di Errico Novi
Il Dubbio, 13 luglio 2019
Nella riforma di Bonafede anche sanzioni per i giudici lenti. Il ministro Alfonso Bonafede l'ha sempre annunciata come "un intervento mirato". Ma il suo non è solo un bombardamento molecolare: è una riforma della Giustizia vera, di fronte alla quale difficilmente l'alleato leghista potrà arricciare il sopracciglio. In particolare per la fermezza, che trasfigura nel rigore estremo, adottata dal guardasigilli con la magistratura.
Il Messaggero, 13 luglio 2019
Riammessi gli emendamenti leghisti prima giudicati non ricevibili, riparte la Commissione. Si sblocca l'iter del decreto sicurezza bis, fermo per il contrasto tra i due livelli in cui ha finora viaggiato: quello delle aule parlamentari e quello dello scontro su Facebook tra i due partiti della maggioranza.
di Valentina Errante
Il Messaggero, 13 luglio 2019
Nella riforma di Bonafede anche la riduzione dei tempi delle indagini. Toghe in politica: niente ritorno in magistratura, lavoreranno al ministero. Tempi strettissimi per le indagini, un ruolo filtro dell'udienza preliminare e obbligo dei pm alla discovery se non procederanno con la chiusura delle indagini o la richiesta di rinvio a giudizio entro i nuovi termini, con un'ipotesi di illecito disciplinare in caso "di dolo o negligenza inescusabile".
Redattore Sociale, 13 luglio 2019
In carcere ci si suicida oltre 18 volte in più rispetto a quanto avviene tra la popolazione libera. Gli ultimi dati disponibili del Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria riferiscono di 61 suicidi tra i detenuti nel 2018 (67 secondo Ristretti Orizzonti), 504 dal 2009 al 2018 (564 secondo Ristretti Orizzonti). Il suicidio non riguarda solo i detenuti ma anche gli agenti di Polizia penitenziaria che, con i primi, condividono la vita all'interno del carcere. Tra il 1997 e il 2018 sono 143 gli agenti che si sono tolti la vita (dati Ristretti Orizzonti), già sette i casi registrati nel 2019. L'ultimo il 10 luglio: un agente in servizio alla Casa circondariale di Bologna si è ucciso nella sua casa in Abruzzo, aveva 35 anni. Ad aprile un altro, sempre a Bologna. A giugno un agente originario di Sassari che, da anni, lavorava a Vigevano si era ucciso mentre era in ferie in Sardegna. "Il carcere è un contenitore di disagio sociale e noi siamo dall'altra parte, disarmati, senza strumenti per affrontarlo", dice Nicola D'Amore, delegato del Sinappe, il Sindacato nazionale autonomo di Polizia penitenziaria, di stanza alla Casal circondariale di Bologna.
di Matteo Indice
La Stampa, 13 luglio 2019
Nel pieno d'una delle peggiori tempeste della sua storia, il Csm dice ai magistrati di tutt'Italia che da quasi 25 anni tendono a nascondere le indagini sui loro colleghi e le comunicano con ritardo al Consiglio, impedendo così un'efficace azione disciplinare. Di più: l'organo di autogoverno, per sollecitare input sulle inchieste in cui inciampano altri giudici o pubblici ministeri, riesuma una circolare del 1995 dai toni piuttosto velenosi, lanciando implicitamente un duplice messaggio.
Primo: tutti devono partecipare al restyling d'immagine delle toghe, devastata dal caso Palamara e dalle intercettazioni che hanno svelato le trame per pilotare le nomine sulle Procure di varie città con un corollario di dimissioni, autosospensioni e durissimi richiami del Presidente della Repubblica. Secondo: l'andazzo, sembra rimarcare oggi il Csm, si protrae da un quarto di secolo e non ci si può trincerare sempre e comunque dietro il segreto istruttorio. Il nuovo documento è firmato dal segretario generale Paola Piraccini, ha la data dell'8 luglio ed è indirizzato a tutti i procuratori generali, con l'indicazione di divulgarlo a loro volta alle Procure della Repubblica d'ogni provincia di competenza: "Rilevata la necessità - si legge nel carteggio - di garantire la tempestiva comunicazione delle notizie di reato a questo organo (il Csm appunto, ndr), il Comitato di presidenza ha deliberato di rinnovare la richiesta di puntuale osservanza della Circolare 13682 del 5 ottobre 1995".
Ciò che veniva scritto allora, è il diktat, dev'essere ripreso per buono e le contromisure suggerite vanno messe in pratica. Si spiega in primis come già nel 1995 il Consiglio avesse "ribadito il suo costante orientamento sul punto della non opponibilità del segreto investigativo... nei confronti degli organi titolari del potere-dovere di vigilanza".
