di Giuliano Foschini
La Repubblica, 17 luglio 2019
"Non vogliamo carità o accoglienza. Siamo braccianti, siamo lavoratori. Noi pretendiamo soltanto i nostri diritti". Davanti al santo nero, al santo dell'accoglienza, quello arrivato dal mare e che unisce cristiani e ortodossi, grandi e bambini, visto che l'altro nome di San Nicola è Santa Klaus, i nuovi schiavi d'Italia hanno chiesto ieri mattina di essere chiamati e protetti per quello che sono: braccianti.
Lo hanno fatto occupando in maniera simbolica la basilica di San Nicola di Bari, chiedendo al Vescovo, monsignor Francesco Cacucci, di farsi mediatore con il presidente della Regione, Michele Emiliano. In Puglia, e in particolare nel foggiano, sta accadendo qualcosa di molto particolare.
Da qualche settimana - su mandato esplicito del ministro dell'Interno, Matteo Salvini - è in corso, infatti, lo sgombero di Borgo Mezzanone, uno dei più grandi ghetti d'Italia abitato, come in questo periodo, da quasi quattromila persone. Le ruspe stanno abbattendo le baracche e i braccianti vengono trasportati in centri di accoglienza. La maggior parte di loro si sta però spostando altrove, creando così altri micro ghetti.
"Ancora più male delle ruspe", ha spiegato ieri però Aboubakar Soumahoro, il segretario dell'Usb che ha guidato la protesta di San Nicola, "fa l'indifferenza: quella della Regione Puglia che non rispetta gli accordi presi. Quella del governo gialloverde che cerca di trasformare una questione sociale in una di pubblica sicurezza".
I lavoratori chiedono infatti risposte sull'emergenza abitativa. "E non centri di accoglienza che servono soltanto a ingrossare il business di qualcuno. Il made in Italy - continua Soumahoro - ha il nostro sudore e spesso il nostro sangue. Siamo noi a raccogliere i prodotti di questa terra, non chiediamo carità ma diritti per tutti e tutte a prescindere dalla nazionalità e dal colore della pelle".
Il vescovo, monsignor Francesco Cacucci, si è impegnato a portare avanti una mediazione con il governatore Michele Emiliano. Ma intanto i segnali attorno non sono buoni. Ieri nel foggiano due ragazzi di 33 e 25 anni, uno originario del Senegal l'altro della Guinea Bissau, sono stati colpiti da un'automobile in corsa con dei sassi. Hanno ferite guaribili in 5 e in sette giorni. Erano in bici. E stavano andando al lavoro.
di Erica Dellapasqua
Corriere della Sera, 17 luglio 2019
Circolare ai prefetti: operazione nel rispetto dei diritti. Il ruolo dei sindaci. Il Matteo Salvini accelera sul censimento dei nomadi chiedendo una "ricognizione urgente" di tutti i campi, abusivi e autorizzati, in tempi strettissimi: "due settimane".
La circolare, recapitata ieri a tutte le prefetture, punta esplicitamente alla "predisposizione di un piano sgomberi" che - certamente - farà discutere. Soprattutto nelle città, come Roma, in cui la presenza dei rom è numericamente importante. Salvini aveva annunciato un'iniziativa imminente, promesso una razionalizzazione e una chiusura dei campi nomadi esistenti.
Cosa che il ministro dell'Interno ha sempre considerato una necessità. Ora vuole chiarire, nella circolare, che le operazioni avverranno "nel rispetto dei diritti della persona" e "delle normative nazionali e internazionali". E che superata questa fase del censimento si avvierà "una piattaforma di discussione in ambito locale per l'approfondimento delle singole situazioni e la massima sensibilizzazione dei sindaci", in modo da arrivare "al progressivo sgombero delle aree abusivamente occupate".
L'obiettivo è chiarissimo. Così come le posizioni di chi, ieri mattina, appresa la notizia di questa ricognizione, l'ha duramente contestata. Come l'Associazione 21 luglio, tra le più attive anche nella Capitale nella difesa dei diritti delle popolazioni rom, che ha diffuso dati per comprendere la portata dell'operazione richiesta da Salvini.
