edizionecaserta.com, 16 luglio 2019
Un detenuto di 59 anni Giovanni Pontillo, di Capodrise condannato pochi giorni fa a 20 anni di reclusione nell'ambito di un'inchiesta per droga del clan Belforte è stato trovato morto nel carcere di Secondigliano dove era recluso. Sarà l'esame autoptico a chiarire il momento in cui Giovanni Pontillo è deceduto.
Stando ai primi rilievi del medico legale la morte dovrebbe essere avvenuto verso le 17,30 quando Pontillo era rimasto da solo in cella. Una scelta probabilmente maturata quella di non voler partecipare insieme agli altri detenuti all'ora di socialità, così, quando i compagni di cella, sono rientrati hanno fatto la drammatica scoperta.
Per Pontillo non c'era purtroppo già più nulla da fare. Nella serata di ieri è stata allertata la famiglia mentre la notizia si è diffusa questa mattina tra Capodrise, città di origine e Marcianise, dove il 59enne viveva nel Parco Unrra Casas fino all'arresto avvenuto tredici mesi fa. Al momento non si sa se l'uomo abbia lasciato un biglietto per spiegare il gesto estremo: la cella dove è avvenuta la tragedia è stata infatti sottoposta a sequestro, così come la salma di Pontillo che si trova ora all'istituto di medicina legale di Napoli.
Probabilmente già nella giornata di domani (gli atti sono arrivati questa mattina negli uffici della Procura) il pubblico ministero potrebbe fissare il test e nominare un perito. La famiglia Pontillo, assistita in questa triste vicenda dall'avvocato Giuseppe Foglia, potrebbe scegliere un consulente di parte per seguire l'esame, passaggio necessario prima di poter riabbracciare il proprio caro per l'ultimo viaggio.
di Carlo Lania
Il Manifesto, 16 luglio 2019
Non sono mancati apprezzamenti per il lavoro svolto ma alla fine i ministri degli Esteri dell'Unione europea hanno detto "no grazie" al piano presentato dal collega italiano Enzo Moavero Milanesi per ridurre le partenze di migranti dall'Africa e distribuire in Europa quanti riescono ad attraversare il Mediterraneo. "Un approccio costruttivo e responsabile" ma che purtroppo "non porta risultati immediati", ha chiarito il ministro per gli Affari europei di Berlino Michale Roth, presente anche lui ieri a Bruxelles e convinto che, in un momento in cui i porti sono chiusi e le navi delle ong bloccate in mezzo al mare, a servire sia piuttosto un'"alleanza" tra Paesi pronti a battersi per "un meccanismo vincolante" di ripartizione dei profughi. Di fatto la proposta messa a punto da Berlino e che il ministro degli Esteri Heiko Maas vorrebbe realizzare in tempi stretti, anzi strettissimi, con le capitali che accettano di aderire. Peccato che sia proprio quello che da almeno tre anni, e sotto varie versioni, l'Unione europea tenti di fare senza successo per l'opposizione di un buon numero di Stati membri. A partire dall'Austria e dall'Ungheria alleata di Matteo Salvini.
C'era molta attesa in Italia e a Bruxelles per il piano messo a punto dal titolare della Farnesina, piano che nelle ore che hanno preceduto il vertice di ieri ha raccolto consensi non solo tra i 5 Stelle ma anche a sinistra (insieme a un significativo silenzio della Lega). La proposta di Moavero prevede la creazione nei Paesi di transito di uffici dell'Ue nei quali i migranti possano presentare richiesta di asilo in modo da poter essere poi trasferiti in Europa - in caso di esito positivo della domanda - attraverso un corridoio umanitario, saltando così l'inferno dei trafficanti di uomini e dei barconi. Una volta qui verrebbero poi smistati in "aree franche" da crearsi negli Stati che vorranno aderire al programma. Gli uffici dell'Ue potrebbero anche vagliare le domande di lavoro di chi emigra per motivi economici e per cause ambientali.
