di Marco Guerra
vaticannews.va, 30 agosto 2019
Nuovi arresti nelle comunità delle minoranze cristiane presenti nel Paese. A luglio sono stati confiscati gli ultimi ospedali gestiti dalla Chiesa cattolica. Don Mussie Zerai: "Il timore è che questo toccherà anche alle scuole". In Eritrea proseguono le persecuzioni governative anticristiane, dopo la confisca delle strutture sanitare cattoliche avvenute tra giugno e luglio, almeno 150 cristiani sono stati arrestati negli ultimi due mesi in diverse città. A darne notizia è il sito dell'osservatorio cristiano Wolrd Watch Monitor secondo cui l'ultimo episodio risale al 18 agosto, quando sono stati arrestati 80 cristiani da Godayef, un'area vicino all'aeroporto della capitale, Asmara.
Chiesta la rinuncia al cristianesimo - Il 16 agosto, sei cristiani, dipendenti pubblici del governo sono stati arrestati e portati davanti a un tribunale ad Asmara. Il giudice ha intimato ai sei fedeli di rinunciare al cristianesimo e davanti al loro rifiuto si è riservato di prendere eventuali future decisioni.
70 cristiani condotti nei tunnel sotterranei - Il 23 giugno altri 70 cristiani appartenenti alla Faith Mission Church of Christ erano stati arrestati a Keren, la seconda città più grande dell'Eritrea. I membri di questo gruppo, tra cui 35 donne e 10 bambini, sono stati portati nella prigione di Ashufera, che è composta da un vasto sistema di tunnel sotterranei in condizioni estremamente degradate.
Arrestati cinque preti ortodossi - Sempre lo scorso giugno sono stati arrestati anche cinque sacerdoti ortodossi, un atto che spinse l'osservatore delle Nazioni Unite per i diritti umani in Eritrea, Daniela Kravetz, a chiedere il rilascio di tutti coloro che sono stati imprigionati per il loro credo religioso.
Don Zerai: perseguitate tutte le religioni - "Il governo tollera le religioni che ha trovato già radicate nel Paese; le nuove religioni di minoranza - nel caso degli arresti riguardanti i gruppi pentecostali, battisti - sono dichiarate illegali nel Paese già dal 2001", così a Vatican News il sacerdote eritreo don Mussie Zerai, presidente dell'agenzia Abeshia, spiega i motivi di questa ennesima ondata repressiva. Don Zerai conferma inoltre l'esistenza di carceri eritree sotterranee e racconta di persone detenute all'interno di un container senza poter vedere la luce del sole.
Dopo gli ospedali si teme per le scuole - Il sacerdote parla anche della confisca degli ospedali cattolici: "Tra giugno e luglio sono state chiuse in totale 29 strutture tra ospedali, cliniche e presidi medici, gestiti dalla chiesa cattolica rifacendosi a questa legge. Non solo ha fatto chiudere queste strutture ma ne ha confiscato fisicamente la proprietà". "Il timore è che questo toccherà anche alle scuole che la Chiesa cattolica gestisce - afferma ancora Don Zerai - 50 scuole tra elementari, medie e superiori e oltre cento asili nidi in tutto il territorio nazionale. Sarà un danno enorme soprattutto per la popolazione, perché sia le cliniche che le scuole si trovavano anche in zone sperdute, rurali, dove non c'è nessun'altra presenza tranne quella della Chiesa cattolica".
di Luciana Castellina
Il Manifesto, 30 agosto 2019
Incarico di governo. C'è molto da fare per ricostruire le condizioni di un confronto meno barbarico e prima ci mettiamo mano, dando a questo obiettivo la priorità che merita nell'agenda politica, meglio sarà. Occorre impegnarsi a riconquistare la società che abbiamo perduto. La prima ragione per la quale sono favorevole a che si faccia al più presto il governo Conte 2 è per far sbarcare quei poveracci ammassati sulle navi soccorritrici delle ong che rischiano di affogare. So bene che chiamare brutto l'esecutivo che si prepara è un eufemismo; e anche che decidere solo in base a come tratterà gli immigrati non è criterio sufficiente per giudicarlo nel suo insieme. E però a me al momento mi basta anche solo questo, perché in questo "solo" ci sono le vite di quelle donne e di quei ragazzi e bambini che ci guardano dallo schermo televisivo terrorizzati ma anche stupefatti dalla nostra cattiveria.
