La Repubblica, 7 settembre 2019
Sono accusati di aver terrorizzato una comunità di recupero per minori della provincia di Nuoro dove erano ospiti. Quattro minorenni sono arrestati dalla Polizia di Stato perché ritenuti responsabili di sequestro di persona, estorsione, violenza sessuale, stalking, maltrattamenti, lesioni e danneggiamento ai danni di altri minori ospiti. Due dei giovanissimi sono stati sottoposti alla misura cautelare in carcere, gli altri due in comunità. Tra le vittime dei bulli un ragazzo autistico e una ragazza costretta a subire atti sessuali.
Le indagini sono state avviate nel gennaio scorso dalla Squadra Mobile di Nuoro, coordinata dalla procuratrice della Repubblica presso il Tribunale dei Minorenni di Sassari Luisella Grazia Fenu, e hanno consentito di documentare come i giovani, con i loro comportamenti violenti e aggressivi, avevano creato all'interno della Comunità un clima di paura e di grave tensione, tale da indurre le vittime a cambiare le proprie abitudini. Una vera e propria baby gang, come ce ne sono sempre di più. Vittime degli abusi erano anche gli educatori della comunità, che venivano fatti oggetto di aggressioni verbali e fisiche e minacce di morte.
Le violenze dei quattro minorenni ai danni del ragazzo autistico, secondo gli investigatori, erano numerose e continuate con calci, pugni e schiaffi e spesso gli venivano messe le mani al collo come per strangolarlo e procurandogli lesioni. E proprio dopo che il ragazzo era stato portato al Pronto soccorso dopo l'ennesima aggressione sono scattate le indagini della Polizia.
Qualche volta il ragazzo è stato costretto a consegnare loro denaro, 10 o 20 euro, che procurava chiedendo l'elemosina in strada su loro richiesta. In un'altra circostanza i quattro bulli hanno sfondato a calci la porta della stanza del ragazzo, scaricando il contenuto di un estintore all'interno e imbrattando tutti gli arredi e gli effetti personali della vittima, che spesso veniva svegliato di notte con dei gavettoni d'acqua.
Tre dei quattro minori arrestati, sono indagati anche per il reato di sequestro di persona ai danni del giovane autistico, in quanto, in una occasione era stato rinchiuso nella propria stanza e sottoposto a sevizie. Due sono accusati di violenza sessuale aggravata ai danni di una minorenne ospite della struttura, che agli inizi di agosto dopo avere ricevuto messaggi vocali e insulti sul suo profilo Instagram, è stata costretta a subire atti sessuali, interrotti dal provvidenziale intervento di un operatore della struttura.
ilcaudino.it, 7 settembre 2019
L'amministrazione comunale guidata da Pasquale Pisano si prepara ad accogliere condannati alla pena detentiva che potranno svolgere attività in favore della collettività. È quanto stabilito, con voto unanime ed alla presenza di tutti i componenti, nella giunta comunale del 4 settembre scorso nella quale è stato approvato lo schema di convenzione tra il Comune di San Martino ed l'Ufficio di Esecuzione Penale esterna del Tribunale di Avellino.
Nella delibera pubblicata oggi all'albo pretorio dell'ente si chiarisce che sarà il primo cittadino a sottoscrivere la convenzione nei prossimi giorni. La scelta trova fondamento, secondo quanto scritto nella delibera, nella Carta Costituzionale che all'articolo 27 prevede lo scopo rieducativo della pena.
Inoltre, sempre in base a quanto descritto in delibera, le finalità sono "di promuovere azioni concordi di sensibilizzazione nei confronti della comunità locale rispetto al sostegno e al reinserimento di persone in esecuzione penale, promuovere la conoscenza e lo sviluppo di attività riparative a favore della collettività e favorire la costituzione di una rete di risorse che accolgano i soggetti ammessi a misura alternativa o ammessi alla sospensione del procedimento con messa alla prova che hanno aderito ad un progetto ripartivo".
Nessun corrispettivo è previsto in favore dei detenuti che presteranno la loro attività. Ma sicuramente la possibilità di operare all'interno delle istituzione potrebbe rappresentare un compenso morale di grande valore.
di Antonio Folle
Il Mattino, 7 settembre 2019
"Lasciatelo curare a casa". Nuovo presunto caso di malasanità nel carcere di Poggioreale. A tenere banco è la storia di Achille Esposito, in carcere da dicembre 2018 per rapina e con ancora tre anni da scontare. L'uomo, stando ai primi esami approfonditi effettuati dopo una lunghissima serie di richieste andate a vuoto, è affetto da tumore ai polmoni a uno stadio avanzato e si trova attualmente ricoverato all'ospedale Cardarelli dove, secondo i regolamenti carcerari, è piantonato giorno e notte.
