, gong, visioni, piante, chimica, antropologia, etno-botanica, archeologia musica e attivismi costruiscono la multidisciplinarietà delle Breaking nel perseguimento di quella Unità (Onennes) psico-culturale, e sempre più "politica", che si interroga sulle possibilità di una lotta trans-nazionale anti-proibizionista.
La lotta contro la perdita di autodeterminazione - a livello individuale e dei popoli indigeni - la penalizzazione di scelte culturali e di opzioni "terapeutiche" altre, l'attacco alla natura e alla bio-diversità, sono i temi chiave di questo movimento che propone un "rinascimento psichedelico" pro-attivo.
In Italia l'unica conferenza interamente dedicata a queste "terapie stupefacenti" l'ha organizzata nel 2017 l'Associazione Luca Coscioni all'Università di Torino, città dove dal 1990 è attiva la Società Italiana per lo Studio degli Stati di Coscienza. Dall'inizio dell'anno è in via di costituzione una Società Psichedelica Italiana. A Londra c'era un unico oratore italiano: Giorgio Samorini. Alla fine di ogni conferenza viene pubblicato un volume contenente gli interventi più significativi dell'incontro. Si tratta di un codice miscellaneo che contribuisce a diffondere il verbo psichedelico e a rispettare il diritto internazionale; anche perché, pochi lo notano, la Convenzione Onu del 1961 sulla carta dovrebbe favorire l'accesso per fini medico-scientifici alle piante mediche, psichedelici compresi, seppur elencate nelle tabelle delle sostanze proibite.
di Luciana Borsatti
articolo21.org, 4 settembre 2019
Non passa giorno che non salti fuori una notizia di violazione dei diritti umani in Iran: vi è dunque un'ampia disponibilità di informazioni, che rivela la grande vivacità e consapevolezza della società civile iraniana, oltre che una vasta ed efficace rete di comunicazione che ne raccoglie le segnalazioni e raggiunge i desk redazionali. Anche se sta forse proprio qui uno dei temi su cui ci dovremmo interrogare: perché tanta informazione proprio dall'Iran e sull'Iran?
Fra le notizie più recenti, la condanna ad oltre dieci anni di reclusione e 148 frustate per la giornalista Marzieh Amiri, reporter per le pagine economiche del quotidiano riformista Shargh, accusata di riunione e collusione contro la sicurezza nazionale, propaganda contro lo stato, disturbo dell'ordine pubblico. Era stata arrestata il primo maggio scorso, mentre copriva una manifestazione di lavoratori di fronte al parlamento, e riferiva nel suo lavoro delle difficoltà economiche degli iraniani.
Secondo il Center for Human Rights in Iran (Chri) almeno altri sei giornalisti sono stati perseguiti dalla magistratura solo nel 2019. A pronunciare la sentenza, che ora dovrà essere confermata in appello, la branca n.28 della Corte rivoluzionaria (organismo giudiziario parallelo alla giustizia ordinaria) presieduta dal giudice Mohammad Moghiseh: lo stesso magistrato che ha condannato - riferiscono la famiglia e le ong per i diritti umani - a 33 anni di reclusione e 148 frustate l'avvocato Nasrin Sotoudeh, già in carcere per una precedente sentenza, e colpevole fra l'altro di aver difeso diverse donne arrestate per essersi ribellate all'obbligo del velo - anche se la nuova e pesante pena effettiva da scontare è di 12 anni, quella per il più grave dei sette reati contestati.
