di Fabrizio Ferrante
Ristretti Orizzonti, 29 agosto 2019
Dopo la visita condotta a Poggioreale lo scorso primo agosto, i Radicali per il Mezzogiorno Europeo tornano ad occuparsi del principale carcere napoletano. Presto partirà una mobilitazione straordinaria finalizzata a porre in evidenza il sovraffollamento, l'assenza di misure alternative alla detenzione e le condizioni invivibili di alcuni padiglioni come il Milano ma non solo. Ad illustrare il punto di vista dei Radicali e a presentare gli obiettivi dell'iniziativa politica su questo tema, l'avvocato Raffaele Minieri, membro del comitato nazionale di Radicali Italiani ed esponente di punta dei Radicali per il Mezzogiorno Europeo: "La situazione in cui versa il carcere di Poggioreale – ha esordito Minieri - è assolutamente allarmante e gli eventi degli ultimi giorni testimoniano la difficoltà che l'assenza di soluzioni alternative alla detenzione provoca alla gestione di una struttura vecchia e oltremodo affollata. È indubbio che le condizioni detentive siano assolutamente intollerabili in alcuni padiglioni e che vi sia necessità di un intervento effettivo. Tuttavia è altrettanto impensabile provare a risolvere il problema con misure non strutturali. La scelta di segnalare alla Procura della Repubblica le condizioni di detenzione non può essere la risposta ad un problema che trascende le responsabilità individuali ma riguarda l'intero sistema penale, dall'eccesso della custodia cautelare in carcere alle difficoltà del Tribunale di sorveglianza, passando per la creazione di nuovi reati e per l'introduzione di ulteriori restrizioni all'accesso alle misure alternative alla detenzione".
Spazio quindi all'impegno per il futuro con alcuni obiettivi già chiari: "È necessario – ha concluso Minieri - un impegno volto alla riduzione dei numeri delle presenze in conformità con quanto auspicato dalla Corte Costituzionale già nel 2014 e quanto indicato più volte dalla Corte Europea dei diritti dell'uomo. In tal senso l'associazione Radicali per il Mezzogiorno Europeo, preso atto del disinteresse della politica, avvierà una mobilitazione straordinaria volta ad attivare le magistrature superiori affinché attraverso il percorso giurisdizionale sia possibile valorizzare le misure alternative alla detenzione seguendo le indicazioni già date dalle stesse negli ultimi anni".
linkabile.it, 29 agosto 2019
Il Garante Ciambriello: "Non si può morire di carcere e in carcere". Il carcere da un punto di vista umano e costituzionale non deve essere un luogo di sofferenza, di rabbia o di rassegnazione. " Non si può morire di carcere e in carcere", ha denunciato recentemente il garante campano delle persone private della libertà personale Samuele Ciambriello.
Nelle carceri irpine c'è una situazione variegata, ma i direttori riconoscono la complessità delle cose, le carenze sanitarie e sentono il bisogno di chiedere aiuto. Lunedi scorso è stato ad Ariano Irpino il nuovo Provveditore Campano dell'Amministrazione penitenziaria Antonio Fullone.
Una situazione esplosiva e sempre più fuori controllo quella delle carceri campane. Ormai si susseguono con cadenza quotidiana episodi di cronaca, dalle aggressioni ai danni di agenti ai tentativi di suicidio, forme di autolesionismo e scioperi della fame.. Lo scorso 22 agosto una detenuta quarantenne avrebbe tentato il suicidio nel carcere di Bellizzi Irpino ingerendo un mix di farmaci.
L'episodio, come detto, risale a qualche giorno fa ma è venuto alla ribalta della cronaca soltanto oggi. La donna sarebbe risultata positiva agli oppiacei. Un avvelenamento che poteva risultare fatale se non fossero intervenuti in maniera provvidenziale gli agenti che hanno immediatamente allertato il 118. La donna si trova ora ricoverata all'ospedale Moscati dove sta seguendo una terapia disintossicante e non sarebbe in pericolo di vita.
