di Andrea Oleandri*
Ristretti Orizzonti, 20 luglio 2019
Il prossimo 25 luglio a Roma, a partire dalle ore 10.00, presso la Sala Azzurra della Fnsi in Corso Vittorio Emanuele II, 349 (primo piano), Antigone presenterà il proprio rapporto di metà anno sulle carceri italiane. Attraverso numeri, dati e storie, sarà presentata una fotografia del sistema penitenziario così come emerso dalle visite effettuate finora dall'osservatorio dell'associazione.
Durante la conferenza stampa sarà inoltre presentata la proposta di legge rientrante nella campagna "Il carcere è un pezzo di città" che Antigone ha promosso nel mese di maggio è che punta ad includere i Sindaci tra le autorità cui la legge riconosce il diritto a visitare gli istituti di pena. Nell'ambito della campagna, osservatori di Antigone sono stati in visita nelle carceri di Livorno, Torino, Bologna e Palermo insieme ai rispettivi primi cittadini. Alla conferenza stampa parteciperà anche Mauro Palma, Garante nazionale delle persone detenute o private della libertà personale. Per accedere non è necessario l'accredito ma, per ragioni organizzative, è gradita la conferma della presenza.
*Ufficio Stampa Associazione Antigone
di Francesco Cerisano
Italia Oggi, 20 luglio 2019
Multe salate alle Ong. Fino a 1 mln per il capitano e l'armatore delle navi. Fino a 1 milione di euro di multa al comandante della nave che violi il divieto di ingresso, transito o sosta in acque territoriali italiane. E arresto obbligatorio in flagranza qualora il comandante commetta il delitto di resistenza o violenza contro una nave da guerra, previsto dall'art. 1100 del Codice della navigazione.
La vicenda della nave Sea Watch 3 e della capitana Carola Rackete (finita sotto processo per aver deciso di attraccare a Lampedusa nonostante il divieto imposto dalle autorità italiane) sembra aver ispirato il giro di vite contenuto negli emendamenti al decreto sicurezza bis (dl n. 53/2019) approvati dalle commissioni affari costituzionali e giustizia della camera. Oltre alla previsione esplicita dell'arresto in flagranza (nell'articolo 380, comma 2 del codice di procedura penale viene introdotta una fattispecie ad hoc) a carico del comandante della nave, il vero colpo alle Organizzazioni non governative che svolgono attività di ricerca e salvataggio di migranti nel Mediterraneo è rappresentato dal giro di vite sulle sanzioni pecuniarie.
Nel testo originario del decreto legge le multe andavano da un minimo di 10 mila euro a un massimo di 50 mila euro e potevano essere comminate, oltre che nei confronti del comandante della nave, anche nei confronti dell'armatore e del proprietario, ove possibile. Gli emendamenti approvati dalle commissioni della camera (che hanno chiuso i lavori giovedì conferendo ai due relatori leghisti Simona Bordonali e Roberto Turri il mandato a riferire in aula a partire dal 22 luglio) ampliano il ventaglio delle sanzioni amministrative a carico del comandante, portandole da un minimo di 150 mila euro a un massimo di un milione di euro.
Con un'altra sostanziale novità: la responsabilità solidale dell'armatore della nave che dunque potrà essere chiamato a rispondere della multa per l'intero. Si prevede inoltre che la confisca delle navi scatti subito, anche in caso di prima violazione del divieto di ingresso e non, come previsto inizialmente, in caso di reiterazione della condotta.
Le navi sequestrate potranno essere affidate dal prefetto in custodia agli organi di polizia, alle capitanerie di porto, alla marina militare o ad altre amministrazioni che ne facciano richiesta per l'impiego in attività istituzionali. Quando la confisca diventerà definitiva (in quanto il provvedimento che la dispone non può più essere impugnato) la nave sequestrata sarà acquisita al patrimonio dello Stato.
Manifestazioni in luogo pubblico - Ma gli emendamenti approvati da Montecitorio non si limitano al solo inasprimento delle norme di contrasto all'immigrazione clandestina. Vengono rimodulate le sanzioni penali a carico di chi nel corso di manifestazioni in luogo pubblico o aperto al pubblico, lanci o utilizzi illegittimamente razzi, bengala, fuochi artificiali, petardi, strumenti per l'emissione di fumo o di gas visibile (o in grado di nebulizzare gas contenenti principi attivi urticanti), ovvero bastoni, mazze, oggetti contundenti o, comunque, atti a offendere. Se la condotta è volta a creare un concreto pericolo per l'incolumità delle persone la pena della reclusione andrà da un minimo di un anno a un massimo di quattro anni.
Viceversa, (ed è una novità contenuta negli emendamenti della Camera) quando il fatto è volto a creare un concreto pericolo per l'integrità delle cose, la pena sarà più lieve: da sei mesi a due anni di reclusione.
