forlitoday.it, 13 luglio 2019
Si amplia la compagine dei firmatari ai Protocolli che danno vita ai tre laboratori nei quali lavorano quotidianamente detenuti della casa circondariale di Forlì. A sostegno delle attività ci sono Cgil, Cisl e Uil, l'impresa Cepi Spa, la Consigliera di Parità della Provincia di Forlì-Cesena e l'Inail. La firma è avvenuta venerdì mattina.
Due laboratori sono interni ai locali del carcere (il laboratorio metalmeccanico Altremani e il laboratorio di cartiera Manolibera), mentre il laboratorio di recupero Raee (Rifiuti da Apparecchiature Elettriche ed Elettroniche) è esterno.
I laboratori, nati con il contributo del Fondo Sociale Europeo attraverso l'amministrazione provinciale di Forlì, sono coordinati da Techne, l'agenzia formativa pubblica di proprietà del Comune di Forlì (attraverso Livia Tellus Romagna Holding Spa) e del Comune di Cesena, che all'interno dei Laboratori ha funzioni di regia, tutoraggio e monitoraggio. I Protocolli vedono tra i firmatari oltre ovviamente al carcere, enti locali, istituzioni ed aziende del territorio.
"I tre laboratori - spiega il direttore del carcere Palma Mercurio - sono frutto della collaborazione dell'intero territorio, si dimostrano quotidianamente strumenti importanti di riscatto sociale per le persone in carcere, che si vedono offrire una seconda possibilità, imparano un mestiere e ritrovano il senso della legalità".
"Tali laboratori - chiarisce Gabriele Antonio Fratto, presidente della Provincia di Forlì-Cesena - dimostrano quanto il carcere sia anche una comunità educante, rappresentando un passaggio fondamentale per un efficace reinserimento dei detenuti nella vita sociale e lavorativa".
Per Lia Benvenuti, direttore generale Techne, "l'estensione a nuovi firmatari di questi Protocolli è una importante vittoria per tutto il nostro territorio che si dimostra capace di lavorare in rete su un tema complesso come quello del carcere, ottenendo risultati concreti in termini di inserimenti occupazionali e obiettivi rieducativi". Alla firma sono intervenuti anche Paola Casara, assessore alle politiche per l'impresa, servizi educativi, scuola e formazione del Comune di Forlì; Paolo Zoffoli, consigliere Regione Emilia Romagna; e Milena Garavini, sindaco di Forlimpopoli.
I laboratori - Il laboratorio di metalmeccanica "Altremani", nato nel 2006, si occupa di assemblaggio per conto di Mareco Luce, Vossloh Schwabe e Cepi Spa che, dimostrando una forte responsabilità sociale, forniscono importanti commesse indispensabili per la sostenibilità del laboratorio stesso.
Il Laboratorio che occupa oggi 6 detenuti facenti capo alla Cooperativa Lavoro Con raggiunge quotidianamente indici produttivi soddisfacenti e una buona qualità nelle lavorazioni. Altremani rappresenta un'eccellenza a livello nazionale non solo per gli oltre 65 detenuti che in questi anni ha coinvolto, ma anche grazie all'autosufficienza economica raggiunta dal Laboratorio, superando le difficoltà strutturali, logistiche, normative e relazionali caratterizzanti le attività in carcere che spesso ne compromettono non solo l'autosufficienza economica ma la stessa sostenibilità.
Il laboratorio di recupero Raee, nato nel 2009, si occupa del recupero di apparecchiature elettriche ed elettroniche che provengono dalle isole ecologiche del territorio. Il Laboratorio, gestito dalla Cooperativa sociale Formula Solidale, occupa 2 ex-detenuti e svolge le sue attività all'esterno del carcere nella sede di Vecchiazzano della cooperativa.
Il laboratorio di cartiere "Manolibera", nato nel gennaio 2011, produce carta artigianale realizzata secondo una tecnica di lavorazione arabo-cinese del tutto naturale che si basa sullo spappolamento e l'omogeneizzazione della carta di recupero. Ad oggi il laboratorio impegna 5 detenuti.
Avvenire, 13 luglio 2019
Potrebbe rivelarsi una delle tragedie peggiori del Mediterraneo: il bilancio delle vittime è salito nelle ultime ore a 72 annegati. Tra i corpi ritrovati quello di una donna incinta e di un bambino.
Potrebbe rivelarsi una delle tragedie peggiori del Mediterraneo: il bilancio delle vittime è salito nelle ultime ore a circa 72 morti annegati, dopo che oggi - a dieci giorni dal naufragio - il mare ha riconsegnato altri 38 corpi alle spiagge tunisine. Mentre agli altri cadaveri erano stati ritrovati già nei giorni scorsi.
