ilmezzogiorno.info, 26 agosto 2019
Nell'ambito della XXXIV edizione della rassegna estiva di teatro "Barbuti Festival", per "La notte dei Barbuti", domenica 25 agosto alle 21.30 nella chiesetta di Sant'Apollonia, in via San Benedetto, nel centro storico di Salerno, Teatralto presenta "Brigantesse", di Eduardo Ricciardelli che ne cura anche la regia. In scena: Antonio Lubrano, Susy Parlante, Antonella Valitutti, Alessandra De Concilio, Apollonia Bellino (ingresso 10 euro). Quattro donne e un uomo si trovano in una casa, nei pressi di Roscigno Vecchia paese del Cilento.
La loro vita procede tra liti e organizzazione di atti di guerriglia. Ci troviamo nell'Italia appena unificata e nel deserto lasciato dallo strapotere piemontese, che ha senza scrupoli saccheggiato le casse dell'oro del regno di Napoli, rubati tutti i macchinari e le ricchezze possedute dal Regno delle due Sicilie.
L'effetto dell'unificazione ha giocato alle vite dei cittadini un brutto scherzo, la fame la povertà e le continue umiliazioni subite dall'esercito sabaudo costringono alcuni gruppi armati per la difesa del territorio e questi stessi vengono definiti in modo improprio Briganti. Lo spettacolo, nonostante tratti un tema drammatico, ha molti guizzi comici e molte canzoni che rendono la rappresentazione agile e godibile.
Il grottesco insito nella storia esce fuori grazie agli attori con una enorme forza comica. Si ripercorre il sud dai canti popolari dell'area vesuviana alla tarantella del Gargano e del carnevale di Montemarano per poi arrivare ai canti di giacca e alla fronda di limone che sono tipici canti a distesa di devozione alla Madonna, che venivano anche usati per fare le comunicazioni fuori dalle carceri avendo una potenza di estensione vocale. Lo spettacolo punta il dito sugli aspetti più umani e fragili di donne e uomini costretti a combattere per sopravvivere.
di Fulvio Bufi
Corriere del Mezzogiorno, 26 agosto 2019
Il killer polacco beffa il fortino per la prima volta in 100 anni. Robert Lisowski, 32 anni, ha scavalcato il muro della casa circondariale con una corda di lenzuola mentre stava andando a messa. Sovraffollato, invivibile, violento ma sicuro, inviolabile: è stato così per più di un secolo il carcere di Poggioreale (costruito nel 1914). Da ieri mattina, invece, l'ultima caratteristica non vale più. Da Poggioreale si evade. Lo ha fatto, per la prima volta, Robert Lisowski, un polacco di 32 anni detenuto per l'omicidio di un connazionale.
E lo ha fatto nel modo più scontato e banale che si possa immaginare per una evasione: si è calato dal muro di cinta utilizzando una corda ricavata annodando numerose lenzuola. Era l'ora della messa, e Lisowski faceva parte dei quasi duecento reclusi che dai padiglioni stavano raggiungendo la cappella, scortati dagli agenti della polizia penitenziaria. Non è ancora chiaro come abbia fatto, ma è certo che si è allontanato dal gruppo e ha raggiunto la parte più alta del muro che circonda la casa circondariale. Probabilmente ha sfruttato una via alla quale è riuscito ad avere accesso partendo dalla chiesa. Poi potrebbe essersi arrampicato su una inferriata e da lì potrebbe aver agganciato la sua corda in modo tale da farla scendere verso l'esterno.
Sicuramente Lisowski è stato furbo ma anche fortunato. Furbo perché ha approfittato di una giornata in cui la presenza di agenti di polizia penitenziaria era ridotta, a causa dell'accavallamento tra ferie e giorno festivo. Fortunato perché le possibilità di passare inosservato erano davvero pochissime.
Eppure nessuno si è accorto di lui attraverso il servizio di videosorveglianza che ha telecamere puntate sia all'interno che all'esterno del carcere; e nessuno lo ha visto nemmeno quando si è calato in via Porzio, una strada laterale (che conduce verso il tribunale e il Centro direzionale), dove c'è l'ingresso del parcheggio interno per gli operatori penitenziari e dove pure i posti auto lungo il marciapiede sono riservati agli agenti. Per non dire, poi, di come abbia fatto Lisowski a raccogliere lenzuola a sufficienza per realizzare una corda lunga come quella di cui aveva bisogno, corda che tra l'altro, piegata su se stessa, diventa anche decisamente ingombrante.
