di Leandro Grasso
ultimavoce.it, 1 settembre 2019
Nel 68% dei casi i detenuti nelle carceri tornano a delinquere. Mentre il tasso di recidiva tra chi è affidato a misure alternative si ferma al 19 per cento. La riabilitazione dei detenuti tramite lavori di pubblica utilità può essere una risposta. Il carcere è diventato sempre più una risposta che troppo spesso la politica sa dare alle paure dei cittadini.
La riabilitazione dei detenuti, invece, è qualcosa che la politica ignora da anni. Tuttavia la maggioranza dei detenuti sono recidivi. E aumentare le pene non serve, cosa risaputa dal 700. In un momento storico in cui poi la popolazione carceraria è in crescita e con i rischi legati alle condanne già emesse in sede internazionale per il trattamento dei detenuti. Risulta fondamentale trovare un altro sistema.
È questo che nella Capitale sta avvenendo. Grazie ad accordi congiunti fra Roma Capitale, il Ministero della Giustizia e il Dipartimento Amministrazione Penitenziaria. Accordi che hanno portato a risultati incoraggianti. Le iniziative che coinvolgono i detenuti del carcere di Rebibbia vanno dalla cura dei giardini, al rifacimento della segnaletica stradale. Autostrade per l'Italia Spa infatti partecipa al progetto.
Il progetto chiamato "Mi Riscatto per Roma" al momento prevede il coinvolgimento di pochi detenuti ed è volto alla loro riabilitazione.
I lavori sono svariati, e al termine delle ore di lavoro di pubblica utilità vengono rilasciati attestati. I progetti si basano su lavoro volontario, indirizzando ogni partecipante verso specifici compiti. Il fine ultimo è garantire ai detenuti partecipanti un inquadramento nella società. Una professionalità da poter sfruttare al fine della pena. Insomma un progetto che mira a realizzare in pieno il disposto dell'art. 27 c. III della Costituzione. Cioè la rieducazione attraverso il lavoro.
Tramite questo progetto si riduce drasticamente la recidiva. Tesi dimostrata da vari studi statistici. Ci sono già stati detenuti che hanno partecipato ai progetti e che una volta usciti hanno trovato un lavoro stabile. Sviluppare percorsi di reintegrazione per i detenuti, non è un obiettivo importante solo per le carceri.
Il sovraffollamento è un problema per cui l'Italia è già stata condannata. I numeri dei suicidi sono in aumento e la Polizia penitenziaria ha enormi lacune. Programmi come quelli posti in essere a Roma mirano ad una prevenzione futura più efficace di qualsiasi incremento di pena o di vigilanza. Inoltre danno un senso alla detenzione e realizzano il disposto costituzionale. Con i dati statistici del programma, insieme a vari studi sul settore già pubblicati, si spera che il legislatore apra gli occhi su questo grave tema da troppo dimenticato.
tusciaweb.eu, 1 settembre 2019
Bocciato dalla Cassazione il ricorso di Salvatore Madonia contro il Tribunale di Sorveglianza che avrebbe violato il suo diritto di difesa. Giusto bloccare la missiva sospetta al boss mafioso Salvatore Madonia, detenuto in regime di carcere duro a Mammagialla.
Anche se apparentemente inviata dal difensore. È stato bocciato dalla cassazione il ricorso presentato contro la decisione presa l'anno scorso dai tribunali di sorveglianza di Viterbo e Roma da Salvatore Madonia, che oltre a dover pagare le spese processuali dovrà anche versare tremila euro alla cassa delle ammende.
Madonia, 63 anni, condannato a più ergastoli per associazione mafiosa, omicidio, traffico di armi, spaccio di droga ed estorsione, è al 41bis da ben 27 anni, dal 1992. Non è la prima volta che il capoclan rivolge alla suprema corte le sue doglianze contro le presunte condizioni di vita inaccettabili nel carcere di Viterbo, contestando via via di non avere biancheria pulita, luce a sufficienza, privacy, possibilità di studiare oppure di non poter tenere la televisione accesa durante la notte. Nel 2008 Madonia, all'epoca detenuto nel supercarcere dell'Aquila, aveva ottenuto dalla cassazione il via libera alla procreazione assistita dopo che gli era stata negata la possibilità di mettere il seme in provetta. I coniugi Madonia avevano già un figlio, oggi maggiorenne, nato nel 2000, durante la detenzione del boss, non si sa se concepito in vitro.
