di Franco Corleone
L'Espresso, 2 settembre 2019
Il Presidente Napolitano usò lo strumento costituzionale del messaggio alle Camere nei suoi due mandati solo una volta. Per denunciare lo stato delle carceri e per proporre coraggiose riforme e avanzare anche la proposta di un provvedimento di amnistia. Il Parlamento non corrispose adeguatamente a quell'invito.
Il Sole 24 Ore, 2 settembre 2019
Processo penale - Procedimenti speciali - Applicazione della pena su richiesta delle parti - Pena illegale - Ipotesi di ricorso per cassazione - Configurabilità - Errori di calcolo - Esclusione. In tema di applicazione della pena su richiesta delle parti, non ricorre una delle ipotesi di pena illegale individuate dalla giurisprudenza di legittimità, alla configurazione delle quali non concorrono gli eventuali errori di calcolo compiuti dal giudice per la determinazione della pena finale, quando quest'ultima non risulti inferiore al minimo assoluto previsto dall'art. 23 del c.p., né la pena considerata quale base di computo sia inferiore a quella prevista come minimo edittale per il reato contestato.
• Corte di cassazione, sezione III penale, sentenza 1° agosto 2019 n. 35200.
Procedimenti speciali - Patteggiamento - In genere - Reato continuato - Errata individuazione del reato più grave - Pena illegale - Ricorso per cassazione - Legittimità. In tema di patteggiamento, deve essere annullata senza rinvio ex art. 448, comma 2-bis, cod. proc. pen., in quanto dà luogo all'applicazione di una pena illegale, la sentenza che recepisce un accordo tra le parti relativamente ad un reato continuato per il quale la pena base risulti quantificata, a seguito di una errata individuazione del reato più grave, in misura inferiore al minimo edittale di altro reato considerato satellite.
• Corte di cassazione, sezione V penale, sentenza 29 ottobre 2018 n. 49546.
Procedimenti speciali - Patteggiamento - In genere - Pena - Aumento applicato per la recidiva - Legalità - Verifica - Rilevanza del calcolo finale e non dei passaggi intermedi. In tema di patteggiamento, ai fini della valutazione della legalità della pena e del rispetto della disposizione di cui all'art. 99, ultimo comma, cod. pen., si deve aver riguardo all'aumento di pena nell'entità concordata all'esito della riduzione per il rito e non a quello risultante dai passaggi intermedi precedenti. (Nella specie, la Corte ha ritenuto congrua e legittima la pena finale in un caso in cui l'aumento applicato per la ritenuta recidiva era stato disposto in misura superiore al cumulo delle pene risultanti dalle condanne precedenti).
• Corte di cassazione, sezione 5 penale, sentenza 5 dicembre 2016 n. 51736.
Procedimenti speciali - Patteggiamento - Sentenza - In genere - Errori di calcolo nella determinazione della pena concordata - Rilevanza - Esclusione - Condizioni. In tema di patteggiamento, gli eventuali errori di calcolo commessi nei singoli passaggi interni per la determinazione della sanzione concordata non rilevano se il risultato finale non si traduce in una pena illegale.
• Corte di cassazione, sezione VI penale, sentenza 7 novembre 2013 n. 44907.
Procedimenti speciali - Patteggiamento - Sentenza - In genere - Valutazione della congruità della pena finale - Rilevanza dei singoli passaggi interni - Esclusione. La valutazione di congruità della pena oggetto dell'accordo tra le parti deve aver riguardo alla pena indicata nel risultato finale indipendentemente dai singoli passaggi interni, in quanto è unicamente il risultato finale che assume valenza quale espressione ultima e definitiva dell'incontro delle volontà delle parti.
• Corte di cassazione, sezione III penale, sentenza 14 luglio 2009 n. 28641.
