Cremona Oggi, 10 luglio 2019
Avvocati penalisti in sciopero nella giornata di oggi per protesta contro la condizione carceraria del Paese. L'astensione è stata decisa dalla Giunta dell'Unione delle Camere Penali (Ucpi) con delibera del 20 giugno scorso. Ecco il testo inviato dalla Camera Penale della Lombardia Orientale, di cui fa parte la Camera Penale di Cremona e Crema "Sandro Bocchi":
L'esecuzione penale in Italia ha imboccato una strada buia e senza uscita, costellata da sistematiche violazioni dei diritti umani. L'attuale Governo dimostra uno stato confusionale e distruttivo sui temi della detenzione che desta allarme e preoccupazione, perché in totale contrasto con i principi costituzionali e con le più elementari regole di un Paese civile. In nome di una idea sgrammaticata di "certezza della pena", si insegue un consenso popolare costruito sulla sollecitazione delle emotività più rozze e violente della pubblica opinione: il detenuto "marcisca in carcere". Una vocazione "carcero-centrica" in spregio della Costituzione, che non certo a caso fa riferimento alle "pene" (art. 27) e non alla "pena": dunque non solo carcere, ma anche altre sanzioni e misure che possano responsabilizzare il condannato in un percorso punitivo-rieducativo che consenta il suo recupero.
La Riforma dell'Ordinamento Penitenziario, chiesta dalla Corte Europea dei Diritti dell'Uomo con la sentenza "pilota-Torreggiani" dell'8 gennaio 2013 e declinata con specificità dei temi da affrontare e rivalutare con la Legge Delega N.103/2017, dopo l'irresponsabile battuta d'arresto impressa dal precedente Governo, è stata definitivamente affossata dall'attuale maggioranza. I Decreti Legislativi emanati hanno reso operativa solo una minima parte del lavoro delle Commissioni Ministeriali chiamate ad indicare percorsi di modernizzazione del sistema detentivo. E quel poco che è rimasto non potrà trovare concreta applicazione perché non si è intervenuti per eliminare l'ingravescente sovraffollamento. Non si è voluto mettere mano all'anacronistico sistema delle ostatività, al contrario implementandolo, così comprimendo la discrezionalità dei Magistrati di Sorveglianza nella concessione di misure alternative. Ed ancora, non si è voluta realizzare la riforma sull'"affettività", che avrebbe consentito una detenzione più serena e rispettosa di elementari diritti del detenuto e dei suoi familiari.
Alla decisione politica di sminuire, attraverso l'emanazione dei decreti delegati, la portata della Legge delega di riforma dell'ordinamento penitenziario varata nella precedente legislatura è corrisposta l'introduzione di nuove ostatività (c.d. Spazza-corrotti) e l'inasprimento irrazionale delle pene (decreto sicurezza e decreto sicurezza bis, voto di scambio).
Un sistema tutto incentrato sul reato e non sulla persona, come se dentro le carceri non vi fosse un essere umano, ma solo un'astratta fattispecie di reato. I dati statistici del Ministero della Giustizia ci rendono un quadro impietoso. La quasi totalità degli istituti penitenziari presenta un sovraffollamento oltre il livello di guardia. La media nazionale, in continuo aumento, sfiora il 130%. Un solo medico di base ogni 315 detenuti invece di un medico ogni 150. Piante organiche del tutto insufficienti con solo 930 assistenti sociali e 999 educatori per circa 60.000 detenuti. Sono cifre allarmanti che denunciano la materiale impossibilità di assicurare quel trattamento individualizzato che deve consentire il reinserimento sociale del condannato.
Quanto viene annunciato sia dal Ministro della Giustizia che dal Capo del Dipartimento dell'Amministrazione Penitenziaria nelle loro linee programmatiche e nei loro interventi pubblici -più carcere, meno misure alternative -è dunque contrario al percorso di riforma che si era intrapreso e che ci veniva chiesta dall'Europa. La proposta sbandierata della costruzione di nuove carceri, come risposta al sovraffollamento, non solo è ideologicamente errata, ma certamente non è attuabile in tempi brevi, necessita di risorse enormi che notoriamente non ci sono e soprattutto non risulta nemmeno genericamente abbozzata dal Governo.
