di Federico Fubini
Corriere della Sera, 14 luglio 2019
Intervista al ministro degli Esteri Moavero Milanesi: "Lo presenterò in settimana al Consiglio Ue: corridoi umanitari per chi supera il vaglio. E per la ripartizione ci vuole un metodo con criteri oggettivi".
Enzo Moavero Milanesi ci lavora dal giorno in cui fu nominato ministro degli Esteri poco più di un anno fa. Ne ha parlato giovedì scorso con il premier Giuseppe Conte e con Matteo Salvini, il ministro dell'Interno, ed esporrà queste idee domani a Bruxelles al Consiglio Affari Esteri per una riflessione con i colleghi europei. "Usciamo dalla tirannia delle emergenze e dell'emotività - dice - obiettivamente, sui flussi migratori sino ad oggi ogni Paese tende a reagire in maniera sovranista. Ma riusciremo a governarli solo con una vera politica europea equilibrata, fatta di molti elementi".
Ministro, lei sta per presentare idee per un'azione europea sulle migrazioni con il suo collega di Malta Carmelo Abela. Come nascono?
"Negli ultimi tempi, ci sono stati accordi sulla distribuzione dei migranti fra Paesi prima dello sbarco. Ma non possiamo continuare a procedere caso per caso, cercando ogni volta soluzioni d'emergenza. Bisogna trovare un meccanismo strutturato, di carattere stabile".
Va superato il regolamento di Dublino, che obbliga i Paesi di primo sbarco a vagliare le domande di asilo? Molti governi non vogliono.
"Dublino riguarda l'asilo, ma il Trattato Ue contiene norme per regolare le migrazioni in generale, non solo su come verificare le domande di asilo. Questo porta ad allargare la riflessione all'insieme dei flussi migratori: i migranti non cercano la costa italiana, greca o maltese. Cercano l'Europa. Dunque è in una cornice europea che va trovata una soluzione".
Non teme una reazione scettica dagli altri governi? Vi diranno che l'unica politica dell'Italia è chiudere i porti.
"Per governare simili flussi occorre una politica comune europea che stabilisca bene cosa si fa, collaborando. Gli Stati non vanno lasciati soli ad affrontare l'emergenza con strumenti parziali e inevitabilmente egoistici. Il Trattato Ue parla di politiche europee sui flussi migratori e, quindi, va oltre il semplice riconoscimento del diritto di chiedere asilo o protezione internazionale".
A cosa pensa?
"Il primo livello è fare di più prima che le persone inizino a migrare. Occorrono investimenti maggiori, con finanziamenti sufficienti, nei Paesi dai quali si parte: progetti mirati a rafforzare il tessuto sociale o mitigare gli effetti del cambiamento climatico. Le risorse necessarie sono ingenti e proprio per questo il tema deve entrare nei negoziati sul Quadro finanziario europeo 2021-2027. Per raccoglierle, si può pensare anche all'emissione di appositi titoli europei di debito".
Le persone continueranno comunque a partire, non trova?
"Per questo è giusto che quei migranti che legittimamente chiedono asilo possano farlo in luoghi il più possibile vicini a quelli che sono costretti a lasciare. Per esempio, un rifugiato da un paese in guerra dovrebbe poter far esaminare la sua domanda di asilo presso un ufficio europeo nel più vicino Stato in pace, prima di affrontare un viaggio lungo e sempre drammatico. E se l'asilo viene riconosciuto, il rifugiato dovrebbe viaggiare verso l'Europa attraverso corridoi umanitari senza dover pagare i trafficanti. L'Ue deve garantire trasporti normali, voli charter come ne sono stati fatti anche di recente verso l'Italia per persone di cui si sapeva già che avevano diritto all'asilo. Chi ha diritto all'asilo deve poter viaggiare in condizioni degne, non in mano a criminali".
Significa che ci sarebbe una distribuzione dei rifugiati in Europa?
"Il sistema funziona solo se un numero sufficiente e consistente di Stati Ue aderisce. Specie i più grandi. Per la ripartizione ci vuole un metodo con criteri oggettivi e chiari. Inoltre, gli uffici europei per la valutazione delle domande di asilo, se funzionano bene, potrebbero anche vagliare domande di lavoro fatte da chi emigra per ragioni economiche o a causa dei radicali mutamenti climatici. Se trovassero offerte di lavoro in qualche Paese europeo, anche queste persone potrebbero cosi viaggiare al sicuro".
