pisanews.net, 12 luglio 2019
Seicento diciassette differenti persone incontrate in venti anni di attività, 27 solo nel 2018. Sono i numeri di "Oltre Il Muro", il progetto promosso dalla Società della Salute della Zona Pisana e gestito dalla Cooperativa sociale "Arnera" per favorire il reinserimento sociale dei detenuti, permettendo l'accesso alle misure alternative, o di coloro che sono appena usciti dal carcere e hanno bisogno di supporto e accompagnamento in quanto non residenti nel territorio o, se residenti, in condizioni economiche e sociali tali da rendere difficoltoso l'affidamento nella loro abitazione.
Il progetto è strutturato in tre moduli operativi (uno sportello d'ascolto, il lavoro di rete e la casa d'accoglienza) e il "cuore" è in Piazza Toniolo 13, nel centralissimo quartiere di San Martino che ospita proprio la sede operativa e la struttura d'accoglienza, una casa vera e propria, che può ospitare fino ad un massimo di otto persone e improntata ad una progressiva acquisizione di autonomia e autosufficienza, allo scopo di far recuperare agli ospiti un ritmo di vita normale, scandito da regole, spazi, orari, impegni e attività del tempo libero.
È qui che nei giorni scorsi la Presidente della Società della Salute Pisana Gianna Gambaccini, insieme alla responsabile dell'unità funzionale socio-assistenziale della Zona Pisana Maria Atzeni, ai referenti dell'area Alta Marginalità della SdS e agli operatori della struttura, ha incontrato il Garante per le persone private della libertà personale del Comune di Pisa Alberto Marchesi, in carica dall'inizio di aprile e che, in questi mesi, sta visitando tutte le strutture e progetti che sul territorio si occupano di persone detenute.
"È stato un incontro proficuo, utile anche per gettare le basi per future collaborazioni - ha detto la Presidente Gambaccini: "Oltre Il Muro", da questo punto di vista, è sicuramente un punto di riferimento, sia per il lavoro svolto in tanti anni, sia per l'integrazione con il quartiere dato che, ormai, è presente nel cuore del centro storico da molti anni senza che vi sia mai stato alcun problema di coesistenza".
di Gaetano Costa
Italia Oggi, 12 luglio 2019
Gli avvocati si sono astenuti dalle udienze per la mancata riforma carceraria. Il carcere come un quartiere. "La casa circondariale è un pezzo della città. E noi così la consideriamo". Il sindaco Pd di Bergamo, Giorgio Gori, affianca la protesta della Camera penale, con gli avvocati che lo scorso martedì si sono astenuti dalle udienze per denunciare la scelta del governo di abbandonare il progetto di riforma dell'ordinamento penitenziario.
Le celle del carcere di Bergamo, in via Gleno, ospitano tra i 530 e i 550 detenuti per 321 posti. Nell'intera provincia, invece, le persone che stanno scontando condanne attraverso misure alternative sono 1.800. Gori, accanto ai legali, ha ricordato la collaborazione con la casa circondariale e con le associazioni che si occupano dei detenuti.
Il sindaco, inoltre, ha annunciato di aver ricevuto un finanziamento di 212 mila euro per due bandi dedicati ai progetti per detenuti, anche minorenni. È stato il referente della commissione Carcere, l'avvocato Carlo Cofini, a definire la casa di detenzione di via Gleno "un quartiere, se consideriamo che 240 detenuti sono residenti nella Bergamasca, tutte persone che un domani torneranno sul territorio". La protesta dei legali penalisti ha riguardato varie città sul territorio italiano. Con Bergamo e Gori in prima fila per denunciare il sovraffollamento delle carceri.
I dati, a livello nazionale, registrano un affollamento intorno al 130%, un solo medico di base ogni 350 detenuti e piante organiche insufficienti sia a livello di assistenti sociali, sia di educatori. "I tassi di recidiva da parte dei soggetti che possono entrare nelle misure alternative sono nettamente più bassi rispetto a chi resta chiuso in carcere", ha sottolineato Cofini.
