di Giovanni Negri
Il Sole 24 Ore, 16 luglio 2019
Se 9 anni sembrano pochi. C'è un dato tecnico e uno politico che messi insieme rischiano di rendere assai accidentato il percorso del piano Bonafede per la riforma della giustizia. Un intervento che ha, tra gli altri, anche il dichiarato obiettivo di ridurre i tempi di durata dei processi assume in realtà come tollerabili limiti ben al di sopra di quanto già oggi è previsto dalla legge Pinto.
Quest'ultima, infatti, fissa una durata massima di 6 anni (3 in primo grado, 2 in appello e 1 in Cassazione). Più elevati invece i parametri standard della bozza di legge delega messa a punto dal ministero della Giustizia. Questa infatti considera accettabili 4 anni per il giudizio di primo grado, 3 per quello di appello e 2 per quello di Cassazione, 9 in tutto appunto.
Naturalmente bisogna intendersi su due diverse nozioni di ragionevolezza. Perché la legge Pinto disciplina, anche sulla scorta di indicazioni ormai concordi in ambito europeo, la possibilità di ottenere un risarcimento in caso di mancato rispetto degli standard di ragionevole durata del processo, mentre la riforma Bonafede inserisce i 9 anni di durata massima all'interno di una norma che affida al Governo la delega a individuare misure per il contenimento della lunghezza dei giudizi. Come deterrente la bozza di delega introduce la possibilità di sanzionare sul piano disciplinare il magistrato che non riesce a rispettare i limiti in più di un terzo dei processi civili e penali iniziati.
Con una serie di condizioni, però. Innanzitutto il perimetro dei procedimenti interessati riguarda solo i fascicoli di cui il magistrato è stato il primo assegnatario; non apparirebbe infatti ragionevole accollargli responsabilità per un arretrato solo ereditato. E poi, quanto alla condotta, la sanzione disciplinare potrà scattare solo in caso di "negligenza inescusabile" e in caso di mancata adozione di misure idonee ad affrontare l'arretrato.
Ancora, la negligenza, mette nero su bianco la riforma, deve essere valutata in concreto tenuto conto dei carichi di lavoro complessivi e di quelli che possono essere richiesti, tenendo conto del numero e della tipologia dei procedimenti, della loro complessità, "nel quadro della produttività fisiologicamente sostenibile dall'ufficio".
A rendere più problematico tutto il tema, c'è poi l'intreccio con la prescrizione. Intreccio politico, perché l'entrata in vigore, dal 1° gennaio 2020, del congelamento dei termini dopo la pronuncia di primo grado è condizionata all'approvazione di misure per accelerare la durata dei processi. Stime la bozza di Ddl non ne fa e tuttavia è molto probabile che una soglia di 9 anni di durata prima che possa scattare (forse) una misura disciplinare è destinata a scontentare soprattutto la Lega. Anche perché su altre e più specifiche previsioni, come quella sulla durata delle indagini preliminari le perplessità sono comunque forti: se ne aumenta addirittura la lunghezza (di 6 mesi nell'ipotesi base) compensandola con una discovery piena.
di Carlo Rimini
Corriere della Sera, 16 luglio 2019
Servono soldi, dei quali non c'è traccia. La Commissione Bilancio del Senato ha dato parere favorevole all'approvazione delle nuove norme solo dopo avere ribadito che non devono derivare maggiori oneri per la finanza pubblica. Il Senato ha iniziato la discussione finale della legge sulla violenza di genere. Le nuove norme hanno l'obiettivo di proteggere le donne vittime della violenza, dell'insana volontà di vendetta o di controllo dell'uomo che viveva al loro fianco. Il sangue dell'ultima donna uccisa dall'ex marito è ancora sul terreno in uno stabilimento balneare di Savona. La nuova legge avrebbe permesso di salvarla? Avrebbe permesso di salvare le 836 donne uccise dal 2012? Permetterà di salvare vite in futuro? Per cercare una risposta, vediamo quali sono le principali novità.
di Angela Azzaro
Il Dubbio, 16 luglio 2019
Nuovi reati e pene sempre più dure. ma la ricetta è sbagliata. Sono decenni che in Italia i temi più scottanti vengono affrontati sempre allo stesso modo, creando nuove fattispecie di reato oppure chiedendo, e ottenendo, l'aumento delle pene. Ma è davvero la strada giusta da percorrere? E perché si è scelta proprio questa direzione?
