di Sergio Soave
Il Foglio, 5 settembre 2019
Niente sui temi garantisti. Il rischio di un governo che nasce "contro" Salvini. La conferma del ministro della Giustizia, e l'assenza di richieste garantiste, sono un cedimento del Pd. La conferma di Alfonso Bonafede al ministero della Giustizia non è mai stata messa in discussione nel corso delle trattative per la costituzione del secondo governo di Giuseppe Conte.
di Errico Novi
Il Dubbio, 5 settembre 2019
Intervista a Gennaro Migliore, Partito Democratico. "Mi chiama a cinque minuti dall'annuncio della lista dei ministri. Ci sono solo due conferme: Giuseppe Conte e Alfonso Bonafede. E come il presidente del Consiglio ha garantito discontinuità, mi aspetto che discontinuità vi sia anche nell'azione del ministro della Giustizia".
di Carlo Bellotto
Il Secolo XIX, 5 settembre 2019
"Il magistrato che ha rigettato la richiesta di permesso al detenuto Donato Bilancia ha basato ogni sua considerazione sulla relazione di sintesi risalente a 15 mesi prima delle sue decisioni e non tenendo in considerazione altri aspetti, tra questi le considerazioni e le valutazioni molto positive espresse dal cappellano del carcere Due Palazzi di Padova, dov'è recluso".
Queste le motivazioni alla base del reclamo al tribunale di Sorveglianza di Venezia contro la sentenza del magistrato Tecla Cesaro del Tribunale di Sorveglianza di Padova che ha negato il permesso al serial killer di poter incontrare un bambino disabile che lui sta aiutando anche economicamente. Vengono citati nel ricorso i miglioramenti registrati dal detenuto, il suo percorso di crescita, di maturazione e di contestuale revisione critica del suo passato.
Viene inoltre contestato che un percorso terapeutico che dovrebbe essere garantito a detenuti reclusi per reati gravi non è mai stato garantito a Bilancia. Che ha deciso di avviare, in modo autonomo e a sue spese, questo percorso, rivolgendosi a professionisti tra i più accreditati. Il tutto è stato soggetto ad autorizzazioni che hanno ritardato i tempi di avvio. Inoltre nel ricorso viene contestata la presunta pericolosità sociale che si manifesterebbe durante la visita del detenuto, sotto scorta, all'istituto dov'è ricoverato il bambino disabile: una valutazione definita dal legale di Bilancia "illogica e contraddittoria" vista la presenza della scorta.
Si chiede al tribunale al tribunale di Sorveglianza di Venezia di concedere la visita di Bilancia all'Opsa di Sarmeola, dove vive il piccolo al quale lui versa 190 euro al mese detratti dalla sua pensione per garantirgli la frequenza a scuola, o in via subordinata di essere autorizzato a contattare il difensore dei congiunti (il marito e la figlia) di una donna che lui uccise. Ora si attende la decisione del tribunale veneziano che si riunirà collegialmente.
di Veronica Manca
quotidianogiuridico.it, 5 settembre 2019
Cassazione penale, sezione I, sentenza 5 luglio 2019, n. 29488. Con un'importante sentenza, la Prima Sezione della Cassazione ha affrontato il tema dell'ammissibilità per i detenuti di cui al 41-bis O.P. della detenzione domiciliare, in "deroga", ai sensi dell'art. 47-ter, co. 1-ter O.P. per infermità di natura psichica, in ragione della sentenza della Corte costituzionale, n. 99, del 20 febbraio 2019, con cui è stata dichiarata l'illegittimità costituzionale dell'art. 47-ter, co. 1-ter O.P., nella parte in cui non si prevede che - nell'ipotesi di grave infermità psichica sopravvenuta - il tribunale di sorveglianza possa disporre l'applicazione al condannato della detenzione domiciliare, anche in deroga ai limiti di cui al comma 1 del medesimo articolo (Cassazione penale, sezione I, sentenza 5 luglio 2019, n. 29488).
di Attilio Ievolella
dirittoegiustizia.it, 5 settembre 2019
Corte di Cassazione, sez. I Penale, sentenza n. 37033/19; depositata il 4 settembre. L'uomo, detenuto e senza permesso di soggiorno, ha contestato l'espulsione, richiamando il matrimonio contratto con una donna italiana. Questo elemento non è però ritenuto sufficiente dai Giudici, soprattutto perché viene data per certa la rottura definitiva della convivenza tra i due coniugi. Decisivo il fatto che la moglie non abbia mai avuto contatti col marito durante il suo periodo di detenzione.