Stando all'ultimo report dell'associazione sarebbero circa 25 mila i rom e sinti che vivono "in condizione di segregazione abitativa" (lo 0,04 per cento della popolazione italiana). Il sessanta per cento dei nomadi censiti - pari appunto a circa 25 mila persone - vivrebbe in 127 "insediamenti formali", cioè nelle baraccopoli cosiddette istituzionali presenti in settantaquattro Comuni italiani, distribuite su tutto il territorio, ma comunque concentrate nelle grandi città. E almeno il quarantaquattro per cento dei rom e i sinti presenti in queste baraccopoli istituzionali avrebbe la cittadinanza italiana.
Tutti gli altri (una forbice compresa tra le 8.600 e le 10.600 unità) vivrebbero in "insediamenti informali", improvvisati, di fortuna, in molti casi già oggetto di sgomberi. Il rischio, per l'Associazione, è che si sposti solamente il problema e che si ricreino le condizioni per un'emergenza "che già nel 2011 venne dichiarata illegittima dal Consiglio di Stato".
Anche perché nel 2018, così come l'anno precedente, è stato notato un sensibile aumento delle baraccopoli informali - presenti in diciassette regioni - dovuto principalmente al "declassamento" di insediamenti in passato riconosciuti come istituzionali: è il caso Scampia e Giugliano, nel Napoletano.
Per l'Associazione 21 Luglio si tratta di una politica discriminatoria, "visto che non interessa, ad esempio, insediamenti abitati da persone non riconducibili ad altre etnie". Contro il provvedimento interviene anche il deputato radicale Riccardo Magi, di +Europa, che ribadisce "il carattere discriminatorio di una circolare che rappresenta la riproposizione di soluzioni che produrranno sperpero di soldi".
Mentre dal territorio arriva l'approvazione di Alessandro Morelli, capogruppo della Lega a Palazzo Marino: "Censimento necessario a Milano: chiederemo di partire da via Martirano, dove siamo stati aggrediti, perché abbiamo documentato che il villaggio "migliore d'Europa" è in realtà una latrina".
di Roberto Giardina
Italia Oggi, 17 luglio 2019
A dodici anni si è già responsabili? Lo chiede il sindacato di polizia in Nord Renania Westfalia. "Quando i ragazzini compiono un reato, anche grave, non ci resta che riconsegnarli alle famiglie", protestano gli agenti, "i genitori continuano a non preoccuparsi. I figli tornano in strada, a rubare, picchiare, sicuri di essere al di sopra delle leggi. Che dobbiamo fare?".
Abbassare l'età punibile, si chiede da più parti. Venerdì 5 luglio, alle 22, a Mülheim an der Ruhr, 171 mila abitanti, tra Essen e Duisburg, un gruppo di ragazzi, due di dodici anni, tre quattordicenni, hanno aggredito, derubato e violentato una diciottenne. La vittima è finita in ospedale, solo il leader della banda è in cella: Georgi S. già l'anno scorso abusò di una quattordicenne, all'epoca aveva 13 anni e venne subito rilasciato. Pochi giorni dopo tornò a molestare la ragazza, e fu obbligato a seguire una terapia. Agli altri, tutti vicini di casa, è stato solo vietato di tornare a scuola, dove già andavano di rado.
E lunedì sono cominciare le vacanze. Torneranno in classe il primo settembre? I quattordicenni potrebbero essere condannati per le violenze, rischiano una pena molto ridotta, i dodicenni sono ancora bambini, non sono ritenuti responsabili. Potrebbero essere espulsi con le famiglie, tutte provenienti dalla Bulgaria, giunte nella Ruhr nel 2013, ma la procedura tra appelli e ricorsi potrebbe durare anni.
E l'espulsione non è sicura: uno dei padri si è procurato subito un contratto di lavoro, uno dei quattordicenni risulta affidato a parenti che vivono in un'altra città della Ruhr, le famiglie degli altri tre stanno raccogliendo prove per dimostrare di potersi mantenere senza aiuti sociali.
"La legge consente l'espulsione", dichiara l'ex deputato europeo Elmar Brok, 49 anni, cristianodemocratico, "i cittadini provenienti da paesi della Comunità europea hanno libera circolazione, ma possono risiedere in un altro paese fi no a tre mesi, se non lavorano e non hanno un reddito. Non possiamo farci carico di famiglie numerose che emigrano da noi, non si curano dei fi gli, e non cercano un'occupazione, vivendo con i sussidi. E a comportarsi così non sono solo i Sinti o i Rom. Anche i cittadini comuni devono rispettare la legge".
