askanews.it, 3 settembre 2019
Grazie a progetto "La mia Libertà-Note in carcere". A settembre torna la musica in carcere con Dolcenera ed Enrico Ruggeri, ultimi due appuntamenti della prima edizione del progetto "La mia Libertà-Note in carcere", promosso dal vicepresidente del Consiglio regionale del Lazio, Giuseppe Cangemi, in collaborazione con l'Agenzia Joe&Joe.
Dopo le performance di luglio, negli istituti penitenziari di Rebibbia femminile, Regina Coeli e casa circondariale di Velletri, mercoledì 4 settembre alle 17, Dolcenera si esibirà per i detenuti di Rebibbia Nuovo Complesso; lunedì 9 settembre, alle 17, sarà la volta di Enrico Ruggeri sul palco della Casa circondariale di Civitavecchia, chiudendo la rassegna che ha visto protagonisti anche Paolo Vallesi, Marcello Cirillo e Mario Zamma.
"L'idea di Franco Califano di portare la musica in carcere, cui si ispira il progetto La mia Libertà, si è rivelata una intensa esperienza di partecipazione e condivisione - afferma Cangemi - i detenuti hanno accolto gli artisti con entusiasmo e lavoreremo per riproporre l'iniziativa, coinvolgendo anche altre strutture penitenziarie".
di Marco Galvani
Il Giorno, 3 settembre 2019
"Lavoriamo sempre nell'emergenza, ma il vero problema è l'alto numero di stranieri". Donato Capece, segretario generale del Sappe, va dritto al punto: "È una popolazione che non riusciamo a governare. Hanno abitudini e atteggiamenti diversi dagli altri e noi non siamo preparati. In molti casi non c'è possibilità di comunicazione".
Degli oltre 3.600 detenuti stranieri richiusi nelle carceri lombarde, 947 sono marocchini, 504 albanesi, 315 romeni, 260 tunisini, 178 egiziani e 116 nigeriani. "Bisognerebbe avere il coraggio e la forza di fare in modo che possano scontare la pena nei loro Paesi d'origine - continua il sindacalista. Senza contare i detenuti stranieri che, pur avendo meno di un anno da scontare, non possono usufruire di pene alternative perché senza fissa dimora.
Risolvere questi temi permetterebbe anche un notevole risparmio visto che ogni detenuto ci costa 170 euro al giorno". Restano in cella. Con "la mancanza di mediatori culturali che aggrava l'incapacità del sistema carcerario di gestire la popolazione detenuta straniera".
Sulla carenza di mediatori culturali la Lombardia vanta un altro primato, se per effetto delle norme a livello nazionale risultava il rapporto di un mediatore ogni 62 detenuti, in Lombardia il rapporto è di uno ogni 73 carcerati.
di Marco Galvani
Il Giorno, 3 settembre 2019
Diciotto carceri. Una capienza regolamentare stabilita per decreto dal ministero della Giustizia di 6.199 detenuti ma una popolazione effettiva costantemente superiore. L'ultimo censimento ufficiale ha contato 8.472 reclusi (1.306 già condannati ma non in via definitiva e 1.098 ancora in attesa del primo grado di giudizio). Quasi la metà (3.651) sono stranieri.
Confermando la Lombardia come la regione d'Italia con il maggior numero di detenuti davanti alla Campania (7.606), al Lazio (6.483) e alla Sicilia (6.396). In un clima altamente esplosivo. Che ormai quasi quotidianamente consegna alle cronache aggressioni, gesti di autolesionismo e risse. Che, spesso, nascono da scontri fra etnie e di religione.
"Si lavora in una polveriera", denuncia Donato Capece, segretario generale del Sappe (Sindacato autonomo di polizia penitenziaria). I numeri, a livello nazionale, non mentono: nei primi sei mesi del 2019 sono stati messi a referto 5.205 atti di autolesionismo, 683 tentati suicidi, 4.389 colluttazioni, 569 ferimenti, 2 tentati omicidi. I decessi per cause naturali sono stati 49 e i suicidi 22. Mentre le evasioni sono state 5 da istituto, 23 da permessi premio, 6 da lavoro all'esterno, 10 da semilibertà, 18 da licenze concesse a internati.
"La cosa grave è che questi numeri si sono concretizzati proprio quando sempre più carceri hanno introdotto la vigilanza dinamica e il regime penitenziario aperto - sottolinea Capece. Il 95% dei detenuti sta fuori dalle celle tra le 8 e le 10 ore al giorno ma non tutti sono impegnati in attività lavorative. E il risultato sono episodi come l'aggressione avvenuta sabato nel carcere modello di Bollate". Una rissa tra quattro detenuti romeni ubriachi. Sì, ubriachi. In cella possono avere un quarto di vino al giorno, per lo più per cucinare. Ma molti non lo usano e se lo passano. E in assenza, fanno macerare per giorni la frutta e ne tirano fuori alcol.