di Paolo Mancuso
La Repubblica, 5 settembre 2019
Dimenticare Poggioreale. Si può? Dopo una manciata di giorni dall'evasione del 25 agosto del polacco omicida Lisowski, e dopo che erano emerse le complessità, le difficoltà, le carenze, i drammi del carcere di Poggioreale, cosa resta nella memoria dei napoletani? Poco o nulla, se non la protesta dei cittadini del quartiere per i problemi di igiene e sicurezza che la presenza di quel mastodontico istituto comporta.
Il carcere di Poggioreale è un "carcere in città", come altri: Milano ha il San Vittore, Roma il Regina Coeli, Palermo l'Ucciardone, e di tutti si parla speso di dismissione, salvo a verificarne un attimo dopo la radicale impraticabilità.
Poggioreale, come gli altri, è un carcere che parla alla città e che ne riceve comunicazioni: non mi riferisco certo a quelle illegali dai tetti, ma a quell'intreccio di relazioni interne, di sistema circolatorio che, sottotraccia, percorre e coinvolge molti livelli: quelli ovviamente del personale che vi lavora (insufficiente cronicamente, e quindi tra mille sacrifici), e quelli dei detenuti e dei loro familiari, ma anche quelli del fondamentale mondo del volontariato. Se chiedete ad un detenuto di scegliere tra le secolari mura di Poggioreale, con un sovraffollamento fino a 2.400 detenuti rispetto ai 1600 consentiti, con ricorrenti problemi di approvvigionamento idrico, muri fatiscenti e altre mille problemi, o la più moderna struttura di Secondigliano, con "soli" 700 detenuti, la risposta sarà sempre: Poggioreale.
Eppure. Eppure da quelle mura trasuda giorno dopo giorno una sequenza di drammi, unica per complessità nel nostro Paese: ancora nella celle, di tanto in tanto, si ritrovano nei muri le armi, anche automatiche, che negli anni '80 utilizzavano i cutoliani ed i loro nemici per spararsi tra un padiglione e l'altro; si ricordano sequestri, sventramenti, impalamenti, veri e propri eccidi nei terremoti del novembre '80 e del febbraio '81, poi il ritorno dell'ordine e della disciplina, imposti con durezza dal personale penitenziario e facilitati da una normativa un po' ricattatoria. Ma restano enormi contraddizioni. Come conciliare con la vita di una "Casa Circondariale", destinata ad ospitare detenuti "giudicabili", e quindi da ritenersi non colpevoli fino alla sentenza definitiva, con i circa 800 definitivi, che, sempre secondo la Costituzione, meritano percorsi di rieducazione e reinserimento?
Mica si potrà "rieducare" un "non colpevole"? Oppure rinunciare a quei percorsi che la legge prevede per i definitivi? E come mescolare invece quei percorsi con le centinaia di detenuti di Alta Sicurezza (i sospetti camorristi) che meriterebbero grande vigilanza, visto che da lì si organizzano alleanze e scontri, traffici di ogni genere, gestioni economiche ed affari, agguati e vendette? E che - secondo notizie interne - sempre da lì si comunica facilmente con l'esterno con un imprecisato ma sicuramente molto alto numero di telefoni cellulari?
Si può allora dimenticare Poggioreale? Si può, anzi si deve: altrimenti si è costretti a misurarsi con la tragica, dolente umanità che vi è ristretta e quella delle famiglie, private spesso del loro unico sostegno (illegale o criminale che fosse), sospese tra la necessità di sopravvivenza e quella della solidarietà con il congiunto. O con le difficoltà di quelli che, a vari livelli, dell'amministrazione di quel carcere portano la responsabilità, con l'obiettivo della "riduzione del danno" (e un'evasione di poche ore, la prima a memoria d'uomo, per quanto di un pericoloso omicida, non è un gran danno, quanto invece deve essere il termometro delle difficoltà in cui si trova la struttura). O con gli educatori, i contabili, i tecnici, gli psicologi che moltiplicano le proprie forze per far fronte alle situazioni disumane che spesso si trovano davanti. O con il volontariato, cattolico o laico che sia (il più generoso e preparato di questo Paese, posso dirlo con cognizione di causa) senza il quale quella polveriera esploderebbe dopo un minuto.