Stavolta al centro del contendere c'era il provvedimento con cui, il 5 marzo 2018, il magistrato di sorveglianza di Viterbo ha disposto il trattenimento di una missiva a lui diretta: "Apparentemente proveniente dal suo difensore, in quanto contenente copie di provvedimenti giurisdizionali, le quali, in quanto prive di autenticazione, avrebbero potuto essere state alterate e celare all'interno indebite informazioni". In seguito al blocco della missiva, Madonia aveva già presentato un reclamo dichiarato inammissibile "perché mancante di specifico contenuto censorio", il 15 novembre 2018, dal tribunale di sorveglianza di Roma.
Secondo il boss, il plico avrebbe contenuto documenti utili per preparare la sua difesa in procedimenti instaurati, o da intraprendere. E secondo la difesa, che ha presentato ricorso in cassazione, il tribunale di sorveglianza di Roma avrebbe dovuto tenere conto del fatto che il reclamo fosse stato redatto personalmente dal detenuto: "Persona non 'addetta ai lavori' e alla quale non si sarebbero potuti muovere appunti di natura tecnica sul confezionamento di un'impugnazione giudiziale".
Madonia avrebbe lamentato la violazione del suo diritto di difesa, derivante dalla mancata consegna di atti giudiziari, speditigli dal suo difensore. E il tribunale di sorveglianza sarebbe dovuto scendere nel merito. "Il ricorso è manifestamente infondato", ha deciso in seguito all'udienza dello sorso 16 giugno la cassazione, la cui sentenza è stata pubblicata il 13 agosto.
"Il magistrato di sorveglianza - si legge - nel disporre il trattenimento 'in ricezionè della missiva, ne aveva esplicitato puntualmente le ragioni, spiegando di avere motivo di dubitare dell'autenticità della documentazione nella missiva racchiusa; quest'ultima, recando come mittente il difensore, era purtuttavia priva degli indici legali di riconoscibilità che l'avrebbero resa insindacabile nel suo contenuto".
"A fronte, il detenuto avrebbe dovuto svolgere una censura direttamente correlata alla menzionata, e ben intellegibile, affermazione giudiziale, anziché dolersi, in via del tutto generica, della violazione del suo diritto di difesa. Il detenuto, a conoscenza del contenuto della corrispondenza a lui diretta, avrebbe dovuto, in altre parole, contestare in concreto le modalità di esercizio del potere di trattenimento, indicando sotto quale aspetto, e per quali ragioni, la decisione di rigore, assunta ai suoi danni e compiutamente illustrata, dovesse ritenersi illegale, ingiustificata dal punto di vista logico-motivazionale o altrimenti sconveniente o inopportuna. E ciò non era avvenuto", spiegano i giudici della prima sezione penale, presieduta da Adriano Iasillo, relatore Francesco Centofanti. I tremila euro in favore della cassa delle ammende sono "per i profili di colpa correlati all'irritualità dell'impugnazione".
di Paola Balducci
Gazzetta del Mezzogiorno, 1 settembre 2019
In attesa di sapere se il governo giallorosso prenderà le mosse mi preme evidenziare tra le priorità troppo spesse predicate, ma in realtà poco attuate, quella della giustizia e della irragionevole durata dei processi.
Lo spunto lo ha dato il Presidente Conte quando, nel corso del discorso pronunciato in Aula, ha messo l'accento sulla realizzazione di un governo nel segno della novità, parlando di una nuova e ampia stagione riformatrice. Ha parlato di giustizia più equa ed efficiente. Pochi mesi fa l'Italia è stata bacchettata dalla Ue sui tempi lunghi per risolvere i casi di contenzioso civile, amministrativo e commerciale.
Siamo quasi il fanalino di coda con una media di definizione delle controversie civili di primo grado intorno ai cinquecento giorni che precipitano rovinosamente nei gradi successivi. Ma affinché il nostro Paese non continui ad occupare il fanalino di coda sui tempi dei processi con le inevitabili conseguenze, sull'affidamento-sfiducia dei cittadini, non si può prescindere da alcuni punti fermi.
È fondamentale l'impiego di risorse economiche e umane, senza le quali non è assolutamente praticabile alcuna riforma, come è parimenti fondamentale lo sfruttamento razionale delle stesse. Questo è uno snodo cruciale; spesso accade che in determinate realtà si disponga di risorse eccessive rispetto ai bisogni e in altre realtà, che hanno uffici giudiziari dotati di modelli organizzativi efficienti, si riesca a distribuire in modo efficiente il lavoro e soddisfare la domanda di giustizia in tempi rapidi.
