Corriere della Sera, 2 settembre 2019
Il bombardamento a sud della capitale San'a' su una prigione dei ribelli Houthi. I corpi estratti dalle macerie. Si ritiene che siano più di 100 le vittime di un raid della coalizione guidata dai sauditi su un carcere a sud della capitale dello Yemen, San'a'.
Lo ha riferito il Comitato internazionale della Croce Rossa. "Stimiamo che siano state uccise oltre 100 persone", ha detto il capo della delegazione, Franz Rauchenstein, aggiungendo che le possibilità di trovare sopravvissuti sotto le macerie sono "molto poche". In precedenza un portavoce dei ribelli sciiti filo-iraniani Houthi aveva riferito che più di 50 corpi erano stati recuperati dalle macerie, aggiungendo però che nella prigione, colpita all'alba da 7 missili, si trovavano circa 170 detenuti.
Precedentemente la coalizione militare a guida saudita aveva annunciato di avere lanciato raid aerei contro obiettivi militari houthi che "immagazzinano droni e missili". Diversa la versione della tv houthi Al-Masirah, che aveva riferito che "decine di persone sono state uccise e ferite" in sette raid aerei che hanno colpito un edificio che i ribelli usano come prigione.
Residenti locali, tuttavia, hanno denunciato che nel carcere erano detenuti membri delle loro famiglie, arrestati e imprigionati per avere espresso critiche nei confronti degli stessi Houthi. Il Comitato Internazionale della Croce Rossa ha riferito su Twitter di aver inviato sul posto una squadra in grado di curare fino a 100 feriti, equipaggiata 200 sacche per cadaveri e forniture mediche urgenti
Nel 2014 gli Houthi, un gruppo sciita da tempo in lotta con il governo dello Yemen, hanno occupato la capitale Sana'a. In risposta al sostegno fornito loro dall'Iran, l'Arabia Saudita ha formato il 26 marzo 2015 una coalizione militare internazionale a sostegno del presidente Abd Rabbo Mansour Hadi, riconosciuto dalla comunità internazionale. Houthi era in origine il nome di un clan dello Yemen, e non di una setta o un gruppo religioso.
Di recente si è registrata l'apertura di un "terzo fronte" in Yemen tra le forze di Hadi e i separatisti del Consiglio meridionale di transizione (Stc). Le forze fedeli all'Stc hanno preso il controllo di Aden il 10 agosto dopo violenti scontri con i militari fedeli al governo riconosciuto del presidente Hadi.
Lo scorso 26 agosto, Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti hanno chiesto un cessate il fuoco e colloqui di pace tra il governo riconosciuto dello Yemen e i separatisti. L'appello, tuttavia, sembra essere caduto nel vuoto dal momento che separatisti e governativi continuano a contendersi il controllo della città con gli scontri armati.
di Giuseppe Baldessarro
La Repubblica, 2 settembre 2019
L'allarme del Garante rilanciato dal sindacato Sinappe: "Ormai facciamo anche gli psicologi". "Per fare il nostro lavoro ormai devi essere anche psicologo, avvocato e consulente. Non è giusto sia così, ma abbiamo dovuto imparare nostro malgrado".
Nicola d'Amore, del sindacato "Sinappe", riassume così la giornata dell'agente di polizia penitenziaria alla Dozza. Spiegando come "in una situazione complessa come quella della realtà carceraria", tra "sovraffollamento e carenze di personale", gli agenti sono "chiamati a un lavoro da supplente, per il quale però non sono adeguatamente preparati".
Il tema è quello delle condizioni di vita dei reclusi. Il sovraffollamento della Dozza (oltre 850 detenuti invece che 500), appunto. Ma soprattutto la carenza di educatori che, come ha denunciato su Repubblica il Garante per i diritti dei detenuti Antonio Iannello, è diventata drammatica. "I numeri dicono che ce ne vorrebbero almeno il doppio - spiega ora il sindacalista: i pochi attualmente in servizio non riescono a svolgere il ruolo al quale sono chiamati. A volte passano mesi senza che il detenuto riesca ad avere un incontro con il proprio professionista di riferimento. Così i bisogni non trovano risposte e le tensioni salgono trasformandosi in litigi, risse e aggressioni".