Vestiario, buoni pasto per le forze di Polizia e straordinario Vigili del fuoco - Le modifiche approvate in commissione stanziano inoltre due milioni di euro per il 2019 e 4,5 milioni l'anno dal 2020 al 2026 per il miglioramento e il ricambio del vestiario della Polizia di stato. Viene inoltre estesa a tutto il personale del comparto sicurezza e difesa la possibilità di fruire di buoni pasto (del valore nominale di 7 euro cadauno) in occasione di servizi di ordine pubblico svolti fuori sede in località prive del servizio mensa o di esercizi privati di ristorazione convenzionati. Infine, viene incrementato il monte ore di straordinario per il personale operativo dei Vigili del fuoco, che per il 2019 è aumentato di 259.890 ore l'anno, mentre saranno 340 mila a decorrere dal 2020.
di Martina Dessì
iltempo.it, 20 luglio 2019
I concerti nelle carceri prendono il via il 23 luglio e l'idea è quella di Franco Califano. Non a caso, il progetto di prossimo avvio s'intitola La mia libertà. Note in carcere ed è promosso dal vicepresidente del Consiglio Regionale Giuseppe Cangemi con la collaborazione dell'agenzia Joe&Joe. L'obiettivo del progetto è quello di portare la musica all'interno dei penitenziari e di utilizzarla a scopo rieducativo, con la collaborazione degli artisti che saranno protagonisti delle date scelte per il calendario. Tra i nomi già annunciati compare quello di Enrico Ruggeri, ma anche quello di Dolcenera, Paolo Vallesi e il duo Marcello Cirillo-Mario Zamma.
Spiega il vicepresidente Cangemi: "Il progetto è intitolato come la canzone di Franco Califano e nasce proprio da un'idea del cantautore romano. Lui era molto sensibile al tema della detenzione, e aveva espresso più volte il desiderio, prima di lasciarci, di lavorare a un progetto che portasse la musica nelle carceri del Lazio. Un'idea che spero possa essere replicata anche nelle strutture penitenziarie delle altre province".
Si inizia con la prima data del 23 luglio alla sezione femminile del carcere di Rebibbia, con inizio previsto per le ore 19, per continuare in quello di Velletri il 25 luglio alle ore 14 e Regina Coeli il 29 luglio alle 10. La chiusura è affidata a Dolcenera che si esibirà sul palco di Rebibbia Nuovo Complesso, il 4 settembre alle ore 17, e a Enrico Ruggeri, che canterà invece a Civitavecchia.
Un'occasione, questa, per chi sta scontando una pena ma anche per gli artisti coinvolti nel progetto che potranno così mettere la loro musica al servizio di qualcuno che ha un assoluto bisogno di rimettere ordine nella loro vita. Conclude Cangemi: "La musica, come il teatro e lo sport possono infatti contribuire al processo di rieducazione dei detenuti, e per questo sono grato agli artisti che, con grande sensibilità, hanno accettato di partecipare".
di Filippo Simonetti
La Stampa, 20 luglio 2019
Rischia di non iscriversi al prossimo campionato Csi il Forrest, la squadra di calcio del carcere di Vercelli. Motivo? Visto l'elevato numero di detenuti-calciatori, sarebbe necessario creare e iscrivere più di un team per poterli accontentare tutti. Problemi organizzatori, a questo punto potrebbero - il condizionale è d'obbligo, il quadro è in fase di definizione - costringere la direzione a non presentare più ai nastri di partenza del torneo amatoriale la squadra che prende il nome dal celebre film con Tom Hanks. Nelle ultime stagioni il team multietnico - guidato dalla coppia Maurizio Del Pero e Mauro Sattin - era stato coinvolto dal Comitato di Novara nel suo progetto. Prima nel calcio a 11 tradizionale, poi nell'ultima stagione nel calcio a 7.
Il penitenziario diretto da Antonella Giordano (insediatasi da alcuni mesi al posto di Tullia Ardito che invece è andata a Biella) a breve deciderà il da farsi con l'auspicio di trovare una soluzione ottimale e soprattutto in grado di andare incontro al fabbisogno sportivo dei detenuti.
Al momento non sono stati ancora intavolati contatti ufficiali con il Comitato di Novara per cui la situazione potrebbe mutare nelle prossime settimane. Durante le ultime stagioni il Forrest aveva sempre ospitato nel proprio impianto diversi sodalizi del Novarese e del Verbano.