Ma il bello viene dopo, ed è significativo che i passaggi della vecchia circolare siano allegati per intero all'attuale richiamo: "Si sono dovute riscontrare notevoli difficoltà di adempimento da parte di numerosi uffici. Talora sono del tutto mancate le dovute comunicazioni e il Consiglio ha dovuto prendere conoscenza attraverso la stampa di procedimenti riguardanti magistrati, addirittura già pervenuti alla conclusione dell'indagine preliminare".
Ancora: "Quasi mai gli uffici del pm provvedono a un'informativa sui fatti ai quali il procedimento si riferisce, né trasmettono di loro iniziativa gli atti conclusivi, né i provvedimenti di misura cautelare a carico di magistrati. Quasi sempre gli uffici trasmettono elenchi cumulativi di procedimenti privi d'indicazioni utili".
L'ultimo affondo, scritto sì 24 anni fa e però rilanciato dal Csm di oggi alle Procure, è il più duro: "Accade anche che le comunicazioni al Consiglio non siano al contempo inoltrate ai titolari dell'azione disciplinare, con evidente pregiudizio per l'esigenza di pronta informazione del ministro di Grazia e giustizia e del procuratore generale presso la Cassazione".
Il riferimento a quest'ultima figura suona tra l'altro come l'ennesimo cortocircuito: Riccardo Fuzio, Pg della Cassazione fino a pochi giorni fa, ha lasciato l'incarico ed è stato poi iscritto al registro degli indagati per rivelazione di segreto d'ufficio, con l'ipotesi che lui stesso avesse informato Palamara dei procedimenti a suo carico.
di Virginia Piccolillo
Corriere della Sera, 13 luglio 2019
"Fatti gravi, compromessa la credibilità", scrive la sezione disciplinare, che ha contestato all'ex pm di aver messo le sue funzioni di magistrato a disposizione dell'imprenditore Centofanti in cambio di viaggi e regali. Cade però l'accusa di aver avuto in dono anche un anello per un'amica.
La Sezione disciplinare del Csm ha sospeso in via cautelare dalle funzioni e dallo stipendio il pm romano Luca Palamara, indagato a Perugia per corruzione. I fatti contestati, si legge nella motivazione, "appaiono oggettivamente e incontrovertibilmente gravi e tali da rendere incompatibile con gli stessi l'esercizio delle funzioni, perché idonei a compromettere irrimediabilmente, allo stato degli atti, la credibilità del magistrato, anche sotto il profilo dell'imparzialità e dell'equilibrio".
E sulle cene con i dem Luca Lotti e Cosimo Ferri e alcuni consiglieri Csm (ora dimessi o sospesi) censura il "risiko giudiziario" compiuto per suoi interessi personali. Si citano anche i 40mila euro che secondo la procura di Perugia avrebbe ricevuto per "agevolare e favorire Giancarlo Longo nell'ambito della nomina a Procuratore di gela", oggetto ancora di indagine.
Palamara: "Era prevedibile" - Il tribunale delle toghe ha così accolto la richiesta avanzata dal Pg della Cassazione Riccardo Fuzio. "Era prevedibile, sono sereno. Quello che mi interessa è difendermi nel processo", ha commentato Palamara che di fronte alla sezione disciplinare aveva rivendicato la "libera manifestazione di idee e valutazioni personali".
La difesa, gli avvocati Luca e Benedetto Marzocchi Buratti e Roberto Rampioni, ha confermato che farà ricorso in Cassazione. Palamara era stato audito martedì a palazzo dei Marescialli e aveva respinto ogni accusa. Sui soggiorni pagati o prenotati da Centofanti, l'ex presidente Anm aveva detto: "Il pagamento del prezzo avveniva da parte sua e poi venivano restituiti i soldi". Ma la contestazione si è appuntata su circa 6.600 euro residui, non giustificati. Quanto alle cene, Palamara aveva rivendicato una "libera manifestazione di idee e valutazioni personali".
"Con l'imputato Lotti programmava i propri obiettivi" - Nell'ordinanza la sezione disciplinare contesta la tesi delle libere valutazioni personali. Perché non c'erano "interlocutori occasionali", ma "un soggetto indagato e poi imputato (l'on. Luca Lotti) da una delle procure in gioco (quella di Roma), da parte di un soggetto (l'incolpato) che afferma di essere stato sempre consapevole, dell'esistenza di indagini a suo carico da parte della procura di Perugia, anch'essa considerata nel "risiko giudiziario")". E c'era una "programmazione delle azioni ritenute necessarie ai propri obiettivi".
