di Valentina Errante
Il Messaggero, 14 luglio 2019
Intervista al presidente emerito della Corte Costituzionale Cesare Mirabelli. Dal processo civile a quello penale, fino ai nuovi criteri per le nomine e alla rivoluzione per l'elezione dei componenti del Csm. Secondo Cesare Mirabelli, la riforma della Giustizia pensata da via Arenula è nel complesso positiva: "Un seme che dovrebbe germogliare", dice.
di Riccardo Noury
Corriere della Sera, 14 luglio 2019
In Egitto le cattive abitudini non muoiono mai, anzi si rafforzano. Durante la presidenza di Hosni Mubarak era prassi comune che la procura ordinasse il nuovo arresto di persone di cui i giudici avevano appena disposto la scarcerazione. L'appiglio legale era una disposizione della legislazione d'emergenza che consentiva la detenzione amministrativa a tempo indeterminato delle persone ritenute una minaccia per la sicurezza.
Quella norma, con tutto lo stato d'emergenza, è stata abrogata dalla Corte costituzionale nel giugno 2013, un mese prima del colpo di stato dell'attuale presidente Abdelfattah al-Sisi. Non importa. Secondo una recente ricerca di Amnesty International, la procura suprema per la sicurezza dello stato ha ripreso quella prassi e vi sta ricorrendo sempre più frequentemente.
In questo sistema di porte girevoli, diverse persone rilasciate dopo aver trascorso periodi di carcere per accuse quanto meno dubbie sono state ri-arrestate sulla base di prove fabbricate, presentate con una coincidenza temporale davvero sospetta.
L'ultimo caso riguarda Ola al-Qaradawi, figlia del leader religioso della Fratellanza musulmana Youssef al-Qaradawi. La donna, arrestata il 30 giugno 2017 insieme al marito con l'accusa di militare in un gruppo terrorista e contribuire al suo finanziamento, avrebbe dovuto essere scarcerata il 3 luglio di quest'anno. Invece, è stata rimandata in cella con le medesime accuse. Difficile immaginare come, durante il regime di isolamento totale cui è stata tenuta per due anni, abbia potuto far parte di un gruppo terroristico e addirittura finanziarlo.
Un altro caso segnalato da Amnesty International è quello di Mahmoud Hussein, un producer di al-Jazeera in carcere dal 23 dicembre 2016 a causa del suo lavoro giornalistico. In un'udienza senza avvocato difensore, era stato rinviato a giudizio con le accuse di "appartenenza a un'organizzazione terroristica", "ricevimento di fondi dall'estero" e "divulgazione di informazioni false". Il 21 maggio di quest'anno un giudice ha disposto il suo rilascio con la condizionale. Dalla prigione, Hussein è stato portato in una stazione di polizia per sbrigare le ultime formalità. Qui, il 28 maggio, gli sono state riaddebitate le stesse imputazioni ed è stato riportato in carcere.
Lo stesso è accaduto a Somia Nassef e Marwa Madbouly, due attiviste arrestate il 31 ottobre 2018 e scomparse per tre settimane, durante le quali hanno denunciato di essere state torturate con le scariche elettriche. Quando sono comparse di fronte a un giudice, sono state accusate di "appartenenza a un'organizzazione terroristica" e "ricevimento di fondi dall'estero" e poste in detenzione preventiva per due mesi in una stazione di polizia, per poi essere trasferite nella prigione femminile di Qanatar. Il 25 maggio un giudice ha disposto la loro scarcerazione e tre giorni dopo sono state incriminate per gli stessi identici reati.
di Giovanni Negri
Il Sole 24 Ore, 14 luglio 2019
Nella riforma della giustizia del Guardasigilli Alfonso Bonafede aumentano i casi di illecito disciplinare che possono colpire giudici e Pm. Nel mirino, il mancato rispetto dei tempi d'indagine e di esame dei fascicoli. Più responsabilità per i capi degli uffici.