Non pensa che ci saranno sempre persone che si metteranno in mano ai trafficanti, aggirando i centri europei di filtro in Africa?
"Per quello ci vuole una seria organizzata lotta al traffico di esseri umani, con più cooperazione fra le forze di polizia e di sicurezza europee".
Ciò implica riportare missioni navali europee nel Mediterraneo?
"Sì, ma stabilendo regole idonee. Il salvataggio in mare è un dovere antico, previsto da tutte le convenzioni ed è un obbligo morale. Le missioni europee nel Mediterraneo servono vari obiettivi, ma non possono continuare a prevedere che tutti i salvati siano portati in Italia. Nessun Paese può diventare la piattaforma europea degli sbarchi e, per le regole di Dublino, del vaglio delle domande di asilo e di ogni onere connesso. Senza contare che, nelle more dopo la domanda, molti richiedenti si allontanano, varcando anche la frontiera e creando questioni con gli Stati confinanti".
Il filtro in Italia però è ciò a cui altri Paesi pensano. Come se ne esce?
"C'è una strada per ridurre gli oneri per lo Stato dove sbarcano i migranti. Lo sbarco va scollegato dal concetto di 'primo arrivo' stabilito da Dublino e i migranti andrebbero accolti in 'aree franché da crearsi nei vari Paesi Ue".
Non rischiano di diventare centri di detenzione europea sui porti dell'Italia o della Grecia?
"No. Si tratterebbe di centri controllati, un'idea presente già nelle conclusioni del Consiglio europeo di un anno fa. Tutti i Paesi Ue affacciati sul Mediterraneo potrebbero averne. Ma il soggiorno di chi sbarca sarebbe di pochi giorni, perché poi le persone andrebbero subito distribuite anche in altri Stati Ue dove si verificherebbe il loro diritto all'asilo. Così, operando su numeri ripartiti e minori, tutto procederebbe meglio".
Quando le domande d'asilo vengono respinte, i migranti diventano irregolari e non rientrano nei loro Paesi. Perché i governi Ue dovrebbero accettare questo rischio, oggi in gran parte su Italia e Grecia?
"Un punto nodale sono gli accordi di riammissione con i Paesi d'origine dei migranti. Oggi ne abbiamo pochi e con tanti limiti. Ma se fosse l'Unione europea a stipularli, avrebbe molto più peso negoziale. Anche perché potrebbe collegarli ai suoi investimenti nei medesimi Paesi d'origine, di cui dicevo prima".
Lei pensa che ci sia spazio per un accordo del genere oggi in Europa?
"È quello che vogliamo verificare. Per un'azione efficace, bisogna agire alla sorgente e non solo alla foce dei flussi. Questa è una proposta per un approccio europeo: richiede quel salto di qualità finora mai fatto. Perché funzioni, serve una volontà politica solidale che eviti l'arrocco sovrano di ciascuno Stato nel suo particolare".
Ministro, teme che il caso Lega-Russia pesi sulla posizione internazionale dell'Italia e sul suo ruolo nell'Alleanza atlantica?
"Non rileva propriamente dei rapporti fra gli Stati. Non ho elementi d'informazione al riguardo. E, come ovvio, non posso commentare una vicenda oggetto di un'inchiesta giudiziaria".
di Barbara Matejcic
L'Espresso, 14 luglio 2019
Un'inchiesta-reportage dell'Espresso in edicola da domenica e già online su Espresso+ rivela le espulsioni di massa effettuate di notte dalla polizia di Zagabria. Una pratica che viola tutte le regole dell'Unione ma che, paradossalmente, viene effettuata con i soldi di Bruxelles. L'Unione Europea ha deportato illegalmente oltre i propri confini migliaia di profughi, rispedendoli verso Paesi extra Ue come Serbia e Bosnia. Una pratica che continua anche in queste settimane.
A confermare quello che fino a ieri era solo un sospetto (e un atto di accusa di Amnesty International) ci sono ora diverse testimonianze, tra cui quella del sindaco della città bosniaca di Bihac, Šuhret Fazlic, oltre a quella di un ufficiale della polizia croata che ha deciso di rivelare le pratiche illegali di deportazione collettiva.
