di Maurizio Molinari
La Stampa, 21 luglio 2019
Il battistrada è il Canada ma Germania e Gran Bretagna sono in piena sintonia e l'allarme investe Stati Uniti, Austria e Francia: l'estremismo neonazista ha generato gruppi terroristi che devono essere affrontati in quanto tali. È la decisione del Canada di includere due gruppi neonazisti nella lista delle organizzazioni terroristiche a segnare una svolta nell'approccio delle democrazie occidentali al pericolo che viene dall'estrema destra.
L'identikit di questi gruppi ne descrive la pericolosità: "Blood and Honour" (Sangue e Onore) prende nome dal motto della Hitler-Jugend nazista, nasce in Gran Bretagna, si sviluppa nell'Europa continentale e in Nord America come un network di naziskin razzisti che promuove l'odio violento contro migranti, musulmani, ebrei e chiunque non la pensi come loro.
Anche "Combat 18" si origina in Gran Bretagna, poi si espande in Europa con omicidi e attentati che culminano con l'uccisione del politico tedesco Walter Lubcke, in giugno, accusato di essere pro-migranti. In particolare, il governo di Ottawa individua in "Combat 18" e "Blood and Honour" quattro elementi che li assimilano alla pericolosità delle cellule jihadiste islamiche. Primo: sono "globali per natura" perché operano in più Paesi.
Secondo: aderiscono ad un'ideologia che incita all'uso della violenza contro i civili e all'intimidazione del prossimo per raggiungere i propri obiettivi. Terzo: includono gruppi armati. Quarto: adoperano il web per reclutare, diffondere le immagini dei propri attacchi e favorire emulazioni. Da qui la decisione canadese di includere "Blood and Honour" e "Combat 18" nella lista di organizzazioni terroristiche creata dopo gli attacchi jihadisti dell'11 settembre 2001 dove finora c'erano circa 60 gruppi islamici.
"Siamo molto preoccupati per la minaccia violenta che viene dai gruppi neonazisti che sostengono, promuovono e commettono atti razzisti, etno-nazionalisti, anti-governativi e misogini" spiega David Vigneault, direttore dell'intelligence canadese, ricordando come gli attacchi neonazisti contro la moschea di Quebec City nel 2017 e con un camioncino a Toronto nel 2018 hanno una genesi ideologica comune alla strage di Christchurch, in Nuova Zelanda, dove in marzo un killer suprematista ha ucciso 51 fedeli in due luoghi di culto musulmani.
Si tratta infatti di individui e gruppi che usano il termine "identitario" - come avviene anche in Francia ed Austria - per definirsi suprematisti bianchi. Germania e Gran Bretagna condividono tale allarme e stanno valutando l'adozione di adeguate contromisure. A Berlino la polizia afferma che le violenze di estrema destra sono aumentate del 50 per cento negli ultimi due anni. A Londra quattro attentati neonazisti sono stati sventati dal 2017 ed il "Joint Terrorist Analysis Center" ha ricevuto dal controspionaggio il compito di redigere una strategia di difesa ad hoc.
"Ci troviamo davanti ad una trasformazione delle attività di estrema destra - spiega Sajid Javid, ministro dell'Interno britannico - perché se prima erano piccoli gruppi impegnati a diffondere idee anti-migranti e suprematiste ora svolgono attività terroristiche, ponendo minacce alla sicurezza nazionale". A tale riguardo, il caso americano è esemplare perché si è passati nell'arco di meno di due anni dagli slogan antisemiti gridati durante la fiaccolata suprematista a Charlottesville, in Virginia, agli attentati neonazisti contro le sinagoghe di Pittsburgh e San Diego, causando rispettivamente 11 e una vittima. Tale svolta, osserva l'analista militare norvegese Jacob Aasland Ravndal, "avviene nella cornice della sovrapposizione fra aumento dei migranti, terrorismo islamico, crescita del sostegno pubblico all'estrema destra e boom della disoccupazione giovanile".
Ovvero, l'odio jihadista e l'odio neonazista si alimentano a vicenda anche grazie all'uso del web che innesca reazioni a catena sugli opposti fronti. A documentarlo, dati alla mano, è l'Università del Maryland in un recente studio nel quale spiega come il terrorismo separatista bianco in Europa, Nord America ed Oceania "era in stallo a metà degli anni 2000" ma poi si è impennato a seguito dell'"aumento di popolarità" nei rispettivi Paesi.