Si tratta di idee che, seppure formulate in maniera differente, a Bruxelles sono già circolate in passato senza approdare a nulla. E non lontanissime da quanto proposto ieri dalla Germania che punta invece a creare un gruppo di Paesi che offrano accoglienza ai migranti tratti in salvo in mare senza che sia necessaria ogni volta un'estenuante trattativa sulla pelle di uomini, donne e bambini come accade ora. Niente uffici nei Paesi africani, dunque, cosa che allungherebbe i tempi, ma un accordo, anzi un'"alleanza" tra Stati. Berlino - che dall'inizio dell'anno ha accolto 223 persone - ha dato la propria disponibilità a far parte del gruppo al quale, visto come sono andate le cose con le ultime navi delle ong bloccate, potrebbero far parte anche Francia, Lussemburgo, Spagna e Portogallo.
Va detto che - al di là dell'interesse dimostrato - l'accoglienza verso le due proposte non sembra poi essere stata così calorosa. "Quando sento parlare di corridoi umanitari, meccanismi di ricollocamento e una coalizione di volenterosi occorre stare attenti che la discussione non torni indietro di tre anni", ha commentato il ministro degli Esteri austriaco Alexander Schallenberg. Più esplicito il collega ungherese Peter Szijjarto che schierandosi dalla parte di Matteo Salvini ("o si sta con il ministro dell'Interno italiano o da quella dei trafficanti"), ha nuovamente chiuso la porta in faccia al nostro paese rifiutando qualsiasi ripartizione dei migranti, come proposta da Italia e Germania: "Ho chiarito che l'Ungheria non sosterrà alcuna nuova proposta sulle quote. Questi Paesi stanno giocando col fuoco", ha detto. La parola passa adesso al vertice dei ministri dell'Interno che si terrà mercoledì e giovedì a Helsinki per "concordare - hanno spiegato fonti della presidenza di turno finlandese - un meccanismo fino alla fine dell'anno per evitare una crisi politica o umanitaria durante l'estate".
di Paolo Di Stefano
Corriere della Sera, 16 luglio 2019
Fenomenologia di un odio razziale attraverso gli abusi linguistici: utilissima in un momento in cui il linguaggio è fuori controllo. Non è raro che un meridionale ancora oggi si senta dare del "terrone". Qualche settimana fa Vittorio Feltri ha usato questo epiteto contro Montalbano, il commissario di Camilleri, aggiungendo che "ci ha rotto i coglioni...".
Si tratta di un "etnonimo", come spiega bene Enrico Testa nel recente saggio Bulgaro (Il Mulino). Gli "etnonimi" sono l'insieme di nomi che indicano un popolo: a volte sono sostantivi dal valore puramente denotativo; altre volte, specie quando provengono dall'esterno, assumono connotazioni dispregiative. "Terrone" è un'indicazione etnica del secondo tipo: anche se non menziona esplicitamente il nome del popolo, si sa che allude agli italiani meridionali. Lo stesso valeva quando i francesi ci chiamavano "macaronì", idem quando noi chiamiamo i tedeschi "crucchi" (nel web l'aggettivo, di origine incerta, è tornato di moda per la capitana Carola). Lo stesso vale quando i tedeschi chiamano i francesi "Froschesser" (mangiatori di rane) e così via, ci si può sbizzarrire negli incroci. Senza dimenticare che al tempo in cui gli svizzeri promuovevano i referendum popolari per affermare "prima gli svizzeri!", gli italiani venivano chiamati "cingali" (zingari) e spesso "Africa bianca".
La storia si ripete e per rinfrescarsi le idee sulla discriminazione linguistica, sarebbe bene, appunto, leggere il saggio di Testa, che analizza e ripercorre il diffondersi di "bulgaro" come parola malfamata. Basti pensare a combinazioni lessicali come "maggioranza bulgara", "pista bulgara", "editto bulgaro" riprese in contesti diversi ma sempre in chiave squalificante. Non accade solo in italiano: anche in altre lingue esistono parolacce che si possono ricondurre al paese balcanico. Rovistando nel web, nei giornali, nel discorso politico, in resoconti di viaggio e in documenti antichi, Testa ricostruisce la storia di uno stereotipo culturale diventato stereotipo lessicale. E mostra come la lingua non sia mai innocente e come certi usi rivelino un'avversione maturata per secoli: quella occidentale verso il popolo balcanico, per esempio, ha radici in varie sette religiose considerate "repugnanti" dalla Chiesa romana. Dunque, fenomenologia di un odio razziale attraverso gli abusi linguistici: utilissima in un momento in cui il linguaggio è fuori controllo.