Arriva un appello dall'area educativa del penitenziario di Billiemme: "Lo sport praticato in carcere ha una valenza altissima e in questi ultimi anni abbiamo dimostrato di credere davvero in progetti che vanno in questa direzione - spiegano -. Da qui a settembre lo scenario potrebbe cambiare ancora, nel frattempo invitiamo i comitati Csi dei territori limitrofi a farsi avanti per instaurare con noi una proficua collaborazione. Sarebbe davvero un bellissimo regalo per i detenuti".
Poi un'ultima precisazione: "Se non dovessimo iscriverci ad alcun campionato amatoriale Csi, daremo senz'altro la possibilità - come abbiamo peraltro sempre fatto - ai nostri detenuti di praticare attività sportive all'aria aperta tra cui il calcio nel nostro campo interno. Sempre seguiti dal duo Del Pero-Sattin".
di Mattia Ferraresi
Il Foglio, 20 luglio 2019
Nell'America dell'incarcerazione di massa, gli abolizionisti attaccano i pilastri filosofici che reggono il sistema. Un dibattito fra Kant e Darwin. Il pensiero dominante è un tentativo minuscolo che si prefigge uno scopo eccessivo: scavare nel provvisorio alla ricerca del definitivo. O almeno di qualche suo vago indizio. Ogni martedì si darà spazio a un tema di inattualità tentando di stanare le idee che se ne stanno quatte quatte sotto la superficie mobile dei fenomeni. Si tratterà di politica, cultura, filosofia, storia, scienze umane, letteratura, ma anche di parole, sentimenti, concetti, astrazioni, polemiche e cazzeggi, sempre orientati alla ricerca di una qualche universalitatem in rebus.
Seguendo le indicazioni del direttore irresponsabile della testata, Giacomo Leopardi, si svolazzerà fra "la terrena stanza" e "l'alte vie dell'universo intero". Possibilmente senza farsi male. Lo sforzo sarà alimentato da quell'oncia di pregiudizio che sorregge ogni ragionevole ricerca. Il pensiero che domina questo esordio è l'abolizione del carcere, idea anarcoide e impraticabile che ha preso piede nelle stanze meglio arredate della politica e dell'accademia americana.
È un dibattito fra teorie competitive della giustizia, collegato - in modo quasi invisibile - a una disputa secolare sulla natura del male e sulla liceità morale e necessità sociale di punire chi lo commette con la reclusione. Rendere visibile questo collegamento è il proposito dell'articolo che trovate qui sotto. Per aggiungere un elemento di riflessione pubblichiamo anche il dialogo fra il diavolo e un prete che Fëdor Dostoevskij ha scritto sul muro della cella in cui era rinchiuso nel 1849, sospeso fra le immagini di un inferno nell'aldilà e l'inferno già in atto nell'aldiquà.
Il dibattito sull'abolizione delle carceri è uscito dalla clandestinità ed è affiorato nel mainstream. Fino a pochi anni fa nessuno era contrario allo strumento della carcerazione in sé, fatta eccezione per una carboneria della sinistra radicale, qualche filosofo vetero-marxista e un manipolo di reduci anarchici che ancora credeva nelle battaglie combattute da Emma Goldman nella prima metà del secolo scorso.
Nel 2015 l'attivista e commentatore democratico Van Jones ha lanciato la campagna #cut50 per ridurre la popolazione carceraria americana del 50 per cento. Allora anche i più generosi riformisti in materia di giustizia penale hanno accolto l'idea storcendo il naso. Oggi è considerato un obiettivo troppo prudente e pragmatico, dunque un ostacolo sulla via dell'abolizione, e prova ne è il fatto che Jones è stato ricevuto da Donald Trump e la sua visione è guardata con favore da Jared Kushner, impegnato nel ridurre la popolazione carceraria. Nella tortuosa evoluzione del dibattito, il possibile è diventato nemico dell'ideale.
Alexandria Ocasio-Cortez, portavoce presso il palazzo dei democratici d'impronta socialista, ha abbracciato ufficialmente la causa abolizionista. Lo ha fatto lo scorso anno con un saggio pubblicato su America, la rivista dei gesuiti americani, imboccando la via di uno spericolato sincretismo fra il catechismo della chiesa cattolica e la fiorente letteratura neo-marxista che qualifica il sistema carcerario come strumento - o sovrastruttura - delle oppressioni economiche e razziali che caratterizzano strutturalmente il sistema.
Nella sua visione, la remissione dei peccati va a braccetto con l'espiazione delle colpe dell'uomo bianco e capitalista, che un tempo schiavizzava apertamente gli afroamericani e oggi li schiavizza surrettiziamente tramite l'incarcerazione. Attivisti come Angela Davis, membro storico del partito comunista americano, o Ruth Wilson Gilmore, professoressa della City University of New York, parlavano da decenni della necessità di smantellare il sistema carcerario, ma i loro argomenti non hanno avuto finora la forza per accreditarsi nei circoli intellettuali più blasonati e per smuovere la coscienza collettiva in un paese calvinisticamente ossessionato dall'idea della punizione. La svolta è arrivata quando la Harvard Law Review ha dedicato il numero di aprile al dibattito sull'abolizione delle carceri.