La Repubblica, 21 luglio 2019
Nuova stretta contro pornografia, bullismo e intimidazioni: i profili verranno disabilitati in base alle violazioni. Nuove norme di Instagram per disabilitare gli account che presentano contenuti non conformi agli standard. In base alle regole esistenti, la società già disabilita i profili che presentano una determinata percentuale di contenuti non conformi. Ora, rimuove gli account con un certo numero di violazioni in un determinato intervallo di tempo. E introduce anche una nuova procedura di notifica per aiutare gli utenti a capire se il loro profilo è a rischio disabilitazione.
"Questa notifica - spiega la società - offrirà la possibilità di fare ricorso in caso di rimozione di contenuti per nudità e pornografia, bullismo e intimidazioni, incitamento all'odio, vendita di sostanze stupefacenti e terrorismo. Se un contenuto viene rimosso per errore e viene presentato ricorso contro la decisione, la violazione verrà rimossa dai record dell'account".
"L'aggiornamento di oggi - conclude Instagram - è un passaggio molto importante per il miglioramento delle nostre normative e per la sicurezza e la solidarietà sulle nostre piattaforme. Lavoriamo con il team di Facebook per garantire che Instagram sia un luogo solidale per tutti e queste modifiche ci consentiranno di rilevare e rimuovere velocemente gli account che violano ripetutamente le nostre normative".
L'Osservatore Romano, 21 luglio 2019
Promosso dal movimento Silsilah a Zamboanga. Anche l'universo carcerario può diventare una piattaforma di dialogo tra le religioni e di sviluppo delle relazioni umani: ne sono convinti i membri del movimento islamo-cristiano "Silsilah" - che in arabo significa catena - nato 35 anni fa sull'isola di Mindanao, nelle Filippine, dalla volontà di un sacerdote del Pontificio istituto missioni estere (Pime), padre Sebastiano D'Ambra.
L'impegno di Silsilah negli istituti penitenziari è iniziato diversi anni fa nel carcere della città di Zamboanga, situata a sud della penisola omonima, dove il gruppo ha potuto rafforzare sempre di più la sua attività di sensibilizzazione culturale, di formazione e di condivisione, il cui obiettivo è far incontrare cristiani e musulmani. Dopo alcuni anni, il movimento è stato invitato a condurre i propri progetti di formazione anche nella colonia penale di San Ramon, una delle più antiche delle Filippine, situata al di fuori della città di Zamboanga, lungo la costa.
La cura di questa struttura è stata affidata da padre D'Ambra - che è anche segretario esecutivo della commissione per il dialogo interreligioso della Conferenza episcopale filippina - a un gruppo di volontari dell'Emmaus dialogue movement, un gruppo cattolico affiliato al Silsilah, e a un imam, che insegna presso la madrasah di Silsilah.
Gli operatori di Emmaus si occupano dei detenuti cristiani, mentre l'imam di quelli musulmani. Proprio in questi ultimi giorni si è concluso un ciclo di formazione di sei mesi, al quale hanno partecipato decine di detenuti, con la tradizionale cerimonia di consegna dei diplomi. Padre D'Ambra ha celebrato anche la messa, esprimendosi in cebuano, la lingua locale, parlata dalla maggioranza dei carcerati di San Ramon. L'omelia del missionario era dedicata al tema della speranza, presente - ha precisato - anche in un luogo come la colonia penale.
Per una maggiore diffusione del contenuto e dei risultati della formazione proposta da Silsilah a San Ramon, il sacerdote ha usato la piattaforma Internet del suo movimento: sul sito si può leggere la testimonianza commovente di uno dei detenuti, con un ringraziamento caloroso agli operatori. "Ci hanno fatto sentire parte della società, anche se viviamo in carcere, un luogo che consideriamo una comunità differente - confida - sono arrivati e hanno aperto di nuovo le nostre menti, ricordandoci di dare valore alla nostra vita; che tutte le cose hanno senso e valore; che un giorno Dio ci permetterà di essere liberi e potremo finalmente tornare alle nostre amate famiglie".
