cronacheancona.it, 4 settembre 2019
Una task force per prevenire episodi di autolesionismo e suicidi nei penitenziari di Montacuto e Barcaglione. Il direttore dell'Area vasta 2, Giovanni Guidi e la direttrice degli Istituti penitenziari di Ancona, Manuela Ceresani, hanno siglato il protocollo "Piano Locale condotte suicidarie Istituti Penitenziari di Ancona", sintesi del lavoro multi-disciplinare e inter-istituzionale che vede la collaborazione tra il personale sanitario e quello operante nelle carceri.
Sulla scorta delle esperienze positive degli anni precedenti (gestiti con il protocollo del 2014) che hanno ridotto fortemente gli episodi di autolesionismo - con un solo suicidio tra il 2014 ed il 2018 -, sono stati introdotti alcuni nuovi elementi previsti dalle indicazioni nazionali e regionali.
Tra queste, il nuovo protocollo prevede la presenza di referenti locali, uno sanitario ed uno della polizia penitenziaria per coordinare i vari livelli di interventi multidisciplinari, a partire dallo screening nel momento dell'ingresso in carcere, fino al colloquio con il funzionario giuridico pedagogico, passando per il triage medico infermieristico e la valutazione psichiatrica. Il detenuto viene collocato in una fascia di rischio su una scala da 0 a 3 in funzione della quale scattano protocolli via via più intensivi di sorveglianza
La cabina di regia è costituita dal gruppo di valutazione multidisciplinare, composto dagli operatori dell'Av 2, dall'amministrazione penitenziaria e dal dipartimento di Giustizia minorile e comunità. Presenti alla stipula del protocollo anche il direttore generale e quello sanitario dell'Asur, Alessandro Marini e Nadia Storti, ed il garante dei diritti Andrea Nobili.
internapoli.it, 4 settembre 2019
Mancano quattro giorni per completare la raccolta di fondi per comprare seicento ventilatori per il carcere di Poggioreale e mancano ancora più di cinquemila euro. Per questo il deputato Paolo Siani, che a giugno ha visitato l'istituto di pena con l'onorevole Michela Rostan, la consigliera regionale Bruna Fiola e il garante dei detenuti Samiele Ciambriello, dalla sua pagina Facebook rilancia l'iniziativa.
"Ultimi giorni per l'acquisto dei ventilatori per il carcere di Poggioreale a Napoli - scrive l'onorevole - Ne sono stati già acquistati e consegnati 100 per il padiglione sanitario. Se vi va di aiutarmi in questa "piccola impresa" in internet trovate tutte le indicazioni".
Il link da cliccare è: http://https//www.derev.com/aria-pulita-per-il-carcere-di-poggioreale. "Vi chiediamo un aiuto per dare aria pulita e ossigeno - si legge sulla pagina. Si tratta di dare un po' di aria pulita, fresca, ricca di ossigeno a chi ha sbagliato e sta pagando. Si tratta di riempire di ossigeno i polmoni, il cervello, il cuore. Donare ossigeno che possa penetrare nella pelle e rigenerare tutti i tessuti. A Poggioreale le condizioni di detenzione sono durissime e i detenuti non possono di certo uscire come persone migliori in queste condizioni.
A chi ha sbagliato è giusto togliere la libertà, non la dignità, altrimenti falliremo nell'obiettivo di recuperare e rieducare il più possibile e togliere, così, criminali dalla strada. Aiutateci a regalare un ventilatore per ogni cella! Ne servono 600 e ogni ventilatore costa 13 euro. Facciamolo in fretta, fa caldo e in quelle celle non si respira, non arriva ossigeno.
di Stefania Ulivi
Corriere della Sera, 4 settembre 2019
Il regista al Lido con un documentario realizzato con detenuti-attori: "Non mi illudo, ma bisogna cambiare la situazione carceraria". Alla Mostra del cinema con un film (fuori concorso) che racconta il potere rigenerativo del teatro. Si intitola 45 seconds of laughter(45 secondi di risa) il documentario che Tim Robbins ha presentato ieri al Lido. Cronaca di sei mesi, un lavoro appassionato iniziato con la sua sua compagnia, The Actors' Gang all'interno dell'istituto di pena statale di Calipatria in California. Arlecchino e Pulcinella e altre maschere della commedia dell'arte offerte ai detenuti come armi per liberare le proprie emozioni.
Sessantuno anni, i capelli ormai candidi, così orgoglioso di essere nonno al punto da scriverlo nelle note biografiche, Robbins è legatissimo alla sua esperienza con la Actors' Gang. "Non ha scopo di lucro, facciamo teatro per le comunità. È la mia casa, il luogo di confronto e continuo arricchimento, dove impari a lasciare l'ego fuori dalla porta. Siamo venuti anche in Italia in tournée - con 1984 di Orwell - lo abbiamo portato a Spoleto. E a Milano ho recitato davanti a Dario Fo che è uno degli autori che mi ha ispirato". Fu Morte accidentale di un anarchico, ricorda spesso, a spingerlo verso il palcoscenico.
Con i colleghi della compagnia, fin dall'inizio, tiene seminari nelle scuole. Dopo aver girato Le ali della libertà e Dead Man Walking, arrivò l'idea di entrare nelle carceri. Gli Usa, ricorda l'attore e regista, detengono il poco onorevole record di Paese con il più alto numero di reclusi del mondo. "Con gli studenti abbiamo avuto esperienze notevoli: ragazzi chiusi in loro stessi, frustrati e pieni di rabbia che lasciavano emergere le emozioni. E lo stesso è accaduto con i carcerati, con The Actors Gang Prison Project". Grazie alle maschere, non è un paradosso, è più facile mostrarsi. Al di là delle differenze sociali, di etnia, del carattere.