Il dramma del sistema carcerario americano è noto. Gli Stati Uniti guidano la classifica mondiale per tasso d'incarcerazione, mantenendosi senza sforzo davanti a paesi come Cuba, Russia, Iran e Arabia Saudita nonostante una diminuzione complessiva delle sentenze detentive del dieci per cento nell'ultimo decennio. La popolazione carceraria americana è di circa 2,3 milioni di persone, cifra che equivale a oltre il venti per cento della popolazione carceraria mondiale (la popolazione americana complessiva è il 4 per cento di quella globale). Per oltre la metà si tratta di afroamericani e ispanici. Le prigioni americane non sono luoghi di riabilitazione e reintegro. Soltanto una piccola percentuale dei detenuti lavora all'interno delle strutture, e quelli che possono farlo guadagnano una cifra compresa fra 70 centesimi e quattro dollari al giorno. Chi esce dopo aver scontato la pena per un crimine violento ha il 70 per cento delle probabilità di essere arrestato nuovamente nel giro di tre anni. La detenzione in America è stata usata come strumento di controllo delle patologie sociali: con preoccupante sistematicità, in carcere finiscono i poveri, le minoranze etniche, chi ha disturbi mentali, i senzatetto, i reietti e gli emarginati di ogni genere.
Questi dati sconcertanti hanno generato iniziative bipartisan, una rarità in questi tempi di polarizzazione ideologica. I fratelli Koch, finanziatori del mondo conservatore, lavorano insieme al finanziere liberal George Soros, che alla riforma del sistema carcerario ha dedicato ingenti energie e risorse. Trump si è espresso sulla questione in termini non dissimili da quelli usati dal suo predecessore, Barack Obama. Le uniche proposte di legge sponsorizzate da democratici e repubblicani al Congresso riguardano la riforma della giustizia penale e la riduzione della popolazione carceraria. Ma gli abolizionisti non vogliono riformare il sistema carcerario: vogliono appunto abolirlo. L'approccio gradualista è visto come un tentativo di curare i sintomi senza occuparsi della patologia.
L'abolizione, invece, si propone come una dottrina morale che dà fondamento a una teoria della giustizia in radicale contrasto con quella vigente. Si tratta di una postura filosofica, non di una strategia per risanare un sistema corrotto.
Allegra MacLeod, giurista di Georgetown in prima linea nella causa, parla di una "etica abolizionista", una concezione della giustizia che rovescia quella che ispira il sistema in vigore: "Mentre le forme convenzionali della giustizia mettono l'accento sull'amministrazione di giudizi individualizzati e di corrispondenti punizioni, la giustizia abolizionista offre un tentativo più solido di realizzare la giustizia, nel quale la punizione è abbandonata in favore della accountability e della riparazione". Gli abolizionisti sono convinti che le attuali strutture legali aumentino il grado di ingiustizia nella società invece di diminuirlo.
Questa concezione si fonda su una critica all'idea della giustizia retributiva e alla visione antropologica sulla quale si innalza. La giustizia retributiva è imperniata sulla responsabilità dell'individuo di fronte alla legge: è la giustizia stessa a imporre che il criminale patisca, in modo proporzionato, per la colpa che ha commesso.
Come ha scritto Kant nella Metafisica dei costumi: "La punizione giudiziaria non può mai essere usata soltanto come mezzo per promuovere qualche altro bene per il criminale stesso o per la società civile, ma deve in tutti i casi essere imposta su di lui soltanto sulla base del fatto che ha commesso un crimine". Per realizzare la giustizia è dunque imperativo che il criminale, solo responsabile delle proprie azioni, venga punito. Gli abolizionisti rovesciano questo principio, sostenendo che in fondo sono le condizioni socio-economiche nel quale gli individui si trovano a generare i comportamenti criminali, dunque il sistema penale dovrebbe avere come obiettivo principale quello di correggere le circostanze che favoriscono il crimine.
Scavando nelle premesse implicite del discorso abolizionista, si scopre che la persona umana consiste principalmente nell'ambiente sociale al quale partecipa. Per questo gli esponenti di questa scuola preferiscono parlare di giustizia riparativa, dove l'accento cade sulla riparazione del danno inflitto agli altri e non sulla colpa morale di chi commette il crimine. Questa distinzione cruciale fa capire perché gli abolizionisti guardano con sospetto, se non con ostilità, gli avvocati di una semplice riforma del sistema carcerario, e viceversa.