E soprattutto con la Polizia penitenziaria (sono agenti di Polizia: per favore non chiamateli agenti di custodia o peggio, guardie carcerarie, secondini e via insultando: ne va della loro dignità): si trovano, in fortissimo deficit di organico, a dover garantire sicurezza ed assicurare trattamento, a curare i fogli matricolari, e prodigarsi nel pronto soccorso, a tutelare i più deboli dai violenti e sopraffattori, e comunicare con chi parla tutte le lingue del mondo, a salvaguardare la vita dei detenuti più odiosi ed a prevenire proteste e sommosse.
Si tratta della professionalità più complessa e allo stesso tempo misconosciuta che io abbia incontrato in questo Paese, che meriterebbe ben altra attenzione dalle sue istituzioni e dal suo popolo. E ha dato 8 morti, 8 eroi uccisi dalla camorra fra il 1981 ed il 1986, compreso il v direttore Giuseppe Salvia. Al loro ingresso, insieme alla divisa, viene consegnata una penna, unica arma interna per mantenere ordine ed insegnare legalità. Dimenticare Poggioreale, allora? Certo si può. E avviene. Ma non si dovrebbe. No, non si dovrebbe proprio.
di Associazione Perugia Città in Comune
umbrialeft.it, 5 settembre 2019
L' Associazione Perugia Città in Comune ha inviato la seguente lettera aperta al Sindaco in merito ai recenti fatti avvenuti presso la Casa Circondariale di Capanne.
Premesso che i gravi fatti che hanno coinvolto i detenuti nella casa circondariale di Capanne hanno messo in luce la condizione di estremo disagio per chi è detenuto e per chi ci lavora,
Atteso che l'aggressione agli agenti, il suicidio di un carcerato e la rivolta dimostrano che nel carcere di Capanne la situazione è insostenibile, come purtroppo ormai è nella maggior parte delle carceri italiane.
Atteso che il sistema penitenziario nazionale ha il più alto tasso di sovraffollamento: 119,8%, a fronte di 50.496 posti disponibili, ma solo sulla carta perché il dato non tiene conto delle sezioni chiuse, e alla fine di giugno 2019 era di 60.522 detenuti, il carcere di Capanne non fa eccezione e il suo sovraffollamento è da addebitare a molti motivi. Inoltre, si evidenzia un peggioramento della situazione generale, dovuto alla mancanza di momenti di socialità, occasioni di dialogo e di crescita culturale, di rapporti con i familiari e con l'esterno: non è difficile immaginare come tutto questo renda ancora più incandescente la situazione!
Atteso che a fronte di tale complessità la soluzione non può essere quella di punire in modo esemplare, come qualche rappresentante parlamentare ha dichiarato, chi si è macchiato dei gravi fatti di ribellione e dare mera solidarietà a chi è costretto a lavorare in condizioni di estremo pericolo,
Chiediamo al Sindaco, che è l'autorità che deve garantire sicurezza e qualità della vita per chi vive e lavora nel territorio della città, di attivare un tavolo fra tutte le istituzioni e i servizi. Ricordiamo che è responsabilità del Sindaco garantire servizi per persone con problemi psichiatrici, che invece ora vengono semplicemente rinchiuse nel carcere, o individuare strutture alternative alla detenzione e che dovrebbe essere un suo impegno quello di collaborare con i dirigenti del carcere e le imprese private per definire rapporti di lavoro all'esterno. Riteniamo che il Sindaco debba chiedere un incontro urgente con i ministri interessati: Ministro di Grazia e Giustizia, della Sanità, dei Servizi Sociali e del Lavoro, al fine di ottenere le risorse necessarie per un intervento globale a sostegno della struttura carceraria della città.
