voceapuana.com, 19 luglio 2019
Gli attori saranno i detenuti della casa circondariale di Massa che da febbraio sono impegnati nelle prove teatrali. Mercoledì 24 luglio alle ore 21, presso la Casa di Reclusione di Massa, la rappresentazione dello spettacolo "Il teatro oltre la tempesta", che per la prima volta sarà aperto alla cittadinanza. Lo spettacolo, come detto, si svolgerà alle ore 21.
L'appuntamento, che rientra nel calendario di "Con-vivere prima (e) dopo", e nel progetto di questa edizione "il festival delle scuole" è un progetto di Teatro in carcere realizzato da Cpia 1 Massa-Carrara e Compagnia Teatrale Emphatheatre, compagnia di teatro sociale nata nel 2008 con attore professionisti, ma anche psicologi, educatori e altri operatori per contrastare il disagio e l'esclusione sociale.
"È un progetto di crescita personale attraverso il teatro - spiega Alessandro J Bianchi attore professionista e tra i fondatori della compagnia - Col testo la Tempesta di Shakespeare, si mette in scena la capacità che ha l'arte di innalzare l'essere umano. In un luogo dove spazio e tempo sono ridotti e regolati da altri, il lavoro di gruppo nel teatro risveglia la creatività di ognuno che è la caratteristica più importante e salutare che possediamo." Gli attori sono i detenuti della casa circondariale di Massa, circa una ventina, che hanno curato anche lo spazio e le scene della pièce e da febbraio sono impegnati nelle prove dello spettacolo che li vedrà protagonisti.
di Pino Casamassima
Corriere della Sera, 19 luglio 2019
"Nessuno nasce odiando a causa della razza, della religione o della classe d'appartenenza. Gli uomini imparano a odiare. E se possono imparare a odiare, possono imparare anche ad amare, perché l'amore è più naturale dell'odio".
Questa frase, Nelson Mandela - uno che se ne intendeva di odio - la pronunciò dopo 27 anni di carcere. Tempo fa, armato di fucile, un uomo di Padenghe ha dato prima fuoco a una roulotte di Sinti italiani, poi ha sparato al capofamiglia che cercava di mettere in salvo figli e genitori, colpendolo a una spalla.
Il movente? Un odio viscerale contro "gli zingari" per un furto subito. Come da tradizione primitiva. Come se secoli di leggi e di progresso umano non fossero valsi a niente. Come se gli uomini non si fossero scaldati al focolare della convivenza civile, della collaborazione, la solidarietà, ma alle fiamme dell'odio.
Ho sufficienti capelli bianchi per affermare che questi ultimi anni hanno imbarbarito la nostra società perfino rispetto ai famigerati anni di piombo. In quel periodo, le barricate avevano coagulato attorno ad esse zone grigie pressoché invisibili e comunque ininfluenti in una società che non era segnata da quell'odio diffuso che oggi si estende dalle città alle campagne, da nord a sud. L'odio non si nutriva di sé stesso attraverso lo scontro quotidiano come oggi.
Un odio che però non è causa, ma effetto di un sentimento cresciuto nello smarrimento del senso comune, contestuale all'appiattimento sui singoli egoismi divenuti infine una marea. In Napoli milionaria di Edoardo de Filippo, la moglie del protagonista, accorgendosi di come la loro vita sia cambiata in peggio nonostante i soldi, si chiede cosa mai sia successo.
"È successo - osserva - che hai perso di vista quello che conta di più". Ecco, è come se la nostra società avesse perduto la bussola della ragione: l'unica che può indirizzarci verso l'amore. A una interpretazione superficiale, questa unione parrebbe contraddire Pascal, e invece solo unendoli possiamo davvero dirci umani. "Noi non leggiamo e scriviamo poesie perché è carino, ma perché siamo umani".