C'è poco tempo per salvarli, loro e quelli che sappiamo continueranno ad arrivare nonostante il rischio che sanno di correre. E so che ogni altra soluzione alla nostra crisi di governo - ritorno alla compagine precedente, o lunghissima e assai probabilmente perdente campagna elettorale - rappresenterebbe per loro una sentenza di morte.
Sebbene sia rimasta stupefatta per l'allineamento di Toninelli e Trenta al diktat enunciato da Salvini nelle sue ultime ore di esercizio ministeriale, una "disciplina" tanto più inspiegabile in quanto proprio questi due ministri sembravano in un primo tempo - ma era solo conflitto di competenze - non allineati al decreto sicurezza bis; e sebbene sia sconsolata per il silenzio, proprio sul tema migranti, nel primo discorso del presidente incaricato da Mattarella.
Nonostante tutto questo credo che, almeno su tale problema, finirà per esserci una discontinuità con il Conte 1: non ha forse parlato di "nuovo umanesimo": e allora apra i porti ai naufraghi-migranti. Ma anche la dura requisitoria pronunciata in Senato contro Salvini - un discorso per molti versi stupefacente per un'Aula come quella (che ha infatti lasciato allibiti gli osservatori esteri di ogni parte politica) dovrebbe garantire una correzione in quella che è stata la linea più caratterizzante della sua politica, quella dei "porti chiusi".
Direte che il mio è ottimismo da quattro soldi. Che anteporre la politica migratoria ad altre cose più importanti non è giusto. Ma, scusate, che cosa ci offrirebbe di importante e di buono il ricorso al voto? Solo chi ha una ben misera concezione della democrazia può pensare che sia cosa buona e dignitosa per il paese, ridare comunque la parola agli elettori. La democrazia rappresentativa, quella prevista dalla nostra Costituzione, è svuotata di senso se è solo voto ogni qualche anno da parte di una società socialmente e culturalmente frantumata come quella italiana attuale, dove non esistono più quegli organismi intermedi che garantiscono un canale di comunicazione fra cittadino e istituzioni, che attrezzano a declinare il noi, a leggere la propria condizione attraverso una griglia di classe (come è indispensabile se si vuole capire il senso delle proposte politiche), a comprendere la complessità dei problemi.
Nella prima Repubblica questo ruolo è stato assolto con limiti ma anche con successo, dai grandi partiti di massa; oggi questi organismi indispensabili alla democrazia non esistono più, così come sempre più assenti sono altre forme di democrazia organizzata. In queste condizioni una campagna elettorale non rafforza granché la democrazia; tanto meno potrebbe farlo quella che si prospetta, con una parte di elettorato che si è bruscamente e solo per confusa protesta spostata su formazioni appena emerse, l'altra metà che si è rifugiata nell'astensione.
Non voglio certo dire che votare non serve, ma vorrei che non ci imbrogliassimo a vicenda pensando che l'incattivito, violento, incolto scontro che si verificherebbe, comandato da social incontrollabili e da insopportabili chat televisive, rafforzerebbe la democrazia. Il maggior pericolo sta proprio nell'usare formalmente le regole della democrazia per affossarla. La storia insegna. C'è molto da fare per ricostruire le condizioni di un confronto meno barbarico e prima ci mettiamo mano, dando a questo obiettivo la priorità che merita nell'agenda politica, meglio sarà. Ma occorre impegnarsi a riconquistare la società che abbiamo perduto e non restare circoscritti all'ossessione del governo.