La vicenda di Esposito comincia poche settimane dopo il suo ingresso in quello che detenuti ed ex detenuti definiscono "il mostro". Fin da subito, infatti, l'uomo è alle prese con una tosse sempre più evidente e sempre più debilitante. Nell'infermeria di Poggioreale, come hanno denunciato la famiglia e lo stesso detenuto con una lettera fatta pervenire a Pietro Ioia, presidente dell'associazione per i diritti dei detenuti, il malessere sarebbe stato sottovalutato ed Esposito sarebbe stato sottoposto a una semplice cura a base di cortisonici e antibiotici. I medici ritenevano che la malattia non fosse altro che una "banale" bronchite, diagnosi che le radiografie successive avrebbero smentito categoricamente.
Dopo alcuni mesi di costante aggravamento - l'uomo è arrivato a perdere i sensi e a fratturarsi un sopracciglio a causa di un violento attacco di tosse - Esposito, anche dietro le insistenze del suo legale, è stato trasferito al Cardarelli, dove è stato sottoposto ad una Tac che ha evidenziato diverse masse scure all'interno dei polmoni. Dagli stessi malandati polmoni i sanitari del Cardarelli hanno drenato un versamento pleurico di circa 1,5 litri. Una quantità enorme anche per un soggetto decisamente corpulento. Inizialmente a Francesca Paola, la compagna dell'uomo, è stato accordato il permesso solo per una visita settimanale. Solo dopo le insistenze della donna i giudici hanno concesso alla donna di visitarlo tutti i giorni, firmando il permesso per il ricovero a tempo indeterminato dell'uomo in attesa di avere un quadro più chiaro della situazione.
Permesso che non basta alla famiglia Esposito. "Finalmente dopo tanto tempo si sono decisi a farmelo vedere tutti i giorni - spiega Francesca Paola Basile - ma quello che chiedo è che ad Achille siano concessi gli arresti domiciliari e che ci sia permesso di prenderci cura di lui. Abbiamo aspettato tanto per questa Tac e ora è emerso che Achille ha un tumore ai polmoni mentre i medici di Poggioreale pensavano fosse semplicemente una bronchite. Lui ora è spaventato - prosegue la donna - e ha chiesto di essere curato e di non tornare in cella. Credo che questa richiesta debba essere accolta, se non altro per una questione di umanità".
L'avvocato Giacomo Pace, legale di Esposito, ha sottolineato che nei prossimi giorni sarà avanzata richiesta di incompatibilità del regime carcerario con le attuali condizioni di salute dell'uomo: "Sono fermamente convinto che non ci siano le condizioni per la detenzione - afferma il legale - e per questo chiederò i domiciliari per il mio cliente. Non bisognerebbe mai dimenticare che lo Stato ha il dovere di punire e far scontare la propria pena a chi commette un errore, ma che allo stesso tempo si parla di esseri umani a cui non si possono negare i diritti più elementari. I giudici si stanno muovendo in tal senso e la cosa mi fa piacere - continua - ma le storie di questo tipo dietro le sbarre sono veramente tante".
Anche Pietro Ioia, storico presidente dell'associazione che si occupa dei diritti dei detenuti, ha ribadito la necessità di riformare il sistema penitenziario e, soprattutto, ha sottolineato l'obbligo, da parte delle amministrazioni carcerarie, di offrire le migliori cure possibili ai detenuti.
"Purtroppo ci troviamo di fronte ad un altro caso di malasanità che viene dal carcere più affollato e crudele d'Europa - l'accusa di Ioia - ci sono ritardi quando i detenuti devono fare visite specialistiche e spesso non ci sono nemmeno le ambulanze o le guardie penitenziare per il piantonamento. Questa disorganizzazione non può ricadere sui detenuti che stanno giustamente scontando le loro pene. Chiediamo - l'appello di Ioia - che almeno per i casi di conclamata gravità sia aperto un canale preferenziale per accelerare l'iter necessario ad ottenere visite specialistiche fuori dalle mura del carcere".
di Errico Novi
Il Dubbio, 7 settembre 2019
La Commissione: "Il Trattato di Dublino deve essere riesaminato". Il segnale di novità sui migranti offerto dal Conte 2, che ha impugnato la legge approvata dalla Regione Friuli in materia per via di alcune norme "discriminatorie", trova un'inattesa corrispondenza: dalla Commissione europea, infatti, arriva l'apertura alla modifica del Trattato di Dublino invocata da Di Maio: "Il sistema di asilo dell'Unione va riesaminato in tutti i suoi aspetti", dice la portavoce Bertaud.
I simboli sono simboli. Vivono di vita propria. Così diventa irrilevante quel "dettaglio" sul caso Friuli: la legge regionale del governatore Fedriga era finita sotto la lente dell'avvocatura dello Stato assai prima che si avvertissero le avvisaglie del sisma politico d'agosto.
