di Claudia Meschini
Il Gazzettino, 30 agosto 2019
Alla Mostra del Cinema di Venezia il dolore delle donne e il desiderio di riscatto: un documentario per raccontare la vita di persone che hanno fatto scelte sbagliate dopo eventi tragici.
Hasna, bruciata con l'acido da un uomo che provava per lei un amore malato cade nel tunnel della droga e, dopo una notte di abusi di stupefacenti, si ritrova dietro le sbarre. Josephine, una vita di violenze, la totale assenza della famiglia, l'abbandono la trascinano nella trappola della prostituzione. In carcere ha trasformato il suo dolore nell'amore per la cucina, diventando un'ottima chef.
Yvonne, filippina, un marito che la picchia e la tradisce, poi l'amore sbagliato per uno spacciatore: inizia a prendere metanfetamina e si mette a spacciare anche lei. Errori su errori che la portano in cella e, oggi, a un percorso di rinascita.
Svelare queste vite, in cui il dolore si mescola a un forte desiderio di riscatto, è l'obiettivo di Donne in prigione si raccontano, un docu-film realizzato all'interno della Sezione Femminile del carcere San Vittore di Milano. Curatrici del progetto Francesca Carollo, giornalista, Jo Squillo, conduttrice televisiva e Giusy Versace, deputata, atleta paraolimpica nonchè Aquila del Carnevale di Venezia 2015.
Un breve stralcio della pellicola (10 ore complessive), è stato presentato ieri all'Excelsior, allo Spazio della Regione Veneto, dove oltre alle detenute protagoniste in permesso speciale, e alle curatrici del progetto, era presente un vasto parterre di politici: il ministro ai Beni Culturali Alberto Bonisoli, l'assessore alla Cultura della Regione del Veneto Cristiano Corazzari, la vice capo del Dipartimento amministrazione penitenziaria, Lina di Domenico, la senatrice Daniela Santanchè, il sottosegretario alla Giustizia Jacopo Morrone, l'euro deputata Alessandra Moretti e la presidente del Consiglio Comunale di Venezia Ermelinda Damiano.
"Un anno e mezzo per ottenere i permessi per realizzare il progetto, una ventina di incontri con le detenute all'interno del carcere. Così è nato questo video che vuole rivelare un mondo ai più sconosciuto: quello delle vite di donne che hanno commesso un reato, sono cadute ma che oggi affrontano la risalita" ha detto Francesca Carollo.
"Il percorso rieducativo le ha portate anche a imparare una professione: quella di video-operatrice. Perché sono state loro stesse, dopo un corso all'interno dell'istituto di pena, a filmare le loro interviste, a immortalare sensazioni e immagini, a diventare registe delle loro storie" ha aggiunto Jo Squillo.
"Queste donne dovranno essere seguite, sostenute, quando usciranno perchè possano reinserirsi nella società e avere una seconda opportunità" ha detto Giusy Versace. Sul problema della recidiva si è soffermato il ministro ai Beni Culturali Alberto Bonisoli: "Oggi il carcere non aiuta i detenuti a intraprendere un reale percorso rieducativo. La detenzione non deve essere solo un percorso punitivo ma anche di riabilitazione".
"Non bisogna però dimenticare che i detenuti sono persone che hanno fatto del male ad altre persone - ha puntualizzato Daniela Santanchè - il mio pensiero va quindi anche a chi è stato vittima di chi ora è in galera, io sono contraria agli sconti di pena. La certezza della pena deve essere un punto fondamentale del sistema di giustizia". "Certezza della pena ma anche processi brevi" ha aggiunto Alessandra Moretti. Il documentario si inserisce all'interno delle iniziative della Onlus Wall of Dolls, volta a sostenere i progetti contro la violenza sulle donne.
di Teresa Valiani
Redattore Sociale, 30 agosto 2019
L'evento, in programma domani, è promosso dall'associazione Balamòs Teatro nell'ambito del progetto 'Passi sospesi'. In proiezione, oggi, alla Mostra il docu-film di Jo Squillo "Donne in prigione si raccontano". Dalla giuria della 76ma Mostra internazionale del Cinema di Venezia al palcoscenico del carcere della Giudecca, il regista Paolo Virzì domani sarà ospite del progetto teatrale 'Passi sospesi'. Promosso dall'associazione Balamòs Teatro, diretta dal regista e pedagogo teatrale Michalis Traitsis, il progetto coinvolge gli istituti penitenziari di Venezia (Casa di reclusione femminile di Giudecca e Casa circondariale maschile di Santa Maria Maggiore) e si lega al Festival a doppia mandata.
