La Repubblica, 10 luglio 2019
La scorsa settimana la struttura era stata colpita da un raid che aveva causato 53 vittime. La sezione libica dell'Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati (Unhcr) ha ringraziato su Twitter le autorità per il rilascio. Il governo del premier Fayez al-Sarraj ha dato parziale seguito a quanto prospettato da un suo ministro e ha liberato 350 migranti che erano rinchiusi nel centro di detenzione di Tajoura, quello colpito la settimana scorsa da un raid dell'aviazione del generale Khalifa Haftar causando 53 morti.
La liberazione dei sopravvissuti viene segnalata da un tweet della sezione libica dell'Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati (Unhcr). "Ringraziamo il ministero dell'Interno libico per il rilascio odierno dei rifugiati e migranti dal centro di detenzione di Tajoura", si afferma nel tweet dell'Unhcr. "350 persone erano ancora a rischio a Tajoura e ora sono libere. L'Unhcr fornirà assistenza", viene aggiunto. L'agenzia Unhcr su Twitter ha spiegato anche che "fornirà assistenza con il suo programma di risposta urbana", precisando di aver visitato Tajoura nei giorni scorsi, portando cibo, acqua e assistenza medica.
di Antonio Polito
Corriere della Dera, 10 luglio 2019
Trent'anni dopo le manifestazioni a Berlino e a Pechino, negli Usa molti ragazzi pensano che non sia molto importante vivere in una democrazia. I ragazzi di Hong Kong ci ricordano quanto vale la libertà; trent'anni dopo quelli di Berlino, che la conquistarono prendendo a picconate il Muro, e trent'anni dopo quelli di Pechino, schiacciati invece sotto i cingoli dei carri armati a Piazza Tienanmen. Chissà se ce la faranno. Ieri sembrava di sì. La governatrice della città, chief executive del regime, ha dichiarato "morta" la controversa legge sulle estradizioni che era diventata il simbolo della rivolta anti-cinese. Ma Hong Kong non è più un modello di successo neanche per la Cina. Grattacieli e sviluppo sono ormai più alti a Shangai e Shenzhen; la vecchia ex colonia britannica sembra essere rimasta un'oasi di nostalgia per la "rule of law" nel deserto di diritti del capitalismo comunista. Del resto la libertà non va più molto di moda neanche tra i giovani dell'Occidente. Meno di un terzo dei millennial americani oggi pensa che sia molto importante vivere in una democrazia; una persona su sei negli Stati Uniti è convinta che un governo militare sia un buon sistema per guidare lo Stato.
Negli ultimi quindici anni i diritti individuali si sono ristretti in 71 paesi del mondo. Dalla caduta del Muro di Berlino a oggi la Storia invece di finire, come suggerì Francis Fukuyama, è andata all'indietro, come aveva previsto Samuel Huntington: i regimi non democratici rappresentavano solo il 12% del Pil mondiale nel 1990, oggi sono il 33%, tra breve supereranno il 50%, secondo Foreign Affairs. I muri, che erano 16 nel 1989, sono oggi 70, dieci dei quali nell'Unione Europea. Solo questa involuzione può spiegare come è possibile che l'ultimo erede dell'Unione Sovietica, l'ex ufficiale del Kgb Vladimir Putin, possa oggi dire impunemente che il liberalismo è obsoleto e superato. E chi potrebbe contraddirlo, del resto: Donald Trump?
Ci sono due ottime ragioni che consigliano di temere davvero per le sorti della libertà, se non la nostra almeno quella dei nostri figli. La prima è che il legame tra democrazia e liberalismo non è scontato. Ci sono molti paesi nel mondo nei quali si vota ma non c'è libertà (Russia, Iran, Turchia, solo per citarne alcuni). E i liberali, più antichi della democrazia, hanno una tendenza innata all'elitarismo che in certe epoche - questa è una - può renderli molto antipatici alle masse, sempre attratte dall'uomo solo al comando.
La seconda ragione per cui dobbiamo temere il ritorno della tirannia, seppure in forme nuove, sta nella tecnologia del nostro tempo. L'ambiente tecnologico ha sempre avuto una grande influenza sui sistemi sociali e politici. L'aratro di legno produsse un'agricoltura di sussistenza e l'economia feudale; bussola e sestante, banconote e lettere di cambio, aprirono la strada alla borghesia e ai Comuni; l'invenzione della stampa di Gutenberg rese celebre Lutero e vincente il protestantesimo. Allo stesso modo la società industriale del dopoguerra e il libero commercio erano perfetti per i sistemi politici a decisione diffusa, più efficienti di quelli che centralizzavano le informazioni per "pianificare" l'economia. In fin dei conti è per questo che l'America ha vinto la guerra fredda: perché l'Urss non ce l'ha fatta a reggere la sfida della complessità.
