di Alessandra Puato
Corriere della Sera, 22 luglio 2019
Peppe Billeci, pescatore da generazioni a Lampedusa, guarda il Molo commerciale dal suo peschereccio Vincenzo Padre, indica le barche dei colleghi costrette ad attraccare "a ponte", le une addossate di piatto contro le altre, a tre per volta, e allarga le braccia. "Lo vede? Per noi non c'è più spazio in banchina. Siamo costretti ad attraccare gli uni agli altri e a saltare di barca in barca con le casse in spalla.
Già c'è il traghetto della Siremar, poi l'aliscafo, poi sono stati allargati i moli per le imbarcazioni da diporto. Ora le barche sequestrate degli scafisti che hanno portato i migranti. Sono qui abbandonate, le vedete. E noi? Dove lo scarichiamo, noi, il pesce?". Nell'isola degli sbarchi, la cui economia è basata su due punti, il turismo e la pesca, c'è una emergenza della quale nessuno parla. Le imbarcazioni con le quali arrivano i migranti non vengono rottamate.
I relitti - Sono centinaia, parte in mare e parte a terra. Fra queste, due grandi barche arrugginite, inclinate, con le scritte in arabo sulla vernice scrostata giacciono da oltre un anno sul Molo commerciale, uno dei quattro di Lampedusa.
Occupano spazio, sono relitti alla vista dei tanti turisti dell'isola, particolarmente abbondanti quest'anno. Ci sono circa 100 metri di banchina disponibile in tutta Lampedusa per l'attracco dei pescatori. Un decimo di quanto servirebbe, visto che i pescherecci sono una quarantina. Chi non ci sta, va al largo per scaricare: si aggancia alla boa e da lì porta il pesce a terra con un barchino. Lavoro lungo.
Il piano - "Il 26 luglio partirà la demolizione di 96 barche abbandonate e già portate al campo sportivo", annuncia Luca Benini, responsabile della sezione operativa territoriale di Lampedusa dell'Agenzia delle Dogane e dei Monopoli. È il primo colpo significativo per risolvere il problema delle barche fantasma. Non basta. Benini è qui da poco più di un anno in pianta stabile, arrivato con la moglie da Orio al Serio, Bergamo.
Sta completando il piano di smaltimento delle imbarcazioni e potenziando l'ufficio. "Ne abbiamo demolite 71 l'anno scorso, ne restano circa 230 - dice: 150 sono a terra, in più ce ne sono 44 galleggianti al Molo Favarolo, di cui sei-sette affondate. Sono quelle arrivate dal gennaio di quest'anno, sbarchi recenti". Più un'altra cinquantina all'ex base Loran, l'ex Nato. "Tutti giorni vado a fare il pattugliamento - dice Benini, ho organizzato con la Capitaneria di porto il registro unico degli sbarchi". Prima non c'era.
Gli ultimi sbarchi - Per gli sbarchi del 2019, cioè i 44 relitti ancora in mare da smaltire (sono al Molo Favarolo) nulla è stato deliberato. "Siamo ancora in attesa del bando europeo", dice Benini, e annuncia: "Dopo la demolizione delle 96 barche già autorizzate con bando europeo, anche queste saranno portate a terra". Il funzionario delle Dogane è ottimista: "Con il mio insediamento si procederà più velocemente - dice - perché da semplice presidio di confino la Dogana di Lampedusa ora si rafforza".
Ma è anche consapevole delle difficoltà. "Non si può gestire una situazione d'emergenza simile con i tempi lunghi dell'amministrazione civile. Servono interventi rapidi che con il sistema degli appalti non possiamo permetterci". Perché servono le gare, naturalmente. E comunque, non tutto passa dal piano di smaltimento delle Dogane. I due mostri arrugginiti che bloccano i pescatori al Molo commerciale, per esempio, dentro al pacchetto delle 96 barche previste in demolizione a fine mese non ci sono.
Le gare che non partono - Quelle due barche che bloccano i pescatori e deturpano l'ambiente fanno capo ad altri: una è di competenza della Guardia di Finanza e l'altra della Capitaneria di Porto, dicono all'Agenzia delle Dogane. Una pare sia reduce da un ammutinamento. Pare si sia aspettato che un fantomatico "armatore egiziano" le rivendicasse, o vi rinunciasse, prima di procedere. Serve una gara. Un bando che non arriva mai.
Nessuno le sposta. E i pescatori devono lanciarsi le corde da una barca all'altra, chi primo arriva attracca in banchina, gli altri no, si agganceranno a lui. E toccherà loro scavalcare le altre barche per arrivare a terra, dopo una notte di fatica in mare, con il rischio di non arrivare in tempo per portare il pesce fresco alla barca che parte per il Continente. Ma lo spazio è poco anche per scaricare a tre a tre. "Il 90% dei pescherecci non riesce ad attraccare", dice il sindaco, Totò Martello.
La lettera a Salvini - Il paradosso è che c'è chi, questi relitti, li demolirebbe gratis, ma l'offerta è stata respinta. Lo dice il sindaco Martello, che ha trovato l'azienda (si potrebbe tenere il ferro delle barche, rivendibile) e scritto alcune lettere chiedendo di risolvere il caso, senza risultato. Una al ministro degli Interni, Matteo Salvini: "Nessuna risposta". E al ministro dell'Ambiente, Sergio Costa: "Loro sono usciti, un paio di mesi fa, e hanno bonificato".