Questa frase de "L'attimo fuggente" sembra sperduta nelle galassie di storie lontane dopo l'episodio di Lonato. Nei giorni in cui ai sindaci si impone il censimento dei campi nomadi, sembra di un'altra orbita umana. È l' individualismo a creare "bande" sociali e culturali che presidiano il territorio dei "migliori" in nicchie di odio che diventano praterie.
di Jacopo Rosatelli
Il Manifesto, 19 luglio 2019
"Magistratura e società nell'Italia repubblicana" di Edmondo Bruti Liberati, per Laterza. Di fronte allo "scandalo Csm" e al connesso riaprirsi della vexata questio dei rapporti fra giustizia e politica è istruttivo cimentarsi con il recente volume di Edmondo Bruti Liberati Magistratura e società nell'Italia repubblicana (Laterza, pp. 350, euro 28).
L'autore conosce assai bene la materia essendo stato, fino al pensionamento pochi anni fa, parte attiva di quel mondo delle toghe di cui analizza, con acume e ricca documentazione, le vicende dalla fine del fascismo allo scorso decennio. Giudice dal 1970, vari incarichi di rilievo successivi sino alla guida della procura di Milano, Bruti Liberati è fra i membri più autorevoli di Magistratura democratica, gruppo la cui filosofia anima il senso profondo del libro: rompere il muro che separa il terzo potere da ciò che vive fuori dalle aule di tribunale.
Una storia "interna", quindi, che si fa - e viene analizzata - nel suo intrecciarsi con "l'esterno" delle dinamiche politiche e sociali, mostrando come l'organizzazione della funzione giurisdizionale non sia mai un terreno neutrale, né per soli addetti ai lavori. Qui sta il pregio maggiore di un libro che dovrebbero leggere (e capire) quelli che si trastullano con la figura del giudice "apolitico" e "neutrale" da ingabbiare in una carriera determinabile dall'unico, supremo, valore della "meritocrazia".
Fu invece l'impegno di un numero crescente di magistrati "militanti", che dagli anni 60 ruppero il conformismo castale e burocratico, a far entrare la Costituzione nei palazzi di giustizia. Pienamente coscienti che la neutralità pretesa dai vertici era pura adesione al sistema di interessi e valori delle classi dominanti, le toghe progressiste ingaggiarono conflitti duri, spesso attorno a norme procedurali o a processi-simbolo (Braibanti, "la Zanzara", le schedature Fiat, l'elenco è lungo), relazionandosi con ciò che in quegli anni si muoveva nell'opinione pubblica, nelle fabbriche, nelle scuole.
Il corpo giudiziario perse il suo carattere verticistico non per un'impossibile concessione dall'alto, ma democratizzandosi attraverso una contesa ideale e pratica, rendendo così possibile una giurisprudenza più avanzata in materia di tutela dei lavoratori, ambiente, diritti civili. Crollò la turris eburnea del suo organo di autogoverno, il Csm, che dal 1976 venne eletto con il metodo proporzionale, rispecchiando finalmente una magistratura socialmente e culturalmente più composita che nel passato. Un sistema elettorale che sarà poi modificato più volte sino al ritorno al maggioritario, voluto da Berlusconi, nel nome della "lotta alle correnti".
Quei cambiamenti in senso democratico preoccuparono, dentro e fuori la magistratura. Il segretario del Msi Almirante fu tra i più impegnati nel criticare la politicizzazione del Csm, proponendo che a comporlo fossero "magistrati di nomina non elettiva", scelti cioè attraverso il sorteggio. Parola d'ordine tornata in voga.
Il tentativo di conservare i vecchi assetti di potere si diede in varie forme, che Bruti Liberati opportunamente ricostruisce con precisione: dai trasferimenti (e successivi insabbiamenti) delle indagini più delicate sulle trame nere alle inchieste-pirata fatte con intenzioni intimidatorie, fino alle aggressioni politico-giudiziarie a magistrati o addirittura a interi Csm troppo scomodi - emblematica l'offensiva condotta dalla procura di Roma nel biennio 1982-83 resa inefficace grazie all'intransigenza del presidente Pertini. Erano gli anni in cui il Csm faceva i conti con la P2, uno scandalo non privo di analogie con la triste attualità che abbiamo sotto gli occhi.
