di Antonella Barone
gnewsonline.it, 12 luglio 2019
Si è svolta ieri pomeriggio nella Casa circondariale di Monza la cerimonia conclusiva del progetto CO2: controllare l'odio ideato e realizzato da Franco Mussida, cofondatore e chitarrista, fino al 2016, della Premiata Forneria Marconi e oggi appassionato sperimentatore in campo musicale.
di Andrea Turco
cronachedibirra.it, 12 luglio 2019
Uno degli aspetti poco conosciuti del mondo della birra è la sua forza inclusiva. Molti la associano al momento del consumo, magari nel pub di turno, quando è possibile avvertire nitidamente il potere socializzante di questa straordinaria bevanda millenaria. In realtà limitarne gli effetti alla parte finale della filiera è assolutamente riduttivo, poiché le sue ripercussioni sono rilevabili già in sala cottura.
di Giovanni Negri
Il Sole 24 Ore, 12 luglio 2019
Un processo con tempi certi per le cause di competenza del giudice unico, e sono la maggioranza; una negoziazione assistita potenziata; una conciliazione indebolita; la soppressione del filtro in appello; l'avanzamento della digitalizzazione. Si completa il quadro della legge delega che il ministero della Giustizia intende portare in Consiglio dei ministri nei prossimi giorni. Al tassello dedicato all'ordinamento giudiziario (si veda "Il Sole 24 Ore" del 7 luglio) e a quello sulla procedura penale (anticipato sulle pagine di ieri) si aggiunge l'intervento sulla procedura civile. Il testo è stato presentato ieri dal ministro Alfonso Bonafede alle rappresentanze di avvocatura e magistratura.
di Andrea Valesini
L'Eco di Bergamo, 12 luglio 2019
Far "marcire in carcere" le persone rende la società meno sicura. Non è solo una questione di linguaggio, ma di sostanza. La civiltà di un popolo non si misura solo dai suoi monumenti, dalle opere d'arte, dall'eredità di scrittori e da tradizioni virtuose, ma anche dal linguaggio.
di Guglielmo Saporito
Il Sole 24 Ore, 12 luglio 2019
Corte costituzionale, sentenza 10 luglio 2019, n. 173. Quando una legge è retroattiva, sorgono seri dubbi sulla lealtà dello Stato: la legge può disporre solo "per l'avvenire" (articolo 11 delle Disposizioni preliminari al Codice civile), non per ciò che è già avvenuto. Il principio è granitico per le sanzioni penali, ma diventa elastico per molti divieti della vita quotidiana, civile, amministrativa, fiscale.
L'ultimo caso riguarda gli avvocati. Per gli eletti negli Ordini locali, la Corte costituzionale (sentenza 173 / 2019) ha fatto l'altro ieri, 10 luglio, un passo indietro non solo nel tempo (ammettendo la retroattività), ma anche nella logica e credibilità delle leggi. Il caso deciso era banale: gli avvocati che abbiano già svolto due mandati quali eletti nell'Ordine, non possono (articolo 3, legge 12/2019) candidarsi per un terzo mandato.
Il divieto opera dalla data di entrata in vigore della legge (febbraio 2019), ma valuta circostanze che, all'epoca in cui si erano verificate (circa 10 anni prima) erano prive di conseguenze. Prima del 2019, infatti, si poteva essere rieletti anche più volte. Quindi, circostanze risalenti a diversi anni prima (i due mandati elettivi), generano dal 2019 preclusioni (un terzo mandato), anche se tale preclusione non era prevedibile all'epoca in cui erano stati svolti i due precedenti incarichi. Dice la Corte: la preclusione ad un terzo mandato non deriva dalla retroattività della legge del 2019, ma dall'efficacia (nel 2019) di fatti e circostanze avvenuti anni prima. L'applicazione di un eguale principio in altri campi della pubblica amministrazione o in campo fiscale, potrebbe essere dirompente: tutto può essere esaltato o condannato. Si possono accordare benefici o imporre prestazioni a situazioni che, all'epoca in cui si sono manifestate, non erano a rischio.