È l'ennesimo fatto di cronaca che riaccende l'attenzione sulle tante criticità del penitenziario irpino. Solo ieri un recluso aveva rotto il setto nasale a un agente della polizia penitenziaria nel corso di controlli di routine prima di aggredire un altro agente e di provare a impiccarsi nella sua cella. Anche qui decisivo è stato l'intervento degli agenti che hanno scongiurato il peggio. Mancanza di psicologi e psichiatri è stata, recentemente, la denuncia di Ciambriello in una conferenza stampa nel carcere avellinese.
A più riprese il garante campano dei detenuti Samuele Ciambriello ha lanciato l'allarme sulle carenze sanitarie della struttura e sulla mancanza di personale. Per il Garante Ciambriello:" Un problema, in realtà, generale e che quindi riguarda la maggior parte del sistema penitenziario. La mancanza di educatori, 923 per 60mila detenuti, 95 in Campania per più di 7.000 detenuti, la mancanza di figure sociali, di psicologi e psichiatri, di assistenti sociali fa aumentare il malessere dei detenuti. I tentativi di suicidio sono all'ordine del giorno e quelli riusciti sono 29 dall'inizio dell'anno, 5 in Campania.
Prevenire i suicidi non è mai semplice. Però si può fare molto, come ridurre al minimo l'isolamento e aumentare la possibilità di avere contatti con i familiari, aumentando il numero e durata delle telefonate. Compreso quello di introdurre la possibilità di avere contatti, anche intimi, con i proprio compagni o compagne. In una sola parola, non negare l'affettività. Insomma occorre sconfiggere la paura, riconoscere gli errori fatti. Habitat ed affettività si possono coniugare con il carcere".
di Walter Medolla
Corriere del Mezzogiorno, 29 agosto 2019
La denuncia dei residenti dei condomini limitrofi al carcere: salgono sui muretti e parlano. Fa discutere la notizia di colloqui non autorizzati tra detenuti del carcere di Poggioreale e i loro familiari, che avverrebbero dalla strada, attraverso una finestra dell'istituto di pena. Comunicazioni a distanza dal cortile-giardino di un condominio che sorge di fronte al carcere.
Non c'è pace per il carcere di Poggioreale. Dopo la rissa tra detenuti, il dossier del garante nazionale delle persone private della liberta che lo ha definito un "luogo inumano" e l'evasione del polacco accusato di omicidio, la Casa Circondariale si ritrova a essere di nuovo sotto i riflettori.
Questa volta a far discutere è la notizia di colloqui non autorizzati tra detenuti e i loro familiari che avverrebbero direttamente dalla strada, attraverso una finestra dell'istituto di pena. Un po' come accadeva in passato, quando le cantate a fronda di limone animavano le notti attorno alle carceri napoletane per portare messaggi, saluti e informazioni. Le comunicazioni a distanza avvengono da uno spazio condominiale di un palazzo che sorge di fronte al carcere, qui i parenti dei detenuti iniziano a parlare a distanza con i propri congiunti, godendo di una visuale particolarmente privilegiata.
Il condominio in questione è quello di via Poggioreale 33, uno stabile abitato da oltre 100 famiglie con parcheggi e spazi in comune. Proprio entrando nella zona riservata alle auto del parco privato, i congiunti dei detenuti, salendo sul muretto di recinzione che delimita la proprietà, hanno la visuale giusta per dialogare con i parenti ristretti. "Più che veri e propri colloqui - spiega Alberto, uno degli inquilini del palazzo che preferisce non dirci il suo cognome - stabiliscono un contatto visivo. Urlano, si salutano sventolando fazzoletti. Non fanno lunghi discorsi, ma danno informazioni sulla situazione a casa e sui loro fatti personali".
I colloqui sono continui durante tutto l'arco della giornata ed è come se vi fossero degli appuntamenti fissati. "Si mettono nel vialetto laterale del nostro parco - spiega una donna che pure abita nel palazzo e che preferisce non fornire le sue gene- dove godono di una buona vista e dopo pochi minuti iniziano a parlarsi. Non aspettano molto, è come se avessero un appuntamento con la persona che è reclusa. E poi dal carcere si affacciano sempre dalla stessa finestra, quella che noi abbiamo individuato essere l'infermeria".