primonumero.it, 19 luglio 2019
Pinocchio, un classico della narrativa italiana, un po' la storia di tutti, di come la vita presenti ostacoli, incontri sbagliati, occasioni di riscatto da saper cogliere e sogni che possono diventare realtà. Ognuno ha fatto proprio il suo personaggio e ha dato il meglio di sé sul palco, la sera di mercoledì 17 luglio, nella prima dello spettacolo all'interno del penitenziario di Larino, frutto del laboratorio teatrale promosso dalla casa circondariale in collaborazione con Frentania Teatri e l'Ipseoa "Federico di Svevia" e diretto da Giandomenico Sale e Gisela Fantacuzzi.
I detenuti-attori, studenti della sede carceraria dell'Istituto Alberghiero, ce l'hanno messa tutta, dando prova di un talento spiccato nella recitazione e nella gestualità in ogni singola scena dello spettacolo "Pinocchio scugnizzo", con un'ironia che ha trascinato il pubblico. La platea, numerosissima - circa 150 gli spettatori - ha applaudito in piedi ammirata i protagonisti. Giovedì e sabato 18 e 20 luglio i due nuovi appuntamenti: alle ore 20.30 l'inizio dello spettacolo, costo del biglietto 10 euro. Per info e prenotazioni è possibile contattare il numero 3470603551.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 19 luglio 2019
Il sistema penitenziario miete un'altra vittima. Non si arrestano i suicidi nelle patrie galere e questa volta riguarda il carcere di Vigevano dove un detenuto, tentando di suicidarsi una decina di giorni fa, era stato trasportato d'urgenza in ospedale. Dopo giorni di agonia, alla fine mercoledì è morto. Parliamo di Antonino Benfante, detto "Palermo", il killer dei fratelli Emanuele e Pasquale Tatone e di Paolo Simone, autista tuttofare di Emanuele, uccisi a ottobre del 2013 con due esecuzioni a distanza di 72 ore.
Benfante, 55 anni, di origini siciliane, era stato condannato all'ergastolo con isolamento diurno per tre anni, pena resa definitiva dalla Cassazione ad aprile dello scorso anno. Da allora, più volte aveva manifestato segni di insofferenza dietro le sbarre del carcere di Vigevano dove si trovava rinchiuso, e più volte avrebbe tentato il suicidio. In un'occasione avrebbe cercato di incendiare una cella e, in un'altra, di aggredire un detenuto. Fatti culminati una decina di giorni fa nell'ennesimo tentativo di togliersi la vita stringendosi attorno al collo la maglia che indossava per impiccarsi. È caduto battendo violentemente la testa.
Alla fine in ospedale non c'era stato nulla da fare. Ma si sarebbe potuto evitare? Secondo il suo avvocato difensore Ermanno Gorpia, sì. Era in isolamento, aveva tentato più volte il suicidio e quindi necessitava di un costante piantonamento. Inoltre, malato di Parkinson, era reduce da un'operazione non andata a buon fine: gli era stato installato un microchip nel tentativo di migliorare le sue condizioni, ma aveva contratto un'infezione. E gli era stata negata la scarcerazione chiesta in virtù del suo stato di salute.
Siamo giunti quindi al 26esimo suicidio. Ma poteva aggiungersi un altro ancora. Sempre nella giornata di mercoledì, questa volta nel carcere napoletano di Poggioreale, un 30enne calabrese ha usanto i lacci delle scarpe per costruirsi un cappio con il quale ha tentato il suicidio appendendosi per il collo alle inferriate della finestra della cella. L'intervento, in extremis, degli agenti della Polizia penitenziaria ha evitato il peggio.
A rendere noto l'episodio è stato il segretario provinciale Osapp Napoli Luigi Castaldo. Il detenuto, un 30enne calabrese, prima di compiere l'insano gesto ha atteso che i suoi compagni di cella uscissero per andare al passeggio. "In molti definiscono Poggioreale un ' inferno, un mostro di cemento, - sottolinea il segretario provinciale Osapp - nel quale però lavorano tanti angeli in uniforme che, con tanta umanità, coordinati dal commissario capo Diglio operano in un contesto di disgrazie e sofferenze, dove spesso gesti estremi come quello di oggi vengono risolti in maniera encomiabile".