Questa prima lettera al governo è del 14 dicembre 2018. Lo informa di questo: c'è un "grave rischio di inquinamento ambientale in cui versa il porto commerciale di Lampedusa a causa del possibile affondamento dell'ultima imbarcazione sequestrata dalla Guardia di Finanza, lo scorso novembre, dopo essere stata fermata con 68 migranti a bordo. L'imbarcazione, ormeggiata nel porto, è inclinata e poggia sul fondale ed è anche carica di gasolio".
La demolizione gratuita (rifiutata) - Quanto all'offerta di demolizione gratuita, è in una seconda lettera del sindaco, quella del 30 gennaio. È stata spedita al ministro degli Interni, a quello dell'Ambiente, al Prefetto di Agrigento e all'Agenzia delle Dogane" (che ha risposto al sindaco). Offerta declinata, grazie ma non si può fare.
Perché? "Serve un piano operativo di servizio dettagliato, ci vogliono prescrizioni che tutelino le manovre in porto - dice Benini. Questa società (che vuole rottamare le barche fantasma subito e gratis, ndr.) dovrebbe fare richiesta alla direzione regionale delle Dogane Sicilia per poter partecipare al bando europeo di demolizione di questa imbarcazione". Un caso kafkiano, insomma.
I costi salgono - Eppure la lettera del sindaco è chiarissima: "Il Comune di Lampedusa - c'è scritto - è disposto a demolire le imbarcazioni in ferro a oggi stazionate presso il Molo Favarolo (il motopeschereccio Maka, fermo dal 2016, di cui le Dogane stanno valutando l'affondamento controllato, ndr.) e il Molo Commerciale senza alcun costo per la pubblica amministrazione.
Si chiede urgente riscontro". Ma il riscontro del governo non c'è. Le barche fantasma sono ancora lì. E i pescatori, i calamari e le ricciole, li hanno scaricati a spalla saltando di barca in barca anche in questi giorni. Ovviamente, nel frattempo le condizioni delle barche peggiorano. Allungando i tempi dei bandi, possono aumentare i costi. E gli introiti per eventuali aggiudicatari, perché il lavoro sarà più complesso.
di Stefano Montefiori
Corriere della Sera, 22 luglio 2019
Quattordici Paesi europei si sono trovati d'accordo ieri a Parigi nel creare un "meccanismo di solidarietà" che permetta di ridistribuire immediatamente i migranti appena sbarcati nei porti del Mediterraneo. Quattordici Paesi europei si sono trovati d'accordo ieri a Parigi nel creare un "meccanismo di solidarietà" che permetta di ridistribuire immediatamente i migranti appena sbarcati nei porti del Mediterraneo sulla base del diritto internazionale. In questo modo Francia, Germania, Portogallo, Lussemburgo, Finlandia, Lituania, Croazia e Irlanda hanno assicurato la loro "partecipazione attiva" alla gestione dei migranti, e altri sei Paesi hanno aderito all'intesa. Non l'Italia, che non ha partecipato alla riunione di Parigi e ha bocciato l'accordo. Anzi, la giornata di ieri segna la ripresa degli scontri verbali tra il presidente francese Emmanuel Macron e il vicepremier italiano Matteo Salvini, dopo mesi di tregua.
L'intesa di Parigi è pensata per rispondere proprio alla lamentela più volte avanzata dall'Italia negli ultimi anni, ovvero il fatto che è stata lasciata sola nel gestire gli sbarchi. Il senso dell'accordo sarebbe questo: i Paesi europei accolgono il principio che chi sbarca in Italia sbarca in Europa, e quindi accettano di prendersi carico dei migranti, che vengono redistribuiti in tempi brevi; l'Italia è chiamata a riaprire i suoi porti per accogliere le navi in difficoltà, in conformità con il diritto internazionale.
Questa specie di scambio non è stato accettato dall'Italia, che ha disertato l'incontro. Macron non ha nominato Salvini ma lo evocato chiaramente quando ha deplorato le assenze "ingiustificate" e ha aggiunto che "non si guadagna mai nulla a non partecipare". Il presidente francese ha poi ribadito che "quando una nave lascia le acque della Libia e si trova in acque internazionali con rifugiati a bordo deve trovare accoglienza nel porto più vicino. È una necessità giuridica e pratica. Non si possono far correre rischi a donne e uomini in situazioni di vulnerabilità". E i porti più vicini ai quali allude Macron sono quelli italiani.
Salvini ha definito la riunione di Parigi "un flop", "un errore di forma e di sostanza. Nella forma, perché convocata con poco preavviso e in modo assolutamente irrituale visto che siamo nel semestre di presidenza finlandese. Nella sostanza, perché ha ribadito che l'Italia dovrebbe continuare a essere il campo profughi dell'Europa". Salvini poi ha aggiunto una risposta diretta a Macron, nuova puntata della polemica che lo contrappone al leader francese dall'estate scorsa: "L'Italia ha rialzato la testa, non prende ordini e non fa la dama di compagnia: se Macron vuole discutere di immigrati venga pure a Roma".
Non il più diplomatico degli inviti.