Il corollario diventa la formazione e la preparazione dei giudici e del personale amministrativo per essere pronti alle sfide vecchie e nuove. Un altro punto che si deve con forza sottolineare è la patologica, inesauribile, spesso scoordinata produzione normativa, dettata talvolta dalle sirene del momento, che produce incertezze da parte di tutti gli utenti, compreso coloro che quelle norme devono applicare.
La mancanza di chiarezza e di sistematicità porta al non rispetto delle stesse e alla sfiducia da parte del cittadino che ha bisogno di regole chiare e comprensibili. I problemi purtroppo si acuiscono in molte regioni del sud Italia: la inefficienza del sistema giustizia produce non solo insicurezza ma anche sfiducia da parte del cittadino che il più delle volte rinuncia a far valere i propri diritti davanti alla autorità giudiziaria, quando non si affida ad una giustizia "domestica", rivolgendosi magari, alle sirene della criminalità organizzata, che prospera nel mondo della usura o delle estorsioni.
Un'attenzione particolare, in sede di riforme organiche deve essere rivolta anche all'utilizzo di sistemi di proporzione tra il numero dei pubblici ministeri e quello dei giudici. Si devono individuare dei criteri che consentano di non penalizzare troppo il numero dei magistrati che compongono i tribunali. Il rischio concreto è che si celebrino solo i grandi processi di criminalità organizzata (perché tra l'altro, hanno la spada di Damocle delle decorrenze dei termini di custodia cautelare) e si trascurino i procedimenti civili e penali ordinari.
Anche in questo caso la coperta troppo corta diventa una facile opportunità per alimentare sistemi di giustizia alternativa e alimentare magari sistemi di corruttele. Da ultimo, ma non per ultimo: l'edilizia giudiziaria. Non si può amministrare la giustizia senza una casa dove la giustizia viene amministrata. Il luogo diventa un simbolo di rassicurazione peri cittadini-utenti.
Il Premier Conte nel suo discorso introduttivo ha fatto esplicito riferimento al Mezzogiorno rigoglioso e orgoglioso delle sue ricchezze umane. Il momento del coraggio passa anche attraverso il rimuovere le disuguaglianze in modo concreto ed effettivo. Il momento del coraggio passa attraverso queste riforme per dare finalmente fiducia e credibilità al nostro Paese.
cuneodice.it, 1 settembre 2019
Dalle 15 alle 16.30 il confronto con docenti e studenti della "Clinica legale: carcere e diritti" dell'Università di Torino. Sabato 7 settembre dalle ore 15.00 alle 16.30 i detenuti del carcere di Alba si confronteranno con docenti e studenti della "Clinica legale: carcere e diritti I" (titolare del corso: prof.ssa Cecilia Blengino) del Dipartimento di Giurisprudenza dell'Università degli Studi di Torino.
Il concetto base delle cliniche legali è che gli studenti, già durante il loro percorso formativo universitario, debbano avere la possibilità non solo di apprendere in maniera teorica il sapere giuridico, ma anche di entrare in contatto con il diritto vivente.
La Clinica legale - attiva anche in altri ambiti: vittime di tratta, persone senza fissa dimora, famiglie e minori, disabilità - costituisce uno strumento privilegiato per il raggiungimento di tale obiettivo, trattandosi di un metodo didattico basato sull'apprendimento esperienziale volto allo sviluppo non solo di "conoscenze", ma anche di "abilità" e "valori", nonché alla promozione della giustizia sociale.
Il programma promuove l'attività di rete nel supporto a persone in difficoltà avvalendosi della collaborazione di istituzioni come il Provveditorato Regionale dell'Amministrazione Penitenziaria, la Magistratura, le Forze dell'ordine, il Garante Regionale e i Garanti Comunali dei diritti delle persone private della libertà personale; coinvolgendo avvocati esperti in esecuzione penale, realtà del terzo settore e del mondo associativo.