L'avvento dei big data e quello imminente dell'Intelligenza Artificiale modificano radicalmente lo scenario. Maggiore è la concentrazione di informazioni e meglio funziona la nuova tecnologia. Va dunque a nozze con i regimi autoritari e li rende efficienti, perché ha fame di dati e allergia per la privacy. Un tempo si pensava che un sistema a comando centralizzato non potesse tenere il passo dell'innovazione: i russi partirono prima nella corsa allo spazio, però sulla Luna ci arrivarono gli americani. Ma oggi il successo della Cina nell'economia digitale sta a dimostrare che non è più così. Anzi, le nuove tecnologie possono aiutare i regimi a rafforzare il controllo all'interno e a elevare l'aggressività all'esterno, con i bombardamenti di "bots" o con lo spionaggio hi tech.
Le società europee si occupano di altro. Nel suo romanzo "Sottomissione" lo scrittore francese Houellebecq previde quattro anni fa che si sarebbero stufate della libertà, e l'avrebbero ceduta agli islamici. In realtà oggi sembrano più disposte a scambiarla con chiunque fermi gli islamici sul bagnasciuga. Trent'anni fa ci siamo rilassati, assistendo allo spettacolo dei popoli soggetti al tallone sovietico che si ribellavano in nome della libertà. Adesso da quella parte dell'Europa, dall'Ungheria come dalla Polonia, soffia il vento opposto. In Italia, Francia e Gran Bretagna sono arrivati primi alle elezioni europee partiti se non illiberali, certamente non liberali. I liberali da noi hanno preso neanche un seggio. I partiti più vicini ai liberali, pur sommati, non fanno un terzo dell'elettorato. La libertà ci sembra conquistata per sempre, un dato di fatto, una commodity. Per questo non ce ne occupiamo più. Forse dovremmo ripensarci.
di Riccardo Noury
Corriere della Sera, 10 luglio 2019
Negli ultimi dieci anni il Guatemala ha fatto notevoli passi avanti nel contrasto all'impunità. Tra il 2007 e il 2018 la Commissione internazionale contro l'impunità in Guatemala (Cicig), un organismo creato sotto gli auspici delle Nazioni Unite per aiutare la procura nazionale a indagare sulle imprese criminali infiltratesi nelle istituzioni statali, è stata in grado di fare luce su oltre 100 casi, parecchi dei quali strettamente connessi con le violazioni dei diritti umani accadute nei 36 anni di conflitto armato. A partire dal 2009 i tribunali nazionali hanno emesso sentenze di valore storico nei confronti di membri delle forze armate e della polizia, anche di alto grado, un fatto senza precedenti nella storia del paese.
Tutto questo, ora, rischia di essere cancellato. Il 31 agosto 2018 il presidente Jimmy Morales, che già un anno prima aveva palesato le sue intenzioni, ha annunciato l'intenzione di non rinnovare il mandato della Cicig, che scadrà il 3 settembre prossimo. La procuratrice generale Consuelo Porras non ha battuto ciglio e non ha preso alcuna misura per garantire che il lavoro congiunto della Cicig e dell'Ufficio del procuratore speciale contro l'impunità potesse arrivare a una conclusione. Il rischio è che tra meno di due mesi le indagini congiunte su oltre 70 casi si blocchino.
Il Congresso, a sua volta, si è fatto promotore di proposte di legge che garantirebbero l'impunità per le gravi violazioni dei diritti umani commesse nel conflitto armato. Anche il clima intorno ai magistrati si è fatto pesante: soprattutto quelli che si occupano di casi in cui sono coinvolte potenti figure del passato, civili e militari, hanno subito minacce e infondati procedimenti disciplinari e persino penali. Dalla metà dello scorso decennio il Guatemala è stato un modello nel consolidamento della giustizia per tutto il continente americano. Ora rischia di essere un esempio assolutamente da non imitare.
di Riccardo Polidoro*
Il Dubbio, 9 luglio 2019
Oggi si svolgerà la manifestazione nazionale nel Palazzo di giustizia di Napoli. L'astensione dalle udienze e da ogni attività giudiziaria rappresenta per gli avvocati penalisti una modalità di protesta estrema, proclamata quando è necessaria una forte e aspra critica nei confronti di scelte politiche non condivisibili, che destano grave allarme per il futuro della nazione.
di Francesco Grillo*
Il Dubbio, 9 luglio 2019
Le vicende che hanno travolto il Consiglio Superiore della Magistratura rischiano di compromettere ulteriormente la residua fiducia che gli italiani hanno nelle proprie istituzioni. E, tuttavia, il problema è antico perché è da quasi trent'anni che in Italia si parla di crisi e di riforma della giustizia. Più o meno da quando è nata la cosiddetta Seconda Repubblica dalle ceneri dell'indagine giudiziaria che segnò una svolta nella storia del Paese.