Fino a domenica Francia e Germania speravano in un risultato minimo che comprendesse l'Italia, ma poi è stato chiaro che Roma avrebbe assicurato solo una presenza tecnica, non politica. E Salvini aveva già espresso la sua contrarietà alla riapertura dei porti italiani in occasione del vertice dei ministri dell'Interno la settimana passata a Helsinki. Da una parte Francia e Germania, dall'altra Italia e Malta che secondo Salvini non vogliono "essere gli hotspot dell'Europa"
di Carlo Rimini
Corriere della Sera, 22 luglio 2019
Il problema nasce dal fatto che ai servizi sociali sono attribuite funzioni di indagine e sono utilizzati come strumenti operativi dai tribunali nelle questioni familiari. Per commentare la vicenda di Bibbiano bisogna aspettare la conclusione delle indagini e le sentenze. Una riflessione di carattere generale possiamo però farla. Qualche cosa non funziona nella gestione dei servizi sociali. Lo dimostrano le sentenze di condanna che l'Italia ha subito dalla Corte Europea dei Diritti dell'Uomo proprio per l'incapacità dimostrata dai servizi di gestire il rapporto fra genitori e figli.
Il problema nasce dal fatto che ai servizi sociali sono attribuite funzioni di indagine e sono utilizzati come strumenti operativi dai tribunali nelle questioni familiari, sia nei casi in cui i genitori sono sospettati di tenere comportamenti contrari agli interessi dei figli, sia nei casi di conflitto fra i genitori. Per gestire queste situazioni i tribunali si avvalgono dei servizi sociali comunali, nati per fare altro, ossia per svolgere le funzioni tipiche dell'assistenza sociale a favore delle persone disagiate.
All'estero le stesse funzioni sono svolte da strutture centralizzate (come il Cafcass inglese) che funzionano in costante raccordo con i tribunali. Un'agenzia unica nazionale consente ai tribunali di avere un unico interlocutore e permette un controllo gerarchico delle modalità operative. Invece in Italia i tribunali sono costretti a servirsi di piccole strutture il cui operato sfugge a qualsiasi controllo e i cui standard di qualità sono affidati al caso e alla buona volontà dei singoli operatori.
affaritaliani.it, 22 luglio 2019
Incontro al carcere minorile Beccaria di Milano fra Manuel Agnelli, Rodrigo d'Erasmo e i giovani detenuti. L'iniziativa si è svolta "su input del procuratore del Tribunale per i minorenni di Milano Ciro Cascone". "La direzione del Centro per la Giustizia Minorile per la Lombardia - spiega una nota - ha chiesto all'artista Manuel Agnelli di dedicare una giornata ai ragazzi dell'Istituto Penale per i Minorenni C. Beccaria di Milano.
Obiettivo dell'iniziativa è la condivisione, in una dimensione di scambio interattivo, di esperienze musicali in grado di veicolare messaggi educativi attraverso il linguaggio e l'attrattiva che il mondo musicale ha per i giovani".
Il programma della giornata ha previsto la presenza presso l'Istituto minorile milanese, dalle ore 10,00 alle 18,00, di Agnelli, musicista rocker, produttore discografico e scrittore, fondatore della Band Afterhours, e Rodrigo D'Erasmo, violinista, compositore, polistrumentista, componente della band, che condurranno nella mattinata un workshop con i ragazzi che già frequentano il laboratorio musicale interno dell'Istituto, guidandoli nella preparazione di alcune esecuzioni artistiche che verranno esibite nel pomeriggio presso il Teatro Beccaria, coinvolgendo tutti i giovani dell'Istituto.
"Gli artisti - si legge ancora nella nota- hanno aderito all'iniziativa con grande entusiasmo, auspicando la massima partecipazione da parte dei ragazzi, tanto da voler condividere con loro anche il momento del pranzo.
I musicisti solleciteranno in termini espressivi, attraverso un linguaggio vicino agli adolescenti, le loro emozioni e potenzialità nel campo della musica. La scelta di svolgimento nel periodo estivo, conferisce un valore aggiunto alla proposta degli artisti, in quanto in tale periodo risulta più difficile per i ragazzi "gestire emotivamente" le limitazioni della libertà.
All'esibizione pomeridiana assisteranno Maria Carla Gatto, presidente del Tribunale per i minorenni di Milano, Cristina Maggia, presidente del Tribunale per i minorenni di Brescia, Valentina Paletto, magistrato di sorveglianza presso il Tribunale per i minorenni di Milano e Francesca Perrini, dirigente del centro per la Giustizia minorile per la Lombardia".
di Luigi Spera
osservatoriodiritti.it, 22 luglio 2019
Le carceri brasiliane superano la soglia degli 800 mila detenuti e il sistema sembra ormai fuori controllo. Il tasso di sovraffollamento sfiora il 70% e di questo passo si prevede che la popolazione carceraria passerà la boa di 1,5 milioni di carcerati entro il 2025. Ecco cosa succede nei nuovi dati del Consiglio nazionale di giustizia.
Già oggi il Brasile registra un sovraffollamento del sistema carcerario di quasi il 70% e un totale di detenuti che lo piazza al terzo posto a livello mondiale come popolazione carceraria. E se continuasse a mantenere lo stesso ritmo di crescita degli ultimi anni potrebbe quasi raddoppiare il numero di detenuti in appena sei anni, raggiungendo nel 2025 la quota record di 1,5 milioni di carcerati. È questa la stima presentata dal Consiglio nazionale di giustizia (Cnj) brasiliano nell'ambito della pubblicazione dell'ultima ricerca svolta dal sistema di monitoraggio delle carceri.