"A Bergamo, sino a poco tempo fa, c'erano 240 persone con pena residua inferiore ai tre anni, che quindi potevano sfruttare le misure alternative. Sarebbe stato fondamentale per loro, per reinserirsi nella società, e per il carcere stesso, che ha bisogno di abbassare il numero dei detenuti al suo interno". "Abbiamo un governo che ha deciso di abbandonare una riforma dell'ordinamento penitenziario che era stata elaborata all'esito di un lungo lavoro e che ora torna a una visione carcerocentrica della pena e del trattamento sanzionatorio", ha detto al Corriere di Bergamo il presidente della Camera penale della città lombarda, Riccardo Tropea.
"Il nostro", ha aggiunto, "vuole essere un grido d'allarme. I provvedimenti legislativi dimostrano che si vuole puntare tutto sulla pena carceraria abbandonando le misure alternative che, statistiche alla mano, si dimostrano essere il più grande sistema per far abbassare il rischio della recidiva.
Alla privazione della libertà si aggiunge una compromissione dei diritti fondamentali, che porta a una maggiore afflittività della pena, che è ingiusta e anti costituzionale". Il vicepresidente della Camera penale di Bergamo, Marialaura Andreucci, ha ricordato le iniziative intraprese dall'organo giuridico locale. "Su tutti, ci tengo a sottolineare il tavolo di lavoro che da tre anni portiamo avanti insieme con enti, istituzioni, terzo settore e volontariato per parlare di problematiche legate al carcere e per cercare soluzioni per i detenuti".
globalist.it, 12 luglio 2019
L'Onu e L'Oim hanno firmato una dichiarazione congiunta in cui si chiede di non penalizzare le Ong. È solo un parlare al vento, visto che il razzismo e la xenofobia pagano elettoralmente. Almeno di questi tempi: dalle Nazioni unite è arrivato oggi un appello a non ostacolare il lavoro delle organizzazioni non governative che si occupano del salvataggio in mare dei migranti, dopo le polemiche che hanno visto protagonista il vicepremier italiano Matteo Salvini. L'Alto commissario Onu per i rifugiati Antonio Grandi e il direttore generale dell'Organizzazione internazionale per le migrazioni (Oim) Antonio Vitorino hanno firmato una dichiarazione congiunta nella quale si chiede che le Ong non vengano "penalizzate per aver salvato vite" in pericolo in mare.
I due alti funzionari onusiani hanno inoltre chiesto che i migranti salvati non vengano più messi su navi commerciali e "rinviati in Libia", dove vengono detenuti. "Ogni aiuto e responsabilità assegnati alle entità libiche interessate dovrebbero essere subordinati alla condizione che nessuno sia arbitrariamente arrestato dopo essere stato soccorso e che il rispetto delle norme relative ai diritti umani venga garantito", continua la dichiarazione congiunta. I due alti funzionari dell'Onu, inoltre, hanno chiesto che "i 5.600 rifugiati e migranti attualmente detenuti in centri in Libia siano liberati", ricordando quanto accaduto a Tajoura, dove in un attacco ereo all'inizio di questo mese sono morti più di 50 migranti detenuti in un centro di detenzione.
di Silvio Messinetti
Il Manifesto, 12 luglio 2019
"L'evaso" di Claudio Dionesalvi e Francesco Pezzulli per Sensibili alle foglie. La storia di Franco detto lo "Smilzo" e della sua fuga rocambolesca durata 12 giorni.
Non è una provincia "babba" quella cosentina. C'è la mafia a Cosenza, eccome. Non ha la potenza di fuoco e le ammazzatine dell'Aspromonte, del Vibonese, del marchesato di Crotone, non ha i riflettori dei media puntati addosso, ma la criminalità è ramificata, penetra i gangli della politica, droga l'economia.
Claudio Dionesalvi ritorna a parlarne dopo 8 anni da Za Peppa. Come nasce una mafia (Coessenza). E lo fa con un romanzo scritto a quattro mani con lo stesso protagonista dell'evasione che si narra, Francesco Pezzulli.