Da più di quarant'anni nelle Filippine, Sebastiano D'Ambra ha pubblicato recentemente un libro, "Interreligious dialogue. The mission of dialogue and peace in the light of the beatitudes", una sorta di vademecum in un mondo globalizzato e di violenza crescente. Edito in inglese dalla Claretian Communications Foundation, "vuole essere uno strumento di formazione al dialogo e di avvicinamento tra le religioni". Il testo aiuta a valutare le spiritualità di altre fedi e allo stesso tempo a capire e a rispettare le differenze tra cristianesimo e islam in generale, in particolare nel contesto filippino.
di Mattia Feltri
La Stampa, 20 luglio 2019
Al grido di tolleranza zero si marcia verso l'approvazione del decreto sicurezza bis. Pene più severe di qui, meno benefici di là, chiavi buttate, gente da far marcire dietro le sbarre: anche questo provvedimento è animato dalla particolare tendenza della filosofia del diritto così di successo non soltanto in questo governo ma in molti dei precedenti.
di Lella Palladino e Antonella Veltri*
Il Manifesto, 20 luglio 2019
Il Senato approva a spron battuto il Codice Rosso ma per i centri antiviolenza della rete D.i.Re c'è poco da festeggiare. Molte e diverse erano state le critiche e le proposte fatte nel corso delle audizioni in Senato, ma queste sono state l'ennesima farsa, perché il testo è arrivato in aula blindato e identico a come era stato ricevuto dalla Camera. Tutti gli emendamenti proposti dalle opposizioni sono stati respinti senza nemmeno motivare il perché.
di Anna Gaudenzi
valoreresponsabile.startupitalia.eu, 20 luglio 2019
Che cosa si chiedono le persone da dentro il carcere? Grazie all'iniziativa "I detenuti domandano perché" di Mediobanca, scrittori e volontari sono entrati in alcuni istituti per ascoltare e dare risposta agli interrogativi di chi vive in prigione.
di Errico Novi
Il Dubbio, 20 luglio 2019
Sollevati dubbi sulla revoca retroattiva ai condannati per mafia. La questione, posta dal difensore di un "pentito" ora ai domiciliari e invalido, accolta da un giudice di Fermo. Contestata l'applicazione a processi chiusi prima che entrasse in vigore la "Fornero".
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 20 luglio 2019
I ministri della giustizia dell'Unione europea si incontrano a Helsinki. Ieri, ad Helsinki, c'è stata una riunione informale dei ministri della giustizia degli Stati membri dell'Unione Europea. Uno dei temi di discussione è stato quello che, soprattutto nel nostro Paese, è un tabù: il ricorso alle pene alternative al carcere.
di Fausto Carioti
Libero, 20 luglio 2019
Il ministro: "È utile, ma deve essere volontaria e reversibile". La Lega lavora a un disegno di legge da presentare a settembre. Pare che stavolta facciano sul serio. Tra quelli che ci stanno lavorando c'è Giulia Bongiorno, persona credibile e competente, una delle poche in questo governo. Meglio così, perché la storia della castrazione chimica in Italia è diventata ridicola.
Se ne parla a intervalli regolari, di regola dopo qualche episodio clamoroso di stupro o pedofilia; la proposta suscita le solite reazioni pavloviane e muore lì, pronta per essere riesumata col nuovo caso di violenza sessuale. Ora, assicurano alla Lega, le cose sono diverse. Stanno preparando un disegno di legge che presenteranno a settembre, alla riapertura dei lavori parlamentari, sempre ammesso che riapertura ci sia. Certo, poi bisognerà trovare una maggioranza disposta a votarlo, perché pure in questo caso i Cinque Stelle si rivelano una costola della sinistra e sono determinati a dire no.
Male che vada, il testo sarà ripresentato nella prossima legislatura, che comunque non pare lontana e promette di avere numeri assai diversi da quelli di oggi. La Bongiorno è avvocato e giurista di cultura garantista, lontanissima dalla macchietta del politico truculento con l'elmo chiodato in testa. Ieri ha detto che la castrazione chimica "è una misura civile" che può essere utile nella lotta alla violenza sessuale e alla pedofilia, a patto che il trattamento sia "volontario e reversibile". Ed è così, ha ragione lei. Se si guarda alla questione senza isterie (impossibile, in Italia) non c'è un singolo motivo per cui non si debba fare qui ciò che già viene fatto in Germania, Francia, Regno Unito, Belgio, Svezia e altri otto civilissimi Paesi europei.
Quale sarebbe la ragione? Che lo Stato non può mutilare un condannato? Ovvio che non può farlo, ma qui si parla di un'altra cosa. La castrazione chimica di granguignolesco ha solo il nome: all'atto pratico consiste nella somministrazione di un ormone antiandrogeno che frena la libido. È il caso dell'Androcur, compressa da prendere dopo i pasti, uno dei prodotti più diffusi per la cura del carcinoma. Tra i suoi effetti, avverte il foglietto, c'è "la riduzione delle deviazioni dell'istinto sessuale negli uomini".