di Antonio Pitoni
La Notizia, 16 luglio 2019
Per il capogruppo 5S in Commissione Giustizia alla Camera, Devis Dori, la riforma del ministro sta dando i suoi frutti In arrivo il 31 luglio 1.162 nuovi agenti penitenziari. "Cui se ne aggiungeranno al 1300 in deroga", assicura il capogruppo M5S in commissione Giustizia della Camera, Devis Dori. Dallo Spazza-corrotti fino alla riforma per tagliare i tempi dei processi.
Il Sicilia, 16 luglio 2019
La presentazione a Palazzo dei Normanni. Sette detenuti raccontano le loro storie, i loro errori, le loro debolezze, i rimpianti e la speranza di costruire un nuovo progetto di vita. Un'indagine che va oltre il reato, quella realizzata dalla giornalista siciliana Katya Maugeri in "Liberaci dai nostri mali. Inchiesta nelle carceri italiane: dal reato al cambiamento", con la prefazione di Claudio Fava e la postfazione del giornalista Salvo Palazzolo, edito dalla Villaggio Maori Edizioni, un viaggio inchiesta nelle carceri, arricchito dal progetto fotografico di Alessandro Gruttadauria.
È una crepa, un insieme di ombre nelle relazioni sociali è un distacco dalla realtà. Un crimine è tutto questo. Un ponte interrotto che smette di collegare l'essere umano con la propria dignità, con la parte sana che vorrebbe fare un salto di qualità e oltrepassare la frattura.
Se ne discuterà a Palermo il 16 luglio alle 17.00 al Palazzo dei Normanni, piazza del Parlamento, 1 sede dell'assemblea regionale siciliana, sala "Piersanti Mattarella" (sala gialla).
Dialogheranno con l'autrice, Claudio Fava, presidente della commissione regionale Antimafia, Salvo Palazzolo, giornalista de La Repubblica, Mario Conte, consigliere Corte d'Appello di Palermo e Pino Apprendi, presidente "Antigone Sicilia". La giornalista indaga le vite dietro le sbarre di chi, oltre agli errori commessi e l'etichetta di 'carcerato', rimane un essere umano. Non c'è assoluzione nelle sue riflessioni: nelle sue ore d'aria annota le sue emozioni di intervistatrice e riesce a raccontare le difficili condizioni psichiche di chi ha commesso un reato, e di chi, fuori da una cella, ha lasciato rimpianti e sogni.
"Liberaci dai nostri mali" non è solo un'inchiesta: è il racconto di una realtà di cui bisognerebbe avere coscienza, superando sbarre, muri e pregiudizi.
di Antonella Barone
gnewsonline.it, 16 luglio 2019
Il laboratorio di metalmeccanica Altremani, nato all'interno del carcere di Forlì, ha compiuto tredici anni ma da tempo ha raggiunto l'autosufficienza economica, obiettivo non sempre facile da conseguire per le attività che hanno sede negli istituti, a causa di difficoltà logistiche e strutturali. In questi anni l'officina ha occupato 65 detenuti in attività di assemblaggio per conto di Mareco Luce, Vossloh Schwabe e Cepi Spa che hanno assicurato importanti e costanti commesse.
Dentro l'istituto penitenziario opera da circa dieci anni anche il laboratorio Manolibera, creato e gestito dall'Agenzia formativa Techne. Vi lavorano oggi cinque detenuti che riciclano scarti di legatoria attraverso un'antica tecnica artigianale arabo-cinese realizzando carta e manufatti di pregio.
All'esterno della struttura ha invece sede il laboratorio RAEE, gestito dalla Cooperativa sociale Formula Solidale che occupa detenuti nel recupero di apparecchiature elettriche ed elettroniche provenienti dalle isole ecologiche del territorio.
Tre realtà unite dal comune intento di offrire opportunità di lavoro e formazione a persone in esecuzione pena per favorire il loro reinserimento nella società esterna ma anche dalla capacità di attrarre sempre più agenzie del territorio e di ampliare così le opportunità d'inclusione di soggetti svantaggiati.