Però nel carcere di Poggioreale troppi sono i suicidi e alcuni decessi sono tuttora da chiarire. Come il caso di Claudio Volpe, morto nel carcere di Poggioreale all'età di 34 anni lo scorso 10 febbraio. È avvenuto dopo tre giorni di febbre alta e non ha mai convinto i parenti che da subito decisero di approfondire la vicenda. Nessuna indicazione però, sarebbe venuta dall'inchiesta dalla Procura di Napoli e dai risultati dell'autopsia. Cinque mesi di silenzio in cui ai dubbi si alterna lo sconforto.
di Alfredo Marsala
Il Manifesto, 19 luglio 2019
Dopo tre ore e mezza d'interrogatorio nel palazzo di giustizia di Agrigento, gli avvocati di Carola Rackete, accusata di favoreggiamento all'immigrazione clandestina e disobbedienza a nave da guerra nel secondo filone d'inchiesta sul caso Sea Watch, sono convinti di avere dimostrato alla Procura che la capitana della nave battente bandiera olandese salvando i 42 migranti, poi condotti a Lampedusa, agì nel pieno rispetto delle regole.
Carola è entrata nella stanza dei pm intorno alle 10.30 ed è uscita poco prima delle 14. Fuori dal palazzo un gruppo di attivisti e liberi cittadini ha effettuato un presidio mostrando cartelli e striscioni con la scritta "Salvare vite in mare non è reato".
"Rackete, adesso, non è più capitano della Sea Watch 3" perché "c'è stato un cambio di equipaggio, del resto fa anche altro nella vita", spiega l'avvocato Alessandro Gamberini, che la difende assieme al collega Leonardo Marino. Il legale è poi entrato nel merito dell'indagine. "Sono state semplici le cose da dire: questo è un salvataggio in mare fatto con tutti i crismi della regolarità e delle esigenze drammatiche che si erano realizzate. Tutto era documentato nel diario di bordo - spiega Gamberini - Noi avvocati abbiamo prodotto tutto. I pm hanno chiesto i chiarimenti del caso e l'interrogatorio è durato quel tanto che doveva durare".
Per i legali "è una vicenda chiara: è giusto che ci sia un'indagine ma, su questo, montare strane idee sui salvataggi di Sea Watch è fuori dal mondo". "Si è parlato del soccorso, di alcune ore successive e del passaggio della nave alle acque territoriali italiane perché questo era l'oggetto dell'attenzione della Procura in questo momento - riferisce - Abbiamo ribadito lo stato di necessità.
Tutti dicono che la Libia non è in grado di offrire porti sicuri, allora questo esigerebbe, se ci fosse coerenza, che i Paesi europei si decidessero a presidiare le acque Sar libiche. Chi lo deve fare? Le organizzazioni dei volontari? La Sea Watch è una di queste organizzazioni e criminalizzarla per una cosa che dovrebbero fare gli stati Europei è incoerente. È inutile rimandare alle responsabilità dei libici".
E Carola lasciando il tribunale ha lanciato un appello: "Ci sono migliaia di profughi che vanno evacuati da un paese in guerra. Mi aspetto dalla commissione europea che trovi al più presto un accordo per dividere i profughi". Mentre l'avvocato Gamberini va giù duro nei confronti del ministro dell'Interno: "Che il clima di odio ci sia e venga alimentato da dichiarazioni aggressive, irresponsabili e false, come quelle che il ministro Salvini ha presentato nei suoi profili social è pacifico".
