di Vivian Yee
La Repubblica, 25 agosto 2019
Camminando attraverso le macerie di Douma, un piccolo centro alla periferia di Damasco, ci siamo accorti che mancava qualcosa. Intorno a noi, donne portavano la spesa, vecchi scorrazzavano su motociclette e bimbi emaciati trascinavano brocche piene d'acqua, ma c'erano pochissimi giovani uomini: la ragione è che la maggior parte dei giovani siriani sono morti in guerra, sono rinchiusi in carcere o vivono ormai lontano dai confini siriani.
A fare le spese della loro assenza sono i sopravvissuti come Umm Khalil, 59 anni: tre dei suoi figli sono morti in guerra. Un altro è stato torturato in una prigione dei ribelli e di un quinto non si hanno più notizie da quando è sparito nelle carceri governative. Le nuore hanno dovuto trovare un lavoro, mentre lei - vedova dopo un bombardamento aereo - deve tirar su cinque nipoti. "Mi chiedo come sia potuto accadere - dice - la vita era normale, ma all'improvviso ho perso i miei figli. Avevo un marito e ho perso anche lui.
Non ho risposte. Dio perdoni chi è responsabile di tutto questo". Le macerie e la ricostruzione Dopo otto anni di guerra civile, il governo controlla buona parte del Paese e sta conducendo un'offensiva per Idlib, ultimo territorio in mano ai ribelli. Che il presidente Bashar al-Assad abbia vinto la guerra non è da tempo in discussione: siamo venuti in Siria per raccontare che aspetto ha questa vittoria. Abbiamo visitato per 8 giorni 5 città e cittadine sotto il controllo del governo e abbiamo scoperto che la sofferenza e il dolore non sono stati distribuiti in modo equo, ma hanno colpito maggiormente le aree più arretrate del Paese e quelle che erano in mano ai ribelli. E che anche la ricostruzione ha tempi diversi in località diverse.
A Damasco, la capitale, in uno scintillante centro commerciale costato 310 milioni di dollari e costruito durante la guerra risuona il ticchettio di chi va a fare acquisti con i tacchi alti. Nella vicina Douma, rimasta sotto il controllo dei ribelli, non c'è acqua corrente. Nella roccaforte governativa di Latakia, sulla costa del Mediterraneo, le madri piangono accanto alle foto dei figli morti combattendo per Assad. Non sono soltanto le infrastrutture a dover essere ricostruite. La Siria che abbiamo visto è priva di ceto medio.
Chi faceva parte della classe media è scappato o è sceso nella piramide economica: oggi in Siria 8 abitanti su 10 vivono in povertà. Quando poco alla volta tornano, i giovani uomini sono ancora costretti a entrare nell'esercito mentre i dissidenti, o chi è collegato a loro, scompaiono nelle carceri del governo. La popolazione continua a fuggire, anche se meno rispetto al passato. Senza aiuti per la ricostruzione da donatori internazionali, i siriani che abbiamo incontrato hanno fatto tutto il possibile per chiudere i buchi lasciati dai proiettili, sfamare i figli e trovare un lavoro.
Con così tanti giovani scomparsi, spesso il compito di portare a casa il pane ricade sugli anziani o sui giovanissimi, e soprattutto sulle donne, comprese quelle appartenenti a famiglie conservatrici che prima non avevano mai lavorato. "Non avevo mai pensato che avrei lavorato, ma è sempre meglio che chiedere l'elemosina", dice Umm Akil, una signora di 40 anni di Aleppo Est. Per le strade di tutta la Siria sono appesi striscioni con il volto di Assad.
I funzionari siriani impediscono l'accesso ai giornalisti che, secondo loro, ha dato una copertura troppo critica della guerra. Noi abbiamo impiegato sei mesi per avere il visto per entrare in Siria. E comunque questo non significa avere libertà di movimento. Ovunque andassimo, eravamo accompagnati da rappresentanti del governo, soldati, agenti segreti in borghese. Parlare con i siriani è stato difficile per noi e pericoloso per loro.
I funzionari governativi erano impazienti di mostrarci che la vita in Siria sta tornando alla normalità. A Damasco era facile da notare perché la capitale ha evitato i danni più gravi. A soli due minuti di macchina da Damasco, sulla strada per Douma, invece, il paesaggio cambia radicalmente: le ceneri della guerra sono sparse per chilometri e chilometri.