"L'evaso. Partite a bocce con la libertà" (Sensibili alle foglie, pp. 112, euro 12), è un romanzo che si legge tutto d'un fiato, avvincente, elettrizzante. "Laddove c'era una possibilità di fuga restarono tutti nel carcere. La possibilità di fuggire era una libertà che nessuno voleva perdere", scrive l'autore noir finlandese Gosta Agren. E la possibilità dell'evasione lo Smilzo la colse in un attimo. D'altronde, per citare Charles Bukowski: "Tutti noi abbiamo bisogno di un'evasione. Le ore sono lunghe e bisogna riempirle in un modo o nell'altro fino alla morte. E, semplicemente, non si trovano tante soddisfazioni e tante emozioni in giro. Le cose diventano quasi subito piatte e insopportabili".
C'è la mafia a Cosenza, eccome. E nel territorio bruzio ci fu anche una guerra di mafia proprio come a Palermo nei primi anni Ottanta. Attraverso la storia di Smilzo, e della sua clamorosa rocambolesca evasione dall'ex bocciodromo, sede del maxi processo è raccontata la prima guerra di mafia cosentina tra le due 'ndrine rivali, il clan Pino-Sena e il clan Perna-Pranno, che si fronteggiarono tra la fine dei Settanta e la metà degli Ottanta, a seguito dell'omicidio di Luigi Palermo, detto Zorro, fino a quel momento boss indiscusso della città. Smilzo, allora, creò con i suoi compari, il cosiddetto Terzo Gruppo, fazione scissionista dalle bande che rivaleggiavano. Franco, detto lo Smilzo, in seguito finì in carcere.
E il 25 febbraio 1997, circondato da filo spinato e tenuto a vista da centinaia di secondini, riuscì ad evadere. Senza alcun aiuto esterno, passando scaltramente tra carabinieri, poliziotti e burocrazie del tribunale, "perché gli sguardi di costoro, ciechi alle persone, vedono soltanto gli abiti identitari che l'istituzione ha cucito addosso".
Libero dall'istituto concentrazionario, nei 12 lunghi giorni della latitanza, Franco detto lo Smilzo ebbe la possibilità di rielaborare il cammino che lo condusse nei reticoli della malavita. Ricostruì le strategie di chi ha trascinato lui e tanti giovani nella guerra di mafia.
Chiunque abbia in questo territorio le sue origini ha ascoltato le narrazioni dei tempi in cui "bastava essere notato insieme agli uomini del clan rivale ed era sufficiente bere un caffè nel bar sbagliato, per beccarsi una sventagliata di mitra o una supposta di piombo sulla nuca", scrivono gli autori. È una storia di finzione ma solo in apparenza.
Dionesalvi adopera pseudonimi per identificare il boss pentito "dritto e medaglione" che tenne al laccio processo e città con le sue dichiarazioni, il capo della Mobile, "il commissario Auricchio", che tiene la schiena dritta solo verso gli antagonisti. Tutti i personaggi sono riconoscibili a chi li conosce ma non con il loro nome e il resto è autentico. A cominciare dalla storia dell'evasione, dall'anelito di libertà che spinge Franco ad evadere, "perché non c'è alcuna azione da compiere fuori da una galera, che valga un solo giorno da trascorrere dentro".
santegidio.org, 12 luglio 2019
Nelle carceri, mondo chiuso per antonomasia, l'estate è tra i momenti più difficili dell'anno. Alla solitudine, condizione permanente soprattutto per chi non riceve visite da parenti e amici - come ad esempio molti stranieri - si aggiungono il caldo e la riduzione di iniziative interne alle strutture. La Comunità di Sant'Egidio, che da anni visita con regolarità numerosi istituti penitenziari, lancia per l'estate una campagna di solidarietà e di sostegno. Si parte da Roma, dove dal 15 al 19 luglio, si farà festa nelle carceri di Rebibbia e di Regina Coeli: una "cocomerata di solidarietà" per rompere l'isolamento e contribuire al recupero e al reinserimento nel tessuto sociale dei detenuti.
La visita in carcere, effettuata dai volontari durante tutto l'anno, è espressione di una vicinanza, soprattutto per coloro che non hanno nessuno che li vada a trovare. Oltre ai colloqui e alle visite, l'organizzazione di momenti di festa e di socializzazione, come le cocomerate estive, esprimono il rifiuto di ogni isolamento e emarginazione e fanno circolare un'aria più serena.