"Se ci fossero più agenti potremmo aumentare i controlli - continua Alfonso Greco, segretario regionale del Sappe. In Lombardia siamo 4.500, ne servirebbero altri 1.400 (4mila la carenza a livello nazionale). E quelli in servizio non sono tutti operativi nelle sezioni detentive perché occorre tamponare i posti scoperti anche negli uffici".
Di fatto, soltanto un terzo garantisce il servizio 24 ore su 24 a contatto con i detenuti: "Personale costretto anche a 10 ore di servizio continuato, con un sovraccarico di stress estremamente pericoloso". Il fatto è che "ormai il carcere è diventato un contenitore in cui rinchiudere tutti - sbotta Capece - e lo Stato sembra aver dimenticato il rispetto verso la polizia penitenziaria". Altrimenti "investirebbe di più in tecnologia e in personale".
di Andrea Magagnoli
Il Sole 24 Ore, 3 settembre 2019
Corte di Cassazione - Sezione III - Sentenza 2 luglio 2019 n. 28570. La corte di cassazione con la sentenza n. 28570 depositata il 2 luglio 2019 pone il principio di diritto per il quale nel caso di rumori prodotti dagli avventori al di fuori del locale ad esserne responsabile sia il gestore del locale.
Il caso di specie, trae origine dalla condanna del tribunale di Firenze per il reato di disturbo alla quiete pubblica previsto dall'articolo 659 del codice penale, la condanna era stata emessa nei confronti del titolare di un esercizio d' intrattenimento al cui esterno si trovavano numerosi avventori che disturbavano la quiete pubblica con le loro condotte rumorose e moleste.
I giudici di merito infatti avevano ritenuto che di tali condotte fosse responsabile il gestore dell' esercizio d' intrattenimento pubblico, sulla base della considerazione che ai sensi della normativa vigente esiste in capo al titolare dell' esercizio un preciso obbligo di controllo, circa la presenze nelle immediate adiacenze dei locali dell' impresa.
Avverso la condanna ricorreva il gestore del locale con apposito atto del difensore, eccependo il difetto dei presupposti richiesti dalla normativa per la condanna.
Deduceva in particolare il legale la mancanza di un effettivo disturbo alla quiete pubblica che impediva la concreta configurabilità del reato, e che anche se questo potesse essere rilevato ad ogni modo nulla gli poteva essere contestato. Proseguiva infatti il legale come sul titolare di un esercizio non incomba alcun onere di controllo delle condotte poste in essere da parte dei clienti.
Il procedimento, dopo avere compiuto il proprio corso veniva deciso da parte degli ermellini con la sentenza qui in commento che pone un nuovo principio di diritto in ordine alla posizione dei titolari degli esercizi pubblici.
La questione più volte propostasi all'esame dei giudici della corte suprema aveva in precedenza trovato una soluzione difforme da quella individuata nella sentenza recentemente pubblicata piuttosto rigorosa nei confronti degli imprenditori che si occupano d intrattenimento collettivo. Gli ermellini infatti in una precedente pronuncia aveva ritenuto che nulla potesse essere contestato al gestore di un locale pubblico nel caso di condotte rumorose poste in essere dai clienti una volta usciti dal locale.
Ben diversa è invece la posizione ora assunta da parte dei giudici della corte suprema di cassazione. Osservano infatti i supremi giudici come nel processo diretto alla contestazione del reato di disturbo alla quiete pubblica previsto e sanzionato dall'articolo 659 del codice penale, debbano ad ogni modo essere considerate le risultanze delle indagini dell'autorità, eseguite circa l' intensità dei rumori.
Non solo ma proseguono gli ermellini osservando come il contenuto della normativa vigente prevede per la configurazione dell'illecito la semplice potenzialità del rumore e la sua astratta idoneità a molestare la collettività stanziata nel settore del territorio adiacente al pubblico esercizio.