L'Unione Camere Penali Italiane, con l'Osservatorio Carcere, ha più volte denunciato -inascoltata-la disastrosa ed esplosiva condizione carceraria del Paese. Nel 2018 sono morti 148 detenuti, tra questi ben 67 suicidi. Nel 2019, ad oggi, 60 morti, tra questi 20 suicidi. La media è quella di un decesso ogni 3 giorni.
L'assistenza sanitaria è negata quasi dovunque e per i ricoveri urgenti in ospedale spesso non vi è possibilità di effettuare le traduzioni. La forzata convivenza di più persone in piccoli ambienti umidi, malsani, in pessime condizioni igieniche, alimenta virus e malattie, che con l'attuale caldo estivo trovano ulteriore possibilità di propagarsi mentre il Dap si preoccupa di diramare una circolare sull'uso della televisione (7 ore per notte), che tuteli la quiete negli istituti penitenziari per incentivare "salubri ritmi sonno-veglia".
Se la pena deve consistere quasi esclusivamente nella perdita o nella drastica riduzione della libertà, essa non può certo pregiudicare la dignità, il diritto alla salute ed il diritto alla vita del detenuto, quale che sia la gravità del delitto commesso, come ribadito di recente dalla sentenza "Viola c. Italia" della Cedu sull'abnormità dell'ergastolo ostativo.
La situazione attuale e la scomparsa di qualsiasi speranza in un pur minimo cambiamento è sfociata in rivolte all'interno di numerosi istituti di pena. Trento, Rieti, Sanremo, Spoleto, Campobasso, Agrigento, Trapani, Barcellona, Poggioreale rappresentano gli ultimi rintocchi della campanella di allarme: un suono inascoltato che scuote, da Nord a Sud, l'intero Paese.
I detenuti, pur assuefatti a condizioni di vita disumane, ma esasperati per la mancanza di acqua o per il mancato soccorso ad un malato grave, hanno violentemente protestato, spesso devastando interi padiglioni e/o appiccando incendi. Azioni che vanno certamente non condivise, ma che dovrebbero far accendere i riflettori su un sistema marcio, che deve immediatamente trovare la strada di una trasformazione costituzionalmente orientata e che non può essere risolto con l'immediato trasferimento dei rivoltosi in strutture punitive. Occorre al più presto metter mano ad una serie di iniziative in grado di umanizzare la pena e di riportare l'esecuzione penale nella legalità costituzionale come ci viene richiesto anche dalle giurisdizioni sovranazionali.
lapressa.it
Astensione dalle udienze con presidio davanti al tribunale. Visione carcerocentrica limita l'accesso a pene alternative e percorsi di rieducazione. L'appello degli avvocati penalisti a Modena riuniti nella Camera Penale Carlo Alberto Perroux e lanciato nel maggio del 2018 per chiedere la riforma dell'ordinamento penitenziario, è rimasto di fatto lettera morta nelle stanze del parlamento ed è così che per oggi le camere penali italiane hanno indetto una giornata di astensione dalle udienze per denunciare la mancata riforma, ma non solo: gli avvocati denunciano che alcune varate dal parlamento a maggioranza Lega-M5S limitano ulteriormente il già difficile accesso alle misure alternative alla detenzione, riflettendosi in negativo sia sulle garanzie ed i diritti dei detenuti sia sul sovraffollamento delle carceri, con conseguenze anche drammatiche confermate dagli atti di suicidio o autolesionismo. È l'avvocato Sara Pavone ad illustrare, nel presidio organizzato questa mattina davanti al tribunale di Modena, i numeri dell'emergenza.
"A livello locale il problema del sovraffollamento può definirsi cronico: alla data del 30.6.2019 presso la Casa Circondariale di Modena - afferma Pavone - vi erano 492 detenuti su 369 posti regolamentari, un sovraffollamento pari al 33,3%. Inoltre nell'anno 2018 sono stati registrati n. 208 casi di autolesionismo e n. 18 tentativi di suicidio. La situazione presso la Casa di reclusione di Castelfranco Emilia è altrettanto allarmante considerato che su una media annua di 100 reclusi, con una percentuale di affollamento pari al 44,3%, 34 sono stati i gesti di autolesionismo e 8 i tentativi di suicidio".