Esaminando la legge Severino (che imponeva limiti a candidati con situazioni ostative penali), è stato applicato un principio analogo (Corte costituzionale, sentenze 36/2019 e 276/2016). Ma oggi la retroattività sta avanzando verso situazioni civili e di amministrazione quotidiana.
Anche la vicenda Ilva lotta contro l'orologio, nel senso che gli eventi passati sono rimessi in discussione, rielaborando la situazione che ha generato l'accordo. Il rispetto dei patti non è più affidato alla credibilità, ma diventa una sorta di beneficio: per non essere condannati nel futuro, non basta invocare l'irretroattività delle leggi, ma occorre ottenere uno scudo o un'immunità.
Un'altra prova è nella legge sblocca cantieri (articolo 4, legge 55/2019) che prevede l'immunità da danni erariali dei funzionari che firmeranno eventuali revoche di concessioni autostradali. Non interessa più tanto la revoca del contratto (della quale non si discute), ma si presta attenzione agli atti esecutivi della revoca stessa, se e quando il Governo riterrà di imporre ai suoi dirigenti di firmarla. Ai dirigenti si offre uno scudo, confermando una prassi di cautele ed immunità che non a caso (legge 24/2017) si fa strada anche nella sanità.
di Mauro Mellini
L'Opinione, 12 luglio 2019
L'ho detto, l'ho scritto e lo ripeto. Una riforma della giustizia, in sé difficilissima, perché deve essere vera "riforma" e fare che la giustizia ne risulti almeno un po' più "giustamente" realizzata (usiamo pure questa parola un po' esagerata) da questa gente, da un Alfonso Bonafede (quand'anche lo sia veramente) e da quella muta di cani arrabbiati che abbaiano e poi si mordono tra loro, che si è costretti a considerare il nostro Governo e la sua maggioranza parlamentare, è cosa che mi fa paura più della giustizia così com'è.
Un branco di cultori dell'ignoranza e della faciloneria, che non riesco a definire meglio che come la platea degli amici del bar dello sport, con il loro sapere di tutto e di più con la loro supponenza di volerlo imporre come la via facile per salvare l'umanità, è un branco che "dove tocca, brucia". Senza nemmeno, con ciò, liberarci dei rottami.
Pensavo a tutto ciò ed alla difficoltà di riassumerlo in poche righe l'altra sera, per rispondere ad un mio caro amico e collega che dagli Stati Uniti d'America, dove si trova, spero, godendosi una bella vacanza (ma credo abbia motivi di lavoro!), mi ha scritto chiedendomi che cosa ne penso della proposta di Bonafede di istituire "una piattaforma web dove poter segnalare comportamenti scorretti dei magistrati, aperta a soggetti qualificati".
È incredibile come la speranza, che è una virtù che quando c'era la religione cattolica mi pare si dovesse definire "virtù teologale", sarà pure teologale, ma non è davvero razionale. L'ottimismo aiuta a vivere bene o quasi, ma è spesso la strada delle nostre peggiori fesserie (scusa Ciccio).
"Aperta" a "soggetti qualificati". Non per difendere la mia qualità di soggetto inevitabilmente squalificato, ma ve lo immaginate voi l'"albo" dei soggetti qualificati istituito, scritto ed aggiornato da questi discepoli di Bonafede già pronti ad escludersene reciprocamente?
E, poi, l'essere "qualificato" non dovrebbe significare essere "selezionato"? Posso, poi, immaginare quali sarebbero le doglianze che vi sarebbero registrate. Della massa delle porcherie che macchiano la giustizia del nostro Paese (e prima ancora le intelligenze e le coscienze) finirebbero in questa sentina degli orrori telematica non certo le porcherie più vere e più gravi. Non voglio essere, al contrario di Ciccio, un pessimista quasi menagramo, ma credo che vi finirebbero iscritti assai di più casi semplicemente mal compresi da Parti ed Avvocati. E intanto, altre cento e passa leggi e regolamenti.