A distanza di più di un anno da quando il governo ha sconfitto i ribelli con un assedio che ha costretto la popolazione a nutrirsi di erba, buona parte della città resta inabitabile. Un bambino ci ha presentato i nonni, Ali Hamoud Tohme e sua moglie Umm Fares. La coppia ha fatto ritorno nel suo appartamento di Douma a maggio, trovandolo saccheggiato e dato alle fiamme e ha scoperto che venti parenti erano morti. Ora deve tirare su 11 nipoti rimasti orfani.
parstoday.com, 25 agosto 2019
L'attenzione verso i dissidenti è probabilmente aumentata dopo l'omicidio del giornalista dissidente saudita Jamal Khashoggi, ucciso nel consolato saudita a Istanbul. Il regime saudita ha un problema con gli emigrati, con chi cioè lascia il paese per andare a vivere altrove. Nel 2016, il Consiglio della Shura (una sorta di Parlamento con funzioni esclusivamente consultive) aveva avvertito che un milione di sauditi vivevano all'estero. Tra di loro, anche i dissidenti del regime, gli oppositori della famiglia Al Saud, quella che governa Riad da quasi un secolo.
Secondo il Financial Times (FT), che ha dedicato un lungo articolo al tema, la questione preoccupa il regime saudita al punto da convincere Riad a commissionare uno studio per valutare la portata del fenomeno. Sembra che il numero di richiedenti asilo politico sauditi raggiungerà i 50.000 entro il 2030. Cinquantamila persone è un numero considerevole, soprattutto considerato che le domande, nel 2017, erano state 815, un dato comunque in notevole crescita rispetto ai poco più di duecento casi registrati nel 2012. L'attenzione verso i dissidenti è probabilmente aumentata dopo l'omicidio del giornalista dissidente saudita Jamal Khashoggi, ucciso nel consolato saudita a Istanbul, in Turchia lo scorso autunno, una morte per la quale anche l'Onu nutre forti sospetti verso il principe ereditario saudita Mohammed Bin Salman.
La Repubblica, 25 agosto 2019
Primi provvedimenti del presidente che definisce la foresta "parte essenziale della storia del Brasile". Trump: "Gli Stati Uniti pronti ad aiutare". I vescovi brasiliani: "alzare la voce per fermare le depredazion. La pressione internazionale su Jair Bolsonaro per spingere il presidente brasiliano a prendere provvedimenti seri sugli incendi della foresta amazzonica sta avendo i primi effetti. Bolsonaro ha deciso di inviare l'esercito nella regione ed ha detto in diretta televisiva, che "la foresta amazzonica è parte essenziale della storia del Brasile". Bolsonaro, oltre ad una comunità internazionale preoccupata, deve dare risposte anche a molti cittadini brasiliani che durante il suo discorso televisivo hanno protestato in piazza contro la politica ambientale del governo. Ed ora anche i vescovi brasiliani alzano la voce per chiedere lo stop dei roghi e la protezione della foresta.
Quello di cui ha paura il presidente brasiliano sono eventuali sanzioni visto che il problema sarà affrontato, per volere del presidente francese Emmanuel Macron, dal G7 che si riunisce oggi in Francia. "Gli incendi forestali avvengono in tutto il mondo - ha osservato il presidente brasiliano - e non possono essere utilizzati come pretesto per sanzioni internazionali". Bolsonaro ha dunque dichiarato che la foresta amazzonica "è parte essenziale" della storia del Brasile e che proteggerla è un dovere. "Ne siamo consapevoli e stiamo agendo per combattere la deforestazione illegale", ha affermato, dopo aver autorizzato il dispiegamento delle forze armate contro gli incendi. "Siamo un governo di tolleranza zero contro la criminalità e il settore ambientale - ha ammonito - non è differente".
Vescovi brasiliani: "In corso criminose depredazioni, servono provvedimenti seri" - "Alzare la voce per l'Amazzonia è ormai indispensabile". La Conferenza episcopale brasiliana scende in campo per l'Amazzonia in fiamme e, rivolgendosi ai governi, lancia un accorato appello affinché vengano messe in campo azioni concrete: "È urgente che i Governi dei Paesi amazzonici, specialmente il Brasile, adottino provvedimenti seri per salvare una regione determinante per l'equilibrio ecologico del pianeta, l'Amazzonia appunto". I vescovi brasiliani si rivolgono anche al presidente Bolsonaro, avvertendo che non è il momento di "deliri e debacle nei giudizi e nei discorsi".