Ad avviso degli ermellini esiste un preciso obbligo giuridico da parte del gestore di un esercizio pubblico al fine di evitare gli eventuali disturbi alla pubblica da parte dei clienti usciti dall'esercizio di pubblico intrattenimento. Pertanto, nel caso in cui tale obbligo venga violato, facendo sì che vengano poste in essere condotte lesive della pubblica tranquillità come nel caso di specie, diverrà possibile l'applicazione del reato previsto dal codice penale, che per l' appunto prevede la sanzione, per casi come questo, ove vengano poste in essere condotte lesivi per la pubblica tranquillità.
di Goffredo Buccini
Corriere della Sera, 3 settembre 2019
L'apertura europea voluta dalla nuova presidente von der Leyen favorisce una svolta in Italia. Vero ostacolo o pretesto che sia, l'immigrazione pare fin qui un inciampo maggiore sulla via del nuovo governo. Se il Movimento Cinque Stelle è riottoso ad abiurare la linea tenuta in coalizione con la Lega, la sinistra tende a fare di quell'abiura una sorta di totem. Intendiamoci: quest'esigenza è ben comprensibile.
Dopo 14 mesi con la testa sott'acqua a causa del dominio di Matteo Salvini, il Pd e i suoi sodali hanno bisogno almeno di uno strappo visibile per mettersi con chi aveva condiviso le durezze del leader leghista, talvolta persino anticipandole (l'assai opinabile battuta sulle Ong "taxi del mare" è di Luigi Di Maio). E lo strappo più visibile e meno costoso è il solito (molto più dell'economia che richiede tempi lunghi e sacrifici, cambiare registro sui migranti è gratis e ad alto impatto mediatico, tanto che anche Salvini vi si dedicò con notevole impeto comunicativo).
Certo, i due famosi decreti sicurezza (ora convertiti in legge) non sono esenti da difetti assai gravi. Mattarella lo ha messo per iscritto al momento di lasciarli passare (e il punto di mediazione tra Cinque Stelle e Pd sarebbero proprio i rilievi del presidente). Il secondo pecca senz'altro di disumanità e forse di incostituzionalità (abbiamo il dovere di salvare chi scappa dall'orrore e salvarlo significa portarlo al sicuro, cioè a terra).
Il primo ha anche grosse falle di efficacia: cancellando la protezione umanitaria butta fuori i migranti dai centri d'accoglienza senza sapere dove collocarli perché mancano gli accordi bilaterali di rimpatrio (Salvini non ci ha mai lavorato) e dunque, secondo l'autorevole istituto di studi Ispi, gli irregolari in Italia per effetto del primo decreto passeranno da 600 mila a 730 mila in un paio d'anni.
Il decreto bis, quello che inasprisce le misure contro le Ong, potrebbe essere disapplicato da un nuovo ministro degli Interni di buonsenso con il sol fatto di non ritenere ostili o pericolose per la nostra sicurezza le navi umanitarie o col semplice appello alle normative internazionali che ha richiamato Mattarella; si rammenti peraltro che tenere a mollo per settimane gruppetti di 40 o 50 profughi in mare avverso ma in favore di tv è stato un semplice specchietto per le allodole mediatico (appena 600 sono stati i migranti soccorsi dalle Ong fino ai primi di luglio a fronte di 2.486 sbarchi "autonomi" e non contrastati dal Viminale).
È servito a Salvini a distogliere l'attenzione dalla sua incapacità di scovare i famosi 600 mila invisibili di cui aveva promesso il rimpatrio veloce prima delle elezioni del 4 marzo 2018. I 600 mila sono ancora tutti lì, visibilissimi, nelle nostre stazioni, nei giardinetti delle nostre città, nelle pieghe interstiziali delle nostre periferie (e anzi sono in aumento, appunto, a cagione del primo decreto sicurezza, che non è aggirabile poiché ha già sortito i suoi effetti negativi).
Ma è giusto questa la faccenda cui il Pd e i suoi sodali dovrebbero fare grandissima attenzione. Se è comprensibile il desiderio di portare al proprio elettorato il ribaltamento del teorema Salvini su migranti e Ong, sarebbe assai pericoloso fingere che la questione migratoria non esista più: una questione che non sta in mare, negli sbarchi, ma sulla terraferma, tra coloro che il nostro sistema d'accoglienza ha perso per strada, lasciato tracimare nell'illegalità e nell'oblio. Sbagliato sarebbe un rompete le righe (nel quale sembra iscriversi anche un nuovo rilassamento verso le occupazioni abusive, in primis a Roma).
Se la sinistra vuole provare a risalire la china del consenso non può non offrire soluzioni strutturali alla questione migratoria né tantomeno può distrarsi dalla sicurezza reale dei cittadini (ben altro rispetto al rispolverare generici slogan sulla "sicurezza urbana"). Significa certo aprire i porti a chi fugge ma anche aprire più Centri di identificazione ed espulsione (Cie o come li si voglia chiamare) per contenervi chi non può o non sa stare nel nostro territorio.