Le tre persone che sono sopravvissute al naufragio hanno raccontato di essere state a bordo con almeno altre 86 persone migranti su un gommone poi affondato. "Hanno detto che la loro barca non era lontana dalla città di Zarzis quando si è capovolta" ha riferito Mongi Slim, un funzionario della Mezzaluna Rossa. "Mentre dei quattro superstiti, un ivoriano, è morto in ospedale", ha aggiunto a InfoMigrants il pescatore tunisino e volontario della Croce Rossa Chamesddine Marzoug. È stato lui - il pescatore di migranti che da anni dà sepoltura ai corpi restituiti dal mare nel cimitero degli sconosciuti a Zarzis - a fornire le prime notizie della tragedia in mare avvenuta presumibilmente lo scorso 2 luglio. I primissimi corpi erano stati rinvenuti sulla costa dell'isola di Djerba, nel sud della Tunisia; mentre alcune altre decine di cadaveri erano stati recuperati dalla Guardia costiera tunisina direttamente in mare. Il corpo di un'altra donna è stato trovato poi nella spiaggia del porto di Zarzis, esattamente dove oggi sono stati ritrovati una quarantina di altri corpi, tra cui anche quello di una donna incinta e di un bambino.
La Mezzaluna Rossa ha aggiornato il bilancio delle vittime ipotizzando che altri cadaveri possano ancora essere restituiti dal mare. Al momento risultano disperse in mare ancora 23 persone.
Inoltre secondo le prime ricostruzioni il barcone era partito da Zuwara, a ovest di Tripoli, in Libia, ed era diretto in Italia.
L'Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati e l'Organizzazione internazionale per le migrazioni "chiedono che i 5.600 rifugiati e migranti attualmente detenuti nei diversi centri della Libia siano rilasciati in modo coordinato e che ne sia garantita la protezione, oppure che siano evacuati verso altri Paesi dai quali sarà necessario reinsediarli con procedura accelerata": lo affermano oggi le due organizzazioni in un comunicato congiunto. "A tale proposito, è necessario che i Paesi acconsentano a un numero maggiore di evacuazioni e mettano a disposizione posti per il reinsediamento - prosegue la nota. Inoltre, ai migranti che desiderano fare ritorno nei propri Paesi di origine dovrebbero essere garantite le condizioni per poter continuare a farlo. Risorse supplementari sono parimenti necessarie". L'Acnur e l'Oim sottolineano che "la detenzione di quanti sono fatti sbarcare in Libia dopo essere stati soccorsi in mare deve terminare. Esistono alternative pratiche: dovrebbe essere consentito loro di vivere nelle comunità locali o in centri di accoglienza aperti e si dovrebbero stabilire le relative modalità di registrazione".
umbriacronaca.it, 13 luglio 2019
La Consigliera provinciale con delega alle Pari opportunità, Erika Borghesi ha partecipato agli incontri organizzati nelle case di reclusione di Spoleto e Perugia per premiare i detenuti del carcere di Maiano e le detenute del carcere di Capanne che hanno frequentato il corso di scrittura creativa curato dalla poetessa Francesca Gosti e che hanno partecipato al concorso nazionale promosso dall'Associazione "Nel Nome del Rispetto" di cui sono rispettivamente presidente e vicepresidente Maria Cristina Zenobi e Cristina Viriili. L'incontro a Spoleto si è svolto ieri con la delegazione ricevuta dal Direttore Giuseppe Mazzini da febbraio alla guida del supercarcere, mentre questa mattina è stato il Direttore della Casa Circondariale di Perugia, Bernardina Di Mario a ricevere gli ospiti.
"Queste persone vivono una situazione difficile - ha sottolineato Erika Borghesi - ma frequentare i corsi offre concrete possibilità di acquisire conoscenze e competenze utili anche una volta terminata la detenzione. Penso ai corsi di cucina, di sartoria e di altre attività che grazie alla sensibilità dei direttori delle strutture sono attivi nell'ambito delle professioni. Il corso di scrittura creativa ha il merito di riuscire a far esprimere emozioni a chi ha vissuto e vive esperienze dolorose e spesso difficili da esternare. Grazie quindi a Francesca Gosti e all'associazione nel Nome del Rispetto che ha portato il concorso in luoghi dove è importante non emarginare né giudicare all'insegna proprio delle pari opportunità".
"Nel nome del rispetto - ha sottolineato il direttore Di Mario - è la mia missione. Ringrazio l'associazione che porta avanti questi valori. Rispetto è una parola piccola, ma importante in ogni rapporto sia di amicizia che di semplice conoscenza, sia lavorativo che familiare; una parola anche difficile da applicare specie in questi momenti in cui poco si ascolta preferendo irrompere con le proprie idee senza la pazienza di ascoltare quelle degli altri.
Questo corso è importante perché riesce a far uscire il meglio da ciascuno e spero che la collaborazione possa ancora proseguire". Francesca Gosti, ha ringraziato i direttori delle strutture carcerarie e i loro collaboratori, ma in particolare coloro che nel frequentare il suo corso hanno profondamente messo in connessione cuore e mente donando a chi legge pagine di alta poesia che emozionano e offrono spunti di riflessione.