di Roberto Saviano
L'Espresso, 14 luglio 2019
Molta propaganda del governo sullo stop alle Ong. Ma nessuno pensa ai disperati che senza colpa sono detenuti nei campi di prigionia libici. Siamo in un vicolo cieco, importante ammetterlo. Un vicolo cieco perché chi crede che bisogna salvare vite in mare, ma al contempo contrattare con l'Europa regole che superino il Trattato di Dublino, chi crede che sia importante esprimere la propria opinione, chi ritiene che la dottrina Minniti abbia ridato il via, dopo la caduta di Gheddafi, alla pratica criminale di fermare i migranti in Libia in veri e propri campi di concentramento, non ha alcuna rappresentanza politica. È all'opposizione, ma l'opposizione la fa da sola, senza che in Parlamento ci sia davvero una forza capace di raccogliere questo disagio. Di raccogliere, anzi, quella che è diventata sofferenza vera e propria. Questa sarà la terza estate che vivremo in Italia accompagnati da una propaganda anti-immigrati perenne, e a chi dice: "Siete voi che la alimentate" rispondo: "Abbiamo scelta? Possiamo ignorare?".
E così tutto il dibattito è saturato da questa polarizzazione, senza che realmente si comprendano i termini della questione. Quanti sanno davvero leggere i procedimenti giudiziari che coinvolgono le Ong? Quanti conoscono la differenza tra sequestro preventivo e sequestro probatorio? Quanti sanno cosa significhi che un procedimento viene archiviato? E spesso non sapere non è questione di ignoranza, ma di superficialità.
Fermo, nel flusso continuo di notizie, due informazioni che mi fanno riflettere. Una ragazza denuncia uno stupro e accusa due immigrati. Dopo mesi confessa di aver inventato la notizia. L'Associated Press riporta i casi di più di 20 migranti detenuti nella prigione libica di Zintan morti di malattia, stenti, fame e violenza. Le persone a lungo detenute e intervistate hanno denunciato il loro isolamento, hanno detto di essere stati completamente abbandonati in contesti di detenzione disumana. Detenuti incolpevoli.
Perché queste due notizie mi hanno colpito? Perché l'immigrato stupratore (mai presunto), minacciato di castrazione chimica, è una costante nella comunicazione di questo governo, quindi che sia o no colpevole, cambia poco. Che in Libia ci siano lager è ormai una informazione di pubblico dominio; credo che - ma potrei sbagliarmi - tutti sappiano che in Libia è in corso una guerra civile e che ci sono prigioni costruite per fermare chi vuole venire in Europa. Dunque, tutte queste ormai possiamo considerarle nozioni condivise e, nonostante ciò, non è chiaro che la soluzione va trovata senza atti di prepotenza. Vige oggi una sorta di ¡No pasarán! al contrario: non passano i disperati e si finge di difendere frontiere dove poi, invece, passa di tutto.
In tutto ciò, si evitano come la peste quegli argomenti che potrebbero seriamente deprimere l'elettorato (certo è strano che non si deprima pensando alle migliaia di disperati torturati a pochi chilometri dalle coste italiane) che si troverebbe a sbattere contro una amara consapevolezza: a parte la ferocia dei toni di oggi, la situazione per gli italiani resta drammatica quanto lo era ieri.
Gli spostamenti che interessano ai nostri politici sono solo quelli verso l'Italia, perché si possono utilizzare contro l'Europa - quale occasione migliore di Ong straniere con imbarcazioni battenti bandiere di stati che non siano il nostro? - eppure l'emorragia di italiani che continuano a lasciare il Paese resta un argomento più che tabù.
Se analizziamo i dati che fornisce l'Aire (Anagrafe degli Italiani all'Estero) il numero dei nostri connazionali che lascia l'Italia dovrebbe preoccuparci seriamente: negli ultimi 10 anni oltre 200mila giovani tra i 20 e i 34 anni se ne sono andati e non hanno lasciato solo le regioni del Sud ma anche la Lombardia, che ha dovuto rinunciare a oltre 24 mila risorse qualificate.