Tutto questo è oggetto delle indagini avviate dalla polizia penitenziaria (mentre i sindacati di categoria rilanciano la necessità di intervenire con urgenza sugli organici) per ricostruire l'esatta dinamica della fuga e stabilire anche eventuali complicità. Della ricerca di Lisowski si occupano invece polizia e carabinieri.
La Questura ha diffuso una descrizione dell'evaso (un metro e 80 di altezza, capelli rasati, barba, leggermente claudicante) sottolineandone la pericolosità. Il giovane polacco fu arrestato lo scorso anno per aver ucciso a coltellate un connazionale che aveva cercato di fare da paciere durante un litigio tra lo stesso Lisowski e un altro uomo.
In carcere era quindi uno dei tanti immigrati che affollano Poggioreale (2.400 detenuti e meno di novecento agenti) e che rappresentano oggi una parte consistente della popolazione carceraria. Recentemente nella casa circondariale napoletana c'è stata anche una rivolta, rientrata però in poche ore. Nulla rispetto alle sommosse degli anni Settanta, in particolare quella del '72, che durò due giorni e fu stroncata dall'intervento degli agenti che uccisero anche un detenuto di 19 anni.
alqamah.it, 26 agosto 2019
La Uil-Pa: "Impiego illegale". "Registriamo ancora una volta atti discutibili, presso la Casa Circondariale Pietro Cerulli di Trapani. Ci riferiamo, in particolare, alla questione dell'impiego illegale del personale di Polizia femminile all'interno delle sezioni ove sono reclusi detenuti di sesso maschile: tale impiego di personale è vietato, come noto, dalla L. 395/1990 (divieto ribadito da successive circolari ministeriali concernenti il tema)".
È quanto afferma il Segretario Generale della Uil-Pa Polizia Penitenziaria Gioacchino Veneziano in una lettera inviata, tra gli altri, al direttore della Casa Circondariale "Pietro Cerulli" di Trapani.
"Nel passato quanto è stato sollevato il problema, in un apposito incontro di esame congiunto, si è proceduto a consegnare al Direttore dell'Istituto trapanese (di allora) e al Comandante di reparto una risposta del Prap Sicilia ad un quesito riferito ad una questione analoga accaduta in un altro Istituto della Sicilia: ovviamente, la risposta del Provveditore integrata addirittura da una nota ministeriale della Direzione Generale del Personale del Personale, era chiara, nettamente contraria all'impiego in sezioni ove sono reclusi detenuti di sesso maschile delle Unità femminili di Polizia Penitenziaria.
Da quasi una settimane ci troviamo ad affrontare la stessa problematica, anzi aggravata dal fatto che le donne poliziotte sono state impiegate all'interno dei cortili passeggi del reparto Adriatico, (quindi in piena zona detentiva maschile) e in questi ambienti vi sono pure i bagni, ragion per cui a quanto dato sapere nel controllo visivo si sono verificate situazione incresciose. - sottolinea Veneziano - Stendiamo un velo pietoso quando abbiamo saputo che una collega è stata mandata a controllare i passeggi sempre dello stesso reparto maschile, nel "casotto di legno" (che non è altro il locale vendite birre e gelati del lido balneare, genialmente installato dal passato direttore per controllare i passeggi maschili), sotto lo sguardo divertito dei detenuti maschi.
Inoltre - continua nella lettera - in barba sempre alle disposizioni di legge, le donne poliziotte sono state perfino obbligate ad operare all'atrio del reparto "Mediterraneo" con la presenza di oltre 200 detenuti maschi, ed in quel posto si registra il passaggio di circa 400 detenuti maschi, poiché si trova all'interno della sezione detentiva maschile, ed è il punto di smistamento di tutte le tre piani detentivi maschili.
Pertanto premesso - conclude - la invitiamo a far cessare senza indugio siffatte procedure illegali, dando le indicazione a chi gestiste il personale poiché le iniziative assunte si pongono in netta opposizione con ogni fonte normativa regolante l'impiego di personale di Polizia Penitenziaria, costituendo di per sé un "elemento che può esporre le poliziotte a condizioni operative di ulteriore pericolo, inasprendo la probabilità di tutela della loro sicurezza dentro l'ambiente di lavoro".
Il Centro, 26 agosto 2019
Sottoposto al regime "duro" (41bis), gli agenti di polizia penitenziaria riescono a rianimarlo nella cella dove si era impiccato. Il sindacato Uil: "Condizioni pericolose alle Costarelle". Gli agenti di polizia penitenziaria hanno fatto in tempo ad evitare che un detenuto morisse impiccato nella propria cella nel carcere delle Costarelle all'Aquila. Il fatto è stato denunciato dal sindacato di polizia penitenziaria della Uil. Il detenuto che voleva uccidersi è di origini calabresi, è accusato di appartenere alla 'ndrangheta ed è sottoposto al regime speciale del 41bis ("carcere duro"). Gli agenti lo hanno salvato in extremis.
