di Luigi Manconi e Federica Graziani
La Repubblica, 6 settembre 2019
Il documentario "Boez-Andiamo via" su Raitre. Cinque uomini e una donna, tutti condannati, in pellegrinaggio per 900 chilometri da Roma a Santa Maria di Leuca. "Col passar del tempo, l'uomo, animale abitudinario, assume la forma del carcere anche nel mondo dei sogni", diceva Altiero Spinelli, padre dell'unione europea, a lungo detenuto durante il fascismo.
E in effetti, quali sono le sedi della cultura e della politica che coltivano l'abitudine a pensare a luoghi della pena diversi dal carcere? In Italia, sembra inesorabile, il castigo che merita chi ha commesso un reato è la prigione. Con la sua vita di corpi ristretti, di muri, sbarre e porte blindate, di richieste - le più elementari, una telefonata a casa, l'acquisto di un farmaco, un maglione in più - che si trasformano in "domandine", aspettano risposta, nell'attesa spesso si smarriscono e allora si ricomincia. E, ancora, la vita in carcere è fatta di solitudine, di ore d'aria in cortili di cemento, di terapie e trattamenti, di famiglie costrette a spostarsi di istituto in istituto per incontrare chi sta dentro, di violenze e paura, di giorni pallidi, in cui oggi sarà uguale a domani. Ma questo importa poco, le prigioni sono inaccessibili, della vita che vi si svolge si sa poco o niente e in ogni caso rinchiudere gli individui che potrebbero costituire un pericolo per la comunità pare essere inevitabile ai fini della sicurezza.
Eppure qualcuno contraddice la frase di Spinelli e dimostra che immaginare qualcosa di diverso dalla cella chiusa è possibile. Cinque uomini e una donna, tutti condannati per diversi reati, escono dalla loro detenzione e si mettono in cammino. Dal Colosseo di Roma percorrono a piedi 900 chilometri, fino ad arrivare all'estremità della penisola, a Santa Maria di Leuca. Non si tratta di una riuscita evasione di gruppo, ma di un progetto di sperimentazione del cammino come pena alternativa al carcere, frutto della collaborazione fra la Rai e il ministero della Giustizia. Per sessanta giorni, scarponi ai piedi e zaino in spalla, i sei condannati, accompagnati da una guida escursionistica, da un'educatrice di comunità e da una troupe televisiva, percorrono la via Francigena, strada antica, che per secoli i pellegrini hanno attraversato per arrivare in Terrasanta.
E il loro viaggio è raccontato da un documentario in dieci puntate, Boez - Andiamo via, in onda ogni sera dallo scorso lunedì alle 20.20 su Rai 3 fino al 13 settembre, escluso in fine settimana. Sembra assurdo. Cosa c'è di più distante dall'immobilità delle mura carcerarie del movimento continuo della strada? Cosa di più lontano dalla segretezza delle celle degli incontri quotidiani del pellegrino, dettati dal bisogno di ospitalità?
Per compiere il salto richiesto e riunire due figure così antitetiche come quelle del carcerato e del camminatore non c'è niente di meglio della concretezza dei dati. Il camminare come dispositivo di esecuzione della pena in luogo del carcere ha una storia già antica in altri paesi europei e, come dimostra l'intero sistema delle misure alternative, funziona.
In Italia, l'ultimo rapporto di Antigone sulle condizioni detentive illustra che delle oltre 44 mila misure in esecuzione nel primo semestre dello scorso anno, soltanto il 3,4 per cento è stato revocato. E di queste solo lo 0,5 per la commissione di nuovi reati. Il carcere, al contrario, non funziona, è anacronistico, non rende più sicure le nostre comunità, indebolisce le possibilità di inclusione ed è spesso criminogeno. Molto meglio, per così dire, tentare nuove strade.
triesteallnews.it, 6 settembre 2019
L'arte come riflessione sul tema della "pena" e la creazione di una finestra aperta verso il mondo esterno, sull'esperienza e sulle speranze delle persone detenute. Questi gli obiettivi del bando nato un anno fa e rivolto alle sedici carceri del Triveneto nel cui ambito sarà inaugurata, venerdì 6 settembre, alle ore 18.30, nella sala espositiva A. Fittke di Piazza Piccola 3, l'esposizione degli elaborati del concorso artistico per persone detenute "A mano libera", a cura del Progetto Area Giovani del Comune di Trieste e organizzata dal gruppo di ragazzi scout appartenenti al "Clan arcobaleno" del gruppo Agesci TS 2 nord-est.