A proposito di donne ribelli al velo, l'ultima sentenza in ordine di tempo è stata nei giorni scorsi per Saba Kord-Afshari, condannata a 24 anni secondo lo stesso CHRI, basato a New York. Che ricorda anche come siano almeno 12 le donne condannate per la stessa accusa dal gennaio 2018, quando iniziarono le proteste contro il velo obbligatorio, e 32 quelle arrestate. Lo stesso centro ha anche commentato con il Manifesto la recente sentenza della corte amministrativa di Ishfahan di rilasciare ad una giovane motociclista la patente per la guida di motocicli. In Iran non ci sono leggi che vietano esplicitamente l'uso di moto e motorini alle donne, che possono guidare auto, bus e perfino camion. "Si tratta piuttosto di un modus operandi adottato arbitrariamente dalla polizia stradale e supportato dalle autorità religiose e dalle fazioni più conservatrici della società", ha detto Jasmin Ramsey. "È una questione legata all'equilibrio di poteri - ha aggiunto -, non di giustizia".
Con poche buone notizie e tante cattive, l'elenco di episodi in cui sono stati violati dei diritti umani in Iran - a partire da quelli ad un equo processo ed alla proporzionalità della pena, per finire con un'ancora troppo vasta e troppo spesso opaca applicazione della pena di morte - potrebbe dunque continuare all'infinito, visto anche il rilevante numero di Ong internazionali che raccolgono tali denunce e se ne fanno portavoce. Tanto lungo è questo elenco che alla fine da giornalisti dobbiamo scegliere, e secondo criteri che rispondano alla necessità che la notizia abbia più visibilità e risonanza - criteri insomma più mercantili che umani. E con una netta prevalenza delle notizie che riguardano le donne, filone che risveglia l'interesse dei lettori molto più di altri. In fondo, una donna giovane e bella condannata a carcere e frustante fa più notizia di uno sconosciuto curdo impiccato per oscuri motivi in qualche area periferica e che mai passerà ai transeunti onori delle cronache.
D'altronde, digitando "diritti umani Iran" su Google News si trovano oltre 36 mila risultati. Se la stessa ricerca si fa per l'Arabia Saudita, il grande rivale di Teheran sul piano geopolitico oltre che fedele alleato degli Usa e dell'Occidente, i risultati si fermano a circa 19 mila, con prevalenza delle notizie neutre o positive almeno nella prima schermata che ci appare.
Da giornalisti, allora, forse dovremmo chiederci come mai vi sia questa differenza. Forse che la Repubblica Islamica compie più violazioni dei diritti umani perché conta 80 milioni di abitanti invece dei 31 milioni di sudditi della vicina potenza petrolifera araba? Forse che questo accade nonostante si tratti di una "repubblica" islamica, in cui presidente e parlamento sono eletti ogni quattro anni a suffragio universale, mentre nella "monarchia assoluta" islamica con sede a Riad si eleggono solo i consigli municipali e il re è affiancato soltanto da un'assemblea consultiva? Forse perché fa indiscutibilmente più notizia l'ennesima condanna in Iran rispetto all'ennesimo vano appello di Amnesty International per la liberazione di almeno 14 attiviste in carcere per avere difeso, negli anni passati, i diritti delle donne e i loro diritti umani? Donne finite dietro le sbarre, torturate e violentate, sempre secondo Amnesty, nonostante avessero combattuto per quegli stessi diritti - di guidare la macchina o di viaggiare senza il permesso di un tutore maschio - che nel frattempo sono stati loro regalmente concessi dal principe erede riformatore - oltre che presunto mandante dell'assassinio del giornalista Jamal Khasoggi - Mohammad Bin Salman.
Interroghiamoci, dunque. E chiediamoci anche se davvero possiamo limitarci, proprio noi giornalisti, a dare notizia delle pur ingiuste condanne senza cercare di spiegare, ogni volta, il contesto in cui avvengono. Forse che fare il giornalista vuol dire fare copia/incolla delle notizie fornite da altri? O non significa anche - sempre che i nostri editori ce ne diano il tempo e le forze - inserire tali notizie (senza dimenticare di citare la fonte da cui provengono) nei contesti in cui i fatti sono maturati? E cercare di dare al lettore gli strumenti per comprendere tali contesti?