Intanto, di fronte al dramma ambientale, il presidente boliviano Evo Morales ha chiesto ieri una riunione urgente dei ministri degli Esteri dei Paesi che integrano l'Organizzazione del Trattato di cooperazione amazzonica (Otca), la cui convocazione sembra però essere difficile perché alcuni dei membri si rifiutano di partecipare per non trovarsi accanto ai rappresentanti del governo del Venezuela. Mentre il capo indigeno Raoni ha chiesto aiuto alla comunità internazionale per "far andar via Bolsonaro il più presto possibile".
In aiuto al leader brasiliano arriva Donald Trump pronto ad aiutare il collega. "Ho appena parlato con il presidente Jair Bolsonaro - ha twittato il capo della Casa Bianca - Le nostre prospettive commerciali sono entusiasmanti e il nostro legame è forte, forse più di sempre. Gli ho detto che se gli Usa possono aiutare il Brasile con gli incendi dell'Amazzonia, siamo pronti ad assisterli".
vocedeiberici.it, 25 agosto 2019
Un "liberismo esasperato" che svuota la Stato, lo sfruttamento delle terre indigene, diritti sociali e diritti umani che vengono meno, aumento delle disuguaglianze e della disoccupazione, la corruzione strisciante e la violenza crescente. Il Brasile di oggi preoccupa i Vescovi del più grande Paese sudamericano che, in un messaggio rivolto al popolo brasiliano pubblicato durante la recente assemblea di Aparecida, hanno preso posizione sulle principali questioni di attualità sociale. "L'opzione per un liberismo esasperato e perverso, che svuota lo Stato quasi al punto di eliminarlo, ignorando così le politiche sociali d'importanza vitale per la maggior parte della popolazione, favorisce l'aumento della disuguaglianza e la concentrazione di reddito a livelli intollerabili, rendendo i ricchi sempre più ricchi a spese dei poveri, che diventano sempre più poveri". Così i Vescovi, che si sono scagliati contro la corruzione, definendola "una delle cause della povertà e dell'esclusione sociale", e hanno richiamato l'attenzione sulla disoccupazione, "un'altra piaga sociale". Infine, la violenza: "Alle nostre orecchie di pastori - hanno scritto i Vescovi - arriva il grido delle madri che seppelliscono i loro giovani figli assassinati, le famiglie che hanno perso i loro cari e tutte le vittime di un sistema che sfrutta e disumanizza le persone, nel dominio dell'indifferenza. I femminicidi, la situazione delle carceri e la criminalizzazione di coloro che difendono i diritti umani richiedono azioni vigorose a favore della vita e della dignità umana".
La denuncia dei Vescovi - I Vescovi brasiliani sono preoccupati anche per la riforma previdenziale proposta dal governo. Già lo scorso marzo, in un comunicato della Conferenza episcopale brasiliana si leggeva che i cambiamenti proposti "sacrificano i più poveri, penalizzano le donne e i lavoratori rurali puniscono le persone con disabilità e creano scoraggiamento per la sicurezza sociale, specialmente tra i disoccupati e le generazioni più giovani". Sempre da Aparecida è arrivato anche un allarme per la situazione dell'Amazzonia e della gente che vi abita. "Probabilmente i popoli originari dell'Amazzonia non sono mai stati così minacciati nei loro territori come lo sono ora; l'Amazzonia è una terra disputata su più fronti", ha detto mons. Roque Paloschi, arcivescovo metropolita di Porto Velho, intervenendo durante la seduta plenaria dell'assemblea.
I missionari vicentini - Nello Stato di Roraima nel Nord del Brasile, dove operano i missionari fidei donum vicentini e le suore Orsoline di Vicenza, tutte queste problematiche si toccano con mano. Con, in più, la crisi dei profughi in fuga dal vicino Venezuela, in cerca di cibo e medicine. "Qui da noi la gente è povera, racconta don Enrico Lovato, missionario vicentino che si trova a Boa Vista assieme a don Attilio Santuliana - per cui tutte le misure che il governo di Bolsonaro sta mettendo in campo hanno una ripercussione maggiore. Ci sono famiglie di dieci persone che vivono con una sola pensione. Se anche quella viene tagliata, sarà la fame. Qui ci accorgiamo subito dei tagli al sociale, all'istruzione e alla salute pubblica". Recentemente, racconta don Enrico, il Roraima ha dichiarato lo stato di calamità "per poter richiedere maggiori risorse al governo centrale. Con l'arrivo dei profughi venezuelani le richieste di cure sono aumentate ma non il personale medico. Mancano medicine e i tempi di attesa sono interminabili". Un fatto che sta facendo crescere un'ondata anti immigrati nell'opinione pubblica, anche cattolica. "Si tratta però di una guerra tra poveri - afferma don Enrico. La tensione si tocca con mano, perché i profughi sono costretti a dormire per strada, non hanno abitazioni. I Vescovi sono schierati dalla parte dei poveri, ma è difficile convincere anche i brasiliani".