"La soluzione a questi problemi - afferma a nome della Camera Penale di Modena, Sara Pavone - non può essere individuata nella costruzione di altri istituti penitenziari, come pare essere la volontà del governo, e non può essere quella di comprimere la discrezionalità dei magistrati di sorveglianza incrementando i reati ostativi alle misure alternative alla detenzione.
La soluzione dev'essere quella di adottare scelte legislative lungimiranti e rispettose del perimetro tracciato dalla Costituzione oltre che dalla Convenzione Europea dei Diritti dell'Uomo. Per risolvere questi problemi la volontà del governo di costruire nuove carceri per i penalisti non è la strada giusta".
"L'art. 27 della Costituzione prevede che le pene non possano consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e debbano tendere alla rieducazione. La reclusione consiste nella privazione della libertà ma tale privazione - concludono gli avvocati della Camera Penale di Modena - non può trasformarsi in una compressione dei diritti inviolabili dell'uomo quali, solo per citarne alcuni, quello alla dignità, alla salute, al mantenimento dei rapporti familiari e, naturalmente, ad ottenere un trattamento rieducativo personalizzato".
di Marco Benvenuti
La Stampa, 10 luglio 2019
"Da troppo tempo si registra nel nostro paese una bieca visione "carcerocentrica" (icasticamente rappresentata dall'augurio di "marcire in galera") del tutto avulsa dai principi costituzionali, per i quali il carcere non è l'unica sanzione penale prevista dall'ordinamento e la pena deve comunque avere funzione rieducativi".
Questo il messaggio che la Camera Penale di Novara ha diffuso aderendo in modo convinto all'astensione dalle udienze deliberata per la giornata di oggi dall'Unione camere penali italiane. Anche in tribunale a Novara è saltata la quasi totalità dei processi in calendario.
La protesta ha per oggetto la tematica dell'esecuzione penale e del carcere, "argomenti - dicono dal direttivo novaresi dei penalisti - del tutto tralasciati dall'attuale governo ad onta del drammatico sovraffollamento degli istituti penitenziari, dei continui richiami sovranazionali per l'adeguamento del regime carcerario ai dettami delle convenzioni internazionali, di condizioni (anche igieniche) spesso precarie degli istituti e di un tasso di suicidi in carcere a dir poco inquietante: 67 suicidi nel 2018".
Di fronte ad una situazione confusa riguardo alle riforme, e a statistiche per le quali coloro che scontano la pena in modo alternativo rispetto alla detenzione carceraria (ad esempio in affidamento in prova ai servizi sociali) difficilmente tornano a delinquere, secondo gli avvocati novaresi "la risposta è meno, e non più, carcere". Infatti, "il tasso di recidiva è molto alto per coloro che hanno scontato la pena interamente in carcere".
di Erica Ferro
Corriere del Trentino, 10 luglio 2019
Intervista al presidente dell'Ordine degli avvocati, De Bertolini. La percentuale di coloro che, una volta espiata la pena, torna a delinquere nella società si aggira intorno al 70%. Se, tuttavia, "si dà sostanza al principio della rieducazione della pena la percentuale di recidiva si abbassa - evidenzia il presidente dell'ordine degli avvocati di Trento Andrea de Bertolini - le statistiche lo dimostrano in maniera oggettiva".
Su questo tema, in ogni caso, è indispensabile un surplus di confronto, altrimenti - rimarca de Bertolini - il carcere "rimarrà un luogo criminogenico che in termini concreti non consentirà di attuare il dettato costituzionale".
Avvocato, per abbassare la recidiva è importante attuare misure come l'accesso al lavoro?