Come sarà questo Conte bis? Sento ripetere da molti (Cacciari per ultimo, anche se inizialmente mi era sembrato di opposto parere) che non è "operazione dignitosa". Limpida non è certo, nessuno credo ne dubiti. Ma di limpido c'è francamente poco in circolazione, e non vedo proprio che razza di governo migliore potrebbe uscire dal voto immediato che viene invocato, anche ammesso che si riuscisse a contenere una pericolosa prepotente e massiccia vittoria della Lega. Nessuno è in grado di prevedere per domattina un governo decente.
E allora si tratta, senza illusioni, di accettare questo compromesso fra un Pd certo poco credibile per cosa è stato da tempo e di cui è lungi dall'essersi autocriticato; e un movimento 5 stelle zeppo di contraddizioni arroganza e ignoranza, ma che - non dimentichiamolo - ha raccolto alle ultime elezioni il voto di una larga parte dell'elettorato di sinistra. Per rabbia e sfiducia. "Perché c'è bisogno di un botto" - mi sono sentita dire da tanti durante la campagna elettorale. (Forse le sue contraddizioni sarebbero scoppiate prima e meglio se il Pd si fosse deciso subito a tentare l'operazione cui oggi è stato quasi costretto). Adesso, liberati dall'ipoteca della Lega, quegli elettori si trovano ad aver a che fare, anziché con una rimessa in discussione del quadro politico italiano (l'auspicato "botto"), con il partito che hanno votato che indica un premier che sembra uscito da Piazza del Gesù (per i più giovani, l'antica sede della Dc). Ha persino ricevuto il tradizionale e approssimativo placet dell'alleato americano!
Dipende da noi se sapremo usare del tempo che ci darà per far emergere più limpidamente le sue contraddizioni (che non sono solo fra i grillini e il Pd, ma attraversano ambedue i corpi, e anche più profondamente) e riaggregare, politicamente, socialmente e culturalmente un reale schieramento alternativo. Se Salvini, che tuttavia appare già in parte dimezzato (i leader come lui vincono solo se appaiono vincenti), riuscirà ad usare la debolezza e gli equivoci del Conte 2 (e ad approfittare della attuale legge elettorale che ricompatterebbe la destra) per una anche più schiacciante vittoria, dipenderà molto da quanto riusciremo a mettere in campo noi, che per fortuna siamo nella società un'area parecchio più grande di quanto non registri il dato elettorale. Che sarebbe ora provassimo sul serio a far uscire di casa.
di Filippo Santelli
La Repubblica, 30 agosto 2019
L'accusa nei loro confronti, rivela il South China Morning Post, è di "assemblea illegale", legata alla manifestazione non autorizzata che lo scorso 21 giugno. Organizzatori cancellano manifestazione di domani. Erano i due volti da copertina della Rivoluzione degli ombrelli, leader neppure 18enni del movimento pro democrazia.
E ora che Hong Kong è scossa da una nuova protesta, e si avvia ad affrontare un altro fine settimana di massima tensione, Joshua Wang e Agnes Chow vengono arrestati. I fondatori e dirigenti del partito politico Demosisto che si batte per l'autodeterminazione della città, entrambi 22enni, sono stati prelevati questa mattina dalla polizia dell'ex colonia inglese. L'accusa nei loro confronti, rivela il South China Morning Post, è di "assemblea illegale", legata alla manifestazione non autorizzata che lo scorso 21 giugno, all'inizio del movimento, ha circondato il quartier generale della polizia a Wan Chai per chiedere il completo ritiro della legge sull'estradizione verso la Cina e il rilascio delle persone arrestate nei giorni precedenti. Chow sarebbe accusata di aver incitato alla manifestazione, Wong di averla anche organizzata.