"Dalle loro poesie - ha spiegato - emergono tanta sofferenza, voglia di cambiare, desiderio di riscatto e di abbattere i pregiudizi". Cristina Virili, nel consegnare una targa ricordo dell'Associazione "Nel Nome del Rispetto" ai direttori Mazzini e Di Mario, ha spiegato come il concorso, nato esclusivamente per le scuole, da quest'anno è stato aperto anche alle strutture carcerarie, anche minorili che hanno risposto in maniera massiccia presentando da tutta Italia oltre 120 elaborati di grande spessore umano e artistico.
recensione di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 13 luglio 2019
Francesca De Carolis e Pino Roveredo hanno raccolto gli scritti di Davide Emanuello, da 22 anni al "carcere duro". "Caro fratello noi prigionieri in fondo possiamo definirci "diversamente in vita" o "diversamente liberi", e snaturati dal vivere e privati della libertà siamo stati dai giusti giustiziati nell'essenza di esistere.
In noi ormai l'esserci non ha più dimora nella parola; esistiamo perché presenti in quanto corpi, e proprio perché ridotti a sola materia, non comunichiamo più attraverso la parola quell'esserci nel mondo in quanto presenza pensante".
È un passaggio di una delle tante lettere scritte da un ergastolano al 41 bis. Si chiama Davide Emmanuello, nato nel 1964 a Gela, boss mafioso. In carcere dal 1993, ha a suo carico tre condanne all'ergastolo per omicidio. Di ventisei anni di carcere, ne ha trascorsi finora ventidue in 41 bis, regime al quale è tuttora sottoposto. Di tutte queste lettere, scritte quando era al super carcere sardo di Bancali, ne sono state fatte una raccolta e pubblicate in un libro edito da "Libriliberi Editore" e curato dalla giornalista Francesca de Carolis, sempre in prima fila per i diritti dei detenuti e in particolare sul tema dell'ergastolo e il 41 bis.
Temi impopolari, ma dove ultimamente, grazie alle recenti sentenze della Corte europea dei diritti umani e della Cassazione, si sta aprendo uno squarcio di luce. De Carolis racconta che di Davide Emmanuello ha iniziato ad interessarsi dopo una notizia che allora le sembrò "bizzarra". "A Emmanuello - racconta la giornalista - era stata vietata la lettura del romanzo di Umberto Eco, "Il nome della rosa".
Libro ritenuto "pericoloso per l'ordine e la sicurezza"". Dal carcere di Ascoli Piceno, nel quale allora Emmanuello si trovava, è in seguito arrivata una vaga smentita, e l'ipotesi di un possibile divieto motivato dalla pericolosità "materiale" del libro (nei regimi differenziati non entrano libri con copertina rigida) piuttosto che da pericolosità dei contenuti. Sempre De Carolis ha cominciato ad interessarsi, all'epoca, della realtà del 41 bis.
Le 23 ore di isolamento al giorno, la sola ora d'aria (e le tre persone al massimo con cui è possibile parlare in quell'ora), le finestre delle celle schermate, la sola ora al mese di colloquio con familiari (e con vetro divisorio) alternativa a dieci minuti di telefonata, il divieto di cucinare cibi, la censura di posta e libri, ai quali è stata data ultimamente un'ulteriore stretta. "Se i libri rimangono l'unica forma di "resistenza" alla deprivazione sensoriale a cui si è sottoposti - spiega sempre De Carolis, ho provato a immaginare cosa sono, a cosa servono e dove possono portare, diciotto anni di nulla".
Alcune immagini di questo inferno sono svelate con lettere che Emmanuello ha scritto negli ultimi anni. Lettere tremende - tutte regolarmente passate al vaglio della censura - come questa e raccolta nel libro: "Continua il mio viaggio nelle viscere degli inferi. Sono rassegnato e consapevole che questo luogo voluto per l'annientamento non sopprimerà il mio corpo, ma agirà sulla psiche e attraverso la coscienza farà dell'anima l'inferno del corpo. L'istituto è moderno, non in senso illuminato, ma di nuova riproposizione oscurantista del supplizio come pena. In pratica un "ecomostro" per soggetti trattati al di fuori dei canoni dell'esperienza etica della libertà e dei diritti umani. L'apparente agibilità estetica del nuovo nasconde lo squallore degli spazi ridotti e claustrofobici, ordinati in senso verticale cosicché allo sguardo è tolto ogni orizzonte così come alla speranza di libertà la pena ostativa ha posto la parola fine. Ho solo un piccolo cielo che dal sotterraneo intravedo alzando lo sguardo in verticale: il cielo del passeggio".
Le lettere di Emmanuello non potevano restare sulla scrivania di De Carolis. Per questo le aveva spedite a Pino Roveredo, oltre che scrittore, Garante dei detenuti del Friuli Venezia Giulia. Se ne è lasciato straziare e a queste lettere le ha risposto con la potente scrittura di cui è capace. Così ne è nato il libro a loro firma. "Diversamente vivo, lettere dal nulla del 41bis", di Davide Emmanuello e Pino Roveredo. Edito da Libri Liberi, casa editrice fiorentina.
recensione di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 13 luglio 2019
Presentato a Torino "Norme e normalità", il volume del Garante nazionale sui Cpr. "Sono Bruno Mellano, garante dei detenuti della regione Piemonte, diciamo in un linguaggio più semplificato, ma anche più sbagliato perché non ci occupiamo esattamente solo dei diritti delle persone ristrette in carcere". Così il garante regionale ha aperto il convengo di mercoledì scorso organizzato per presentare il volume del Garante nazionale "Norme e normalità", dedicato alle persone migranti ristrette in strutture di tipo non penale.