"La considerazione di partenza è che, piaccia o meno, la pena non può che essere intesa come un'occasione di risocializzazione. È indiscutibile che le opportunità di lavoro siano uno fra i più importanti strumenti per risocializzare le persone che possano avere sbagliato e che per questo siano state condannate e scontino una pena. È altrettanto vero che sotto questo profilo le carenze non mancano".
Sono dovute alle difficoltà che l'intero mondo del lavoro sta attraversando?
"Anche, ma non si esauriscono solo in questo. Ci sono carenze obiettive che non rendono possibile ai detenuti accedere a dei percorsi professionali o di inserimento professionale".
Cosa si dovrebbe fare?
"È indispensabile che tutti gli operatori che hanno a che fare con il sistema penitenziario si confrontino su questo tema: trincerarsi dietro alla mancanza di disponibilità è insufficiente perché questo significa che il percorso di risocializzazione per molti detenuti non si compirà e quindi vuol dire che il carcere rimarrà un luogo criminogenico, che in termini concreti non consente di attuare il dettato costituzionale".
Tutto ciò in che modo si sostanzia?
"Nell'alimentare nel medio-lungo periodo circuiti di insalubrità sociale, perché se dal carcere escono persone che non si sono risocializzate la probabilità di una recidiva è certamente più ampia. Se si dà autenticamente sostanza al principio della rieducazione della pena certamente la recidiva si abbassa, le statistiche lo dimostrano in maniera oggettiva".
Tutto ciò vale anche per la casa circondariale di Spini di Gardolo?
"Sì. Quello di Spini è un carcere che sotto il profilo spaziale possiede disponibilità importanti di luoghi che secondo me potrebbero essere utilizzati in maniera più concreta per dare forma a una pianificazione rispetto all'inserimento professionale dei detenuti e alle occasioni di lavoro. Certo non è semplice da attuare, ma la potenzialità spaziale di quel luogo è frustrata nella logica in cui non c'è una grande attività che lo riempia".
Per quale ragione le attività lavorative sono così importanti nel processo di risocializzazione?
"Perché il lavoro è una delle attività che consentono all'essere umano di realizzare le proprie ambizioni e aspettative, di avere e dare al proprio tempo un contenuto che sia poi remunerato e dimostri che attraverso quella remunerazione uno possa godere e vivere di fonti di reddito lecite. É un veicolo di soddisfazione e di alleggerimento delle proprie frustrazioni.
Certo, lavorare è faticoso, complicato, alienante a volte, ma ciò non toglie il significato autentico per cui il lavoro è una delle attività umane che consente di realizzarsi e permette a chi ha sbagliato di potersi inserire in un contesto sociale in cui tutti si riconoscono per ciò che fanno e non per ciò che hanno fatto in passato o sono stati. È un elemento che in qualche modo evolve la persona, la rende socialmente integrata, la fa sentir parte di un sistema umano e la fa in qualche maniera evitare con probabilità enormemente maggiore di deviare e quindi ricommettere condotte illecite".
di Stefano Bartezzaghi
La Repubblica, 10 luglio 2019
Ma non dovevano essere "solo" parole? Cécile Kyenge mandata con coretti ultras "fuori dalle palle"; Elsa Fornero immaginata davanti alla "corte marziale" e quindi esiliata. Laura Boldrini rappresentata su un palco da una bambola gonfiabile (per usi non infantili). Ilaria Cucchi invitata a vergognarsi, in particolare di un post su Facebook che "fa schifo". Da ultimo, Carola Rackete, proclamata "criminale", "pirata" e anche antipatica, in quanto "sbruffoncella".
Fossero anche "solo" parole, e innocue, servirebbero pur sempre a manifestare un pensiero e un modo di stare al mondo. Ma da un sia minimo florilegio di quelle che ha variamente indirizzato verso i suoi obiettivi polemici femminili persino í suoi alleati hanno finito per ritenere il vicepremier e ministro dell'Interno un tantino sessista e maschilista, nonché tendenzialmente volgare. Segno che non erano proprio "soltanto" parole.