Per esempio, una delle possibili chiavi di lettura del ripetersi di pesanti condanne e violazioni dei diritti della difesa da parti di Corti rivoluzione può ricondursi al fatto che in questi anni di "massima pressione" Usa contro l'Iran l'ala ultraconservatrice del sistema, cui appartengono la magistratura e le strutture repressive e di intelligence in mano ai Pasdaran, si é rafforzata. E che mentre Trump usciva dall'accordo sul nucleare e lasciava mani quasi libere ai falchi anti-iraniani - con gran soddisfazione dei falchi anti-Occidente in Iran - l'Europa poco o nulla faceva per sostenere le forze moderate e riformiste che invece si erano giocate tutto sull'accordo sul nucleare del 2015 e sulle prospettive di sviluppo, benessere e fruttuose interazioni con l'Occidente che ne sarebbero derivate.
E allora da giornalisti ci potremmo chiedere se le stesse violazioni dei diritti umani che oggi ci troviamo a segnalare ci sarebbero ugualmente state e, se sì, in quale misura. E allora sicuramente troveremmo, in Iran come all'estero, un sacco di gente che sostiene che la Repubblica islamica è inemendabile e dunque solo rovesciabile (e qui si pone il problema di come questo possa accadere in modo indolore). Ma anche molte altre persone convinte che un processo di riforma interna graduale è sicuramente preferibile alle incognite di una nuova rivoluzione, a soli 40 anni dalla prima, peggio ancora se indotta da interferenze esterne.
Oppure potremmo seriamente porci il quesito: ma la violazione dei diritti umani - così come la civiltà occidentale e il diritto internazionale li hanno formulati - è davvero intrinseco ad un "sistema" che pone le sue fondamenta sul diritto islamico? E questo stesso diritto islamico - e qui sintetizzo a grandi spanne alcune precisazioni di Raffaele Mauriello, docente italiano alla Allameh Tabataba'i University di Teheran - si riduce forse al generico e ideologico concetto di sharia, o forse non viene invece diversamente declinato in scuole giuridiche storicamente diverse, o codificato con norme scritte in certi casi (come appunto in Iran) e discrezionalmente applicato dal giudice in altri (come appunto nella ultraconservatrice Arabia Saudita)?
Certo, la storia e la cronaca non si fanno con i "se", ma l'Occidente non può sfuggire all'obbligo di interrogarsi sulle sue responsabilità nella stretta repressiva di questi ultimi anni. E noi giornalisti dovremmo più semplicemente chiederci se è solo per abitudine o pigrizia o conformismo che perseveriamo, riforniti da attivisti e uffici stampa, nell'inseguire il sempreverde filone dei diritti umani in Iran, invece che andare a cercare altre violazioni in altri paesi, meno esplorati e sicuramente più opachi della chiacchieratissima Repubblica Islamica. A meno che non vogliamo trasformarci in attivisti pure noi, perdendo quella 'giusta distanza' dai fatti che - almeno ad avviso di chi scrive - non dovremmo mai smettere di perseguire. E ancora a meno che, più o meno consapevolmente, non ci facciamo noi stessi megafoni di campagne volte non tanto a difendere i diritti umani degli iraniani, quando ad annientare un rivale geopolitico troppo indipendente dall'Occidente e addirittura a perseguire un irresponsabile regime change. Un cambiamento di regime che invece non vediamo auspicare per i massacratori del collega Khasoggi, che invece tanto lo vorrebbero per i loro scomodi vicini persiani.
E infine potremmo anche chiederci se il primo diritto umano degli iraniani, come di ogni altra nazione, non sia quello di determinare autonomamente, e senza ingerenze esterne più o meno animate da buone intenzioni, il proprio destino. Il nuclear deal poteva forse essere una strada per aiutarli in questa direzione. Oppure no, come qualcuno fermamente sostiene. Di sicuro - e la cronaca e forse anche la storia già lo hanno certificato - nessuno lo ha potuto verificare.
articolo21.org, 4 settembre 2019
Le persone e le parti in conflitto responsabili di atrocità in Yemen devono essere chiamate a risponderne davanti alla giustizia, sottolinea Save the Children - l'Organizzazione internazionale che da 100 anni lotta per salvare i bambini a rischio e garantire loro un futuro - in seguito alla diffusione odierna del rapporto del Gruppo di esperti delle Nazioni Unite sullo Yemen, presentato oggi a Ginevra.