di Errico Novi
Il Dubbio, 9 luglio 2019
Domani l'ultimo tavolo sul processo penale con avvocati e Anm. Certo è che domani potrebbe essere completata una prima importante tappa del percorso ipotizzato dal guardasigilli. Alle 16 è fissata la riunione conclusiva del "tavolo" con avvocati e magistrati sulla riforma.
di Valentina Stella
Il Dubbio, 9 luglio 2019
"Il vostro lavoro è fondamentale anche per chi è fuori dal carcere". Ieri si sono svolte a Roma, in piazza del Popolo, le celebrazioni del 202esimo anniversario del Corpo della Polizia penitenziaria. In apertura, dopo la sfilata del reparto d'onore, è stato letto il messaggio del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella che ha sottolineato come: "La polizia penitenziaria opera quotidianamente, spesso in condizioni oggettivamente problematiche, con spirito di servizio e alto senso dell'Istituzione per garantire il mantenimento dell'ordine e la sicurezza dei detenuti.
di Paolo Brogi
Corriere della Sera, 9 luglio 2019
Ribaltata in Appello la sentenza di primo grado: condannati tutti i responsabili delle vittime "italiane". Tra cui Jorge Troccoli, l'unico che vive nel nostro Paese. La gioia dei familiari degli scomparsi. Ventiquattro ergastoli per i militari latinoamericani del Piano "Condor". Storica sentenza a Roma nell'Appello del processo ai principali esecutori del piano di intelligence con cui fu data la caccia negli anni 70 agli oppositori dei regimi militari del cono Sud dell'America Latina, dal Cile all'Argentina alla Bolivia all'Uruguay e al Paraguay interessando poi anche il Brasile.
La sentenza d'appello della Corte di Assise di Roma ha "riformato" la sentenza di primo grado che si era fermata a otto ergastoli e diciannove assoluzioni. Tutti condannati invece oggi i superstiti del gruppo portato alla sbarra, assottigliato dai decessi che hanno ridotto da 33 a 24 gli imputati. Tra loro numerose figure "istituzionali" come il peruviano Francisco Morales-Bermudez presidente del Paese dal '75 all'80, l'ex ministro degli esteri uruguaiano Juan Carlos Blanco e il presidente della Bolivia nel 1980 e 1981 Garcia Meza Tejada.
Tra i condannati anche l'uruguaiano Jorge Troccoli che da oltre una decina di anni vive in Italia, l'unico ad affrontare il processo come non contumace. La sentenza della Corte d'appello presieduta da Agatella Giuffrida è stata accolta da un coro di giubilo da parte dei numerosi parenti delle vittime del Piano Condor.
Aurora Meloni, vedova di Daniel Banfi "vittima" in Uruguay della repressione golpista, dichiara subito "la grande emozione che le ha trasmesso la sentenza" e aggiunge: "Questo dimostra che si può fare giustizia". Sulla stessa linea Maria Paz Venturelli, figlia del "desaparecido" italo cileno Omar Venturelli, che ricorda: "Ai due militari condannati in primo grado per l'eliminazione di mio padre, Hernan Jeronimo Ramirez Ramirez e Valderrama Ahumada, ora si sono finalmente aggiunti anche Daniel Aguirre Mora e Orlando Moreno Vasquez. Aspettavo da tempo questo giorno...". L'uruguaiano Nestor Gomez fratello di Celica sequestrata in Argentina e poi uccisa in Uruguay si limita a dire: "Finalmente".
All'udienza erano presenti anche rappresentanti istituzionali latinoamericani come il viceministro della giustizia boliviano, Diego Jimenez che ha commentato: "Da Roma parte un grande messaggio per i popoli che lottano contro l'impunità". Iniziato in aprile il processo di appello si è dunque concluso oggi con una netta correzione di rotta rispetto al processo di primo grado celebrato dal febbraio 2015 al gennaio 2017 nell'aula bunker di Rebibbia.
A tanti anni di distanza dai fatti, lontani negli anni 70, non è stato sempre facile raccogliere le prove documentali per le responsabilità degli imputati, accusati di crimini molto violenti e talvolta spietati. La condanna di primo grado sembrava seguire la filosofia della responsabilità generale dei condannati in ordine ai reati invocati. Una responsabilità che ora la Corte d'appello ha rovesciato sull'intero plotone degli accusati.
In questo contesto emerge la vicenda specifica del capitano di vascello Jorge Troccoli riuscito finora a sfuggire alle condanne dei tribunali dopo essere fuggito dal suo paese in cui era sotto processo. Troccoli che vive nel salernitano si è presentato in un paio di occasioni in udienza e con una dichiarazione si era dichiarato "innocente".