di Rachele Gonnelli
Il Manifesto, 16 luglio 2019
La denuncia del capo missione di Medici senza Frontiere in Libia Sam Turner: "Solo 95 superstiti sono stati evacuati". Al Tribunale dell'Aja aperta indagine sulle responsabilità dei 53 morti e 130 feriti. Il governo di Tripoli aveva dichiarato di averli "rilasciati", masarebbe stato più corretto dire "abbandonati". E così, non sapendo dove andare, molti migranti sopravvissuti al bombardamento del 3 luglio del centro di detenzione di Tajoura, stanno tornando dentro il capannone devastato, nonostante le condizioni all'interno siano ancora più invivibili e i rischi di essere di nuovo presi a bersaglio della guerra, che va avanti ancora più violenta tutto intorno, siano aumentati esponenzialmente.
A denunciare questa situazione, che riguarda circa 300 persone sopravvissute all'attacco aereo notturno attribuito all'aviazione del generale Haftar costato la vita a 53 persone con il ferimento di altre 130, è stato, ieri, il capo missione di Medici senza Frontiere in Libia, Sam Turner. A parte un centinaio di migranti che erano detenuti lì e che sono stati trasferiti in altri centri dalle organizzazioni umanitarie o hanno trovato da soli altre collocazioni o sono fuggiti, gli altri hanno cercato riparo nella struttura bombardata a pochi passi dal deposito di munizioni e veicoli della milizia che gestisce entrambi gli hangar per conto del governo Serraj. Un miliziano che ha parlato con Msf volendo restare anonimo - riferisce Turner - ha detto: "Abbiamo ripreso a lavorare, ne arrivano più di prima".
La liberazione, chiesta dall'Unhcr e dall'Oim, di tutti i 5.800 migranti imprigionati nelle carceri della Libia, di cui 3.000 nelle zone dove si combatte, senza un piano di evacuazione, per loro non rappresenta una soluzione, se hanno accettato di tornare sotto il controllo dei miliziani che quella notte hanno sparato su chi fuggiva dalle bombe - come risulta dalle testimonianze raccolte dalla missione Unsmil dell'Onu. Sulle responsabilità della strage ora all'Aja la procuratrice Fatou Bensouda ha aperto un'indagine, secondo quanto risulta ai media libici.
I combattimenti nella periferia a sud di Tripoli nel frattempo si sono intensificati. Le forze armate al comando del generale Haftar (Lna), che dal 4 aprile ha lanciato l'offensiva sulla capitale, tra sabato e domenica stanno cercando di riconquistare la base di Gharyan, dopo aver fatto affluire in zona i veterani delle battaglie di Derna e Bengasi, e sostengono di essere ad un passo dalla "liberazione totale della città dalle milizie" pagate da Serraj. Un'inversione di marcia che i nemici di Misurata fedeli governo di accordo nazionale (Gna) contestano. I combattenti morti da entrambe le parti in questa nuova pagina della guerra civile libica alimentata dalle armi straniere, sono ormai ben oltre quota mille, nel bilancio dell'Oms.
di Marina Catucci
Il Manifesto, 16 luglio 2019
Primo giorno di raid, nessun migrante arrestato. Cambia la legge sui rifugiati: non potranno chiedere protezione se sono passati prima per un paese terzo. Di fatto diventerà impossibile per i migranti centroamericani. Domenica negli Stati uniti sono cominciate le retate chieste da Trump e indirizzati contro circa 2mila famiglie di immigrati illegali su cui pesa un ordine di espulsione. Ma al momento, stando alle dichiarazioni di molti gruppi che si occupano di difendere gli immigrati, non ci sono notizie sulla cattura di nessuno, almeno a Baltimora, Chicago o New York.
L'annuncio dell'inizio delle retate ha seminato il terrore tra gli immigrati privi di documenti. "Molti hanno fatto scorta di generi alimentari progettando di rimanere a casa con luci e aria condizionata spente e le persiane chiuse - dice Daisy Cohen, volontaria newyorchese che si occupa di difesa dei migranti - Alcuni non vanno neanche al lavoro".