E, poi, al solito che se ne farebbe di quella grossa pattumiera, ammettendo che riuscisse ad essere tale? A vagliarne l'attendibilità delle lamentele quanti Palamara occuperebbero stabilmente poltrone e strapuntini lottizzati per "correnti" della "indipendenza" della Magistratura? Certo, un ennesimo ente inutile.
Il difetto sta nel manico. Non è con le trovate di un Bonafede (se anche in buona fede) che si rimedia alle nostre sciagure. Gino Bartali (in questi giorni si è tirato fuori, invece, Fausto Coppi per paragonarlo non so se con Salvini) diceva "l'è tutto da rifare". Purtroppo è così. L'autogoverno ribelle ed astioso della Magistratura è fallito. È una sommatoria di bugie capaci solo di opprimere ancor più l'indipendenza della ragione, della scienza, della coscienza. Quella dei singoli giudici. Ce ne saranno pure che non ne sono privi.
di Giulia Marzia Locati*
Il Fatto Quotidiano, 12 luglio 2019
In quest'ultimo periodo si è giustamente parlato di una "questione morale" della magistratura. Al di là delle responsabilità penali e disciplinari - da accertare nelle sedi a ciò deputate - i fatti emersi dall'indagine di Perugia devono essere presi sul serio in tutta la loro portata per poter essere un'occasione di riflessione sullo stato di salute del Csm.
La degenerazione torrentizia, che certamente ha portato all'affermazione di gruppi clientelari e territoriali di potere che gestiscono interessi, esiste e deve essere denunciata. Si tratta di gruppi trasversali alle correnti e che vedono il coinvolgimento di parte della politica: ma ciò avviene non nei luoghi istituzionali, ma in circoli opachi e non trasparenti. Tutto questo non può essere tollerato. Dalla risposta che la magistratura saprà dare e dalle soluzioni che sarà in grado di elaborare dipenderà la tipologia di magistrato che si affermerà negli anni a venire. In questo contesto il sorteggio dei membri del Csm, lungi dall'essere la soluzione, rischia di acuire il problema.
Uno dei modi per arginare le derive clientelari e corporative è infatti quello di palesare e prendere sul serio l'esistenza di un pluralismo culturale all'interno della magistratura: non si può pensare - e non ci si deve nemmeno augurare - che i magistrati non siano in grado di confrontarsi sulle diverse opzioni ideali e valoriali da cui sono animati. Prendere atto dell'esistenza di queste differenze e rivendicarne pubblicamente l'importanza per la ricchezza della magistratura è ciò che ne evita l'appiattimento e la burocratizzazione. Infatti, il governo autonomo della magistratura non chiama il Consiglio superiore a scelte puramente tecniche o a interpretazioni insensibili a opzioni culturali di fondo: penso alla potestà del Csm di dettare regole sul funzionamento degli uffici giudiziari.
Dunque, solo una reale possibilità di scelta dei membri del Csm consente di preservare la sua capacità di rappresentatività. Rappresentatività che ha permesso il compimento di alcune tappe fondamentali per l'evoluzione del diritto, che sono state possibili proprio grazie al confronto che ha reso il giudice consapevole dell'importanza, per esempio, di interpretare la legge conformemente alla Costituzione.
Il sorteggio, al contrario, negando questo dato di fatto o facendo finta che sia irrilevante per l'esercizio della giurisdizione, finisce per veicolare l'immagine di un'istituzione composta da persone che non rispondono a nessuno (se non alla sorte) e - temo - condurrà a una visione burocratizzata del lavoro del magistrato. Se la crisi attuale deriva allora, più che da una forza, da una debolezza delle correnti, l'antidoto non può che essere quello di recuperare la loro funzione originaria di luogo di discussione trasparente e di pubblico confronto, il cui buono stato di salute è importante non solo per l'attività giurisdizionale, ma anche per la vita civile del Paese.