All'inaugurazione saranno presenti coloro i quali hanno anche collaborato al progetto: lo scrittore Pino Roveredo, la Garante comunale dei diritti dei detenuti di Trieste Elisabetta Burla, il giornalista Gianpaolo Sarti, l'assistente sociale Annalisa Castellano, la responsabile di strutture socio-educative Silvia Chiodo, la docente di storia dell'arte Lucia D'Agnolo, l'assistente sociale Fausta Favotti, l'artista ed esperta d'arte Manuela Sedmach, il coordinatore della cooperativa Hanna House Lorenzo Tortora e l'assistente sociale Paola Turelli.
L'esposizione rimarrà aperta anche sabato 7 e domenica 8 dalle ore 10.00 alle ore 12.00 e dalle ore 16.30 alle ore 18.30.
rovigooggi.it, 6 settembre 2019
Assistedil, ente di formazione Bilaterale ha tenuto il mese scorso un corso sicurezza base, nella nuova casa circondariale di Rovigo, rivolto ai detenuti. "Assistedil propone proposte formative - che vengono tradotte in "unità di competenza" e che trovano risposta attraverso la progettazione e lo sviluppo di interventi formativi di specifico riferimento settoriale nell'ambito del comparto edilizio e delle costruzioni. - afferma il presidente dell'Ente Franco Girardello.
Progettare processi di formazione efficaci per i nostri utenti non significa consegnare un semplice pacchetto di indicazioni nozionistiche, al contrario ogni percorso è il risultato di un piano formativo organico che tende a strutturare, solidificare e rafforzare in maniera completa la crescita professionale che rientra nel progetto più ampio di Assistedil riguardo alla formazione continua.
Dopo questa prima positiva esperienza, in accordo con la Direzione della Casa circondariale, proporremo anche attività professionalizzanti, in modo da permettere ai detenuti, una volta usciti, di reinserirsi attivamente nel mondo del lavoro, anche attraverso i Servizi al Lavoro (Work Experience, Assegno per il lavoro ecc) per i quali il nostro Ente è accreditato presso la Regione del Veneto".
"L'offerta formativa propone 2 principali macro aree: formazione in materia di salute, igiene e sicurezza nei luoghi di lavoro: Formazione obbligatoria prevista dai disposti normativi per lavorare in sicurezza che nel 2018 ha visto la realizzazione di 84 corsi per un totale di 5.373 ore erogate, con il coinvolgimento di 928 utenti- interviene il vice presidente Assistedil Gino Gregnanin - corsi professionalizzanti: Competenze integrate e metodologia innovativa per raggiungere obiettivi professionali e personali con 7.342 ore di formazione erogate per 162 utenti".
"La Direzione della Casa Circondariale di Rovigo, - ha dichiarato il Claudio Mazzeo Responsabile Area Trattamentale Cc Rovigo - nell'esprimere apprezzamento per l'attività espletata, che ha consentito l'acquisizione di un attestato di formazione, primo step per eventuali avvii di ammissione al lavoro sia all'interno dell'Istituto che all'esterno, conferma la bontà dell'iniziativa e auspica che la stessa non sia fine a se stessa ma rappresenti l'avvio di un percorso formativo professionale a carattere continuativo e permanente. Come riferito dalla Responsabile dell'Area Trattamentale di questo Istituto, i 15 ristretti che hanno ottenuto il relativo attestato hanno partecipato con impegno ed interesse al corso, senza il verificarsi di alcuna criticità".