Probabilmente sono Sinti o Rom, ma le autorità non rivelano l'etnia dei responsabili di reati, e anche in questo caso all'inizio si era creduto che i ragazzi fossero tedeschi. I genitori non sono penalmente responsabili per i reati dei fi gli minorenni. Potrebbero essere tenuti a risarcire i danni alla vittima, ma in questo caso non hanno alcun reddito, sono mantenuti dall'assistenza sociale. Ma a Mühleim hanno anche rifiutato l'assistenza psicologica offerta ai fi gli: "Sono bambini, ci pensiamo noi. Sono tutti bravi ragazzi".
La ministra federale della Giustizia, Christine Lambrecht, socialdemocratica, ha dichiarato di non essere favorevole a modifi care la legge sulla responsabilità dei minorenni. In Olanda, dove era stata abbassata l'età a 12 anni, si vuole tornare al limite di 14: i ragazzi, sostengono i sociologi, sotto quell'età non si rendono realmente conto della gravità dei loro atti. Solo in Renania Westfalia nei primi nove mesi del 2018 sono finiti in cella undici ragazzi tra i 14 e i 18 anni (di cui solo nove ragazze).
Una cinquantina hanno compiuto violenze sessuali. Fino ai 25 anni il codice prevede pene più lievi per i colpevoli. Una ventina d'anni fa la Germania si divise sul "caso Mehmet", che in realtà si chiamava Muhlis Ari. A Monaco, prima dei quattordici anni, il ragazzo turco, alto oltre un metro e 80, aveva compiuto una sessantina di aggressioni, sfigurando tra l'altro un passante per derubarlo.
Il giorno del suo compleanno, poliziotti in borghese lo seguirono per ore, e all'ennesima violenza lo arrestarono. Fu decisa l'espulsione anche dei genitori che non lo avevano controllato, ma alla fi ne in Turchia tornò il solo Mehmet, che parlava male turco, e che fu rifiutato dai parenti ad Ankara. Il ragazzo implorò le autorità tedesche di farlo tornare, il permesso gli fu accordato, ma a Monaco aggredì e picchiò i genitori.
Ancora condannato, riuscì a fuggire in Turchia. Nel 2013 scrisse la sua biografi a Mi chiamavano Mehmet, sperando sempre nel perdono, infine è stato condannato ad Ankara per rapina a undici anni. Una storia triste, ma si tentò di tutto per recuperare Muhlis, sempre straniero in Turchia o in Germania.
di Chiara Cruciati
Il Manifesto, 17 luglio 2019
Nassar Taqatqa, 31 anni, trovato senza vita nel carcere israeliano di Nitzan a un mese dall'arresto. L'Anp: "Ora inchiesta internazionale". Le associazioni dei detenuti denunciano le pessime condizioni nelle prigioni e le torture sistematiche. Il villaggio di Beit Fajjar, poco a sud di Betlemme, è senza parole. La famiglia di Nassar Majed Taqatqa non si dà pace: a meno di un mese dall'arresto il giovane palestinese, 31 anni, tornerà a casa in una bara. È successo ieri, nella prigione israeliana di Nitzan, ad al-Ramleh: Nassar è stato trovato senza vita.
Era stato arrestato lo scorso 19 giugno, per la prima volta nella sua vita, dopo un raid dell'esercito israeliano nella casa di famiglia a Beit Fajjar, case in pietra bianca intervallate dai terrazzamenti agricoli, poco più di 11mila anime. Per lo più operai nelle vicine cave di pietra, come Nassar, in una comunità che una volta viveva di agricoltura ma che ha perso terre a favore delle vicine colonie di Efrat e Kfar Etzion e del muro di separazione.
I motivi dell'arresto sono oscuri, nessuna accusa era stata ufficialmente mossa e, secondo quanto ci spiegano dall'associazione per i prigionieri Addameer, era ancora nella "fase interrogatorio". Nassar era stato portato al centro di detenzione di Jalameh, noto per i lunghi e violenti interrogatori a cui sono sottoposti i prigionieri palestinesi, che una volta liberi hanno spesso denunciato abusi fisici e psicologici.
Due settimane dopo, a inizio luglio, era stato trasferito a Nitzan dove, aggiunge il Palestinian Prisoners Center for Studies (Ppcs), è stato messo in isolamento. Proprio oggi era prevista l'udienza in una corte militare (i palestinesi dei Territori sono sottoposti a legge militare e non civile) che avrebbe o meno allungato la detenzione.