"Abbiamo chiesto di poter entrare in contatto con le realtà carcerarie più dure e difficili, che ogni classe fosse interrazziale e che le bande rivali si incontrassero nella stessa stanza: abbiamo scoperto cose sorprendenti e di grande umanità, un'esperienza che ha segnato tutti noi. Se si vuole cambiare qualcosa bisogna cambiare anche la situazione carceraria. È importante aiutare le persone a ritornare nella vita sociale, una volta usciti dal carcere. Io non ho mai avuto un atteggiamento giudicante verso i detenuti, questo ha aiutato".
È un tipo testardo Robbins ("Sono cresciuto con genitori che mi hanno reso consapevole del mondo. Penso gli artisti abbiano l'obbligo di dire la verità") ma non si fa illusioni: questo tipo di lavoro non è una terapia e non basta a risolvere i problemi del mondo.
Ma può fare la differenza. I detenuti che hanno partecipato all'esperienza hanno ricevuto l'89% in meno di provvedimenti disciplinari legati a episodi violenti, e il 77% una volta fuori ha trovato un lavoro. "È difficile cambiare le cose a livello macro, ma puoi lasciare un segno lavorando sui micro-livelli. Esperienze così ti danno speranza per il futuro. Vedi cambiare le persone". E scene che ti aprono il cuore: "Come la madre di un detenuto viene da te e ti dice: "Grazie, rivedo mio figlio".
targatocn.it, 4 settembre 2019
Lo spettacolo "Scusate l'attesa", prodotto da Voci Erranti, andrà in scena dal 26 al 29 settembre. Con prenotazioni aperte fino al 14 settembre. È questo il momento dell'anno in cui riprendono gli impegni dopo le vacanze e ritorna il tradizionale appuntamento con il nuovo spettacolo che i detenuti del carcere di Saluzzo preparano per i tanti nuovi ed affezionati spettatori. È questa un'esperienza particolare perché assistere ad uno spettacolo in carcere è, sicuramente, un incontro con l'arte ma non può essere disgiunto dal coinvolgimento emotivo dell'entrare in una Casa di Reclusione.
È un incontro con quella umanità a cui, solitamente, non pensiamo o che, solitamente, immaginiamo in termini cinematografici. Eppure fa parte della nostra società, il detenuto è cittadino e il carcere, oltre alla storia sociale e politica, partecipa anche all'economia di un territorio. La realtà del Teatro in Carcere di Voci Erranti è riconosciuta, a livello nazionale, come una delle realtà più interessanti ed innovative, unica nella possibilità di replicare gli spettacoli sia in teatri esterni che per gli studenti nell'ambito del Progetto Educare alla Legalità.
Premiata a Roma, nel dicembre 2018, dall'Associazione Nazionale Critici Teatrali è sempre presente in contesti di Festival e Convegni come testimone di una buona pratica artistica in campo sociale. Questi risultati sono il frutto di un lavoro serio e rigoroso costruito negli anni con tutto il personale coinvolto, dal Magistrato di Sorveglianza del Tribunale di Cuneo, al Direttore, agli Educatori e tutto il personale di Polizia Penitenziaria.
"Scusate l'attesa" - È il titolo della nuova produzione che Voci Erranti porta in scena con un gruppo di venti detenuti, partecipanti al Laboratorio Teatrale tenuto da Grazia Isoardi e Marco Mucaria. È una riflessione sul tempo, un tempo che fuori passa troppo veloce e dentro è congelato, eterno. La vera condanna del recluso è questa sospensione temporale, un'attesa vuota come in una sala d'aspetto di una stazione senza luogo e senza tempo dove nessun treno passerà. Diceva Qolet, nell'Antico Testamento, e lo ha ripreso Ivano Fossati che c'è un tempo per tutto eppure quello dell'attesa lo viviamo con ansia e frustrazione, dimenticando che l'attesa è una condizione in cui il tempo trattiene il fiato per ricordarci chi siamo.
E non possiamo liberarci facilmente dell'ambiguità della vita con il suo alternarsi di presenza-assenza, "non più-non ancora". Forse la musica è riuscita a rendere nel modo più concreto questo dualismo anche se i suoi ritmi seguono uno schema più definito rispetto alle vicissitudini della vita. E allora balliamoci sopra perché, tutti, siamo dentro a questo ballo. Lo spettacolo andrà in scena dal 26 al 29 settembre, ore 15 e ore 17. Sono aperte le prenotazioni fino a sabato 14 settembre scrivendo a
estense.com, 4 settembre 2019
Presenti 373 detenuti. Progressi nell'opera rieducativa ma ci sono difficoltà logistiche ed economiche. Nella giornata di martedì una delegazione del Direttivo e dell'Osservatorio Carcere della Camera Penale Ferrarese, composta dagli avvocati Pasquale Longobucco, Alessandro Misiani, Irene Costantino, Mattia Romani, Carlo Alberto Papotti, Alessandra Palma, Nicola Sganzerla e Lucrezia Vaccari, ha fatto visita alla casa circondariale di via Arginone.
Attualmente presso la struttura sono presenti 373 detenuti (nella maggior parte dei casi collocati in celle a due letti) rispetto ad una capienza regolamentare di 244 e una capienza tollerabile di 464, di cui circa il 35% di stranieri. Il numero dei detenuti risulta in progressivo e costante aumento, secondo un trend di crescita che caratterizza tutto il territorio nazionale e che testimonia, ancora una volta, la natura sistemica del fenomeno del sovraffollamento carcerario.