Una prassi che va avanti da tempo e che è stata segnalata anche alle forze dell'ordine. "Abbiamo chiesto in maniera informale a polizia e carabinieri - racconta Alberto - e ci hanno detto che non è ravvisabile nessun reato, forse solo quello di violazione della proprietà privata. Intanto questa storia incredibile perdura e noi siamo disperati. Siamo stanchi di queste continue invasioni". Episodi dello stesso tenore si verificano anche lateralmente al carcere di Poggioreale, in via Biscardi, proprio all'esterno del Palazzo di Giustizia.
Anche qui, soprattutto in tarda serata quando la zona è poco trafficata, familiari dei detenuti si fermano in strada e, o in piedi sugli scooter o sui cofani delle auto, iniziano questi colloqui a distanza con mariti, genitori o figli. "Naturalmente sono quasi sempre donne, adulte o giovani - spiega il signor Alberto - e noi non sappiamo più cosa dirgli, a volte ci rispondono anche male. Ma ora siamo veramente stanchi".
Della situazione si è interessato il consigliere regionale Francesco Emilio Borrelli che ha deciso di scrivere alla direzione del carcere per chiarimenti. "Dinanzi ad una segnalazione tanto grave e circostanziata - ha spiegato il consigliere dei Verdi - abbiamo inviato una nota alla direzione della struttura chiedendo di effettuare le verifiche del caso. Qualora queste ultime confermassero quanto descritto dal cittadino saremmo di fronte ad un fatto eccezionalmente grave che determinerebbe l'insorgere di una responsabilità disciplinare a carico di chi permette ai detenuti di colloquiare con soggetti esterni al carcere al di fuori delle modalità previste dalla legge".
di Antonella Barone
gnewsonline.it, 29 agosto 2019
Anche quest'anno, come nella scorsa edizione, il Bari Piano Festival (24 agosto - 2 settembre) ha voluto portare i suoi interpreti non solo in riva al mare o in spazi suggestivi, centrali e prestigiosi, ma anche in luoghi dove la musica può aiutare a curare il corpo o l'anima, come l'Istituto Oncologico Giovanni Paolo II e il carcere.
In programma per sabato 31, nella Casa circondariale Francesco Rucci, un piano-recital del M° Maurizio Zaccaria, nel corso del quale sarà eseguito in prima assoluta Profumi per pianoforte di Nico Girasole, commissionato dal Bari Piano Festival con musiche di Ludwig van Beethoven, Fryderyk Chopin, Richard Wagner, Jules Massenet, George Gershwin e Nico Girasole.
La rassegna musicale - che propone generi diversi, grandi musicisti e giovani promesse - è stata ideata dal Comune di Bari e organizzata dal Teatro Pubblico Pugliese in collaborazione con Fondazione Petruzzelli sotto la direzione artistica del maestro Emanuele Arciulli. Il sindaco di Bari Antonio De Caro, nel presentare il programma della seconda edizione del festival, ha voluto sottolinearne "la vocazione a rompere le consuetudini dei luoghi consacrati alla musica per spingersi oltre ed entrare nelle carceri, negli ospedali e nelle case private". Il concerto è stato incluso dalla direzione della Casa circondariale nelle manifestazioni previste per la promozione all'interno degli istituti penitenziari di "2019 - Matera capitale europea della Cultura".
di Manuela Marascio
torinoggi.it, 29 agosto 2019
Da domani "VR Free", del regista Milad Tangshir, sbarca al Lido per una serie di proiezioni con l'ausilio della tecnologia "virtual reality". La Casa Circondariale Lorusso e Cotugno di Torino rappresenterà l'Italia al Mostra Nazionale del Cinema di Venezia. Diretto dal regista iraniano Milad Tangshir, laureato al DAMS nel 2011, "VR Free" è l'unico film nostrano inserito nella sezione "Venice Virtual Reality", che accoglie opere basate su esperienze immersive in 3D.
La pellicola, presentata dall'Associazione Museo Nazione del Cinema, è prodotta da Valentina Noya e realizzata con il sostegno di Film Commission Torino Piemonte grazie al bando Under35 Digital Video Contest. È stata girata interamente tra le mura del carcere, e sarà in programma per il pubblico dal 29 agosto al 7 settembre in visione VR, con diverse modalità di fruizione anche per singolo spettatore su prenotazione, sull'isola del Lazzaretto Vecchio.