Brasile, la terza popolazione carceraria al mondo
L'aggiornamento riporta numeri preoccupanti. Il 17 luglio 2019 il Brasile contava almeno 812.564 detenuti. La banca dati del Cnj viene aggiornata quotidianamente con i dati forniti dai tribunali dei ventisette stati della federazione. E il numero di detenuti potrebbe essere persino più alto, perché alcuni stati non hanno completato la raccolta di informazioni e hanno fornito numeri parziali. Il dato, in ogni caso, conferma quella del Brasile come la terza più grande popolazione carceraria al mondo, dietro solo a Stati Uniti e Cina. Secondo il Dipartimento penitenziario del ministero della Giustizia, a giugno 2016 il Brasile aveva 726.700 detenuti, quindi il tasso annuo di crescita è stato dell'8,3%.
La contabilità del Cnj considera prigionieri già condannati, quelli in attesa di processo e chi sconta una pena in regime chiuso, semi-aperto, affidati in prova e in casa famiglia. Non sono inclusi, invece, i detenuti agli arresti domiciliari e quelli che usano cavigliera elettronica per vigilare i movimenti. Oltre ai detenuti in cella, c'è poi la quota di detenuti "potenziali", costituita dalle 366.500 persone per le quali è stato emesso un ordine di cattura dalla polizia o dalla magistratura, ma che risultano irreperibili o latitanti. I dati mostrano che il 41,5% della popolazione carceraria del Cnj, ben 337.126 persone, è costituita da detenuti in attesa di giudizio. Inoltre, il colore della pelle sembra essere un elemento di discriminazione: il 61,7% dei detenuti è nero, mentre i bianchi rappresentano il 37,2% dei detenuti (in Brasile il 53,6% della popolazione brasiliana è nera, il 45,4 bianca). Sempre secondo il dipartimento penitenziario del ministero della Giustizia, oggi oltre il 60% delle donne e il 25% degli uomini arrestati rispondono per traffico di droga, che è la causa più frequente di arresti per entrambi i sessi.
A livello nazionale, il sovraffollamento nel sistema carcerario ha raggiunto il 69,3% nel 2019. Ad aprile, il Brasile contava 704.395 detenuti in regime chiuso, su un totale di 415.960 posti disponibili: un deficit di almeno 288.435 posti. In alcuni stati come Amapá, Amazonas, Distretto Federale, Goiás, Mato Grosso del sud, Roraima e Pernambuco, il numero di detenuti è più del doppio rispetto di posti disponibili. Il Pernambuco, in particolare, è lo stato con il maggiore livello di sovraffollamento nel 2019, con ben 32.781 detenuti rispetto a1 11.767 posti nei vari penitenziari. Il presidente della Corte suprema Dias Toffoli, che secondo la Costituzione è anche presidente del Consiglio nazionale di giustizia, ha definito il tasso di crescita della popolazione carceraria brasiliano "sbalorditivo", sottolineando che, nonostante il numero dei carcerati sia cresciuto, "la violenza nel paese non è diminuita e il senso di insicurezza nella società è aumentato".
Solo il 18,9% dei detenuti riesce a ottenere un posto di lavoro in carcere. E nella maggior parte dei casi le organizzazioni criminali più potenti controllano o influenzano le migliori opportunità di lavoro, oltre che l'accesso a servizi, beni, spazi, concedendo maggiori prerogative ai propri membri. In questo modo molti detenuti non affiliati originariamente alle fazioni della criminalità organizzata si sottopongono ai riti di iniziazione e alle procedure dei comandos come unica opzione per sopravvivere ai mali del sistema carcerario.
Il presidente della Corte Suprema e del Consiglio nazionale di giustizia Toffoli ha anche lanciato un altro allarme: "Le fazioni criminali hanno approfittato dell'offerta di lavoro del sistema carcerario per rafforzare ed espandere il suo potere, guadagnando spazio nella capillarità del sistema carcerario". Ancora più bassa è la proporzione di detenuti che studiano, pari al 12,6% del totale dei detenuti. La bassa percentuale non può essere giustificata dell'alto livello di scolarizzazione dei detenuti, dal momento che, secondo l'ultimo sondaggio di Infopen (2016), il 51% dei detenuti non aveva completato la scuola dell'obbligo.
Di fronte a questa emergenza, il dipartimento penitenziario ha affermato di essere al lavoro per migliorare la realtà del sistema carcerario attraverso investimenti per aumentare i posti a disposizione nelle carceri, anche attraverso il ricorso a partenariati pubblico-privato che prevedono la gestione dei penitenziari da parte di società private. Il monitoraggio delle carceri stima che oggi siano in costruzione strutture pronte ad allargare il numero di posti a disposizione di 56.641 unità. Cifra che coprirebbe meno di un quinto del deficit. Un decreto firmato dal presidente brasiliano Jair Bolsonaro a giugno ha permesso l'assunzione di ingegneri per realizzare interventi di ampliamento o la costruzione di nuove carceri. Secondo il dipartimento, l'obiettivo è creare tra 10 e 20.000 nuovi posti entro la fine del 2019. Ed entro il 2022 la previsione è realizzare tra 100 e 150.000 nuovi posti. La situazione rischia di aggravarsi se dovesse passare un disegno di legge presentato l'8 maggio dell'anno scorso da una commissione di giuristi guidata dal ministro della Corte suprema, Alexandre de Moraes, ai presidenti di Camera e Senato. Il documento prevede sanzioni più severe per la criminalità.
Tra le principali modifiche proposte ci sono l'aumento della privazione massima della libertà dagli attuali 30 a 40 anni e termini più lunghi per la raccolta di prove contro chi è accusato di crimini. Entrambe le misure avrebbero un impatto sulla popolazione carceraria.