Per il legale "un conto che lo fa uno al bar, un altro è se arrivano da un uomo che ha responsabilità istituzionali". "In questo senso noi crediamo - sostiene il penalista - che questo abbia una valenza istigatoria. Crea come un grande macigno buttato nello stagno, grandi ripercussioni". E ricorda che "il ministro degli Esteri dice espressamente che la Libia non è un porto sicuro", dunque, "questo esigerebbe, se fossimo in una situazione coerente, che i Paesi europei si obbligassero a presidiare le acque Sar libiche". Perché "criminalizzare le associazioni umanitarie per quello che dovrebbero fare i Paesi europei è una cosa incoerente, una vergogna". D'altronde durante il salvataggio, rivela il legale, "la motovedetta libica che si è avvicinata esibiva un'insegna del comandante di una milizia ed è una cosa documentata".
Intanto, il consiglio comunale di Palermo per un solo voto ha bocciato il blitz dei consiglieri della Lega che con un ordine del giorno avevano proposto la concessione della cittadinanza onoraria ai finanzieri "speronati" a Lampedusa dalla della Sea Watch durante le concitate fasi dell'approdo a Lampedusa: 9 voti favorevoli, 4 contrari e 10 astenuti.
Del resto, nell'ordinanza con la quale il gip di Agrigento non ha convalidato l'arresto di Carola Rackete, tornata libera, il giudice ha scritto che non ci fu alcuna intenzione da parte della Sea Watch di speronare la motovedetta della finanza che su ordine del Viminale voleva impedire l'accesso al molo e che lo sbarco dei migranti fu necessario per le condizioni in cui si erano ridotti dopo due settimane in mare.
di Ilaria Carra
La Repubblica, 19 luglio 2019
L'ultimo noir milanese si chiude in una cella del carcere di Vigevano. L'insofferenza al posto, la malattia, una t-shirt come cappio al collo, l'ennesimo tentativo di farla finita che stavolta è senza ritorno. È morto in galera Tonino Benfante, 55 anni, nome di battaglia "Palermo" dalla sua città natale: era il killer dei fratelli Tatone e dell'autista di uno dei due che nulla c'entrava ma era nel posto sbagliato e andava eliminato.
Tre omicidi in quattro giorni nell'ottobre 2013 per riprendersi il controllo dello spaccio a Quarto Oggiaro e per regolare vecchi conti che sembravano chiusi e invece no. "Palermo" era stato arrestato il 1° dicembre 2013, a poco più di un mese dagli omicidi commessi a fine ottobre dello stesso anno. Cinque settimane di piombo, terrore, omertà. Benfante, con quella famiglia che all'inizio dei Novanta spacciava coi nemici, coi Batti-Flachi poi vinti col piombo, ce l'aveva da tempo. Lui stava con i fratelli Crisafulli, e l'eroina a Quarto Oggiaro era cosa loro.
A incancrenire i rapporti, un ricordo che "Palermo" si portava dietro dal 1992, da quella detenzione comune a San Vittore "quando Emanuele - è la compagna di Benfante che racconta, nel verbale chiave di questa vicenda - gli aveva messo lamette da barba nel cuscino per ferirlo".
Vecchie storie, pensavano i Tatone. E lo riteneva anche la madre Rosa, "Nonna eroina", che dall'estate 2013 l'antico nemico lo aveva riaccettato in casa, in via Sabatino Lopez 8. E invece "Palermo", appena uscito dopo anni di carcere e in affidamento in prova ai servizi sociali, non aveva dimenticato.
E soprattutto voleva prendersi la piazza di Quarto Oggiaro, labirinto di casermoni nella periferia Nord, bande cresciute tra i binari delle ferrovie e balconi a un metro dall'asfalto dove in quegli anni si sparava facile. Così il 27 ottobre dà appuntamento al bar della piazzetta a Emanuele, che arriva con l'amico che gli fa da autista, Paolo Simone, li attira poi agli orti di via Vialba e spara. Un'esecuzione in piena regola. Tre giorni dopo, il 30, alla sera tocca all'altro fratello, Pasquale, crivellato di colpi per la strada in via Pascarella.