L'ausilio delle nuove tecnologie permette così di esplorare in prima persona la natura degli spazi detentivi, catturando momenti salienti della vita dentro la prigione. Nel film si vedono anche le reazioni di alcuni detenuti che, usando visori e cuffie, guardano video sulla vita fuori della prigione, partecipando virtualmente ad alcune situazioni collettive e non più alla loro portata, come una partita di serie A allo stadio, una festa in discoteca il sabato sera, un'immersione sottomarina, o la passeggiata in un parco pubblico. Un "portarsi fuori" (o dentro, per lo spettatore esterno), che è anche fonte di riflessione sul valore profondo della libertà.
"VR Free è il tentativo di portare l'universo poco conosciuto del carcere sotto gli occhi del pubblico - dichiara il regista - ma anche un invito a partecipare in forma più consapevole all'urgente discussione sui nostri luoghi di detenzione. Penso che la realtà virtuale sia uno strumento molto potente quando tratta il concetto di spazio. Abbiamo cercato di usarne il potenziale in modo espressivo, portando questo nuovo mezzo in un mondo che di per sé contiene spazi duri e aggressivi". "Oggi - continua - si avverte una crescente tendenza a utilizzare la realtà virtuale per raccontare l'impatto sociale di alcuni progetti. Offrire nuove modalità per esplorare la cultura e l'identità, può aiutarci a superare alcune carenze e creare un'opportunità per una maggiore comprensione".
Dopo l'anteprima al Festival del Cinema di Cannes, come uno dei contenuti disponibile sulla nuova app Rai Cinema Channel VR Experience, "VR Free" era stato protagonista del Festival LiberAzioni di Torino, a fine maggio, grazie a una serie di proiezioni organizzate con Emergency. "Siamo molto orgogliosi di aver contribuito alla realizzazione di questo progetto, capace di raggiungere al meglio i risultati che ci eravamo prefissi con il bando, ideato per sostenere opere crossmediali e transmediali", commenta il direttore di Film Commission Torino Piemonte Paolo Manera. "Tangshir si fa così portavoce di una nuova generazione di filmakers e creativi, in grado di raccontare il presente con uno sguardo inedito e attraverso la sperimentazione tecnologica".
di Marco Castrovinci
La Repubblica, 29 agosto 2019
"Donne in prigione", docu-film di Jo Squillo, Francesca Carollo e Giusy Versace, è stato girato nelle celle del carcere di San Vittore e viene presentato oggi alla Mostra del Cinema di Venezia.
Fare i conti col passato è un esercizio che, in carcere, non si può rimandare né lasciare ad altri, come se si potesse in qualche modo sfuggire da se stessi. Cosa, peraltro, impossibile, mentre la quotidianità chiama montagne di pensieri e sta lì a ricordare ciò che è stato.
E così, affrontare il futuro o qualcosa che si avvicini a un'idea di futuro diventa una prova di cuore e coraggio: lo sa Hasna, lo sanno bene Martina, Elena, Yvone, Josephine e le altre protagoniste del docu-film "Donne in prigione", girato interamente nella sezione femminile del carcere di San Vittore: un racconto corale che verrà presentato questo pomeriggio alla Mostra del Cinema di Venezia, nato "dalla volontà di capire, di comprendere cosa porti una donna a compiere un reato tanto grave da cambiare il corso di una vita", spiega Jo Squillo, promotrice insieme con Francesca Carollo e Giusy Versace del progetto, parte delle iniziative culturali della Onlus Wall of Dolls contro la violenza sulle donne.
"La gente fuori guarda solo i reati, ma non sa perché li abbiamo fatti, la nostra storia dietro, non sa che comunque siamo esseri umani", dice Elena, una delle detenute, spiegando così il senso stesso del film: dieci "racconti di vita, intensi e forti", riprende Jo Squillo, "di donne che sono cadute ma che affrontano la risalita, attraverso uno straordinario percorso rieducativo". Chi infatti ha accettato di raccontarsi, ha partecipato a un corso professionale per cineoperatori. "Sono state loro in qualche modo a riprendersi, nonostante le enormi restrizioni in carcere. Noi abbiamo insegnato loro un lavoro, un possibile mestiere futuro, grazie alla collaborazione del direttore Giacinto Siciliano e dell'educatrice Francesca Masini".