L'interessato non può meravigliarsene, eppure lo ha fatto, e anzi si è infuriato. Gli è allora venuto incontro il suo collega vicepremier, con la fantastica dichiarazione: "Quanto casino, per un'intervista". Salvini se l'è infatti presa per l'intervista data a Repubblica da Spadafora. Ma sono parole anche quelle di Di Maio, quelle con cui ha reagito Salvini, quelle con cui è stata annunciata la sospensione dell'incontro con la stampa in cui altre parole avrebbero dovuto presentare l'iniziativa sui centri antiviolenza.
Tutte parole, sempre e "soltanto" parole. Alla fine le parole non sono poi così importanti come si sente dire, spesso e quasi sempre in modo un po' troppo querulo. Detto questo, però, si aggiunga che non sono quasi mai "soltanto" parole, le parole, e ancora più raramente sono innocue. Inutile pensare di ridurle all'occasionalità di un'"intervista", quando si è riscontrato oramai da anni che nessuno può pensare più di emergere nella scena politica senza il primario conforto di un'attitudine a cesellare, scagliare, ritrarre, martellare, mitragliare, schivare parole.
È sempre stato così, ma ora può anche essere l'unico requisito, necessario e sufficiente. Siamo governati da persone che non fanno che parlare, ma sarebbe uno sciocco autoinganno aggiungere che sanno "soltanto" parlare. Le parole possono costruire mondi, in un "fiat" si sarebbe detto una volta. Ciò che è detto risulta - automaticamente e perciò stesso - dicibile.
È molto semplice: "orango", "bambola gonfiabile", "bagascia" (Beppe Grillo su Rita Levi Montalcini: per non dimenticare). Ogni espettorazione verbale fa essere qualcosa nel mondo e non si torna indietro. Ciò che è rifiutato ("mi fa schifo!") è azzerato dall'orizzonte del reale. Ciò che è posto ("criminale!") non ha bisogno di ulteriori verifiche, ci sarà pure un giudice che prima o poi capirà a chi è meglio dar ragione.
Parole che costruiscono mentalità, senso comune, persino mode: è un dato dell'epoca la voluttà con cui le ingiurie sessistoidi e razzistoidi dei leader vengono perfezionate, acuite, amplificate, moltiplicate nel numero e nella gravità dai seguaci.
Più ancora dei "soldi, soldi" del bravo Mahmood, le vecchie "parole, parole, parole" di Alberto Lupo e Mina: ma parole con cui l'autoproclamato ministro del Buon Senso ne sta costruendo uno tutto suo, di buon senso, annettendo all'Italia tradizioni esotiche (come quella western della casa che si difende a mano armata) e dando di schifo a chiunque si permetta di contraddirlo, specie se donna. Il buon senso precedentemente in vigore andava in direzione esattamente opposta. Per rovesciarlo non è stato fatto nulla. Sono bastate le parole, "soltanto" quelle.
di Marco Perduca
Il Manifesto, 10 luglio 2019
Circa 271 milioni di persone, pari al 5,5% della popolazione globale tra i 15 e i 64 anni, ha fatto uso di droghe nell'anno precedente. Il dato è simile alle stime del 2016; se però lo si confronta con quello del 2009 si nota un aumento del 30%. Il 26 giugno scorso l'Unodc ha presentato il suo Rapporto Mondiale sulla Droga con dati relativi al 2017.
A fronte del permanere di proibizioni, divieti e pene severe, il documento riporta un aumento dell'uso problematico di stupefacenti in tutto il mondo. L'aumento sarebbe principalmente frutto di una migliore raccolta dati; infatti è bastato che India e Nigeria comunicassero i propri dati per far impennare i numeri.
Se si pensa che oltre la metà degli Stati membri non raccoglie, o non condivide dati attendibili, il fenomeno potrebbero avere dimensioni ancora più eclatanti. Circa 271 milioni di persone, pari al 5,5% della popolazione globale tra i 15 e i 64 anni, ha fatto uso di droghe nell'anno precedente. Il dato è simile alle stime del 2016; se però lo si confronta con quello del 2009 si nota un aumento del 30%. Sempre rispetto a 10 anni fa, quando comunque la fascia di popolazione mondiale tra 15 e 64 anni era meno numerosa, i dati mostrano un crescente uso di oppioidi in Africa, Asia, Europa e Nord America mentre la cannabis prevale dappertutto.