Francesco Machina Grifeo
Il Sole 24 Ore, 2 settembre 2019
Corte di cassazione - Sentenza 29 agosto 2019 n. 36648. Nessun reato per la guida del ciclomotore senza patente anche per chi è sottoposto ad una misura di prevenzione. La depenalizzazione infatti copre anche questa condotta dal momento che i ciclomotori fino a 50 c.c. non rientrano nella categoria dei "motoveicoli" per i quali la norma prevede la fattispecie di reato. Né la previsione (dal 2013) dell'obbligo della patente anche questo tipo di mezzi giustifica un'estensione del reato che sarebbe in malam partem. Lo ha stabilito la Prima Sezione della Corte di Cassazione, sentenza n. 36648, consolidando tale approdo attraverso l'espressa citazione di due pronunce del 2018 dello stesso tenore.
di Tullio Padovani
Il Sole 24 Ore, 2 settembre 2019
Con la legge 19 luglio 2019 n. 69, si ripropone l'ennesimo intervento novellistico sul codice penale e, più marginalmente, su quello di procedura penale. Il fondamento baricentrico è identificato, secondo il titolo della legge, nell'esigenza di rafforzare la "tutela delle vittime di violenza domestica e di genere".
di Davide Steccanella
La Repubblica, 2 settembre 2019
A Milano un giardino per Francesco Rucci, vittima del delirio Prima Linea. Alle 7,40 del 18 settembre 1981, mentre si sta recando in auto presso la Casa circondariale di Milano San Vittore, dove prestava servizio in qualità di vicedirettore degli agenti di custodia, il brigadiere Francesco Rucci viene tamponato da un'Affetta blu dalla quale scende un uomo armato che spara. Il sottufficiale cerca di allontanarsi ma viene raggiunto da altri tre che lo uccidono.
La Nuova Ferrara, 2 settembre 2019
Nelle carceri della Emilia-Romagna per verificare le condizioni di vita dei detenuti, incontrare, i "definitivi", "ad alta sicurezza", "collaboratori di giustizia" e "a fine pena". Ieri i radicali ferraresi guidati da Monica Mischiatti hanno trascorso 3 ore in visita al carcere dell'Arginone. E alla fine il verdetto: "Situazione complicata e condizioni inaccettabili di sovraffollamento.
In un carcere che dovrebbe contenere 254 detenuti, ve ne sono 350. Inevitabile - spiega la Mischiatti - che celle concepite per una sola persona ne ospitino 2, con i facilmente immaginabili disagi e con violazioni costanti delle più elementari regole che dovrebbero garantire perlomeno un minimo d'intimità personale".
Accompagnati dalla comandante della Polizia Penitenziaria, Annalisa Gadaleta, i radicali hanno registrato anche aspetti positivi dell'Arginone: un laboratorio di artigianato, una buona infermeria, cucine e bagni puliti. E da quasi un anno è attivo il progetto Galeorto in cui i detenuti coltivano la terra e producono ortaggi.
corriere.it, 2 settembre 2019
Tra gli sfollati anche americano coinvolto nell'omicidio Cerciello Rega. È accaduto nel primo pomeriggio di domenica: evacuato il centro clinico del carcere. "Poteva essere una tragedia, sventata dal tempestivo intervento dei poliziotti penitenziari" denuncia il sindacato Sappe.
Giornata da incubo per il Reparto di Polizia Penitenziaria del carcere di Regina Coeli a Roma, dove solamente la professionalità dei poliziotti penitenziari e il fato hanno evitato una tragedia tra le sbarre. "Nel primo pomeriggio di domenica, un detenuto di nazionalità rumena ha dato fuoco al materasso e a tutto quello che c'era nella sua cella del Centro Clinico del carcere.
Un fatto grave, che avrebbe potuto avere peggiori conseguenze se non fosse intervenuto per tempo il personale di polizia penitenziaria. Si è reso necessario sfollare il Reparto detentivo, tra i quali detenuti ristretti vi è anche uno degli americani coinvolto nell'uccisione del vicebrigadiere dei carabinieri Cerciello Rega". Lo afferma Maurizio Somma, segretario nazionale per il Lazio del Sindacato Autonomo Polizia Penitenziaria Sappe.