A Venezia saranno presenti tre detenute - Hasna, Josephine e Yvone - "che racconteranno con noi la storia di un documentario", dice ancora Jo Squillo, "le cui protagoniste hanno subito quasi sempre violenza, fisica o psicologica. Donne ferite, offese, vittime di aggressioni con l'acido, che hanno reagito finendo anche per uccidere, ferire, picchiare" e che cercano qui di "spiegare a chi è fuori come si vive in carcere e quale carico di dolore si trovino ora a sopportare, invitando altre donne a non commettere i loro stessi errori.
Mi hanno insegnato cos'è la dignità, quella che mostra chi è colpevole e sta pagando per i propri reati, anche molto gravi. Persone consapevoli di aver sbagliato, anche per colpa della droga che ha portato molte di loro a non capire come reagire". Insomma, "donne fragili e chiuse - come racconta di sé Josephine - incapaci di chiedere aiuto, prigioniere ancora prima di entrare in carcere, ma che con le loro parole insegnano che si può sempre scegliere, impegnarsi, reagire provando a pensare al futuro, perché l'anima non ha sbarre davanti a sé. Fondamentale è la libertà di pensiero, non lasciarsi morire dentro".
Donne in prigione è accompagnato anche da "una canzone bellissima", "Rinascita", cantata dalle detenute e registrata a San Vittore, in collaborazione con il corso di coro gospel gestito dalla Auser di Milano e tenuto da Sara Bordoni. "Siamo entrate in sintonia, grazie alla voglia di condividere e forse anche alla mia storia di donna che lavora al fianco delle donne fin dal mio periodo punk, negli anni 80" e a un brano come Siamo donne, "un inno al rispetto per le donne. A Venezia mi aspetto attenzione per un docu-film che è stato, per le protagoniste, un percorso terapeutico, una presa di coscienza della propria anima".
nationalgeographic.it, 29 agosto 2019
Il progetto fotografico di Valerio Bispuri sarà esposto dal 31 agosto al 15 settembre a Visa Pour L'Image, il più importante festival di fotogiornalismo mondiale. Dopo Encerrados, il progetto sulle carceri sudamericane, il fotografo romano Valerio Bispuri presenta il suo nuovo progetto sulle prigioni italiane, Prigionieri, che comprende anche un libro fotografico (Contrasto editore), in uscita il 29 agosto. La presentazione del lavoro in anteprima mondiale avverrà al festival di fotogiornalismo Visa Pour l'Image di Perpignan, in Francia, dove sarà in mostra dal 31 ottobre al 15 settembre alla Eglise des Dominicains.
Qui di seguito, la descrizione del progetto raccontata dal fotografo stesso: "Dopo aver concluso Encerrados, un viaggio fotografico di dieci anni attraverso 74 carceri dell'America del Sud, nel 2014 ho deciso di continuare a esplorare il mondo dei detenuti nelle carceri italiane. Prigionieri, insieme a Encerrados e Paco, forma una trilogia della libertà perduta. Questo secondo viaggio nell'universo carcerario vuole esplorare le condizioni e la vita quotidiana dei detenuti nei centri di detenzione italiani e cercare di capire le loro difficoltà, i loro bisogni, le loro emozioni.
Le carceri sono lo specchio della società di un paese, dai piccoli drammi alle grandi crisi economiche e sociali. In Italia ci sono 190 penitenziari di cui 55 femminili. Sono stato in 10 prigioni per quattro anni e mi sono accorto come il sistema penitenziario italiano ha problemi di sovraffollamento, disoccupazione per i detenuti e strutture precarie. Negli ultimi anni c'è stato un lento miglioramento in alcuni carceri, ma la condizione dei detenuti resta sempre di estrema difficoltà e isolamento. In questi non-luoghi, le persone private della libertà cercano di ricostruire abitudini, affetti e trovare un'alternativa per il futuro che spesso non esiste. Non c'è alcuno sforzo da parte dello Stato di aiutare al reinserimento di chi esce dal carcere dopo anni di detenzione. Sono così moltissimi i detenuti che tornano dopo breve tempo in prigione.