Secondo quanto riportato nel "monitor della violenza", in Brasile mancano le condizioni per indagini adeguate. Questo fa sì che crimini come omicidio e stupro passino spesso impuniti, mentre traffico e consumo di droga e altri reati minori continueranno a essere perseguiti e puniti in maniera maggiore. Col risultato di avere assassini liberi e carceri piene di detenuti accusati di reati meno gravi come consumo di droga, e reati non violenti, i quali potrebbero accedere a sanzioni alternative. Inoltre, le istituzioni brasiliane conoscono la situazione delle carceri. Secondo uno studio del Senato, infatti, la mancanza di controllo da parte della pubblica amministrazione sulle carceri è evidente. Le organizzazioni criminali controllano la vita nei penitenziari e gestiscono dalle celle i propri affari, in particolare il traffico di droga. I telefoni cellulari entrano in prigione e servono da mezzo di comunicazione tra i vertici criminali all'interno delle prigioni e i membri a piede libero. Il tutto determina un corto circuito che genera impunità, non certezza della pena, mancanza di recupero per i detenuti, violazione dei diritti umani e un profondo messaggio di ingiustizia.
di Amalia De Simone e Marta Serafini
Corriere della Sera, 22 luglio 2019
Durante la guerra tra Bagdad e Teheran sono stati piazzati 10 milioni di ordigni, molti dei quali venduti dal nostro Paese. Ma ora, a distanza di 30 anni, l'opera di bonifica sul confine non è stata terminata e si continua a morire. "Ormai a questo pezzo di plastica mi sono affezionato. Ma all'inizio ho pianto, eccome se ho pianto". Mahmoud Marjaf, sta aspettando il suo turno per il controllo con il fisioterapista. Ha 50 anni. Era un peshmerga, un soldato curdo, oggi è un uomo senza una gamba.
Sorride mentre si accarezza la protesi. Amputazione dell'arto sinistro sotto il ginocchio. Mahmoud vive così dal 1999. Dolore, riabilitazione, visite su visite. "Non so che tipo di mina mi abbia fatto del male, alcuni mi hanno era detto che era tedesca ma non ne sono sicuro", dice abbassando gli occhi. Lui quell'arma che gli ha portato via la carne non l'ha mai vista. "Ero vicino al confine con l'Iran a Benjum, stavo camminando e all'improvviso ho scorso un lampo. E poi più niente".
Le mine sul confine Iraq-Iran Guerra Iran-Iraq, guerra del passato, uno dei conflitti più lunghi del secolo scorso. Saddam Hussein da una parte, l'Ayatollah Khomeini, appena tornato dall'esilio per guidare la rivoluzione iraniana del 1979, dall'altro. Due Paesi vicini che si combatterono fino allo stremo senza che nessuno dei due riuscisse a prevalere sull'altro. Nessuno sa con esattezza quanti ordigni esplosivi siano stati disseminati su quelle montagne, si parla di 10 milioni. Le vittime, quelle sì hanno un numero: sono state un milione.
È il 20 agosto del 1988 quando entra in vigore il cessate il fuoco. Su entrambi i fronti le ferite sono state profonde. Gli iracheni all'epoca sono ben armati ma per rimediare allo scarso addestramento dei soldati usano tonnellate di armi chimiche, i cui componenti arrivano anche dall'Europa e dagli Stati Uniti. Gli iraniani per ovviare alla mancanza di armi arruolano migliaia di bambini soldato. Troppo piccoli e deboli per essere utilizzati in combattimento, li inviano a ripulire i campi minati. "Li mandavano legati a gruppi di dieci - per evitare che qualcuno di loro potesse tirarsi indietro - a correre sulle mine per aprire una strada alle ondate degli assalti", si legge nelle cronache dell'epoca.
La guerra non è mai finita. Non finisce mai. "Al Teresa Rehabilitation Center dal 1998 ad oggi abbiamo curato oltre 6.000 piazenti", spiega Faris Hama, coordinatore medico di Emergency. A mettersi in fila tra le stanze della fisioterapia e quelle dove si fabbricano i calchi per le protesi sono per lo più i reduci di quel conflitto lontano. Le divise color cachi dei peshmerga, i sorrisi fieri nonostante la menomazione, le mogli dietro che assistono. Anche dopo trent'anni le cicatrici sono ancora lì. Ma non ci sono solo le ferite del passato da sanare. "Oggi abbiamo anche 400 pazienti che provengono da Mosul, colpiti dagli ordigni dell'Isis o dai raid", sottolinea Hama.
Sulaymaniyah, seconda città della regione autonoma del Kurdistan iracheno, la più vicina all'Iran. La più lontana da Bagdad e dalla sue lotte fratricide. Fu qui vicino, ad Halabja, che Saddam Hussein nel 1988 massacrò i curdi col gas. Ed è qui vicino che sono arrivati i primi sfollati in fuga dall'Isis, dopo che Al Baghdadi è salito sul pulpito della moschea di Al Nuri a Mosul nel 2014. Ed è sempre qui che oggi le tensioni tra Iran e Stati Uniti fanno soffiare nuovi venti di guerra. "Cosa succederà? Dovremo combattere ancora? Con chi ci dovremo schierare?", è la domanda che rimbalza mentre il sole infuocato di giugno tramonta e i bambini saltano su un materasso elastico.