Il Sinodo, speranza per i poveri - "Mi sembra di essere tornata indietro di trent'anni, quando sono arrivata in Brasile per la prima volta - racconta invece suor Renata Gonzato delle Orsoline di Vicenza -. In pochi mesi c'è stato un impoverimento grave di diritti sociali e diritti umani acquisiti. Il carcere femminile dove operiamo dieci anni fa era un modello, puntava sul reinserimento, il lavoro, lo studio... ora le donne rimangono ventiquattr'ore al giorno a far niente. Visitiamo il carcere ogni settimana, le carcerate sono almeno una sessantina, distribuite in quattro o cinque stanze sovraffollate". Anche nelle carceri brasiliane la tensione è altissima. Sempre di recente, gli scontri tra fazioni rivali in quattro carceri dello Stato di Amazonas, a sud di Roraima, hanno causato 55 morti. Anche in questo caso, la reazione dei Vescovi attraverso una nota della Pastorale carceraria nazionale è stata durissima. Quello avvenuto nelle carceri di Amazonas, si legge nella nota, è stato "un massacro frutto di una detenzione di massa, trascuratezza verso vite di scarto, avidità di compagnie private e genocidio di cui è responsabile lo Stato brasiliano".
In questo quadro, "un segno di speranza sarà sicuramente il Sinodo panamazzonico di ottobre - afferma suor Renata -, perché proporrà alla Chiesa di assumere un volto amazzonico e indigeno. Per le popolazioni della foresta, infatti, la vita è unità tra Dio, la natura e il prossimo". "I poveri hanno sempre speranza, lottano sempre, pensano sempre che si possa migliorare - conclude don Enrico Lovato. Grazie al cielo, questa speranza in Brasile è forte".
di Valeria Palumbo
Corriere della Sera, 24 agosto 2019
L'esito è drammaticamente incerto. Ma una cosa è sicura: i giovani ribelli di Hong Kong hanno già cambiato l'estetica e il linguaggio delle rivolte. Lasciano la strada più pulita di come l'hanno trovata: dietro a ogni corteo, a Hong Kong, ci sono volontari che raccolgono eventuali cartacce, bottigliette di plastica o rifiuti. Può sembrare un dettaglio.
Ma non lo è. Perché su una cosa i giovani che in questo periodo sfidano il gigante cinese nel nome della democrazia non hanno dubbi: amano la loro città-stato e vogliono salvaguardarla per il futuro. In barba a quello che sostengono i loro detrattori. Anche le barricate sembrano ordinate: le costruiscono con le transenne e i bambù usati per le impalcature (perfino dei grattacieli), allineati ai lati delle strade. Poi si mettono a deviare il traffico, offrendo spiegazioni gentili agli automobilisti, che non sempre la prendono benissimo.
Le divise come gli abiti delle bambole di carta. Il giorno dello sciopero generale, il 5 agosto, ci sono stati tafferugli con i pendolari nelle stazioni della metropolitana bloccate. In generale però nelle mobilitazioni del fine settimana gli abitanti di Hong-Kong partecipano con tutta la famiglia alle proteste per la cancellazione della legge sull'estradizione in Cina, le dimissioni della governatrice Carrie Lam, l'istituzione di una commissione sull'operato della polizia e libere elezioni. Così, con l'ironica creatività che li caratterizza, in occasione di un raduno a Victoria Park, alcuni volontari hanno distribuito anche insoliti volantini con tutte le istruzioni su come andare vestiti "alla rivoluzione", poliziotti e provocatori compresi. I modellini sono costruiti come gli abiti delle bambole di carta, seguendo un'estetica un po' retro che rivela un gusto e una sapienza grafica che sono un altro segno distintivo di questa coraggiosa ribellione.
Consapevoli, non solo in apparenza - Nell'indicare come ci si veste per la ribellione, i giovani di Hong Kong sembrano riecheggiare il titolo di un celebre monologo italiano del 1973 di Umberto Simonetta: Sta per venire la rivoluzione e non ho niente da mettermi. Lo recitava Livia Cerini, che interpretava Paola Sangalli, una giovane approdata a Milano che provava una seduta psicoanalitica. Tra dialetto e slang giovanile, il testo metteva alla berlina vizi e manie della gioventù "fricchettona", un po' impegnata e un po' snob. In realtà, a parte che, pur nella loro cultura cosmopolita è ben difficile che i manifestanti abbiano in mente l'opera, di "fricchettone" hanno ben poco. I rischi che corrono sono reali. E ne sono consapevoli. A differenza dei loro coetanei della Cina "Mainland", con cui pure hanno scambi frequenti perché il confine è a due passi e i passaggi frequenti, conoscono bene la storia.