"Li ho fatti venire all'orto. Ho sparato prima ad Emanuele, di quell'altro mi dispiace". Tre giorni dopo: "L' aveva capito lui, che ero stato io ad ammazzare Emanuele". Le sue parole, pronunciate in casa e raccontate alla polizia dalla terrorizzata compagna, lo inchioderanno. Assieme alle immagini delle telecamere, ai tabulati telefonici e alle intercettazioni della gente del quartiere che sapeva ma con gli investigatori non verbalizzava.
Benfante, malato di Parkinson, aveva già provato ad ammazzarsi in cella. "Ha tentato di suicidarsi quattro volte in tre giorni. Ha provato a bruciare la cella e ha accoltellato un detenuto. Evidentemente qualcosa non ha funzionato nel regime di controlli del carcere che non ne ha disposto il piantonamento" denuncia il suo legale, Ermanno Gorpia. L'ultima volta la maglia si è spezzata, "Palermo" ha picchiato violentemente la testa. E undici giorni dopo, ieri, è morto.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 19 luglio 2019
Chi coltiva la marjuana per necessità finisce in carcere. La vicenda del fermo da parte dei
carabinieri e relativa denuncia a carico dell'esponente del Partito Radicale Rita Bernardini, riporta di nuovo all'attenzione il problema dell'utilizzo della cannabis terapeutica. Un problema che fa anche ingolfare le nostre patrie galere già in emergenza sovraffollamento.
Ci sono infatti varie storie, finite nel dramma, che coinvolgono numerosi cittadini che soffrono di malattie devastanti e soprattutto dolorose. Accade che, nonostante la legalizzazione dei farmaci cannabinoidi per affievolire i dolori cronici, non è assolutamente facile trovarli e sono soprattutto costosi. In piazza, invece, abbonda a buon mercato e nel web fioccano i manuali per l'autoproduzione. Però coltivarsi da sé le piantine di marjuana è illegale.
Rischiare la galera per curarsi, è una consuetudine. Fabio Valcanover, avvocato di Trento, aveva chiesto invano la grazia al Quirinale per un suo assistito. Un passato da eroinomane negli Anni 80, sieropositivo e malato di epatite, il 63enne riceve un sussidio per invalidità al 100%. Per lenire i dolori coltivava tre piantine di marijuana in casa. In primo grado, il giudice lo ha assolto per via dell'uso medico. In appello, la sentenza è 5 mesi e 10 giorni di reclusione.
C'è la storia emblematica di Fabrizio Pellegrini, sostenuto all'epoca dal Partito Radicale. Affetto da fibromialgia - malattia che provoca problemi del sonno, mal di testa, mal di schiena e una serie di altri disturbi debilitanti si è visto certificare nero su bianco dai medici la possibilità di lenire i forti dolori derivanti dalla sua malattia usando derivati della cannabis, i quali riescono a farlo stare meglio. Tuttavia, la cura a base di cannabis terapeutica ha un costo di 500 euro mensili che l'uomo non poteva sostenere.
Il calvario dell'uomo è iniziato nel 2008 quando si è visto denunciare per detenzione ai fini di spaccio di sostanze stupefacenti, nonostante il suo legale avesse dimostrato le precarie condizioni di salute dell'uomo e la buona volontà, visto che aveva acquistato di tasca sua la prima confezione del costoso farmaco a base di cannabis, che l'Asl avrebbe dovuto fornirgli gratuitamente.
Ad aggravare la situazione, il fatto che l'uomo è allergico ai farmaci cortisonici e ai classici antidolorifici. Come se non bastasse, era ritornato in carcere dall'11 giugno del 2016 su ordine del giudice. Per Pellegrini c'è stata una vasta mobilitazione fino all'annuncio di verifiche da parte dall'allora ministro della Giustizia Andrea Orlando. Riuscì ad ottenere almeno i domiciliari.
Ma di storie come queste, ce ne sono tante. Una in particolare è quella del dottor Fabrizio Cinquini, meglio conosciuto come dottor Cannabis. A febbraio scorso ha ricevuto una condanna definitiva a 2 anni e 8 mesi di carcere. Un procedimento giudiziario cominciato dall'autodenuncia dello stesso medico, che, dopo aver invitato diversi giornalisti per mostrare la sua coltivazione di cannabis a scopo medico e di studio scientifico, fu arrestato dai Carabinieri nel 2013.