Al termine del percorso, che ha fornito ai partecipanti una formazione adeguata in merito ai principali dettami previsti dal d.lgs. 81/08 e s.m.i., ovvero le nozioni in materia di igiene, salute e sicurezza nei luoghi di lavoro che dovranno poi essere utilizzate come veri e propri strumenti operativi, con il superamento delle verifiche, i partecipanti hanno ottenuto l'attestato previsto dalla normativa per l'accesso ai luoghi di lavoro.
di Valentina Russo
lavoce.it, 6 settembre 2019
Nell'aprile scorso il Garante dei detenuti Stefano Anastasia, in una relazione alla Terza commissione consiliare della Regione Umbria, aveva già evidenziato le principali criticità delle carceri umbre: la crescita della popolazione penitenziaria abbinata alla scarsità delle risorse pubbliche disponibili; condizioni di vita e di salute dei detenuti contrassegnate dalla difficoltà di accedere alle visite specialistiche e agli esami diagnostici; la mancanza lamentata dai detenuti di attività di reinserimento e di un adeguato sostegno alle iniziative culturali. È in questo clima che si sono venuti a creare, nei giorni scorsi, due gravi episodi di rivolta all'interno della casa circondariale di Capanne a Perugia.
"Il problema è che i detenuti non hanno molte possibilità di lavorare. Se non lavorano, non hanno quei 50/100 euro al mese per pagarsi delle piccole cose che vogliono comperarsi: un caffè, una pasta in più, le sigarette, i vestiti. Non essendo autonomi economicamente si sentono sempre nel bisogno. In più va aggiunto il sovraffollamento, la reclusione, il caldo. Quindi, in queste condizioni, basta poco per provocare il caos".
Questo il commento sulla vicenda di suor Carla Casadei, che da anni presta il suo servizio in carcere con con l'Associazione perugina di volontariato. Nei mesi invernali suor Carla si reca nella sezione femminile per un laboratorio di cucito insieme ad un'altra volontaria che è modellista.
"Andiamo per due ore alla settimana e facciamo fare alle detenute dei piccoli lavoretti". Durante tutto l'anno poi si reca nella sezione maschile per i colloqui personali. "Le attività lavorative - continua Casadei - vengono concesse solo ad alcuni tipi di detenuti, nel fine pena o per pene lunghe. Però non sono organizzate in maniera continuativa, ma per turni.
Ecco quindi che per 2 mesi svolgono la mansione di scopini, portavitto (coloro che portano il cibo nelle celle), bibliotecari, cuochi. Però su circa 300 detenuti, a lavorare saranno una ventina e per un tempo limitato. Bisognerebbe poi coinvolgere più aziende esterne. Dentro il carcere di Perugia c'è una piccola attività aziendale che viene dall'esterno, la Plurima, che fa fascicolazione di documenti, ma sono coinvolti solo 3 detenuti".
È dello stesso parere padre Francesco Bonucci, cappellano del carcere di Capanne, intervistato da Umbriaoggi.news. "Penso che queste persone hanno bisogno di essere più impegnate durante la giornata perché passano la maggior parte del tempo senza far nulla e questa è la cosa più urgente. Dopo tanto tempo senza avere niente da fare anche la persona più normale impazzisce" ha dichiarato Bonucci.
Cosa ne pensano invece politici ed istituzioni? "La soluzione è costruire nuovi carceri e non certo far uscire i delinquenti, sia chiaro" ha detto Emanuele Prisco (continua a leggere sull'edizione digitale de La Voce).
specialelibia.it, 6 settembre 2019
L'Inviato del Segretario Generale delle Nazioni Unite in Libia, Ghassan Salamé, durante il suo briefing al Consiglio di Sicurezza del 4 settembre ha detto che " a seguito della mia richiesta di chiusura graduale e progressiva di tutti i centri di detenzione che ospitano migranti e rifugiati, il 1 ° agosto il Ministro degli Interni ha ordinato la chiusura di tre di questi centri. Le Nazioni Unite hanno presentato un piano di emergenza al Governo di Accordo Nazionale sulle opzioni alternative alla detenzione. Questo piano include il rilascio in contesti urbani con assistenza, assistenza sanitaria necessaria, accesso al mercato del lavoro e identificazione di soluzioni durature al di fuori della Libia. Questi centri devono essere chiusi attraverso un processo graduale e deliberato in cui alle agenzie delle Nazioni Unite competenti vengono forniti i mezzi necessari per assistere questa popolazione vulnerabile".