Non solo: la prima riunione del Conte 2, tenuta giovedì, è coincisa solo casualmente con l'ultima data utile, al neo ministro Francesco Boccia, per sollecitare la Regione a guida Lega ad "apportare alcune necessarie modifiche" al testo per evitare di affidarlo alla Corte costituzionale. Dettagli, appunto: non proprio marginali ma già travolti dall'onda mediatica.
E così l'impugnazione decisa dal Consiglio dei ministri dell'altro ieri sulle norme approvate a Trieste in materia di immigrazione già segnano la rottura tra vecchio e nuovo, tra primo e secondo governo Conte. Non solo. Innanzitutto perché alla svolta interna corrisponde un'apertura inattesa, proprio sui migranti, da Bruxelles, con la Commissione Ue che auspica una "revisione del Trattato di Dublino in tutti i suoi aspetti".
E poi perché quella cesura tra passato e nuovo corso è notata persino da chi non è incline a colorare i fatti con toni accesi, come l'Osservatore romano. Dal quotidiano della Santa Sede arriva nell'edizione di ieri il seguente rilievo: "Il primo Consiglio dei ministri riunito da Conte ha lanciato alcuni segnali di novità". Riferimento all'impugnazione della legge friulana, che "discrimina i migranti".
Cambiano le cose a Roma, e lo notano tutti. Ma già cambiano pure a Bruxelles. Interpellata sull'appello di Luigi Di Maio per un superamento del sistema di Dublino, la portavoce della Commissione europea Natasha Bertaud risponde: "Il sistema di asilo dell'Unione deve essere riesaminato in tutti i suoi aspetti, c'è sul tavolo una riforma che deve essere ancora adottata". Una posizione non del tutto nuova. Ma dirlo ora, a un giorno dall'insediamento del governo Conte 2, poche ore dopo quell'invocazione del ministro Di Maio, dà il senso di una fase nuova anche nei rapporti fra Ue e Italia. Assimilabile a quella sulla flessibilità nei bilanci.
La Bertaud è accompagnata dal parere di un italiano che a Bruxelles ha fatto proprio il presidente della Commissione, Romano Prodi: "Sui migranti bisogna arrivare alla fine di Dublino, sono abbastanza ottimista sul fatto che usciremo dalla follia", dice dal Forum di Cernobbio.
La situazione è chiara. Arrivano rassicuranti risposte a una riflessione della neo ministra alle Infrastrutture Paola De Micheli, la dem subentrata a Toninelli: "Senza una nuova politica europea che aiuti un Paese come l'Italia, il rischio che si corre è di essere infilati sul piano comunicativo dall'attuale minoranza". Neppure il tempo di dirlo che quell'aiuto è già arrivato.
Presto per dire che la svolta sui migranti, a Roma come nelle cancellerie, è cosa fatta? Può darsi. Ma intanto il caso Friuli è già sui binari che porteranno la Corte costituzionale a pronunciarsi sulla legittimità di alcune norme della "legge Fedriga".
Sulla più discriminatoria, a cui allude lo stesso Osservatore romano, ossia quella che subordina al requisito della residenza in regione da almeno 5 anni le agevolazioni alle imprese che assumono disoccupati. È presto, molto presto, per scrutare nell'orizzonte la futura possibile pronuncia della Consulta. Si possono però citare almeno un paio di recentissimi precedenti.
Che sembrano disinnescare in partenza le invettive rivolte ieri al nuovo esecutivo da due grandi sconfitti del nuovo corso. Matteo Salvini, innanzitutto. Il quale in un tweet così liquida la scelta del ministro agli Affari regionali Boccia, ideatore del siluro alla legge friulana: "La Regione aveva deliberato una legge a tutela dei lavoratori italiani. Impugnata dal nuovo governo. Non è un danno a Salvini, ma ai cittadini".
Il governatore Massimiliano Fedriga, inevitabilmente furibondo con Boccia ("quelle del Pd sono menzogne, la Regione Friuli non aveva preso assolutamente l'impegno di ritirare le norme contestate, come ha dichiarato il ministro"), fa eco al suo leader e rilancia: "Noi diciamo una cosa basilare e cioè che i soldi del Friuli devono servire ai disoccupati della regione e non all'Afghanistan e al Pakistan".
Eh. Però è quel "devono" che rischia di non trovare d'accordo il giudice delle leggi. Nel maggio del 2018, infatti, la Corte costituzionale dichiarò (sentenza 107) illegittima un'altra legge regionale, quella che in Veneto imponeva il requisito della residenza in Regione da almeno 15 anni (o l'attività lavorativa svolta per identico arco temporale) agli extracomunitari che avessero voluto iscrivere i loro figli agli asili nido.
Previsione che "contrasta con il principio di uguaglianza", secondo la Consulta, "non essendovi alcuna "ragionevole correlazione" tra la residenza prolungata in Veneto e le situazioni di bisogno o di disagio". Come a dire: il sostegno, anche per affidare a qualcuno i figli e potersi recare al lavoro, va dato a tutti i bisognosi, a prescindere dal fatto che siano stranieri.