Sono entrato nelle carceri di massima sicurezza, dove sono rinchiusi affiliati camorristi e mafiosi, come Poggioreale a Napoli e l'Ucciardone a Palermo. Ho visitato le realtà delle colonie penali, dove i prigionieri sono parzialmente liberi e possono lavorare al di fuori degli istituti penitenziari, come a Isili in Sardegna. Mi sono immerso nella dimensione delle carceri femminili: nell'antico monastero di Venezia; a San Vittore a Milano e a Rebibbia femminile a Roma. Sono stato in piccole dimensioni carcerarie e in enormi istituti penitenziari. Ho potuto osservare strutture nuove, come il carcere di "Capanne" a Perugia o piccoli istituti come a Sant'Angelo dei Lombardi.
Più di tutto però sono stato a stretto contatto con i detenuti: ho pranzato nelle loro celle, ho ascoltato i loro racconti, ho condiviso i loro pianti e le loro risate. Abbiamo vissuto momenti che sembravano quotidiani. Queste immagini sono anche il frutto di questi istanti passati insieme. Sempre di più penso che il carcere non deve essere punitivo solamente ma deve fornire a chi è rinchiuso una nuova possibilità. In questi quattro anni ho avuto l'opportunità di conoscere da dentro il mondo delle carceri italiane e l'idea che mi sono fatto è di un'enorme solitudine. I detenuti sono permanentemente a contatto tra di loro, eppure sono sempre soli, in qualsiasi momento della giornata.
"Prigionieri" è un progetto che cerca l'anima di questi esseri umani privi di libertà. È un lavoro di analisi antropologia, sociologica e fotografica sull'uomo ed è parte di una ricerca più grande sul mondo degli invisibili. Coloro che sono dimenticati, emarginati, lasciati andare. Ho sempre pensato che per fotografare la realtà in profondità sia importante saper aspettare e riuscire a calibrare quello che sentiamo con quello che vediamo. Ci vuole tempo per raccontare".
di Valerio Onida
Corriere della Sera, 29 agosto 2019
L'emergenza non va dimenticata, con le sue prospettive e l'apparente incapacità delle istituzioni nazionali, europee e internazionali di affrontarla. Occupata o distratta dalle vicende o dalla rissa politica quotidiana, l'opinione pubblica del nostro Paese rischia di perdere di vista un'altra crisi, anche più grave di quella economica e finanziaria che i famosi "mercati" si incaricano ogni giorno di evocare: la crisi migratoria, con le sue prospettive di lungo termine e con l'apparente incapacità delle istituzioni politiche nazionali, europee e internazionali di affrontarla efficacemente.
Ma non possiamo voltarci dall'altra parte. Non possiamo accettare come "normale" o "inevitabile" che esseri umani in fuga da condizioni subumane di vita, raccolti in mare (quando ce la fanno) e in attesa di un "porto sicuro" e di accordi fra diversi Paesi che ritardano, vengano confinati per giorni e giorni sulle navi che li hanno salvati, negando loro lo sbarco o l'ingresso nelle acque territoriali, in nome dell'"interesse nazionale" a "difendere i confini" e nell'intento (di per sé apprezzabile, ma che non dovrebbe mai essere perseguito strumentalizzando esseri umani) di costringere gli altri paesi europei a non "lasciare sola" l'Italia.
Bisogna pur dire che ci sono due argomenti, su cui poggiano le politiche di chiusura dei sovranisti anti-migranti, che hanno una innegabile consistenza. Il primo è che non si debbono favorire i trafficanti di uomini che organizzano l'esodo verso l'Europa. Il secondo è che solo la chiusura dei nostri porti potrebbe indurre gli altri Paesi europei a farsi carico del problema. Ma resta il fatto che così facendo si colpiscono e si strumentalizzano le vittime dirette di questa politica, che non sono i trafficanti, né le milizie o le tribù che controllano il territorio libico, ma sono uomini, donne e bambini in fuga dalle loro terre. Ci sono alternative, che non si limitino alla predicazione generica di un dovere di accoglienza, senza lavorare per soluzioni più giuste e praticabili? Certo, sono alternative più difficili da preparare e da realizzare rispetto ad un decreto del ministro degli Interni; ma è doveroso cercare di metterle in opera.