Poi aggiunge: "Da agenti, inevitabilmente, siamo il primo punto di contatto tra i detenuti e l'amministrazione, ed è su di noi che vengono scaricati rabbia e delusione".
Da qui la necessità di far fronte alle carenze di educatori: "Gli agenti fanno di tutto per dare risposte diventando consulenti, avvocati, persino psicologi. Seguono le pratiche dei reclusi, sollecitano le risposte, aiutano gli stranieri a scrivere le lettere. È un lavoro che per quanto possibile facciamo volentieri, ma in tanti casi il nostro personale non è specificatamente formato". Per Nicola d'Amore "serve una maggiore attenzione da parte delle istituzioni", perché "se è vero che chi sta alla Dozza ha sbagliato, è altrettanto vero che c'è una dignità delle persone che non può essere ignorata".
di Vladimiro Zagrebelsky
La Stampa, 2 settembre 2019
Presentando le linee politiche cui si atterrà nel suo tentativo di formare il nuovo governo, il presidente Conte ha pronunciato due parole importanti e impegnative: nuovo governo e nuovo umanesimo. Parole da prendere sul serio da parte di chi le ha ascoltate e, prima ancora, da parte di chi le ha dette. Nuovo governo vuol naturalmente dire che esso sarà diverso da quello precedente. Nuovo umanesimo richiama indicazioni di origine cattolica, che caratterizzano l'attuale papato e l'azione sia della Chiesa cattolica italiana, che della Chiesa valdese.
Ne è fondamento la prassi caritativa, ma comprende anche il laico rispetto della dignità di ogni essere umano. Una dignità che riguarda chi ne chiede rispetto per sé e, nella stessa misura, chi è chiamato a riconoscerla e proteggerla negli altri.
La politica governativa nei confronti del fenomeno migratorio è terreno su cui l'annunciata novità e il nuovo umanesimo troveranno realizzazione o smentita. I tratti velleitari e crudeli dell'azione del precedente governo Conte sono sotto gli occhi di tutti. È di questi giorni l'ennesima vergogna nazionale di quella nave impedita di attraccare e sbarcare il suo carico umano. Le immagini televisive che abbiamo visto impediscono di far finta di niente.
Eppure da parte del maggior partito della nuova maggioranza parlamentare, i 5 Stelle, non è venuto alcun segno di resipiscenza rispetto all'appoggio che essi hanno dato alla linea imposta dal ministro dell'Interno Salvini.
Di Maio ha anzi tenuto a rivendicare "tutto" quanto fatto dal governo ora dimissionario. La questione migratoria, depurata dalla sua attitudine a scatenare la propaganda elettorale, presenta livelli e difficoltà di natura diversa, a seconda che se ne veda la dimensione globale o che si debbano affrontare i casi concreti di persone che abbandonano i loro paesi per cercare rifugio o vita migliore in un altro.
Gli Stati hanno il diritto - e persino il dovere - di elaborare una politica generale, che non può essere di apertura senza regole e limiti ai milioni di potenziali immigranti. Le persone che si affacciano sul Mediterraneo, dopo tragici viaggi, sono solo la punta emergente e non necessariamente la più debole e sofferente nei paesi di origine. È giusto che l'Italia affronti il problema nel quadro europeo.
Quella è la sede degli accordi con i Paesi di partenza e transito dei migranti, della attivazione di corridoi umanitari e di vie legali di immigrazione. Ma intanto nel mare davanti alle nostre coste vi sono navi che hanno raccolto persone in pericolo. Non importa che esse abbiano accettato il rischio di simili traversate.
Non importa che non abbiano titolo per entrare e restare nel territorio nazionale. La concreta situazione in cui si trovano fonda il dovere di dar loro soccorso. Un dovere che ha base nelle leggi e nelle convenzioni internazionali che l'Italia ha ratificato. Ma prima di tutto ha base nei principi di umanità, cui non può rinunciare il "nuovo umanesimo" del presidente Conte.