Se nel 2006 gli italiani registrati all'estero erano 3,1 milioni, nel 2018 sono 5,1 milioni. Più di 120mila persone hanno trasferito la loro residenza all'etero l'anno scorso e tra questi c'è una percentuale altissima di laureati, oltre il 30%. Persone che hanno studiato e si sono formate in Italia e che ora sono risorse che il Paese ha perso. Fossi in chi ci governa sarebbe questa una priorità, non inscenare litigi perenni tra alleati di governo o fare guerra ai disperati. Ma forse vale la pena specificare che per affrontare questa situazione non bisogna chiudere le frontiere e impedire in maniera coatta a chi vuole emigrare di farlo. Con questo governo non si sa mai.
Redattore Sociale, 14 luglio 2019
Mobilitazione sotto il Parlamento della Rete Restiamo Umani: "È un provvedimento pericoloso". Appuntamento previsto per il pomeriggio di lunedì 15 Luglio. "È un provvedimento pericoloso, che va fermato". Lunedì 15 luglio, dalle ore 16, la Rete Restiamo Umani torna in Piazza Montecitorio per protestare contro il Decreto Sicurezza Bis, invitando la popolazione a un'assemblea e una mobilitazione contro il provvedimento ritenuto "razzista e antidemocratico".
"Dobbiamo attivarci tutte e tutti insieme per arginare la deriva razzista del governo Lega- 5 Stelle -affermano la Rete Restiamo Umani in una nota -. Dobbiamo costruire un'opposizione larga e trasversale contro un provvedimento autoritario, che attacca pesantemente il dissenso, vorrebbe introdurre pericolose restrizioni degli spazi democratici nel nostro Paese e punta a cancellare i diritti di chi scappa da guerre, povertà e crisi ambientali.
Dobbiamo ribadire che salvare vite in mare è un dovere, non un crimine. Dobbiamo attivarci tutte e tutti insieme per restare umani".
Del decreto, la Rete Restiamo Umani in particolare contesta la criminalizzazione delle organizzazioni che operano salvataggio in alto mare, il divieto di ingresso nelle acque territoriali italiane che si imporrebbe loro e le sanzioni eventualmente irrogabili in caso di mancato rispetto di questo divieto, che vanno dall'imposizione di multe sino alla confisca dell'imbarcazione; il trasferimento di ulteriori competenze in materia di favoreggiamento dell'immigrazione irregolare alle procure distrettuali;ammissione di mezzi di indagine più aggressivi e invasivi (es. intercettazioni e agenti sotto copertura).
"Circostanza che potrebbe portare a ulteriori forme di criminalizzazione della solidarietà verso e tra le persone migranti - sottolinea la Rete - la previsione di accordi bilaterali per favorire la riammissione di soggetti nei Paesi terzi, spesso dove vigono regimi dittatoriali e sanguinosi, come la Libia; l'inasprimento delle pene per chi manifesta ed esprime il proprio dissenso durante una pubblica manifestazione.
Le attiviste e gli attivisti infine si oppongono in toto al Decreto per la deriva securitaria cui lo stesso potrebbe condurre in caso di approvazione, limitando fortemente diritti minimi costituzionalmente tutelati dal nostro Stato. La Rete Restiamo Umani è al fianco di chi disobbedisce a leggi ingiuste e disumane, come gli equipaggi della Sea Watch 3 e di Mediterranea. E per questo è in mobilitazione permanente da settimane, con partecipate assemblee pubbliche per dire no a provvedimenti demagogici e pericolosi. Per la Rete Restiamo Umani questo è il momento di incontrarsi, di scendere in piazza e di non limitarsi più alla sola indignazione virtuale".
di Giuseppe Gargani
Il Dubbio, 14 luglio 2019
L'elezione del Csm per sorteggio è un errore miope che ne mina l'indipendenza. È da tempo in voga un luogo comune secondo il quale il magistrato sarebbe il "garante della legalità", che io considero molto pericoloso e che è la causa principale della deformazione della funzione della giustizia, del suo rapporto anomalo con l'opinione pubblica, e spiego perché.