Il dibattito che oggi è di moda fra giuristi e filosofi del diritto è in realtà il prodotto di almeno un secolo e mezzo di dispute e conflitti. A cavallo fra il Diciannovesimo e il Ventesimo secolo gli Stati Uniti hanno vissuto una stagione di riforme legali tese a smontare una concezione così sintetizzata dal giurista inglese William Blackstone: "Le punizioni sono inflitte soltanto per gli abusi di quel libero arbitrio che Dio ha dato all'uomo". Il positivismo dilagante e le teorie di Charles Darwin, che si erano affermate nei decenni precedenti, imponevano di considerare l'uomo non come essere dotato di una libertà data da Dio - e della quale poteva abusare - ma come prodotto dei suoi antecedenti biologici, delle condizioni sociali, della lotta per la sopravvivenza, del caso. Le teorie giuridiche dovevano adeguarsi al nuovo paradigma scientifico, e questa convinzione ha fornito la base per quella che alcuni chiamano la "rivoluzione consequenzialista", un processo che è andato avanti quasi indisturbato per buona parte del Ventesimo secolo. È stata però una rivoluzione incompiuta.
La concezione precedente, di stampo kantiano, è sopravvissuta nei gangli del sistema giuridico ed è stata poi riesumata negli ultimi decenni del Ventesimo secolo, quando la stretta in senso law and order promossa per motivi squisitamente politici tanto dai Repubblicani quanto dai Democratici ha avuto la necessità di far leva sulle teorie della giustizia retributiva e sulle premesse a essa sottese. La disputa sull'abolizione non è che un capitolo di un epocale scontro fra mondovisioni. Poiché oggi parlano apertamente di smantellare le prigioni, sembra che gli abolizionisti perseguano un programma eversivo e utopico. In realtà la loro intenzione è ancora più profonda: portare a compimento una rivoluzione filosofica lasciata a metà.
di Antonella Barone
gnewsonline.it, 20 luglio 2019
"Sulla mia pelle", il film con cui il regista Alessio Cremonini racconta gli ultimi giorni di vita di Stefano Cucchi (il 31enne romano morto il nell'ottobre del 2009 mentre era in custodia cautelare dopo l'arresto per detenzione di droga), ha ottenuto grande successo di pubblico e di critica, con diversi passaggi in festival e rassegne in tutta Italia. Tuttavia, quella che si è tenuta nei giorni scorsi nella casa circondariale di Trieste, è stata una sorta di nuova "prima", per la tipologia del pubblico composto da detenuti di varie età e con diverse storie di vita, alcuni dei quali con esperienze di tossicodipendenza, di fermi, arresti e soste in caserma.
Il film è stato visto però in un contesto "formativo", una masterclass tenuta da Alessio Cremonini per i detenuti componenti della giuria del Festival ShorTs organizzata dallo Shorts International, un progetto all'interno di cui ogni anno si organizza un corso di formazione sulle tecniche audiovisive. Cremonini ha spiegato di aver voluto utilizzare nel suo film delle tecniche per accentuare l'aspetto della cronaca e perché il racconto rispondesse più possibile alla realtà. Per questo ha fatto ricorso all'uso di ambienti autentici, alla lettura e alla selezione scrupolosa di diecimila pagine di atti, necessarie per ricostruire l'odissea di Stefano dall'arresto alla morte. Un approccio rigoroso in quanto, ha ribadito il regista, "volevo farne un film utile, per le persone che non sono state in carcere. Non sono pochi quelli che pensano che un carcerato non sia un cittadino. Ma non ho voluto fare un film giudicante che divide il mondo in buoni e cattivi".
Il film ha suscitato tra gli spettatori-allievi seduti in platea ricordi, emozioni e indignazione per le 140 persone che hanno incontrato Cucchi negli ultimi giorni di vita e che sono rimaste indifferenti e silenziose. Alcuni spunti di discussione hanno poi indotto Cremonini a definire il senso ultimo di Sulla mia pelle, "come credente e come cittadino".
"Da cattolico - ha detto il regista - ho realizzato un film sul dolore, sulla solitudine e sull'approssimarsi della morte. Da cittadino un film sulla sconfitta di un paese democratico che non è riuscito salvare un ragazzo per poi eventualmente fargli scontare in carcere le sue colpe".
di Guido Viale
Il Manifesto, 20 luglio 2019
Bisogna spazzare via un alibi. Chi ha paura degli immigrati? Forse qualcuno degli abitanti di quartieri che si trovano ai margini della società e che riversano sulla presenza degli immigrati una insicurezza che caratterizza comunque la loro condizione anche nei confronti di chi immigrato non è, perché quella che provano è in realtà la paura di un ambiente che è loro sempre più estraneo ed ostico.