Il governo precedente ha adottato prassi disumane nei confronti di singoli migranti giunti in prossimità o nelle acque territoriali, credendo che l'esempio terribile loro riservato serva ad ammonire gli altri che attendono e sperano. E serva pure a impedire l'attività delle navi delle organizzazioni non governative e - aspetto di cui non si parla - a disincentivare tutti i mercantili che attraversano il Mediterraneo e che non vogliono certo affrontare le difficoltà di sbarcare le persone, che pur sarebbero tenuti a recuperare dal mare.
Il governo ha usato quelle persone come strumento della sua politica generale. È pensabile che Pd e almeno parte dell'elettorato 5 Stelle possano tollerare una simile vergogna, pur di dar corpo alla nuova, improvvisa collaborazione di governo?
Poiché il presidente Mattarella ha segnalato nel recente "decreto sicurezza" criticità, minimali e di stretta logica giuridica, si affaccia ora l'idea che, per dar segno di novità, si dia seguito a quei rilievi. Limitandosi però a questo. Sarebbe non serio e non adeguato al problema di dignità nazionale che la politica del precedente governo ha creato.
di Claudia Sensi
terninrete.it, 2 settembre 2019
Creare un orto sinergico con la collaborazione di detenuti della Casa Circondariale di Terni e di volontari. Questo l'obiettivo di "Fresche Frasche", l'iniziativa di agricoltura sociale promossa dall'Associazione Demetra, che prevede un laboratorio di Land Art tenuto da Marco Barbieri (in arte Dem) e parte dei laboratori gratuiti promossi nell'ambito di Orto21.
Da lunedì 2 a domenica 8 settembre al Centro di Palmetta Barbieri terrà un workshop utilizzando gli sfalci vegetali: sarà possibile imparare a preparare e realizzare strutture stabili e durature di medie/grandi dimensioni, ma anche come progettarle attraverso una serie di schizzi preparatori.
Il progetto "Orto21" propone attività formative e pratiche di giardinaggio, orticoltura, frutticoltura e piccola manutenzione dello stabile del Centro di Palmetta - si legge in una nota - al fine di promuovere la formazione e l'integrazione sociale di detenuti del Carcere di Terni, l'educazione e la formazione di adulti e bambini, il rispetto per l'ambiente, la creazione e il consolidamento di legami sociali.
Ampio spazio anche alla formazione con dei percorsi aperti a tutti i cittadini, tra cui un corso di potatura di ulivi e alberi da frutto nonché uno sul giardinaggio. Incontri informativi rivolti alle aziende agricole del territorio, di sensibilizzazione e promozione riguardo alle misure alternative alla detenzione e a progetti sperimentali sull'economia carceraria.
di Irene Famà
La Stampa, 2 settembre 2019
Discutere di accoglienza tra le mura del Cpr non è semplice. Lì, al Centro di permanenza per il rimpatrio di corso Brunelleschi, la maggior parte degli ospiti ha pagine e pagine di precedenti penali. E le rivolte sono all'ordine del giorno.
L'ultima è scoppiata nel pomeriggio di domenica, 1 settembre. Intorno alle 16, un gruppo di persone ha dato origine a una sassaiola contro le forze dell'ordine. Un agente è rimasto ferito: ha riportato la frattura di due falangi con una prognosi di trenta giorni. "Per un po' non voglio sentire parlare di comprensione e integrazione" si sfoga su Facebook dopo quella che definisce una azione di guerriglia. "Con cinque carabinieri - racconta - mi sono trovato a fronteggiare 158 persone, sotto un lancio di sassi pericolosissimo durato un tempo interminabile".
L'arrivo di tre squadre del Reparto mobile ha riportato la calma. Ma lui, il poliziotto ferito, è esausto. "I signori della politica fanno il gioco delle poltrone - scrive sui social - Ma, in questi centri, ad ogni turno si sfiora la tragedia e prima o poi qualcuno si farà male sul serio. Sono polveriere sempre pronte ad esplodere".