di Aboubakar Soumahoro
L'Espresso, 14 luglio 2019
La miseria materiale si accompagna sempre più spesso a solitudine e emarginazione. Per combatterla occorre solidarietà tra chi sta in basso. Nel corso degli ultimi anni, a letteratura accademica ha trattato approfonditamente il tema della povertà materiale declinandolo in povertà assoluta o estrema, che fa riferimento alla condizione nella quale versano le persone impossibilitate a soddisfare i bisogni di base, e in povertà relativa, che esprime l'incapacità e le difficoltà economiche nella fruizione di beni e servizi in rapporto al livello economico medio di un paese.
Questi due parametri della povertà materiale si manifestano anche attraverso "carestia, malnutrizione, accesso limitato all'istruzione e ai servizi di base, discriminazione sociale, esclusione e mancanza di partecipazione al processo decisionale. Oggi, più di 780 milioni di persone vivono al di sotto della soglia di povertà internazionale. Più dell'Il per cento della popolazione mondiale vive ín condizioni di estrema povertà e lotta per soddisfare i bisogni di base come la salute, l'istruzione, l'accesso all'acqua potabile e ai servizi igienico-sanitari.
Oltre 160 milioni di bambini rischiano di rimanere in condizioni di estrema povertà entro il 2030" secondo le Nazioni Unite. La povertà materiale, che sia essa relativa o assoluta, interessa anche milioni dí lavoratori e di lavoratrici per la natura precaria del lavoro e dei bassi salari che li confina al contempo in una precarietà socio esistenziale. Secondo i dati recentemente diffusi dall'Istituto Nazionale di Statistica (Istat), in Italia la povertà assoluta interessa circa 5 milioni di persone mentre quella relativa riguarda quasi 9 milioni di individui.
Secondo questo dato, la povertà materiale colpiscel4 milioni di persone in Italia, ovvero circa il 23,4 per cento dell'intera popolazione. Il dramma della povertà materiale insieme alla sua intensità divora, in modo sistematico, ogni giorno milioni di persone ai quattro angoli del mondo. Purtroppo, le società odierne tendono a stigmatizzare le persone impoverite per la loro condizione di povertà subita. Queste persone, definite "parassiti della società", vengono ghettizzate urbanisticamente e relegate nelle periferie che diventano luoghi di solitudini parallele e che non consentono di trasformare il sentimento di disperazione in una condivisa consapevolezza politica. In questo contesto diventa più facile indirizzare la frustrazione verso chi sta peggio. Tutto ciò favorisce di fatto il sorgere dì una povertà delle coscienze.
La povertà materiale dei nostri giorni è accompagnata da una povertà immateriale che continua a erodere valori e principi indispensabili alla nostra comunità. Per uscire dalla povertà immateriale serve un risveglio delle coscienze anche attraverso una indispensabile rivoluzione spirituale e politica. Questo processo, oltre ad analizzare il presente, dovrebbe avere come principale vocazione la messa in discussione dello stesso con la finalità di cambiarlo.
La crisi che viviamo, caratterizzata dalla decadenza di civiltà, va affrontata nelle dimensioni materiali ed immateriali. Oggi abbiamo più che mai bisogno di una rivoluzione spirituale capace di accendere le luci della speranza andando oltre il presentismo ed il suo cannibalismo. Se oggi non riusciamo a definire chi siamo, chi vogliamo essere e in quale tipo di contesto vogliamo vivere non possiamo proiettarci verso una società più giusta ed equa.
Definire un orizzonte migliore vuol dire innanzitutto entrare in relazione con i sentimenti delle persone che vivono in povertà, in precarietà lavorativa e socio-esistenziale, in umiliazioni e in privazioni. Questo processo susciterebbe la costruzione di una solidarietà intesa come condivisione di bisogni comuni tra soggetti simili e diversi. La solidarietà è la spina dorsale dell'umanità in una prospettiva umana e per una società più sociale.