In attesa di conoscere le prove del loro coinvolgimento, le accuse sembrano stridere con la natura dell'attuale protesta di Hong Kong, che i giovani manifestanti definiscono priva di leader, proprio in contrapposizione a quella fallimentare degli ombrelli. Lo scorso 17 giugno Wong è uscito dal carcere, dove aveva passato due mesi per una precedente condanna per assemblea non autorizzata, ed era stato accolto dalla piazza come un simbolo. Ma sul campo era evidente che per i nuovi ragazzi mascherati, molti dei quali più giovani di lui, non era più un capo. "Questo movimento è diverso da quello degli ombrelli: più organico, ma decentrato, senza leader - riconosceva anche lui il giorno successivo in una intervista a Repubblica ("Protesta radicata ma senza capi") - nessuno ha preso il microfono invitando a occupare le strade attorno al Parlamento, è stata un'azione spontanea". Wong, Agnes Chow e il terzo leader di Demosisto Nathan Law, appena trasferitosi negli Stati Uniti per un dottorato, tennero quel giorno una conferenza stampa davanti al Parlamento parlando genericamente della necessitàdi "ulteriori azioni", ma spiegando che prima si sarebbero consultati con gli altri esponenti del campo democratico e con i giovani manifestanti.
Nelle settimane successive Wang e Chow si sono tenuti in una posizione abbastanza defilata: il primo ha continuato a comunicare con i media e sui social network, la seconda neppure questo. Ma sono ritornati sulle prime pagine dei giornali, soprattutto quelli filo Pechino, quando è stata pubblicata una loro fotografia insieme a una funzionaria politica del Consolato generale americano di Hong Kong, usata dal governo cinese come una prova delle interferenze americane nella protesta.
Ma ammesso, e non concesso, che i due politici fossero tra gli organizzatori di una delle manifestazioni di queste settimane, modalità (Wang è stato fatto salire su una macchina senza insegne) e tempi del loro arresto risultano sospetti agli occhi di molti. Per domani infatti, sabato 31 agosto, l'organizzazione ombrello del campo democratico, il Civil Human Rights Front, aveva proclamato una grande manifestazione pacifica, che però con una decisione senza precedenti le autorità non hanno autorizzato per ragioni di ordine pubblico (Il divieto della polizia).
Il 31 agosto è una data simbolo, il quinto anniversario della legge con cui la Cina ha "blindato" la scelta del capo politico di Hong Kong, dunque il cuore della protesta sarebbe stato il "suffragio universale", la richiesta di maggiore democrazia. E Demosisto, il partito di Wong e Chow, si batte proprio per l'autodeterminazione: "Se essere o no parte della Cina dovrebbe essere una scelta delle persone di Hong Kong", diceva a inizio giugno la ragazza in un'intervista a Repubblica, posizione per cui era stata squalificata dalle recenti elezioni locali.
Giovedì sera la polizia di Hong Kong ha arrestato anche un altro giovanissimo politico e attivista appartenente al fronte indipendentista: si tratta di Andy Chan, 28 anni, leader dell'Hong Kong National Party, fermato all'aeroporto cittadino mentre si stava imbarcando su un volo per il Giappone, accusato di rivolta e assalto a pubblico ufficiale. Il suo partito è stato il primo a battersi per l'indipendenza di Hong Kong, in contrasto con la Basic Law, la legge fondamentale della città, e l'anno scorso è stato messo fuori legge perché considerato una minaccia alla sicurezza nazionale. Anche lui però non sembra aver giocato un ruolo di primo piano nelle manifestazioni di queste settimane. Se insomma gli arresti ravvicinati sono un tentativo di silenziare le voci più radicali della protesta di Hong Kong, alla vigilia di un anniversario delicato e di un fine settimana che si annuncia tesissimo, rischiano di aver clamorosamente mancato il bersaglio. La mossa sembra presa pari pari dal manuale dello Stato di polizia comunista, che in vista delle date sensibili manda i dissidenti "in vacanza obbligata". Ma a Hong Kong il suo effetto potrebbe essere molto diverso: infiammare ancora di più gli animi.
globalist.it, 30 agosto 2019
Nel documento finale della conferenza episcopale messicana si ribadisce una linea vicina a quella di Papa Francesco: "non si tratta solo dei migranti, ma di sconfiggere le nostre paure". Nel comunicato finale della conferenza episcopale messicana, i vescovi hanno sottolineato la volontà di "mantenere una posizione sulla linea di Papa Francesco" sulle politiche sui migranti, indicando come "non si tratta solo dei migranti, ma di vincere le nostre paure". Questi i valori espressi nel comunicato alla vigilia della Giornata mondiale del migrante e del rifugiato, al termine dell'incontro con i responsabili delle 130 strutture di accoglienza per migranti, tra case del migrante, mense e centri di accoglienza e primo soccorso, con il coordinamento della Pastorale della mobilità umana.