L'incontro, promosso dal Garante comunale Alessandro Prandi in collaborazione con la Casa di Reclusione "Giuseppe Montalto" di Alba, vedrà la partecipazione della dottoressa Costanza Agnella, tutor della "Clinica legale: carcere e diritti I", del Garante regionale Bruno Mellano e di alcuni studenti del Dipartimento di Giurisprudenza dell'Università di Torino. Verranno affrontati alcuni aspetti legati al reinserimento lavorativo e sociale dei detenuti.
di Chiara Tenca
La Repubblica, 1 settembre 2019
Al "Villa Andreino" il patto fra imprese e detenuti. Costruiti qui pezzi delle metro di Lima e Milano. Le sbarre del carcere di Villa Andreino della Spezia lasciano filtrare una luce per i propri detenuti. Una luce che guarda alla rieducazione e spinge verso il futuro.
Gli strumenti sono quelli del lavoro e dell'apprendimento di un mestiere: un progetto reso possibile grazie all'affiatato tandem costituito dalla direttrice Maria Cristina Bigi e da Licia Vanni, capo dell'area adattamento.
A loro hanno dato fiducia tre aziende: la Metallica srl, che produce arredi in ferro, l'Euroguarco, specializzata in tubature e materiali per isolamento ed interiors (nell'indotto, rispettivamente di Costa Group e di Hitachi Rail) e Il Golfo, che si occupa di digitalizzazione documenti. Così, chi utilizzerà la metropolitana di Lima, in Perù, e della linea 4 di Milano, attualmente in costruzione, salirà su vagoni in cui i manufatti dell'impianto di aria condizionata sono nati dalle mani dei carcerati.
Allo stesso modo, ai clienti della catena Eataly potrebbe capitare di consumare un pasto seduti su una delle creazioni artigianali in ferro e pvc interamente realizzate nel penitenziario, già scelte in passato per alcuni padiglioni dell'Expo di Milano.
O ancora, ad un professionista di consultare un foglio d'archivio trasferito su supporto informatico a Villa Andreino. "Puntiamo molto sulle componenti pedagogiche dell'inserimento dell'impresa, diverso da quello usuale penitenziario, che consiste in pulizie e manutenzione ordinaria" spiega la Bigi. Una delle peculiarità di questi impieghi è di spezzare la routine della detenzione: "Si tratta di un lavoro vero - continua - con tanto di datore: si passa una selezione e si osservano regolari orari. Finisce così il tunnel dell'essere eternamente assistiti e ci si trova ad attivare le proprie risorse: sono importanti i risultati in termini pedagogici, di crescita e riabilitazione".
Parte dei locali del penitenziario (solo maschile) vengono così dati in comodato d'uso alle aziende, i macchinari sono finanziati dall'amministrazione, mentre i materiali e il know how, che spesso si aggiunge a quello messo da parte seguendo corsi di formazione finanziati dalla Ue ed erogati dalla Regione, sono forniti dalle imprese.
Giorgio Manfroni, titolare dell'azienda Metallica di Riccò del Golfo, ci guida insieme alla Vanni nella sua officina speciale all'interno della casa circondariale: nel cortile, una distesa di telai pronti ad essere completati e a diventare sedie coloratissime, nel laboratorio i tre operai indaffarati, per i quali ha acquistato anche una macchinetta del caffè, "della marca migliore" ci tiene a precisare. Si salutano con un cenno d'intesa, scherzano e parlano della produzione.
"Credo molto in questo progetto - spiega - e per me sono dipendenti a tutti gli effetti. Con l'amministrazione penitenziaria abbiamo messo in piedi diversi corsi di formazione in saldo-carpenteria a partire dal 2011. Non ho ancora assunto uno di loro, ma so che una volta usciti da qui troveranno facilmente un impiego".
E la passione dei prescelti si vede: "Spesso mi chiedono di fare gli straordinari - continua - e non sono mancati gli episodi che mi hanno commosso, come quando un ragazzo straniero che aveva lavorato con me è stato espulso: prima di andare via, ha voluto a tutti i costi salutarmi. Per me l'aspetto umano è al primo posto. Quando ho iniziato questa collaborazione, non ho certo pensato agli sgravi fiscali, che fra l'altro sono stati ridotti dal governo Renzi dal 50 al 30%. In totale, ho messo a contratto negli anni oltre 15 persone".