Si potrebbe o si dovrebbe, per esempio, non già negare l'ingresso nelle acque territoriali o l'approdo nei nostri porti, ma assumere l'iniziativa di fare sbarcare i migranti nell'ambito di un regime giuridico esplicitamente derogatorio rispetto agli accordi di Dublino, ai cui termini la responsabilità dell'accoglienza resta tutta e solo sullo Stato di primo approdo. L'Italia dovrebbe accoglierli invece, dichiaratamente, come immigrati non in Italia (come è del resto vero: infatti essi non mirano a restare solo in Italia) ma in Europa. Dovrebbe quindi apprestare strutture e mezzi per offrire loro una sistemazione provvisoria, ma non considerarli come "richiedenti asilo" in Italia. Sono richiedenti asilo in Europa: il che significa che verrebbero identificati e ovviamente ospitati, ma come tali, per conto e a spese dell'Unione Europea. Si violerebbero così le regole europee oggi in atto, finché non si riesce ad accordarsi per modificarle, Ma la "provocazione" (questa volta non sulla pelle dei migranti,) potrebbe forse meglio ottenere il suo effetto, e sarebbe comunque più accettabile. Se l'Unione rifiutasse di assumere questo onere, l'Italia dovrebbe agire comunque "in nome e per conto" della stessa, utilizzando anche risorse finanziarie europee (lo Stato italiano è contributore netto verso l'Unione). A quel punto tutti gli Stati europei, compreso il nostro, dovrebbero assumersi le loro responsabilità. E, per esempio, il nostro Stato potrebbe rifiutarsi di accettare il ri-trasferimento forzoso in Italia di coloro che (come già fanno non pochi di loro), avessero raggiunto il territorio di altri paesi europei. "Frontiere chiuse", insomma, ma non verso i confini esterni dell'Unione, che sarebbe dovere di questa vigilare, bensì verso gli altri Stati europei che rifiutassero di condividere la responsabilità dei flussi di ingresso.
C'è però un altro e più difficile insieme di misure che dovrebbero essere adottate - da tutti i Paesi europei, e intanto, subito, anche dal nostro - per ostacolare i traffici di esseri umani: aprire subito e in misura adeguata alle nostre possibilità vie di ingresso legali in Italia, e quindi in Europa, dai Paesi di provenienza dei migranti (corridoi umanitari o comunque li si voglia chiamare): per ridurre e possibilmente impedire che il flusso degli aspiranti migranti si avvalga delle strade illegali che passano dalla Libia (e da quei centri che vengono spesso descritti come veri e propri luoghi inumani di detenzione) e da lì si avventuri nel Mediterraneo.
Anche questa dovrebbe essere una politica dell'intera Unione: ma finché essa non lo fa, dovrebbe farlo l'Italia, ovviamente computando i migranti legali così accolti nell'ambito di "quote" di spettanza del nostro Paese, alla stessa stregua di quelli che giungono via mare. In terzo luogo, l'Italia dovrebbe attivare una seria politica di integrazione dei migranti. Ciò significa non limitarsi a fornire vitto e alloggio temporanei, e a decidere sulle domande di protezione internazionale (decisioni che, con i criteri restrittivi di recente introdotti, aumentano solo il numero degli "irregolari" destinati a un "rimpatrio" di fatto in larga misura impraticabile e in molti casi ingiusto), ma fare - anche qui, per conto dell'Unione, oltre che organizzando il contributo degli enti locali e del terzo settore - un serio sforzo di conoscenza dei singoli individui (provenienza, capacità, attitudini, aspirazioni), di formazione (linguistica, culturale, professionale), di orientamento. Altrimenti i migranti sempre più resteranno abbandonati a se stessi, o peggio in balia delle organizzazioni di sfruttamento del lavoro nero o delle organizzazioni criminali.