Poi la paura del migrante, o addirittura dell'invasione - ma non certo da parte di un esercito nemico, bensì di un presunto nemico, "lo straniero", presentato come se fosse un esercito - viene quotidianamente insufflata attraverso i mezzi di comunicazione di massa e soprattutto i social, fino a suscitare non la paura, ma l'idea di dover avere paura. Ma i migranti che incontriamo tutti i giorni per strada, o su un tram o un bus, o a chiedere la carità, o a fare i facchini, o a pedalare per portare la pappa a chi non si alza neppure più dal divano (e non sono certo quelli del reddito di cittadinanza!), o anche solo ad affacciarsi dalla grata di un centro di accoglienza trasformato in prigione, quelli non fanno paura a nessuno.
La paura del migrante è in realtà paura di un fantasma che nessuno vede: una favola. Ciò che troviamo al suo posto, se solo proviamo a grattare sotto quel luogo comune (ma da tempo non c'è nemmeno più bisogno di grattare tanto) è un sentimento del tutto diverso e anzi opposto: il disprezzo per un essere umano che si vuole considerare altro e diverso da sé. E, ovviamente, inferiore; cosa che viene ribadita con allusioni, parole, gesti e fatti compiuti per averne conferma. Quel disprezzo è un fattore di compensazione per i torti che si subiscono quotidianamente da parte di chi sta sopra di noi o per l'insuccesso in contesti dove lo considera una colpa. Al posto di una prospettiva di miglioramento o di ascesa sociale ci si accontenta di spingere più in basso chi è meno di noi in grado di difendersi.
È il meccanismo tipico del razzismo, che si rafforza trasformando il disprezzo in odio: un sentimento che fa da barriera contro ogni forma di comprensione o di compassione. L'odio rende il disprezzo irrevocabile perché impedisce l'ascolto. L'aggressione sia verbale che fisica (inizialmente solo verbale, ma per "allenarsi" a quella fisica, a cui non tutti riescono ad arrivare; i più preferiscono delegare questo passaggio ad altri, siano essi squadracce o forze dell'ordine) è innanzitutto, agli occhi di chi la pratica, una manifestazione di protagonismo: qualcosa che ti fa uscire dall'anonimato, ti fa sentire che "conti" qualcosa. Ma da cui è molto difficile tornare indietro.
Disprezzo e odio creano "identità" lungo una spirale che li trasforma facilmente in abitudine: "Prima gli italiani" non significa certo quello che dice: in quello slogan gli italiani sono solo loro, quelli che odiano o che disprezzano lo straniero; non certo quelli solidali. E per uscire da quella contraddizione - quel "prima" non spetta a tutti gli italiani - riversano lo stesso odio e disprezzo sulla solidarietà, sulle sue manifestazioni, su coloro che la praticano: persone che "non hanno il coraggio dell'odio", non hanno la capacità di praticarlo, non hanno l'orgoglio del proprio esclusivo diritto, Untermenschen, sotto-uomini, femminucce. O sotto-donne, "troie": la qualifica più usata. Sessismo e maschilismo si saldano al razzismo anche se vengono ipocritamente negati: Salvini porta su un palco una bambola gonfiabile a scopo sessuale per simulare un'avversaria e chiama delinquenti profughi e solidali, ma si indigna se lo chiamano razzista o maschilista.
Dovrebbe essere chiaro perché il femminismo e le sue più recenti manifestazioni rappresentano una minaccia mortale per l'onda nera di razzismo che sta attraversando il mondo cosiddetto sviluppato, mascherando l'odio con la paura. Il razzismo si radica nel machismo (praticato dai maschi ma subìto anche, in varia misura, da molte donne) e questo prende forma dalla più antica e profonda struttura di dominio, il patriarcato, che è possesso: innanzitutto delle donne da parte dei maschi e poi, sul modello di questo, di tutte le altre forme di proprietà: di terre, animali, schiavi, rango, mezzi di produzione, denaro, ma anche patria, cultura, tradizioni, geni, saperi.
È la paura di perdere tutte queste cose - a partire dalla "propria" donna - o anche solo alcune di esse, e persino quelle che si desiderano ma non si hanno, e non quella del migrante, ad aprire la strada all'odio; e a trascinare alla violenza, allo spirito di sopraffazione, allo stupro, al femminicidio, alla richiesta di far "piazza pulita" di tutti gli stranieri.