Cinquanta chilometri a Est, verso il confine con l'Iran, a Golin Barbe, le cavallette saltano senza sosta. "Quest'anno siamo stati fortunati, ci hanno invaso ma almeno sono di quelle che non mordono. Che volete, noi curdi siamo abituati alle sciagure", scherza Dler Muhmad Alì, da 24 anni a capo del team di ricerca e bonifica dell'Ikmaa, la Iraqi Kurdistan Mine Action Agency. Dalle cinque e mezzo della mattina i suoi uomini sono impegnati sotto il sole. Il campo minato copre un'area di 39 mila metri quadrati. Di questi, quasi la metà sono ancora da pulire. "Prima di avvicinarsi chiunque deve comunicare il proprio gruppo sanguigno", avvisa. In caso di incidente l'ospedale più vicino è a due ore di auto. Nelle scorse settimane un pastore di un villaggio nei dintorni è morto, un altro è rimasto mutilato, il 14 maggio un membro del team di Alì ha perso due dita del piede.
Due tecnici salgono piano il crinale. Hanno appena piazzato i bastoni dipinti di bianco, blu e rosso che indicano se il terreno è "clean", pulito, e se gli ordigni disinnescati possono essere rimossi. "Quando si parla di bonifica non esiste la certezza del 100 per cento, alcune mine restano nascoste nel terreno per decenni. Inoltre non abbiamo mappe su cui basarci, dobbiamo ricostruire le posizioni degli esplosivi sulla base dell'esperienza e dell'osservazione", continua Alì. Il termometro segna 43 gradi e ogni 40 minuti gli uomini devono fare una pausa per bere e spostarsi all'ombra. Addosso hanno in media otto chili di attrezzatura, tra protezione, caschi e strumenti. I meno esperti si sono addestrati per un mese, ma i veterani hanno anni di attività alle spalle e hanno imparato a fiutare una mina da lontano. "L'Iraq nel 2007 ha firmato il trattato di Ottawa che mette al bando gli esplosivi anti uomo e si è impegnato a bonificare tutta la regione. Eppure da Bagdad non stanno arrivando più fondi per le attività di sminamento. I nostri tecnici guadagnano l'equivalente di 800 dollari al mese".
Mine anticarro. Mine antiuomo. Quelle a pressione esplodono quando vengono calpestate: lo scoppio dilania il piede e parte della gamba, ma se la carica è molto elevata può provocare danni anche al di sopra del ginocchio, alle natiche, ai genitali, e generare fratture ossee multiple ed esposte. Le mine "a frammentazione", invece, uccidono all'istante chi le calpesta e provocano ferite su tutto il corpo a chi si trova vicino all'esplosione. "Le più difficili da scovare sono quelle cinesi, perché hanno basso contenuto di metallo. In questa zona ci sono 18 tipi di mine. E dieci sono italiane". VS 50, TS 50, VAR 40. "Ma la più terribile è la V 69, la Valmara". A guardarla lì sdraiata nell'erba pare un giocattolo, un barattolo con le antenne. La leggenda narra che sia stata chiamata così in "onore" di una donna che voleva vendicarsi di una rivale. "Non so se sia vero ma sicuramente è più pericolosa di uno scorpione o di un serpente". Tradotto, la Valmara è una delle mine più diffuse al mondo che colpisce fino a 50 metri di distanza. "È made in Italy, made to kill".
Dall'Iraq e ritorno. A Castenedolo, in provincia di Brescia, Franca Faita, 70 anni, apre la porta della sua casa. Sorride. La signora Franca, come la chiamano tutti da queste parti, conosce la Valmara meglio di chiunque altro. "Ho lavorato per più di 30 anni come operaia prima alla Meccanotecnica poi diventata Valsella. Lì producevamo mine, ne fabbricavamo tantissime, si è parlato di 30 milioni". Uno dei clienti principali della Valsella è proprio l'Iraq. Nel 1983 gli affari vanno talmente a gonfie vele da far balzare il fatturato della società oltre la soglia dei 100 miliardi di lire. E il "merito" è soprattutto della guerra tra Bagdad e Teheran. Nella relazione di bilancio del 1981 si legge come l'azienda stia fiorendo grazie all'"acquisizione di importanti commesse nel settore militare e in particolare con il ministero della Difesa dell'Iraq" e al conseguente "potenziamento della struttura produttiva dell'azienda". Il grande balzo non si fa attendere. Un militare iracheno parlando con una televisione italiana afferma che nell'opposizione all'offensiva della fanteria di Khomeini "l'Iraq deve molto ad una piccola azienda bresciana".
All'epoca molti operai della Valsella girano la testa dall'altra parte, gli stipendi sono buoni, il lavoro non manca. Ma la signora Franca e le sue compagne iniziano a fare domande. "Eravamo madri, cosa stiamo facendo, contribuiamo alla morte di bambini e giovani, ci chiedevamo. Ma eravamo sole, nessuno voleva darci ascolto". Nel 1984, attraverso l'acquisizione da parte della Borletti, la Valsella Meccanotecnica diventa una controllata del Gruppo Fiat. Ma le cose si complicano, dopo che l'Italia aderisce all'embargo contro Iran e Iraq. La produzione però non si ferma. E le mine lasciano il Paese in pezzi. "Sugli imballaggi c'era scritto "componenti di giocattoli"", racconta ancora la signora Franca. Dal porto di Talamone le casse vengono spedite a Singapore, dove la Valsella all'epoca ha un'altra società. È la triangolazione che consente ancora alle mine di arrivare a destinazione. Per altri tre anni tutto va avanti come nulla fosse.