Pur con tutte le problematiche connesse, da un lato al numero dei detenuti e, dall'altro al numero del personale di polizia penitenziaria (ad oggi inferiore di poco più di venti unità rispetto alla pianta organica) si è potuto constatare - come già, invero, avvenuto anche nel corso dell'ultima visita, risalente allo scorso anno - che, nel corso degli ultimi anni, sono stati effettuati indubbi progressi nell'opera rieducativa-trattamentale, grazie al costante impegno degli uffici direttivi della struttura.
I detenuti, infatti, hanno la possibilità di accedere a diverse attività formative e lavorative tra le quali, in particolare, la scuola (è attivo il percorso di studi dell'istituto alberghiero), il recupero dei Raee, la coltivazione di orti e il laboratorio di bricolage. Deve, tuttavia, rilevarsi che il numero dei detenuti coinvolti in queste attività, ad oggi, risulta ancora troppo limitato a causa soprattutto di difficoltà logistiche ed economiche.
"Un'efficace opera rieducativa, però, non può assolutamente prescindere dallo svolgimento costante e generalizzato di attività di studio e di lavoro il cui reperimento non può essere lasciato agli sforzi del singolo istituto, ma necessita di interventi strutturali e centrali - spiega il direttivo e l'osservatorio della Camera Penale Ferrarese. Proficue e, sicuramente da proseguire e incrementare, appaiono anche le iniziative di collaborazione con associazioni del territorio e, in generale, con realtà esterne all'istituto" chiosa la delegazione, "ringraziando gli organi direttivi della casa circondariale per l'occasione e per il confronto costruttivo che, nel corso delle nostre visite, è sempre stato garantito".
di Teresa Valiani
redattoresociale.it, 4 settembre 2019
Evento speciale della Mostra del Cinema, il docu-film di Fabio Cavalli sarà proiettato giovedì. Il regista: "Occorreva dare tridimensionalità alla Costituzione attraverso i punti di vista dei suoi custodi e interpreti. E fare altrettanto con quel 'sistema della pena' tanto evocato, vilipeso e, fondamentalmente, sconosciuto".
Approda al Festival del Cinema di Venezia, come evento speciale di questa 76ma edizione, "Viaggio in Italia, la Corte costituzionale nelle carceri", il docu-film di Fabio Cavalli prodotto da Rai Cinema e Clipper media. La pellicola racconta un incontro che non ha precedenti nella storia del nostro Paese, quello "tra due mondi apparentemente agli antipodi e diversamente 'chiusi' - sottolinea una nota della Consulta - e si ispira all'omonima iniziativa avviata dalla Corte costituzionale nel 2018" quando sette giudici intrapresero un viaggio all'interno delle carceri italiane incontrando i detenuti di altrettanti istituti.
"Pensando alla realizzazione di un docu-film che racconti l'incontro fra i giudici della Corte costituzionale e le carceri italiane - racconta il regista Fabio Cavalli - mi è tornato in mente il 'Viaggio in Italia' di Guido Piovene: un reportage prima radiofonico per la Rai, poi in volume, sul finire degli anni '50. L'Italia è molto cambiata. Ma c'è una cosa che tiene insieme le generazioni: la Carta Costituzionale. Poco se ne parla, eppure è la legge fondamentale che dà forma alla nazione ed incide sulla vita di ciascuno di noi. Anche sulla vita dei cittadini detenuti. Per questo docu-film ho provato ad assumere il punto di vista di Piovene: andare a scoprire davvero quello che si crede illusoriamente di conoscere. Aprire lo sguardo sugli aspetti della realtà che non stanno in luce, coperti dal bagliore dei rilievi. Trovare l'ombra nel tuttotondo".
La proiezione è prevista per giovedì 5 settembre alle 17.00 nella Sala storica dell'Hotel Excelsior del Lido di Venezia e sarà introdotta dalla presentazione del presidente della Biennale, Paolo Baratta. All'evento saranno presenti, insieme al regista, la vice presidente della Corte costituzionale, Marta Cartabia, e i giudici costituzionali Francesco Viganò e Luca Antonini.
"Storie di viaggi e incontri. Uomini, donne, persone uniche e comuni: i giudici, i carcerati, il personale penitenziario - prosegue Cavalli raccontando il suo film -. Storie di luoghi inaspettati: le carceri, il loro habitat architettonico e il loro contesto antropologico. E storie di paesaggi visivamente potenti, il loro spirito profondo, quello che il tempo disegna, incidendo anche lo spirito del popolo che li abita".
"Ho potuto usare qualsiasi mezzo di ripresa - sottolinea il regista - per disegnare i rilievi del nostro Paese, dal punto di vista delle sue valli più oscure: coi droni abbiamo sorvolato il maestoso Palazzo della Consulta e i cieli sopra le carceri. Genova-Marassi, Napoli-Nisida, Lecce, Terni, Milano San Vittore, Firenze-Sollicciano, Rebibbia. E poi dai cieli siamo scesi giù, nel profondo delle celle e nei loro sotterranei.
Occorreva dare tridimensionalità alla Costituzione della Repubblica Italiana, attraverso i punti di vista dei suoi custodi ed interpreti: i giudici. E fare altrettanto con quel 'sistema della pena' tanto evocato, vilipeso o invocato, e, fondamentalmente, sconosciuto. Da una parte gli uomini e le donne dell'Istituzione, dall'altra gli uomini, le donne e i ragazzini minorenni che l'Istituzione l'hanno violata. Il loro incontro getta un po' di luce fra le ombre.