"Determinante è stata l'opera di rianimazione operata dal personale intervenuto tanto da poter dire che se non si è contata una vittima nel carcere delle Costarelle lo si deve all'elevata professionalità posseduta dagli operatori intervenuti", afferma in una nota il vice segretario regionale del sindacato Uil-penitenziaria Mauro Nardella che torna a denunciare la condizione in cui versa il carcere dell'Aquila soprattutto in ordine all'eccessiva presenza di detenuti tra i più pericolosi d'Italia: 160 i sottoposti al 41bis d'Italia.
"Tuttavia", continua, "non risulta essere sufficiente l'attenzione ad esso data da parte del ministero della Giustizia sull'impossibilità sopraggiunta di garantire un sufficiente numero di posti all'interno della caserma agenti. Agenti costretti a pernottare altrove e quindi impossibilitati ad intervenire qualora, come nel caso in questione si sentisse la necessità di dover provvedere in caso di assoluta emergenza".
agrigentonotizie.it, 26 agosto 2019
Dalla Prefettura, dove è giunta la segnalazione del disservizio e del rischio di rivolta da parte dei reclusi, è stato chiesto "aiuto" al comando provinciale dei vigili del fuoco. Resta senz'acqua il carcere "Di Lorenzo" di contrada Petrusa e, fra i detenuti, dilaga la protesta.
Nella mattinata di ieri dalla Prefettura di Agrigento - dove è giunta la segnalazione del disservizio e del rischio di rivolta da parte dei reclusi - è stato chiesto "aiuto" al comando provinciale dei vigili del fuoco. In contrada Petrusa, almeno questa volta, non stavano però bruciando delle celle, ma era finita l'acqua.
Malumori e lagnanze, da parte dei detenuti, si erano dunque già trasformati in protesta e il rischio, di fatto, era che si innescasse una sorta di rivolta. I pompieri si occupano di soccorso tecnico urgente, ma non essendo quella di ieri una giornata emergenziale sono riusciti - ed anche rapidamente - a dare una concreta mano d'aiuto con le loro autobotti.
Il Sole 24 Ore, 26 agosto 2019
Reato - In generale - Concorso di cause - Cause sopravvenute - Capacità di interrompere il rapporto causale - Condizioni - Fattispecie. In tema di concorso di cause, l'ambito di operatività dell'art. 41, comma 2, c.p. è circoscritto ai casi in cui la causa sopravvenuta inneschi un rischio nuovo e del tutto incongruo rispetto al rischio originario, attivato dalla prima condotta. Nel caso in esame, afferente a infortunio sul lavoro, non è stata ritenuta causa sopravvenuta, da sola sufficiente a produrre l'evento, il comportamento imprudente del lavoratore nell'effettuare operazioni rientranti nelle sue attribuzioni, non avendo egli adottato una condotta del tutto esorbitante dalle procedure operative e incompatibile con il sistema di lavorazione e con le norme antinfortunistiche.
• Corte di cassazione, sezione IV penale, sentenza 22 luglio 2019 n. 32507.
Reato - Causalità (rapporto di) - Concorso di cause - Condotta negligente della vittima - Interruzione del nesso di causalità - Esclusione - Ragioni. In tema di omicidio colposo conseguente a sinistro stradale, il mancato uso, da parte della vittima, della cintura di sicurezza non vale di per sé a escludere il nesso di causalità tra la condotta del conducente di un'autovettura - che, violando ogni regola di prudenza e la specifica norma del rispetto dei limiti di velocità, abbia reso inevitabile l'impatto con altra autovettura sulla quale viaggiava la vittima - e l'evento, non potendo considerarsi abnorme né del tutto imprevedibile il mancato uso delle cinture di sicurezza.
• Corte di cassazione, sezione IV penale, sentenza 23 maggio 2017 n. 25560.
Reato - Causalità (rapporto di) - Concorso di cause - Causa sopravvenuta - Omicidio colposo da incidente stradale - Errore nella prestazione delle cure alla vittima dell'incidente - Interruzione del nesso di causalità - Esclusione - Fattispecie. L'eventuale negligenza o imperizia dei sanitari nella prestazione delle cure alla vittima di un incidente stradale, ancorché di elevata gravità, non può ritenersi causa autonoma e indipendente, tale da interrompere il nesso causale tra il comportamento di colui che ha causato l'incidente e la successiva morte del ferito. (Nella specie, la Corte ha escluso l'interruzione del nesso di causalità in relazione al decesso della vittima per insufficienza cardiocircolatoria con coma da shock emorragico in soggetto politraumatizzato da lesioni stradali, intervenuto a circa un mese di distanza dal sinistro, rilevando che i potenziali errori di cura costituiscono, rispetto al soggetto leso, un fatto tipico e prevedibile, mentre, ai fini della esclusione del nesso di causalità, occorre un errore del tutto eccezionale, abnorme, da solo determinante l'evento letale).