"Attivo dal 2006 - spiega il regista - "Passi sospesi" dal 2009 vede una collaborazione con la Mostra del Cinema che si è svolta su più livelli. Nel tempo abbiamo organizzato incontri e proiezioni nell'ambito del Festival mentre negli ultimi anni ci siamo concentrati sull'organizzazione di iniziative all'interno del carcere: ci sembrava più opportuno far venire la Mostra in carcere invece che andare alla Mostra noi. Per questo ogni anno scegliamo un artista sulla base del suo lavoro ma anche del suo impegno sociale, per promuovere l'incontro con le donne detenute".
Negli anni scorsi hanno visitato le carceri veneziane Abdellatif Kechiche, Fatih Akin, Mira Nair, Gianni Amelio, Antonio Albanese, Gabriele Salvatores, Ascanio Celestini, Fabio Cavalli, Emir Kusturica e David Cronenberg. Alla vigilia di ogni incontro sono promosse le proiezioni delle pellicole più rappresentative di ogni regista per favorire l'incontro con l'ospite "e aspettando Virzì - prosegue Michalis Traitsis - abbiamo proposto la visione di 'Ovosodo', 'Il capitale umano' e 'Pazza gioià.
I film sono scelti tra quelli che più rappresentano il regista sia dal punto di vista artistico che etico e che sono più vicini al lavoro che svolgiamo all'interno del carcere. Domani, quando verrà il regista, le donne detenute avranno già visto tre dei suoi film e si farà un incontro sulla base di quello che emerge come problematica etica, artistica e sociale. Quello che posso dire oggi è che i film proposti hanno suscitato molta curiosità e molto interesse e penso che l'incontro di venerdì potrà essere molto proficuo perché il lavoro di Virzì è riuscito a creare un certo movimento all'interno del carcere".
"La collaborazione di Balamòs Teatro con gli istituti penitenziari di Venezia e la Mostra internazionale d'Arte Cinematografica - spiega una nota dell'associazione - ha come obiettivo ampliare, intensificare e diffondere la cultura dentro e fuori gli istituti penitenziari ed è inserita all'interno di una rete di relazioni che vede partner il Coordinamento nazionale di teatro in carcere, l'Associazione nazionale dei critici di teatro, il Teatro stabile del Veneto, l'università Cà Foscari di Venezia, il Centro teatro universitario di Ferrara e la Regione Veneto. Per il progetto teatrale 'Passi Sospesi', Michalis Traitsis ha ricevuto nell'Aprile del 2013 l'encomio da parte della Presidenza della Repubblica e nel Novembre del 2013 il Premio dell'Associazione nazionale dei critici di teatro".
Verrà invece presentato oggi alla Mostra del Cinema 'Donne in prigione si raccontano', il docu-film diretto da Jo Squillo e scritto con Giusy Versace e Francesca Carollo. La proiezione è prevista per le 16.00 all'Hotel Excelsior, al Lido di Venezia, nello Spazio della Regione Veneto, e alle 17.30 alla Pegaso Lounge, in un incontro riservato a una platea di studenti. Alla presentazione interverranno anche tre donne detenute a San Vittore che hanno partecipato alla realizzazione del documentario.
"Il docu-film è stato realizzato in collaborazione con Auser Regionale Lombardia - spiega una nota della produzione - e fa parte di un progetto di solidarietà della Onlus Wall of Dolls, promossa da Jo Squillo contro la violenza sulle donne. Dal mese di marzo 2016 Auser Regionale Lombardia gestisce a San Vittore il coro gospel delle detenute, con la direzione artistica di Sara Bordoni e Matteo Magistrali e la canzone originale con cui si chiude il cortometraggio ha le parole toccanti di una giovane donna detenuta che proprio in carcere ha scoperto il proprio talento, mentre la musica porta la firma di Matteo Magistrali e l'arrangiamento è opera di Pippo Muciaccia".
estense.com, 30 agosto 2019
Nothing Concrete e Utungo Tabasamu portano musica e allegria in Arginone. La neo direttrice si commuove: "Vi auguro ogni bene". "Ci avete permesso di 'uscire' fuori dal carcere e andare nella strada: questa apertura alle barriere, togliendo una pietra alle mura del carcere, ci fa sentire ancora vivi, grazie per esservi ricordati di noi". Nelle parole di un detenuto è racchiuso tutto il senso, quello più pieno e meraviglioso, della visita del Ferrara Buskers Festival alla casa circondariale di via Arginone.
Sono le canzoni folk della band melting pot Nothing Concrete e le originali percussioni degli italiani Utungo Tabasamu a tenere compagnia nella mattinata di giovedì ai detenuti radunatasi nella sala ricreativa, che accompagnano la colorata esibizione battendo il tempo con le mani, lanciandosi in ovazioni e concludendo con una doppia standing ovation.