Salamè ha poi aggiunto che "nonostante questi appelli e le dichiarazioni del Governo di aver chiuso il centro di detenzione di Tajoura - che è stato il sito dell'attacco mortale a luglio - i migranti continuano ad essere inviati lì. Migranti e rifugiati continuano a essere detenuti in composti controllati da gruppi armati che li mettono in grave pericolo. Quasi 500 di coloro che sono fuggiti dall'attacco di luglio al centro di detenzione di Tajoura sono entrati spontaneamente nella struttura di raccolta e partenza gestita dal Dipartimento per la lotta alla migrazione illegale. Con oltre 1.000 rifugiati, le infrastrutture della struttura di raccolta e di partenza sono troppo strette e la situazione umanitaria nella struttura si sta rapidamente deteriorando".
Centinaia di migranti e richiedenti asilo sono stati intercettati dalla guardia costiera libica nelle ultime settimane. "Alcuni vengono ora liberati e altri vengono consegnati ai centri di detenzione, sappiamo almeno 3 casi. L'Unsmil ha continuato a ricevere segnalazioni di detenzione arbitraria a tempo indeterminato di migranti e rifugiati, estorsioni e percosse, traffico e condizioni disumane di detenzione, tra cui grave sovraffollamento e carenza di cibo e acqua. Sono necessari finanziamenti urgenti per il piano di risposta umanitaria 2019 per consentirci di continuare a rispondere alle esigenze dei più vulnerabili in Libia, compresi i migranti". Ha sottolineato il capo della Missione di Sostegno delle Nazioni Unite in Libia.
di Massimiliano Jattoni Dall'Asén
Corriere della Sera, 6 settembre 2019
Se il fuoco sta divorando l'Amazzonia, un po' di colpa l'abbiamo tutti. Chi scrive questo pezzo, chi lo sta leggendo, i nostri amici e parenti. Nessuno escluso. Tutti abbiamo gettato una goccia di benzina sulle fiamme che stanno soffocando il polmone verde del nostro pianeta. E ciò che lega il disastro ambientale che si sta consumando in Sud America a tutti noi è il nostro smartphone. O meglio, il sottile filamento d'oro che al suo interno ci permette di telefonare in ogni angolo del mondo e di surfare sul web.
Per salvare l'Amazzonia, prima che boicottare la carne bovina brasiliana, come rappresaglia agli incendi appiccati dagli allevatori affamati di spazi per le loro mandrie, dovremmo insomma gettare i nostri telefonini. Gli oltre 120 milioni di apparecchi che si trovano solo nelle case degli italiani sono infatti piccole miniere di rame, ferro, argento e, appunto, oro. E "non c'è modo di far uscire l'oro delle miniere dell'Amazzoni senza distruggere la foresta", come ha dichiarato al sito BuzzFeed News Miles Silman, co-fondatore del Centro de Innovación Científica Amazónica della Wake Forest University. "Più acri si tagliano, più oro si ottiene", ha spiegato. "E il rapporto è direttamente proporzionale".
La fame di oro non riguarda, dunque, solo il mondo dei gioielli, che è la categoria che più ne fa richiesta. Ma anche la tecnologia. E in maniera sempre più massiccia. Piccole correnti elettriche attraversano costantemente i nostri iPhone o i computer portatili, e a portare quella corrente è appunto l'oro, ottimo conduttore di elettricità, resistente alla corrosione.
Secondo uno studio del 2015 di E-waste Lab di Remedia in collaborazione con il Politecnico di Milano, un comune cellulare contiene, tra i vari metalli, 250 milligrammi di argento e 24 di oro. Per BuzzFeed News, invece, un iPhone 6 contiene solo 0,014 grammi di oro.
Poca cosa, ma se sommiamo le pagliuzze d'oro che compongono i conduttori elettrici del miliardo e mezzo di smartphone venduti in tutto il mondo solo nel corso del 2018, raggiungiamo una cifra da capogiro: non meno di 335 tonnellate d'oro. E la domanda del metallo giallo per la tecnologia è destinata a crescere.