umbria24.it, 5 settembre 2019
Sono stati trasferiti i più facinorosi, sono state chiuse le celle ed eliminato il metodo della detenzione dinamica, la guardia è nuovamente dentro la sezione, per l'ora d'aria avvengono i controlli e sono in arrivo 10 unità al carcere di Perugia. Queste le novità che sono state comunicate dal Sappe, sindaao di polizia penitenziaria, dopo il sopralluogo avvenuto a seguito dei noti fatti di violenza all'interno della casa circondariale di Perugia, che hanno visto una guardia penitenziaria sequestrata e minacciata con la lametta, la rivolta dei detenuti e un carcerato suicida. Mercoledì mattina, una delegazione del sindacato di polizia penitenziaria, ha fatto visita al carcere perugino, capitanata dal segretario generale Donato Capece che, all'uscita ha tenuto una conferenza stampa per illustrare la situazione attuale, raccontare quella passata e informare sugli scenari futuri. Prima però di comprendere cosa cambia, vanno fatte due premesse. La prima è di cronaca, e riguarda l'episodio cardine del poliziotto sequestrato, il suo coraggio di buttare la chiave sotto la minaccia di una lametta, rischiando la propria vita ma mettendo così nelle condizioni i colleghi di intervenire ed evitando che i detenuti potessero aprire le celle. È considerato episodio simbolo della condizione carceraria precedente. La seconda è invece il modello Perugia. Che per anni è stato raccontato e considerato come vanto, per quella che sembrava essere un'oasi felice, per la caratteristica di avere dato ampio margine ai modelli innovativi di detenzione: con sezioni aperte, che significa guardia penitenziaria non presente, celle aperte e detenuti liberi nei corridoi e per l'ulteriore tratto distintivo di avere avviato numerose attività lavorative indirizzate al reintegro del detenuto nella società una volta scontata la pena.
"Modello sbagliato" - Contrariamente a quanto da tanti anni sottolineato dalla direzione, le guardie penitenziarie, non credono al modello di detenzione dinamica, ovvero delle celle aperte. E ritengono che gli episodi siano ascrivibili sia al sovraffollamento che a questo nuovo metodo, erroneamente paragonato a quello europeo - hanno spiegato - ma che nulla ha a che vedere con quello. Semplicemente "perché - ha detto Capece - nel modello europeo la guardia penitenziaria ha in dotazione strumenti tecnologici tipo il taser per garantire sicurezza ed è presente all'interno della sezione. Invece noi italiani - ha aggiunto - abbiamo pensato di sostituire il poliziotto con la tecnologia, finendo per tenere il poliziotto fuori dalla sezione e senza dotarlo di tecnologia". Con la conseguenza - è stato ancora spiegato - che all'interno delle sezioni, dove si arriva fino a 80 detenuti, di etnia diversa, finisce per "comandare, nel vero senso della parola", il più criminale. I pattugliamenti saltuari e improvvisi non sono sufficienti - è stato ancora spiegato - a contenere i fenomeni di violenza e di autolesionismo, poiché i detenuti hanno troppo tempo per organizzarsi. È stato quindi ripristinata la vigilanza fissa. Il poliziotto, a Perugia, è di nuovo all'interno della sezione. Le celle sono chiuse e, ogni detenuto, rimane nella propria cella.
Quando bisogna trasferirsi per l'ora d'aria vengono eseguiti i controlli e trasferiti i detenuti all'esterno. Quando si rientra vengono eseguiti di nuovo i controlli. L'organico - spiega ancora il Sappe - deve essere di 40 unità per garantire la copertura dei 4 quadranti orari per 6 ore di turno. Ma anche per questo aspetto ci sono problemi. Tenuto contro che le 8 ore, ovvero due di straordinario - hanno raccontato i rappresentanti del Sappe - qui sono l'ordinario. E lo straordinario al poliziotto, viene pagato 10 euro lorde. Ma i pagamenti non sono puntuali. E capita - ancora il sindacato - che, tante volte, i poliziotti hanno pagano i trasferimenti dei detenuti di tasca propria, con i soldi del proprio stipendio, che dovrebbe andare alle proprie famiglie.
"Colpa dell'accorpamento" - Se 19 detenuti considerati tra i più facinorosi sono stati trasferiti, una problematica sussiste anche sui tempi di trasferimento e su altre questioni logistiche come 'il repartino' che richiedono lungaggini amministrative. "Tutta colpa dell'accorpamento", dice il sindacato umbro. Accorpamento delle carceri umbre a quelle Toscane, con l'amministrazione in Toscana. Per cui ogni decisione da prendere deve fare un giro lunghissimo e non prevede i filo diretto, come in passato in cui un trasferimento veniva deciso ed eseguito nel tempo di una notte. Altra questione denunciata alle cronache è il carcere di Spoleto.