Non è finita qui. Perché con una pronuncia emessa due mesi dopo, la 166 del 20 luglio 2018, la Corte costituzionale definì "sproporzionata ed eccessiva" la permanenza in regione da almeno 5 anni prevista dal decreto Sviluppo del 2008 come requisito per concedere anche agli extracomunitari il cosiddetto "bonus affitti", ossia il contributo per il canone di locazione offerto agli indigenti. Cinque anni: proprio il requisito per le agevolazioni dirette ai disoccupati imposto da Fedriga. Non una prova certa. Ma un indizio che anche dinanzi alla Corte costituzionale le ragioni del Conte 2 possano essere più ascoltate di quelle dell'ex vicepremier Salvini.
di Alessio Ribaudo
Corriere della Sera, 7 settembre 2019
Una notte insieme agli agenti della Polizia Stradale alle prese con i controlli ai guidatori della movida: aumentano gli automobilisti scoperti al volante sotto influenza di droghe. Hanno il piede più "pesante" (+36,7%), allacciano meno le cinture di sicurezza (+7,3%), usano meno le cuffie o il vivavoce mentre parlano con i loro smartphone (+17,2%). Inoltre, sono sempre di più quelli scoperti al volante dopo aver assunto droghe (+4%).
È il quadro preoccupante che emerge dai dati delle multe comminate ai guidatori italiani dalla Polizia stradale, nei primi sette mesi di quest'anno rispetto allo stesso periodo del 2018. Gli automobilisti, in tutto, hanno già perso 1.659.060 punti dalla patente (+31,5%) e in 23.323 hanno avuto il permesso di guida ritirato. Senza considerare che ne sono stati arrestati 437 e per altri 5.373 è scattata la denuncia penale.
Le cause degli incidenti stradali - "Sono i risultati di operazioni mirate che conduciamo da tempo - spiega Santo Puccia, primo dirigente della Stradale - perché la distrazione e l'eccesso di velocità sono le prime tre cause di incidenti mortali in Italia: per l'ultimo rapporto Aci/Istat, nel 2018, sono stati stesi sulle nostre strade 3.325 lenzuoli bianchi (-1,5% sul 2017) e 242.621 persone sono rimaste ferite (-1,7%)".
Malgrado gli sforzi della polizia che, dall'inizio dell'anno, ha impiegato 256.393 pattuglie per i controlli (-0,2% rispetto al 2018), la situazione è allarmante. "L'andamento del numero delle vittime in incidenti stradali negli ultimi anni - dice - è stato altalenate: nel 2017 erano aumentati, nel 2018 sono diminuiti e da gennaio a oggi, dai dati raccolti insieme ai carabinieri, salgono nuovamente da 802 a 861 (+7,4%)".
Il dossier esclusivo - Nel dossier, elaborato dalla Stradale per il Corriere, spiccano delle percentuali: i multati per guida in stato di ebbrezza sono calati (-4,3%) mentre quelli sotto influenza di droga sono aumentati (+4%).
"Il motivo è chiaro: i controlli con gli etilometri sono iniziati 17 anni fa e chi si mette al volante sa che la probabilità di essere fermato è alta - analizza - mentre quelli sulle sostanze stupefacenti sono cominciati, in modo massiccio, dal 2015. Attenzione, però, spesso eseguiamo test combinati. Quest'anno, abbiamo controllato con precursori ed etilometri 678.418 conducenti, di cui 8.999 sono stati sanzionati per l'alcol e 733 per guida sotto l'effetto di sostanze stupefacenti".
I controlli contro "le stragi del sabato sera" - Nel week end, le pattuglie della stradale svolgono servizi mirati. "Sono quelli contro le cosiddette "stragi del sabato sera" in cui da inizio anno abbiamo fermato 56.982 guidatori e 3.070 sono poi risultati sopra i limiti di alcol o sotto l'effetto di stupefacenti". I test antidroga richiedono una proceduta rigorosa.
"Non basta dimostrare che chi guida abbia assunto droghe prima di mettersi al volante ma va dimostrato che guidava in stato di alterazione - argomenta - e questo lo deve certificare un medico". Questo allunga di molto i tempi, perché serve l'accompagnamento in una struttura sanitaria ma, da quattro anni, la Polizia ha un'"arma" in più che sta risultando efficace.