I consumatori di oppioidi (non necessariamente illegali) sono circa 53 milioni, in aumento del 56% rispetto alle stime precedenti e sono responsabili per i due terzi delle 585.000 morti a causa del consumo di stupefacenti. Globalmente, 11 milioni di persone hanno iniettato droghe: tra queste 1,4 milioni vivono con l'Hiv mentre 5,6 milioni con l'epatite C. Anche le overdosi da oppioidi in Nord America hanno raggiunto nuove vette: oltre 47.000 morti solo negli Stati Uniti - più 13% rispetto al 2016 - mentre 4.000 sono i decessi in Canada, più 33%. Se il fentanil e sostanze affini rimangono il problema in Nord America, in Africa si presenta il problema del tramadolo (un antidolorifico con ricetta semplice). In nove anni i sequestri di tramadolo sono passati da 10 chili nel 2010 al record di 125 tonnellate nel 2017!
Lo "stupefacente" illecito più diffuso resta la cannabis con circa 188 milioni di consumatori e proviene principalmente da Maghreb e Mashrek con un aumento sensibile anche nei Balcani meridionali. L'Afghanistan resta il primo produttore al mondo di oppio con 263.000 ettari che l'anno scorso hanno prodotto 6.400 tonnellate malgrado la grave siccità. La produzione mondiale di cocaina, sita nella regione andino-amazzonica, ha raggiunto un massimo storico di 1.976 tonnellate, più 25% rispetto al 2016. Il Rapporto evidenzia infine che per la prima volta si registra un calo del numero delle nuove sostanze psicoattive identificate e segnalate.
Pessime notizie circa prevenzione e cure per chi ha problemi di consumo da sostanze illecite: solo una persona su sette riceve cure adeguate. Le percentuali del disservizio si aggravano in carcere dove si registra la prevalenza di Hiv, epatite C e Tbc. In diversi paesi, ma non si fanno nomi, si registra un significativo numero di persone che iniettano droghe in carcere. Se 56 paesi riferiscono aver fornito terapia sostitutiva con oppioidi in almeno un carcere, 46 paesi negano d'averne. I programmi di scambio siringhe sono risultati disponibili in 11 stati ma assenti in 83.
"Questi dati complicano ulteriormente il quadro globale delle sfide legate alla droga, sottolineando la necessità di una più ampia cooperazione internazionale per far avanzare risposte equilibrate e integrate di salute e giustizia penale alla domanda e all'offerta", ha dichiarato Yury Fedotov, Direttore a fine mandato dell'Unodc. Una dichiarazione fotocopia di quelle degli anni precedenti che sortirà gli stessi risultati. Compilare numeri è un conto, un altro è valutare dopo oltre 50 anni dall'entrata in vigore della prima Convenzione Onu sugli stupefacenti l'impatto di leggi e politiche proibizioniste.
lametino.it, 10 luglio 2019
È stato sottoscritto un protocollo di intesa tra la Casa Circondariale "Ugo Caridi" di Catanzaro, diretta da Angela Paravati, e la sezione locale dell'associazione di promozione sociale Consolidal, presieduta Teresa Gualtieri.
"Dopo una collaborazione in atto già da alcuni anni - si legge in un comunicato - il protocollo mira a realizzare attività a sostegno della persona detenuta e della genitorialità in carcere, alla luce del principio di umanizzazione della pena, nonché a sensibilizzare il territorio su questi temi". Erano presenti alla firma del protocollo anche Antonio Nania, vice presidente nazionale della Consolidal e Luigi Bulotta, segretario nazionale.
Diversi gli ambiti di intervento: dalla promozione di progetti in favore dei detenuti all'attivazione di percorsi di educazione alla legalità attraverso lo sport, lo spettacolo, la cultura per favorire il diritto/dovere all'istruzione e conseguentemente il reinserimento sociale e prelavorativo dei detenuti.