"Un tema - ha spiegato Mellano - quanto mai attuale, delicato e soprattutto complicato". Tema sempre più predominante, visto che il convegno è stato organizzato proprio all'indomani della morte ancora da accertare del migrante originario del Bangladesh, Sahid Mnazi, recluso nel centro di permanenza e rimpatrio (Cpr) di corso Brunelleschi, a Torino.
Gli ha fatto eco Massimiliano Bagaglini, il responsabile dell'unità migranti del garante nazionale, che illustrando il volume, ha ricordato che "negli ultimi due mesi abbiamo registrato una rivolta nel Cpr di Ponte Galeria, un decesso a quello di Torino le cui cause ancora devono essere accertate e un suicidio al Cpr di Brindisi".
Bagaglini ha sottolineato come sostanzialmente le principali criticità dei centri sono "le condizioni materiali e igieniche che mediamente sono al di sotto degli standard di accettabilità e, a differenza del sistema penitenziario, non esiste una registrazione degli eventi critici". L'altra problematica riscontrata, ha spiegato sempre Bagaglini, è "la scarsa permeabilità tra l'esterno e l'interno delle strutture, dove sostanzialmente possono entrate pochissime organizzazioni non governative o di volontariato".
È intervenuta anche Emilia Rossi, membro del collegio nazionale del Garante, sottolineando che il Garante nazionale delle persone private della libertà fonda la propria competenza e i propri poteri non soltanto nella legge nazionale istitutiva del 2013, ma sulle fonti normative sovranazionali, prima di tutte il protocollo convenzionale contro la tortura.
"Ed è quella la prima fonte - ha spiegato Emilia Rossi - che dà al Garante l'obbligo e il potere di intervento su tutti i luoghi di privazione della libertà di diritto o di fatto, sia se si tratti di una privazione della libertà in campo penale, sia se si tratti di una privazione al confine tra il penale e la salute come le Rems, oppure la detenzione amministrativa dei migranti come i Cpr e anche coloro che sono ospitati presso strutture sanitarie come i pronto soccorso psichiatrici".
Emilia Rossi del collegio del Garante ha ricordato che il volume "Norme e normalità" dedicato alle persone migranti nasce "dall'osservazione diretta delle strutture e delle situazioni che nei tre anni di attività il Garante nazionale ha svolto".
In relazione ad ognuna delle situazioni critiche che il Garante nazionale ha osservato, hanno così formulato delle raccomandazioni rispetto a profili di criticità. "Le raccomandazioni - ha precisato sempre Emilia Rossi - sono dei suggerimenti che intanto sono operativi perché condivisi con gli interlocutori istituzionali e la società civile".
Un volume che ha come scopo il delineare delle linee guida, degli standard, entro le quali dovrebbe essere orientata la detenzione amministrativa. "Gli standard - ha aggiunto Emilia Rossi - sono importanti anche per il valore culturale, perché trasmettono principi tutti guardati sotto la lente del rispetto dei diritti umani".
Sono interventi anche Laura Scomparin, ordinaria di Diritto processuale penale alla Facoltà di Giurisprudenza dell'Università di Torino e Guido Savio, dell'Associazione per gli studi giuridici sull'immigrazione (Asgi). Entrambi hanno evidenziato l'assenza di una norma giuridica che regoli la detenzione dei migranti. Tutto funziona attraverso circolari amministrative, senza considerare la legge primaria e imposta dalla nostra carta costituzionale.
di Claudio Rinaldi
Corriere della Sera, 13 luglio 2019
Secondo sentenza la vendita del prodotto è proibita, ma molti negozi hanno riaperto. "Finché qualcuno non ci obbliga a chiudere, resteremo aperti e continueremo a vendere i nostri prodotti. Non facciamo nulla di male".
Quaranta giorni dopo la pronuncia delle sezioni unite della Cassazione che sembrava chiudere definitivamente la saracinesca dei negozi di canapa light, vengono pubblicate le motivazioni della sentenza, ma gli store nella Capitale restano aperti. Il dispositivo del 30 maggio da un lato vietava la vendita di alcuni prodotti derivati dalla cannabis Sativa: foglie, inflorescenze, olio e resine.
Dall'altro lasciava campo libero agli articoli in concreto privi di "efficacia drogante", senza però definirne i parametri. Non veniva infatti indicato il limite di Thc ammesso. Una soglia che proprio la Cassazione, in una sentenza di febbraio, aveva individuato allo 0,6%. Si pensava dunque che le motivazioni potessero svelare l'arcano e invece così non è. I proprietari dei negozi vanno avanti come se nulla fosse, ma i dubbi restano.