In tre, due marocchini e un tunisino sono finiti in manette per danneggiamento, resistenza e lesioni. L'ex ministro dell'Interno, Matteo Salvini, coglie l'occasione per dirsi "Orgoglioso di aver inasprito le pene per chi attacca le divise". C'è la querelle politica. E ci sono le continue rivolte che, come sottolinea Pietro Di Lorenzo, segretario generale provinciale del sindacato Siap: "non possono essere gestite con pochi agenti". La carenza di personale è un tema che ha sollevato più volte. "Così è impensabile fronteggiare le esigenze del Centro".
L'episodio di domenica è stato l'ultimo della settimana. Al Cpr di Torino, l'unico attivo nel Nord Italia, sono arrivate persone nuove da altre province. E gli equilibri, già precari, sono saltati. La prima rivolta è scoppiata nella notte tra giovedì 29 e venerdì 30 agosto, quando un gruppo di ospiti ha dato fuoco ai materassi e ha divelto alcuni arredi per lanciarli contro i poliziotti. Qualcuno si è arrampicato sulle recinzioni per fuggire. I disordini si sono ripetuti la notte tra venerdì e sabato.
di Luca Peretti
glistatigenerali.com, 2 settembre 2019
"Non fatemi vedere i vostri palazzi ma le vostre carceri, poiché è da esse che si misura il grado di civiltà di una Nazione". La frase, attribuita a Voltaire, è molto conosciuta. Non può che partire dal carcere la serie di articoli su tematiche americane che verranno pubblicati mensilmente su Gli Stati Generali. Non soltanto dalla situazione carceraria si può provare a misurare il grado di civiltà di una nazione, ma anche le sue condizioni socio-economiche e quelle che riguardano tensioni e problemi razziali.
È insomma una cartina di tornasole per capire come la politica affronta (o non affronta) questioni fondamentali in una democrazia quali la repressione, il rispetto dei diritti dei più deboli, e qual è la temperatura del suo stato di diritto.
Del tema, nonostante sia o dovrebbe essere fondamentale del dibattito pubblico, si parla però relativamente poco, e non rientra di certo tra i più dibattuti in vista delle primarie dei democratici e più in generale delle elezioni del prossimo anno. Qualcosa, tuttavia, pare essersi mosso di recente con il First Step Act, approvato e supportato dallo stesso presidente Trump e che ha ricevuto sostegno bipartisan. Si tratta di una riforma che, tra le altre cose, riduce le pene più severe, facilita la scarcerazione di malati terminali e aiuta il reinserimento dei detenuti nella società. Si applica tuttavia solo a livello federale, quindi solo per una minoranza dei detenuti, ma potrebbe funzionare da traino per altre riforme. Per attivisti e analisti americani è una tappa, ma c'è ancora molto da fare per migliorare la situazione delle carceri americane.
Uno sguardo da dentro - L'Eastern State Penitentiary è stato un grande penitenziario poco lontano dal centro di Filadelfia. Attivo dal 1829 al 1971, negli anni Ottanta stava per essere riconvertito, o addirittura demolito, come spesso capita ad edifici storici negli Stati Uniti. Come meno spesso capita però una battaglia partita dal basso e guidata da comitati civici ha convinto le autorità a restaurarlo e autorizzare visite guidate.
Adesso l'ex penitenziario è un vero e proprio museo. Avere accesso ad un luogo da cui solitamente è più facile entrare che uscire è un'esperienza alquanto sconcertante e rara - in Italia si può visitare il suggestivo carcere sull'Isola di Santo Stefano, vicino Ventotene, dove tra gli altri furono rinchiusi Sandro Pertini e il regicida Gaetano Bresci. Questo ex penitenziario è particolarmente importante perché qui e nella vicina e precedente Walnut Street Prison si è sviluppato un modello di carcerazione basato sulla detenzione solitaria, in celle singole dove il detenuto potesse pensare ai suoi errori e, appunto, pentirsi.