"Ora possiamo eseguire dei test di screening sulla saliva, direttamente in strada, grazie alla presenza di nostri medici e di personale sanitario - conclude Puccia. Poi, in caso di positività a droghe, vengono prelevati altri campioni salivari che sono inviati e analizzati, per la controprova, dal nostro laboratorio del centro ricerche di tossicologia forense di Roma. Entro dieci giorni, in cui al guidatore viene sospesa la patente, arriva la risposta. Se il risultato è confermato, un campione viene conservato in archivio mentre noi procediamo con le sanzioni". Il Codice della strada è severo: si rischia sino a un anno di arresto, seimila euro di multa e due anni di sospensione della patente.
di Barbara Ghiselli
La Gazzetta di Lucca, 7 settembre 2019
"Nonostante tutto sono vivo" è il titolo del libro che narra la storia vera di Luigi De Lillo, Maresciallo Capo nelle prigioni italiane nel periodo degli Anni di piombo. Una storia drammatica e commovente che non può non far riflettere il lettore che si accosta a queste pagine.
Il libro, realizzato con il sostegno della Fondazione Banca del Monte di Lucca è stato pubblicato dalle Grapevine Editions e una delle particolarità di questa biografia è che presenta nello stesso volume la pagina con la versione italiana con accanto la traduzione in inglese a cura di Norma Jean Bishop; la storia del maresciallo De Lillo è stata raccolta dalla scrittrice Anna Gabriella Bianchi e per questo motivo è stata scritta in terza persona.
È quasi impossibile non lasciarsi coinvolgere sin dalle prime pagine del libro dove sono descritti i compiti che doveva svolgere il maresciallo quando era ancora un bambino: si alzava all'alba per trainare il carretto di legno al mercato ortofrutticolo e aspettava il padre per acquistare i prodotti che poi sarebbero stati caricati e venduti nel negozio di loro proprietà.
Dopo aver fatto colazione, correva a scuola e il resto della giornata lo passava in un negozio di barbiere dove imparava il mestiere; nonostante questo non smetteva mai di essere allegro e non gli pesava fare una vita di sacrifici.
Tutto questo accadeva a Santa Maria Capua Vetere, un centro agricolo tra Capua e Caserta, dove il maresciallo nacque il 28 luglio 1945. All'età di diciotto anni fece domanda di arruolamento nel Corpo degli Agenti di Custodia (oggi Polizia Penitenziaria) e da quel momento entrò in contatto con le diverse sfaccettature del sistema carcerario.
Sono molti gli episodi descritti nel libro e ognuno di essi meriterebbe un'attenta riflessione per comprendere meglio la difficoltà di chi lavora nelle carceri comunque il più grande cambiamento fu quando, ormai diventato maresciallo capo, fu trasferito nel 1978 alla prigione "Le Nuove" di Torino.
Fu proprio in quel carcere che gli venne affidato il compito di responsabile del reparto speciale preparato per i brigatisti e quel momento segnò per sempre la sua vita. Proprio per aver ricevuto quell'incarico, la sua vita si è trasformò in un inferno: da quel momento in poi iniziò a ricevere telefonate anonime e minacce di morte che crearono non poche paure e preoccupazioni anche in sua moglie, madre dei tre loro figli. Riuscì poi a essere trasferito alla prigione di San Giorgio a Lucca ma le minacce di morte lo seguirono anche lì.
Nonostante siano passati molti anni e il maresciallo si trovi ora in pensione, è impossibile per lui scordare quei momenti che hanno segnato drammaticamente la sua vita. Un libro dunque che è la testimonianza emozionante concisa e ricca di esperienze di chi si è trovato a lavorare in carcere negli anni di Piombo.
Il volume è arricchito con immagini e didascalie di persone che in un modo o nell'altro hanno fatto parte di quel periodo storico. Al termine della narrazione e a completamento della sua biografia, è stato ritenuto opportuno accennare ad alcuni aspetti del regime di vita dei detenuti e del servizio del personale di custodia con alcune integrazioni che possono far comprendere meglio al lettore la vita in carcere.
Ma per quale motivo il maresciallo Luigi De Lillo ha deciso di raccontare la sua storia oltre che per dare una testimonianza di quanto fosse difficile lavorare nelle carceri in quel particolare periodo? È lui stesso a spiegarlo nel libro: " Voglio consigliare ai giovani di non commettere azioni che costituiscano reato perché finire in carcere è come finire all'inferno.
Una volta che dietro di te senti lo scatto del chiavaccio, non sei più padrone della tua vita e non c'è nulla che possa ripagare la perdita, anche di un solo istante di libertà". È possibile trovare il libro presso l'ufficio di Grapevine Editions nel Centro Storico (Via dell'Angelo Custode 3A) o vicino alla stazione di Lucca, a Caffè Letterario (Viale Regina Margherita 113)
di Matteo Sbarbada
La Gazzetta di Mantova, 7 settembre 2019
"Il carcere può essere una palestra per chi sta fuori, un modo per esercitare il pensiero civile. Chi è in carcere ha già ricevuto una condanna, non ha bisogno di essere condannato nuovamente". In tempi di muri alzati contro ogni tipo di diversità, Marco Malvaldi, accompagnato dai musicisti Paolo Bonfanti, Stefano Resca e Pietro Leveratto, ha portato suoni e parole nella casa circondariale di via Poma. Un incontro toccante e divertente, con una platea equamente divisa tra spettatori del festival e detenuti.