"È un piacere essere qui per il quarto o quinto anno, portando i musicisti di tutto il mondo non solo in centro storico ma anche in carcere dove condividere un momento di allegria e festa" commentano all'unisono il direttore artistico Stefano Bottoni e il direttore organizzativo Luigi Russo prima di aprire le danze.
Il mix di canzoni folk, world, blues e swing proposto dai Nothing Concrete - composto da sei giovani provenienti da Francia, Belgio, Italia, Scozia e con sede a Tolosa - intrattiene il pubblico dell'Arginone a suon di chitarra, contrabbasso, sax e batteria (e marionetta), anche se sono le coreografie di tip tap e lindy hop a strappare più applausi.
Il caldo si fa sentire - "non ci avevano detto che potevamo fare una sauna gratuita" scherza Gaia Miato, l'unica italiana della band - ma è già tempo di far salire sul palchetto gli scatenati Utungo Tabasamu che l'anno scorso hanno vinto il contest "Vota il tuo busker preferito". Al quartetto bastano padelle, scatole di latta, bidoni, scope, palette, fischietti e sturalavandini per trasformare oggetti di uso quotidiano in strumenti musicali capaci di coinvolgere il pubblico, fuori e dentro le sbarre.
Partecipare alla performance è inevitabile e i ringraziamenti sono d'obbligo: "Vogliamo ringraziare tutta l'organizzazione del Buskers Festival, la direttrice Nicoletta Toscani, la comandante Annalisa Gadaleta, il reparto educatori, la garante dei detenuti Stefania Carnevale, la polizia penitenziaria e gli stessi buskers" commenta un detenuto, rappresentante del laboratorio di bricolage Artenuti che ha regalato un leggio di legno personalizzato con il nome a ogni musicista e altri omaggi allo staff del Fbf e alla direttrice, oltre a una cassetta di ortaggi coltivati direttamente nel Galeorto.
"Mi sono commossa a leggere la dedica, in cui rivedo il mio percorso di direttore negli ultimi 30 anni e i sentimenti che vorrei condividere con voi: mi auguro che abbiate tutto il bene che vi meritate quando uscirete da uomini liberi" è il tenero messaggio della neo direttrice Nicoletta Toscani nel leggere l'incisione.
Una poesia piuttosto eloquente: "Ho sognato che camminavo in riva al mare con il Signore e rivedevo sullo schermo del cielo tutti i giorni della mia vita passata. E per ogni giorno trascorso apparivano sulla sabbia due orme: le mie e quelle del Signore. Ma in alcuni tratti ho visto una sola orma, proprio nei giorni più difficili della mia vita. Allora ho detto: "Signore io ho scelto di vivere con te e tu mi avevi promesso che saresti stato sempre con me. Perché mi hai lasciato solo proprio nei momenti più difficili? " E lui mi ha risposto: "Figlio, tu lo sai che io ti amo e non ti ho abbandonato mai: i giorni nei quali c'è soltanto un'orma sulla sabbia sono proprio quelli in cui ti ho portato in braccio".
di Claudio Colombo
ilcittadinomb.it, 30 agosto 2019
Carcere sovraffollato e personale sotto organico, tribunale bisognoso di manutenzioni: il sistema-giustizia di Monza è in evidente difficoltà. I problemi sono risolvibili ma come al solito mancano i fondi. Intanto si scende un gradino nella scala della civiltà.
L'emergenza è nei numeri: i detenuti nel carcere di via Sanquirico sono troppi, l'indice di sovraffollamento è tra i più alti in Lombardia, gli agenti penitenziari sono ampiamente sotto organico e, dettaglio che rafforza il paradosso, le dotazioni dei mezzi a disposizione sfiorano un livello da terzo mondo, tanto da far dire ai sindacati che auto e furgoni vanno a pezzi e difficilmente passeranno la prossima revisione.
Non è da paese civile amministrare la giustizia quando si perdono di vista i valori che dovrebbero ispirarla, soprattutto se la struttura dove esercitare la funzione rieducativa della pena non è al passo con una situazione logistica accettabile. Il carcere di Monza è un modello per molti istituti di pena, tali e tante sono le iniziative a favore dei detenuti proprio in funzione del recupero sociale e di una pedagogia finalizzata al reinserimento, a condanna scontata, nel mondo del lavoro.