Tensioni e criticità - "Poteva essere una tragedia, sventata dal tempestivo intervento dei poliziotti penitenziari di servizio nel Reparto e dal successivo impiego degli altri poliziotti penitenziari - aggiunge - Sono stati bravi i poliziotti penitenziari in servizio nel carcere di Regina Coeli a intervenire tempestivamente, con professionalità, capacità e competenza".
Somma esprime ai poliziotti di Regina Coeli a Roma "la solidarietà e la vicinanza del Sappe e evidenzia come l'incendio sventato nel carcere è "sintomatico del fatto che le tensioni e le criticità nel sistema dell'esecuzione della pena in Italia sono costanti. E la situazione è diventata allarmante per la polizia penitenziaria, che paga pesantemente in termini di stress e operatività questi gravi e continui episodi critici".
di Carlo Terzano
lettera43.it, 2 settembre 2019
Sovraffollamento. Strutture degradate. Commistione tra condannati e detenuti in attesa di giudizio. Le condizioni nella Casa circondariale napoletana, tornata sotto i riflettori per la prima evasione in 100 anni. Una evasione vecchio stampo, avvenuta calandosi lungo il muro di cinta con alcuni lenzuoli annodati, da un carcere che da più parti, tanto dalle associazioni per i diritti dei detenuti quanto dai sindacati del personale penitenziario, viene definito "vetusto, inadeguato e fatiscente".
È durata 48 ore la fuga di Robert Lisowski, cittadino polacco 32enne, in attesa di giudizio per omicidio. Ma ora che il fuggiasco è nuovamente in cella non si placano le polemiche sulla casa circondariale di Poggioreale. Chi conosce bene quella struttura la giudica inadeguata a tal punto da giustificare i detenuti che tentano di scappare.
"È scappato un detenuto da Poggioreale, embè?", si è chiesto retoricamente dal proprio profilo social don Franco Esposito, cappellano della casa circondariale. Il prelato non parteggia per i presunti omicidi in fuga, ma sottolinea quanto sia "innaturale tenere rinchiuse le persone in una situazione disumana e degradante". "Carceri come quello", scrive don Franco, "non hanno certamente i requisiti per essere rieducativi e non servono certo al reinserimento della persona detenuta nel tessuto sociale. Allora mi domando: qual è il loro compito?"
Ancora più duro il "Sindacato Polizia Penitenziaria S.PP.", che in una nota diffusa dopo l'evasione - la prima negli ultimi 100 anni - ha scritto: "l'istituto andrebbe definitivamente abbattuto e il capo dell'Amministrazione Penitenziaria rimosso dall'incarico". "Uno Stato che possa definirsi tale", si legge, "non può e non deve accettare di non avere il controllo delle sue strutture". "Poggioreale", ha quindi concluso il segretario generale del sindacato di polizia penitenziaria Aldo Di Giacomo, "è un carcere dove lo Stato ha fallito ed è per questo che torniamo fortemente a chiedere che venga chiuso e abbattuto quanto prima".
Insomma, per una volta sia chi è dalla parte dei detenuti, sia chi cura gli interessi degli agenti di polizia penitenziaria - che vivono in prima persona i medesimi disagi dei reclusi - concordano nel mettere alla sbarra non l'evaso ma l'intera struttura detentiva. Alla luce della recente evasione del 25 agosto appare persino profetica la relazione del Garante dei detenuti diffusa soltanto pochi giorni prima, il 19 dello stesso mese. "Con i suoi oltre 2.000 detenuti", scriveva il Garante, "la Casa circondariale di Poggioreale è l'Istituto con il maggior numero di persone ristrette in Italia: ai primi di maggio, durante la visita del Garante, erano 2.373, su 1.633 posti previsti e una capienza reale di 1.515. Oggi i detenuti sono 2.085 su 1.423 posti disponibili".