• Corte di cassazione, sezione IV penale, sentenza 23 maggio 2017 n. 25560.
Cause di (Rapporto di) - Concorso di cause - Interruzione del nesso causale. È configurabile l'interruzione del nesso causale tra condotta ed evento quando la causa sopravvenuta innesca un rischio nuovo e incommensurabile, del tutto incongruo rispetto al rischio originario attivato dalla prima condotta. (Nella fattispecie la S.C. ha ritenuto immune da censure la decisione che aveva affermato la sussistenza del nesso causale tra l'errore chirurgico originario, che aveva ridotto la paziente in coma profondo, e il decesso della medesima per setticemia contratta durante il lungo ricovero presso l'unità di terapia intensiva, rilevando come l'infezione nosocomiale sia uno dei rischi tipici e prevedibili da tener in conto nei casi di non breve permanenza nei reparti di terapia intensiva, ove lo sviluppo dei processi infettivi è tutt'altro che infrequente in ragione delle condizioni di grave defecazione fisica dei pazienti).
• Corte di cassazione, sezione IV penale, sentenza 21 giugno 2016 n. 25689.
di Carmelo Musumeci
welfarenetwork.it, 26 agosto 2019
Non manco mai di leggere gli articoli di Damiano Aliprandi, che scrive su "Il Dubbio", uno che in carcere non c'è mai stato, ma che descrive le realtà carcerarie come se ci fosse stato tutta la vita. I casi sono due: o c'è stato in un'altra vita o è solo un bravissimo giornalista, probabilmente tutte e due le cose.
di Marta Casadei
Il Sole 24 Ore, 26 agosto 2019
Il report "Dall'emergenza alla prevenzione: urge un cambio dì paradigma", frutto dell'elaborazione di dati Ispra e Protezione civile, dipinge un territorio fragile - il 16,6% è mappato nelle aree di maggiore pericolosità di dissesto idrogeologico - nel quale ci si trova a ragionare soprattutto in chiave di risposta a una calamità.
A molte, in realtà: tra il 1° maggio 2013 e il 13 maggio 2019 diciannove delle venti Regioni italiane hanno dichiarato almeno uno stato d'emergenza. E hanno chiesto, nel complesso, 11,4 miliardi di euro, di cui 9,4 sono stati riconosciuti come legittimi dai commissari. Ad essere assegnati e trasferiti, tuttavia, sono stati poco più di 900 milioni.
Tra le Regioni più colpite dalle emergenze (12 in sei anni) c'è l'Emilia Romagna, che ha chiesto 1,3 miliardi di euro, ottenendo (per ora) solo 112 milioni degli 1,1 miliardi di fabbisogno riconosciuto. Subito dietro, la Toscana: otto stati di emergenza proclamati e danni riconosciuti per 783 milioni, di cui sono stati assegnati e trasferiti poco meno di 94 miliardi. Per il solo stato emergenza dovuto al maltempo registrato nell'ottobre 2018, che ha coinvolto dieci Regioni e due Province autonome, Trento e Bolzano, sono stati stanziati 150 milioni di cui 102 già trasferiti al commissario delegato.
Secondo l'Anbi, associazione che rappresenta i consorzi di bonifica, di irrigazione e di miglioramento fondiario, investire in prevenzione costerebbe circa sette volte meno rispetto al costo di gestione delle emergenze, ma l'Italia ha ancora un approccio poco lungimirante: "I fondi impegnati sono inferiori rispetto al fabbisogno espresso dagli enti locali - spiega Andrea Ballabio di Laboratorio Ref Ricerche, tra gli autori del report - e si continua a ragionare in un'ottica più che altro emergenziale".
Negli ultimi 20 anni circa (dal 1999 al 2017) il ministero dell'Ambiente, infatti, ha risposto alla richiesta di fondi per la prevenzione - circa 23 miliardi di euro per oltre 8mila interventi- con una nuova iniezione di "soli" 5,6 miliardi (secondo la classificazione proposta dall'Ispra, che raggruppa atti e decreti in sei macro categorie) principalmente attraverso il Dl 180/1998 (varato dal primo Governo Prodi dopo l'alluvione di Sarno) e gli accordi di programma 2010-2011. La quota più nutrita dei finanziamenti è andata alla Sicilia (662 milioni), seguita da Lombardia e Toscana con, rispettivamente, 551 milioni e 567 milioni di euro.