Ma se non ci sono le precondizioni perché si possa operare con profitto - un ambiente umano, spazi praticabili, "secondini" non stressati da troppi turni di lavoro -, ogni sforzo rischia di essere vano. Le conseguenze sono pesanti: la quotidianità precaria fa aumentare la tensione e alzare pericolosamente i livelli di conflittualità. Che il sistema-giustizia attraversi un momento di evidente difficoltà è testimoniato anche dalle condizioni in cui si trova il tribunale di Monza, alle prese con impianti elettrici che saltano, calcinacci che cascano, tubi che perdono acqua. Problemi seri, eppure risolvibili, anche se alla fine la risposta è sempre la stessa: soldi non ce ne sono, impossibile provvedere. Passato il momento, tutto resta come prima. E intanto si è sceso un altro gradino nella scala della civiltà.
di Luca Bisori* e Luca Maggiora**
Corriere Fiorentino, 30 agosto 2019
la cronaca ferragostana narra della visita a Sollicciano della Camera penale e del Partito Radicale, nonché del sindaco Nardella. Il resoconto della visita è mesto quanto consueto: 757 detenuti presenti, capienza regolamentare 450, sovraffollamento del 170%, si sta in 5 dove si potrebbe stare al massimo in 3.
Negli stessi giorni alcuni locali versiliesi sono stati chiusi, con clamore, per superamento della capienza regolamentare: a Sollicciano è invece la condizione ordinaria, non del breve volgere d'una serata danzante, bensì della vita quotidiana di centinaia di persone, ammassate in locali incandescenti d'estate e gelidi d'inverno, invasi da acqua di origine indecifrabile che fuoriesce dagli scarichi delle docce, esondando per celle e corridoi.
Condizioni che causerebbero l'immediata chiusura di qualsiasi struttura, ma non del carcere: qui, evidentemente, sicurezza, diritti, dignità dei detenuti non valgono tanto quanto quelli dei liberi, con buona pace della Costituzione e della legge. Questa assuefazione alla illegalità conclamata ha del paradossale: si manifesta proprio nel luogo ove lo Stato punisce chi ha violato la legge. Cronaca tragicomica di un fallimento annunciato.
Rieducare, risocializzare, è questo il precetto costituzionale per la pena: ma come può seriamente proporsi un simile obiettivo se per 750 detenuti lavorano appena 5 educatori, uno ogni 150? Se chi vuol lavorare deve attendere turni di 8 mesi, per poi lavorare manciate di giorni? Se, pressoché inesistenti altre attività, i detenuti restano chiusi in cella di fatto 22 ore su 24? (...).
L'indifferenza alle condizioni di vita dei detenuti affondano le radici in un terreno ideologico pervaso da una ossessione emotiva per la pena detentiva, da una idea del carcere come luogo di neutralizzazione fisica se non di "marcescenza" del colpevole, per cui la sola evocazione dei diritti dei detenuti viene subito bollata come buonismo radical chic: idea che ha partorito riforme improntate a parossistici aumenti di pena e riduzione degli spazi per le misure alternative.
È vero, la difesa dei principi di garanzia è contro-intuitiva: nel dibattito pubblico è assai più facile indulgere alla logica della vendetta collettiva, strumentalizzare il dolore e la rabbia delle vittime per chiedere a gran voce pene esemplari ed indefettibili, meglio se durissime e disumane. Ma proprio guardando il carcere dobbiamo chiederci: che democrazia vogliamo essere?
La Costituzione e le Convenzioni internazionali proclamano che umanità e dignità sono valori irriducibili di ogni uomo, anche colpevole, e che ogni eccesso di afflizione oltre la privazione della libertà costituisce un arbitrio. Sospendere la tutela dei diritti in carcere è sciaguratamente pericoloso (...).
In più, l'ossessione carcerocentrica è miope: le statistiche dimostrano che chi fa tutto e solo carcere torna a delinquere molto più di chi sconta parte della pena in misura alternativa. Investire sul carcere può non pagare in termini elettorali, ma è più intelligente.
Un Paese civile, insomma, considererebbe un'emergenza democratica il ripristino della legalità costituzionale in carcere; ed una classe politica lungimirante investirebbe su carcere e pene alternative, rivendicando le ragioni (etiche e funzionali) del proprio agire.
*Presidente della Camera Penale di Firenze
*Rappresentante dell'osservatorio Carcere Unione Camere Penali
di Giovanni M. Jacobazzi
Il Dubbio, 30 agosto 2019
Si terrà a Strasburgo, dal 25 al 27 settembre, la Ventiduesima riunione del Gruppo di lavoro del Consiglio di cooperazione penologico (Pc-cp) del Consiglio d'Europa. Il Pc-cp, composto da esperti in materia penitenziaria (magistrati, direttori di carcere, ecc) dei vari Stato membri, affronterà per la prima volta una tema di grande importanza: l'isolamento del detenuto in ambito carcerario.
di Silvia Stilli, Paola Crestani, Raffaele K. Salinari
Il Manifesto, 30 agosto 2019
Le richieste del terzo settore. Rivedere i decreti sicurezza e le norme in materia di immigrazione, riformare i trattati europei a cominciare da quello di Dublino, finanziare il terzo settore e gli aiuti allo sviluppo internazionale. Lettera aperta della Portavoce di AOI (Associazione Ong italiane), della Presidente di Link2007 e del Portavoce del CINI (Coordinamento italiano Ngo internazionali)
Al Presidente Incaricato per la formazione del Governo Giuseppe Conte. Stimato Presidente Incaricato, Le scriviamo in qualità di rappresentanti delle tre reti nazionali di Ong e organizzazioni impegnate nella cooperazione, nella solidarietà e nel volontariato internazionale.