Fino alla morte, ieri: "Siamo sotto choc - ha raccontato il cugino Mohammed ad al-Jazeera - Non abbiamo ancora ricevuto il corpo per l'autopsia". Di certo, dice la famiglia, Taqatqa era in buona salute, non soffriva di alcuna malattia.
Ne è convinto anche il Comitato per gli affari dei prigionieri (una volta ministero dell'Autorità nazionale palestinese), che accusa Israele del decesso: "Non accettiamo la versione israeliana sulla sua morte - ha detto Qadri Abu Bakr, a capo del Comitato, in riferimento all'ipotesi dell'infarto circolata ieri sui media israeliani - Chiediamo che l'autopsia sia condotta il prima possibile per determinare con esattezza la causa della morte".
Che Abu Bakr imputa a negligenza medica o alle conseguenze di torture. Non sarebbe un caso isolato, dicono le associazioni per i prigionieri: dal 1967, anno d'inizio dell'occupazione militare israeliana di Cisgiordania, Gaza e Gerusalemme est, 220 prigionieri palestinesi sono morti in un carcere israeliano per torture, fuoco aperto dalle guardie e, in 60 casi, per assenza o carenza di cure mediche.
"La prigione di Nitzan è tra le peggiori in Israele - spiega una ricercatrice del Ppcs, Amina al-Taweel - È famosa per le orribili condizioni di detenzione e la crudeltà delle guardie. Durante la detenzione Taqatqa non era autorizzato a ricevere visite dall'avvocato o dalla famiglia, non comunicava con nessuno". Secondo i media israeliani, Taqatqa - che viene descritto come "un terrorista di Hamas" che avrebbe condotto o pianificato (non è chiaro) un attacco contro "la sicurezza dello Stato di Israele" - era stato visitato alcuni giorni fa all'ospedale di Afula e al momento del decesso si trovava nella sezione malattie mentali della prigione. Secondo quelli palestinesi, invece, era detenuto in una cella sporca e umida e durante i lunghi interrogatori era legato mani e piedi.
E mentre nelle strade di Ramallah e Gaza sono partiti subito presidi di protesta, reagiscono i prigionieri politici palestinesi che, dice il Palestinian Prisoners Society, sono pronti a manifestare nelle loro celle, a partire dalla forma di protesta più pesante, lo sciopero della fame. E reagisce anche l'Anp che, tramite il ministero degli esteri, chiede un'inchiesta internazionale sulla morte di Nassar, definita "un crimine razzista".
A oggi sono 5.250 i prigionieri politici palestinesi nelle carceri di Israele, di cui 205 minorenni, 44 donne, 480 in detenzione amministrativa (senza accuse né processo) e 7 parlamentari del Consiglio legislativo. Nei primi sei mesi dell'anno sono stati arrestati 2,759 palestinesi: tra loro 446 bambini e 76 donne.
"Negli ultimi cinque decenni organizzazioni internazionali per i diritti umani hanno documentato le sistematiche e vaste violazioni israeliane della Quarta convenzione di Ginevra e dei diritti dei prigionieri palestinesi - commenta Hanan Ashrawi, storico membro dell'Olp - compreso l'uso di torture e abusi fisici e psicologici. I prigionieri palestinesi sono vittima di una macchina coloniale e razzista designata a mantenere l'oppressione del popolo palestinese attraverso l'incarcerazione di massa".
di Bernardo Parrella
Il Manifesto, 17 luglio 2019
L'estate americana sta portando buoni frutti per la regolamentazione della cannabis. L'Illinois è diventato l'undicesimo Stato dell'Unione a legalizzare l'uso ricreativo per adulti, e il primo ad avviare un mercato regolato per via legislativa anziché tramite referendum popolare. Importante il sostegno degli esponenti repubblicani, tra cui il deputato David Welter: "Il proibizionismo non funziona, è ora di stabilire un mercato legale e sicuro nel nostro Stato". Come per analoghe normative locali, è stato legalizzato il possesso per i maggiori di 21 anni fino a un'oncia (28 grammi), mentre chi ha precedenti condanne detentive solo per cannabis potrà ottenerne la cancellazione.