Come risultato, la forma dei penitenziari che seguono questo "sistema della Pennsylvania" (come viene talvolta chiamato) richiama il Panopticon di Jeremy Bentham, con una serie di celle singole facilmente controllabili. Oggi all'Eastern State Penitentiary cercano di coniugare la conservazione del passato - anche celebre, come la breve detenzione di Al Capone - con l'attenzione per le condizioni attuali delle carceri statunitensi. In uno dei cortili, in un luogo di intenso passaggio, alcune colonnine illustrano la situazione dei penitenziari americani: sono dei blocchi la cui grandezza è determinata dal numero di persone presenti in carcere per ogni decade dal 1900 al 2010. Si vede chiaramente come dal 1970 in poi le colonnine crescano in altezza in modo esponenziale. La didascalia riporta: "La popolazione carceraria americana è cresciuta a un tasso storico negli ultimi 40 anni.
Per più di un secolo, gli Usa hanno incarcerato tra 100 e 200 persone per ogni 100.000 persone. Nel periodo in cui ha chiuso Eastern State Penitentiary la situazione ha cominciato a cambiare. Nuove leggi e pene più lunghe hanno portato a un massiccio aumento del numero di americani che vengono mandati in carcere". I visitatori di questo luogo affascinante e lugubre si trovano così davanti alla rappresentazione visiva di cosa è andato storto - o drittissimo, per alcuni - nelle politiche carcerarie nelle ultime decadi di storia americana.
Quanti detenuti e quante carceri - "Il carcere è diventato una presenza incombente nella società in una misura senza precedenti nella nostra storia o in quella di qualsiasi altra democrazia industriale", ha sintetizzato Elliott Currie, saggista e professore autore del fondamentale libro Crime and Punishment in America nel lontano 1998. Vale la pena allora guardare al quadro generale della situazione: negli Stati Uniti ci sono quasi 2,3 milioni di persone in carcere, divisi nei diversi livelli in cui è organizzato il sistema carcerario (carceri locali, statali, e federali), a cui va aggiunto qualche migliaio di persone nelle "Indian Country jails" (le carceri dei nativi americani) e circa 50.000 minori.
Nonostante non siano il più paese più popolato al mondo, hanno la maggior popolazione carceraria - la Cina (con una popolazione totale di circa quattro volte superiore di quella nordamericana) segue molto lontana, 1.650mila circa. Guidano la classifica anche per quanto riguarda ai dati relativi, cioè al tasso di incarcerazione (che si calcola su 100.000), che, come riporta il pannello dell'Eastern State Penitentiary di Filadelfia, è di 655 e pochi posti più in basso troviamo anche territori americani come le Isole Vergini americane, le Isole Marianne Settentrionali e Guam. Sono dati abbastanza stabili dal 2000, con lievi variazioni. Non è, insomma, un'emergenza e non ci sono state recenti impennate, al contrario la speranza è che la recente riforma e altre che forse verranno potranno invertire la situazione.
Ma forse i dati più preoccupanti sono altri. Negli Stati Uniti ci sono un numero spropositato di strutture carcerarie, quasi 4.500. La capacità ufficiale del sistema carcerario negli Usa è di 2 140 321 (dati del 2014, qualcosa di più probabilmente oggi). Questo cosa ci dice? Che le prigioni americane non sono orrendamente sovrappopolate come quelle italiane, che non ci sono tante persone in carcere per inadempienza e coincidenze, insomma perché è successo e non si è riusciti a porre freno. No, negli Stati Uniti ci sono molte persone in carcere per scelta. Perché l'industria carceraria, come la chiamano gli attivisti americani, è un'industria e come tale è stata costruita e si è sviluppata. E questo per precise scelte politiche e socio-economiche degli ultimi 40 anni (tutti i dati dalle risorse di Prison Policy Initiative e dal report World Prison Population List).