Il documento finale, firmato dal responsabile di tale dimensione pastorale, mons. Josè Guadalupe Torres Campos, vescovo di Ciudad Juarez, sottolinea che le strutture di accoglienza sono "la prima porta che i migranti toccano" e che "non possiamo lasciarli alla deriva", in accordo con i principi del Vangelo. In particolare, si legge nella nota, "vogliamo essere i portavoce dei nostri fratelli che chiedono di entrare nel territorio degli Stati Uniti e sono detenuti alla frontiera sud del Messico, attraverso un muro umano della Guardia nazionale, essere la voce di coloro che chiedono di essere facilitati nel loro cammino con un salvacondotto e vengono ignorati, di quei fratelli che mentre sono in viaggio sono ostacolati o fatti oggetto di estorsione da parte di agenti di vario tipo o da parte del crimine organizzato".
di Riccardo Noury
Corriere della Sera, 30 agosto 2019
In occasione del 30 agosto, Giornata internazionale delle vittime delle sparizioni forzate, Amnesty International ha denunciato che le autorità iraniane continuano, a 31 anni di distanza, a non fornire informazioni su migliaia di dissidenti politici che vennero fatti sparire e furono poi uccisi in quello che è passato alla storia come "il massacro delle prigioni" del 1988. Migliaia di vittime non sono mai state registrate e, in tutto il paese, vengono segnalate fosse comuni non identificate. Da oltre 30 anni le autorità iraniane negano l'esistenza di queste fosse comuni e ne impediscono la localizzazione, causando sofferenze inimmaginabili alle famiglie che ancora chiedono di sapere che fine abbiano fatto i loro cari.
Le autorità iraniane non hanno restituito alle famiglie un solo corpo delle vittime del massacro delle prigioni del 1988. Inoltre, hanno rifiutato di comunicare alla maggior parte delle famiglie dove siano stati seppelliti i corpi, nell'evidente tentativo di eliminare ogni traccia delle persone assassinate. Solo in cinque città - Ahvaz (nella foto), Ardabil, Ilam, Mashhad e Rudsar - le autorità hanno comunicato a voce ad alcune famiglie che i loro parenti erano stati sepolti in fosse comuni e ne hanno reso nota l'ubicazione. Ma mai in forma pubblica e ufficiale hanno riconosciuto l'esistenza di quelle e di altre fosse comuni, che sono state dissacrate e distrutte.
In varie altre città - tra cui Bandar Anzali, Esfahan, Hamedan, Masjed Soleiman, Shiraz, Semnan e Teheran - le autorità hanno fornito informazioni su tombe individuali e hanno consentito di apporvi delle lapidi. Ma sono molti a sospettare che si sia trattato di un inganno e che quelle tombe siano vuote. Nel caso della capitale Teheran, questo sospetto è rafforzato dalle ricerche di Amnesty International, secondo le quali il 99 per cento dei nomi delle 335 tombe del cimitero di Behest Zahra, il più grande della città, in cui sarebbero sepolte le vittime non è registrato - salvo tre casi - nel registro online delle sepolture. Circolano voci che molte di queste tombe individuali siano state realizzate frettolosamente alla fine del 1998 e all'inizio del 1999 su terreni sui quali non c'erano segni di precedenti scavi o sepolture. Il timore è che le vittime non siano state sepolte in quelle tombe individuali e che i loro corpi, insieme a migliaia di altri, siano stati gettati in fosse comuni.