Poggioreale ospita non solo detenuti in attesa di giudizio o condannati a pene inferiori ai cinque anni, come la natura della struttura (casa circondariale) imporrebbe, ma anche giudicati in via definitiva e per reati gravi, con la conseguenza di pericolose commistioni tra condannati e persone che la legge ritiene ancora innocenti. "Il Garante", ha segnalato, "ha più volte avuto sentore di pressioni che soggetti in esecuzione di pena esercitano sui più deboli. La presenza nello stesso Istituto di appartenenti a criminalità di maggiore spessore riferibile agli stessi territori espone non soltanto le persone più deboli al rischio di reiterazione di reati, ma anche a forme di soggezione durante la detenzione. Il rischio di acquiescenza di taluni operatori deve essere costantemente monitorato, con un'attenzione ben superiore a quella riscontrata".
Anche l'organismo statale indipendente ha posto l'accento sulla vetustà della struttura: "Le condizioni materiali dell'Istituto risentono degli anni e della visione custodiale degli inizi del secolo scorso, quando è stato costruito, rendendolo poco compatibile con le esigenze trattamentali". "Mancano", annotava il Garante, "gli spazi comuni per le attività lavorative, culturali o ricreative, le sale per la socialità di reparto. Tutto ciò nonostante la realizzazione di alcuni lavori di ristrutturazione e la programmazione di altri". "Particolarmente degradate", si sottolineava, "alcune sezioni, come quella per persone malate o disabili, con letti a castello anche a tre piani". E ancora: "Mancano i cancelli all'ingresso delle stanze, munite soltanto di blindi che, pertanto, nelle ore di chiusura, rendono gli ambienti interni bui e opprimenti. Le pareti delle stanze presentano importanti infiltrazioni di umidità e spesso sono coperte di muffa".
A tal punto che per il Garante "le condizioni di alcuni reparti possono essere facilmente considerate in violazione dell'articolo 3 della Convenzione europea per la tutela delle libertà fondamentale e dei diritti umani che inderogabilmente vieta "trattamenti o pene inumane o degradanti"". Per fare un esempio, "una stanza visitata dalla delegazione aveva 14 letti (quattro a tre piani e due a due piani) e 13 persone; era munita di una sola finestra e arredata con un numero di tavoli insufficiente per mangiare tutti contemporaneamente; l'unico bagno era, analogamente agli altri del reparto, in condizioni igieniche deplorevoli". "Nella cella n. 4 bis", viene riportato nella relazione estesa, "la muffa ha ormai invaso la stanza stessa, producendo il distacco dell'intonaco a stento trattenuto da giornali incollati alla parete posti dalle persone ristrette per evitare il pulviscolo di intonaco e la caduta di calcinacci dal soffitto".
Nella relazione si avanzavano inoltre dubbi sull'operato dell'amministrazione: "il Garante nazionale ha riscontrato alcuni episodi che sono stati oggetto di approfondimento. In particolare, il caso di una persona che, a seguito di crisi di natura psichica, è stata sottoposta a sorveglianza a vista e trasferita il giorno della visita del Garante in un altro Istituto per generici motivi "disciplinari", senza consentire al Garante stesso di incontrarla. Per tale motivo, una parte della delegazione si è recata all'istituto dove tale persona si trovava e ha constatato direttamente i visibili segni di lesioni che aveva su varie parti del corpo".
Non meno preoccupante la relazione dell'Associazione Antigone che ha realizzato anche un video della propria ispezione. Qui viene sottolineata la differenza tra le celle oggetto di recenti rifacimenti e quelle ancora da ristrutturare: "Laddove manca ancora una ristrutturazione, le stanze versano in pessime e pericolose condizioni (dall'umidità delle pareti all'unico spazio riservato sia ai servizi igienici che alla cucina). Le sezioni non ristrutturate riflettono non solo una scarsa pulizia generale, ma anche una difficoltà pratica nell'offrire attività trattamentali idonee (in quasi tutte le sezioni mancano gli spazi per la socialità)". E proprio le condizioni di alcuni padiglioni sarebbero alla base di una rivolta avvenuta il 16 giugno scorso: "La causa scatenante sembrerebbe essere stata il mancato ricovero di una persona detenuta malata, che ha acuito il malcontento generale relativo alla fatiscenza del padiglione, esasperato dal caldo estivo. In seguito, sembrerebbero essersi sbloccati i lavori che erano in programma da anni".