"La direttrice Angela Paravati - si legge - ha ringraziato espressamente la Consolidal, che recentemente, ha anche messo a disposizione un notaio, socio della stessa associazione che, senza alcun compenso, provvede ad alcuni adempimenti richiesti dai detenuti che necessitano del ministero notarile".
"Ci saranno interventi progettuali diretti a particolari categorie di soggetti (detenuti immigrati, detenuti con prole), iniziative di aiuto e sostegno morale, di sensibilizzazione e di educazione alla legalità e alla solidarietà, attività di utilità alla persona attraverso incontri e iniziative volte a sensibilizzare l'opinione pubblica attraverso i mezzi di comunicazione. Saranno programmati incontri specifici tra i rappresentanti della Consolidal e della Casa Circondariale per concordare attività, iniziative e progetti da intraprendere, definendone i contenuti e gli aspetti operativi".
Soddisfazione per la firma del protocollo è stata espressa da Teresa Gualtieri, che ha rivolto un particolare ringraziamento alla direttrice Angela Paravati "per la grande disponibilità e sensibilità che ha sempre dimostrato favorendo la realizzazione di varie iniziative, segno tangibile degli effetti positivi della collaborazione sinergica tra pubblico e privato".
Tra le iniziative già in atto il concorso "Natale, fraternità senza barriere" giunto ormai alla quarta edizione, con la premiazione di artistici presepi realizzati dai detenuti e la realizzazione di una saletta, appositamente arredata, per consentire ai detenuti genitori di poter accogliere i loro figli in un ambiente che riproduce quello familiare.
di Giovanni Vito Distefano
linkoristano.it, 10 luglio 2019
Tra loro uno dei pochi 100 dell'anno scolastico. Collaborazione con l'Istituto Mossa. Dieci detenuti del carcere di alta sicurezza di Oristano - Massama si sono diplomati con successo in "Amministrazione Finanza Marketing", corso organizzato nella casa di reclusione dall'Istituto tecnico "Mossa". Tra i neodiplomati anche uno dei pochi "cento" dell'intero istituto tecnico. L'attività nella Casa circondariale è cominciata per l'Istituto Tecnico Lorenzo Mossa cinque anni fa, e dall'anno scolastico 2017/2018 hanno conseguito il diploma di studi superiore due classi quinte della Ragioneria.
"Ancora una volta", commenta la dirigente scolastica Marillina Meloni, "grazie alla collaborazione della Dirigenza e dei docenti impegnati in questa importante mission educativa è stato raggiunto questo importante risultato". "Tutto questo è possibile", aggiunge la dirigente Meloni, "grazie alla collaborazione tra scuola, la direzione, il corpo di polizia penitenziaria e l'area educativa della casa di reclusione. La soddisfazione è grande, ma nessuno ha intenzione di crogiolarsi negli allori. Settembre incalza e con le sue nuove cinque classi il corso per adulti del carcere di Massama dell'Istituto Tecnico Mossa già non vede l'ora di ricominciare".
di Davide Falcioni
fanpage.it, 10 luglio 2019
"Si chiarisca. Vogliamo vedere cartelle cliniche". "Vogliamo che su questa morte venga fatta la massima chiarezza e per questo chiederemo di vedere le cartelle cliniche per capire se sono state ignorate delle patologie o se non sono state curate in maniera adeguata". Nel frattempo la polizia smentisce che il 32enne sia stato in passato vittima di una violenza sessuale all'interno del Cpr.
Si chiama Faisal Hossai, e non Sahid Mnazi come emerso in un primo momento, il trentaduenne bengalese trovato morto ieri mattina in una stanza del Centro di Permanenza e Rimpatrio di Torino. Secondo il medico legale che ha effettuato l'ispezione sul cadavere non sarebbero evidenti segni di violenza e il decesso sarebbe avvenuto per cause naturali: il pm Valerio Longi, titolare dell'inchiesta sul caso, ha comunque disposto un'autopsia per chiarire definitivamente se siano stati commessi abusi ed eventualmente di quale natura. Nella giornata di ieri era infatti emersa l'ipotesi che il ragazzo fosse stato violentato alla fine di giugno da altri due ospiti della struttura, anche se la polizia si era affrettata a smentire sostenendo che non era mai stata sporta nessuna denuncia al riguardo e lasciando intendere che a subire lo stupro fosse stata un'altra persona.