L'incarcerazione di massa - Cosa è cambiato allora e quando? Perché ad un certo punto la popolazione carceraria americana è decuplicata? Ci sono diversi fattori che hanno contribuito, uno è la gigantesca guerra alla droga lanciata negli anni Settanta dal governo federale che ha portato migliaia di incarcerazioni, soprattutto di non bianchi. Infatti se bianchi e neri fanno uso di stupefacenti con tassi simili, i neri hanno sei volte più possibilità di finire dietro le sbarre per crimini connessi alla droga. Negli anni Ottanta vengono poi inaugurate decine di carceri. Aprono soprattutto in luoghi isolati, naturalmente autorizzate e in piena cooperazione con le istituzioni locali. Un trend che continua anche negli anni Novanta, con l'apertura di ben 351 luoghi di reclusione per un totale di nuovi 528mila posti. Sintetizza Angela Davis, che oltre ad essere un'attivista storica dei movimenti sociali americani è anche una studiosa di questi temi: "La gente voleva credere che le prigioni non solo avrebbero ridotto il crimine, ma avrebbero anche fornito posti di lavoro e stimolato lo sviluppo economico di località sperdute" (nel libro Aboliamo le prigioni?). Quindi le strutture carcerarie diventano macchine da soldi, luoghi che possono illusoriamente dare posti di lavoro e fornire manodopera a basso o bassissimo costo (cioè gli stessi detenuti). Il privato e il pubblico, infatti, si intrecciano nel mondo carcerario americano. Una ricerca della Prison Policy Initiative sottolinea come anche se soltanto una piccola parte dei carcerati è detenuto in strutture private (l'8%, un numero che da una prospettiva europea appare comunque un po' assurdo), molte aziende private traggono profitto dall'incarcerazione di massa: dall'affitto di luoghi di detenzione, fino a contratti per sanità e alimentazione all'interno delle carceri e molti altri settori del sistema carcerario che negli Stati Uniti sono privatizzati. Non c'è bisogno insomma di essere complottisti per notare come l'aumento di persone in carcere negli Usa corrisponda a precise strategie di controllo sociale e favorisca interessi economici, più che aver a che fare con una presunta crescita del crimine: "Da una prospettiva storica - scrive Michelle Alexander nel libro The New Jim Crow.
Mass Incarceration in the Age of Colorblindness - la mancanza di correlazione tra crimine e punizione non è certo una novità. I sociologi hanno frequentemente osservato come i governi usino la pena come strumento per il controllo sociale, e quindi l'entità o la severità delle pene sono spesso indipendenti dai crimini... anche se il tasso di criminalità negli Usa non è considerevolmente più alto che in altri paesi occidentali, il tassi di incarcerazione è aumentato mentre è rimasto stabile o è declinato in altri paesi". È questa la chiave della questione, e senza dubbio questo implica che la scelta di mettere in prigione un gran numero di persone, soprattutto non bianchi, sia una scelta politica e di controllo sociale.
Carcere e minoranze - La questione razziale infatti riguarda ancora tutta la società americana, ma è più acuta quando si varcano i confini del carcere. Gli afroamericani, scrive la Naacp (storica associazione che difende i diritti degli afroamericani) hanno un tasso di incarcerazione che è cinque volte superiore di quello dei bianchi. Latini e afroamericani sono circa un terzo degli americani, ma più della metà (56%) della popolazione carceraria. Per i razzisti questa è la conseguenza del fatto che i non bianchi sono naturalmente portati a commettere crimini; per tutti gli altri, non ci resta che verificare come evidentemente ci sia qualcosa che non vada nel sistema penale americano e come tratta i non bianchi. E pensare che il gap sta scendendo. A fine 2017, secondo i dati ufficiali del Bureau of Justice Statistic, c'erano in carcere 475,900 neri e 436,500 bianchi, una differenza di sole 39,400 persone mentre dieci anni prima era di 93,100 (592,900 neri e 499,800 bianchi). Anche il gap tra ispanici e bianchi è cambiato, ma perché solo saliti in modo esponenziale i carcerati di origine latina. Questi dati però vanno sempre letti in controluce. Nel 2017, i neri erano il 12% della popolazione americana adulta, e il 33% di quella carceraria; gli ispanici il 16% della popolazione adulta, e il 23% di quella carceraria; e infine i bianchi il 64% degli adulti, e il 30% dei carcerati. Il nocciolo della questione rimane quindi: i non bianchi hanno molte più probabilità di finire in carcere. L'incarcerazione di massa riguarda soprattutto loro, e ha conseguenze sulle strutture sociali, famigliari, sulla loro possibilità di reinserirsi nella società una volta usciti e di trovare un lavoro vincendo i pregiudizi contro gli ex carcerati. E non vanno dimenticati i paletti immensi che vengono messi al diritto di voto per chi ha ricevuto condanne (ancora per qualche dato nudo e crudo si più consultare il sito della Naacp).