Risultati tangibili, che hanno convinto la Euroguarco ad allargare il progetto: "Ci stiamo preparando, ancora in collaborazione con la dottoressa Bigi, che dirige anche questo istituto, ad estendere l'esperienza al carcere di Massa" ha annunciato l'imprenditore Massimiliano Ghirlanda. Attualmente sono 3 gli assunti da Metallica, 1 da Il Golfo di Antonio Milano, che pur avendo attività altrove, ha scelto di puntare anche qui, mentre Euroguarco ha dato lavoro a 2 detenuti dentro Villa Andreino e altrettanti articolo 21 presso la propria sede.
Una buona notizia in una struttura che, come tante, soffre di problemi di sovraffollamento: "La nostra capienza massima tollerabile è di 215 persone - spiega la Bigi - e attualmente siamo a quota 240. Scontiamo la chiusura del penitenziario di Savona e assorbiamo anche dal Piemonte. Nonostante una recente ristrutturazione, gli spazi sono troppo ridotti e la situazione è pesante".
Si realizza così, in barba alle difficoltà, l'idea della Vanni: "Evitare carceri autoreferenziali, che cercano la visibilità, concentrandosi piuttosto su ciò che serve davvero. Possiamo verificare sul campo quale sia l'attaccamento dei detenuti alle aziende: il pentimento è reale. Non è un caso che tante madri dei detenuti ci vengano a ringraziare".
di Giuseppe Baldessarro
La Repubblica, 1 settembre 2019
Nel 2018 le colluttazioni tra detenuti sono state 195, gli atti di autolesionismo 256 e 23 i tentativi di suicidio (in un caso il detenuto è riuscito a togliersi la vita). Poi ci sono le aggressioni agli agenti della penitenziaria, una ventina lo scorso anno. Numeri che a causa del sovraffollamento rischiano di crescere.
Il Garante per i diritti delle persone private della libertà di Bologna, Antonio Ianniello, parla di "drammatica carenza di figure dell'area educativa" e tuttavia "invita ad abbassare i toni e a tener conto che, negli ultimi anni, le condizioni di vita nel carcere della Dozza sono migliorati".
Dottor Ianniello, i numeri dicono che la situazione è allarmante...
"I problemi di sovraffollamento ci sono anche se il dato non è drammatico come sembra. A fine luglio, c'erano 853 persone detenute (a fronte di una capienza fissata in 500), ma l'incremento numerico si deve anche al recupero di spazi detentivi che prima risultavano inutilizzati o utilizzati solo in parte. Ovviamente il sovraffollamento comporta un abbassamento complessivo della qualità della vita all'interno dell'istituto, anche se siamo lontani dal passato vergogno in cui si erano anche toccate punte di 1.200 presenze".
Il sovraffollamento è però padre di molte tensioni...
"Vero, la popolazione carceraria ha diritto ad una vita dignitosa. Le pene vanno espiate, ma nel farlo ogni detenuto deve essere messo nelle condizioni di guardare al futuro con fiducia, deve poter sperare. La speranza in condizioni difficili come quelle del carcere è legata alla capacità delle istituzioni di dare risposte concrete: Ascolto, lavoro, relazioni familiari. Dignità e risoluzione di piccoli e grandi problemi vanno in parallelo. L'aggressività, ad esempio, è quasi sempre figlia della cattiva gestione di un bisogno essenziale".
Da dove bisogna partire?
"Io penso che in questo momento il problema più grave a Bologna sia l'esiguo personale. Mancano troppi gli educatori, cosa che si traduce nella rarefazione dei contatti fra la persona detenuta e professionista di riferimento. Gli "ospiti" si lamentano spesso di questo. Dati alla mano, l'area educativa appare drammaticamente insufficiente rispetto al fabbisogno, essendo attualmente operative 6 unità (compreso il capo area) a fronte di un organico che ne prevede 12 per 500 detenuti (oggi ce ne sono 850). Questa incongruità è un problema per quanti non trovano il giusto ascolto. Ai fini della "rieducazione", per fare un esempio concreto, si perdono le opportunità di lavoro offerte dal territorio".
Il lavoro è una delle scommesse da vincere per il reinserimento...
"Non solo. Per un detenuto significa sia futuro che presente. Significa futuro perché una volta fuori ha una professionalità a partire dalla quale può rimettersi in gioco. È presente perché si traduce nel poter contribuire al mantenimento di se stesso e della propria famiglia. Siamo nel campo della realizzazione personale. Chi non è impegnato quotidianamente trascorre le ore a far nulla a ciondolare tra la cella e il corridoio, e un detenuto che si sente inutile diventa spesso insofferente e, quindi aggressivo. Comunque rappresenta il fallimento dell'istituzione".