Ne è stato un esempio l'apporto che Magistratura Democratica ha dato in occasione della battaglia per il No al referendum costituzionale nel 2016. Consapevole del fatto che imparzialità significa non parteggiare per uno degli attori processuali, ma non indifferenza rispetto alle questioni di fondo che animano il dibattito culturale e politico, MD ha offerto il proprio contributo al dibattito, impegnandosi non solo per la difesa ma anche per la realizzazione dei diritti, delle libertà e delle garanzie della Costituzione.
Questo contributo sarebbe stato impossibile senza l'elaborazione ideale e culturale che negli anni MD ha portato avanti, nella consapevolezza che l'indifferenza verso dinamiche partitiche e politiche in senso stretto deve essere accompagnata, come diceva Marco Ramat, all'attenzione e all'impegno nella "grande politica della Costituzione".
*Giudice del Tribunale di Torino - Esecutivo Nazionale di Magistratura Democratica
di Errico Novi
Il Dubbio, 12 luglio 2019
Ci sono due espressioni chiave. Entrambe contenute nel comunicato diffuso, dopo il summit sulla riforma penale, dall'Organismo congressuale forense. La prima è "concertazione" : sia l'organismo politico degli avvocati sia le altre componenti intervenute mercoledì al "tavolo" con Bonafede riconoscono come positivo il "metodo del confronto" adottato dal guardasigilli. La seconda formula rivelatrice della nota di Ocf corrisponde, invece, agli obiettivi richiamati all'articolo 13 della legge delega illustrata dal ministro: "Semplificazione, speditezza e razionalizzazione". Ecco: sulla funzionalità delle norme rispetto a tali esiti, arrivano varie obiezioni. Ma più che dal Cnf, dall'Aiga e dall'Ocf, nella cui valutazione pure non manca la richiesta di "adeguate modifiche" del testo "in sede di decretazione", sono Unione Camere penali e Anm a esprimere le maggiori riserve. Nel primo caso, innanzitutto per la "rinuncia" all'estensione del patteggiamento, nel secondo per le "sanzioni" a carico dei pm tardivi nel chiudere l'inchiesta.
I penalisti partono da un pregio del ddl: quello di "non avventurarsi su strade impervie di rivisitazione di istituti di garanzia". Ciò detto, l'associazione presieduta da Gian Domenico Caiazza ricorda che "da un lato si accolgono le indicazioni per potenziare il ricorso all'abbreviato condizionato, positivamente modificando i parametri per l'ammissione delle prove", ma "dall'altro inspiegabilmente si è rinunciato a qualsiasi intervento di estensione degli istituti per l'applicazione della pena concordata", il patteggiamento appunto. E questo, prosegue la nota dell'Ucpi, "toglie qualità all'intervento".
L'origine del "compromesso" non è taciuta: è nella "avversione di una componente della maggioranza alle riduzioni premiali di pena". È la Lega, infatti, ad aver chiesto di eliminare il loro allargamento. Un versante sul quale per ora risulta esclusa anche una proposta, rilanciata all'incontro di mercoledì, da coordinatore e tesoriere di Ocf, Giovanni Malinconico e Alessandro Vaccaro: modificare le norme sul patteggiamento "onde consentire al giudice di applicare la misura alternativa" prevista dall'ordinamento penitenziario, "con evidente diminuzione delle impugnazioni e dei procedimenti a carico del Tribunale di Sorveglianza", ricorda l'Organismo.
Le Camere penali segnalano a loro volta altre due "note dolenti". Da una parte, la scelta di "rimettere al Csm, in via originaria" la fissazione delle priorità nell'esercizio dell'azione penale, che oltretutto, fa notare l'Ucpi "è di segno opposto" a quanto previsto dal ddl sulla separazione delle carriere. Dall'altra parte si ricorda che "non vi può essere correlazione" tra la riforma penale e la "nuova" prescrizione, "contro la quale deve continuare la battaglia", promettono i penalisti.