Gli appuntamenti per la "cocomerata di solidarietà" sono il 15 luglio alle 15 alla Casa Circondariale Rebibbia Femminile, il 17 luglio alle 16 e il 18 luglio alle 9,30 e alle 16 alla Casa Circondariale Regina Coeli, il 19 luglio pomeriggio alla Casa Circondariale Rebibbia Maschile. La Comunità di Sant'Egidio ringrazia il Car (Centro Agroalimentare Roma) che con la sua fornitura, insieme ai volontari e ai detenuti, ha permesso di realizzare questa festa estiva e altre che seguiranno durante l'estate.
nessunotocchicaino.it, 12 luglio 2019
Pubblicata l'ultima edizione di "Death Row Usa" aggiornata al 1° aprile 2019. A quella data, nei bracci della morte degli Stati Uniti (30 stati, più 2 giurisdizioni: il braccio della morte federale e quello militare) c'erano 2.673 persone, 17 in meno rispetto a tre mesi prima.
L'ormai tradizionale rapporto trimestrale curato dal Legal Defense Fund del Naacp (National Association for the Advancement of Colored People), pubblicato per la prima volta nel 2000, conferma la graduale, costante diminuzione dei detenuti nei bracci della morte. Rispetto alla stessa data di 1 anno fa si registra un calo del 2,6%. Rispetto alla stessa data di 10 anni fa, nel 2009, quando i detenuti del braccio della morte erano 3284, la diminuzione è stata del 18,6%.
Se in 10 anni il braccio della morte è calato di 611 unità, nello stesso arco di tempo le esecuzioni sono state 344. Questo significa che, considerando le nuove condanne a morte emesse nel frattempo, sono quasi 1000 le persone uscite dal braccio della morte per altre cause: annullamenti, commutazioni, proscioglimenti, morte naturale o suicidio. In un caso si è verificato anche un omicidio all'interno del braccio della morte della California (ottobre 2018). Quindi, per ogni persona giustiziata nell'ultimo decennio, quasi 3 sono uscite dal braccio della morte per "altri motivi".
Nel suo conteggio "Death Row Usa" include 230 persone la cui condanna a morte al momento è annullata, ma questi annullamenti non sono definitivi, e le condanne potrebbero essere riemesse al termine di un nuovo processo o di un ricorso della pubblica accusa. Le altre 2.443 persone hanno quella che viene definita "una condanna a morte attiva".
Dopo che la pena di morte negli Stati Uniti era stata dichiarata incostituzionale nel 1972 e i bracci della morte si erano quasi svuotati (arrivando a 134 detenuti nel 1973), i condannati a morte avevano iniziato a ricrescere dopo la reintroduzione della pena di morte nel 1976. Erano aumentate fino a un massimo di 3593 nel 2000, e sono scese sotto i 2.500 nell'aprile 2018. In questo rapporto per la prima volta vengono conteggiati anche i condannati a morte di stati nei quali è in vigore una moratoria decisa dal Governatore: California, Colorado, Oregon, e Pennsylvania. Si tratta di 923 condannati a morte per i quali, allo stato attuale, i rispettivi governatori non sono disposti a firmare un mandato di esecuzione. Sottraendo anche questi, i detenuti con una condanna a morte "attiva" sarebbero solo 1.570.
Il braccio della morte più popoloso rimane, come ormai da moltissimi anni, quello della California, lo stato più popoloso degli Usa ma anche uno stato che non effettua esecuzioni da 12 anni (733). I bracci della morte che hanno più di 100 detenuti sono quelli della Florida (349), del Texas (225), dell'Alabama (181) e della Pennsylvania (155), il North Carolina (143), l'Ohio (141), e l'Arizona (121). Alcuni bracci della morte hanno pochissimi detenuti: 1 in New Hampshire e Wyoming, 2 in Montana, New Mexico, South Dakota, 3 in Colorado, e Virginia, 4 nel braccio della morte militare. 60 uomini ed 1 donna sono detenuti nel braccio della morte federale. Divisi per razze, nei bracci della morte ci sono 41,98% bianchi (1.122), 41,68% neri (1.114), 13,43 % ispanici (359), 1,83% asiatici (49), 1,05% pellerossa (28), più un detenuto del quale non è determinata la razza. Divisi per sesso, nei bracci della morte ci sono 2.619 uomini (97,98%) e 54 donne (2,02%). Dal 1976 al 1° gennaio 2019 sono state giustiziate 1.493 persone: 832 bianchi, 512 neri, 126 ispanici, 16 pellerossa, 7 asiatici.