Nati con il contributo del Fondo Sociale Europeo attraverso l'amministrazione provinciale di Forlì, coordinati da Techne, l'agenzia formativa pubblica di proprietà dei Comuni di Forlì e di Cesena, i laboratori hanno visto aumentare i firmatari dei protocolli che ne regolano le attività. Venerdì scorso hanno siglato gli accordi oltre all'istituto penitenziario, a enti locali, a istituzioni e ad aziende del territorio, anche i sindacati Cgil, Cisl e Uil, l'impresa Cepi Spa, la Consigliera di Parità della Provincia di Forlì-Cesena e l'Inail. "I tre laboratori - spiega la direttrice del carcere Palma Mercurio - sono frutto della collaborazione dell'intero territorio, si dimostrano quotidianamente strumenti importanti di riscatto sociale per le persone in carcere, che si vedono offrire una seconda possibilità, imparano un mestiere e ritrovano il senso della legalità".
di Maria Fioretti
orticalab.it, 16 luglio 2019
Una lettera dei detenuti dal carcere di Bellizzi Irpino: "L'area sanitaria non funziona, ci tolgono l'acqua e gli educatori sono assenti". Indirizzata a Pietro Ioia - attivista per i diritti e il reinserimento degli reclusi, presidente dell'associazione Ex Detenuti Napoletani Organizzati - è stata pubblicata sul suo profilo Facebook: una pagina che ci dice molto sullo stato di vita - o di non vita - all'interno e all'esterno delle celle della Casa circondariale "Antimo Graziano".
I detenuti chiedono solo di riappropriarsi dei loro diritti giusti e necessari, invocano prima di tutto quello ad esistere come persone, oltre i reati commessi, lontane dalla distruzione, fisica e morale, che sembra però inevitabile a queste condizioni. Chi di dovere intervenga per fare qualcosa.
"Caro Pietro Ioia, chi ti scrive sono i detenuti del Carcere di Avellino, ti scriviamo in forma anonima perché abbiamo paura di subire ripercussioni. Qui la situazione è critica, l'area sanitaria non funziona e ci negano i farmaci mutuabili che dobbiamo comprare noi, i medicinali spesso mancano. Infatti ci sono detenuti con gravi problemi respiratori che hanno bisogno della ventilazione notturna per apnea, cura che viene loro negata per problemi dell'area sanitaria e per la lunga lista delle prenotazioni.
Ti facciamo presente che accade anche che la prenotazione viene annullata per mancanza delle scorte e non viene nemmeno comunicato se non pensiamo noi di informarci. Al reparto De Vivo - Reparto Dinamico Trattamentale - dove dobbiamo inserirci con i corsi, risulta che siamo solo inseriti nella sezione della Scuola Media e del Liceo Artistico. Nella sala hobby partecipano solo quattro detenuti, l'educatrice non si è mai vista, sarebbe una figura importante per l'educazione del detenuto. Inoltre con questo caldo insopportabile ci chiudono l'acqua dalle ore 13 alle 15, dalle 17.30 alle 20 e dalle 22 alle 6, è una situazione disumana ed incivile, molti di noi non abbiamo la possibilità economica di comprare l'acqua e siamo costretti a non bere. Dovrebbero provvedere a darci bottiglie d'acqua per sostenerci. Pietro, noi chiediamo il tuo aiuto e scusaci di averti scritto in forma anonima".
Questa è la lettera che i detenuti della Casa Circondariale di Bellizzi hanno indirizzato a Pietro Ioia, attivista per i diritti e il reinserimento degli reclusi, guida l'associazione Ex Detenuti Napoletani Organizzati, è autore del libro La "cella zero". Morte e rinascita di un uomo in gabbia (edizioni Marotta e Cafiero) in cui racconta la sua storia, quella di 22 anni in carcere in 20 istituti penitenziari diversi. Spacciatore del rione Forcella di Napoli, dalla bella vita con i soldi del narcotraffico è passato all'inferno del carcere di Poggioreale. Un viaggio in un mondo poco raccontato, quello delle carceri e delle ingiustizie che i detenuti italiani subiscono. Spiega cosa significa la detenzione, cosa significa il sopruso, l'abuso di potere, la sospensione dei diritti. A Poggioreale Pietro Ioia ha conosciuto la "Cella Zero", un luogo di torture dove detenuti di tutte le età venivano vessati dalle guardie penitenziarie. Uscito dal carcere Pietro ha denunciato. 22 indagati, 12 rinviati a giudizio, tra di loro molti secondini e anche medici, il processo però ancora non riesce a partire.