In primo grado fu condannato a 6 anni di carcere e all'interdizione perpetua dai pubblici uffici, oltre a pagare una multa di 30mila euro, sulla base della Fini-Giovanardi, che fu dichiarata incostituzionale di lì a poco. E per questo motivo la corte d'Appello, nel 2015, revocò l'interdizione e ridusse la pena a 2 anni e 8 mesi, come confermato dalla Cassazione. Fabrizio Cinquini da anni si batte per affermare le doti terapeutiche della cannabis.
Lui che le ha scoperte direttamente su di sé, quando lo aiutò a guarire dall'epatite C contratta nel 1997 mentre prestava servizio su un'autoambulanza, da allora non hai mai nascosto le sue intenzioni di coltivare diversi ceppi di cannabis medicale, da lui stesso selezionati per il trattamento di diverse patologie.
La vicenda ha del paradossale soprattutto se si pensa che il dottore vive e lavora in Toscana, una delle Regioni italiane all'avanguardia per quanto riguarda la legislazione in fatto di cannabis terapeutica, che sta attualmente ospitando, presso lo Stabilimento chimico farmaceutico militare, l'unica coltivazione a scopo terapeutico attualmente autorizzata in Italia.
La particolarità della sua vicenda è che, in un altro processo a suo carico in cui fu scoperto a bagnare 24 piantine di cannabis, fu invece assolto perché venne riconosciuto l'utilizzo medico e di ricerca. Un caso che avrebbe potuto creare un precedente. Ma nulla, il problema rimane. E le persone che coltivano la marjuana per necessità, finisco in carcere.
di Francesco Machina Grifeo
Il Sole 24 Ore, 19 luglio 2019
Corte di cassazione - Sentenza 18 luglio 2019 n. 31853. La Cassazione (sentenza n. 31853) deposita le motivazioni del rinvio (nel giugno scorso) dello "Spazza-corrotti" alla Consulta. A finire sotto la lente della Corte costituzionale, questa volta, non è l'irretroattività in sé della legge n. 3 del 2019 (questione posta dalla Corte d'Appello di Lecce e dal Gup di Napoli), quanto piuttosto l'inserimento del "peculato" tra i reati "ostativi".
Quelli per i quali vige una presunzione di particolare pericolosità sociale che inibisce la concessione delle misure alternative alla detenzione, in assenza di collaborazione con la giustizia. La I Sezione penale redige una sentenza "manifesto" contro il costante ampliamento, negli anni, delle fattispecie di reato a cui sono state ricollegate "presunzioni legali di pericolosità", con la conseguente progressiva riduzione dei "margini di apprezzamento" del giudice, ed il conseguente rischio di pregiudicare sia il "principio di individualizzazione" della pena che il "finalismo rieducativo" previsto dalla Costituzione.
Il Gip di Como (in funzione di giudice dell'esecuzione) aveva accolto la domanda di sospensione della carcerazione disposta, nel febbraio del 2019, nei confronti di un amministratore definitivamente condannato per peculato. E ciò, nonostante il 31 gennaio fosse entrato in vigore lo Spazza-corrotti che bloccava le misure alternative alla detenzione. Per il Gip infatti si trattava di una innovazione normativa di natura sostanziale per cui andava applicato il principio di irretroattività della norma penale peggiorativa. Contro questa decisione ha proposto ricorso la Procura.
Investita della questione, la Cassazione si è concentrata però su una diversa questione, e cioè: se l'inserimento del peculato tra i reati ostativi integri o meno una possibile lesione dei diritti costituzionali. E siccome le scelte relative al "bisogno di pena", argomenta la Corte, sono per loro natura politiche, esse possono essere censurate solo se "trasmodino nella irragionevolezza o arbitrio".