Un incontro per me emozionante, un'avventura fra storie umane incredibili, dolorose, paradossali, umanissime. Un film sugli sguardi dei giudici e dei detenuti. Fra il prima e il dopo l'incontro c'è una differenza ben visibile negli sguardi. La stessa differenza che spero di leggere negli sguardi degli spettatori all'uscita dalla proiezione".
di Gioele Urso
torinotoday.it, 4 settembre 2019
Arrivano da 40 carceri in tutta Italia. Si chiama Freedhome e il suo motto è "creativi dentro". Stiamo parlando del negozio gestito Cooperativa Sociale Extraliberi che in centro a Torino vende esclusivamente prodotti realizzati in carcere e da detenuti. "Da undici anni la nostra cooperativa opera nel carcere di Torino. A ottobre saranno tre anni che saremo stabiliti in questi locali, impegnati a gestire questo posto arricchendolo di esperienze diverse e creando con la cittadinanza un corridoio di dialogo tra il carcere, che spesso rimane ai bordi delle nostre città, e il resto della società" - racconta Eloisa Spinazzola della Cooperativa Sociale Extraliberi.
Dentro il negozietto di via Milano 2/C ci sono prodotti di ogni genere che arrivano da 50 realtà sparse in 40 carceri italiane. Si va dalle specialità realizzate con le mandorle, tipiche della Sicilia, alle magliette stampate dentro la casa circondariale Lorusso e Cutugno di Torino, ma anche borse e un vino speciale prodotto ad Alba, l'unico ricavato da una vigna che si trova anch'essa all'interno del carcere.
"I detenuti che in Italia si occupano di lavorare per imprese e cooperative, che li formano e li stipendiano per fare quello che poi per loro diventa un lavoro, sono circa un migliaio. Quando un detenuto lavora durante la pena, la sua possibilità di tornare a delinquere diminuisce e passa da un 70-80% di possibilità di tornare a delinquere a un 10-20%" - continua Eloisa Spinazzola specificando che le percentuali sono stimate. "Quello che si nota è che le persone quando lavorano e possono attuare un percorso di crescita personale ed economica, il loro futuro migliora come migliora il futuro della società intera perché avere un ex detenuto che si ricrea una vita rende anche tutte le nostre città più sicure".
di Francesca Mannocchi
L'Espresso, 4 settembre 2019
La vera questione è assorbire bene chi arriva. E qui la politica scappa. Parla l'alto commissario Unhcr Filippo Grandi: "Aiutarli a casa loro? Se avessero una casa loro, non scapperebbero e non si chiamerebbero rifugiati".
Nominato dall'Assemblea generale delle Nazioni Unite per un mandato di cinque anni nel 2016, Filippo Grandi è l'italiano che ha raggiunto la più alta carica diplomatica nelle Nazioni Unite. Il lavoro dell'Unhcr - 15 mila persone in 128 paesi - fornisce assistenza e protezione a 70 milioni di rifugiati, rimpatriati, sfollati interni e apolidi.
Nato a Milano 62 anni fa, dopo una laurea in Storia e Filosofia Filippo Grandi si dedica alle persone in fuga da guerre e epidemie da trent'anni, dagli inizi con la cooperazione internazionale fino all'incarico attuale, nel momento di più grande crisi umanitaria dopo la Seconda guerra mondiale.
Partiamo dai numeri. Esiste un'invasione in Europa? Possiamo parlare di crisi umanitaria europea?
"Certo che no, soprattutto non possiamo parlare di invasione. L'altro giorno studiavo i numeri degli arrivi via mare di quest'anno in Italia: sono meno di 4 mila. Tanto per avere una cifra di riferimento l'aeroporto di Fiumicino gestisce 43 milioni di passeggeri l'anno. Le due cifre sono slegate naturalmente, ma ci forniscono un ordine di comparazione generale. Siamo arrivati a un punto incredibile in cui i disgraziati che arrivano sono pochissimi eppure generano un dibattito sproporzionato. Detto questo, sono presenti in Italia centinaia di migliaia di persone arrivate nel passato, che vanno gestite - e ci sono enormi lacune nell'assorbimento dell'integrazione. Dunque non c'è un'emergenza in Europa: parlerei piuttosto di una questione sociale che va affrontata con urgenza, altrimenti tutto si confonde nell'immaginario collettivo in una propaganda politica mirata al consenso".
L'urgenza quindi è soprattutto nel ripensare le modalità di accoglienza?
"Nel dibattito non si parla mai di come migliorare l'integrazione nel tessuto sociale, nei servizi, nel lavoro e così via. Ho provato, nel ruolo che ricopro, a fare campagna in questa direzione. Confesso, non molto utile, perché nessuno ascolta. Finiamola con la polemica inutile sull'invasione e chiediamo ai politici proposte concrete sulla gestione del fenomeno migratorio. Gestirlo vuol dire riformare l'asilo, la distribuzione di chi arriva, accelerare le procedure, effettuare i rimpatri di chi non hanno diritto all'asilo. Un dibattito serio e lucido che non si fa perché si perde tempo intorno alla retorica insana che ingigantisce un fenomeno chiamandolo "invasione" quando non lo è e annebbia il dibattito sui problemi reali che vanno gestiti e che nessuno affronta".
Quali sono i mezzi per contrastare la narrativa sovranista, il razzismo in cui è sprofondato il racconto dello straniero - chiunque esso sia - che bussa alla nostra porta? Come si risponde alla retorica del "non possiamo accoglierli tutti"?