Ma, a livello nazionale, solo il 44% dei fondi - e quindi circa 2,4 miliardi - sono stati impiegati in progetti portati a termine. Il 15%, più di 800 milioni, è stato destinato a progetti mai avviati o definanziati. Tra le Regioni che avrebbero utilizzato i fondi nel modo meno efficace c'è la Liguria, dove meno del 20% del denaro stanziato nel periodo (439 milioni, di cui, tuttavia, 315 milioni arrivati con il Piano stralcio aree metropolitane 2015-2020) sono stati impiegati in progetti terminati. "Negli ultimi abbiamo invertito la tendenza - spiega Giacomo Giampedrone, assessore all'ambiente della Regione Liguria - essendo cresciute le emergenze, da un lato, e la sensibilità degli enti locali dall'altro.
E continuiamo su questa strada: a settembre lanceremo il bando di gara per lo scolmatore del torrente Bisagno, un appalto del valore di 204 milioni". Secondo Giampedrone "quando ci sono le emergenze i fondi arrivano, come è successo per l'alluvione del 2018; il nodo vero sono gli stanziamenti per la progettazione. Il piano Proteggi-Italia, per esempio, ha previsto solo lo milioni per la Liguria: risorse insufficienti, considerando servirebbero 5o milioni per chiudere il programma strutturale".
Il Proteggi-Italia, pubblicato in Gazzetta Ufficiale il 12 aprile scorso, ha stanziato 11 miliardi di euro per il triennio 2019-2021, con tre miliardi destinati a interventi già eseguibili nell'anno in corso. "Il Piano non stanzia fondi sufficienti per la prevenzione - continua Ballabio di Laboratorio Ref Ricerche - perché circa tre degli n miliardi di euro complessivi sono dedicati alle emergenze e quasi tutti sono già stati assegnati dalla Protezione Civile per le calamità dell'autunno 2018. I fondi realmente destinati al ministero dell'Ambiente per la prevenzione sono quattro miliardi per il periodo 2019-21 a cui si aggiungono 900 milioni di euro a triennio da qui al 2030".
di Paola Maria Zerman
Il Sole 24 Ore, 26 agosto 2019
Quali siano gli effetti del controllo giudiziale, concesso dal giudice penale all'imprenditore raggiunto da un'interdittiva antimafia, e il giudizio amministrativo davanti al quale quest'ultima è impugnata, lo ha stabilito di recente il Consiglio di Stato. Con le due ordinanze, la 5482 del 1 agosto (presidente Lipari) e la 4873 del 10 luglio (presidente Frattini), la Terza sezione del Consiglio di Stato ha disposto la sospensione del processo amministrativo "sino al decorso del termine di efficacia del controllo giudiziario". Con la intuibile conseguenza della ripercussione dell'esito dello stesso sul giudizio di legittimità dell'interdittiva.
di Ludovico Fontana
rainews.it, 26 agosto 2019
Incontro del presidente egiziano con Conte a margine del G7 in corso a Biarritz. Ma l'account twitter "Verita per Giulio" vuole il ritiro dell'ambasciatore italiano al Cairo. Conte e Al Sisi sono tornati a parlare di Regeni a margine del G7 in corso a Biarritz, in Francia. Il presidente egiziano ha assicurato al premier italiano "l'impegno per scoprire le circostanze del caso e arrivare ai criminali e consegnarli alla giustizia".
"La determinazione del governo italiano, interprete dell'opinione pubblica, a chiedere effettivi risultati dalle indagini sul caso Regeni, è stata ribadita - ha detto Conte. "Tale determinazione - ha aggiunto - non verrà meno anche da parte dei prossimi governi".
Nel corso dell'incontro Al Sisi e Conte hanno anche discusso della crisi libica, della lotta al terrorismo, degli investimenti e dei progetti italiani in corso in Egitto". Regeni, originario di Fiumicello in provincia di Udine, fu rapito, torturato e ucciso nel 2016.
"43 mesi fa Giulio spariva - scrive l'account Twitter "Verità per Giulio" a commento dell'incontro: "Tre governi si sono succeduti: tante promesse e strette di mano ma nessun risultato, nessuna risposta concreta alle richieste di verità e giustizia. Per questo, scrivono, chiediamo un atto concreto: il ritiro dell'ambasciatore".
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