Ma la situazione di Poggioreale non costituisce un unicum, bensì è sistemica. Il nostro Paese è stato condannato più volte dalla Corte europea dei diritti umani. In diverse occasione i magistrati di Strasburgo hanno ricordato al governo italiano che non è possibile infliggere ai detenuti, oltre alle condanne stabilite dai giudici, anche pene accessorie come il mancato rispetto della dignità umana e trattamenti degradanti. È ormai provato, inoltre, che condizioni migliori riducano il rischio di reiterazione di condotte criminali e consentano di realizzare la finalità rieducativa del carcere prevista dalla nostra Costituzione.
di Giulio De Santis
Corriere della Sera, 2 settembre 2019
Le motivazioni della sentenza per il delitto dell'Appio. La pensionata tentò di uccidersi con delle forbici. Poi chiese al marito: "Fammi morire, tu sai come si fa". E lui , esperto di judo, la abbracciò fino a soffocarla. Ha ucciso la moglie perché "non voleva più vederla soffrire".
di giordano stabile
La Stampa, 2 settembre 2019
Tank israeliani hanno sparato colpi di cannone contro obiettivi di Hezbollah dopo che i miliziani libanesi hanno lanciato un missile anti-tank contro un mezzo di pattuglia al confine. Nessuno dei due attacchi ha causato vittime. In un comunicato Hezbollah ha rivendicato l'azione, condotta dal gruppo Hassan Zabeeb, una unità speciale affigliata al Partito di Dio. Il movimento sciita ha precisato che il missile ha "distrutto" il veicolo israeliano vicino alla caserma di Avivim e che i militari a bordo sono rimasti "feriti". Due ore dopo, però, una dichiarazione ufficiale delle forze armate dello Stato ebraico ha smentito che ci fossero feriti. Anche la rappresaglia con i tank è stata calibrata in modo da non fare vittime.
In ogni caso si tratta del primo scontro a fuoco fra Hezbollah e l'esercito israeliano dal 2006, quando c'è stata l'ultima operazione in territorio libanese da parte di Israele. Allora, in 33 giorni di combattimenti, vennero uccisi 119 soldati israeliani e oltre 500 combattenti sciiti. Anche allora il conflitto venne scatenato da un attacco, più grave, a una pattuglia dell'esercito al alla frontiera. La crisi si è aperta domenica scorsa, quando due droni israeliani sono precipitati a Dahiyeh, il quartiere sciita di Beirut, durante un tentato raid contro "componenti missilistiche" di Hezbollah. Quello stesso giorno, in un altro raid in Siria, erano morti due miliziani libanese. Due giorni dopo il leader Hassan Nasrallah aveva promesso una rappresaglia e oggi è arrivata.
Il premier libanese Saad Hariri ha informato il capo delle forze armate e il presidente della Repubblica Michel Aoun. Hariri, sunnita, guida un governo che comprende anche tre ministri del Partito di Dio sciita. Ha però rapporti privilegiati con Arabia Saudita e Stati Uniti e ha chiamato anche il segretario di Stato americano Mik Pompeo per denunciare "la violazione della sovranità libanese" e chiedergli di intervenire per frenare l'alleato israeliano. Washington sta esercitando una pressione crescente sulle banche libanesi sospettate di finanziare Hezbollah, mentre Israele accusa i miliziani alleati dell'Iran di aver creato una "fabbrica di missili ad alta precisione" di minacciare la sua sicurezza in combutta con i Pasdaran.
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