"Non sembra ci sia alcun divieto, questa decisione aggiunge solo confusione", afferma Lorenzo Felli, dipendente dell'Erba Voglio, store nel rione Monti che aveva chiuso dopo l'uscita del dispositivo per poi riaprire dopo pochi giorni. "Per paura all'inizio avevamo preso questa decisione ma poi, confrontandoci con i nostri legali, abbiamo capito che per adesso non cambia assolutamente nulla".
Il negozio dunque oggi è regolarmente aperto, tra l'altro - dice Felli - "abbiamo le stesse preoccupazioni di un anno e mezzo fa, di fatto non ci sono state evoluzioni rispetto a quando abbiamo deciso di intraprendere questa attività".
Le motivazioni della sentenza infatti confermano l'illiceità di alcuni prodotti indipendentemente dal contenuto di Thc, stabilendo dunque che anche articoli con un principio attivo inferiore allo 0,6% possono avere "efficacia drogante". Ma ricordano che "l'offensività delle singole condotte" potrà essere sanzionata solo dopo "puntuale verifica".
Tradotto: la sentenza non decreta la fine dei negozi di cannabis light, almeno non nell'immediato, e lascia alla discrezionalità del magistrato, caso per caso, la valutazione "sull'efficacia drogante" della merce. Con che criteri sarà stabilità? Mistero. "Questo vuol dire che dovranno sequestrare tutti i prodotti?", si chiede Fabrizio del Cannabis Shop di San Lorenzo, anch'esso prima chiuso e poi riaperto.
"L'unica cosa che può fare chiarezza è un intervento legislativo ma, al di là degli slogan, non sembra faccia comodo a qualcuno". "La nostra è una battaglia culturale", spiega Andrea Batticani, trentenne che, con il fratello Enrico, ha aperto due negozi e altri quattro in franchising. "Prima o poi la cannabis diventerà legale anche in Italia, è un processo inevitabile. Ne sono convinto".
I fratelli Batticani sono i promotori, con la collaborazione della Luiss, di un incubatore per start up che vogliano investire nel settore. "E un mercato in crescita. Se dovessero procedere con sequestri o con altre azioni di repressione, scenderemo in piazza a manifestare tutto il nostro dissenso".
di Luca Ricolfi
Il Mattino, 13 luglio 2019
Non ha convinto quasi nessuno, nelle sue prime dichiarazioni, Ursula von der Leyen, la candidata tedesca alla presidenza della Commissione Europea. E la ragione di ciò è piuttosto semplice: le forze politiche tradizionali, presunte vincitrici delle ultime elezioni europee, sono in grave disaccordo fra loro su molte questioni cruciali dell'Unione, fra le quali quella migratoria.
Se si esaminano attentamente le sue dichiarazioni si capisce, facilmente, anche perché. Come spesso accade ai governanti europei, la loro preoccupazione centrale è l'affermazione di principi astratti che possano raccogliere il più ampio consenso possibile, ma la loro attenzione alla soluzione concreta dei problemi è minima.
Di qui la curiosa diffusione in Europa di una retorica, quella del "ma-anchismo" (voglio A, ma anche B), di cui erroneamente avevamo attribuito l'esclusiva a Walter Veltroni, ai tempi in cui stoicamente tentava di dare una guida alla sinistra italiana. Oggi il ma-anchismo si ripresenta nelle parole della von der Leyen: difendere i confini, "ma anche" rafforzare i salvataggi in mare; non lasciare sola l'Italia "ma anche" non obbligare gli altri Paesi europei a prendere chi sbarca in Italia; no agli scafisti "ma anche" no ai porti chiusi.
Che così dicendo la candidata alla Presidenza della Commissione rischi di scontentare tutti è meno grave del fatto che il ma-anchismo non sia una politica. Una vera politica dovrebbe, per cominciare, offrire un'analisi convincente di come le cose effettivamente funzionano, ed accettare il dato di fatto che, per determinati tipi di problemi, non esistono soluzioni in grado di rispettare tutti i nobili principi cui i politici amano richiamarsi.
L'importante è che almeno i problemi risolvibili vengano risolti, e su quelli irrisolvibili ci sia un'assunzione di responsabilità, che inevitabilmente significa avere il coraggio di scegliere, quasi mai fra il male e il bene, e quasi sempre fra un male e un male minore. Fra i problemi risolvibili vi è quello di sostenere davvero, e non solo a parole, l'Unhcr (Alto Commissariato Onu per i Rifugiati) nel suo lavoro di trasferimento in Europa delle persone che riesce a liberare dai campi libici e che hanno diritto allo status di rifugiato.
È oltre un anno che l'Unhcr insiste sul fatto che in Africa (in particolare in Niger e in Libia) ci sono già alcuni centri nei quali l'Unhcr stessa riesce a raccogliere i soggetti più vulnerabili e ad effettuare i colloqui necessari per accertare il diritto alla protezione internazionale, ma tutto si scontra con la lentezza e l'opportunismo dei governi europei, che sulla carta promettono posti (4.000) ma poi sono lentissimi nel rendere effettivi i trasferimenti in Europa. Voglio dire che il problema dei corridoi umanitari non è la loro inesistenza, ma il fatto che quei pochi che esistono e potrebbero funzionare ad alto regime (primo fra tutti quello che parte dal Niger) si scontrano con l'inerzia e la lentezza dell'Europa.