Significa aprire vere vie di immigrazione legali ma anche canali di rimpatrio con accordi bilaterali da stringere con almeno una mezza dozzina di Stati africani. Significa ridare linfa e soldi agli Sprar per un'autentica integrazione di secondo livello (piccoli numeri diffusi nei Comuni) ma pure selezionare al meglio la nuova immigrazione "economica" di cui le nostre aziende e le nostre pensioni hanno bisogno. Significa governare il fenomeno togliendo dai marciapiedi una pletora di disperati che diventa manovalanza criminale.
Mai come ora la congiuntura europea potrebbe favorirci. Lo "schema Ursula", con un inedito impegno della Ue nell'affrontare una questione finora tutta lasciata sulle nostre spalle, s'è palesato più volte a luglio in via informale con la disponibilità pratica di un gruppo di Paesi (Francia, Germania, Portogallo, Irlanda, Lussemburgo) a farsi carico dei migranti delle navi Ong che noi non volevamo accogliere.
L'apertura manifestata da Ursula von der Leyen al nostro Giuseppe Conte, all'indomani della sua elezione a presidente della Commissione europea grazie a voti Pd e M5S, non va lasciata cadere: un'immigrazione ripartita può togliere un potente argomento retorico ai sovranisti. Ma solo una sinistra di governo che sappia tenere insieme legalità e solidarietà avrà le carte in regola per stare seduta al tavolo.
di Fiorenza Sarzanini
Corriere della Sera, 3 settembre 2019
Arrivati così almeno 4.300 stranieri. Il paradosso e il nodo divieti: mentre il ministro dell'Interno Salvini annunciava "la chiusura dei porti", sulle spiagge e negli approdi più nascosti continuavano ad attraccare gommoni e barchini. L'80 per cento dei migranti giunti in Italia quest'anno lo ha fatto con "sbarchi fantasma".
Mentre il ministro dell'Interno Matteo Salvini annunciava "la chiusura dei porti", sulle spiagge e negli approdi più nascosti, sono arrivati oltre 4.300 stranieri. Ai quali bisogna aggiungere le persone che non sono state rintracciate, circa 2.000 secondo le stime degli analisti.
I divieti del Viminale - Il numero complessivo rimane comunque molto basso visto che al 2 settembre 2019 i migranti identificati sono poco più di 5.000. Ma il problema rimane quello dei divieti, perché è accaduto che mentre al Viminale veniva firmato il decreto per impedire l'ingresso di navi che trasportavano qualche decina di persone, a pochi chilometri di distanza attraccavano gommoni e barchini con un numero molto superiore.
La Mare Jonio - Il caso più eclatante risale al 29 agosto scorso quando la "Mare Jonio" della Ong Mediterranea chiede di poter arrivare a Lampedusa. Permesso negato con un provvedimento di Salvini - controfirmato dai colleghi di governo Elisabetta Trenta e Danilo Toninelli - che autorizza soltanto lo sbarco di donne, bambini e malati stremati da una traversata di giorni. E dunque le motovedette della Guardia Costiera portano a terra 64 migranti, mentre rimangono a bordo altri 34 che soltanto ieri, alla fine di una vera e propria odissea, sono stati fatti scendere. Ebbene in quelle stesse ore un gruppo di 78 tra siriani e bengalesi viene rintracciato a Lampedusa: è appena sbarcato senza innescare alcun allarme.
I 208 sbarchi - Negli ultimi otto mesi è accaduto ben 208 volte, come dimostrano i dati ufficiali del Viminale. Fino a ieri risultano giunti via mare 5.253 stranieri. Sono 947 quelli portati con le navi dell Ong con 26 sbarchi. Ma la maggior parte ha evidentemente scelto modalità alternative: sono stati infatti 208 gli "sbarchi fantasma" che hanno consentito a 4.306 migranti di arrivare a terra. In ben 110 casi - e per 1.979 persone - il "rintraccio" è avvenuto dopo l'approdo. Una situazione analoga, sia pur con numeri leggermente più elevati (per un raffronto effettivo bisognerà attendere la fine dell'anno) era accaduta nel 2018. Al 31 dicembre risultano effettuati ben 341 sbarchi e arrivate 5.999 persone. Di queste 2.331 sono state trovate appena scese dai barchini e altre 3.668 sono state rintracciate a terra.