In attesa dei dettagli operativi, una volta a regime le entrate fiscali potrebbero raggiungere i 500 milioni di dollari annui. Il Parlamento dello Stato di New York ha invece approvato l'ulteriore ampliamento dei termini della depenalizzazione in vigore da anni: semplici multe di 50-200 dollari per il possesso fino a due once (quasi 57 grammi) e cancellazione automatica di passate condanne dovute soltanto alla marijuana. Sfumata all'ultimo momento l'attesa legalizzazione, come è avvenuto nello scorso marzo in New Mexico: decisione che in entrambi i casi sembra soltanto rimandata alla prossima sessione legislativa. Questi progressi statali trovano immediato corrispettivo a livello federale.
Due gli emendamenti in calce al bilancio 2020 approvati alla Camera, ora in discussione al Senato: il Ministero della Giustizia non potrà interferire sulle normative relative alla cannabis già approvate a livello statale e territoriale, compresa quindi la legalizzazione ricreativa per i maggiorenni; e lo storno di 5 milioni di dollari dal bilancio annuale della Drug Enforcement Administration, da utilizzare in programmi di assistenza per chi è dipendente dagli oppiacei senza prevederne l'arresto o il carcere.
Sempre alla Camera, nei giorni scorsi la sottocommissione su crimine, terrorismo e sicurezza nazionale ha svolto un'audizione per analizzare l'impatto delle attuali norme nazionali comunque repressive nei confronti di chi fa uso di marijuana. È la prima volta che l'assise di Washington prende di petto la questione, confermando l'urgenza di avviare il percorso legislativo per una riforma complessiva capace di integrare al meglio le indicazioni dei legislatori locali e la volontà dei cittadini, oltre a offrire garanzie per una giustizia sociale riparatrice. Non a caso la relatrice democratica Karen Bass ha subito sottolineato come lo scorso anno, su un totale di 660.000 arresti per marijuana, circa 600.000 siano stati motivati dal semplice possesso per uso personale. E dal 1971, quando Nixon lanciò la cosiddetta "war on drugs", a parità di reati gli arresti per droga di afro-americani hanno superato di 3,73 volte quelli dei bianchi. Un divario in netta diminuzione (il doppio) in Colorado, primo Stato Usa a regolamentare la cannabis ricreativa fin dal capodanno 2014.
Da quella scelta deriva che le entrate per la relativa tassazione oggi coprono circa il 3% del budget statale annuale di 30 miliardi di dollari, mentre non aumenta il numero di giovani che fanno uso di cannabis e diminuiscono del 20% le infrazioni alla legge da parte di adolescenti. Tendenza quest'ultima confermata da un recente studio coordinato dai ricercatori di quattro università statunitensi: nei dispensari autorizzati si richiede la prova dell'età e decade quel "fascino del proibito" ancora diffuso tra i più giovani, determinando una diminuzione di circa il 10% del consumo degli adolescenti. Pur con gli aggiustamenti del caso, l'esperimento del Colorado e le iniziative politico-legislative in corso offrono mille buone ragioni per insistere sulla strada della regolamentazione.
di Chiara Daina
Il Fatto Quotidiano, 16 luglio 2019
"Hanno un disturbo antisociale di personalità che però non va confuso con una malattia e non va curato con i farmaci", spiega Enrico Zanalda, direttore del Dipartimento di salute mentale dell'Asl Torino 3 e presidente della Società italiana di psichiatria (Sip). "Di solito hanno un uso problematico di sostanze e per procurarsi droga o alcol appena possono scappano dalla comunità".
di Giorgio Frasca Polara
ytali.com, 16 luglio 2019
Un caso portato all'attenzione della Corte europea di Strasburgo propone in primo piano la vergogna tutta italiana della detenzione a vita. "La dignità umana viene prima, sempre", affermano i giudici internazionali.
La Repubblica, 16 luglio 2019
Il Magistrato di Sorveglianza chiede al carcere degli interventi. Un detenuto elenca tutte le migliorie necessarie alla vita in carcere (anche il rispetto del divieto di fumo). E le ottiene. Dagli interruttori nelle celle, dove la luce è accesa 24 ore su 24, all'accesso al lavoro dentro al carcere, da regolamentare secondo la legge, al rispetto del divieto di fumo, spesso violato.
Se la qualità della vita nell'istituto penitenziario di Bologna sarà migliore, almeno un po', per tutti i detenuti, lo si deve a un ergastolano che con pazienza ha messo in fila una serie di punti per dire cosa non funziona e a un giudice che l'ha preso sul serio, verificando le segnalazioni e chiedendo alla direzione di intervenire, dove le norme lo consentono.