Così, la foresta pluviale amazzonica si sta trasformando nella California della corsa all'oro del 1850. E se le miniere ufficiali non riescono a stare dietro alle richieste dell'industria, in Amazzonia sta fiorendo un'economia legata all'estrazione mineraria illegale. Secondo uno studio del Centro de Innovación Científica Amazónica del 2018, l'estrazione artigianale di oro condotta da minatori indipendenti (che spesso vuole dire senza permesso estrattivo) ha sradicato quasi 250mila acri di foresta nella sola regione di Madre de Dios in Perù, dove Miles Silman concentra il suo lavoro. Un altro studio, condotto nel 2015 da ricercatori dell'Università di Puerto Rico, calcola in circa 415mila gli acri di foresta tropicale persi in tutto il Sud America a causa dell'estrazione dell'oro. In Brasile, infine, un'area lunga circa 100 metri e larga 75, l'equivalente di un campio da calcio, scompare ogni minuto, come ha dimostrato la BBC pubblicando i dati ottenuti dal monitoraggio satellitare.
Per correre ai ripari, i controlli sulla filiera dell'oro sono stati intensificati. Negli Stati Uniti sono già diverse le società che commerciavano nel metallo giallo chiuse perché scoperte ad acquistare da miniere fuorilegge. Google e Apple hanno fatto sapere a BuzzFeed News di aver affidato a società esterne il controllo per garantire che le fonderie dove si riforniscono siano conformi ai regolamenti. "Se una raffineria non è in grado o non vuole soddisfare i nostri standard", ha spiegato il portavoce di Apple, "viene rimossa dalla nostra catena di fornitori. Dal 2015 abbiamo smesso di lavorare con 60 raffinatori d'oro proprio per questo motivo".
Ma l'oro "sporco" non finisce solo nell'elettronica. Un rapporto del 2015 di Ojo Publico riferisce che le aziende legate alla London Bullion Market Association, un'organizzazione internazionale che rappresenta il mercato dell'oro e ne determina il prezzo, hanno acquistato metalli preziosi da campi minerari illegali in Perù, Bolivia e Brasile.
Secondo Fairtrade Gold, una delle prime organizzazioni al mondo che certificano la provenienza dei metalli preziosi da mercati etici, stima che dal 15% al 20% dell'oro che troviamo in gioielleria e nell'elettronica ha origine da estrazioni in miniere di piccole dimensioni e, dunque, spesso poco o nulla controllate.
Va detto che le miniere hanno un impatto sulla foresta inferiore all'industria della soia o all'allevamento del bestiame, che nella loro espansione abbattono molti più acri. Ma questo solo in apparenza. Secondo Miles Silman, le emissioni di carbonio delle miniere hanno un'impronta ambientale da tre a otto volte più grande di quanto lo abbiano gli acri persi a causa delle attività estrattive. Oltre a sradicare alberi e altre piante, i minatori scavano tra i 2 e i 4 metri di profondità nel terreno, dove il suolo è ricco di carbonio.
L'estrazione dell'oro impoverisce così i terreni e libera elementi che uccidono i nutrienti necessari alle piante della foresta pluviale. Ma non finisce qui. Oltre al problema della devastazione ambientale, il mercurio, usato come amalgama per separare l'oro dagli elementi di scarto, contamina l'approvvigionamento idrico e alimentare della regione.
Secondo il National Institutes of Health degli Stati Uniti, l'estrazione artigianale su piccola scala dell'oro è la principale causa del mercurio rilasciato nell'ambiente. I ricercatori hanno trovato alti livelli di mercurio nelle persone che vivono lungo il confine tra Brasile e Venezuela, nella zona di Madre de Dios in Perù e in Suriname, che ora sono a rischio di sviluppare gravi patologie al sistema nervoso, digestivo e immunitario.