Negli ultimi due anni e mezzo non abbiamo nascosto all'opinione pubblica e al mondo politico il nostro disagio per le ricorrenti iniziative di alcuni esponenti di partiti anche di Governo, riprese e amplificate da una parte dei media nazionali, intese purtroppo a delegittimare il ruolo delle organizzazioni non governative. Si è trattato talvolta di vere e proprie "campagne di discredito reputazionale" che non hanno trovato sostegno in fatti concreti, però hanno generato un clima di sospetto nei confronti della trasparenza e dell'efficacia dell'operato delle organizzazioni di settore, rischiando di mettere in discussione il rapporto fiduciario in primo luogo con i sostenitori privati, soprattutto cittadine e cittadini.
Fortunatamente, il nostro Presidente della Repubblica Sergio Mattarella nei suoi interventi pubblici ha varie volte difeso ruolo e valore della sussidiarietà in riferimento al mondo del Terzo Settore, sottolineandone l'apporto nell'attenzione e cura di chi è debole e in condizione di emarginazione sociale e nell'azione umanitaria.
Nei prossimi giorni le consultazioni di cui Lei è stato incaricato dal Presidente della Repubblica per la formazione di una nuova compagine governativa offrono l'occasione per voltare pagina e dare un nuovo impulso al rapporto fra istituzioni e mondo della solidarietà e cooperazione internazionale e più in generale del Terzo Settore, che in questi mesi come Presidente del Consiglio ha avuto modo in alcune occasioni di conoscere e ascoltare nella sua ricca articolazione.
Ricordiamo l'importante contributo offerto dalle realtà associate alle nostre reti e, più complessivamente, dal mondo solidale della cooperazione allo sviluppo: nel 2017 le 200 maggiori organizzazioni hanno svolto attività per circa 900 milioni di euro, grazie al sostegno di circa 1,1 milioni di cittadine e cittadini, come da dati dei soggetti censiti da Open Cooperazione, ma sicuramente nel totale arrivando ad una cifra di più di 1,8 milioni.
È un sistema che coinvolge oltre 3.000 operatrici e operatori in Italia e circa 17.000 in attività all'estero. È tempo di tornare a valorizzare questo patrimonio, partendo dalla ricostruzione di un corretto e sereno rapporto fra istituzioni e Ong, nel pieno rispetto dei diversi ruoli, mettendo alla base un dialogo franco e corretto tra le parti in un clima di reciproca fiducia e di corresponsabilizzazione rispetto agli obbiettivi dell'Agenda 2030, per raggiungere i quali il nostro Paese si è formalmente impegnato. Alla luce di tutto questo, sentiamo il dovere di segnalarLe poche e chiare priorità per l'iniziativa di un prossimo governo, come contributo a questa importante fase della vita politica e istituzionale dell'Italia.
Facciamo nostro l'appello che altri in questi giorni hanno espresso per la revisione delle recenti iniziative e misure governative sul fronte del soccorso in mare e dell'accoglienza a migranti e rifugiati in fuga da guerre, catastrofi, violenze e povertà: secondo i pareri di operatori dell'umanitario ed esperti si tratta di misure tanto inadeguate da mettere a rischio la stessa "civiltà del diritto" alla quale l'Italia ha saputo dare nel tempo un contributo indiscutibile.
Da tempo affermiamo che il nostro Paese si deve dotare di una strategia integrata per il governo dei fenomeni migratori, di lungo respiro e coordinata con l'Europa, nel quadro comunque di una revisione del Trattato di Dublino, uscendo così dalla drammatizzazione del fenomeno e dalla ricorrente situazione di emergenza nell'affrontarlo. Preoccupa, inoltre, il fatto che il contributo dell'Italia alla realizzazione sul piano internazionale dell'Agenda 2030 attraverso la cooperazione internazionale sia in evidente fase di contrazione, come ci ricordano i più recenti dati sull'aiuto pubblico allo sviluppo, che segnano per il 2020 una riduzione di investimenti fino allo 0,24% rispetto al Pil nazionale: siamo ben lontani dagli obiettivi internazionali e da quelli che comunque dal 2016 l'Italia aveva fissato.