Tutto nasce da "Vento in scatola", libro scritto da Malvaldi con Glay Ghammouri, detenuto nel carcere di Pisa. L'incontro nella casa circondariale della città toscana durante un corso di scrittura. "Entrando in carcere mi sono liberato da una marea di pregiudizi - ha raccontato Malvaldi - Pregiudizi che mi sono accorto di avere solo dopo essere entrato. Credo sia fondamentale trattare ogni persona in base ai diritti, senza farsi condizionare da quanto ha commesso".
Spazio alle parole ma la protagonista vera è stata la musica. Il via con "Take this hammer", brano registrato per la prima volta in un carcere. Il viaggio musicale prosegue tra jazz e blues, toccando mostri sacri come Johnny Cash e BB King e chiudendosi con il genovese di "A dumenega", capolavoro di Fabrizio De Andrè. "In carcere la vista peggiora - ha spiegato Malvaldi - Per questo si sviluppa maggiormente l'udito. Di fatto diventa il senso più importante, quello più utile per raccogliere informazioni. Per questo abbiamo pensato ad un evento legato alla musica".
Molti i confronti tra il mondo di fuori e quello di dentro. "Tutti noi ci lamentiamo sempre del poco tempo a disposizione, qui dentro è l'esatto contrario. Il tanto tempo consente ai detenuti di svolgere lavori con cura, precisione maniacale e grande attenzione, ottenendo risultati ottimi. Un aspetto, quello del lavoro, davvero fondamentale per chi si trova in carcere". - Matteo Sbarbada
di Angela Nocioni
Il Dubbio, 7 settembre 2019
L'Amazzonia va a fuoco. Non da oggi, da anni. Ma oggi va a fuoco molto più spesso e molto più rapidamente di prima. Stanno andando in fumo porzioni di foresta molto maggiori a quelle di qualche anno fa sia in senso assoluto, come estensione, sia in percentuale rispetto alla quantità rimasta di bosco tropicale, spaventosamente ridottosi. Non solo in Brasile, anche in Bolivia. Ma il 65% della foresta amazzonica è in territorio brasiliano.
L'emergenza brasiliana è reale, lo dimostrano i dati dei principali istituti internazionali specializzati. È vero che gli incendi si moltiplicano nella stagione secca iniziata a giugno - temperature più alte, minor umidità - e che soltanto i bilanci fatti a fine anno hanno senso. Ma è vero anche che se la deforestazione del giugno 2019 risulta essere dell' 88% maggiore di quella dell'anno scorso (secondo i dati dei principali istituti di ricerca brasiliani) e se quella di luglio addirittura del 212%, sarebbe poco sensato aspettare dicembre per preoccuparsi.
Vediamo di capirci qualcosa. Di solito gli incendi in Amazzonia iniziano a moltiplicarsi verso settembre e calano alla fine di novembre. Da cosa sono prodotti? Non dalla stagione secca. I poveri biologi brasiliani si stanno sgolando nel tentativo di spiegare al mondo che l'Amazzonia va a fuoco "durante la stagione secca, ma non a causa della stagione secca". Va a fuoco perché c'è una richiesta alta di terreni da coltivare e di pascoli da creare. Va a fuoco perché chi rappresenta gli interessi giganteschi dell'agro-business - già coccolati da tutti i governi, inclusi quelli di sinistra di Lula da Silva e di Dilma Rousseff - ha in questo momento le mani completamente libere.
Il governo di ultradestra di Jair Bolsonaro, differentemente dai precedenti, non tratta mediando con la lobby dell'agro-business, cercando segretamente di non inimicarsela. Le ha dato luce verde a fare dell'Amazzonia ciò che vuole. Non si tratta più di una potentissimo gruppo di pressione che riesce a condizionare le politiche di deforestazione perché nessun governo ha intenzione di mettersela completamente contro. Ma di una lobby che è essa stessa potere di governo.
Per di più il linguaggio smisuratamente aggressivo di Jair Bolsonaro e le sue dichiarazioni riassumibili in una sorta di "chi se ne frega dell'Amazzonia" tolgono ogni freno agli innumerevoli soggetti interessati ad accaparrarsi nuove porzioni di foresta da trasformare in savana per poi poterla utilizzare. Un elemento fondamentale è il tempo. Questo universo, nemmeno troppo sommerso, di persone interessate a far ardere quanta più Amazzonia possibile, ha molta fretta. Sanno che questo momento propizio ai loro interessi non durerà in eterno e quindi bisogna bruciare quanto più bosco possibile prima possibile. Si sentono totalmente spalleggiati e hanno fretta.