Non "infliggere pene crudeli e inusitate" - Nella costituzione americana non ci sono riferimenti espliciti al carcere, ma l'ottavo emendamento (uno di quelli originali del 1787) recita: "Non si potranno richiedere cauzioni eccessive, né imporre ammende eccessive, né infliggere pene crudeli e inusitate". Tra i tanti aspetti del sistema carcerario americano che potrebbero essere inclusi nelle "pene crudeli e inusitate", l'isolamento è senz'altro uno di questi. In un paese dove la pena di morte è ancora in vigore in ben 28 stati su 50 e dove di recente è stata ripristinata anche a livello federale non dovrebbe stupire che quella forma di morte lenta e crudele che è l'isolamento carcerario sia ancora in vigore. La giornalista Aviva Stahl su The Nation ha raccolto le storie di alcuni detenuti della H Unit del Florence ADX, anche detto United States Penitentiary Administrative Maximum Facility di Florence (Colorado), una delle prigioni più dure degli USA. Le condizioni sono così difficili che un Mohammas Salameh, accusato di terrorismo nel 1994 e che prima dell'11 settembre godeva di condizioni carcerarie relativamente accettabili, negli undici anni che ha passato nella H unit ha fatto 8 scioperi della fame per un totale di 428 giorni e ben 220 volte è stato alimentato a forza - pratica che l'ONU e altre organizzazioni internazionali classificano come tortura. La vita di molte di queste persone dipende dalle misure speciali amministrative (special administrative measures) che regolano le loro possibilità di scrivere, leggere, informarsi. Lo spazio di cui possono usufruire è minimo, come in molti altri casi di isolamento in giro per il mondo.
Quando Charles Dickens visitò Eastern State Penitentiary scrisse nel suo L'America: "Il sistema consiste nella più rigida, stretta e disperata segregazione, e credo che nelle sue conseguenze sia non solo crudele ma soprattutto sbagliato". Era il 1842. Oggi, 2019, negli Stati Uniti vivono circa 80.000 persone in isolamento. Forse se con Voltaire guardiamo alle carceri per misurare il grado di civiltà di una nazione, bisogna ammettere che quello degli Stati Uniti d'America sia piuttosto basso.
di Alessandra Ziniti
La Repubblica, 2 settembre 2019
Nulla si muove per far scendere i 31 migrasti rimasti a bordo della Mare Jonio. Neanche Palazzo Chigi. Nonostante gli appelli, le sollecitazioni sempre più irritate di quelli che dovrebbero essere i nuovi alleati di governo, il premier Giuseppe Conte non ha preso neanche quell'iniziativa che è nelle sue prerogative e che più volte si è intestato nei mesi scorsi: chiedere alla Commissione europea di cercare la disponibilità di altri Stati ad accogliere le persone soccorse dalla Ong che, in condizioni sempre più precarie, è da quattro giorni ferma al limite delle acque italiane.
L'unica mossa che, fermo restando il divieto di ingresso firmato da Salvini ma anche dai ministri del M5S Toninelli e Trenta, potrebbe creare le condizioni per consentire l'approdo della nave a Lampedusa. Un silenzio ben lontano da quella "discontinuità" che il Pd chiede a gran voce. "La vicenda Mare Jonio conferma che in Italia sull'immigrazione bisogna cambiare tutto, coinvolgere con autorevolezza l'Europa, unire sicurezza, legalità e umanità è possibile. Il governo non faccia finta di niente, stiamo parlando di esseri umani", dice Nicola Zingaretti facendo sua la richiesta rivolta ai vertici del partito da Mauro Orfini, alla testa dell'ala del Pd che vorrebbe fare dell'ingresso in porto della Mare Jonio una precondizione dell'andata in porto del nuovo governo.
L'atteggiamento di Trenta e Toninelli (con qualche distinguo in più da parte della ministra della Difesa) è immutato: continuano a controfirmare i divieti di Salvini e ieri hanno bloccato pure la Alan Kurdi, con 13 persone soccorse tra cui molti minori. E per questo è a Conte che si chiede di dare prova di "discontinuità".