È importante sottolineare che stiamo comunque parlando di numeri piccoli (4.000 posti promessi da Unione Europea, Norvegia e Canada), e di un problema risolvibilissimo solo che lo si voglia affrontare. È noto che i soggetti che hanno diritto allo status di rifugiato, e di cui specificamente si occupa l'Unhcr, sono una piccola frazione del totale dei soggetti in movimento. Anche in Africa il problema più grosso non sono i richiedenti asilo che ne hanno diritto, ma sono gli sfollati delle zone di guerra (in particolare in Libia), e i migranti economici di cui si occupa soprattutto l'Oim (Organizzazione Internazionale per le Migrazioni), con programmi di rientro assistito (ed economicamente incentivato) nei Paesi di partenza.
Ci sono poi i problemi irrisolvibili, o meglio risolvibili solo pagando un prezzo che pochi politici sarebbero disposti a pagare. Il principale di tali problemi è quello del traffico di esseri umani in Africa, un traffico che non è fatto solo di scafisti, ma di campi di prigionia legali e illegali, con bande armate che spadroneggiano nel territorio macchiandosi dei peggiori crimini: torture, violenze sessuali, umiliazioni, estorsione di denaro, lavori forzati, vendita come schiavi. È il caso di notare che buona parte del problema sta nel business dei guerriglieri che, nel sud della Libia, intercettano le persone in transito per imbarcarsi in Europa.
Un'altra parte del problema è costituita dal fatto che i migranti sfuggiti ai campi di prigionia dei signori della guerra spesso, essendo entrati illegalmente in Libia, vengono rinchiusi (in condizioni disumane) nei campi di prigionia governativi, dove fioriscono due ulteriori business, quello della liberazione a pagamento, e quello del trasbordo (sempre a pagamento) su un'imbarcazione diretta in Europa. Si può fare qualcosa di risolutivo contro questo inferno in terra? Se escludiamo (e facciamo bene...) l'ennesimo intervento militare occidentale più o meno mascherato da missione umanitaria, l'unica strada efficace che resta aperta è quella di stroncare il traffico di esseri umani rendendolo non profittevole.
Sfortunatamente, l'unico modo per renderlo non profittevole è quello di affermare, e mettere fermamente in pratica, il principio che in Europa si entra solo per via legale. Finché l'Europa consente, e per certi versi incentiva, gli ingressi via mare, il progetto di stroncare il traffico di esseri umani resta del tutto velleitario. È qui che nascono i problemi. Per impedire gli ingressi illegali occorrerebbe allargare i canali di ingresso regolari sia per i richiedenti asilo (corridoi umanitari) sia per i migranti economici (sistema di quote), ma al tempo stesso, una volta assicurata la possibilità di entrare legalmente in Europa, occorrerebbe difendere i confini con risolutezza.
Questi due gesti, grazie alla velocità del tam tam nell'era di internet, sarebbero un colpo durissimo per i trafficanti, esattamente come lo sarebbe la droga di Stato per gli spacciatori (a proposito, perché i radicali non fanno il medesimo ragionamento pro-legalità quando si tratta di traffico di persone?).
Quello di cui sarebbe ora di prendere atto è che, per quanto scaldi i cuori e faccia la felicità dei media, ogni sbarco irregolare riuscito, che avvenga in Italia o altrove, che sia gestito da una Ong o da uno scafista, è di fatto un formidabile incentivo al business che si dice di voler stroncare. È terribile dirlo, ma l'inferno libico è anche la conseguenza della speranza di riuscire a entrare in qualche modo in Europa che un po' tutti contribuiamo a tener viva, spesso con le migliori intenzioni.
di Daniele Zaccaria
Il Dubbio, 13 luglio 2019
Come rivela il "New York Times" la società Emmass gestisce la sorveglianza al prezzo di 10 dollari al giorno con interessi da usura. Le carceri americane sono uno "Stato nello Stato", una macchina mostruosa che costa all'erario 87 miliardi (dati del 2015 ndr) di dollari l'anno e che conta una popolazione di 2,5 milioni di individui; in proporzione è il numero più alto del pianeta, in cifre assolute secondo solo alla Cina che però è quattro volte più popolosa degli Stati Uniti. Praticamente un detenuto su quattro nel mondo è ospite di una prigione americana (750 ogni 100mila abitanti). Una progressione inarrestabile che negli ultimi 40 anni ha visto aumentare del 500% il numero di persone private della libertà. Ma anche un'escalation paradossale considerato che il numero dei reati è in costante calo dagli inizi degli anni 90.
Di fronte all'aumento esponenziale della popolazione carceraria, oltre alla costruzione di nuove strutture, le forze politiche sono concordi sul promuovere misure alternative alla detenzione, in particolare il braccialetto elettronico. Negli ultimi 5 anni le persone che hanno beneficiato del dispositivo sono passate da 50mila a 125mila. Il che permette alle amministrazioni locali di fare grandi economie: se lo Stato federale si fa carico di alcuni servizi di sorveglianza i municipi coprono circa il 90% delle spese penitenziarie. Per fare un esempio: la prigione di Saint Louis (Missouri) spende per il singolo detenuto 90 dollari al giorno per una media di 291 giorni di permanenza, una delle più alte di tutti gli States.