Nel giugno 2017 una famiglia ha scoperto che la terra sopra alla quale aveva fatto apporre una lapide per onorare un parente non conteneva ossa né altri resti umani. L'enorme numero di nomi che mancano nei registri nazionali delle sepolture e il sospetto che le tombe, almeno in alcuni casi, possano essere vuote sono elementi di estrema preoccupazione che rendono più cruciali che mai indagini ed esumazioni onde stabilire la verità sulla sorte di ciascuna vittima e individuare dove si trovino i suoi resti.
Secondo il diritto internazionale, il crimine di sparizione forzata è in atto fino a quando lo stato non riveli il destino o la localizzazione delle persone coinvolte e fino a quando, dopo che la sparizione è stata confermata, non restituisca i resti dei corpi alle famiglie. Pertanto, le autorità iraniane si stanno tuttora rendendo responsabili di sparizioni forzate, un crimine contro l'umanità. Sempre il diritto internazionale obbliga le autorità iraniane a svolgere indagini e a fornire alle vittime verità, giustizia e riparazione. Per questo, dovrebbero coinvolgere esperti nell'esumazione e nell'identificazione dei resti umani, anche attraverso analisi del Dna, restituire i corpi alle famiglie e consentire a queste ultime di svolgere commemorazioni secondo la loro fede religiosa e cultura.
In ogni caso di morte, le autorità hanno il dovere di emettere un certificato di decesso contenente data, luogo e circostanza dell'evento. Per migliaia di vittime delle esecuzioni extragiudiziali del 1988 ciò non è avvenuto. Amnesty International ha chiesto alle Nazioni Unite di avviare un'indagine indipendente che stabilisca la verità, consenta l'apertura di procedimenti giudiziari nei confronti dei responsabili e assicuri ai sopravvissuti e ai familiari delle vittime la riparazione del danno subito.
La Repubblica, 30 agosto 2019
Nessuna conferma ufficiale, solo un post su Fb della deputata ucraina Anna Islamova ma la liberazione era nell'aria e si colloca nel nuovo clima che si respira tra Russia e Ucraina. A favore della liberazione del regista si erano mobilitati cineasti di fama internazionale, da Almodvar e Ken Loach e Wim Wenders.
Il regista ucraino Oleg Sentsov e i marinai arrestati nel corso dello scontro fra navi nello stretto di Kerch sono stati liberati nell'ambito di un vasto scambio di prigionieri tra Russia e Ucraina. Lo ha annunciato la deputata ucraina Anna Islamova con un post su Facebook, che è stato successivamente ricondiviso da Ruslan Riaboshapka, il nuovo procuratore generale ucraino. "Lo scambio è completo: i marinai, Sentsov, [Mykola] Karpyuk, [Volodimir] Balukh e [Pavlo] Hryb stanno tornando a casa", scrive Islamova. E un parente di uno dei marinai ha confermato a Radio Free Europe/Radio Liberty la liberazione dei 24 marinai.
La liberazione era nell'aria e si colloca nel nuovo clima che si respira tra Russia e Ucraina anche se finora non ci sono state conferme ufficiali dello scambio né da Mosca né da Kiev. Lo scambio di prigionieri è stato il primo argomento discusso durante la prima telefonata tra il presidente russo Vladimir Putin e il suo omologo ucraino Volodimir Zelenskij a luglio.
Sebbene si sapesse poco dei termini e delle condizioni dell'imminente scambio, è emerso di recente che avrebbe incluso il giornalista russo Kirill Vyshinsky, capo della RIA Novosti in Ucraina, e i marinai arrestati nello stretto di Kerch lo scorso novembre. Lo scambio di prigionieri servirebbe a spianare la strada per un incontro fra Putin e Zelenskij, probabilmente nell'ambito del vertice del formato Normandia attualmente in preparazione. Sentsov, definito dai gruppi per i diritti umani un "prigioniero politico" in Russia, era stato trasferito da un carcere della regione di Yamalo-Nenets, alla prigione Butyrskaya di Mosca.