Questa solidarietà umana, che va difesa e tutelata, permetterebbe un'equa ridistribuzione delle ricchezze indispensabile a fronteggiare la povertà. Rinunciare alla solidarietà equivale a soccombere alla disumanità e ad abdicare alla nostra umanità. In questa prospettiva, si dovrebbe stigmatizzare la povertà e non i poveri con l'ambizione di una più ampia e diffusa prosperità per tutti gli esseri umani.
Tuttavia sarebbe abbastanza irrealistico pensare che i sostenitori degli odierni processi di accumulazione, proprio dell'attuale paradigma economico, possano farsi promotori di soluzioni volte a contrastare la povertà. Solamente, una salda unione tra le persone immiserite e impoverite in rivolta, resistendo agli stratagemmi di divisione adoperati dalle classi dominanti per continuare a esercitare la loro egemonia, sarebbe capace di avviare un percorso per sconfiggere ogni forma di povertà, sia essa materiale che immateriale.
di Flavia Fiorentino
Corriere della Sera, 14 luglio 2019
"Ricuciamo il futuro": sarti-modelli in passerella con 25 capi. L'iniziativa di rieducazione sociale voluta dal presidente dell'Accademia dei Sartori Ilario Piscioneri, scomparso un anno fa. A Roma ha funzionato, ora si pensa a un protocollo nazionale.
La sapienza delle mani, la concentrazione della mente, l'attenzione ai dettagli su forme e tessuti che trasmettono bellezza, ha permesso a un gruppo di detenuti del carcere di Rebibbia di riacquistare fiducia in se stessi, combattere la rabbia e costruire giorno per giorno, tra orli, bottoni e asole, un futuro diverso, pieno di speranza. Così a conclusione del corso di taglio e cucito dal titolo "Ricuciamolo insieme", organizzato dall'Accademia nazionale dei Sartori e fortemente voluto dal presidente Ilario Piscioneri, scomparso lo scorso anno, qualche sera fa, nell'area verde dell'istituto penitenziario sulla Tiburtina, sono saliti in passerella gli stessi sarti-detenuti, in veste anche di modelli, per presentare una collezione di 25 capi "Made in Rebibbia" tra giacche, completi, pantaloni e gilet.
"Erano emozionati - racconta il coordinatore del corso Daniele Piscioneri, uno dei tre figli di Ilario - perché si sono esposti davanti a un pubblico esterno, ad altri detenuti e soprattutto ai loro cari. Un modo per mostrare agli altri cosa sono capaci di fare, uno sforzo tangibile per riabilitarsi con la famiglia". I sette detenuti, alcuni con pene tra i 10 e i 15 anni, che hanno appena concluso il secondo anno di corso (sostenuto da Bmw Roma che ha acquistato il materiale didattico), hanno frequentato il laboratorio tutti i giorni dalle 9 e 30 alle 12 e 30 e uno di loro, Manuel Zumpano ha ottenuto il permesso di uscire dall'istituto per partecipare ad alcune lezioni supplementari presso l'atelier Ilario, nel quartiere Prati.
"Ho vissuto sensazioni che non provavo da più di 4 anni e mezzo, una diversa percezione della realtà - racconta Manuel - con questo progetto ho ritrovato sicurezza ed è appagante vedere che le persone apprezzano il mio lavoro. Sogno di avere un riscatto personale e costruirmi una nuova vita. Quest' esperienza mi aiuta a superare i momenti bui. Sto imparando un mestiere che sta scomparendo e spero ci sia la possibilità di farlo scoprire a molti altri giovani".