E da questo coraggio di denunciare per primo e per anni le violenze che si sono consumate in quella cella vuota e senza numero, arriva tutto l'impegno di Pietro Ioia al fianco dei reclusi e degli ex carcerati per garantire il pieno rispetto dell'articolo 27 della Costituzione della Repubblica Italiana: le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato. Così ha pubblicato la denuncia dei detenuti di Bellizzi sul suo profilo Facebook, definendo le carceri italiane come delle vere e proprie discariche umane.
Per concessione del Ministero della Giustizia-Dipartimento dell'Amministrazione Penitenziaria Casa Circondariale di Avellino, in via del tutto inedita grazie al lavoro del Direttore Paolo Pastena e di tutti i collaboratori siamo riusciti a documentare la nostra giornata nella Casa Circondariale di Bellizzi, dove abbiamo avuto la possibilità di intervistare Mario, Luigi e Giovanni, di attraversare le quindici sezioni, di visitare il padiglione a Regime Aperto e la palazzina penale, gli spazi comuni, le aule di socialità, il passeggio, i corridoi, le sale per i colloqui. Tutto. E nella nostra visita lunga chilometri abbiamo parlato con diversi operatori: gli articoli li trovate qui, qui e anche qui.
Parliamo di tre anni fa. L'ultima visita del Garante Campano per i Detenuti risale a gennaio del 2019, in questa data Samuele Ciambriello denunciava tra le criticità quelle riguardanti la sanità negata e la rigidità, i tempi lunghi nelle decisioni del Tribunale di Sorveglianza, la mancanza di infermieri, medici specialisti, di psichiatri e del medico del reparto per i tossicodipendenti.
I detenuti in questa lettera ci dicono molto sullo stato di vita - o di non vita - all'interno e all'esterno delle celle della Casa Circondariale "Antimo Graziano": chiedono solo di riappropriarsi dei loro diritti giusti e necessari, invocano prima di tutto quello ad esistere come persone, oltre i reati commessi, lontane dalla distruzione, fisica e morale, che sembra però inevitabile a queste condizioni. E allora che la Direzione del Carcere si attivi, che intervenga il Garante per i Detenuti provinciale, perché la pena abbia davvero una funzione rieducativa, affinché sia davvero tutelato il valore dell'esistenza umana: già privi di libertà, non lasciamo che i detenuti siano anche privi di diritti nelle mani dello Stato.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 16 luglio 2019
La denuncia arriva dallo Snami, il Sindacato nazionale dei camici bianchi. Il servizio sanitario nelle carceri è di primaria importanza, ma in generale presenta numerose criticità. Il primo problema è la carenza degli operatori sanitari, medici ed infermieri.
Tra i vari istituti penitenziari, spicca quello di Frosinone, nel Lazio, e la denuncia arriva direttamente dallo Snami, il Sindacato nazionale dei medici. Tramite una nota trasmessa a tutti gli enti e autorità preposte, denuncia una grave carenza della dotazione organica, riguardante il Personale medico e infermieristico che sta avendo "pesanti ripercussioni sulla sicurezza sul lavoro dello stesso personale. Per valutare le criticità occorre considerare che in tale penitenziario sono ristretti circa 630 detenuti, di cui una gran parte è affetto da gravi malattie".
Il carcere di Frosinone è classificato dal punto di vista sanitario come Sai (servizio di assistenza sanitaria integrativa), ossia è equiparato ai vecchi Centri clinici, dove sono allocati detenuti con gravi patologie e bisognosi di cure intensive (cardiopatici, diabetici, nefropatici, soggetti con epatopatie correlata a Hcv, Hiv, Hcv, pazienti psichiatrici).
"Facendo un raffronto con gli altri Sai - denuncia sempre lo Snami -, emerge che la dotazione infermieristica di Frosinone è gravemente deficitaria, poiché è inferiore di oltre un terzo rispetto alla dotazione dei restanti Istituti. A Frosinone ci sono solo quattro infermieri a turno la mattina, e spesso una unità è mancante e non viene neanche sostituita, tre infermieri il pomeriggio e due infermieri la notte".