Le nuove rotte - È stata proprio la Guardia Costiera a evidenziare quali siano le rotte battute da queste piccole imbarcazioni per sfuggire ai controlli che sono "lontane e diverse da quelle che hanno come punto di partenza la Libia visto che i natanti utilizzati provengono principalmente da Tunisia, Algeria e Turchia. Si tratta di piccoli pescherecci, a differenza dei gommoni monotubolari o barconi in legno più largamente impiegati nel Mediterraneo centrale che generalmente portano un numero non elevato di migranti", anche se in alcuni casi sono arrivati anche a 100 persone. Le barche "sono prive di qualsiasi sistema di rilevazione che ne consenta il monitoraggio attraverso le tecnologie di cui sono dotate le Sale Operative".
In alcuni casi vengono utilizzate "barche a vela provenienti da Est, che possono essere facilmente scambiate per quelle dedite ad una regolare navigazione da diporto o comunque ad un "normale" uso del mare e, pertanto, non immediatamente associabili all'evento migratorio". In alcuni casi "le imbarcazioni sono trainate da una nave madre che a poche miglia dalla costa le lascia e fa perdere le proprie tracce allontanandosi a grande velocità".
di Roberta Gisotti
vaticannews.va, 3 settembre 2019
La Comunità di Sant'Egidio lancia una petizione on line per scongiurare l'esecuzione capitale di un detenuto negli Stati Uniti. Intervista a Carlo Santoro: la pena di morte è un orpello di crudeltà da consegnare alla storia passata. Un appello urgente viene lanciato oggi per salvare la vita di Billy Jack Crutsinger, condannato a morte 16 anni fa, in attesa di essere giustiziato il prossimo 4 settembre nello Stato del Texas.
La petizione on line è aperta alla firma sul sito e sulla pagina Facebook della Comunità di Sant'Egidio. Nella lettera - rivolta al governatore Abbott e ai componenti del Board of Pardon and Paroles del Texas - si chiede "di fermare l'esecuzione e rinviarla" e "di considerare l'ipotesi di commutare la condanna a morte", ispirati da "sentimenti di umanità e di pietà". Sarebbe "un atto coraggioso e di grande potata, a cui verrebbe data la risonanza che merita", conclude la petizione.
Pena di morte applicata ancora in 36 Paesi, tra cui gli Usa - Meno di 48 ore per impedire che la vita di quest'uomo sia soppressa per mano di un'autorità statale. Ad oggi sono 106 i Paesi che hanno abolito la pena capitale, 7 quelli che l'hanno eliminata per i crimini ordinari, 42 quelli che non la applicano da almeno 10 anni, 6 quelli che attuano una moratoria delle esecuzioni e 36 quelli che la mantengono, tra cui gli Usa, dove 19 Stati l'hanno però abolita e 3 hanno varato delle moratorie ma a livello federale è stato invece deciso di riprendere dopo 16 anni le esecuzioni, secondo quanto annunciato nel luglio scorso dal ministro della Giustizia William Barr, sollevando però animate proteste.
Carlo Santoro, della Comunità di Sant'Egidio, coordinatore della Campagna abolizionista della pena capitale negli Stati Uniti, invita a firmare la petizione e pregare...
R. - Le speranze ci sono fino all'ultimo momento. Noi invitiamo tutti a firmare l'appello, sul nostro sito, mandando al governatore la richiesta di fermare l'esecuzione, ma invitiamo anche tutti a pregare per Billy. Affidiamo la preghiera anche a Madre Teresa, una santa che è stata a visitare i condannati a morte. Proprio in questi giorni il 5 settembre cadrà la ricorrenza di Madre Teresa: affidiamo la vita di quest'uomo a lei.
Billy è nel braccio della morte da 16 anni: è un tempo davvero lungo, in cui è rimasto in contatto con una persona della Comunità di Sant'Egidio...
R. - Sì, con Ilaria una giovane di Genova, che ci ha sollecitato anche lei a tentare questo ultimo appello. A lei Billy ha scritto "Non ho perso la fede, no davvero: tu e i tuoi amici mi aiutate moltissimo a ricordarmi sempre il suo amore per me". Noi siamo infatti in contatto epistolare con quasi un migliaio di condannati a morte negli Stati Uniti: penso che sia molto importante il fatto di scrivere a questi detenuti speciali, perché è un modo per entrare in contatto con loro, è un modo per far conoscere fuori questa realtà così difficile.
Come procede la lotta per abolire in tutto il mondo la pena di morte?