Una valutazione, chiosa la decisione, che va fatta secondo "i dati di comune esperienza". In questo senso, prosegue la Cassazione, "appare lecito dubitare del fondamento logico e criminologico di simile approdo nel caso del peculato". Tale condotta, infatti, "per come configurata dal legislatore, non appare contenere - fermo restando il suo comune disvalore - alcuno dei connotati idonei a sostenere una accentuata e generalizzata considerazione di elevata pericolosità del suo autore, trattandosi di condotta di approfittamento, a fini di arricchimento personale, di una particolare condizione di fatto (il possesso di beni altrui per ragioni correlate al servizio) preesistente, realizzata ontologicamente senza uso di violenza o minaccia verso terzi e difficilmente inquadrabile - sul piano della frequenza statistica - in contesti di criminalità organizzata o evocativi di manifestazione condizionamenti omertosi".
E ancora più chiaramente: "la connotazione di pericolosità di "ogni" autore di simile condotta - che ben potrebbe risolversi in un'unica occasione di consumazione, isolata e marcatamente episodica - espressa dalla legge n. 3 del 2019 pare dunque contrastare con la mera osservazione delle caratteristiche obiettive del tipo legale, in chiave di dubbio circa il rispetto del principio di ragionevolezza di cui all'art. 3 Cost.".
Ma la decisione va oltre ricordando le recenti novelle, tutte in senso "accrescitivo", subite da una norma nata per combattere la "pervasività di fenomeni criminali di stampo mafioso o terroristico" e che poi si è via via tramutata in una "norma contenitore" di fattispecie che di volta in volta si ritenevano particolarmente pericolose.
"Se questo, argomenta la sentenza, non può comportare - di per sé solo - un dubbio di ragionevolezza, ci si deve comunque interrogare di volta in volta sui criteri adottati dal legislatore". Non solo, la Cassazione ricorda che nella scorsa legislatura sono stati approvati dal Parlamento "più punti di legge delega (n. 103 del 23 giugno 2017) tendenti alla riconsiderazione complessiva delle preclusioni legali di pericolosità in sede di accesso alle misure alternative".
Un modello, quest'ultimo, già criticato a più riprese dalla Corte costituzionale che "nel percorso di ragionata diffidenza verso l'utilizzo di presunzioni legali di pericolosità, correlate alla commissione di uno specifico fatto di reato", anche di recente (n. 149 del 2018), ha ribadito che la finalità rieducativa della pena è "ineliminabile" ed esige "valutazioni individualizzate", rese impossibili da rigidi automatismi legali da ritenersi contrastanti con i principi di proporzionalità e individualizzazione della pena. Per tutte queste ragioni la Suprema corte ha sollevato la questione di legittimità costituzionale dell'art. 1, co. 6, lett. B della legge n. 3 del 9 gennaio 2019, nella parte in cui inserisce all'art. 4-bis, comma della legge 26 luglio 1975 n. 354 il riferimento al delitto di peculato di cui all'art. 314, primo co, cod. pen.
di Chiara Bini
fionline.it, 19 luglio 2019
In arrivo nuovi interventi per le carceri di Sollicciano e Mario Gozzini: saranno illustrati nell'ambito di una conferenza stampa che si svolgerà lunedì 22 luglio, alle ore 13.30, in sala stampa Cutuli, Palazzo Strozzi Sacrati, Piazza Duomo 10. Saranno presenti la vicepresidente e assessore alla cultura, Monica Barni, gli assessori ad ambiente, Federica Fratoni, formazione e lavoro, Cristina Grieco, e di diritto alla salute, Stefania Saccardi. Insieme a loro il direttore della Casa circondariale di Sollicciano, Fabio Prestopino, il direttore del "Mario Gozzini", Antonella Tuoni, il provveditore interregionale alle opere pubbliche di Toscana Marche Umbria, Marco Guardabassi, il provveditore Antonio Fullone, del Provveditorato regionale dell'Amministrazione penitenziaria Toscana-Umbria, e il garante dei detenuti del Comune di Firenze, Eros Cruccolini.
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