Un tempo una unicità carceraria per l'alto livello di equilibrio raggiunto tra massimo regime detentivo e competenza del personale. Un valore - denuncia il personale - oggi annacquato. "C'era lì - è stato detto - la più alta presenza di 41 bis che c'è in Italia, in rapporto alla popolazione carceraria, gestita egregiamente da personale formato e specializzato da tempo su quel tipo di detenzione. Poi è stato mischiato di tutto, sia per quanto riguarda la popolazione penitenziaria che il personale e ora non è più come prima". Ritornando agli episodi di violenza a Perugia, una delle proposte del Sappe, è quella di trasferire, più agilmente, detenuti violenti nelle carceri sarde, dove ci sarebbero - a detta del sindacato - circa 800 posti liberi".
In conferenza stampa, nell'annunciare l'arrivo di altre 10 unità, il sindacato ha denunciato che quello già giunto a Perugia sarebbe inadeguato alle esigenze di questo carcere. "Abbiamo chiesto - hanno detto - personale maschile e invece ci hanno mandato 8 donne. Gli uomini servivano per tirare fuori dalle sezioni il personale più anziano con anche 30 anni di servizio e fare entrare le nuove leve. Ma nelle sezioni maschili non possono entrare le donne e quindi siamo costretti a tenere in prima linea ancora il personale anziano".
Infine la questione dislocamenti. Se ogni volta che trasferisci un detenuto - spiega il sindacato - il posto che si libera viene occupato da un altro detenuto, operazione che serve ad abbassare la pressione all'interno delle sezioni, non avviene lo stesso con il personale. Infatti - conclude il sindacato - abbiamo troppo personale suppostamente in organico, che invece è dislocato altrove. "O viene rimpiazzato, o deve essere richiamato al lavoro in sezione".
Corriere della Sera, 5 settembre 2019
Basta analizzare i dati degli ultimi 18 mesi, per capire quanto il Cpr di corso Brunelleschi sia diventato un posto semi-abbandonato dallo Stato. Con l'applicazione delle ultime finanziarie, che hanno tagliato nettamente le risorse destinate ai Cpr, ma soprattutto, dopo la morte (naturale) di un detenuto avvenuta lo scorso luglio, il Centro di permanenza e rimpatrio di corso Brunelleschi è un luogo dove le rivolte sono all'ordine del giorno, i tentativi di suicidio e le proteste quotidiane. La violenza è pronta ad esplodere come sabato scorso, quando un immigrato ha chiesto un farmaco e, dopo aver ricevuto una risposta negativa, si è arrampicato a sei metri di altezza. È caduto, è nata una guerriglia tra detenuti e forze dell'ordine, finita con due feriti. In pratica, racconta chi lo frequenta, è "quasi peggio di un carcere".
Il problema non è soltanto la carenza di organico tra le fila delle forze dell'ordine, ma l'assenza di "personale civile", all'interno del Centro, che possa lavorare a fianco dei detenuti e prevenire situazioni di rischio e violenza. Medici, psicologi, traduttori, mediatori culturali, impiegati. Sono figure pressoché sparite. Basta analizzare i dati degli ultimi 18 mesi, per capire quanto il Cpr di corso Brunelleschi sia diventato un posto semi-abbandonato dallo Stato. Nell'ultimo verbale della Commissione solidarietà dell'Ordine dei medici, stilato a fine luglio, c'è un tabella che mostra dati impietosi. Per 158 "ospiti" (o "detenuti"), le ore di presenza del medico sono passate da 144 a 42 alla settimana. Quelle dello psicologo - figura molto rilevante in un contesto del genere - sono state dimezzate: da 54 a 24. L'assistente sociale, fino a un anno e mezzo fa presente 36 ore (che erano comunque poche), oggi c'è 24 ore e basta. In sette giorni però. Il mediatore culturale, altra professionalità importantissima in una sorta di prigione dove sono tutti immigrati, una volta era presente 108 ore alla settimana: oggi 48. Le risorse sono state tagliate con la scure addirittura per l'economo, che ora fa 12 ore a settimana e non più 36. E gli avvocati, che sono necessari perché al Cpr sono quasi tutti accusati di aver commesso reati, possono lavorare al Cpr soltanto 12 ore a settimana, a fronte delle 72 di prima: se già era una beffa due anni fa, figuriamoci oggi. Dodici ore non bastano nemmeno per leggere le carte di un caso solo. Non solo. Grazie alle manovre dell'ultimo governo, l'insegnamento della nostra lingua, che prima poteva contare su un insegnante che lavorava 36 ore, oggi non è più previsto. Così come non c'è più - ma questo da anni - la Croce rossa. Il centro è gestito dalla cooperativa Gepsa, che però, avrebbe poco personale.