Ci auguriamo che il prossimo governo del Paese sappia ridare slancio alla nostra partecipazione alla realizzazione degli obiettivi di sviluppo sostenibile, rivedendo l'impegno determinante nell'investimento per l'Aiuto Pubblico allo Sviluppo. Le nostre reti ancora una volta ribadiscono la centralità del proprio operato nel partenariato con istituzioni, mondo della ricerca, fondazioni e privato profit per la realizzazione concreta della Strategia per lo sviluppo sostenibile adottata dall'Italia.
Come cittadine e cittadini responsabili seguiamo con vivo interesse il percorso verso un nuovo governo del Paese che oggi La vede protagonista, augurandoci che il dialogo auspicato e la collaborazione da noi proposta vengano accolti come azioni propositive all'interno di un percorso essenziale di coinvolgimento e valorizzazione di tutto il Terzo Settore italiano del quale facciamo parte: in nome del principio di sussidiarietà che nell'articolo 118 la nostra Costituzione definisce in maniera piena ed autorevole. Nell'augurarLe un sereno e proficuo lavoro nel suo attuale ruolo di Presidente Incaricato, La ringraziamo per la disponibilità al dialogo e l'attenzione, ribadendo la nostra volontà a collaborare.
Silvia Stilli - Portavoce Aoi
Paola Crestani - Presidente Link2007
Raffaele K. Salinari - Portavoce Cini
di Luigi Manconi
La Repubblica, 30 agosto 2019
Possiamo considerarlo un particolare irrilevante, e d'altra parte, da decenni ci si chiede se nel dettaglio si nasconda il Diavolo oppure Dio. Tuttavia non è forse senza significato che, tre giorni fa, il giornale radio della Rai abbia definito "esultante" - eccolo il diavoletto nel dettaglio - il ministro Matteo Salvini.
Tanto entusiasmo nella settimana più rovinosa della sua vita politica si dovrebbe alla circostanza che due ministri indicati dal M5Stelle (Toninelli e Trenta) avessero firmato il decreto voluto da Salvini, per vietare l'ingresso nelle acque territoriali italiane alla nave Mare Jonio, della piattaforma Mediterranea Saving Humans.
E questo proprio mentre si stava stringendo l'accordo tra quel partito, il M5Stelle, e il Pd per dare vita ad un nuovo governo, e mentre Luigi Di Maio rilasciava una dichiarazione piuttosto inquietante: "Non rinnego il lavoro fatto insieme alla Lega in questi 14 mesi". Una frase, quest'ultima, che non induce certo a consegnare all'oblio degli archivi e della nostra periclitante memoria la brillante definizione delle ong data dallo stesso Di Maio: taxi del mare.
La questione non è meramente linguistica, anche se mai come in questo caso, "sono le parole che costruiscono il mondo": la verità è che una parte significativa del gruppo dirigente, dei quadri e dell'elettorato Cinque Stelle condivide la politica per l'immigrazione della Lega (magari utilizzando un vocabolario meno truce), e altri, quella di Alessandro Di Battista, che si affida a una pasticciata miscela di sovranismo terzomondialista ed etnicismo regressivo, il cui esito finale è comunque lo slogan "aiutiamoli a casa loro".
Rispetto a tutto ciò possiamo immaginare quanto arduo possa essere l'intento di segnare quella profonda discontinuità così "sacrosantemente" richiesta dal segretario del Pd. È un'impresa che, oltre a essere faticosissima, esige già da subito segnali inequivocabili. E i tempi dei grandi processi economico-sociali, come l'immigrazione, sono assai più rapidi e incalzanti di quelli richiesti dalle mosse (felpate fino a essere flosce) necessarie per la costituzione del nuovo esecutivo.
Anche perché la sofferenza umana arriva a bussare alla nostra porta con tutta l'urgenza dei corpi stremati e torturati: a bordo della Mare Jonio si trova un uomo di nazionalità camerunense che presenta "sette medicazioni per ferite infette alle estremità ed alle natiche (segni di torture ed ustioni chimiche)", secondo il medico di bordo, la dottoressa Donatella Albini.
Sono molte le persone che recano sulle proprie membra le tracce di trattamenti inumani e degradanti, così come, tra le 26 donne, 8 sono in stato di gravidanza e numerose quelle che hanno subito violenza sessuale. Finora il provvedimento promesso dai ministri dimissionari è quello di consentire lo sbarco delle donne, dei 22 bambini, dei 6 minori e dei malati, ma, certo, questo non può essere sufficiente a segnalare un radicale cambiamento di rotta rispetto alla precedente politica.