Sono stati presi d'assalto i numeri verdi aperti dai governi locali per dare informazioni e supporto legale per difendersi dalle retate del braccio armato di Trump, l'Ice, Immigration and Customs Enforcement, la controversa agenzia federale parte del Dipartimento della sicurezza interna degli Stati uniti e responsabile del controllo della sicurezza delle frontiere e dell'immigrazione.
"La persona che viene a fare le pulizie da me - ci raccontano anonimamente - è nascosta a casa mia visto che io sono al mare con la mia famiglia. Quando noi torneremo in città, lei e la sua famiglia verranno nella casa al mare. Molte persone che conosco stanno facendo questo genere di cose".
In molte città i governi locali e i gruppi di difesa si sono organizzati per aiutare gli immigrati: a Chicago sono stati stampati volantini per informare gli illegali dei loro diritti e si incoraggiano i residenti ad attaccarli ovunque e ad esercitare i propri privilegi di cittadini americani per difendere gli immigrati. I sostenitori della Georgia Latino Alliance for Human Rights di Atlanta vanno nei negozi e centri commerciali latinoamericani distribuendo volantini e facendo informazione capillare.
Sheila Jackson Lee, deputata del Texas ha detto che legali esperti in materia di immigrazione saranno a tempo indeterminato nel suo ufficio di Houston per fornire risorse legali a individui in cerca di informazioni sui raid, che lei ha definito "draconiani". Il direttore del Dipartimento per la cittadinanza e l'immigrazione degli Stati uniti, Ken Cuccinelli, ha minimizzato dicendo che le retate non sono che una normali prassi: "Questo è il lavoro dell'Ice di ogni giorno, gli agenti stanno solo facendo il loro lavoro", ha detto. E quando un giornalista gli ha chiesto se i bambini sarebbero stati separati dai loro genitori, Cuccinelli ha risposto che questo costituisce solo "un dettaglio operativo".
L'amministrazione Trump, d'altro canto, ha accusato le famiglie di sfruttare le scappatoie legali che consentono di avere un permesso negli Stati uniti mentre attendono l'iter delle richieste di asilo e ha cancellato le protezioni per gran parte dei migranti centroamericani, vietando loro di chiedere asilo negli Usa se ci sono arrivati attraversando un altro Paese, come capita a decine di migliaia di persone provenienti dall'America centrale che attraversano il Messico prima di avanzare le loro richieste di asilo negli Stati Uniti.
Immediatamente gli avvocati della American Civil Liberties Union nazionale hanno affermato che questa nuova regola dell'amministrazione Trump non ha basi legali, anzi, è "palesemente illegale", come ha detto l'avvocato della Aclu, Lee Gelernt: "Per la legge statunitense sull'immigrazione e la cittadinanza negli Stati uniti - ha spiegato Gelernt - chiunque può chiedere asilo alla frontiera indipendentemente da come vi è arrivato".
Per il procuratore generale Bill Barr, fedelissimo di a Trump, invece, "questa regola è un esercizio legale di autorità fornito dal Congresso per limitare l'ammissibilità dell'asilo". "Gli Stati uniti sono un paese generoso ma sono sopraffatti dal peso derivante dall'elaborazione di centinaia di migliaia di stranieri lungo il confine meridionale - ha scritto Barr in una nota - Questa regola ridurrà il numero di migranti economici e di chi cerca di sfruttare il nostro sistema di asilo per ottenere l'ingresso negli Usa". A oggi sono oltre 800mila le richieste di asilo pendenti: nel 2018 ne sono state mosse 162.060, 13.168 quelle accolte.
di Giulia Pompili
Il Foglio, 16 luglio 2019
L'Italia ha aderito alla lettera in cui i rappresentanti di almeno altri 22 governi, per lo più occidentali, chiedono all'Onu di intervenire sulle detenzioni di massa da parte della Cina nella regione dello Xinjiang. Lo ha confermato al Foglio la Farnesina.
Una prima versione della lettera, datata 8 luglio, era circolata online nei giorni scorsi, ma in calce, tra le firme degli ambasciatori dei paesi membri del Consiglio, non compariva il nome dell'ambasciatore Gian Lorenzo Cornado, rappresentante permanente presso le Organizzazioni internazionali a Ginevra. Il sospetto, circolato tra gli analisti di questioni asiatiche, era che l'Italia, in quanto paese firmatario della Via della Seta, avesse deciso di non prendere una posizione su una questione molto delicata per Pechino.