Il ricorso al braccialetto, oltre ad alleviare la condizione umana di migliaia di persone fa respirare le casse degli Stati. Ma c'è un problema: il braccialetto elettronico è interamente a carico del detenuto; in altri termini se puoi pagartelo torni a casa e aspetti processo, altrimenti rimani a marcire in carcere. Come spiega il New York Times quello della sorveglianza gps è un businnes in rapida espansione il penitenziario di Saint Louis ha appaltato la gestione dei dispositivi alla Eastern Missouri Alternative Sentencing Services (Emmass) che ha stabilito il prezzo spropositato di 10 dollari al giorno per la posa dell'apparecchio e la sorveglianza elettronica al quale si aggiungono 50 dollari di costo di "installazione". Una cifra che migliaia detenuti in attesa di giudizio non possono permettersi. Spinti dall'entusiasmo in molti hanno infatti pagato la somma iniziale ma poi sono stati costretti a tornare dietro le sbarre perché gli interessi di mora stabiliti da Emmas sono a tassi da usura. Peraltro nella catena vessatoria anche lo Stato gioca la sua parte: chi è indietro con il pagamento delle tasse di sole tre settimane deve restituire i braccialetti e ritrovare immediatamente il carcere.
di Pietro Del Re
La Repubblica, 13 luglio 2019
I gruppi terroristici del Sahel soffiano sul fuoco del conflitto fra etnie che nel 2018 ha causato 1.754 vittime. L'ordine di al-Baghdadi: "Intensificare gli attacchi contro Bamako per colpire la Francia e i suoi alleati".
Ousmane ha la testa fasciata, un occhio incerottato e l'altro appena aperto. Quand'è arrivato all'ospedale Gabriel Touré della capitale Bamako era così gravemente ustionato che i medici hanno dovuto amputargli braccia e gambe. L'incontriamo in uno stanzone pieno di mosche che funge da reparto post-operatorio. Il trentaquattrenne è uno dei pochi sopravvissuti all'ultimo massacro tribale compiuto nel centro del Mali, quello del 9 giugno a Sobame Da, villaggio che contava trecento anime.
"Sono arrivati dopo il tramonto e hanno cominciato a sparare contro chiunque. Hanno poi rubato le nostre capre e dato fuoco alle case. All'alba, sotto la cenere, sono stati ritrovati 35 cadaveri", ricorda Ousmane, che appartiene all'etnia dei Dogon, composta soprattutto da agricoltori. Con la medesima ferocia, il 23 marzo scorso, nel villaggio di Ogossagou sono state ammazzate 162 persone, tutte Peul, etnia rivale dei Dogon e formata per lo più da pastori.
Le immagini delle donne incinte, degli anziani e bambini sgozzati o bruciati vivi durante queste stragi sono state immediatamente pubblicate in rete da chi le ha commesse, il che dimostra che a fomentare tanta violenza c'è un'atroce volontà di pulizia etnica. Solo nel 2018 gli attacchi messi a segno dalle milizie di queste due etnie hanno provocato 1754 vittime e dall'inizio di quest'anno la fuga dai loro villaggi di 200mila persone.
"Ciò accade in un Paese già funestato da una decina di gruppi jihadisti affiliati a Boko Haram, ad Al Qaeda e più recentemente allo Stato islamico, che nella regione è sempre più potente", spiega Jonas Tape, addetto alla sicurezza della Minusma, la missione di pace Onu in Mali. Liberi di muoversi indisturbati perché nella regione lo Stato è totalmente assente, per estendere il loro potere i gruppi terroristi del Sahel hanno cominciato a soffiare sul fuoco dei conflitti inter-etnici, esacerbando le antiche faide tra agricoltori e allevatori.
Alcuni jihadisti, come quelli della Katiba Macina, hanno arruolato dei giovani Peul, il che, per reazione, ha fatto nascere bande di auto-difesa Dogon e di conseguenza moltiplicato gli scontri e le rappresaglie tra le due etnie. "Nel centro, nel nord e nell'est del Paese non c'è né esercito né polizia, e per migliaia di chilometri nessuno controlla le frontiere con la Mauritania, l'Algeria, il Níger e il Burkina Faso", dice ancora Tape.
Ora, è proprio contro il Mali che in aprile il sedicente califfo Abu Bakr al-Baghdadi ha chiesto "d'intensificare gli attacchi per colpire la Francia crociata e i suoi alleati". Qui, l'esercito di Parigi è presente dal 2013, quando l'ex presidente Framois Hollande inviò i suoi elicotteri da combattimento per fermare l'offensiva jihadista contro Bamako. Le legioni islamiste avrebbero facilmente sgominato le truppe maliane e fu necessaria tutta la potenza di fuoco dei francesi per sconfiggere chi voleva creare un nuovo califfato.