Quella paura del migrante, che non è paura se non in modo riflesso, si supera solo promuovendo una socialità che in molti ambiti del nostro vivere quotidiano è da tempo venuta meno; una socialità, che è sempre anche solidarietà, non solo nei confronti dello straniero, ma innanzitutto di chi ci è vicino (il nostro prossimo); chiunque esso sia.
di Riccardo Noury
Corriere della Sera, 20 luglio 2019
Il centro di "emergenza temporanea" di Homestead, in Florida, è uno degli esempi più crudeli e inumani delle politiche dell'amministrazione Trump in materia d'immigrazione, il cui obiettivo è punire anziché proteggere persone che cercano riparo negli Usa dalla violenza e dalla persecuzione nei paesi di origine. Amnesty International ha visitato Homestead ad aprile e a luglio. Nella prima occasione, vi ha trovato 2100 minori migranti di età compresa tra 13 e 17 anni. Tra la prima e la seconda visita il numero è salito a quasi 2500 per scendere poco sotto 2000 nelle ultime settimane.
Poiché secondo il diritto internazionale i minori non dovrebbero essere posti in detenzione se non in circostanze estreme e gli stati sono comunque obbligati a perseguire il migliore interesse del minore, che a Homestead ci siano 2500 o 2000 minori il cui unico "reato" è la loro condizione di migranti privi di documenti poco importa: Homestead è un affronto ai diritti umani. Va sottolineato che la maggior parte dei piccoli detenuti di Homestead proviene dal Centroamerica. Questi ragazzi hanno percorso migliaia di chilometri da soli o a volte accompagnati da parenti o adulti cui erano stati affidati, dai quali sono stati separati alla frontiera.
Il regime detentivo è pessimo e feroce: cure mediche inadeguate, regolamenti rigidissimi, obbligo d'indossare un badge con codice a barre da scansionare ogni volta che si passa da un edificio a un altro, "domandine" da compilare per ogni necessità, compresi gli assorbenti. Molti detenuti parlano lingue native e sono tagliati fuori dai pur scarsi servizi educativi. La detenzione in queste condizioni, in attesa dell'accoglimento della richiesta di uno sponsor o del trasferimento in un altro centro, dura oggi in media 53 giorni ma in passato è arrivata anche a 89. C'è chi è riuscito a scappare dall'inferno ed è difficile dargli torto. Amnesty International e altre organizzazioni per i diritti umani chiedono che il centro di Homestead sia chiuso nel più breve tempo possibile.
di Massimo Introvigne
bitterwinter.org, 20 luglio 2019
Un testo secretato sulla riforma carceraria dispone la rieducazione di "sette" e uiguri tramite lo studio del pensiero di Xi e maggiore sorveglianza elettronica. Bitter Winter ha acquisito un documento burocratico confidenziale, emesso in aprile dall'Ufficio generale della Commissione centrale del Pcc e dall'Ufficio generale del Consiglio di Stato, dal titolo "Proposte per rafforzare e implementare l'operato delle carceri".
Abbiamo deciso di non mettere online la copia in nostro possesso per ragioni di sicurezza (potrebbe infatti fornire informazioni sull'ufficio locale che l'ha diffuso). Sulla base dei siti web ufficiali, liberamente accessibili, gestiti dai dipartimenti competenti delle amministrazioni locali sparsi in tutto il Paese, abbiamo potuto concludere che al momento sono in corso a livello nazionale lo studio e l'applicazione di tale documento.
Il testo dichiara che le prigioni "per molto tempo hanno dato un contributo importante nel consolidare la posizione di potere del Partito e nel mantenere l'ordine del Paese sul lungo periodo". Ma, "poiché i conflitti principali esistenti nella società vanno incontro a cambiamenti, il compito delle carceri non è stato ancora del tutto aggiornato" rispetto al momento attuale e al "Pensiero del presidente Xi Jinping sul socialismo con caratteristiche cinesi per una nuova era".
Come deve apparire una prigione conformemente alle indicazioni di Xi Jinping? Il documento raccomanda di "badare sempre a mantenere la sicurezza nazionale e l'ordine sociale, quali priorità supreme del compito delle carceri". La Cina di Xi vuole "incrementare la vigilanza politica ed evitare in modo puntuale che le forze ostili possano infiltrarsi, distruggere e denigrare il Partito e il governo".
Le prigioni debbono "intensificare l'azione di "de-radicalizzazione"; occuparsi con severità, in base alla legge vigente, dei criminali che mettono a repentaglio la sicurezza nazionale, che appartengono a uno xie jiao, che sono implicati in bande criminali e malvagie, che hanno una influenza sociale particolare e che hanno delle restrizioni sulla commutazione di una condanna. Quindi dovranno proteggere i risultati acquisiti nella principale battaglia condotta dal Paese, quella contro il terrorismo e per il mantenimento dell'ordine, la punizione della corruzione, l'eliminazione delle bande criminali e lo sradicamento del male". È di fondamentale importanza "rafforzare il supporto della politica per le prigioni nella regione dello Xinjiang e porre in atto ulteriori misure politiche correlate".