In totale, 1.474 uomini e 16 donne (1,07 % del totale). "Death Row USA" registra anche la razza e il sesso delle vittime relative alle esecuzioni effettuate. Le 1493 persone giustiziate erano accusate di aver ucciso un totale di 2182 persone. Divise per razza le vittime erano 1648 bianche (75,53%), 335 nere (15,35%), 153 ispaniche (7,01%), 41 asiatiche (1,88%), e 5 pellerossa (0,23%). Divise per sesso le vittime erano 1.113 maschi (50,99%), e 1.067 femmine (49,99%). Il 10% delle persone giustiziate (148) aveva rinunciato volontariamente a presentare appello. Dal 1977 ad oggi, e prima che nel 2005 la Corte Suprema vietasse le esecuzioni di minorenni, 23 persone erano state giustiziate per reati commessi da minorenni.
di Vittorio Musca
periodicodaily.com, 12 luglio 2019
Il sistema penitenziario norvegese, visitato nei giorni scorsi da alcuni giornalisti della Bbc, ha offerto non poche sorprese agli inglesi che aveva interesse a verificare affinità e differenze tra il metodo d'organizzazione delle carceri in Gran Bretagna e nel paese scandinavo.
Le impressioni dei giornalisti al loro arrivo - Sin dall'arrivo l'impressione di non entrare in una prigione è stata subito molto forte. Nella loro visita al penitenziario di Halden i reporter si sono trovati ad attraversare un immenso parco recintato da un muro alto circa nove metri, senza filo spinato o reti elettrificate. I detenuti, 258 in tutto, vivono in camere singole con doccia privata e a mensa mangiano insieme alle guardie. Il primo incontro con i carcerati è avvenuto durante una lezione di yoga. "Serve a mantenere queste persone calme e a fargli vivere appieno le esperienze che svolgeranno durante la giornata", la quale si svolge nel seguente modo.
La giornata tipo dei detenuti - La sveglia è fissata alle 7:30. alle 8.15 i "prigionieri" della prigione (che non sarebbe sbagliato neanche chiamare "ospiti") cominciano a lavorare. Le attività che possono svolgere sono le più varie: ci sono meccanici, uomini e donne che cuciono a macchina dei vestiti, c'è chi si occupa del parco. Ciascun lavoro, sorvegliato dagli ufficiali carcerari in maniera discreta e senza mai far pesare la loro presenza alle persone impegnate al lavoro, si svolge in un clima rilassato, ma al tempo stesso dimostrando anche una certa abilità ed efficienza degli uomini impegnati.
La mission della prigione di Halden - "Qui non abbiamo a che fare con criminali da punire" ci ha tenuto a sottolineare il comandante delle guardie penitenziarie "qui il nostro compito e seguire in un percorso di crescita, consapevolezza e responsabilità, delle persone che hanno commesso degli errori nella loro vita, ma che un giorno usciranno da qui e diventeranno i nostri vicini." Lo scopo della prigione, infatti, secondo il modello norvegese, non è quello di rappresentare la vendetta della società offesa da chi ha commesso un reato, ma quello di lavorare insieme a delle persone, che una volta tornate in libertà, potranno dare il loro contributo per il benessere della collettività.
Un weekend in famiglia - Nella loro visita, i reporter hanno notato anche la presenza di librerie e di aree dedicate a famiglie con bambini. Sono Hoidal, governatore della prigione, ha spiegato che per qui detenuti meritevoli di un premio, per l'impegno dimostrato nelle attività da loro svolte, per la condotta e per il lavoro fatto su se stessi in relazione al crimine commesso, è prevista la possibilità di "invitare" la propria famiglia all'interno della struttura, trascorrere due o tre giorni con moglie e figli e poter così, in qualche modo mantenere un contatto continuo con quella che, prima di entrare in prigione, era la loro quotidianità. "Lo scopo della prigione è togliere la libertà ad una persona per punirla della sua colpa. Ma questo principio non deve spingersi mai fino al punto di offendere la dignità della stessa."