Cos'ha fatto concretamente Bolsonaro? Ha iniziato via social, al solito, con il contrapporre la difesa del patrimonio amazzonico alla possibilità di ripresa dell'economia brasiliana. Per capire come il messaggio funzioni è fondamentale tener presente che la stragrande maggioranza dei brasiliani si informa esclusivamente via social network, senza contradditorio e senza eterogeneità di fonti. Fatto drammatico che spiega moltissimo del Brasile attuale, non solo della questione amazzonica. Bolsonaro bombarda con dichiarazioni del tipo: "Solo i vegani, gente che mangia solo vegetali, sono preoccupati della Amazzonia" oppure "Quando finiranno le materie prime di cosa vivremo? Diventeremo tutti vegani? Cosa mangeremo, vivremo della difesa dell'ambiente che dà da mangiare solo alle Ong? Sono le Ong le responsabili, sono loro ad aver creato ad arte questa finta emergenza".
Non è riuscito a fondere come avrebbe voluto il ministero dell'agricoltura con quello dell'ambiente, ma ha paralizzato il ministero dell'ambiente. Ha nominato ministra dell'Agricoltura Tereza Cristina Dias, il capo della lobby dell'agro-business in Parlamento. Ha vietato che vengano individuate aree a rischio per impedire che siano poi dichiarate aree di protezione ambientale. Lo stesso ha fatto con le porzioni di terra indigena, impedendo di dichiararne di nuove e cercando di smantellare una ad una quelle già esistenti. Non si capisce cosa voglia fare del Fondo Amazzonia, un fondo finanziato soprattutto dalla Norvegia, del quale vorrebbe mantenere i soldi dirigendoli a tutti altri scopi.
Negli ultimi dieci anni La Norvegia, la Germania e l'azienda di petrolio Petrobras (con il suo efficiente dipartimento di comunicazione per evitare le accuse di anti-ecologismo) hanno dato 650 milioni di euro a un centinaio di progetti proposti e gestiti da istituti brasiliani. Nemmeno uno di questi progetti è stato approvato dal governo Bolsonaro. Per completare l'opera il Planalto fa circolare voci sempre più insistenti sull'infondatezza delle cifre ufficiali sulla deforestazione (verificabili da qualsiasi foto via satellite: dove cinque anni fa c'era il verde la foresta ora c'è il colore giallo ocra della terra arsa) elaborate dagli istituti brasiliani e ha spalancato le porte all'approvazione di nuovi pesticidi di vario genere, inclusi alcuni contenenti sostanze proibite in Europa.
Questo potrebbe creargli problemi teoricamente sul lungo periodo perché il recente accordo di libero commercio tra l'Unione europea e il Mercosur (l'area di libero scambio del Cono sur costituita da Brasile, Argentina ed Uruguay) include delle norme a protezione dell'ambiente. Per esempio chiede che i prodotti importati in Europa dal Sud America non arrivino da zone deforestate di recente.
Ma non è detto che il lungo periodo interessi a Bolsonaro più dell'immediato e, soprattutto, non è possibile fidarsi ciecamente della dichiarata provenienza di tutti i prodotti esportati. Nella propaganda interna, l'unica che conta per il governo, Bolsonaro rilancia ai leader europei le accuse: "Ho sorvolato l'Europa due volte e non ho visto un chilometro quadrato di bosco, si preoccupino dei boschi di casa loro invece di criticare il Brasile".
di Marta Ottaviani
La Stampa, 7 settembre 2019
La metamorfosi turca sul capitolo migranti continua ed è sempre più vicina a trasformarsi in una virata a 180 gradi. Il presidente della Repubblica, Recep Tayyip Erdogan, due giorni fa, ha detto chiaramente che se non si troverà una soluzione rapida sulla questione siriana, la Turchia potrebbe decidere di aprire le frontiere, di mare e di terra e costringere l'Unione Europea ad assorbire un flusso migratorio senza precedenti, composto soprattutto da rifugiati che vengono dalla Siria, con buona pace dell'accordo sottoscritto nel 2016 e che Ankara sembra sempre più propensa ad affondare, causa sopraggiunti emergenze sul territorio nazionale, soprattutto per quanto riguarda l'economia e la sicurezza.
Il vicepresidente, Fuat Oktay, ieri, ha avvisato che la Turchia fa sul serio e non si tratta di un bluff. Dieci anni di immigrazione Quasi dieci anni di migrazione di massa hanno lasciato un segno indelebile sui territori della Mezzaluna. Piano piano, sta iniziando a intaccarsi la leadership di Erdogan, un tempo visto come garante e salvatore della popolazione siriana che scappava dalla guerra civile e oggi, complice anche la crisi economica che attanaglia il Paese, considerato più generoso con i migranti che con il suo stesso popolo.