Un' iniziativa virtuosa, con doppio effetto positivo: "Se da una parte, imparare un mestiere rappresenta per loro una strada verso la libertà e la possibilità di riprendersi in mano la propria vita - conclude Piscioneri - dall'altra, potrebbero crearsi delle professionalità che le sartorie cercano continuamente e fanno fatica a trovare. Mio padre immaginava di allargare questo modello a livello nazionale, la sfida ora è creare un protocollo per coinvolgere altre carceri italiane".
casertanews.it, 14 luglio 2019
Al via il progetto per il reinserimento sociale. Golia: "Protocollo ci dà la possibilità di allargare il campo". Tre detenuti della Casa di reclusione Filippo Saporito di Aversa saranno impiegati nella manutenzione del verde pubblico presso il Parco Pozzi.
Ad annunciarlo è il sindaco di Aversa, Alfonso Golia, che spiega: "Il progetto è frutto di un protocollo d'intesa avviato dalla precedente Amministrazione comunale e firmato nel mese di marzo dal commissario Lastella. L'accordo prevede la possibilità di coinvolgere i detenuti, previa autorizzazione del magistrato di sorveglianza, in attività di pubblica utilità. Iniziamo dal parco Pozzi, ma il protocollo ci dà la possibilità di allargare il campo degli interventi ad altre iniziative di recupero del decoro urbano".
I detenuti, per i quali l'autorizzazione è arrivata nei giorni scorsi, hanno già seguito un corso di formazione di due settimane con un funzionario del comune. "L'Amministrazione comunale deve stimolare e supportare - aggiunge l'assessore alle politiche sociali Ciro Tarantino - tutti quei percorsi di formazione professionale e lavoro all'esterno che possono tramutarsi in concrete occasioni di reinserimento sociale dei detenuti, in attuazione dell'articolo 27 della Costituzione". Il progetto prenderà il via il prossimo 15 luglio.
di Max Firreri
Giornale di Sicilia, 14 luglio 2019
Chi sono Ihattur, Fabio, Carmelo, Marco, Antonio, Massimo, Francesco, Gazmet, Mario, Salvatore, Bruno? Volti di uomini detenuti che nel carcere dell'Ucciardone a Palermo stanno scontando il loro conto con la giustizia. Quest'anno dalle loro mani è nato il carro di Santa Rosalia, che sfilerà domani per il centro di Palermo. Il direttore Lollo Franco ha voluto affidare ai detenuti la realizzazione del carro della Santuzza, "il sacro carro della condivisione e del riscatto".
Dalle mani dei detenuti è nato tutto, mettendo insieme ferro, legno e colori. La "Fondazione Buttitta" ha documentato il lavoro fatto dentro il carcere e che, in anteprima il Giornale di Sicilia vi propone. "Ognuno dei detenuti, con storie e appartenenze molto diverse, sono uniti da quel "tempo", dedicato al lavoro per la realizzazione del carro, che per loro ha rappresentato l'unico modo possibile per dire "possiamo essere ancora utili, siamo parte di questa società per cui stiamo lavorando""ha detto Monica Modica Buttitta, che ha coordinato il lavoro di documentazione.
"Uno degli aspetti maggiormente rilevanti nel lavoro che abbiamo svolto ha riguardato, indubbiamente, il confronto con i detenuti al fine di restituire in maniera adeguata il loro punto di vista in relazione a un tema particolarmente importante quale il loro rapporto con la dimensione festiva in una ottica di riscatto. In tal senso seppur immersi nel tempo sospeso della detenzione hanno avuto la possibilità di rivivere un contesto festivo che come è noto offre una serie di rassicurazioni simboliche non altrimenti esperibili"ha detto Antonino Frenda, collaboratore al progetto della "Fondazione Buttitta".
"Abituati come siamo a una visione spettacolarizzata delle feste religiose tradizionali, quest'anno il carro di Rosalia realizzato e portato dai detenuti infrange a suo modo una visione accomodante e turistica del festino riportando prepotentemente alla luce uno dei valori simbolico-rituali oggi meno appariscenti anzi sommersi della sacralità tradizionale, ovvero la necessità di rapportarsi al trascendente per essere e continuare a essere nella storia".+
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