L'attività formativa di detenuti e guardie - Oltre ad una variegata offerta lavorativa, all'interno della struttura, i detenuti possono anche seguire corsi di formazione. C'è chi spera di poter lavorare come grafico una volta scontata la pena, chi segue corsi di cucina, chi studia le lingue per avere maggiori possibilità di trovare un lavoro in Norvegia o all'estero. La formazione non riguarda, però, solo i detenuti. Per poter lavorare come guardie all'interno delle prigioni norvegesi che più fortemente puntano su un'impostazione dell'istituzione carceraria che abbia finalità educative, è necessario studiare dai due ai tre anni (contro le dodici settimane sufficienti nel Regno Unito); le materie oggetto di studio sono tra le più varie e vanno dall'inglese all'apprendimento di metodologie e filosofie didattiche.
La presenza delle donne - Un altro aspetto molto importante, che ha subito attirato l'attenzione dei giornalisti, è stata l'elevata presenza di donne tra gli agenti. In Norvegia non è insolito trovare una donna impegnata in attività che, in molti altri paesi, vengono ancora visti come prettamente maschili, che si tratti di poliziotte, ma anche di autiste di camion o muratrici. La presenza femminile nel carcere di Halden ha avuto un impatto molto positivo sulla vita all'interno dello stesso. Sono gli stessi detenuti intervistati, che hanno sottolineato come la presenza delle donne in parte attenui il distacco dal mondo "fuori" e dall'altro mantenga bassa la tensione tra detenuti e guardie. Nel paese scandivano anche quando in strada c'è una lite o un principio di rissa, sono spesso le donne ad intervenire per prime per parlamentare. Così in carcere, un detenuto, che vedesse di fronte a sé un uomo in divisa che gli ordini qualcosa o lo rimproveri per una mancanza, potrebbe molto più facilmente cercare lo scontro con questo, che se non a fargli gli stessi richiami fosse una donna.
Nessun caso di violenza - A sorprendere i giornalisti inglesi è stato anche l'aver scoperto che negli ultimi anni in Norvegia, non si sono verificati atti di violenza tra i detenuti o tra questi e le guardie, se si escludono alcuni episodi nei quali alcuni prigionieri avrebbero sputato in faccia ad alcuni agenti. Le ragioni di questa convivenza pacifica tra criminali e forze dell'ordine è da ricercarsi, ancora una volta, nella rinuncia da parte delle autorità, di qualunque atteggiamento repressivo che leda la dignità della persona. Questo modo di pensare è anche alla base della scelta delle forze di polizia, di non dare in dotazione agli agenti armi da fuoco, se non in casi eccezionali. Alcuni studi sociologici hanno, infatti, evidenziato una proporzione diretta tra il tasso di criminalità di un paese ed il fatto che la polizia disponga o meno di pistole. La Norvegia è, ad oggi, uno dei paesi più sicuri al mondo, con appena 63 detenuti ogni 100.000 abitanti.
Una visione d'insieme - Nel trarre delle valutazioni o nell'esprimere delle opinioni su questi dati, è tuttavia importante fare almeno un paio di considerazioni. Innanzitutto, la bassissima densità della popolazione, di appena 5 milioni e mezzo di abitanti, distribuiti su 300.000 km quadrati circa (un territorio grande quasi quanto quello italiano).
L'alto tenore di vita, redditi medi molto al di sopra della media europea, uno stato sociale finanziato con le infinite risorse di cui dispone il paese, rendono determinate politiche più facili d'attuare nel paese scandinavo rispetto a quanto è, invece possibile fare nel nostro o nella stessa Inghilterra.
Chiedendo maggiori informazioni ai responsabili dell'istituto, i reporter hanno scoperto che l'intera area utilizzata a scopi detentivi è costata 138 milioni di sterline, una cifra inimmaginabile per una prigione inglese, che debba per altro "ospitare" meno di 300 detenuti. Il governo norvegese è stato quindi agevolato, al momento della scelta delle politiche sociali da seguire, dall'enorme disponibilità di risorse cui poter attingere e per questo ha potuto negli ultimi 50 anni investire tantissimo nel welfare, non escludendo da questo nemmeno il sistema carcerario, il quale ha ricevuto, per la qualità del servizio offerto, in molti casi come in quello di Halden, numerosi riconoscimenti e premi.