L'anello che non c'è più - A Palamara viene contestato di aver violato i suoi doveri di magistrato per le vicende al centro dell'inchiesta di Perugia, dove è accusato di aver messo le sue funzioni di magistrato a disposizione dell'imprenditore e suo amico Fabrizio Centofanti in cambio di viaggi e regali. Tra questi un anello che nella motivazione del provvedimento di sospensione, però, non c'è più.
camerepenali.it, 13 luglio 2019
Le proposte emendative sollecitate dal Dap al Governo, in sede di conversione parlamentare del decreto "sicurezza bis", destano particolare allarme. Chiedere, con vigore, come avvenuto con la nota GDAP n. 0209946, datata 3 luglio 2019, l'introduzione di una nuova fattispecie di reato proprio del detenuto, di una specifica aggravante e di un ampliamento degli ambiti punitivi della condotta, facendo, altresì, rientrare il tutto sotto l'ombrello della ostatività previsto dall'art. 4 bis O.P., è, non solo ingiustificato, ma certamente irresponsabile.
di Romina Marceca
La Repubblica, 13 luglio 2019
Scagionato l'eritreo accusato di essere a capo della tratta. "Uno scambio di persona". L'ultima beffa arriva alle 21,30, a sei ore da una sentenza che ammetteva l'errore di identità e disponeva l'immediata scarcerazione. Medhanie Tesfamariam Behre mostra le manette schiacciando i polsi contro il vetro della volante che lo sta portando via dal carcere Pagliarelli, il penitenziario dove è rimasto rinchiuso per tre anni e due mesi con l'accusa di essere uno tra i più spietati trafficanti di uomini, "il generale" Medhanie Yedhego Mered.
La sorella Hiwet inizia a correre dietro a quella volante, il sogno di riabbracciarlo almeno per ora è svanito. "Nemmeno mi hanno detto dove lo stanno portando, forse in un Cie - dice l'avvocato Michele Calantropo, il suo difensore - ma non possono farlo. C'è una richiesta di asilo politico con domicilio indicato a Palermo". Hiwet nel pomeriggio davanti al carcere aveva detto: "Adesso mi aspetto le scuse dalla magistratura italiana".
Dentro al penitenziario palermitano c'era ancora suo fratello, Medhanie, il falegname catturato in Sudan nel 2016 e presentato all'Italia come il trafficante Mered. Ma era un errore. In carcere era finito l'uomo sbagliato. Ieri, dopo quattro ore di camera di consiglio, a ripetere più volte, durante la lettura della sentenza, che si è trattato di "un errore di persona" è stato il presidente della seconda sezione della Corte d'Assise, Alfredo Montalto, lo stesso del processo Trattativa Stato-mafia.
Ad equilibrare quello sbaglio è arrivata una condanna a cinque anni per favoreggiamento della immigrazione clandestina. In una chat l'eritreo avrebbe preso accordi per il viaggio in Europa di un suo cugino. Su questa condanna l'avvocato Michele Calantropo ieri ha avuto da ridire: "Uno di quei trafficanti in realtà non esiste". Ma il capo della procura palermitana, Francesco Lo Voi, ha dichiarato: "La Corte ha riconosciuto che si tratta di una persona coinvolta nel favoreggiamento dell'immigrazione clandestina. Quindi non un povero falegname ingiustamente perseguitato. Per il resto leggeremo le motivazioni".
La capitana della battaglia per sciogliere i dubbi su quell'identità sbagliata è stata proprio lei, Hiwet, assistente per anziani in Norvegia. "Una sera ho visto in televisione mio fratello che saliva su un aereo in manette, tra due poliziotti. Al telegiornale dicevano un nome che non era il suo", ha raccontato a Repubblica davanti al carcere, addosso una maglietta bianca con la foto di Medhanie e la frase "Free our innocent brother".
E poi quella foto di un uomo che al collo aveva un pesante crocifisso d'oro, le fattezze somiglianti a quelle di Medhanie. "Ma non era lui". C'è voluto un processo lungo tre anni, tre Dna che lo scagionavano, perizie foniche, documenti e decine di testimoni. "A un certo punto - ha raccontato Hiwet - mi ero convinta che la giustizia italiana funzionava così".