Invece secondo la Farnesina l'adesione verbale di Cornado sarebbe arrivata venerdì, durante l'ultimo giorno della 4lesima sessione del Consiglio dei Diritti umani, che si è svolto dal 24 giugno al 12 luglio. Probabilmente, oltre all'Italia, anche altri paesi hanno aderito successivamente alla lettera, ma per saperlo bisognerà aspettarne la pubblicazione. Non lo ha fatto e non lo farà l'America, che lo scorso anno è uscita dal Consiglio accusando l'istituzione dell'Onu con base a Ginevra di "ipocrisia" sui diritti umani.
Nella lettera, destinata al presidente del Consiglio Coly Seck e all'Alto commissariato delle Nazioni Unite per i diritti umani Michelle Bachelet, gli ambasciatori dei paesi firmatari esprimono "preoccupazione" per le "detenzioni arbitrarie", per la sorveglianza di massa e le restrizioni che "colpiscono particolarmente gli uiguri e altre minoranze nello Xinjiang, in Cina". Si chiede poi alla Cina di cooperare con il Consiglio per ristabilire la promozione e la protezione dei diritti umani, e che la lettera venga pubblicata tra i documenti ufficiali della sessione del Consiglio. È una mossa importante, un'iniziativa "senza precedenti", scrive Reuters, anche se, secondo i diplomatici ascoltati da Reuters, "non è stata presentata alcuna dichiarazione formale al Consiglio né è stata proposta una risoluzione da mettere ai voti perché il timore è quello di una reazione politica ed economica da parte della Cina".
Alcune reazioni in effetti ci sono state. Oltre alle critiche del ministero degli Esteri di Pechino (compreso uno scontro a insulti via Twitter tra Susan Rice, ex consigliere per la Sicurezza nazionale dell'Amministrazione Obama, e il viceambasciatore cinese in Pakistan Zhao Lijian) venerdì gli ambasciatori di 37 paesi dall'Asia fino al medio oriente hanno firmato una contro-lettera in cui lodano le attività cinesi nello Xinjiang e il "contributo della Cina alla causa internazionale dei diritti umani". Secondo la versione di Pechino, quelli dello Xinjiang sono "campi di rieducazione" dove si combatte l'estremismo islamico.
Tra i paesi firmatari ci sono il Pakistan, l'Arabia Saudita - a maggioranza musulmana - ma anche Russia, Corea del nord, Venezuela, Cuba e molti paesi africani. Come spesso accade nei luoghi simbolo della cooperazione e del multilateralismo, emergono anche le contraddizioni di certe istituzioni. Per esempio, durante l'ultimo giorno di assemblea, il Consiglio ha approvato una risoluzione proposta dalla Cina chiamata: "Il contributo dello sviluppo finalizzato al godimento di tutti i diritti umani", che "riafferma la necessità da parte della comunità internazionale di trattare i diritti umani a livello globale in modo equo", ha scritto Xinhua. 1125 giugno l'assemblea ha ospitato Ai erken Tuniyazi, vicegovernatore dello Xinjiang, che ha parlato dei "centri di rieducazione" nella sua regione.
La Cina è uno dei 47 membri del Consiglio per i Diritti umani, che ha il potere di votare risoluzioni, e può commissionare indagini e avviare inchieste. I paesi membri sono eletti ogni tre anni dall'Assemblea generale dell'Onu con scrutinio segreto. L'Italia è entrata nel Consiglio per la terza volta nel gennaio del 2019 e ci resterà fino al 2022. La Cina finisce il suo triennio alla fine del 2019.
La Repubblica, 16 luglio 2019
Restauri, autostrade, voli per l'Europa. Un imponente programma di sviluppo del turismo voluto da Pechino per la sua regione a prevalente cultura musulmana. Ma dietro agli edifici storici tirati a lucido, palazzoni che ospitano "scuole di rieducazione", in altre parole campi di internamento per la popolazione di antica origine turca.