Non va dimenticato, tra l'altro, che nelle circostanze più recenti, l'Europa è stata meno inerte di quanto si creda (nonostante Salvini e, spesso, contro Salvini). La "redistribuzione" dei profughi è stata in qualche modo garantita, seppure in misura assai ridotta, e numerosi Paesi hanno accolto gruppi di migranti sbarcati sulle nostre coste o su quelle maltesi da imbarcazioni mercantili, dalle navi delle ong, da quelle della guardia costiera italiana.
E, tuttavia, ciò ha rappresentato, è il caso di dire, una goccia nel mare. Nonostante le menzogne del governo giallo-verde, nel corso del 2019, secondo le stime dell'Unhcr, i morti e i dispersi nel Mar Mediterraneo sono stati 894; e, dopo le più recenti testimonianze, la sola idea di restituire i profughi alla Libia e ai suoi centri di detenzione grida vendetta davanti a Dio e agli uomini. Serve una svolta vera.
A partire da una intelligente politica per l'immigrazione che - come ha scritto ieri il Presidente Emerito della Consulta, Valerio Onida, sul Corriere della Sera - consenta di "aprire subito e in misura adeguata alle nostre possibilità vie di ingresso legali in Italia e quindi in Europa".
Dunque, una rottura col passato, e non solo con quello rappresentato dagli ultimi 14 mesi di governo giallo-verde. Su questo - come sull'ambiente, sull'economia e sulla giustizia - verrà valutata la scelta di governo del Pd. Quella svolta, lo sappiamo, incontrerà reazioni e resistenze, ma è qui che si gioca buona parte dell'onore del Pd. Ed è questo che potrà dare, infine, nuove energie e motivazioni a chi, nonostante frustrazioni e depressioni, si voglia ancora di sinistra.
di Camilla Gargioni
Corriere Veneto, 30 agosto 2019
Il carcere, vissuto da dentro, nelle voci e nei volti delle detenute, nelle loro storie che volano oltre le sbarre. E lo fanno grazie al docu-film "Donne in carcere", diretto da Jo Squillo e Francesca Carollo: dieci ore di girato all'interno della casa circondariale di San Vittore a Milano.
Ieri, la presentazione alla Mostra del cinema al Lido, al cospetto di politici e autorità. La storie di queste vite dannate si intrecciano l'una all'altra, riaffiorano dolori e, spesso, paure e rassegnazione di fronte al futuro. Resta, tuttavia, di fondo, la speranza di poter ricominciare, una volta uscite. Le voci delle donne di San Vittore riescono, quasi inconsapevolmente, a dipingere un quadro dello stato dell'arte delle case circondariali italiane, e i loro racconti diventano una denuncia come ha sottolineato ieri Squillo.
"Entrare in questa realtà è stato così toccante che per molte notti non sono riuscita a prendere sonno - ha sottolineato la cantante-regista - Le ragazze e le donne che ho incontrato mi hanno insegnato moltissimo. Questo film è un atto rivoluzionario".
Una carrellata di volti e, su tutto, una canzone, corale: il simbolo del documentario. "L'hanno scritta loro, un ottimo esempio di atto rieducativo - ha spiegato la parlamentare Giusy Versace (Forza Italia) - Ma non basta. Quando queste donne escono dal carcere, sono lasciate sole, abbandonate. Dovrebbero, invece, essere seguite con continuità".
Quindi le storie, "Il pregiudizio ci accompagnerà sempre - racconta Josephine, una delle detenute protagoniste - è giusto pagare per i reati che abbiamo commesso, ma dobbiamo ripartire da noi stesse per riconquistare la fiducia altrui".
E Stefania, "i sogni sono l'unica cosa che mi è rimasta in carcere è come se fossi tornata bambina. Mi immagino avvocato, magari specializzata in criminologia o, chissà, visto tutti i pasticci che ho combinato potrei diventare pasticcera". Quando sullo schermo, ieri, sono scorsi i titoli di coda e in sala si sono riaccese le luci, il confronto politico - squisitamente teorico, per quanto ricco di buone intenzioni - tra chi aveva assistito alla proiezione.
"Il problema è la recidività - ha detto il Ministro per i beni e le attività culturali Alberto Bonisoli - bisogna essere determinati, costanti e forti nell'affrontare questo tema. Costruire nuove carceri non basterà". Della stessa opinione, l'eurodeputata Alessandra Moretti (Pd): "Uno Stato civile deve garantire che si affronti tema rieducativo della giustizia. Nel documentario vengono messe al centro dell'attenzione persone cui normalmente non viene data la possibilità di esprimersi". Infine, la senatrice Daniela Santanchè (Fi), per dieci anni impegnata proprio a San Vittore, "quando si aprono i cancelli, si capisce che cosa significa essere privati del bene più prezioso per gli uomini, la libertà".
ansa.it, 30 agosto 2019
Risultati positivi per i progetti di lavori di pubblica utilità attivi nella Capitale, grazie agli accordi congiunti fra Roma Capitale e il Ministero della Giustizia e Dipartimento Amministrazione Penitenziaria.