Udienza dopo udienza però sono emersi i tasselli che hanno anche portato a un'ordinanza che ha disposto il cambio di generalità in tutti gli atti. "Ora voglio solo riabbracciarlo", conclude emozionata. Ma poche ore è arrivata quella volante a portare via un'altra volta Medhanie.
di Luigi Manconi
La Repubblica, 13 luglio 2019
Crimini che, in ragione della loro enormità morale "non possiamo né punire, né perdonare": sono quelli che lo scorso 8 luglio, la Corte di Assise di Appello di Roma ha giudicato, riformando la sentenza di primo grado e condannando alla pena dell'ergastolo 24 persone (uno è stato assolto) per il reato di omicidio volontario pluriaggravato e continuato.
Materia del processo il cosiddetto Piano Condor, definito dalla Corte interamericana dei diritti umani una "pratica sistematica di terrorismo di Stato", che, a partire dagli anni 70, perseguì un programma di "contrasto al comunismo", attraverso la cooperazione dei servizi segreti delle dittature di Argentina, Brasile, Cile, Bolivia, Perù, Paraguay e Uruguay. E con il sostegno più o meno diretto di apparati di sicurezza degli Stati Uniti.
L'obiettivo era quello di eliminare le opposizioni politiche e sindacali e di diffondere un clima di paura; le modalità, pure differenziate, miravano tutte alla violazione dei diritti umani: sparizioni forzate, detenzioni arbitrarie, torture, omicidi. Si calcola che le vittime dirette delle sparizioni forzate nel corso dell'Operazione Condor siano state oltre 30 mila.
È in questo contesto che va inserito lo sviluppo di movimenti, come quello delle Madri di Plaza de Mayo in Argentina che, nel reclamare verità e giustizia per gli scomparsi, tanto hanno contribuito a che il fenomeno delle sparizioni forzate, a opera degli apparati di Stato, emergesse in tutta la sua violenza. Ed è alla luce del carattere sistematico di tale pratica che sono stati interpretati anche i fatti oggetto della sentenza di Roma.
Il processo si è potuto tenere in Italia perché, tra le vittime dei fatti giudicati, circa la metà era di origine italiana e perché tra gli accusati almeno uno aveva la doppia cittadinanza italo-uruguayana che lo rendeva penalmente perseguibile nel nostro Paese.
Quest'ultimo dovrà scontare la pena in Italia, mentre gli altri già rispondono di precedenti crimini nei rispettivi Paesi. Nell'immediato si può notare che la sentenza è stata ignorata da gran parte dei media; e che in aula non era presente alcun esponente del governo, che pure nel 2013 si era costituito parte civile. E tuttavia si tratta di una vicenda di particolare rilievo, non solo simbolico. Siamo in presenza di quei crimini definiti, appunto, "non punibili e non perdonabili" da Antoine Garapon in quel libro imprescindibile.
Reati, cioè, imprescrittibili, perché ledono non solo l'incolumità individuale, ma anche la vita collettiva, in quanto la lacerazione prodotta nel tessuto sociale è talmente profonda da non potersi ricucire. Mi riferisco a delitti quali la tortura, la sparizione forzata e il genocidio. Appunto, non punibili dal momento che qualunque pena, compreso l'ergastolo, che personalmente rifiuto, appare inadeguata rispetto alla incommensurabilità del crimine commesso. Non solo: la dismisura della pena risulta incongrua perché il carcere e la sanzione pecuniaria per i condannati appaiono lontanissimi dal costituire una qualunque forma di "risarcimento".
E ciò sia rispetto alla crudeltà delle sofferenze causate, sia rispetto alla loro assoluta irreparabilità. Non si dimentichi, infatti, un elemento terribilmente "aggravante": parliamo di sparizioni forzate. In altre parole di corpi rapiti, torturati e cancellati. È come se i carnefici volessero aggiungere all'offesa della morte un oltraggio ancora più efferato, sottraendo ai sopravvissuti un cadavere da abbracciare e da onorare, una tomba su cui piangere, un sacrario a cui indirizzare pensieri e preghiere.
Il corpo ucciso deve scomparire, affinché sia più agevole cancellarne la memoria. Per questo la sentenza è così importante. Alessandro Leogrande, bravissimo scrittore morto precocemente, curiosando tra le cose del mondo, apprende in Argentina la storia di un sacerdote italiano riconosciuto da alcune delle vittime come complice dei propri torturatori. Con grande fatica, contatta il sacerdote, nel frattempo rientrato anonimamente in Italia, ma questi alla fine si sottrae a ogni ulteriore scambio e incontro, rimanendo all'ombra di un qualche campanile in Emilia. È un vero peccato perché sarebbe stata un'occasione di grande qualità morale conoscere uno dei più indecifrabili "misteri del male", che forse solo uno scrittore avrebbe potuto restituirci.