Il detenuto è Andrea Rossi, commercialista bolognese all'ergastolo per l'omicidio di Vitalina Balani, del 2006. Nei giorni scorsi il suo reclamo, presentato dall'avvocato Gabriele Bordoni, è stato in parte accolto dal magistrato di Sorveglianza Susanna Napolitano, che ha indicato al carcere alcuni adempimenti. Questione su cui si chiede di intervenire "con particolare urgenza", è l'accesso al lavoro interno per chi frequenta il polo universitario.
Da accertamenti è risultato infatti che a Bologna la commissione per stilare le graduatorie non è formata dai componenti previsti dalla legge e non si riunisce da ottobre. Inoltre, per assegnare il lavoro, non si terrebbe attualmente in dovuta considerazione il carico familiare (Rossi ha sei figli).
Oltre al tema del lavoro, definito dal giudice nell'ordinanza "di centrale importanza e rilevanza", è stato accolto anche il punto sulla corrente elettrica: mancano gli interruttori e le luci sono accese giorno e notte, segnala il detenuto, in cella e in bagno. Il giudice prende atto che la direzione ha avviato lavori in alcune sezioni per installare interruttori, ma osserva anche che, in conformità alle disposizioni Cedu, si deve superare l'idea di un sistema elettrico centralizzato azionabile solo da una persona esterna alle celle e quindi si deve intervenire.
Rossi ha anche fatto presente che gli è stata negata la consultazione di documenti dalla propria cartella personale. Il giudice, pur ammettendo che la direzione può decidere di negare al detenuto la visione di alcuni atti, chiarisce che questi devono essere indicati e il diniego deve essere motivato.
Infine, il divieto di fumo, che secondo il detenuto non viene rispettato. A riguardo, l'ordinanza del magistrato di Sorveglianza è chiara: l'amministrazione penitenziaria deve adoperarsi al massimo per garantire il rispetto del divieto nei locali comuni, con vigilanza e sanzioni ai trasgressori.
Ma se non tutti i 16 punti sollevati da Rossi sono accoglibili, su alcuni, come ad esempio la richiesta di poter telefonare anche di domenica e nei festivi, come, fa notare il detenuto, avviene nel carcere di Ferrara, l'ordinanza sottolinea l'opportunità di direttive univoche negli istituti penitenziari dell'Emilia-Romagna.
vivicentro.it, 16 luglio 2019
Il Garante dei detenuti: "Ogni morte è un insulto alla Costituzione". Nel pomeriggio di ieri, G. P., 59 anni di Capodrise (Ce), si è impiccato nella sua cella del carcere di Napoli-Secondigliano. Era detenuto nel reparto Ionio, alta sicurezza del carcere napoletano, dove stava scontando una condanna in primo grado a 20 anni per spaccio internazionale di droga ed associazione a delinquere.
È il quinto suicidio in un carcere in Campania dall'inizio dell'anno. Il Garante dei Detenuti della Campania, Samuele Ciambriello, ha denunciato la carenza di personale adatto a occuparsi della salute mentale dei reclusi negli istituti detentivi della regione: "Ogni carcere,anche Secondigliano, ha avuto approvato e validato dall'Osservatorio regionale della sanità il Protocollo di prevenzione del rischio suicidario in istituto.
Ma mancano le figure sociali di psicologi ed educatori: 95 educatori per 15 Istituti penitenziari (7832 detenuti), 32 psicologi e 16 psichiatri, per complessive 1428 ore mensili. In media ogni mese queste figure sociali dedicano ad ogni detenuto 10/11 minuti. E adesso gli psicologi devono stare anche nei consigli di disciplina." spiega il Garante. "Non si può morire in carcere e di carcere. Ogni morte violenta è un offesa alla vita, al buon senso, alla Costituzione ed un invito, un desiderio di saperne di più sulla vita detentiva, ma anche il coraggio di dubitare delle proprie credenze in merito al carcere."
di Giovanni M. Jacobazzi
Il Dubbio, 16 luglio 2019
La proposta di Bonafede rompe un tabù ventennale. Un colpo a freddo. Soprattutto inaspettato. L'ipotesi di introdurre i test psicologici ai fini della valutazione di professionalità dei magistrati ha letteralmente annichilito le toghe italiane.