R. - Sta lentamente ma costantemente retrocedendo, e negli Stati Uniti c'è stato un costante calo sia delle condanne a morte sia delle esecuzioni. Un anno fa la Chiesa cattolica ha riformato il Catechismo, grazie a Papa Francesco, è questo è stato un segnale fortissimo. Anche in seguito a questo in California il governatore ha deciso di bloccare tutte le esecuzioni con una moratoria. E devo dire che fa anche molto effetto vedere le immagini del braccio della morte che è stato smantellato, come se fossero state deposte delle armi. È un segnale a favore della difesa della vita in qualsiasi circostanza.
Che cosa potrebbe fare cambiare idea al governatore del Texas?
R. - Io penso anzitutto la mobilitazione internazionale; devo dire che è incredibile, ma anche il Texas sta retrocedendo: nel 2015, ad esempio, non c'è stata nessuna condanna a morte. Io penso che noi dobbiamo spingere, tutti insieme. In questo molto, molto sta facendo la Chiesa americana: in ottobre sarò a Washington perché ci sarà un grande incontro per preparare la nostra strategia per l'abolizione della pena di morte Stato per Stato negli Usa.
Quindi tanto più è importante la partecipazione popolare, che si faccia sentire in tutto il mondo...
R. - Diciamo che la pena di morte ormai è una pratica da mettere in museo, una pratica da consegnare alla storia perché è una pratica barbara e crudele che ormai non ha più senso nel mondo. La Chiesa ha detto con chiarezza che la pena di morte è inammissibile ed è contraria al Vangelo.
di Manlio Dinucci
Il Manifesto, 3 settembre 2019
Di fronte al dilagare degli incendi in Amazzonia, il vertice del G7 ha cambiato la sua agenda per "affrontare l'emergenza". I Sette Grandi - Francia, Germania, Gran Bretagna, Italia, Giappone, Canada e Stati uniti - hanno assunto, insieme all'Unione europea, il ruolo di vigili del fuoco planetari. Il presidente Macron, in veste di capo pompiere, ha lanciato l'allarme "la nostra casa è in fiamme". Il presidente Donald Trump ha promesso il massimo impegno statunitense nell'opera di spegnimento degli incendi. I riflettori mediatici si concentrano sugli incendi in Brasile, lasciando in ombra tutto il resto.
Anzitutto il fatto che ad essere distrutta non è solo la foresta amazzonica (per i due terzi brasiliana), ridottasi nel 2010-2015 di quasi 10 mila km2 l'anno, ma anche la foresta tropicale dell'Africa equatoriale e quella nell'Asia sud-orientale. Le foreste tropicali hanno perso, in media ogni anno, una superficie equivalente a quella complessiva di Piemonte, Lombardia e Veneto. Pur differendo le condizioni da zona a zona, la causa fondamentale è la stessa: lo sfruttamento intensivo e distruttivo delle risorse naturali per ottenere il massimo profitto.
In Amazzonia si abbattono gli alberi per ricavarne legname pregiato destinato all'esportazione. La foresta residua viene bruciata per adibire tali aree a colture e allevamenti destinati anch'essi all'esportazione. Questi terreni molto fragili, una volta degradati, vengono abbandonati e si deforestano quindi nuove aree. Lo stesso metodo distruttivo viene adottato, provocando gravi danni ambientali, per sfruttare i giacimenti amazzonici di oro, diamanti, bauxite, zinco, manganese, ferro, petrolio, carbone. Contribuisce alla distruzione della foresta amazzonica anche la costruzione di immensi bacini idroelettrici, destinati a fornire energia per le attività industriali.
Lo sfruttamento intensivo e distruttivo dell'Amazzonia viene praticato da compagnie brasiliane, fondamentalmente controllate - attraverso partecipazioni azionarie, meccanismi finanziari e reti commerciali - dai maggiori gruppi multinazionali e finanziari del G7 e di altri paesi. Ad esempio la JBS, che possiede in Brasile 35 impianti di lavorazione di carni dove si macellano 80 mila bovini al giorno, ha importanti sedi in Usa, Canada e Australia, ed è largamente controllata attraverso quote del debito dai gruppi finanziari creditori: la JP Morgan (Usa), la Barclays (GB) e le finanziarie della Volkswagen e Daimler (Germania).
La Marfrig, al secondo posto dopo la JBS, appartiene per il 93% a investitori statunitensi, francesi, italiani e ad altri europei e nordamericani. La Norvegia, che oggi minaccia ritorsioni economiche contro il Brasile per la distruzione dell'Amazzonia, provoca in Amazzonia gravi danni ambientali e sanitari con il proprio gruppo multinazionale Hydro (per la metà di proprietà statale) che sfrutta i giacimenti di bauxite per la produzione di alluminio, tanto che è stato messo sotto inchiesta in Brasile.