Le iniziative attive, che vedono il coinvolgimento dei detenuti del carcere di Rebibbia, al momento prevedono la cura del verde, in collaborazione con il Servizio Giardini di Roma Capitale, e il rifacimento della segnaletica orizzontale e pulitura di caditoie stradali, con la società Autostrade per l'Italia Spa.
Nel 2019, con dati aggiornati al 30 giugno, sono 68 le persone che si sono dedicate al ripristino del decoro del verde urbano, con relativi attestati di qualifica rilasciati dal Servizio Giardini di Roma Capitale, per un totale di 12.452 ore, calcolando 4 ore di lavoro giornaliere, donate alla città.
Per quanto concerne il progetto "Mi Riscatto per Roma", realizzato con Autostrade per l'Italia, attualmente sono 15 le persone coinvolte, sempre con relativi attestati al termine, con un totale di 2.712 ore di lavoro gratuito per le strade di Roma.
Nel prossimo mese altri 30 detenuti, terminato il corso per la manutenzione delle strade, potranno lavorare attivamente. 20 inizieranno, invece, il corso del Servizio Giardini. Questi progetti si fondano su attività di lavoro volontario, tenendo conto delle specifiche professionalità e attitudini lavorative, promuovendo un percorso di sensibilizzazione al rispetto del bene comune, alla legalità, all'osservanza delle regole e delle norme, come elementi imprescindibili per il percorso di reintegrazione del reo.
Tramite la pratica lavorativa, inoltre, si diminuisce nettamente la possibilità di recidiva, come dimostrato sempre dai numeri: sono 7 le persone che hanno partecipato alle varie iniziative e che, non appena uscite dal regime di detenzione, hanno trovato un impiego proprio negli ambiti di applicazione dei progetti che li hanno visti coinvolti.
"Come Amministrazione le attività volte a sviluppare percorsi di reintegrazione lavorativa per le persone in regime detentivo sono un obiettivo di primaria importanza. I numeri lo dimostrano: abbiamo avviato due progetti per ripristinare il decoro urbano sia sotto il profilo del verde che della manutenzione stradale, entrambi con successo. Non ci fermiamo e proseguiamo su questa linea grazie alla fattiva collaborazione con il Dipartimento Amministrazione Penitenziaria e il Ministero della Giustizia. Questa prima fase del progetto ha infatti messo in luce come queste attività rappresentino un mezzo più che valido per coniugare le esigenze di Roma Capitale di cura del territorio con il reinserimento sociale dei detenuti", ha commentato la sindaca di Roma Virginia Raggi. "Seguo personalmente il progetto fin dalle sue origini, quando nel dicembre del 2017 firmammo la prima Lettera d'Intenti.
L'iniziativa ha riscosso subito grande approvazione, dalla cittadinanza che ha accolto con calore i detenuti in strada fino alle istituzioni, che hanno potuto vedere e apprezzare i risultati tangibili ottenuti. I numeri sono incoraggianti, testimoniano la validità del progetto, cercheremo, però, di incrementarne la mole nei prossimi mesi.
Posso affermare, infatti, che a breve firmeremo un nuovo Protocollo di Intesa con il Ministero e il Dap per allargare i progetti anche in altri ambiti, ad esempio presso le aziende agricole di Roma Capitale, e coinvolgendo altri istituti penitenziari. Ringrazio infine il Tribunale di Sorveglianza, le varie istituzioni e società coinvolte nei singoli progetti e gli agenti della Polizia Penitenziaria per l'impegno e l'apprezzamento dimostrato finora", ha detto l'assessore allo Sport, Politiche Giovanili e Grandi Eventi Cittadini con delega ai rapporti con il Garante dei diritti delle persone private della libertà personale di Roma Capitale, Daniele Frongia.
"Numeri positivi e che ci fanno ben pensare, il nostro obiettivo sarà quello di analizzare i dati e fare in modo di incrementare tali iniziative, per i detenuti poter imparare un mestiere che permetterà loro di avere delle possibilità lavorative una volta estinto il proprio debito con la società è di fondamentale importanza.
Solo attraverso la rieducazione del reo potremo avere, infatti, una riduzione della piccola criminalità, il mio obiettivo in qualità di Garante è proprio quello di dar vita a delle situazioni di miglioramento delle condizioni delle persone in carcere, i progetti che prevedono i lavori di pubblica utilità sono il mezzo migliore per arrivare a tale scopo", ha sottolineato il Garante dei diritti delle persone private della libertà personale di Roma Capitale, Gabriella Stramaccioni.
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