La norma è contenuta nel ddl sulla riforma dell'Ordinamento giudiziario presentato la scorsa settimana dal ministro della Giustizia, il pentastellato Alfonso Bonafede. In particolare, all'articolo 27, "Riforma del sistema di funzionamento del consiglio giudiziario, delle valutazioni di professionalità e della progressione economica dei magistrati", è previsto, al comma d, che "il Consiglio superiore della magistratura, allo scopo di valutare il parametro dell'equilibrio del magistrato in funzione delle valutazioni di professionalità, possa tener conto, unitamente gli altri elementi conoscitivi acquisiti, del parere di uno psicologo di comprovata professionalità, appositamente nominato, assicurando all'interessato adeguate garanzie". Una svolta che rompe un tabù di anni e che, appunto, ha lasciato senza parole le toghe. L'unica reazione degna di nota è, infatti, affidata ieri ad un corsivo del quotidiano La Repubblica.
L'argomento, come detto, non è certamente nuovo. Prima della sortita di Bonafede, era stato qualche mese fa il ministro della Pubblica Amministrazione, Giulia Bongiorno, ad intervenire al riguardo. "Urge riformare il tradizionale metodo di selezione", aveva dichiarato a marzo la ministra preferita da Matteo Salvini, intervenendo alla Scuola di formazione politica della Lega. "I magistrati - aveva aggiunto - sono troppo legati ad un sapere nozionistico, spesso lontano dalle concrete complessità della carriera in magistratura: i test psicologici dovrebbero essere funzionali a verificare la stabilità emotiva, l'empatia ed il senso di responsabilità, caratteristiche imprescindibili della professione".
Nel settembre 2003, in un'intervista alla rivista inglese The Spectator, Silvio Berlusconi definì i magistrati "mentalmente disturbati" e il suo Guardasigilli, il leghista Roberto Castelli subito ipotizzò di introdurre i test. Al solo pensiero di introdurli venne però, a differenza di questa volta, giù il mondo. La reazione è sempre stata di chiusura. In una intervista di qualche mese fa a questo quotidiano, Edoardo Cilenti, toga di Magistratura indipendente e già segretario generale dell'Anm durante le presidenza di Eugenio Albamonte, aveva manifestato la totale contrarietà ai test psicologici "perché introducono il rischio di una omologazione secondo un modello precostituito di tipo soggettivo, con presunti esperti valutatori che potrebbero entrare finanche nel merito delle attitudini".
E, senza scomodare Silvio Berlusconi, aveva ricordato che il primo a volere i test psicologici per i magistrati era stato Licio Gelli. Previsti per moltissime categorie lavorative, dalle forze di polizia ai piloti d'aereo, i test psicoattitudinali sono visti dai magistrati come "un'offesa" e non come il riconoscimento della delicatezza del ruolo svolto, per il quale empatia e stabilità mentale sono di basilare importanza. Attualmente quello più diffuso è il Minnesota Multiphasic Personality Inventory, o più semplicemente "Minnesota", il quanto la prima pubblicazione di questo test avvenne proprio presso l'Ospedale dell'Università del Minnesota. In questi anni è stato costantemente affinato. È un test che consente di individuare non solo paranoia, ipocondria, depressione, schizofrenia, ma anche se il soggetto in questione è potenzialmente portato allo sviluppo di dipendenze da sostanze stupefacenti o alcoliche. Il test è affiancato da colloqui con da psicologi o medici con specializzazione in psichiatria. E in Europa? Va detto che l'attenzione all'equilibrio psicologico di chi amministra la giustizia è molto forte.
In Francia, Paese spesso portato a modello, sono andati oltre la semplice somministrazioni di test psicoattitudinali e di colloqui con lo psicologo. Le prove d'esame per l'aspirante magistrato, che in Italia si limitano a delle verifiche scritte ed orali, prevedono lo svolgimento di un caso pratico in cui è prevista la partecipazione dello psicologo.
Quest'ultimo analizza le reazioni da parte del candidato, valutando in particolar modo come reagisce alle situazioni di stress a cui viene sottoposto dagli esaminatori. Altre simulazioni vengono poi organizzate dalla locale Scuola superiore della magistratura e sono oggetto di valutazione. Non solo la Francia, ma anche i Paesi bassi hanno sistemi di selezioni analoghi. In Germania, addirittura, le valutazioni psicologiche sono periodiche ed entrano nella progressione di carriera degli operatori del comparto giustizia.
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