Nonostante i pericoli, è improbabile che l'estrazione dell'oro nella regione amazzonica rallenti. Come sappiamo, il presidente brasiliano Bolsonaro ha limitato le leggi di tutela ambientali del paese e sta lavorando per aprire maggiormente l'Amazzonia all'estrazione mineraria. La nostra generazione potrebbe dunque assistere al più grande disastro ecologico della storia. E sarebbe irrecuperabile.
La Repubblica, 6 settembre 2019
Sempre più imminente lo scambio di prigionieri tra Russia e Ucraina che dovrebbe rilanciare i cosiddetti accordi di Minsk per porre fine al conflitto nel Donbass costato la vita a circa 13 mila persone.
Il presidente Vladimir Putin ha detto che le negoziazioni sono alla "fase finale" parlando dal Forum economico orientale di Vladivostok nel giorno in cui Kiev ha liberato su cauzione Volodimir Tsemakh, ex responsabile della "difesa anti-aerea" delle forze separatiste filorusse nell'Est Ucraina. Arrestato lo scorso giugno, l'uomo è sospettato di essere coinvolto nell'abbattimento del volo MH17 nei cieli dell'Ucraina orientale nel 2014 su cui indaga il Joint Investigative Team a guida olandese - la maggior parte delle 298 vittime era originaria dei Paesi Bassi.
"Se farà parte dello scambio allora è difficile dire che riusciremo a interpellarlo quando sarà in Russia", ha commentato all'Ap Brechtje van de Moosdijk, portavoce degli inquirenti olandesi, invitando Kiev a non trasferire il detenuto. Anche l'associazione olandese delle vittime è preoccupata che Tsemakh possa "sparire", mentre mercoledì 40 deputati europei avevano inviato una lettera aperta al presidente ucraino Volodimir Zelenskij chiedendogli di scongiurare il rilascio. Kiev, che ha già rilasciato il giornalista russo Kirill Vyshinsky, spera nel rilascio di decine di prigionieri ucraini.
Tra loro, il regista Oleg Sentsov che nei giorni scorsi è stato trasferito da un carcere negli Urali a Mosca e i 24 marinai arrestati dopo lo scontro navale nello stretto di Kerch un anno fa. Secondo Putin, è difficile decidere quali prigionieri parteciperanno, ma l'imminente scambio "sarà su larga scala e sarà un passo avanti verso la normalizzazione dei rapporti".
di Eleonora Martini
Il Manifesto, 5 settembre 2019
Per il Garante dei detenuti, Viminale e ministero di Giustizia hanno una chance. Da non perdere. "Attualmente ci sono 60.785 detenuti in meno di 47 mila posti letto. Ma non è solo un problema di sovraffollamento. Oltre 16 mila reclusi devono scontare ancora meno di due anni di carcere. Il confronto al vertice tra culture diverse - dal populismo penale al garantismo - che pure esistono nel Paese, può riaprire un dibattito necessario sull'esecuzione penale".
di Valter Vecellio
lintro.it, 5 settembre 2019
Il governo Movimento 5 Stelle-Partito Democratico e 'supplementi', elabora una road map per i prossimi mesi e anni. Per quel che riguarda la Giustizia, occorre arrivare al Punto 12: "Occorre ridurre drasticamente i tempi della giustizia civile, penale e tributaria, e riformare il metodo di elezione dei membri del Consiglio superiore della Magistratura". "Occorre".
di Liana Milella
La Repubblica, 5 settembre 2019
Oggi la presentazione del docu-film "Viaggio in Italia. La Corte costituzionale nelle carceri".
Le facce sono il film. Le più belle sono quelle delle donne. Come Lucia, la transgender di Napoli che nel carcere di Sollicciano dice alla giudice Silvana Sciarra: "Che senso ha la vita fuori senza nessuno? Questa è la mia casa... ogni tanto vado in crisi... mi trucco e mi passa".
- Il male Bonafede
- Migliore: "Da Bonafede mi aspetto una Giustizia diversa e un confronto senza limiti"
- Donato Bilancia fa ricorso contro il rifiuto ai permessi premio
- Il detenuto al 41-bis con problemi psichici può accedere alla detenzione domiciliare in deroga
- Straniero in carcere, nessun contatto con la moglie italiana: sì all'espulsione