Obiezioni di segno diverso da parte dell'Anm. Che riconosce, sì, come "quello del tavolo tecnico" sia stato "un percorso innovativo e virtuoso nel metodo del confronto". Ma poi manifesta "netta contrarietà in relazione alla nuova disciplina della durata delle indagini che, senza tenere adeguatamente conto delle ragioni strutturali del carico di procedimenti e, al contempo, della notevole complessità delle attività investigative, prevede una generalizzata sanzione consistente nel disvelamento degli atti e prospetta sanzioni disciplinari per i magistrati". La "discovery" in caso di chiusura tardiva dell'inchiesta e il possibile illecito contestabile al pm "negligente" sarebbero, secondo l'Anm, destinati a "non incidere sui tempi delle indagini" e a "vanificare il contrasto ai reati", da quelli di "criminalità organizzata e terrorismo" fino alla corruzione. Perciò l'associazione presieduta da Luca Poniz arriva a parlare di "ennesima norma-manifesto che individua senza adeguata analisi un problema e costruisce su un'incompleta valutazione una apparente soluzione".
di Maurizio Caprino
Il Sole 24 Ore, 12 luglio 2019
Corte di cassazione, Sezioni unite, sentenza 10 luglio 2019, n. 30475. La "liberalizzazione" della cannabis light riguarda solo gli usi agroalimentari, per gli altri prevale il principio di offensività. Perciò le Sezioni unite della Cassazione hanno ritenuto illegale la vendita dello stupefacente anche quando ha una bassa concentrazione di principio attivo. Una decisione che, per le sue implicazioni sulla filiera creata dopo le aperture previste dalla legge 242/2016, aveva sollevato clamore a fine maggio, quando era stata presa. Ieri sono state depositate le motivazioni, scritte nelle 19 pagine della sentenza 30475/2019.
La pronuncia chiarisce che esiste una sola possibile eccezione: il caso in cui il contenuto di principio attivo sia talmente irrilevante da non produrre alcun concreto effetto drogante. Questo proprio in virtù del principio di offensività, che impone al giudice di verificare sempre sul caso concreto. Secondo uno dei tre filoni interpretativi apertisi anche in Cassazione in seguito alla legge 242, il principio di offensività verrebbe soppiantato dal fatto che la norma consente di produrre legalmente e senza autorizzazione cannabis con quota di tetraidrocannabinolo (Thc) contenuta entro lo 0,6% (sentenza 4920/2018).
Le Sezioni unite, invece, partono dalla lettura della legge 242 per concludere che essa si applica solo agli usi agroalimentari. Tra le argomentazioni, il fatto che la norma all'articolo 1 aveva dichiaratamente la finalità di sostenere e promuovere la coltivazione della canapa in quanto più sostenibile rispetto ad altre forme di agricoltura e all'articolo 2 elenca i prodotti ottenibili da essa la cui commercializzazione è ammessa: alimenti, cosmetici, semilavorati, materiali per bioingegneria, depurazioni, florovivaismo eccetera.
Dunque, la cannabis per altri impieghi ricade ancora sotto i divieti imposti dal Testo unico sugli stupefacenti (Dpr 309/1990). L'articolo 73, osservano le Sezioni unite, "incrimina la commercializzazione di foglie, inflorescenze, olio e resina derivati dalla cannabis, senza operare alcuna distinzione rispetto alla percentuale di Thc". Stabilito che si applica il Testo unico e quindi si tratta di droghe a tutti gli effetti, occorre applicare il principio di concreta offensività stabilito in materia dalle stesse Sezioni unite (sentenza 47472/2007), secondo cui non è rilevante il superamento della dose media giornaliera ma l'effetto drogante per ogni singola assunzione. L'unica apertura che sembra venire dalla sentenza depositata ieri per escludere la punibilità dei rivenditori di cannabis light è la possibilità di configurare l'errore inevitabile, dovuto a "criteri oggettivi, quali l'assoluta oscurità del testo" di legge. Ma i giudici non affermano espressamente che ciò ricorre nel caso della cannabis light. Forse anche per questo la Coldiretti ha commentato la sentenza chiedendo una nuova legge che faccia chiarezza.