Con questi numeri diventa quindi impossibile erogare una congrua assistenza infermieristica "tenendo bene a mente che, solo per l'attività consueta, si deve preparare 2- 3 volte al giorno la terapia a circa 450 pazienti in trattamento farmacologico, somministrare farmaci ai numerosi pazienti psichiatrici accertandosi a vista che vengano assunti al momento, effettuare il controllo della glicemia e le terapie insuliniche ai diabetici, controllare la pressione ai cardiopatici, i parametri vitali a chi rifiuta il vitto e la terapia salvavita".
Inoltre i pochi infermieri devono "supportare i numerosi specialisti che operano in sede, preparare le richieste dei farmaci per l'approvvigionamento alla farmacia interna ed esterna, collaborare con il medico Sias nelle emergenze/ urgenze e nelle visite non differibili e con il medico incaricato nelle visite ordinarie giornaliere". Non va meglio per la dotazione medica, "esiste solamente un medico incaricato, il quale è presente in Istituto solo tre ore al giorno, ed un solo medico Sias presente H24 nel vecchio padiglione, mentre nel nuovo padiglione, dove ci sono oltre 300 detenuti sin da quando è stato aperto, non vi è nessun medico in sede. È pressoché impossibile trovare un altro Istituto in Italia con un rapporto medici/ detenuti così basso".
Lo Snami, ricordando che questa situazione permane ormai dal 2015, sollecita tutti i destinatari della nota, ciascuno per le proprie competenze, a intervenire e "precisa che se nel frattempo dovessero insorgere o emergere patologie, infortuni, o incidenti vari collegabili o riconducibili anche in senso pregresso alla mancata applicazione del Dlgs 81- 08, gli organi Asl di vertice in indirizzo, come soggetto datoriale, verranno ritenuti quali responsabili".
Da ricordare che l'assistenza sanitaria alla popolazione detenuta è di competenza del Servizio sanitario nazionale e dei Servizi sanitari regionali. Il trasferimento delle competenze sanitarie dal ministero della Giustizia al Servizio sanitario nazionale e ai Servizi sanitari regionali è stato definito con il decreto del presidente del Consiglio l' 1 aprile 2008. Con esso, assieme alle funzioni, sono state trasferite al Fondo sanitario nazionale e ai Fondi sanitari regionali le risorse, le attrezzature, il personale, gli arredi e i beni strumentali afferenti alle attività sanitarie nelle carceri.
edizionecaserta.com, 16 luglio 2019
Un detenuto di 59 anni Giovanni Pontillo, di Capodrise condannato pochi giorni fa a 20 anni di reclusione nell'ambito di un'inchiesta per droga del clan Belforte è stato trovato morto nel carcere di Secondigliano dove era recluso. Sarà l'esame autoptico a chiarire il momento in cui Giovanni Pontillo è deceduto.
Stando ai primi rilievi del medico legale la morte dovrebbe essere avvenuto verso le 17,30 quando Pontillo era rimasto da solo in cella. Una scelta probabilmente maturata quella di non voler partecipare insieme agli altri detenuti all'ora di socialità, così, quando i compagni di cella, sono rientrati hanno fatto la drammatica scoperta.
Per Pontillo non c'era purtroppo già più nulla da fare. Nella serata di ieri è stata allertata la famiglia mentre la notizia si è diffusa questa mattina tra Capodrise, città di origine e Marcianise, dove il 59enne viveva nel Parco Unrra Casas fino all'arresto avvenuto tredici mesi fa. Al momento non si sa se l'uomo abbia lasciato un biglietto per spiegare il gesto estremo: la cella dove è avvenuta la tragedia è stata infatti sottoposta a sequestro, così come la salma di Pontillo che si trova ora all'istituto di medicina legale di Napoli.