"Innanzitutto con una risposta morale e valoriale: prima di parlare di accoglienza dobbiamo ribadire che chiunque arrivi da noi ha diritto al rispetto e alla dignità. Questo non è né negoziabile né discutibile. Mi riferisco alla questione dei salvataggi in mare: in mare si salvano tutte le persone in pericolo perché esiste un obbligo legale e un obbligo morale. Solo poi passiamo a discutere di accoglienza. È necessario ribadire all'opinione pubblica che per i rifugiati che fuggono da guerre, persecuzioni e discriminazioni gli Stati hanno obblighi giuridici precisi, definiti da griglie legali altrettanto precise. Migliorabili certo ma solide. Per chi non ricade sotto il mandato dell'Alto Commissariato per i Rifugiati, posso solo dire che il trattamento dignitoso è una precondizione essenziale. Ci sono forme di protezione umanitaria temporanee, persone che potrebbero non essere considerate "rifugiati" ma avere motivi umanitari che li hanno spinti alla fuga per cui è meglio che non tornino a casa. E per altri ci sono altre formule, incluso - certo - il rimpatrio".
Qual è la vostra posizione sui rimpatri?
"Credo sia importante fare un discorso strutturato sui rimpatri delle persone non riconosciute bisognose di protezione umanitaria internazionale. Non vi è un obbligo a dar loro una residenza temporanea o permanente nei paesi in cui lo richiedono e quindi ci sono formule per cui tornino a casa ma è fondamentale che questo avvenga in modo rispettoso, umano e dignitoso. Mi lasci dire che non mi sembra ci siano, almeno in Italia, modalità efficaci. Nonostante tutta la retorica dei ritorni si è fatto poco, i rimpatri sono sette-otto mila l'anno".
Cosa è cambiato in Europa in questi anni? Penso all'immagine di Alan Kurdi, il bambino siriano il cui corpo fu trovato sulla spiaggia di Bodrum in Turchia il 2 settembre 2015 che tanto scosse le coscienze. O al naufragio del 3 Ottobre 2013 che animò l'operazione Mare Nostrum. Oggi viviamo nell'Europa dei confini. Nell'Italia dei decreti sicurezza che puniscono il soccorso in mare. Cosa ha provocato secondo lei questo cambiamento?
"Si è identificata la questione migratoria con i falsi e tendenziosi temi dell'invasione, della sostituzione etnica e altre idiozie di questo tenore. Menzogne che hanno creato un consenso formidabile. Chi ha abbracciato questa propaganda ha effettivamente ottenuto consenso politico, virando la bussola di meccanismi di salvataggio e accoglienza che funzionavano verso le derive che viviamo oggi. L'altra questione problematica io credo sia legata alle lacune vistose nella gestione degli arrivi, dell'accoglienza e dell'integrazione. Ritengo ci sia stata negligenza, trascuratezza nell'affrontare il ripensamento di alcuni capitoli di intervento, che non si sia voluta o saputa vedere con chiarezza l'entità dei problemi che stavano sorgendo.Questa inadeguatezza si è declinata in molti Paesi in maniera diversa. Penso al modello di integrazione svedese, uno dei più efficienti, che ha mostrato le sue debolezze. Anche in quei paesi - Svezia, Norvegia - abbiamo assistito a qualche restrizione legislativa, come risposta a un anno cruciale come il 2015. Dovremmo però essere in grado di dire: il nostro modello è imperfetto, va rivisto, va aggiornato. Questo è un discorso razionale. Diverso è rincorrere la grammatica dell'invasione al grido di "blocchiamo porti e confini"".
E il classico "aiutiamoli a casa loro"...
"Mi faccia dire innanzitutto che "aiutiamoli a casa loro" per l'Agenzia per i rifugiati è una frase che fa amaramente sorridere. I rifugiati non sono mai a casa loro, altrimenti non sarebbero rifugiati".
Citava il 2015, un anno spartiacque. L'Europa si accorge della crisi siriana perché un milione di persone bussa alle nostre porte. Perché nel dibattito pubblico si è parlato di paura e emergenza, ma non si è spiegato a sufficienza che quell'esodo è stato provocato anche da una drastica diminuzione degli aiuti e di un conseguente peggioramento delle condizioni di vita dei rifugiati che hanno scelto di lasciare le zone in cui vivevano alla volta dell'Europa?
"Per un motivo semplice: la politica del consenso sulla retorica dell'invasione non sopporta la complessità dell'argomento. Il 2015 è fondamentale da analizzare, perché il movimento dei siriani verso l'Europa dalla Siria sia dai paesi limitrofi, specie Turchia e Libano - è stato generato da una combinazione di fattori. Primo: i siriani, ovunque fossero, sentivano che non c'era più speranza in quel conflitto - e non avevano torto perché siamo nel 2019 e la guerra non si è risolta. Secondo: gli aiuti umanitari nei paesi di accoglienza stavano calando rapidamente in settori fondamentali, cioè l'istruzione per i bambini, l'accesso ai servizi, al mercato del lavoro locale. I due aspetti sono legati. Le persone si sono dette: la guerra non finirà, non torneremo a casa quindi siamo destinati all'esilio, i nostri figli non andranno più a scuola, non avranno mai una educazione".
Torniamo ai numeri. Il Libano, ad esempio che ospita più di un milione di siriani su una popolazione complessiva di 4 milioni di persone. O più in generale, l'85% dei 70 milioni di rifugiati nel mondo sono ospitati in paesi che a loro volta hanno bisogno di aiuto. Il dibattito però è esasperato dalla grammatica dell'emergenza e mai delle soluzioni a lungo termine.