E poi ci sono i bisogni quotidiani...
"Certo, ma guardi che le richieste dei detenuti sono essenziali. Vogliono la possibilità di una doccia in cella, un ventilatore in estate, qualche telefonata in più e magari video con i familiari all'estero. Non è impossibile, e alla Dozza ci si sta muovendo nella giusta direzione nonostante i toni che si usano quando si parla di persone che hanno sbagliato".
Cosa c'entrano i "toni"?
"La situazione delle carceri non è apocalittica come viene descritta. I miglioramenti, sia pure lievi, negli ultimi anni ci sono stati. È chiaro che le criticità esistono e non voglio minimizzarle. Avendo però a cuore la quotidianità detentiva, temo che un utilizzo poco misurato del linguaggio possa anche avere ricadute negative. Frasi come "non deve più uscire", "deve stare in carcere fine all'ultimo dei giorni che deve scontare", "devono marcire in galera" alimentano tensione sulla pelle delle persone detenute e di chi lavora in carcere con loro. Innestano nella società la tentazione di pensare che non vale la pena di occuparsi di chi ha sbagliato. Sarebbe un errore, un grave errore soprattutto culturale".
di Sara Ficocelli
La Repubblica, 1 settembre 2019
Il progetto punta a favorire l'integrazione della popolazione immigrata, con particolare riguardo alle fasce più vulnerabili, e propone attività che favoriscano il confronto. Favorire l'integrazione della popolazione immigrata con un occhio di riguardo alle fasce più vulnerabili e promuovendo attività di confronto fra società civile, istituzioni, autorità locali e cittadinanza: questo il fine degli Sportelli legali per immigrati e rifugiati di Roma e Terracina, sostenuti con i fondi Otto per Mille della Chiesa Valdese.
Il progetto Slir è partito a maggio di quest'anno e in pochi mesi gli sportelli legali di Progetto Diritti hanno già ascoltato e assistito centinaia di persone, molte delle quali disorientate e spaventate dal rischio di perdere la propria condizione di regolarità nel soggiorno in Italia. Il servizio legale - nato grazie all'impegno di alcuni giovani avvocati che credevano nei valori della solidarietà e della giustizia sociale - è stato tra i primi del genere ad essere avviato nella Capitale all'inizio degli anni Novanta. Più che semplici uffici informazioni, gli sportelli rappresentano dei punti di riferimento, luoghi dove i cittadini stranieri possono rivolgersi a operatori e avvocati per confrontarsi e ricevere consulenze e informazioni su diritti e doveri riconosciuti nel nostro Paese, e sui servizi e le iniziative di scambio e dialogo culturale.
L'associazione Progetto Diritti Onlus è un luogo di iniziativa, ricerca e discussione intorno ai temi dei diritti degli individui e delle formazioni sociali, con particolare attenzione ai cittadini stranieri, ai minori, alle donne, ai detenuti e, in generale, a tutti i soggetti particolarmente vulnerabili, colpiti da discriminazioni e emarginazioni di tipo sociale ed economico.
All'inizio del 2008, l'organizzazione ha contribuito alla costituzione del "Comitato Singh Mohinder per la tutela dei migranti vittime del lavoro e di reati violenti e dei loro familiari" e nel 2009 all'"Associazione degli Imprenditori Stranieri in Italia".
Nel 2010, ha promosso la nascita dell'"Assemblea dei Lavoratori Africani di Rosarno" a Roma. Dal 2013 Progetto Diritti, insieme all'associazione Roma-Dakar, gestisce uno sportello legale a Dakar, Senegal, per fornire consulenza e assistenza legale ai cittadini di quest'area dell'Africa subsahariana che desiderano intraprendere progetti di migrazione regolare verso l'Europa.
Nel 2014 l'associazione ha fondato, insieme ad Antigone e con il patrocinio dell'Università Roma Tre, la società polisportiva "Atletico Diritti". Dal 2015 gli operatori e gli avvocati di Progetto Diritti collaborano con la cooperativa sociale Inopera prestando assistenza legale ai richiedenti asilo direttamente negli Sprar. L'organizzazione promuove la cultura della solidarietà e della cooperazione tra l'Italia e i Paesi svantaggiati e in via di sviluppo, con particolare attenzione a quelli di origine dei migranti.
di Massimo Marino
Corriere di Bologna, 1 settembre 2019
Dal 3 al 6 il Teatro del Pratello al carcere minorile. Il Teatro del Pratello torna a recitare tra le mura dell'Istituto penale minorile e festeggia i vent'anni di attività. Paolo Billi, regista e autore, ha iniziato nel 1999 a fare spettacoli tra le mura del carcere minorile, prima nei locali del teatro, poi nella chiesa.