Il caso Breivik - Considerato quanto sopra, si possono (anche se con enorme fatica) comprendere alcune scelte della magistratura norvegese negli ultimi anni, come, ad esempio, nel caso di Breivik, responsabile nel 2011 del massacro di Utoya a Oslo.
Come previsto dal codice penale della Norvegia, lo stragista è stato condannato al massimo della pena, ossia 21 anni (periodo questo che potrà essere prolungato di ulteriori 5 anni nel caso in cui il detenuto non venisse ritenuto ancora pronto per tornare in società. Breivik, dopo essere entrato in carcere, ha denunciato, tramite i suoi avvocati, lo Stato norvegese, reo, a suo dire, di aver violato i suoi diritti come persona e di aver dimostrato nei suoi confronti un accanimento eccessivo, manifestatosi soprattutto con l'imposizione allo stesso di un "troppo lungo periodo d'isolamento". Ebbene, il detenuto Breivik ha vinto la sua causa contro lo Stato che ha dovuto subito rimediare a questo suo errore tanto da fornire allo stesso, una palestra in camera ed altri comfort richiesti dallo stesso. Se il metodo norvegese dovesse funzionare anche in questo caso specifico, forse sarebbe opportuno studiarlo e valutarne, anche in altri paesi, Italia inclusa, l'applicazione.
di Elisa Benzoni
alganews.it, 11 luglio 2019
I detenuti nelle carceri italiane sono 10 mila più del consentito. Il governo con Decreto Legge "Semplificazione" prende posizione definendo un approccio di discontinuità con il passato: non si punta più alle misure alternative e a far scontare la pena fuori dal carcere ma si prevedono ampliamenti edilizi delle carceri esistenti e la realizzazione di nuove.
Che l'intervento edilizio, sia per quanto riguarda gli ampliamenti sia la riconversione di vecchi stabili, richieda tempo mentre siamo di fronte all'ossimoro della costanza dell'emergenza e a condizioni disumane, non è elemento che venga preso in considerazione.
di Mauro Lissia
La Nuova Sardegna, 11 luglio 2019
Superato grazie a un pronunciamento favorevole della Corte di Cassazione lo scoglio della prescrizione. Condannati a pene durissime, ma non per questo destinati a soffrire dietro le sbarre oltre i limiti stabiliti dalle legge e dal rispetto dei diritti umani.
L'orientamento dei giudici è chiaro, dopo il risarcimento riconosciuto all'anziano bandito ed ergastolano arzanese Piero Piras i tribunali sardi hanno dato ragione ad altri cinque ex detenuti e si preparano a valutare il ricorso dell'orunese Bernardino Ruiu, altro esponente di spicco dell'Anonima sequestri, colpevole del rapimento di Dino Mario Toniutti avvenuto il 26 dicembre 1978 e punito con 26 anni di carcere.
di Giovanni Negri
Il Sole 24 Ore, 11 luglio 2019
Privilegiato il rito abbreviato. Più chance di ammettere le prove. Dalle notifiche alle indagini preliminari, dai procedimenti speciali ai limiti all'appello, dalle condizioni di procedibilità al giudizio monocratico. Eccola qua la riforma del Codice di procedura penale messa a punto dal ministero della Giustizia e pronta per essere architrave del disegno di legge delega che verrà presentato a giorni in Consiglio dei ministri. Ne esce un modello con un'udienza preliminare vero filtro al dibattimento e un rito abbreviato notevolmente potenziato.
- Bozza riforma della giustizia, il Csm indicherà la priorità dell'azione penale
- Giustizia, le inchieste dureranno meno
- Riforma, sì degli avvocati. Ma sul patteggiamento l'intesa ancora non c'è
- Il "caso giustizia" e il bene perduto
- Dietro il ritorno alla giustizia "securitaria" c'è il mito medievale dell'uomo impiccato