Probabilmente già nella giornata di domani (gli atti sono arrivati questa mattina negli uffici della Procura) il pubblico ministero potrebbe fissare il test e nominare un perito. La famiglia Pontillo, assistita in questa triste vicenda dall'avvocato Giuseppe Foglia, potrebbe scegliere un consulente di parte per seguire l'esame, passaggio necessario prima di poter riabbracciare il proprio caro per l'ultimo viaggio.
di Carlo Lania
Il Manifesto, 16 luglio 2019
Non sono mancati apprezzamenti per il lavoro svolto ma alla fine i ministri degli Esteri dell'Unione europea hanno detto "no grazie" al piano presentato dal collega italiano Enzo Moavero Milanesi per ridurre le partenze di migranti dall'Africa e distribuire in Europa quanti riescono ad attraversare il Mediterraneo. "Un approccio costruttivo e responsabile" ma che purtroppo "non porta risultati immediati", ha chiarito il ministro per gli Affari europei di Berlino Michale Roth, presente anche lui ieri a Bruxelles e convinto che, in un momento in cui i porti sono chiusi e le navi delle ong bloccate in mezzo al mare, a servire sia piuttosto un'"alleanza" tra Paesi pronti a battersi per "un meccanismo vincolante" di ripartizione dei profughi. Di fatto la proposta messa a punto da Berlino e che il ministro degli Esteri Heiko Maas vorrebbe realizzare in tempi stretti, anzi strettissimi, con le capitali che accettano di aderire. Peccato che sia proprio quello che da almeno tre anni, e sotto varie versioni, l'Unione europea tenti di fare senza successo per l'opposizione di un buon numero di Stati membri. A partire dall'Austria e dall'Ungheria alleata di Matteo Salvini.
C'era molta attesa in Italia e a Bruxelles per il piano messo a punto dal titolare della Farnesina, piano che nelle ore che hanno preceduto il vertice di ieri ha raccolto consensi non solo tra i 5 Stelle ma anche a sinistra (insieme a un significativo silenzio della Lega). La proposta di Moavero prevede la creazione nei Paesi di transito di uffici dell'Ue nei quali i migranti possano presentare richiesta di asilo in modo da poter essere poi trasferiti in Europa - in caso di esito positivo della domanda - attraverso un corridoio umanitario, saltando così l'inferno dei trafficanti di uomini e dei barconi. Una volta qui verrebbero poi smistati in "aree franche" da crearsi negli Stati che vorranno aderire al programma. Gli uffici dell'Ue potrebbero anche vagliare le domande di lavoro di chi emigra per motivi economici e per cause ambientali.
Si tratta di idee che, seppure formulate in maniera differente, a Bruxelles sono già circolate in passato senza approdare a nulla. E non lontanissime da quanto proposto ieri dalla Germania che punta invece a creare un gruppo di Paesi che offrano accoglienza ai migranti tratti in salvo in mare senza che sia necessaria ogni volta un'estenuante trattativa sulla pelle di uomini, donne e bambini come accade ora. Niente uffici nei Paesi africani, dunque, cosa che allungherebbe i tempi, ma un accordo, anzi un'"alleanza" tra Stati. Berlino - che dall'inizio dell'anno ha accolto 223 persone - ha dato la propria disponibilità a far parte del gruppo al quale, visto come sono andate le cose con le ultime navi delle ong bloccate, potrebbero far parte anche Francia, Lussemburgo, Spagna e Portogallo.
Va detto che - al di là dell'interesse dimostrato - l'accoglienza verso le due proposte non sembra poi essere stata così calorosa. "Quando sento parlare di corridoi umanitari, meccanismi di ricollocamento e una coalizione di volenterosi occorre stare attenti che la discussione non torni indietro di tre anni", ha commentato il ministro degli Esteri austriaco Alexander Schallenberg. Più esplicito il collega ungherese Peter Szijjarto che schierandosi dalla parte di Matteo Salvini ("o si sta con il ministro dell'Interno italiano o da quella dei trafficanti"), ha nuovamente chiuso la porta in faccia al nostro paese rifiutando qualsiasi ripartizione dei migranti, come proposta da Italia e Germania: "Ho chiarito che l'Ungheria non sosterrà alcuna nuova proposta sulle quote. Questi Paesi stanno giocando col fuoco", ha detto. La parola passa adesso al vertice dei ministri dell'Interno che si terrà mercoledì e giovedì a Helsinki per "concordare - hanno spiegato fonti della presidenza di turno finlandese - un meccanismo fino alla fine dell'anno per evitare una crisi politica o umanitaria durante l'estate".
- Parole malfamate e insulti etnici
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