Nel 2013 l'ultima opera, "Il patto col diavolo". Poi per motivi di agibilità e sicurezza le rappresentazioni nell'Istituto sono state sospese, e sono riprese solo l'anno scorso, con un compromesso: spettacoli in estate nel cortile. Intanto il regista ha lavorato con i ragazzi affidati all'area penale esterna al carcere (Compagnia Out) e ora torna a portare in scena quelli reclusi, con gli apporti delle giovani attrici di Botteghe Molière.
Lo spettacolo, "Eredi eretici", andrà in scena dal 3 al 6. Billi, come é tornare nell'Istituto?
"Ho trovato una situazione diversa. Allo spettacolo partecipano 15 su 23 reclusi. Non mi era mai capitato un numero così alto di adesioni e soprattutto che nessuno abbandonasse".
Che "eredità eretica" lasciano questi ragazzi?
"In realtà non hanno eredità, perché per loro il padre non esiste. È una figura in dismissione. È un gruppo variegato, sono tutti nati in Italia anche se spesso di seconda generazione. Hanno origini arabe, africane, balcaniche, italiane. È un bel gruppo, si sono messi in gioco. E così le parole che dicono sono più evidenti... ma...".
Ma?
"Non essendoci padri, cade la possibilità di criticarne l'eredità, di essere eretici. Però il testo, scritto da me, lo capiscono bene, lo dicono bene, e anzi lo hanno integrato con parti scritte da loro, che hanno chiesto di inserire".
Potremo vedere ancora spettacoli dentro il carcere?
"Credo di no. L'attività teatrale diventa estiva e si conclude con lo spettacolo nel cortile. Abbiamo cominciato la preparazione in maggio con alcuni ragazzi che avevano le parti più lunghe. Poi abbiamo lavorato quotidianamente da metà luglio".
Un bilancio di questi vent'anni?
"Alla luce di quest'ultimo spettacolo mi convinco sempre di più che il mio lavoro ha senso se riesco a farli stare in margini molto definiti. In quel caso esplodono: i confini danno libertà, che detto in galera è un po' un problema".
Come recitano?
"Molti hanno ben introiettato il testo. Per esempio, c'è un ragazzo di colore che lo rende con un'intensità che ho visto poche volte. Non gli dico come fare. Lo ha riempito di parole sue, facendo discorsi sulle paure".
Prossime tappe?
"Come sempre in inverno uno spettacolo all'Arena del Sole con la Compagnia Out. Sarà il sequel di questo e si intitolerà Le orme dei figli. Provo a ribaltare il luogo comune che sono i figli a seguire le orme di qualcuno".
Lei ha messo spesso a confronto adolescenti delle scuole e giovani affidati alla giustizia. Cosa succedeva?
"All'inizio gli studenti entravano in carcere, era un bell'impatto. Ora vanno in teatro: è diverso. Con qualche classe facciamo un lavoro più approfondito, con l'alternanza scuola-lavoro: li facciamo entrare in carcere ed è un'esperienza intensa".
Che differenze trova tra i ragazzi reclusi e gli studenti della stessa età?
"Poche. Prima dentro trovavi minori non accompagnati, casi sociali. Ora è cambiato. Sono più "normali". Ne trovi di tutti i tipi e sono simili ai loro coetanei fuori. Forse perché anche il commettere reati si è trasformato".
Può spiegare meglio?
"È, credo, un problema di regole non acquisite o non conosciute. Per esempio il consumo di droghe leggere: per loro non è "spaccio", ma pagarsi la propria roba e darne agli amici. Il bullismo è un comportamento ugualmente diffuso. Insomma, anche gli adolescenti che stanno dentro hanno faccine da bravi ragazzi".
umbriajournal.com, 1 settembre 2019
"Sto seguendo con molta attenzione quanto sta accadendo da qualche giorno nel carcere umbro di Perugia Capanne. Una situazione delicata che ha avuto il suo momento di massima tensione ieri e che, grazie all'abnegazione e alla professionalità della Polizia penitenziaria in servizio nell'istituto, pare essere stato superato già in serata". Lo dichiara con una nota il Guardasigilli Alfonso Bonafede, in relazione agli ultimi accadimenti che hanno riguardato il carcere di Perugia.