"Il fenomeno migratorio - nel suo senso più largo, legato ai cambiamenti economici, climatici, alla gestione dei rifugiati - è di una complessità straordinaria che ha radici precisamente nelle zone da cui se ne vanno. Guerra, povertà estrema, cambiamenti climatici emergenziali, epidemie. Sono ragioni che richiedono interventi costosi e di lungo termine, strategicamente molto complicati, perciò rifuggiti dai politici che cavalcano scadenze elettorali. Dovrebbero spiegare che è necessario investire in maggiori aiuti, interventi duraturi e di ampio respiro, gli interventi strutturali costano di più. Sono temi né popolari né semplici. Quindi si danno spiegazioni semplicistiche, si disumanizza e alla fine rimaniamo con i problemi irrisolti e l'animo più ruvido".
Quale lezione dovremmo trarre dal 2015, anno della crisi balcanica, del ritorno dei confini e dei muri in Europa?
"Innanzitutto che nessun conflitto è lontano. Penso ad esempio al Venezuela. Oggi non possiamo dire che esistano guerre lontane dai paesi ricchi. Dobbiamo sforzarci per ridiventare capaci di risolvere queste crisi internazionalmente. Guardo a Biarritz, al G7, mi chiedo se le grandi potenze discutano per risolvere conflitti. A me non sembra che ci sia uno sforzo delle grandi potenze per ripristinare insieme questa capacità di risolvere i conflitti. Il secondo tema sono gli aiuti".
E questo è un tema cruciale. Disponete delle risorse di cui avete bisogno?
"Rispondo con un esempio. Io sono diventato Alto Commissario nel 2016. Il 4 febbraio di quell'anno ero a Londra per una conferenza storica di supporto per la Siria, il messaggio era chiaro: servono aiuti, non ci possono essere soluzioni durature se le crisi perdurano e gli aiuti non bastano. Il modello umanitario da solo non basta e genera flussi secondari. Gli attori politici presenti riconobbero con forza la necessità di cambiare il modello allo sviluppo nelle grandi crisi dei rifugiati. Abbiamo costruito un intero patto globale: il Global compact sui rifugiati è costruito su quelle basi. Però bisogna capire che quei discorsi noiosi, difficili da spiegare agli elettori, che non sono al centro del dibattito pubblico sono le sole risposte a crisi internazionali complesse".
Con l'approvazione del Global compact sui rifugiati l'approccio sul conferimento delle risorse è dunque cambiato?
"L'Unhcr muove ogni anno 4 miliardi di dollari. Dalla dichiarazione di New York (che ha dato il via all'iter per i due patti, Global compact per rifugiati e migranti, ndr) sono stati mobilitati sei miliardi e mezzo di dollari di nuove risorse destinati agli Stati che ospitano i rifugiati, grazie ai nuovi strumenti finanziari della Banca Mondiale che affrontano le crisi con orizzonte di lungo termine. Bisogna calmare il dibattito politico se vogliamo realmente agire con fatti concreti, depoliticizzare il tema migratorio per risolvere i problemi".
Le semplificazioni del dibattito corrispondono alle semplificazioni delle azioni politiche. Si è monetizzata la chiusura dei confini. L'Europa ha investito miliardi per i campi in Turchia e l'addestramento e i mezzi alla guardia costiera libica. Qual è il suo giudizio a qualche anno da questi accordi?
"Non ho una risposta semplice. Noi non siamo l'Alto commissariato per l'Europa, siamo l'Alto commissariato globale, e quindi abbiamo il dovere di aiutare qualsiasi paese che si trovi ad affrontare una crisi di rifugiati. Unhcr lavora in Turchia (che ospita 4 milioni di rifugiati) e in Sudan (che ospita un milione di persone) e in altri paesi che hanno destato perplessità sul rispetto dei diritti umani. Per noi è dunque fondamentale che l'Europa ci sostenga nell'aiutare quei paesi a gestire i flussi, nei sistemi di asilo e inclusione sociale. E per i rifugiati che si fermano in quei paesi è vitale l'azione economica europea. Quello che diciamo all'Europa, e all'Australia e agli Stati Uniti, è che questo tipo di aiuti non può essere sostitutivo dell'accoglienza nei paesi ricchi. Anche se rinforziamo i sistemi di accoglienza nei paesi di transito le persone non smetteranno di arrivare nei paesi ricchi. La porta, dunque, deve rimanere aperta. Rinforzare una porta non significa chiuderne un'altra".
In Libia vale la stessa valutazione?
"No, la Libia è un caso a parte. Questo discorso non si può applicare perché lì non possiamo rinforzare i sistemi di asilo perché è un paese in guerra, in una guerra complicata e crudele e imprevedibile".
Ha fatto bene l'Europa a investire sulla Guardia costiera in Libia?
"Se il sostegno alla Guardia costiera fosse stato una parte di un investimento generale atto a rinforzare le strutture del Paese e gestire i flussi sarebbe stata una cosa positiva. Purtroppo invece quell'investimento economico è rimasto isolato. Cioè si è investito nella Guardia costiera senza investire altrove, perciò il risultato netto è negativo. Oggi tutte le persone intercettate dalla Guardia costiera libica - cioè il 70 per cento di chi prova a partire - finiscono nei centri di detenzione, quindi in un sistema di abuso. La verità è che se non si risolve il conflitto, se non si trova unità di azione almeno in Europa, ogni decisione sarà vanificata dalle competizioni e dagli interessi incrociati".
di Bruno Forte
Corriere della Sera, 4 settembre 2019
Nella visione cristiana, ma anche in quella laica, la concezione dell'orizzonte ideale del Paese è agli antipodi delle logiche sovraniste. "Molto spesso, negli interventi pubblici sin qui pronunciati, ho evocato la formula di un nuovo umanesimo: non ho mai pensato fosse lo slogan di un governo, ma l'orizzonte ideale del Paese".