Ciò che succede nei boschi tra Bosnia e Croazia è questo: migliaia di persone che provengono da Siria, Afghanistan e Pakistan e che hanno fatto tutta la rotta balcanica attraversano il confine della Ue entrando in territorio croato.
La Croazia, membro Ue, utilizza i fondi di Bruxelles per rimandare con la forza i rifugiati in Bosnia e Serbia. Una prassi del tutto illegale. Migliaia di persone portate via di nascosto e di notte attraverso i boschi, con i gps oscurati
A questo punto le norme della stessa Ue (tra cui il Trattato di Dublino) imporrebbero che i migranti venissero mandati negli appositi centri per l'identificazione, le impronte digitali e la richiesta dello status di rifugiati. Invece quello che accade in Croazia è che i migranti vengono prelevati e forzosamente riportati oltre la frontiera bosniaca (o talvolta serba), in violazione di tutte le norme.
I trasferimenti forzosi avvengono in camionette della polizia e molto spesso in maniera violenta, come provano le diverse testimonianze e le fotografie delle ferite degli stessi immigrati una volta riportati in Bosnia. Milena Zajovic Milka dell'Ong croata Are You Syrious sostiene che nel 2018 sono stati effettuati, secondo le loro stime, ben 10 mila respingimenti illegali oltre le frontiere Ue.
Il sindaco di Bihac, Šuhret Fazlic sostiene di aver personalmente incontrato dei poliziotti croati armati, mentre andava a caccia nei boschi fuori dalla sua città: stavano riaccompagnando con la forza in Bosnia un gruppo di 30-40 migranti. "Erano a circa 500 metri dal confine croato, sul suolo bosniaco. Mi presentai agli agenti e dissi loro che erano sul territorio bosniaco e che quello che stavano facendo era illegale. Ma fecero spallucce e si giustificarono spiegandomi che avevano ricevuto degli ordini". Un ufficiale anonimo della polizia croata spiega nei dettagli come avvengono queste deportazioni: di solito di notte e sempre di nascosto, dopo aver distrutto tutti i telefonini dei migranti per evitare che possano lasciare tracce digitali dei loro percorsi.
L'Europa sempre più piena di muri e frontiere. La Lega inzeppata di traffichini e fascisti. E il web in bilico tra libertà e privatizzazione selvaggia. Ecco cosa trovate sul numero in arrivo in edicola e sui device. E gli articoli in anteprima per gli abbonati Espresso+
Anche il difensore civico croato, Lora Vidovic, conferma la pratica delle deportazioni illegale di migranti dalla Croazia - cioè dalla Ue - verso Bosnia e Serbia. La Commissione europea ha stanziato oltre 100 milioni di euro per la Croazia negli ultimi anni, una parte significativa dei quali è stata destinata alla sorveglianza dei confini e al pagamento degli stipendi degli agenti di polizia e delle guardie di frontiera. Di fatto quindi, la stessa Ue finanzia operazioni illegali e contrarie alle norme Ue per espellere migranti che hanno diritto a chiedere lo status di rifugiati.
di Sergio Arcobelli
Il Giornale, 14 luglio 2019
Conquistata in carcere la corona welter sudamericana Mai un detenuto aveva vinto un titolo internazionale. C'era gente di ogni tipo quel venerdì sera ad Asunción. Facce stanche, facce in lotta con la vita, facce poco raccomandabili. La maggior parte del pubblico era arrivata in anticipo per l'incontro. Alcuni erano lì da mesi, molti, la gran parte, attendevano da anni. In fondo che altro avevano da fare? Richard, il loro beniamino, si stava preparando a pochi metri dal ring e intanto si estraniava da tutto nascondendosi nel suono delle cuffie.
Sul suo viso nemmeno un sorriso. La tensione era scolpita nelle rughe e gli zigomi grandi. La posta in palio troppo alta. Si dice che solo chi abbia conosciuto profondamente la miseria sia in grado di trovare le giuste motivazioni per superare le prove più difficili. Ebbene, il detenuto Richard Moray, quella sera nel carcere di Asunción, davanti al suo pubblico, ai suoi compagni, sapeva di giocarsi molto, tutto, un'altra esistenza.