Da allora, gli effettivi di Parigi dell'operazione Serval, poi diventata operazione Barkhane, sono cresciuti fino a 4500 unità, e controllano una superficie vasta come l'Europa intervenendo sul terreno soprattutto con i droni e i corpi speciali. "Nell'ultimo anno, gli attentati sono aumentati del 68% e i francesi hanno neutralizzato più di 600 terroristi.
Il problema è che i loro blitz provocano molte morti "collaterali", con ognuna di queste crea nuovi miliziani", spiega Ibrahim Traoré, ricercatore dell'Institut d'études de sécurité di Bamako, secondo cui questa strategia anti-terrorista è controproducente perché non fa altro che generare altra violenza. "E poi è dal 2013 che i francesi hanno chiesto al governo di imporre un coprifuoco che ha distrutto l'economia di gran parte del Paese, lasciando i traffici commerciali nelle mani dell'esercito maliano o di quelle dei terroristi".
Ogni giorno, racconta Juan Carlos Cano, coordinatore locale di Medici Senza Frontiere, negli ospedali che gestisce nel centro del Paese arrivano morti e feriti da armi da fuoco: "Un caos dovuto ai troppi gruppi armati presenti, dai tuareg indipendentisti alle fazioni tribali, dai jihadisti ai gruppi di auto- difesa, dalla Minusma alle truppe del Mali e all'esercito francese, quest'ultimo considerato sempre di più come "invasore".
Oggi, nessuna area è sicura in Mali, neanche Bamako, dove si contano diverse cellule "dormienti" in grado di compiere attacchi micidiali nei ristoranti e negli alberghi per stranieri, come all'Hotel Radisson del 2015, dove morirono 20 persone". Secondo il ministro dell'agricoltura Moulaye Ahmed Boubacar, il destino dei giovani maliani è drammaticamente segnato dalla povertà. "O emigrano e rischiano la vita nel Mediterraneo o si lasciano arruolare per pochi soldi dalla jihad", ci dice.
"Dobbiamo fare di più per strapparli dalle grinfie dei terroristi e per evitare che si suicidino in mare". Ad aiutare alcuni di questi giovani ha cominciato Gilbert Fossoun Houngbo, ex primo ministro del Togo e oggi presidente del Fondo internazionale per lo sviluppo agricolo dell'Onu (Ifad), che incontriamo un centinaio di chilometri a sud di Bamako. In questa savana dove assieme agli anacardi crescono arance e banane dolcissime, la sua organizzazione ha fornito prestiti a seicento ragazzi affinché potessero acquistare fazzoletti di terra e gli attrezzi per lavorarla.
"Prima d'intervenire in un Paese, l'Ifad ne valuta le debolezze. Ebbene, in Mali la prima di queste è la vulnerabilità provocata dal terrorismo", spiega Houngbo. Ora, tra mortai e mine anticarro, i gruppi jihadisti posseggono armi sempre più potenti. "Gli manca soltanto l'aviazione", sorride il ricercatore Ibrahim Traoré.
"Non dico che bisogna smettere di combattere il nemico, ma è necessario cambiare metodo perché l'opzione puramente militare ha fallito. Soltanto il dialogo può fermare la spirale di violenza". Ma quando chiediamo a Ousmane come giudica questa proposta, lui risponde: "No, nessuna pietà. Gli assassini voglio vederli tutti morti".
Corriere della Sera, 13 luglio 2019
Hodan Naleye aveva 43 anni e due figli. Aspettava il terzo. Era scappata in Canada da bambina, con quattro fratelli e sette sorelle per sfuggire alla guerra civile. Aveva studiato Arte e Comunicazione, aveva un lavoro sicuro nel commercio, a Toronto.
Ma aveva deciso di tornare in Somalia dopo che gli estremisti di al-Shabaab, affiliati di Al Qaeda, erano stati cacciati da Mogadiscio nel 2011. Voleva partecipare alla rinascita, raccontare storie belle con il "Somali Refugee Awareness Project".
Ieri Naleye è morta in un attentato a Kismayo, con altre io persone almeno. La presidente della Cultural Integration Agency è morta accanto al marito, quando nel tardo pomeriggio un'autobomba ha fatto breccia nel popolare albergo Medina.
"Un'esplosione enorme, tanti morti sul pavimento", ha raccontato un giornalista locale. I terroristi hanno preso d'assalto l'hotel, ingaggiando una battaglia con la polizia fino a notte fonda. Hodan Naleye era parte vibrante di quella diaspora somala che negli ultimi anni era tornata a casa. Aveva appena postato sui social immagini di natura incontaminata. Ma la Somalia è anche un nido di guerra. Chi era tornato, chi se ne va: l'Onu ha appena annunciato il ritiro di mille Caschi Blu.
- Franco Mussida: "Musica contro l'odio che inquina"
- Carcere e riscatto sociale: le birre italiane "inclusive" prodotte dai detenuti
- Riforma del processo, tempi certi dal giudice unico. Conciliazione depotenziata
- "Marcire in carcere", se questa è civiltà
- Norme e sentenze, la retroattività si fa strada