In precedenza era stato oggetto di un arresto e poi di una scarcerazione. Contro di lui pesa però anche il contenuto di un suo libro di memorie uscito nel 1998, "L'ira del Leviatano", in cui senza troppi giri di parole ha giustificato il ricorso alla tortura che comunemente veniva eseguito nei luoghi di reclusione giustificando il tutto perché "in guerra".
Troccoli al tempo era il dirigente del servizio segreto Fusna. Al momento Troccoli è a piede libero in attesa che l'iter giudiziario si concluda in Cassazione. Una posizione che sarà oggetto di valutazione da parte della Procura della repubblica.
di Ottavia Ortolani*
Corriere della Sera, 9 luglio 2019
Secondo le elaborazioni dell'ASviS, con riferimento al Goal 16, nel nostro Paese si registra una tendenza negativa fino al 2014, per poi registrare un progressivo miglioramento. Tuttavia molto resta ancora da fare, soprattutto sul tema della durata dei procedimenti civili nei tribunali ordinari, nel 2017 attestata oltre i 445 giorni di media.
di Alessandro Fioroni
Il Dubbio, 9 luglio 2019
Al via l'udienza di arbitrato internazionale. È stato duro l'ambasciatore Francesco Azzarello davanti al Tribunale arbitrale internazionale dell'Aja: "Agli occhi dell'India non c'è presunzione di innocenza: i Marò erano colpevoli di omicidio ancora prima che le accuse fossero formulate".
Si è aperta così ieri l'udienza per decidere se i due marò italiani, Massimiliano Latorre e Salvatore Girone, dovranno essere giudicati in Italia e se la competenza sarà a carico di una corte indiana. Un procedimento che potrebbe durare fino al 20 luglio e una decisione finale entro sei mesi. Da parte sua, il rappresentante dell'India, il sottosegretario agli Esteri G. Balasubramanian, ha insistito che "la giurisdizione è chiaramente indiana perché l'India e i due pescatori sono le uniche vittime della vicenda".
La tesi avanza da New Delhi è che, essendo il fatto avvenuto al largo delle coste del Kerala, la sentenza deve essere pronunciata dai giudici indiani. L'Italia dal canto suo punta soprattutto su considerazioni di natura umanitaria definite rilevanti in quanto i fucilieri di Marina alla fine "saranno stati privati, a vari livelli, della loro libertà senza alcuna imputazione per otto anni". Dal punto di vista prettamente legale Latorre e Girone sono da considerarsi "funzionari dello Stato italiano nell'esercizio delle loro funzioni in acque internazionali e quindi immuni dalla giustizia straniera.
Sulla vicenda è intervenuta anche la ministra della Difesa Elisabetta Trenta che attraverso Facebook ha espresso la sua vicinanza ai militari: "Cari Salvatore e Massimiliano, non siete soli. Ne voi, ne le vostre famiglie. Vi mando un forte abbraccio a nome del governo e di tutta la Difesa". Si tratta di una vicenda che risale al 2012 quando i due marò, imbarcati come scorta sulla nave mercantile Enrica Lexiè, che navigava in acque a rischio di pirateria, furono accusati di aver ucciso due pescatori indiani, Ajeesh Pink e Valentine Jelastine, al largo della costa di Kerala.
I due militari furono fermati e trasferiti nel carcere di Trivandrum per ordine del tribunale di Kollam. Successivamente, nel mese di maggio l'Alta Corte del Kerala concesse la libertà con una cauzione di 10milioni di rupie. Inoltre venne stabilito l'obbligo di firma e il ritiro del passaporto. Il ritorno in Italia avvenne una prima volta in occasione delle festività natalizie, due settimane ma con l'imposizione di un nuovo volo in India. Durante la permanenza vennero ascoltati dal procuratore aggiunto di Roma Giancarlo Capaldi.
Poi ancora in Italia per le elezioni politiche del 2013. In questa occasione il governo sembrava intenzionato a trattenerli ma poi cambiò idea, una vicenda che provocò un terremoto politico con le dimissioni del ministro degli Esteri del governo Monti Giulio Terzi.
L'anno successivo la Corte Suprema indiana respinse le istanze di Girone e Latorre per un definitivo ritorno in terra italiana. Una situazione bloccata che fece prendere all'Italia la decisione di ricorrere ad un arbitrato internazionale nel giugno del 2015. Roma si impegnò affinché Latorre rimanesse a casa, dove nel frattempo era già tornato per motivi di salute. Inoltre tre anni fa il Tribunale Arbitrale dispose anche il rientro in patria di Girone fino alla conclusione del procedimento.
- L'obeso non ha diritto ai domiciliari
- Indagini difensive in carcere: giudice può valutare legittimazione del difensore
- Confisca per equivalente, conta il prezzo del reato
- Riparto di competenze tra Pm e Gip sulle modalità esecutive del sequestro preventivo
- Torino: "carceri fuorilegge", gli avvocati disertano le aule per un giorno