Faisal Hossai era detenuto nel Cpr di Torino da cinque mesi, da quando cioè era stato colpito da un decreto di espulsione dal territorio italiano a causa di alcuni precedenti penali. Da alcune settimane era stato posto in "isolamento", a quanto pare non per ragioni sanitarie bensì comportamentali. La sua morte ieri mattina ha incendiato gli animi all'interno della struttura, teatro poi per tutta la giornata di rivolte e proteste da parte degli altri detenuti, stremati per le condizioni di detenzione e - sostengono - per le sistematiche violenze che sarebbero costretti a subire da parte della polizia. Del trentaduenne a lungo si era detto che fosse stato violentato e poi "abbandonato" nel Cpr senza adeguate cure mediche, circostanza smentita dalla polizia. In serata anche molti attivisti torinesi hanno manifestato all'esterno del Centro di Permanenza e Rimpatrio di corso Brunelleschi.
Sulle cause del decesso del 32enne, che almeno all'apparenza non aveva problemi di salute, sarà l'autopsia a fare chiarezza. Sulla vicenda nel frattempo sono intervenuti Monica Gallo e Bruno Mellano, rispettivamente garanti dei detenuti di Torino e del Piemonte: "Vogliamo che su questa morte venga fatta la massima chiarezza e per questo chiederemo di vedere le cartelle cliniche per capire se sono state ignorate delle patologie o se non sono state curate in maniera adeguata".
Nelle prossime ore potrebbe effettuare un'ispezione della struttura un parlamentare, mentre ieri pomeriggio ha tentato di farlo il consigliere regionale Marco Grimaldi (Liberi uguali e verdi): "Solo i parlamentari possono entrare non annunciati in questi luoghi, che si cerca in ogni modo di rendere invisibili e incontrollabili, ragione per cui dovrò attendere affinché mi lascino visitare il centro ha chiarito il politico. Ancora non sappiamo come il giovane sia morto, ma sappiamo da tempo che in queste terre di nessuno sottratte al controllo, alla trasparenza e alla tutela dei più elementari diritti umani, far sentire la voce di chi è detenuto è praticamente impossibile".
di Federica Rinaudo
Il Messaggero, 10 luglio 2019
Si accendono le luci sulla passerella. La sfilata sta per avere inizio. Nessuna location mozzafiato o scenografie tipiche da fashion show ma tanta semplicità e la voglia di realizzare un sogno. Prende vita così, nell'area verde dell'Istituto penitenziario di Rebibbia, la seconda edizione di "Made in Rebibbia. Ricuciamolo insieme", l'evento ideato dall'Accademia Nazionale dei Sartori, in collaborazione con la stessa casa circondariale e sostenuto dalla Bmw Roma, che ha finanziato l'acquisto di materiale didattico ed attrezzature, e da Drapers, fornitore dei tessuti, che coinvolge in un percorso formativo i detenuti che vogliono imparare un mestiere, quello del sarto, all'insegna dell'artigianalità.
Un percorso formativo di tre anni al termine del quale i partecipanti sono pronti per il lavoro e il reinserimento sociale. Dedicata alla memoria di Ilario Piscioneri, lo stilista che per primo ha creduto nelle potenzialità del progetto, la serata è stata un turbinio di emozioni. Non solo quelle dei detenuti-sarti, pronti a sfilare con i modelli creati da loro, ma anche quelle dei presenti, tra gli altri: i fratelli Piscioneri, Daniele, Manuel e Alessandro, la direttrice della casa circondariale Rosella Santoro, i conduttori della kermesse Paolo Cecinelli e Francesca Mercatini, Gianluca Durante, ad di Bmw Roma, numerosi imprenditori e vertici amministrativi di Rebibbia. Applausi generosi della platea per i sette modelli speciali, tra cui Manuel Zumpano, 32 enne di grande talento, e speranzoso di cambiare il suo futuro seguendo la passione per "ago e filo".
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