Poi nel 1987, scoppia il caso. Il settimanale francese L'Événement du jeudi rivela che tra il 1981 e il 1984 l'azienda bresciana ha venduto all'Iran un milione di mine, con la complicità della società svedese Nobel Kemi e della francese Snpe, specializzate nella produzione di esplosivo, e con l'autorizzazione dello stesso governo italiano. Lo scoop del giornale parigino attiva le procure di Brescia, Venezia e Roma e fa divampare in Italia la polemica politica.
Travolta dai processi e dalla moratoria del 1994 che mette al bando la produzione di mine anti-uomo in Italia, la Valsella si avvia a grandi passi verso il tramonto. Nel 1997 l'ong Campagna internazionale per il bando delle mine antiuomo, di cui Franca Faita è una delle voci più importanti, vince il premio Nobel per la Pace. Ma lei a ritirare il premio non ci va perché è impegnata nella battaglia per salvaguardare il posto di lavoro. Lotte, leggi, messa al bando e trattati internazionali. È la spinta della società civile ad accendere la luce sugli effetti devastanti di questo tipo di armi. "Alla Borletti amavano ripetere che le mine sono soldati perfetti, non mangiano, non dormono e fanno sempre la guardia. D'altro canto sono state le denunce e le testimonianze delle vittime e di persone come Gino Strada ad accendere i riflettori sui danni di questi ordigni", spiega Guido Beretta analista dell'Opal, l'Osservatorio per la produzione di armi leggere e politiche di sicurezza, e di Rete disarmo.
L'Italia non può più fabbricare mine ma l'export di armi non si è certo fermato Ma delle armi italiane vendute nel mondo per uccidere civili ancora si parla. "La vicenda della Valsella ha avuto il merito di portare alla legge 185 del 1990 che tra le altre cose obbliga il governo a presentare una relazione annuale al Parlamento sull'export di armi e condiziona l'autorizzazione delle vendite ad una valutazione sulla possibile violazione dei diritti umani e sui danni ai civili", sintetizza Carlo Tombola, Coordinatore scientifico dell'Opal. Passi in avanti che però non sono considerati dagli esperti sufficienti. Alle prime luci del mattino sulla strada tra Sulaymaniyah e Erbil i camion si spostano lenti. A ridosso del checkpoint verso Mosul le macerie delle case distrutte dall'Isis si stagliano all'orizzonte. Un medico scuote la testa. "Ora, qui abbiamo una nuova guerra da combattere e sono gli ordigni inesplosi piazzati da Daesh che ancora uccidono anche se i combattimenti sono finiti". Proprio come le mine della guerra Iran-Iraq.
di Manlio Dinucci
Il Manifesto, 22 luglio 2019
Proseguono le indagini sui moderni arsenali scoperti in Piemonte, Lombardia e Toscana, di chiara matrice neonazista come dimostrano le croci uncinate e le citazioni di Hitler trovate insieme alle armi. Resta però senza risposta la domanda: si tratta di qualche nostalgico del nazismo, collezionista di armi, oppure siamo di fronte a qualcosa di ben più pericoloso?
Gli inquirenti - riferisce il Corriere della Sera - hanno indagato su "estremisti di destra vicini al battaglione Azov", ma non hanno scoperto "nulla di utile". Eppure vi sono da anni ampie e documentate prove sul ruolo di questa e altre formazioni armate ucraine, composte da neonazisti addestrati e impiegati nel putsch di piazza Maidan nel 2014 sotto regia Usa/Nato e nell'attacco ai russi di Ucraina nel Donbass.
Va chiarito anzitutto che l'Azov non è più un battaglione (come lo definisce il Corriere) di tipo paramilitare, ma è stato trasformato in reggimento, ossia in unità militare regolare di livello superiore.
Il battaglione Azov venne fondato nel maggio 2014 da Andriy Biletsky, noto come il "Führer bianco" in quanto sostenitore della "purezza razziale della nazione ucraina, impedendo che i suoi geni si mischino con quelli di razze inferiori", svolgendo così "la sua missione storica di guida della Razza Bianca globale nella sua crociata finale per la sopravvivenza".
Per il battaglione Azov Biletsky reclutò militanti neonazisti già sotto il suo comando quale capo delle operazioni speciali di Pravy Sektor. L'Azov si distinse subito per la sua ferocia negli attacchi alle popolazioni russe di Ucraina, in particolare a Mariupol. Nell'ottobre 2014 il battaglione fu inquadrato nella Guardia nazionale, dipendente dal Ministero degli interni, e Biletsky fu promosso a colonnello e insignito dell'"Ordine per il coraggio". Ritirato dal Donbass, l'Azov è stato trasformato in reggimento di forze speciali, dotato dei carrarmati e dell'artiglieria della 30a Brigata meccanizzata. Ciò che ha conservato in tale trasformazione è l'emblema, ricalcato da quello delle SS Das Reich, e la formazione ideologica delle reclute modellata su quella nazista. Quale unità della Guardia nazionale, il reggimento Azov è stato addestrato da istruttori Usa e da altri della Nato.
"Nell'ottobre 2018 - si legge in un testo ufficiale - rappresentanti dei Carabinieri italiani hanno visitato la Guardia nazionale ucraina per discutere l'espansione della cooperazione in differenti direzioni e firmare un accordo sulla cooperazione bilaterale tra le istituzioni". Nel febbraio 2019 il reggimento Azov è stato dislocato in prima linea nel Donbass.