Da poco è stato inaugurato un nuovo volo che da Vienna collegherà direttamente la città di Urumqi nella speranza, per i cinesi, di aprire le rotte turistiche anche agli europei (per ora il 40% dei visitatori sono solo locali) ma al contempo, sostiene l'Afp, è necessario che i viaggiatori vengano a conoscenza di ciò che è tenuto nascosto per esempio poco fuori Kashgar, un'antica città della Via della Seta. Qui i venditori di cibo commerciano frutta, spiedini, i piccoli giocano nelle strade e tutto sembra "ordinario" ma poliziotti armati e posti di controllo frequenti ricordano i conflitti interetnici nell'area.
Gli affari sono cresciuti costantemente nel corso degli anni sopratutto perché "lo Xinjiang è ora stabile" ha spiegato all'Afp Wu Yali, che gestisce un'agenzia di viaggi nella regione. Gli stessi turisti "si adattano agli elevati livelli di sicurezza dopo pochi giorni". Ai viaggiatori viene chiaramente impedito di entrare o avvicinarsi ai campi di rieducazione. Le strutture sono recintate, costantemente sorvegliate e ben protette: i giornalisti francesi, durante un viaggio di una settimana nella regione, raccontano di essere stati continuamente respinti mentre cercavano di avvicinarsi ai campi.
A domande sulla situazione la Cina continua a rispondere che le strutture sono "centri di formazione professionale" dove i "tirocinanti" di lingua turca imparano il mandarino e le capacità lavorative ma osservatori internazionali temono che nei centri vengano sfruttati donne e uomini per creare forza lavoro a bassissimo costo.
"Per un turista che va e viaggia per un percorso prestabilito tutto sembra bello" sostiene Rachel Harris, esperta di cultura e musica uigura presso la Scuola di Studi Orientali e Africani dell'Università di Londra. "La violenza che viene inflitta a uiguri e musulmani... è stata resa invisibile. È tutto molto tranquillo perché c'è un regime di terrore che viene imposto alla popolazione locale" sostiene duramente. In tutto ciò il governo continua ad accrescere le sue ambizioni per trasformare lo Xinjiang in una meta dalla forte attrattiva turistica, puntano su investimenti milionari e avvalendosi di pacchetti turistici che presentano le diverse bellezze naturali e culturali patrimonio dell'umanità Unesco. Offrono perfino esperienze "etniche" legate a danza e visite nei luoghi degli uiguri.
"La cultura uigura si riduce al solo canto e danza" ha dichiarato all'Afp Josh Summers, un americano che ha vissuto nello Xinjiang per oltre un decennio e ha scritto guide di viaggio per la regione. "Ciò che mi rende triste è che ci sono solo parti molto specifiche della cultura uigura che vengono mantenute a causa del turismo". A livello internazionale crescono inoltre le preoccupazioni per i leader culturali della comunità uigura scomparsi e che potrebbero essere stati detenuti, per l'ostracismo da parte della Cina per le tradizioni musulmane in quell'area e per il possibile utilizzo di test nucleari nella zona in passato. Informazioni che - secondo il reportage - i futuri turisti dello Xinjiang dovrebbero poter avere prima di decidere di partire.
di Alessio Martino
diritticomparati.it, 15 luglio 2019
Brevi osservazioni sulla sentenza Viola c. Italia. Nel mese di giugno 2019 la Corte Europea dei Diritti dell'Uomo ha per la prima volta sottoposto al proprio vaglio la disciplina dell'ergastolo c.d. "ostativo" disciplinato dall'art. 4bis dell'Ordinamento Penitenziario.
di Cristina Nadotti
La Repubblica, 15 luglio 2019
"Conto che la legge "Codice rosso" sia approvata già in settimana, i fatti di Savona mostrano quanto un nuovo intervento sia importante". La ministra leghista Giulia Bongiorno è sempre disponibile a parlare di femminicidi perché, sottolinea, "non sa quante persone mi dicono di aver trovato la forza di denunciare dopo aver letto un articolo o visto la tv".
di Renato Mannheimer
Il Giornale, 15 luglio 2019
Per il 43% meglio un innocente in galera che un colpevole fuori: colpa del crescente rancore sociale. "Meglio un colpevole fuori dalla galera che un innocente dentro". È un detto comune e l'idea corrente, spesso anche tra gli stessi magistrati, è che non si possa che convenire, al fine di evitare i tanti errori giudiziari di cui leggiamo sui giornali.