Ce l'ha fatta, Richard. Ha vinto. È diventato campione del sudamerica ed è cominciata così, dopo aver toccato il fondo, la nuova vita di questo 31enne paraguaiano. Quella precedente, contrassegnata da spaccio e droga, crimini e violenze, meglio rimuoverla per sempre. Richard La Pantera Moray è infatti rinchiuso nell'unità penitenziaria "Industrial Esperanza" di Tacumbú, quartiere di Asunción, la capitale del Paraguay, dove sta finendo di scontare una pena di sette anni per furto aggravato. Qui, in carcere, su un ring allestito per l'occasione, davanti a centocinquanta persone, perlopiù dei detenuti, dopo aver già conquistato il titolo nazionale della categoria superwelter (63,5 kg.-66,6 kg.) si è impossessato della cintura di campione sudamericano a spese del brasiliano Carlos Caolho Santos. Salito sul quadrato con dei pantaloncini rossi, gli è bastato un round e poco più di due minuti - per mettere al tappeto l'avversario.
Tra un "vamos Pantera" e un "usa il gancio", queste le urla di incoraggiamento dei compagni di cella da dietro le sbarre, Moray ha liquidato lo sfidante in quello che è stato il primo incontro di boxe a livello internazionale in un penitenziario.
"Avevo dei dubbi sul fatto che potesse farcela. E invece mi ha stupito", ha detto a caldo l'allenatore Fabio Potrillo Romero, artefice del rientro agonistico di Richard che da quattro anni si batte per dare una seconda possibilità ai reclusi del penitenziario di Tacumbú. Lo sport, d'altronde, può essere la via di fuga dalla criminalità e dalla tossicodipendenza. E dal carcere. Il ministero della Giustizia gli ha infatti concesso la libertà condizionale "perché si è riabilitato grazie allo sport". Dovrà insegnare boxe ad altri detenuti.
"A tutte le persone che si trovano nella mia stessa situazione ha raccontato Moray - dico che sì, è possibile redimersi. Se ce l'ho fatta io, perché non può farcela un altro?". Cadere e risorgere, si sa, fa parte della storia dei campioni del ring. E anche questa storia non è da meno, tanto che Netflix si è già accaparrata i diritti. La Pantera, in fin dei conti, non ha combattuto invano.
di Errico Novi
Il Dubbio, 13 luglio 2019
Nella riforma di Bonafede anche sanzioni per i giudici lenti. Il ministro Alfonso Bonafede l'ha sempre annunciata come "un intervento mirato". Ma il suo non è solo un bombardamento molecolare: è una riforma della Giustizia vera, di fronte alla quale difficilmente l'alleato leghista potrà arricciare il sopracciglio. In particolare per la fermezza, che trasfigura nel rigore estremo, adottata dal guardasigilli con la magistratura.
Il Messaggero, 13 luglio 2019
Riammessi gli emendamenti leghisti prima giudicati non ricevibili, riparte la Commissione. Si sblocca l'iter del decreto sicurezza bis, fermo per il contrasto tra i due livelli in cui ha finora viaggiato: quello delle aule parlamentari e quello dello scontro su Facebook tra i due partiti della maggioranza.
di Valentina Errante
Il Messaggero, 13 luglio 2019
Nella riforma di Bonafede anche la riduzione dei tempi delle indagini. Toghe in politica: niente ritorno in magistratura, lavoreranno al ministero. Tempi strettissimi per le indagini, un ruolo filtro dell'udienza preliminare e obbligo dei pm alla discovery se non procederanno con la chiusura delle indagini o la richiesta di rinvio a giudizio entro i nuovi termini, con un'ipotesi di illecito disciplinare in caso "di dolo o negligenza inescusabile".