"Nelle prossime ore - continua il ministro della Giustizia - partiranno i trasferimenti disposti dal Dipartimento dell' amministrazione penitenziaria per motivi di sicurezza per 19 detenuti individuati come i più facinorosi, che saranno spostati in altri istituti extra-distretto. Ringrazio per questo, oltre la Polizia penitenziaria, il capo del Dap e la vice, intervenuti in prima persona, e tutti quanti, sia al Provveditorato sia in istituto, si sono adoperati senza risparmio in questi ultimi giorni", conclude Bonafede.
di Francesco Battistini
Corriere della Sera, 1 settembre 2019
Le conclusioni della procura generale di Nairobi. Le mosse degli inquirenti italiani. Non sanno chi ce l'ha, ma sanno chi non ce l'ha: dopo dieci mesi di dubbi e di smentite, la Procura generale di Nairobi s'è convinta che Silvia Romano sia stata rapita non da una scalcagnata banda di criminali kenyoti a caccia di soldi facili, ma "per fini di terrorismo". E che quindi sia finita nelle mani di Al Shabaab, i qaedisti somali, ai quali potrebbe essere stata ceduta in un secondo momento.
È un'ipotesi che girava fin dal primo giorno, a suo tempo confermata dai corpi speciali impegnati nelle ricerche lungo il fiume Tana, ma ora è nero su bianco: troppo frequenti, i contatti telefonici della gang con la Somalia; assai "sproporzionati" i mezzi impiegati nel sequestro, gli uomini e le armi e le moto, rispetto alle tecniche usate dalla mala locale; anomala quella fuga nella savana, fra gli spari e verso la porosa frontiera somala. Insomma "s'è trattato d'un sequestro su commissione", l'idea che ci s'è fatti, anche se è sempre inspiegabile e inquietante il silenzio che ne è seguito. L'ultima volta che Silvia fu vista, ferita a un piede, era Natale. L'ultimo contatto utile, risale a gennaio. Poi, il nulla.
Ancora non si sa se è viva, dunque, ma ora si sa chi potrebbe volerla morta. In carcere, sotto processo, ci sono solo tre degli otto che il 20 novembre presero la ventitreenne volontaria milanese a Chakama, un villaggio a un'ottantina di km da Malindi: forti della nuova convinzione acquisita, e sollecitati dai Ros italiani che finalmente hanno potuto vedere il materiale investigativo, i giudici hanno deciso di contestare ai tre imputati l'aggravante del terrorismo e di negare la libertà su cauzione. Abdullah Gaba Wario, Moses Luwali Chembe e Said Adhan Abdi restano dentro, e si cercherà di verificare l'attendibilità di quanto raccontato finora.
Da quando i carabinieri sono tornati in Kenya, con una rogatoria internazionale, qualcosa si tenta di smuovere: in un quarto incontro dei prossimi giorni coi colleghi africani, saranno acquisiti nuovi verbali, altri tabulati telefonici e documenti vari da inserire nel fascicolo del sostituto romano Sergio Colaiocco. Siamo a una svolta? Non c'è da sperare chissà che. Ma stabilire che Silvia sia cascata nelle mani dei fondamentalisti islamici, è già un passo avanti in un'inchiesta che ne ha fatti solo all'indietro. E mette in gioco apparati che stavano fuori: il Kenya ha un diverso modo d'investigare i fatti di terrorismo e quelli di criminalità comune, anche la spinta "politica" è differente. In queste ore, al Consiglio di sicurezza dell'Onu, Nairobi ha lavorato per estendere alla Somalia (e ad Al Shabaab) le sanzioni previste dalla risoluzione 1267 nei territori controllati da Isis e Al Qaeda. La battaglia al Palazzo di vetro però è andata perduta. Perché molte ong e soprattutto sei Paesi - Usa, Germania, Francia, Belgio, Polonia e Kuwait - si sono opposti. Meglio evitare d'affamare Al Shabaab, sostengono: significherebbe condannare anche milioni di somali disperati. E forse complicare il caso Silvia, ancora di più.
- Trani (Bat). Dolci Scappatelle dalle carceri
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