Vincitore del premio Sakharov 2018, il regista ucraino 42enne Oleg Sentsov è stato confinato in una cella d'isolamento nella prigione russa di Labytnangi, oltre il Circolo polare artico. Cineasta diventato attivista e famoso per il film Gamer, nell'agosto 2015, Sentsov è stato condannato dal tribunale militare distrettuale di Rostov sul Don a 20 anni di detenzione per "pianificazioni di atti di terrorismo e sabotaggio", in un processo che Amnesty International ha definito una "farsa d'era staliniana".
Fiero oppositore dell'annessione della penisola di Crimea da parte della Russia - avvenuta nel 2014 dopo un referendum mai riconosciuto dalla comunità internazionale - Sentsov è stato ritenuto colpevole anche di aver messo in piedi una vera e propria organizzazione terroristica. Opporsi a quello che Mosca chiama il "ritorno" della Crimea alla madrepatria (50 anni fu "donata" dalla Russia all'Ucraina, quando i due Paesi erano ancora tutti parte dell'Unione sovietica) è tuttora pericoloso per moti attivisti: mettere in discussione lo status della penisola sul Mar Nero è stato fin da subito considerato dalle autorità russe come una minaccia alla sicurezza nazionale.
Nello stesso processo a Sentsov, anche l'attivista Aleksandr Kolchenko è stato condannato a 10 anni di detenzione. Per i giudici, i due hanno organizzato attacchi incendiari negli uffici dell'organizzazione 'Comunità russa di Crimea e del partito puntinismo 'Russia Unità a Sinferopoli, capoluogo della Crimea.
Il regista si è sempre detto innocente; favore della sua liberazione si sono mobilitati cineasti di fama internazionale, come Pedro Almodvar, Ken Loach e Wim Wenders, ma anche politici come il segretario di Stato Usa Mike Pompeo e il presidente francese Emmanuel Macron. A suo dire, il processo a suo carico ha motivazioni politiche e le prove sono state falsificate. Dopo il passaggio della Crimea a Mosca, a Sentsov è stata assegnata automaticamente la cittadinanza russa - e proprio in base a questo, le autorità russe si sono sempre rifiutate di estradare il regista in Ucraina, come chiesto da Kiev.
Sentsov, il 5 ottobre 2018, aveva comunicato la decisione di interrompere uno sciopero della fame, iniziato il 14 maggio per chiedere la liberazione di circa 65 prigionieri politici ucraini detenuti in Russia, dopo aver perso almeno 20 chilogrammi di peso. Nel settembre del 2018, una cugina aveva rivelato che aveva già fatto testamento e si sentiva pronto a morire. Ciò nonostante, le autorità penitenziarie russe avevano continuato ad affermare che le sue condizioni di salute non fossero preoccupanti. In passato, l'ex presidente polacco Lech Walesa, già vincitore del Nobel per la Pace nel 1983, aveva proposto di assegnare il prestigioso premio proprio a Sentsov.
di Valentina Ruggiu
La Repubblica, 30 agosto 2019
Ha solo 20 anni ed è stata accusata di "cospirare contro la sicurezza nazionale". L'avvocato: "Faremo appello". Secondo i dati del Centro per i diritti umani in Iran da gennaio 2018 a oggi sono 12 le persone condannate per aver protestato contro la legge che obbliga le donne a portare il velo, 33 quelle arrestate.
Togliersi il velo in Iran è un gesto che si paga a caro prezzo, quello della libertà. L'ultima donna a subire la repressione di Teheran è l'attivista anti-hijab Saba Kord Afshari. Ha solo 20 anni, ma per il suo coinvolgimento nella protesta del 'Mercoledì bianco' è stata condannata a 24 anni di reclusione. "La condanna non è ancora definitiva - spiega a Repubblica Hosein Taj, avvocato della giovane -, ma la pena massima, che è di 15 anni, è sicura. Per questo ricorreremo in appello".