Cessata la somministrazione del farmaco, il desiderio torna. Nemmeno ha senso dire che si tratta di un sopruso da parte dello Stato, giacché la cosa avverrebbe solo su base volontaria e sotto controllo medico. Il condannato che l'accetta avrebbe il vantaggio di una riduzione della pena e la possibilità, inibite le sue voglie, di avere relazioni normali e reinserirsi nella società, o quantomeno di provarci. Si parla sempre di funzione rieducativa della pena: bene, cosa c'è di più rieducativo che cambiare e avere una seconda opportunità?
Altrettanto stupida è l'obiezione che l'integrità del corpo dell'individuo sia sacra al punto che nemmeno lui stesso può disporne. Chi la sostiene cita l'articolo 32 della Costituzione, secondo il quale la salute è un "fondamentale diritto dell'individuo", come tale irrinunciabile. Suona molto nobile, ma è una panzana. La legge italiana già oggi consente a chiunque di mutilarsi, anzi provvede esso stesso a farlo nei propri ospedali.
Dal 1967 il nostro ordinamento ammette la donazione del rene da parte di un vivente, dal 1999 quella di una porzione del fegato e dal 2012 è prevista la possibilità di rinunciare a un pezzo di polmone, pancreas e intestino. Se per aiutare un'altra persona posso privarmi di un rene, che non mi ricrescerà, perché non posso rinunciare alla libido con una terapia reversibile, per aiutare me stesso? Altri, ed è il caso dei Cinque Stelle, nascondono dietro a un distintivo da sceriffo la loro intesa con la sinistra su questo argomento.
A partire dal guardasigilli Alfonso Bonafede, il quale sostiene: "A me non interessa che il colpevole di una violenza sia fuori dal carcere con il testosterone più basso, mi interessa solo che sia in carcere". È quello che quando parla davanti agli avvocati si traveste da fine liberale e declama che "la pena deve avere quella funzione rieducativa che la Costituzione italiana le attribuisce". Se continua a fare il ministro sarà il caso che si metta d'accordo con se stesso (ma speriamo che non accada).
Messaggero Veneto, 20 luglio 2019
La denuncia, dopo una visita, dall'associazione "Antigone" "Spazi angusti e assenza di mediatori linguistici e culturali". Ancora un Sos dal carcere, stavolta lanciato dai rappresentanti dell'associazione "Antigone". Mercoledì scorso, nella casa circondariale cittadina, si è svolta una visita degli esponenti del sodalizio, attivo da 30 anni nel campo della tutela dei diritti delle persone detenute e, da quest'anno, con una propria sezione regionale anche in Fvg.
I due osservatori che hanno svolto la visita, membri del direttivo della sezione regionale, Francesco Santin e Valentina Pizzolitto, hanno riportato una situazione critica per quanto riguarda gli spazi detentivi, che necessitano di importanti lavori di ristrutturazione. È stata rilevata una capienza regolamentare di 38 posti letto, con 71 detenuti presenti, quasi il doppio del lecito. Particolarmente critica la situazione delle aree comuni e dedicate alla socialità, con spazi molto ridotti. Rilevante la totale assenza di mediatori linguistici e culturali.
A giorni sul sito dell'associazione (antigone.it) sarà possibile visionare la scheda completa e per avere maggiori dettagli sulla situazione nazionale degli istituti di pena è possibile consultare "Il carcere secondo la costituzione", il 15º rapporto di "Antigone" sulle condizioni di detenzione in Italia. La situazione intollerabile, a Pordenone, era stata già denunciata, alla fine del mese scorso, dai sindacati degli agenti di polizia penitenziaria. Quando fuori le temperature superano i 30 gradi il Castello, struttura antica col tetto in legno, diventa una fornace. Tredici le celle, con una media di più di 5 occupanti. In ognuna un solo bagno. Le docce, tutte nello stesso locale, sono quattro, nonostante dal 2001 una legge dello stato ne prescriva una per camera detentiva. Dalle 8 alle 18, in regime di cosiddetta "sorveglianza dinamica", i detenuti circolano in spazi comuni, ognuno al suo piano, sorvegliati dagli agenti di custodia, sempre meno. Dalle 18 alle 8 si torna dietro le sbarre. E ogni giorno si ricomincia. Sperando che qualcuno prenda in mano e risolva una volta per tutte questa situazione di mancato rispetto dei diritti umani.
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