Solo queste misure - difficili, costose, ma non impossibili - sarebbero tali da fare dell'Italia non unicamente un "porto sicuro", ma un esempio e un traino per quella seria politica europea delle migrazioni che sarebbe giusto attendersi da una Unione nata anche e soprattutto promuovere "la pace e la giustizia fra le nazioni" (articolo 11 della nostra Costituzione).
di Luca Kocci
Il Manifesto, 29 agosto 2019
Approvato un ordine del giorno in cui si invitano tutte le chiese locali a chiedere che nei Comuni dei propri territori sia autorizzato il rilascio della residenza ai migranti. Disubbidite al decreto sicurezza del ministro dell'Interno Salvini e iscrivete all'anagrafe i richiedenti asilo perché possano avvalersi dei servizi socio-sanitari essenziali. È l'appello che arriva ai sindaci dal Sinodo delle Chiese metodiste e valdesi, in corso a Torre Pellice (To) fino a venerdì. La parola disubbidienza non viene utilizzata, ma la sostanza è quella. Il Sinodo infatti ha approvato un ordine del giorno in cui, fra l'altro, invita tutte le chiese locali "a chiedere che nei Comuni dei propri territori i sindaci autorizzino il rilascio della residenza, come già avvenuto in alcuni Comuni o a seguito di talune ordinanze giudiziali".
Ovvero che incoraggino i primi cittadini a fare come il sindaco di Palermo Orlando - seguito a ruota dal napoletano De Magistris - che, nonostante il divieto imposto dal primo dei due decreti sicurezza, ha iscritto ugualmente all'anagrafe i migranti perché potessero beneficiare dei servizi comunali, assumendosene responsabilità e conseguenze (che peraltro non vi sono state). Oppure come il sindaco di Bologna Merola che, con una scelta più soft, lo ha fatto dopo la sentenza del tribunale, accolta "con soddisfazione" e ovviamente senza opporsi.
di Mario Di Vito
Il Manifesto, 29 agosto 2019
Centotrenta braccianti stranieri sono stati trasferiti in altre strutture, ma senza un vero e proprio piano di ricollocamento. Per gli altri occupanti, un numero imprecisato compreso tra i 400 e i 600, che sfuggono ai radar istituzionali, non c'è un'alternativa. Colpo di coda dell'ormai ex ministro dell'Interno Matteo Salvini: ieri a Metaponto di Bernalda (in provincia di Matera) è stato sgomberato il ghetto della Felandina, una serie di capannoni di un consorzio industriale mai nato e poi diventato alloggio per centinaia di braccianti stranieri che si guadagnano la giornata nei campi del Metapontino.
È così che centotrenta persone sono state trasferite in altre strutture, senza che tuttavia esista un vero e proprio piano di ricollocamento. In realtà, comunque, il totale degli occupanti dei cinque opifici abbandonati sarebbe un numero imprecisato compreso tra i 400 e i 600, persone che sfuggono ai radar istituzionali e che, spesso e volentieri, vengono reclutati per i lavori in campagna attraverso il caporalato. L'accusa di star gestendo male la situazione, adesso, viene mossa dal "Forum delle terre di dignità" che ha sì definito la Felandina come un vero e proprio "ghetto" ma ha anche fatto presente la mancanza di "un piano di evacuazione efficace e giusto per i migranti". I posti messi a disposizione, infatti, non sarebbero abbastanza per tutti e il timore, più che fondato, è che a decine finiranno a dormire in mezzo a una strada.
È la solita storia: basta spostare i migranti per poter dire di aver risolto un problema, anche se poi in realtà tutto resta come prima, soltanto viene spostato altrove, nell'indifferenza più o meno generale. La politica locale, che per ora si limita ad osservare a distanza la situazione, sembra più che altro preoccupata per il rischio che nei prossimi giorni verrà a mancare un bel numero di braccianti, almeno finché non si capirà dove verranno piazzati questi migranti, trattati praticamente come dei pacchi da spostare qua e là nel territorio, andando incontro spesso a lamentele di vicinato e polemiche spicciole nei consigli comunali. La decisione di sgomberare la Felandina è arrivata dopo che lo scorso 7 agosto scoppiò un incendio in un capannone in seguito al quale morì una 27enne di origine nigeriana.