I governi del G7 e altri, che oggi criticano formalmente il presidente brasiliano Bolsonaro per pulirsi la coscienza di fronte alla reazione dell'opinione pubblica, sono gli stessi che ne hanno favorito l'ascesa al potere perché le loro multinazionali e i loro gruppi finanziari abbiano le mani ancora più libere nello sfruttamento dell'Amazzonia. Ad essere attaccate sono soprattutto le comunità indigene, nei cui territori si concentrano le attività illegali di deforestazione. Sotto gli occhi di Tereza Cristina, ministra dell'agricoltura di Bolsonaro, la cui famiglia di latifondisti ha una lunga storia di occupazione fraudolenta e violenta delle terre delle comunità indigene.
lanuovabq.it, 3 settembre 2019
Nella prima intervista dal giorno della sua liberazione, Asia Bibi, la donna cristiana assolta dopo un calvario di nove anni dall'accusa di blasfemia e ora rifugiata in Canada, racconta le difficoltà della sua prigionia, gli strazianti incontri in carcere con le sue figlie, i momenti di scoraggiamento. Ma soprattutto lancia un appello per le decine di persone che in Pakistan sono in carcere con l'accusa di blasfemia, che prevede anche la pena di morte. I retroscena dei contatti con l'Unione Europea.
Dalla località segreta in Canada dove si trova dallo scorso maggio, Asia Bibi per la prima volta parla con la stampa. In una intervista rilasciata il 31 agosto al Sunday Telegraph la donna cristiana pakistana, scampata all'esecuzione capitale alla quale era stata condannata nel 2009 in seguito a una falsa accusa di blasfemia, ringrazia tutti quelli che nel mondo si sono preoccupati della sua sorte e hanno contribuito alla sua liberazione.
Parla della sua prigionia durata nove anni, racconta i giorni dello sconforto e quelli della speranza. "A volte ero così disperata e mi domandavo se mai sarei uscita di prigione, che cosa ne sarebbe stato di me, se sarei rimasta in carcere per tutta la vita. Quando le mie figlie mi venivano a trovare, davanti a loro non piangevo mai, ma quando se ne andavano e restavo sola, allora piangevo piena di angoscia e dolore. Pensavo a loro continuamente, alla vita che erano costrette a vivere".
Poi descrive l'ansia, dopo l'assoluzione pronunciata dalla Corte Suprema e la liberazione dal carcere nell'ottobre del 2018, i mesi trascorsi nascosta, sotto stretta sorveglianza per evitare che gli integralisti islamici, furiosi, riuscissero a trovarla e a ucciderla. Insieme al marito, Ashig Masih, è stata ospitata prima in una casa sulle colline attorno alla capitale Islamabad e poi nella città portuale di Karachi. Avevano una televisione che li collegava al mondo e in quei mesi hanno comunicato con l'esterno con un telefono cellulare, ma non sono mai usciti di casa. La tensione è stata tale da farla cadere in depressione e causarle disturbi cardiaci.
Ma nel frattempo si lavorava per la sua salvezza, possibile solo se un paese avesse concesso asilo a lei e ai suoi famigliari e se si fosse riusciti a farla uscire dal paese: in Pakistan gli integralisti islamici, decisi a sostituirsi alla giustizia, l'avrebbero cercata implacabili e prima o poi l'avrebbero trovata. Jan Figel, un politico slovacco, dal 2016 inviato speciale dell'Unione Europea per la libertà religiosa, per la prima volta rivela come si è arrivati al suo espatrio. Su mandato dell'Unione Europea, Figel ha incontrato più volte a Bruxelles il procuratore generale pakistano, Anwar Khan, e il ministro per i diritti umani Shireen Mazari per decidere come procedere. Dapprima, spiega, i candidati a concederle asilo erano la Francia e il Belgio. Ma intanto le figlie di Asia Bibi avevano ottenuto asilo temporaneo in Canada e, per quanto Asia Bibi preferisse andare in un paese europeo, alla fine si è deciso che la cosa migliore era che le raggiungesse.
Per tutto il periodo delle trattative Asia Bibi è stata in costante contatto con Muhannadu Amanullah, un attivista in difesa dei diritti umani che aveva già aiutato cinque altre persone accusate di blasfemia, che ha fatto da tramite tra lei e l'Unione Europea. Anche lui aggiunge un tassello alla ricostruzione dei fatti: "Il governo pakistano continuava a dirci che sarebbero partiti entro due settimane, forse dieci giorni e così sono trascorsi mesi. A un certo punto Asia Bibi era così disperata che un giorno mi ha detto: 'se mi uccidessero o mi capitasse qualcosa, per favore abbi cura delle mie figlie".