P.S. La sentenza prevede tra le pene accessorie una provvisionale di un milione di euro da destinare a quella parte civile, rappresentata dalla presidenza del Consiglio italiana. La somma risulta concretamente riscuotibile dal momento che una normativa europea stabilisce strumenti specifici in materia di tutela della vittima derivanti da reati violenti intenzionali. Alcuni, tra i quali Eugenio Marino e Gianni Cuperlo, propongono che la somma venga destinata a un certo numero di borse di studio per giovani ricercatrici e ricercatori in materia dei diritti umani. Per contribuire a contrastare l'oblio.
di Daniele Predieri
La Nuova Ferrara, 13 luglio 2019
Le ultime settimane all'Arginone non sono state facili e il carcere è stato più volte citato negli articoli di cronaca per suicidi e tentati suicidi, episodi di violenza, danneggiamenti ed altre situazioni poco chiare, come il caso del detenuto che riusciva a chiamare l'ex moglie e a minacciarla usando il cellulare.
Una vicenda che ha sollevato più di qualche perplessità tra gli osservatori, nelle istituzioni, tra le parti in causa e nei luoghi della politica proprio per la capacità dimostrata da una persona sottoposta a restrizione della libertà di aggirare la sorveglianza, che in un carcere si suppone applicata in modo rigido e capillare. Un quadro d'insieme alimentato anche da altri fatti, come i danni alle cose (piccoli incendi e tubi spaccati) e alle persone, con gli agenti contusi e costretti alle cure ospedaliere.
Panorama complesso che richiede risposte urgenti, seguite però da un'azione più ampia e organizzata per individuare soluzioni efficaci ad un ventaglio di questioni. L'arrivo di 9 poliziotti penitenziari (otto uomini e una donna) rappresenta una boccata di ossigeno. A darne notizia è stato ieri il sottosegretario alla Giustizia, Vittorio Ferraresi.
"Gli agenti saranno operativi dopo il giuramento degli allievi del 175esimo corso, il 31 luglio", ha annunciato. Nelle strutture carcerarie dell'Emilia- Romagna arriveranno 132 poliziotti in più, "oltre 1300 agenti di polizia penitenziaria in deroga, inoltre, saranno presto oggetto di definizione e invio sui territori, compresi quelli emiliani", ha precisato l'esponente del governo. In concreto, "la violenza nei confronti degli agenti e gli episodi di tentato suicidio e suicidio devono essere affrontati.
Per quanto riguarda gli ultimi però - ha proseguito Ferraresi - l'analisi non ha portato a ritenere che siano relativi a situazioni sistemiche della struttura dell'Arginone". Ma questo non vuole dire, ha aggiunto il sottosegretario, che non ci siano criticità che vanno immediatamente affrontate e che sono in via di definizione.
"La Direzione e il comandante - ha detto ancora l'esponente M5s - si sono impegnati fin da subito a operare i controlli necessari sulle linee telefoniche" danneggiate e che devono essere riparate. Ci sarà un interessamento "in particolare per l'implementazione dell'area sanitaria".
Si punta anche a "incentivare il lavoro come percorso rieducativo e formativo" con progetti che possano coinvolgere la società esterna. Sarà istituita una "task force sulle aggressioni" che "possa portare nel breve periodo a soluzioni per tutelare la sicurezza di chi lavora negli istituti penitenziari".
Giovanni Durante, rappresentante del Sappe, ha evidenziato che "l'arrivo degli agenti è una buona notizia, ma in futuro bisognerà agire su due fronti: rivedere, incrementandole, le piante organiche e rispondere all'esigenza di come trattare il disagio psichico. Noi non siamo preparati ad affrontare queste situazioni che richiedono risposte idonee e appropriate".
Il collega Lorenzo Bosco, del sindacato Osapp, sottolinea la necessità di ringiovanire il personale ("qui i più giovani hanno già più di 20 anni di servizio") e di potenziare i sistemi di videosorveglianza e di allarme. Ieri in carcere si è svolto un incontro multidisciplinare incentrato sul problema del disagio psichico tra le mura degli istituti di pena.
"Parliamo di persone che possono avere motivi diversi per tentare il suicidio, su questo siamo un po' tutti d'accordo, ogni episodio fa storia a sé e il disagio psichico non è l'unica causa - ha spiegato Stefania Carnevale, garante dei detenuti - Purtroppo l'ultima riforma del carcere non ha affrontato questo tema ed è rimasto un vuoto normativo. Un vuoto da colmare, questa dovrebbe essere una delle risposte; tra le altre va bene potenziare il personale ma si deve anche pensare al riempimento dei tempi. Serviranno idee e risorse".
- Roma: porto dentro i miei ragazzi, per evitare che ci finiscano
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