Il rapporto evidenzia che le parti in conflitto hanno commesso "una serie di possibili crimini di guerra", molti dei quali hanno preso di mira i bambini o hanno avuto un impatto sulla loro vita.
È inaccettabile - sottolinea Save the Children - l'impunita persistente per i responsabili degli abusi e delle gravi violazioni contro i bambini, nel quinto anno di conflitto. Violazioni che, in base alle indagini condotte dal gruppo di esperti dell'Onu, comprendono crimini commessi attraverso gli attacchi aerei, bombardamenti indiscriminati, uccisioni e detenzioni arbitrarie, torture e violenza sessuale.
"I responsabili dell'uccisione, del ferimento e di altre gravi violazioni contro migliaia di bambini dello Yemen continuano a non pagare per i crimini commessi. Non possiamo più accettare tutto questo. Così come non possiamo più accettare che in Yemen la fame venga utilizzata come vera e propria arma di guerra, come rileva il rapporto, con conseguenze su migliaia di bambini che soffrono di gravi forme di malnutrizione. Perché i bambini, in Yemen, non muoiono soltanto a causa delle bombe e delle armi, ma vengono soffocati silenziosamente perché viene negato loro il cibo", ha dichiarato Tamer Kirolos, Direttore di Save the Children in Yemen.
"Ogni giorno, i nostri team sul terreno hanno davanti ai loro occhi le conseguenze di questo terribile conflitto: i bambini si ammalano, soffrono di malnutrizione, a volte sono fin troppo deboli anche per mangiare e muoiono perché non hanno acqua pulita e medicinali. Il nostro staff continua a lavorare per offrire ai bambini il sostegno di cui hanno bisogno, ma finché ci sarà la guerra possiamo solo aiutarli a rimanere in vita e non a costruirsi il futuro al quale hanno diritto. Il gruppo di esperti dell'Onu ha dolorosamente fatto luce sui possibili crimini di guerra commessi in Yemen, ma il suo mandato non dovrebbe fermarsi qui e, anzi, andare oltre ed essere rafforzato", ha proseguito Kirolos.
Pertanto Save the Children si appella ai membri del Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite perché, durante la prossima riunione sullo Yemen prevista per l'11 settembre, il mandato del Gruppo di esperti venga rinnovato e rafforzato, compiendo così un importante passo verso l'identificazione delle responsabilità nei confronti dei bambini yemeniti. In particolare, sottolinea l'Organizzazione, il mandato dovrebbe prevedere un focus specifico sull'individuazione delle prove, ulteriori relazioni pubbliche e competenze specifiche riguardanti i minori. Relativamente a tutte le presunte violazioni del diritto internazionale umanitario, dovrebbero inoltre esserci indagini credibili e indipendenti, in modo che gli autori dei crimini siano chiamati a rispondere delle loro azioni.
Save the Children reitera infine il proprio appello a tutte le parti in conflitto a favorire tutti gli sforzi per evitare di colpire la popolazione e le infrastrutture civili come scuole e ospedali, nonché a garantire il pieno accesso agli aiuti umanitari in tutto il paese e a trovare una soluzione duratura per mettere fine al conflitto in Yemen e alle sofferenze dei bambini e delle loro famiglie.
di Riccardo Noury
Corriere della Sera, 4 settembre 2019
Amnesty International ha lanciato una campagna online per sollecitare il presidente brasiliano Jair Bolsonaro e il suo governo a rafforzare la protezione dei territori nativi e delle riserve naturali dell'Amazzonia. Secondo l'organizzazione per i diritti umani, è necessario che le autorità brasiliane svolgano indagini e processi nei confronti dei responsabili degli incendi illegali in Amazzonia affinché si prevenga l'ulteriore distruzione della foresta pluviale. Il 29 agosto il presidente Bolsonaro ha promulgato un decreto che proibisce di appiccare incendi a scopo di disboscamento per 60 giorni. Il decreto, lamentano però gli esperti, potrebbe avere scarsa efficacia dato che buona parte dei recenti incendi è già vietata dalle leggi esistenti.