Il verdetto è stato emesso il 19 agosto dal Tribunale rivoluzionario di Teheran, ma l'avvocato della giovane è stato avvisato solo il 27 agosto. Le accuse a carico dell'attivista, che è reclusa nel carcere di Evin a Teheran, sono tre: si va dalla "diffusione della corruzione e della prostituzione" alla diffusione "di propaganda contro lo Stato", fino alla "cospirazione contro la sicurezza nazionale".
Kord Afshari è stata arrestata per la prima volta mentre partecipava a una protesta pacifica il 2 agosto 2018. Liberata a febbraio 2019, in seguito a un'amnistia che le ha risparmiato gli ultimi due mesi della sentenza, è stata nuovamente arrestata il primo giugno. Per lei si stanno mobilitando difensori dei diritti civili e diversi politici. In prima linea, come sempre, c'è Masih Alinejad, la giornalista e attivista iraniana che dal 2009 vive in esilio tra Londra e New York, promotrice dei movimenti di protesta che dal 2017 animano una parte della società civile iraniana. "Queste due donne sono le Rosa Parks dell'Iran", ha scritto Alinejad riferendosi a un video in cui Kord Afshari compare al fianco di un'altra militante, Yasaman Aryani, che è stata condannata a 16 anni.
La prima donna ad essere stata condannata per aver sfidato il regime di Teheran è stata Viva Movahed. Ripresa mentre sventolava il suo hijab bianco dall'alto di una cabina dell'elettricità, la giovane era divenuta il simbolo del 'Mercoledì bianco' dopo che quel video fece il giro del mondo. Incarcerata a marzo 2018 era stata rilasciata 10 mesi dopo. Per lei si era battuta anche Nasrin Sotoudeh, la più importante avvocata per i diritti umani e delle donne dell'Iran e vincitrice del premio Sakharov, che esattamente un anno dopo, nel marzo 2019, è stata accusata di propaganda contro lo Stato e di essere apparsa in pubblico senza velo.
Viva è stata la prima, Saba l'ultima. Tra loro ci sono almeno una decina di donne che stanno pagando per aver sfidato la legge che obbliga le donne a portare il velo. A ricordarlo è il Centro per i diritti umani in Iran, secondo il quale, da Gennaio 2018 a oggi, sono state almeno 12 le persone condannate - tra cui due uomini - per aver rimosso pubblicamente il velo o per aver compiuto gesti di disobbedienza civile contro la politica dell'hijab obbligatorio. Sono state 33 invece quelle arrestate. "Ma i numeri - si legge nel rapporto diffuso dall'organizzazione - potrebbero essere più alti perché che molti scelgono di tenere i loro casi privati".
di Valter Vecellio
lindro.it, 29 agosto 2019
Lo si osservava una settimana fa: c'è un grande assente nel dibattito e nel confronto sulla crisi di governo, la situazione comatosa e drammatica in cui versa la giustizia; e in particolare le carceri, che di questa crisi rappresentano l'epifenomeno. Val la pena, allora (pena letterale) di sfogliare un corposo dossier: "Morire di carcere". È un documento importante, perché mostra una realtà che si tende a rimuovere: le reali condizioni del carcere, a cominciare dallo stato di difficoltà, e spesso di abbandono, in cui si trova la sanità penitenziaria.
di Adolfo Ferraro*
Il Dubbio, 29 agosto 2019
Distratti dalle vicende e dalle crisi politiche, dai selfie sulle spiagge e dai falò di ferragosto, è passata quasi sotto silenzio la morte di Elena, una ragazza non ancora ventenne deceduta il 13 agosto nel reparto di psichiatria dell'ospedale di Bergamo per le ustioni provocate da un incendio nel momento in cui si trovava legata ad un letto di coercizione per frenare una precedente agitazione psicomotoria.
di Matteo Marcelli
Avvenire, 29 agosto 2019
Il senatore pentastellato, al secondo mandato, è tra i sostenitori dell'intesa con il Partito democratico. Senatore pentastellato al secondo mandato, Mario Giarrusso è tra i sostenitori dell'intesa con il Pd. Un accordo che però non lo imbarazza, considerando che, dice, "non ho mai nascosto le mie riserve su Salvini".
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