Redattore Sociale, 13 luglio 2019
In carcere ci si suicida oltre 18 volte in più rispetto a quanto avviene tra la popolazione libera. Gli ultimi dati disponibili del Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria riferiscono di 61 suicidi tra i detenuti nel 2018 (67 secondo Ristretti Orizzonti), 504 dal 2009 al 2018 (564 secondo Ristretti Orizzonti). Il suicidio non riguarda solo i detenuti ma anche gli agenti di Polizia penitenziaria che, con i primi, condividono la vita all'interno del carcere. Tra il 1997 e il 2018 sono 143 gli agenti che si sono tolti la vita (dati Ristretti Orizzonti), già sette i casi registrati nel 2019. L'ultimo il 10 luglio: un agente in servizio alla Casa circondariale di Bologna si è ucciso nella sua casa in Abruzzo, aveva 35 anni. Ad aprile un altro, sempre a Bologna. A giugno un agente originario di Sassari che, da anni, lavorava a Vigevano si era ucciso mentre era in ferie in Sardegna. "Il carcere è un contenitore di disagio sociale e noi siamo dall'altra parte, disarmati, senza strumenti per affrontarlo", dice Nicola D'Amore, delegato del Sinappe, il Sindacato nazionale autonomo di Polizia penitenziaria, di stanza alla Casal circondariale di Bologna.
di Matteo Indice
La Stampa, 13 luglio 2019
Nel pieno d'una delle peggiori tempeste della sua storia, il Csm dice ai magistrati di tutt'Italia che da quasi 25 anni tendono a nascondere le indagini sui loro colleghi e le comunicano con ritardo al Consiglio, impedendo così un'efficace azione disciplinare. Di più: l'organo di autogoverno, per sollecitare input sulle inchieste in cui inciampano altri giudici o pubblici ministeri, riesuma una circolare del 1995 dai toni piuttosto velenosi, lanciando implicitamente un duplice messaggio.
Primo: tutti devono partecipare al restyling d'immagine delle toghe, devastata dal caso Palamara e dalle intercettazioni che hanno svelato le trame per pilotare le nomine sulle Procure di varie città con un corollario di dimissioni, autosospensioni e durissimi richiami del Presidente della Repubblica. Secondo: l'andazzo, sembra rimarcare oggi il Csm, si protrae da un quarto di secolo e non ci si può trincerare sempre e comunque dietro il segreto istruttorio. Il nuovo documento è firmato dal segretario generale Paola Piraccini, ha la data dell'8 luglio ed è indirizzato a tutti i procuratori generali, con l'indicazione di divulgarlo a loro volta alle Procure della Repubblica d'ogni provincia di competenza: "Rilevata la necessità - si legge nel carteggio - di garantire la tempestiva comunicazione delle notizie di reato a questo organo (il Csm appunto, ndr), il Comitato di presidenza ha deliberato di rinnovare la richiesta di puntuale osservanza della Circolare 13682 del 5 ottobre 1995".
Ciò che veniva scritto allora, è il diktat, dev'essere ripreso per buono e le contromisure suggerite vanno messe in pratica. Si spiega in primis come già nel 1995 il Consiglio avesse "ribadito il suo costante orientamento sul punto della non opponibilità del segreto investigativo... nei confronti degli organi titolari del potere-dovere di vigilanza".
Ma il bello viene dopo, ed è significativo che i passaggi della vecchia circolare siano allegati per intero all'attuale richiamo: "Si sono dovute riscontrare notevoli difficoltà di adempimento da parte di numerosi uffici. Talora sono del tutto mancate le dovute comunicazioni e il Consiglio ha dovuto prendere conoscenza attraverso la stampa di procedimenti riguardanti magistrati, addirittura già pervenuti alla conclusione dell'indagine preliminare".
Ancora: "Quasi mai gli uffici del pm provvedono a un'informativa sui fatti ai quali il procedimento si riferisce, né trasmettono di loro iniziativa gli atti conclusivi, né i provvedimenti di misura cautelare a carico di magistrati. Quasi sempre gli uffici trasmettono elenchi cumulativi di procedimenti privi d'indicazioni utili".
L'ultimo affondo, scritto sì 24 anni fa e però rilanciato dal Csm di oggi alle Procure, è il più duro: "Accade anche che le comunicazioni al Consiglio non siano al contempo inoltrate ai titolari dell'azione disciplinare, con evidente pregiudizio per l'esigenza di pronta informazione del ministro di Grazia e giustizia e del procuratore generale presso la Cassazione".