Il problema è proprio questo: sulla carta il Brasile le leggi in grado di proteggere i territori nativi e le riserve naturali ci sarebbero, ma il presidente Bolsonaro si è attivamente prodigato per indebolire queste protezioni. Da aprile 2019 Amnesty International ha visitato quatto territori nativi dell'Amazzonia brasiliana: Karipuna e Uru-Eu-Wau-Wau nello stato di Rondônia, Arara nello stato di Pará e Manoki nello stato di Mato Grosso.
Nei quattro territori visitati, la percentuale di deforestazione è superiore di quasi l'80 per cento rispetto allo stesso periodo del 2018. In alcune aree, i leader delle comunità native hanno ricevuto minacce di morte per aver cercato di difendere i loro territori tradizionali. Il 23 agosto Amnesty International ha assistito all'incendio divampato nel territorio nativo Manoki, nello stato di Mato Grosso (nella foto scattata da un drone). La zona data alle fiamme era stata chiusa. Secondo i leader Manoki, l'incendio era stato appiccato allo scopo di creare pascoli per le mandrie di bovini.
Al di là della volontà politica, o forse anche a causa di essa, i tagli di bilancio a livello federale hanno causato la riduzione delle operazioni di monitoraggio e di prevenzione delle acquisizioni di terreni e delle deforestazioni illegali sono state ridotte. "Se avessimo abbastanza personale per effettuare le ispezioni, la situazione non sarebbe arrivata a questo punto", ha dichiarato sotto anonimato un funzionario dell'agenzia nazionale per l'ambiente dello stato di Rondônia.
Un nativo Manoki, che a sua volta ha chiesto di rimanere anonimo, ha detto: "L'Ibama [l'istituto brasiliano nato per la tutela ambientale e la protezione della foresta amazzonica] ha smesso di venire qui. Non so perché. Abbiamo preparato rapporti, comunicato le coordinate dove erano in corso i disboscamenti illegali, ma non si sono più fatti vivi". La Funai (Fondazione nazionale dell'Indio), da cui dipende l'Ibama, ha subito un taglio del budget. Secondo dati del governo, i fondi di spesa assegnati alla Funai dall'inizio dell'anno al 28 agosto sono stati inferiori del 10 per cento rispetto allo stesso periodo del 2018. Fonti di stampa hanno reso noto che complessivamente il budget dell'Ibama è stato ridotto del 25 per cento.
Lanciando la campagna, il segretario generale di Amnesty International Kumi Naidoo ha dichiarato: "Siamo di fronte a una crisi dei diritti umani e a una crisi ambientale. Nel lungo termine, rafforzare i poteri delle autorità civili per contrastare la deforestazione e le acquisizioni illegali dei terreni è l'unica strada percorribile. Per il futuro della foresta pluviale amazzonica e per coloro che la considerano la loro casa, nonché per il resto del mondo che da essa dipende per la stabilità del clima, il Brasile deve fare di più".
di Riccardo Achilli
talentilucani.it, 3 settembre 2019
Da anni, ogni progetto di riforma della giustizia, annunciato o prodotto, viene accompagnato dalla retorica della "certezza della pena". È una retorica avvincente, per certi versi, perché fa presa su un Paese che ha, insieme, una sfiducia radicata nelle istituzioni (quindi anche nella giustizia) e dall'altro è innervato da un giustizialismo forcaiolo, riflesso di una rabbia sociale e di un sentimento di insicurezza diffusi.
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