Ma come avverrà la rieducazione degli uiguri nello Xinjiang, dei fedeli dei movimenti religiosi vietati, etichettati come xie jiao, e di altri "criminali"? Il Pcc ha la risposta pronta. Le amministrazioni della prigione dovrebbero "organizzare scrupolosamente lo studio del "Pensiero di Xi Jinping sul socialismo con caratteristiche cinesi per una nuova era", che trasformerà i detenuti in "cittadini che si identificano dal punto di vista ideologico ed emotivo con la leadership del Partito, si identificano con la loro grande madre, si identificano con la nazione cinese, con la cultura cinese, con la via del socialismo con caratteristiche cinesi".
Le prigioni dovranno "mettere in evidenza l'istruzione ideologica; guidare i criminali nell'acquisire in modo corretto la visione del mondo, la prospettiva verso la vita e il sistema dei valori. Incrementare la capacità di ammettere la propria colpa e mostrare pentimento [...]. Implementare la correzione psicologica. [...] e riplasmare i criminali fino ad acquisire un carattere sano".
Fra i "criminali speciali" da "trasformare con decisione", il documento elenca coloro "che appartengono a uno xie jiao". Per loro le prigioni opereranno per "aumentare la percentuale di trasformazioni di successo e consolidare i risultati di trasformazione positivi".
La tecnologia, afferma il documento, è qui per fornire il suo aiuto. Le amministrazioni carcerarie dovrebbero "velocizzare la realizzazione della "smart prison". Sfruttare i big data, l'Internet delle Cose, l'intelligenza artificiale e altre tecnologie moderne significa rendere più rapida la costruzione di "prigioni intelligenti" standardizzate, scientifiche e unificate, che detengano dati e informazioni completi e accurati, che siano dotate di applicazioni aziendali flessibili e note e che usino un sistema intelligente ed efficiente per l'analisi, la ricerca e l'allerta fin dall'insorgere dei problemi".
di Giuseppe Agliastro
La Stampa, 20 luglio 2019
Mosca e Kiev tastano il terreno per un possibile scambio di prigionieri. Il neo presidente ucraino Volodymyr Zelensky si è detto pronto a liberare il giornalista Kirill Vyshinsky in cambio della scarcerazione del regista ucraino Oleg Sentsov da parte del Cremlino. Si tratta di due detenuti d'eccellenza. Sentsov è ormai un simbolo delle persecuzioni di Mosca contro chi si oppone all'annessione russa della Crimea.
Mentre Vyshinsky è considerato dalla Russia un detenuto politico. Ma le trattative di questi giorni hanno riguardato anche i 24 marinai ucraini catturati l'anno scorso dai russi dopo uno scontro nello Stretto di Kerch, nonché centinaia di prigionieri catturati nella guerra del Donbass, dove la Russia appoggia militarmente i separatisti.
Vyshinsky in cambio di Sentsov - Si tratta di colloqui difficili, ma che segnano la ripresa di un dialogo che mancava da tempo. L'11 luglio Putin e Zelensky hanno parlato per la prima volta al telefono e lunedì le responsabili dei diritti umani di Russia e Ucraina si sono incontrate a Kiev alla ricerca di un compromesso. Resta da vedere quali saranno i risultati di queste discussioni. Per il portavoce di Putin, Dmitry Peskov, scarcerare Vyshinsky sarebbe "un eccellente primo passo".
Ma Mosca chiede che il giornalista sia liberato a prescindere, e sostiene che lui stesso non voglia assolutamente essere incluso in uno scambio. In ogni caso, si dovrà ancora aspettare e trattare. Ieri il tribunale di Kiev ha infatti prolungato di altri due mesi la custodia in carcere del reporter. Vyshinsky è il capo della sede ucraina dell'agenzia di stampa russa Ria Novosti.
È stato arrestato a Kiev l'anno scorso per "alto tradimento" e rischia fino a 15 anni per aver preso parte - questa è l'accusa che gli viene rivolta - alla "guerra di disinformazione" condotta da Mosca. Il regista ucraino Oleg Sentsov è finito invece in manette nel 2014. Nel 2015 un tribunale militare russo lo ha condannato a 20 anni di reclusione, e ora è dietro le sbarre in un carcere di massima sicurezza oltre il Circolo Polare Artico.
Secondo gli inquirenti, avrebbe tentato di "organizzare atti terroristici" in Crimea. Lui però si dice innocente e denuncia che la confessione gli è stata estorta a suon di percosse. D'altronde sono in molti a pensare che Sentsov in realtà sia stato arrestato solo perché fortemente contrario all'annessione russa della Crimea, la terra in cui è nato. L'anno scorso ha protestato con uno sciopero della fame durato ben cinque mesi: ha perso 20 chili e ha fatto temere seriamente per la sua vita.
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