Così si è espresso Giuseppe Conte dopo aver ricevuto l'incarico di formare il nuovo governo dal Capo dello Stato. Per comprendere che cosa Conte intenda dire, bisogna tener conto di due fattori: da una parte la sua formazione, legata tra l'altro al mondo spirituale e culturale di quella Villa Nazareth dove - col sostegno e l'ispirazione di figure come il cardinale Achille Silvestrini, morto a fine agosto - è stata data a tanti giovani universitari la possibilità di prepararsi a offrire un serio contributo etico e professionale al futuro del Paese; dall'altra, occorre considerare il dibattito sul concetto stesso di "nuovo umanesimo", cui ha dedicato un interessante lavoro Michele Ciliberto (Il nuovo Umanesimo, Laterza, Bari 2017) e di cui si occupa anche il recente saggio di Massimo Cacciari, intitolato "La mente inquieta" (col sottotitolo Saggio sull'Umanesimo, Einaudi, Torino 2019). Per semplificare, si potrebbe parlare delle due anime del concetto di nuovo umanesimo: quella di ispirazione cristiana e quella "laica", che non rinnega in alcun modo legami con la prima.
Nella visione cristiana l'idea è fondata sulla centralità dell'uomo "immagine di Dio" e sulla conseguente dignità inalienabile della persona umana, libera e responsabile. È l'idea che è stata al centro anche del Convegno della Chiesa italiana, tenuto a Firenze nel 2015. In quell'occasione, papa Francesco ebbe a dire: "Gesù è il nostro umanesimo... Il volto di Gesù è simile a quello di tanti nostri fratelli umiliati, resi schiavi, svuotati. Dio ha assunto il loro volto. E quel volto ci guarda". Partendo da questo fondamento evangelico, il Papa aggiunse: "Non voglio qui disegnare in astratto un nuovo umanesimo, una certa idea dell'uomo, ma presentare con semplicità alcuni tratti dell'umanesimo cristiano che è quello dei "sentimenti di Cristo Gesù" (Fil 2,5). Essi non sono astratte sensazioni provvisorie dell'animo, ma rappresentano la calda forza interiore che ci rende capaci di vivere e di prendere decisioni".
Nell'elencare questi sentimenti, Francesco delineava uno stile di Chiesa, eloquente per tutta la società: "L'ossessione di preservare la propria gloria, la propria dignità, la propria influenza non deve far parte dei nostri sentimenti. Dobbiamo perseguire la gloria di Dio, e questa non coincide con la nostra... Dobbiamo cercare la felicità di chi ci sta accanto. L'umanità del cristiano è sempre in uscita. Non è narcisistica, autoreferenziale. Quando il nostro cuore è ricco ed è tanto soddisfatto di se stesso, allora non ha più posto per Dio. Evitiamo di rinchiuderci nelle strutture che ci danno una falsa protezione, nelle norme che ci trasformano in giudici implacabili, nelle abitudini in cui ci sentiamo tranquilli".
Il compito che ne risulta è quello di vivere la solidarietà e la condivisione come indifferibile urgenza: "Gesù parla della felicità che sperimentiamo solo quando siamo poveri nello spirito. Per i grandi santi la beatitudine ha a che fare con umiliazione e povertà. Ma anche nella parte più umile della nostra gente c'è molto di questa beatitudine: è quella di chi conosce la ricchezza della solidarietà, del condividere anche il poco che si possiede; la ricchezza del sacrificio quotidiano di un lavoro, a volte duro e mal pagato, ma svolto per amore verso le persone care; e anche quella delle proprie miserie, che tuttavia, vissute con fiducia nella provvidenza e nella misericordia di Dio Padre, alimentano una grandezza umile".
Una tale concezione del nuovo umanesimo è agli antipodi delle logiche sovraniste, fondate sull'affermazione del primato assoluto dell'identità e sulla valutazione dei bisogni altrui a partire esclusivamente dalla difesa dei propri interessi. Se questo è il genere di nuovo umanesimo cui Conte intende ispirarsi, sarà necessario che il suo governo riveda posizioni quali quelle espresse dal ministro Salvini nei confronti della questione migratoria.
Se i morti degli ultimi mesi nel Mediterraneo si contano a centinaia, non è possibile barricarsi in posizioni difensive verso chi viene a bussare alle nostre porte, in fuga da fame e morte o anche solo alla ricerca di un futuro migliore. Occorre rivedere norme e trattati internazionali e coinvolgere decisamente l'Unione Europea in politiche di accoglienza e di ridistribuzione dei rifugiati e degli immigrati, che siano rispettose della loro dignità di esseri umani. Diversamente, parlare di nuovo umanesimo resterebbe retorica facile.
Anche a partire da una visione "laica" l'idea di nuovo umanesimo evidenzia urgenze morali e politiche indifferibili: come mostra Ciliberto, "l'Umanesimo è tornato attuale perché si è riaperto, in maniera drammatica e in forme del tutto nuove, il problema della condizione umana". In un mondo "che si divide in forme sempre più feroci, nel quale le differenze di religione o di razza generano conflitti sanguinosi", l'umanesimo testimonia il valore della tolleranza, che non è solo passiva accettazione, ma positivo riconoscimento della dignità dell'altro.