Un cambiamento drastico di percezione, sul quale ha cercato di fare leva soprattutto il neoeletto sindaco di Istanbul, Ekrem Imamoglu, che ha puntato parte della sua vincente campagna elettorale proprio sulle condizioni in cui versavano i rifugiati a Istanbul. Ankara ha cercato di fronteggiare l'emergenza prima a livello locale, implementando meccanismi di rimpatrio con agevolazioni, che a molti attivisti dei diritti umani sono sembrati rimpatri forzati, e applicando il criterio della "tolleranza zero" a Istanbul dove migliaia di siriani non registrati sono stati trasferiti a forza in località più periferiche, dove l'impatto dell'emergenza è minore, ma lo sono anche le possibilità di trovare un impiego e una sistemazione definitiva.
Erdogan ha capito perfettamente che la questione migranti rappresenta un assist alla popolarità crescente di Imamoglu. Per questo ha deciso di metterlo in difficoltà. Canan Kaftancioglu, uno degli elementi di punta del Chp, la maggiore voce dell'opposizione, ieri è stata condannata a nove anni e otto mesi di prigione per aver offeso Erdogan e lo Stato turco su Twitter, sei anni fa.
di Valentina Errante
Il Messaggero, 7 settembre 2019
Non accadrà il tempi stretti. Le modifiche al decreto sicurezza bis, sollecitate lo scorso agosto dal presidente Sergio Mattarella con una lettera ai presidenti delle camere, non arriveranno immediatamente. Una scelta politica.
L'obiettivo è chiaro: evitare altri strappi, percorrere la via della "sommersione" su un tema come l'immigrazione, che per quattordici mesi di fila ha tenuto banco ed è stato il perno della politica di Matteo Salvini, e cambiare rotta con discrezione, lentamente, disinnescando così anche i possibili attacchi dell'ex titolare del Viminale.
Pronto a muovere guerra. I cambiamenti ci saranno, ma non sarà comunque una sterzata. I porti non saranno aperti, anche se i divieti di ingresso per le navi piene di profughi, motivati con il pericolo di infiltrazioni terroristiche, non arriveranno più. È certo dunque che la revisione al decreto sicurezza bis non sarà all'ordine del giorno del prossimo consiglio dei ministri. E neppure di quello successivo.
Le modifiche dovrebbero arrivare in autunno inoltrato, forse anche dopo. La questione comunque sarà gestita senza personalismi e proclami, sempre di concerto con il presidente Conte. Proprio ieri la nuova ministra, Luciana Lamorgese, scelta per il suo profilo di tecnico e di grande esperto in materia di sicurezza, ha avuto un lungo incontro con il presidente del Consiglio. Non va diversamente in materia di sicurezza, l'inversione di rotta riguarda anche il piano della comunicazione.
La volontà di riaprire il dialogo con l'Europa, dopo la frattura dei mesi scorsi, è al centro del programma del nuovo governo che, sul tema dell'immigrazione, continua comunque a puntare alle modifiche del Trattato di Dublino, l'accordo che prevede la presa in carico dei migranti da parte del paese di prima accoglienza.
La scelta della diplomazia sulla questione migranti riguarda anche la nuova linea da assumere a Bruxelles. Con la speranza di disinnescare l'ordigno e ottenere migliori risultati del passato. Il braccio di ferro tra l'Europa e Salvini, andato in scena nei mesi scorsi, potrebbe paradossalmente aiutare adesso il nuovo governo.
Questo esecutivo, più moderato, aspira dunque a incassare qualche risultato: evitare che, in futuro, l'emergenza degli arrivi porti ancora a politiche di chiusura, alla fine, è di interesse comune. Lo scorso 8 agosto il Capo dello Stato aveva sollevato "rilevanti perplessità" sulle sanzioni a carico delle navi che violino il divieto di ingresso in acque italiane: multe fino a un milione di euro e confisca.
Invocando "la necessaria proporzionalità tra sanzioni e comportamenti", il Colle aveva ricordato anche che il divieto doveva rispettare "gli obblighi internazionali". Ma non c'è solo il decreto sicurezza bis. Mattarella, infatti, era intervenuto anche sul primo decreto sicurezza che, nell'ottobre 2018, ha limitato i permessi di soggiorno per motivi umanitari. In quel caso le precise indicazioni del presidente, che invocava gli obblighi costituzionali e internazionali dello Stato, il riferimento etra in particolare quelli dell'articolo 10 della Costituzione, secondo il quale "l'ordinamento giuridico italiano si conforma alle norme del diritto internazionale generalmente riconosciute".
All'epoca quelle indicazioni erano cadute nel vuoto. Ma il testo unico per l'immigrazione, che il Pd vorrebbe in tempi stretti, e per il quale invece si dovrà attendere, terrà certamente conto anche di questi rilievi. Di certo cambieranno le politiche sull'accoglienza e l'integrazione, per evitare scontri sul territorio e situazioni critiche nelle aree di maggiore densità.
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