Secondo Jan Figel il primo ministro Imran Khan e l'esercito pakistano hanno ritardato la partenza di Asia Bibi in attesa di mettere sotto controllo la situazione, cosa che ha richiesto una dura prova di forza tra governo e leader dei partiti e dei movimenti integralisti. Tuttavia, quando è venuto il momento, Asia è stata costretta a partire di nascosto. Non ha neanche avuto modo di salutare suo padre e la sua città: "Me ne sono andata con il cuore in pezzi per non aver potuto fare un ultimo saluto alla mia famiglia. Il Pakistan è il mio paese, è la mia patria. Amo il mio paese, amo la mia terra".
Poco dopo anche Muhannadu Amanullah ha lasciato il Pakistan perché è stato dichiarato apostata a causa del suo impegno in favore delle persone accusate di blasfemia e ormai anche lui è nel mirino degli integralisti. Quanto al futuro, Jan Figel rivela che l'intera famiglia dovrebbe in seguito trasferirsi in un paese europeo di cui non verrà rivelato il nome: "Le condizioni di sicurezza - ha detto ai giornalisti - continuano a essere di cruciale importanza per Asia Bibi e per la sua famiglia".
"La storia di Asia e l'alta professionalità della sentenza di assoluzione della Corte suprema - ha aggiunto - possono servire come base per riformare la legislazione sulla blasfemia, troppo facilmente usata in dispute tra vicini e contro persone innocenti".
Anche Asia Bibi ha rivolto il pensiero a quanti in Pakistan stanno patendo il suo stesso calvario, come lei accusati di blasfemia. Il Dipartimento di Stato statunitense stima che nelle carceri pakistane ci siano 77 persone, per la maggior parte musulmane, accusate di blasfemia.
"Mi rivolgo al mondo intero per chiedere di occuparsene - ha detto Asia Bibi - richiamo l'attenzione sul fatto che si può essere incriminati senza indagini e senza vere prove a carico. La legge sulla blasfemia deve essere emendata. Nessuno deve essere giudicato colpevole senza prove".
corrierepeligno.it, 2 settembre 2019
Definire allarmante la situazione nella quale si vive all'interno del carcere di San Donato è dir poco. Per la drammatica situazione venutasi a creare, secondo Giuseppe Ferretti della Uil-Pa Polizia Penitenziaria di Pescara, non è un azzardo affermare che si è già andati oltre il punto di non ritorno.
"Turni massacranti e personale allo stremo - spiega la Uil - fanno da contraltare ad un numero di detenuti mai raggiunto nel carcere pescarese e che fanno dello stesso una polveriera pronta a deflagrare. Molti sono i detenuti con notevoli problemi psichiatrici. Tanti altri con problemi esistenziali. Davvero troppi per non aspettarsi da un momento all'altro, se non si prenderanno urgenti provvedimenti, il verificarsi di casi di particolare gravità. Gli eventi critici che accadono all'interno dello storico penitenziario pescarese sono tra l'altro pressoché quotidiani e pochissimi sono gli agenti pronti a contrastarli.
Addirittura due soli agenti a volte vengono utilizzati per tradurre un detenuto presso il nosocomio cittadino ed è proprio presso quest'ultimo che la scorsa settimana si stava consumando una tragedia. Un detenuto dal sesto piano dell'ospedale, infatti, aveva minacciato di buttarsi giù e solo attraverso l'elevata professionalità dei pochi agenti presenti si è evitato che venisse scritta una bruttissima pagina di storia. La Direzione, portata anch'essa allo stremo, non riesce, suo malgrado, neanche più a rispondere alle nostre legittime richieste di ferie. Inoltre solo dopo 10 giorni è capace, ma non certo per colpa sua, di assicurare il riposo settimanale. Non si può più aspettare.
Molti sono i poliziotti distaccati altrove e sempre meno quelli che vivono in sede la loro professione per il notevole numero di pensionamenti sopraggiunti non seguiti da una loro compensazione. Bisogna correre urgentemente ai ripari prima che la falla che si è creata affondi una nave oramai ridotta a un relitto.
Tuttavia per la condizione nella quale si é venuto a ritrovare un carcere che neanche tanto tempo fa rappresentava un esempio da seguire - conclude Ferretti - temiamo che solo un miracolo possa restituire quel minimo di serenità che serve a far sì che un lavoro deputato alla salvaguardia dell'art. 27 della Costituzione non diventi una fucina di forti stress post traumatici. Siamo pronti a lavorare insieme al direttore per invertire la rotta ma bisognerà farlo subito".
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