L'Azov è non solo una unità militare, ma un movimento ideologico e politico. Biletsky - che ha creato nell'ottobre 2016 un proprio partito, "Corpo nazionale" - resta il capo carismatico in particolare per l'organizzazione giovanile che viene educata, col suo libro "Le parole del Führer bianco", all'odio contro i russi e addestrata militarmente. Contemporaneamente, Azov, Pravy Sektor e altre organizzazioni ucraine reclutano neonazisti da tutta Europa (Italia compresa) e dagli Usa. Dopo essere stati addestrati e messi alla prova in azioni militari contro i russi del Donbass, vengono fatti rientrare nei loro paesi, mantenendo evidentemente legami con i centri di reclutamento e addestramento.
Ciò avviene in Ucraina, paese partner della Nato, di fatto già suo membro, sotto stretto comando Usa. Si capisce quindi perché l'inchiesta sugli arsenali neonazisti in Italia non potrà andare fino in fondo. Si capisce anche perché coloro che si riempono la bocca di antifascismo restano muti di fronte al rinascente nazismo nel cuore dell'Europa.
di Marta Serafini
Corriere della Sera, 22 luglio 2019
Anas al-Dyab, 23 anni, era embedded con i volontari della difesa civile siriana. È rimasto ucciso in un raid russo a Khan Sheikhun. L'appello del Papa ad Assad: "Fermi la catastrofe umanitaria".
Il dolore delle vittime ma anche il sorriso dei compagni nei momenti di pausa. Le sue immagini hanno fatto il giro del mondo e continueranno a farlo, anche se lui non c'è più. Il fotografo di guerra siriano, Anas al-Dyab, volontario della Syria Civil Defense - le squadre di soccorso che operano nelle aree fuori del controllo governativo note col nome di Caschi Bianchi - è rimasto ucciso ieri in un bombardamento aereo su Khan Sheikhun, nella provincia nord-occidentale di Idlib. Al Dyab aveva 23 anni e collaborava con l'agenzia francese Afp.
Correndo nei siti appena bombardati per assistere i civili rimasti intrappolati nelle macerie, al-Dyab raccontava gli orrori causati dalla guerra, ma al tempo stesso i suoi scatti mostravano anche il coraggio e l'umanità delle persone costrette a vivere nelle zone al centro del conflitto. "Anas era un ragazzo amato da tutti, che non aveva nemici, il suo unico scopo era quello di mostrare al mondo ciò che sta davvero accadendo in Siria, ha affermato un suo amico e collega, Hamid Kutini. Sul loro profilo Twitter, i Caschi Bianchi hanno reso omaggio al loro compagno esprimendo"cordoglio per la perdita di un eroe, Anas al-Dyab, un volontario e attivista dei media per il Centro di Difesa Civile di Idlib".
Nelle stesse ore un altro raid russo ha colpito la zona di Idlib, dove sono morte almeno 37 morti. L'ultima roccaforte dei ribelli siriani è assediata da anni. E proprio sull'emergenza umanitaria, è stato reso noto oggi dal portavoce del Pontefice che Papa Francesco ha scritto una missiva al presidente siriano Bashar al Assad per chiedergli di fermare i bombardamenti. Il testo dell'appello, contenuto in una lettera consegnata a Damasco dal cardinale Peter Turkson, prefetto del Dicastero per lo Sviluppo Umano Integrale, accompagnato dal nunzio Mario Zenari e dal sottosegretario Nicola Riccard, resta riservato ma si sa che il Papa ha espresso una profonda preoccupazione per la situazione umanitaria nel Paese, "con particolare riferimento alle condizioni drammatiche della popolazione civile a Idlib".
È il cardinale segretario di Stato della Santa Sede, in una lunga intervista rilasciata al direttore editoriale del dicastero per la Comunicazione, Andrea Tornielli, a spiegare più a fondo le intenzioni del Pontefice: "Il Papa segue con apprensione e con grande dolore la sorte drammatica delle popolazioni civili, soprattutto dei bambini che sono coinvolti nei sanguinosi combattimenti".
Parolin ricorda che nei bombardamenti sono state distrutte diverse strutture sanitarie, e che molte altre hanno dovuto sospendere del tutto, o parzialmente, la loro attività. Quindi il Papa rinnova il suo appello perché venga protetta la vita dei civili e siano preservati scuole e ospedali: "Davvero quello che sta accadendo è disumano e non si può accettare", sostiene Parolin. Quello che Francesco chiede ad Assad è di fare tutto il possibile per "fermare questa catastrofe umanitaria, per la salvaguardia della popolazione inerme, in particolare dei più deboli, nel rispetto del Diritto Umanitario Internazionale".
di Guido Camera
Il Sole 24 Ore, 22 luglio 2019
Una corsia preferenziale riservata ad alcuni reati in materia di violenza domestica e di genere. La prevede la nuova legge "Codice rosso", approvata definitivamente lil 17 luglio dal Parlamento, che modifica in tre punti il Codice di procedura penale con l'obiettivo di dare priorità e velocità alle indagini.
di Rosaria Manconi*
La Nuova Sardegna, 22 luglio 2019
La condanna a vita nega il valore rieducativo affermato nella nostra Costituzione. È fondamentale diffondere la cultura della legalità e del rispetto delle persone. Le sentenze non si commentano, si impugnano quando le si ritiene ingiuste, oppure si presta acquiescenza se le si ritiene corrette. Le sentenze, tuttavia, al di là del merito e della motivazione che le sottende, possono offrire spunti di riflessione che oltrepassano il caso concreto ed investono temi più ampi.
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