Nel documento stilato dai medici, si denuncia un altro aspetto: in tale contesto il diritto alla salute non sarebbe garantito. Si parla di "gravi situazioni di omissione di soccorso" e si sollecita "l'Ordine dei Medici a mettere in moto tutti i possibili interventi". Le condizioni ambientali e sociali di vita degli ospiti esporrebbero "a fattori di rischio non controllati", come le "fonti di contagio". Inoltre, "traumi e eventi morbosi acuti sono affrontati con competenze e strumenti inadeguati". Ci sarebbe un abuso di sedativi.
All'ultima riunione ha partecipato anche Alda Re, di "lasciateCIEntrare", che ha spiegato: "Il cosiddetto ospedale non è in realtà un ambulatorio, ma una struttura di pochi metri quadrati dove l'aria, ossia il luogo dove i pazienti possono andare a fare due passi, è una gabbia di un metro e mezzo". "Le carenze ci sono a tutti livelli - denuncia Re - piove dentro, il cibo è immangiabile, il riscaldamento non funziona, le stanze sono senza finestre: il Cpr è peggio della prigione, perché non è un luogo normato".
cremonaoggi.it, 5 settembre 2019
I detenuti del carcere di Cremona chiedono che sia attivato il servizio di posta veloce "Zeromail". Nella lettera ricevuta da Sergio Ravelli, presidente dei Radicali di Cremona e membro del consiglio generale del partito radicale, si sottolinea che Zeromail è già attivo in Lombardia nelle carceri di San Vittore e di Bollate.
"Un analogo servizio", fa sapere Ravelli, "opera anche in altre regioni, per esempio a Torino, Frosinone e nel carcere romano di Rebibbia". "Nel carcere di Cremona - fanno presente i detenuti - il 70% dei prigionieri è straniero che aspetta 3-4 settimane per le lettere dei propri parenti, a volte di più. Anche i cittadini italiani devono aspettare 1-2 settimane, a volte di più. Zeromail consente di ricevere lettere in 1-2 giorni". Secondo i detenuti di Cremona, "l'installazione di Zeromail svolge una funzione di riabilitazione, aiuterà a evitare scioperi della fame e rivolte in prigione, poiché i prigionieri stabiliranno un contatto con la loro famiglia".
Come noto, i detenuti italiani non hanno accesso alla Rete e quindi devono affidarsi ancora a carta e penna. Con un problema però: tra la trafila in carcere e le poste, la missiva arriva a destinazione dopo 10-15 giorni. E la risposta, di un parente, della moglie, dei figli o di un amico arriva almeno dopo altrettanti. È per questo che sta riscuotendo un grande successo "Zeromail", il servizio di invio e ricezione delle mail per i detenuti. Per fare un esempio, nel carcere di Bollate, il servizio è gestito dalla cooperativa sociale Zerografica.
Il meccanismo è semplice: il detenuto scrive il suo messaggio su un foglio, ogni giorno uno dei detenuti della cooperativa passa nelle celle a ritirare le lettere, che vengono scansionate e inviate entro il giorno dopo. La risposta del destinatario segue il processo inverso: viene stampata, chiusa in busta e consegnata al detenuto.
Per gli stranieri è veramente la soluzione di un problema che sembrava insormontabile: se per un italiano i tempi per far arrivare una lettera è in media di dieci giorni, per loro potevano passare anche mesi. Il servizio è in abbonamento: quello base costa 12 euro per 30 mail. Il risparmio è notevole per il detenuto, visto che la lettera classica costa da 1,10 a 2,60 euro.
L'attivazione del servizio di posta veloce nel carcere di Cremona sarebbe oltremodo importante considerato il numero considerevole di detenuti stranieri. Nel corso della recente visita alla struttura carceraria di via Cà del Ferro, effettuata dal segretario di Radicali Cremona Gino Ruggeri e dall'avvocato della locale Camera Penale Laura Negri, è stata infatti riscontrata la presenza di ben 307 non italiani su un totale di 463 detenuti.
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