Il riferimento a quest'ultima figura suona tra l'altro come l'ennesimo cortocircuito: Riccardo Fuzio, Pg della Cassazione fino a pochi giorni fa, ha lasciato l'incarico ed è stato poi iscritto al registro degli indagati per rivelazione di segreto d'ufficio, con l'ipotesi che lui stesso avesse informato Palamara dei procedimenti a suo carico.
di Virginia Piccolillo
Corriere della Sera, 13 luglio 2019
"Fatti gravi, compromessa la credibilità", scrive la sezione disciplinare, che ha contestato all'ex pm di aver messo le sue funzioni di magistrato a disposizione dell'imprenditore Centofanti in cambio di viaggi e regali. Cade però l'accusa di aver avuto in dono anche un anello per un'amica.
La Sezione disciplinare del Csm ha sospeso in via cautelare dalle funzioni e dallo stipendio il pm romano Luca Palamara, indagato a Perugia per corruzione. I fatti contestati, si legge nella motivazione, "appaiono oggettivamente e incontrovertibilmente gravi e tali da rendere incompatibile con gli stessi l'esercizio delle funzioni, perché idonei a compromettere irrimediabilmente, allo stato degli atti, la credibilità del magistrato, anche sotto il profilo dell'imparzialità e dell'equilibrio".
E sulle cene con i dem Luca Lotti e Cosimo Ferri e alcuni consiglieri Csm (ora dimessi o sospesi) censura il "risiko giudiziario" compiuto per suoi interessi personali. Si citano anche i 40mila euro che secondo la procura di Perugia avrebbe ricevuto per "agevolare e favorire Giancarlo Longo nell'ambito della nomina a Procuratore di gela", oggetto ancora di indagine.
Palamara: "Era prevedibile" - Il tribunale delle toghe ha così accolto la richiesta avanzata dal Pg della Cassazione Riccardo Fuzio. "Era prevedibile, sono sereno. Quello che mi interessa è difendermi nel processo", ha commentato Palamara che di fronte alla sezione disciplinare aveva rivendicato la "libera manifestazione di idee e valutazioni personali".
La difesa, gli avvocati Luca e Benedetto Marzocchi Buratti e Roberto Rampioni, ha confermato che farà ricorso in Cassazione. Palamara era stato audito martedì a palazzo dei Marescialli e aveva respinto ogni accusa. Sui soggiorni pagati o prenotati da Centofanti, l'ex presidente Anm aveva detto: "Il pagamento del prezzo avveniva da parte sua e poi venivano restituiti i soldi". Ma la contestazione si è appuntata su circa 6.600 euro residui, non giustificati. Quanto alle cene, Palamara aveva rivendicato una "libera manifestazione di idee e valutazioni personali".
"Con l'imputato Lotti programmava i propri obiettivi" - Nell'ordinanza la sezione disciplinare contesta la tesi delle libere valutazioni personali. Perché non c'erano "interlocutori occasionali", ma "un soggetto indagato e poi imputato (l'on. Luca Lotti) da una delle procure in gioco (quella di Roma), da parte di un soggetto (l'incolpato) che afferma di essere stato sempre consapevole, dell'esistenza di indagini a suo carico da parte della procura di Perugia, anch'essa considerata nel "risiko giudiziario")". E c'era una "programmazione delle azioni ritenute necessarie ai propri obiettivi".
L'anello che non c'è più - A Palamara viene contestato di aver violato i suoi doveri di magistrato per le vicende al centro dell'inchiesta di Perugia, dove è accusato di aver messo le sue funzioni di magistrato a disposizione dell'imprenditore e suo amico Fabrizio Centofanti in cambio di viaggi e regali. Tra questi un anello che nella motivazione del provvedimento di sospensione, però, non c'è più.
camerepenali.it, 13 luglio 2019
Le proposte emendative sollecitate dal Dap al Governo, in sede di conversione parlamentare del decreto "sicurezza bis", destano particolare allarme. Chiedere, con vigore, come avvenuto con la nota GDAP n. 0209946, datata 3 luglio 2019, l'introduzione di una nuova fattispecie di reato proprio del detenuto, di una specifica aggravante e di un ampliamento degli ambiti punitivi della condotta, facendo, altresì, rientrare il tutto sotto l'ombrello della ostatività previsto dall'art. 4 bis O.P., è, non solo ingiustificato, ma certamente irresponsabile.