Lo fa Nicola Fratoianni di Leu: "Per il presidente del Consiglio chi sbarca in Italia, sbarca in Europa. Giusto. E allora cosa aspetta a far finire lo spettacolo indecoroso di decine di esseri umani bloccati da giorni sulla Mare Jonio?". Lo fa Emma Bonino: "Malgrado le promesse di discontinuità, la condotta del presidente del consiglio continua ad essere uguale a quella di Salvini. Siamo alla violazione dei diritti umani come presupposto dell'attività di governo".
Nel vuoto cade anche l'ultimo disperato appello che parte da bordo della Mare Jonio dopo l'evacuazione d'urgenza ieri pomeriggio di una donna e due ragazzi. "Devono scendere tutti in barella? A che punto volete arrivare?".
Né, almeno per il momento, è ipotizzabile - come è accaduto la scorsa settimana per la Open Arms - un intervento della Procura di Agrigento che sul caso della Mare Jonio non ha neanche aperto un'inchiesta se non il fascicolo di prassi per favoreggiamento dell'immigrazione clandestina incardinato dopo lo sbarco dei primi migranti a Lampedusa.
Fino a quando la nave sarà in acque internazionali, i pm non possono intervenire. Alle Procure di Roma ed Agrigento è arrivata per conoscenza una singolare mail della Guardia costiera con 39 nomi e indirizzi di posta elettronica: tutta la filiera di comando della pubblica amministrazione, dall'ultimo funzionario ai capi di gabinetto dei ministeri interessati, che ha un ruolo nel tenere ancora fuori dai porti italiani la Mare Jonio.
La mail inviata per comunicare il nuovo no all'approdo deciso dalle "autorità nazionali" suona come un modo per allontanare responsabilità in una eventuale futura inchiesta per omissione di atti d'ufficio che potrebbe essere aperta quando la magistratura riceverà l'annunciato esposto di Mediterranea Saving Humans.
La Repubblica, 2 settembre 2019
Omar al Bashir è andato a processo il 18 agosto, un giorno dopo lo storico accordo tra militari e civili. Oggi il giudice ha formalizzato l'accusa per i capi imputati e la parola ora spetta alla difesa la prossima settimana. L'ex presidente e dittatore sudanese Omar al Bashir, deposto dall'esercito l'11 aprile dopo 30 anni di potere, è stato incriminato da un tribunale di Khartoum per possesso illegale di fondi stranieri e riciclaggio, ha affermato un giudice.
Le autorità "hanno sequestrato 6,9 milioni di euro, 351.770 dollari e 5,7 milioni di sterline sudanesi nella sua casa", ha dichiarato il giudice Al-Sadiq Abdelrahman. Bashir è detenuto dal giorno della sua destituzione ed è apparso in tribunale già due volte, occasioni in cui ha ammesso di aver preso 90 milioni di dollari dai sauditi, per giustificare i soldi trovati nella sua abitazione dopo l'arresto. In particolare oggi ha confessato di averne ricevuti 25 milioni dal principe saudita Mohammed bin Salman, specificando che non li ha mai usati per scopi personali. Tra i capi d'imputazioni non c'è quello del massacro dei manifestanti durante la rivoluzione che lo ha scalzato.
di Francesco Zanotti
Avvenire, 1 settembre 2019
L'impressione è sempre notevole. Ogni volta la stessa. Ci provi a contarli tutti quei possenti cancelli blindati che si chiudono al passaggio. Ma poi perdi il conto. 1, 2, 3...12, 13, 14... si va di certo oltre 20. Pazzesco. Questo è quello che separa il mondo qua fuori, il nostro di uomini liberi e il loro, quello dei detenuti, di chi vive dietro le sbarre, privato della libertà.
di Maurizio Molinari
La Stampa, 1 settembre 2019
Il tentativo in corso in Italia di dare vita ad un governo composto da un movimento populista ed un partito tradizionale offre la possibilità di raggiungere un compromesso su due temi cruciali inerenti ai diritti: diseguaglianze e migranti.