Da par suo, Cacciari, presentando l'umanesimo come "età di crisi, età assiale, in cui il pensiero si fa cosciente della fine di un Ordine e del compito di definirne un altro", rende avvertiti che parlare di nuovo umanesimo significa essere coscienti del cambiamento d'epoca in cui ci troviamo e della conseguente esigenza di cercare soluzioni ai problemi non di semplice difesa e conservazione, ma di largo respiro e di responsabile condivisione.
È quanto l'espressione più volte usata chiede ora al presidente Conte di mettere in atto, con decisione e coraggio. È quanto non possiamo non augurargli di fare per il bene del Paese e il suo futuro, nel contesto di un'Europa solidale e coesa a partire dalle radici ispirative, radicate nel cristianesimo, delle idee dei suoi grandi Padri fondatori.
di Gad Lerner
La Repubblica, 4 settembre 2019
Da almeno un ventennio i nostri governanti, di qualunque colore politico, hanno avuto in comune il medesimo convincimento: l'immigrazione è una bomba che si può disinnescare solo riuscendo, a tamponare il suo flusso.
Ci si poteva dividere sul trattamento da riservare a chi ha varcato i nostri confini - integrazione o discriminazione? - ma non sull'assoluta priorità di limitare nuovi arrivi. Questa ci è stata inculcata come regola inesorabile della realpolitik, già da ben prima che Salvini utilizzasse il palcoscenico del Viminale per dare spettacolo con la sua "cattiveria necessaria".
Anche in precedenza la domanda inquietante che nei talk show doveva tappare la bocca ai cosiddetti buonisti è sempre stata: "Ma allora secondo te l'Italia dovrebbe accoglierli tutti?". Una domanda di apparente buon senso, adoperata per eludere la questione spinosa e impopolare che invece s'imporrebbe a chiunque abbia responsabilità di governo: come può essere regolamentata una migrazione economica in cui i fattori climatici e le catastrofi ambientali si legano inestricabilmente alle guerre? Davvero è ancora possibile distinguere chi scappa da una persecuzione da chi scappa dalla siccità?
Capisco bene che i partiti protagonisti delle trattative per la formazione del nuovo governo non avessero il tempo di elaborare una risposta all'altezza. Lunedì scorso, nelle stesse ore in cui s'incontravano a Palazzo Chigi, la cronaca gli scaraventava addosso il caos normativo esasperato dai decreti propagandistici del primo governo Conte. Duecentosessanta migranti approdavano in Sicilia a bordo di cinque imbarcazioni: i 104 della Eleonore forzando il blocco; i 31 della Mare Jonio autorizzati dopo un'assurda attesa; altri 29 grazie al salvataggio della nostra Marina militare; e inoltre due barconi sfuggiti al respingimento. Sono numeri limitati, tutt'altro che allarmanti, ma riassumono un groviglio morale e giuridico di fronte al quale la politica si agita inconcludente.
Rivelatosi fallimentare il cinico progetto di ricattare l'Unione Europea tenendo in ostaggio nel mare qualche centinaio di sventurati, spetterà al nuovo governo elaborare forme di pressione più efficaci (e dignitose) per vincere l'egoismo dei nostri partner comunitari. Non sarebbe la prima volta. Per anni i governi italiani hanno praticato la ricollocazione dei migranti nell'Ue con metodo non dichiarabile ma efficacissimo. La polizia non gli prendeva le impronte digitali e li lasciava transitare verso gli altri Stati.
Così, eludendo i regolamenti di Dublino, abbiamo smaltito la grande ondata di profughi dell'estate 2015. Umanitari e pragmatici, li abbiamo salvati e rifocillati e mandati via. È un escamotage, come tale non replicabile, d'accordo. Ma se vogliamo superare il vincolo per cui chi arriva in Italia non può uscirne più, forse è il caso di prendere in considerazione la proposta di Valerio Onida, ex presidente della Corte Costituzionale: far sbarcare i migranti nell'ambito di un regime giuridico esplicitamente derogatorio rispetto agli accordi di Dublino, in nome e per conto e a spese dell'Unione Europea. Sarebbe una forzatura positiva, ben diversa dal metodo Salvini, rivolta a smuovere la nuova Commissione presieduta da Ursula von der Leyen.
Questo per l'emergenza, determinatasi in seguito al monopolio che i governi europei hanno regalato agli scafisti. Come? Rendendo quasi impossibile un'emigrazione legale dall'Africa. Rimane con ciò inevasa la necessità di soluzioni organiche di lungo periodo. Un governo di legislatura ha il dovere di cimentarvisi. Ieri, per la prima volta, al punto 15 del programma divulgato dal M5S compare la parola "integrazione".
Vedremo se significa qualcosa, per esempio in materia di cittadinanza per ius culturae. Ma è soprattutto il segretario del Pd, Nicola Zingaretti, ad avere assunto propositi impegnativi di riforma legislativa sull'immigrazione. All'Assemblea nazionale del 13 luglio scorso aveva proposto l'abrogazione della Bossi-Fini, "sostituita da un nuovo testo unico sull'immigrazione e il diritto d'asilo" che preveda "canali d'ingresso regolari". Certo Zingaretti non immaginava che il suo partito sarebbe tornato al governo poche settimane dopo. Lo aspettiamo alla prova dei fatti: disinnescare la bomba immigrazione richiede coraggio e lungimiranza.