di Claudio Romiti
L'Opinione, 12 luglio 2019
Dunque la suprema Corte di Cassazione ha confermato la condanna di vent'anni ai danni di Antonio Logli reo, secondo la verità processuale, di aver ucciso la moglie Roberta Ragusa e di averne distrutto il corpo. Giustizia è fatta? Personalmente non credo proprio, almeno nel senso di una giustizia in grado di superare con prove schiaccianti ogni ragionevole dubbio.
Anche perché prove in questa ennesima vicenda finita sotto i riflettori deformanti dei media si fa veramente fatica a trovarne, se non quelle considerate tali dai numerosi adoratori di un colpevolismo a prescindere. Tant'è, mi permetto di ricordare ai più distratti, che lo stesso Logli fu inizialmente prosciolto dal Giudice per le indagini preliminari in forza di un impianto accusatorio che sembrava francamente inconsistente.
Ma in seguito, sebbene non siano emersi elementi tali da giustificare una condanna, ripeto, oltre ogni ragionevole dubbio, l'imputato è entrato in quel ben conosciuto tunnel mediatico-giudiziario alla fine del quale, come accaduto nella stragrande maggioranza dei casi finiti nel tritacarne dei citati media, c'era il vicolo cieco di una condanna certa.
A questo proposito risultano molto illuminanti le profetiche dichiarazioni (dato che sono state rilasciate qualche ora prima del pronunciamento della Cassazione) espresse in merito dall'illustre criminologo e psichiatra, Alessandro Meluzzi: "Nonostante non ci sia alcun elemento di prova determinante, non ci dovrebbero essere dubbi circa la conferma della condanna. Si tratta di un altro ed ennesimo caso di condanna utile senza alternative. Non essendo stato possibile ricostruire una narrazione diversa, alla fine ci si è rifugiati nel solito "non può che essere stato lui". Salvo un ripensamento, Logli sarà condannato in assenza di un vero elemento di prova come è stato con Bossetti, nel caso di Erba e tanti altri".
Ed in questa, a mio avviso, poco esaltante pagina di giustizia un contributo importante lo ha fornito il programma di Rai 3 "Chi l'ha visto?". Un programma spesso incisivo nella sua ragione sociale di occuparsi delle persone scomparse, ma altrettanto spesso meritevole di biasimo quando mostra un evidente accanimento colpevolista ai danni dell'imputato di turno. Tanto da travalicare ampiamente i confini di una moderna concezione del diritto, arrivando a sostenere indirettamente una barbarica inversione della prova.
Una dimostrazione di ciò l'ha ampiamente fornita in diretta Paola Grauso, inviata della popolare trasmissione che si è sempre occupata del caso, allorché si è permessa di contestare agli avvocati del Logli, usciti piuttosto sconvolti dal "Palazzaccio", il fatto che questi ultimi non sarebbero riusciti a produrre una convincente ricostruzione alternativa rispetto a quella proposta dall'accusa. Dunque, dobbiamo concluderne che per questa esimia giornalista l'onere di dimostrare la propria innocenza grava sull'imputato, secondo un modello inquisitorio che ci riporta ai fasti dell'ordalia medievale.
Ma quando in un Paese si fa strada questa cultura, obiettivamente regressiva, della giustizia, basata su ancestrali e rassicuranti bisogni di cercare "un" colpevole, anziché "il" colpevole, per noi inguaribili garantisti la pervasiva sensazione di essere un po' tutti in libertà vigilata diventa quasi ossessiva.
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