"Siamo la prima linea" - Non solo sanno come andò a finire ai manifestanti di piazza Tienanmen, massacrati nella notte tra il 3 e il 4 giugno 1989. Ma sanno tutto della caduta del Muro di Berlino e del successivo crollo del sistema sovietico e del Patto di Varsavia. E non si fanno troppe illusioni: "Allora l'Unione Sovietica era in pieno declino, è bastata una spallata", ci spiega una coppia di ragazzi, bellissimi, che aspetta seduta su una panchina dell'H.K. Cultural Center, sulla punta di Kowloon, la carica della polizia. "La Cina è ancora al suo apice. Ma verrà la crisi economica. Magari tra dieci anni. Noi siamo la prima linea", aggiungono coraggiosi e un po' tristi.
Montando gli scudi colorati di gomma - "Finora la Cina ha dimostrato che gli Stati Uniti avevano torto o avevano bleffato: esportare il capitalismo non significa esportare democrazia. Anzi: il capitalismo convive benissimo con i regimi autoritari". Poi sorridono: "Avete paura?". Rispondiamo che no, anche in Occidente, alle manifestazioni, la polizia non fa tanti sconti. Intorno però sembra tutto tranquillo: perfino i compagni che intorno allestiscono le barricate e montano gli scudi colorati di gomma sembrano sereni. "Come fate a sapere che caricheranno?", chiediamo. "Lo fanno sempre: magari quando voi stranieri andate a letto, così evitano troppi problemi".
La grafica della Rivoluzione - Eppure perfino i turisti più sbadati che magari sbarcano a Hong Kong soltanto per andare a giocare nei casino di Macao, non possono non accorgersi che la città è tappezzata di manifesti, post-it, foglietti, volantini, ironici e colorati che uniscono, alla bellezza degli ideogrammi, delle foto e dei disegni, slogan ironici ma anche battaglieri. Gli stessi che vengono gridati durante le manifestazioni. Tipo "Rivoluzione, ora!", che suona comunque sconvolgente se gridata in faccia a quei cinesi che almeno fino al 1976, anno della morte di Mao, hanno ripetuto il suo slogan sulla "Rivoluzione permanente".
L'utopia ordinata - Se dunque l'esito di queste proteste è quanto mai incerto, nell'osservare la determinazione, la compostezza e perfino l'eleganza di questi ragazzi viene davvero da pensare che la democrazia non è un abito logoro, né la libertà uno slogan vintage o tanto meno sgangherato. Così alla domanda che un cartellone pubblicitario, involontariamente, pone ai manifestanti che ce lo indicano (A che cosa assomiglia la tua rivoluzione?), i ragazzi di Hong Kong sanno che cosa rispondere. Sotto i loro ombrelli colorati, tra ginocchiere in tinta con le t-shirt nere, elmetti gialli, maschere antigas lillà, cellulari onnipresenti dalle suonerie improbabili e una marea di foglietti colorati, appiccicati con incredibile "sense of humour" un po' ovunque (perfino lungo le mura del più frequentato tempio di Hong Kong, quello taoista di Wong Tai Sin, dove si predice e si augura la buona fortuna), questi giovani ribelli appaiono anni luce lontani dai loro predecessori occidentali degli anni Sessanta e Settanta. E invece ne condividono un principio fondamentale: a volte le utopie cambiano la storia.
di Giuseppe Agliastro
La Stampa, 24 agosto 2019
Aleksey Navalny esce dal carcere e sfida subito Putin. L'oppositore russo è tornato in libertà ieri mattina dopo aver trascorso 30 giorni dietro le sbarre. Il motivo della condanna è palesemente politico: ha spronato i suoi sostenitori a manifestare in nome di elezioni libere.
La reclusione, l'ennesima per Navalny, non ha però di certo spento lo spirito battagliero del blogger anti-Putin. Anzi. Non appena messo piede fuori dal centro di detenzione, Navalny ha subito promesso che "l'onda delle proteste continuerà a crescere e il regime si pentirà di quello che ha fatto". Navalny è uscito dal carcere col sorriso sulle labbra, salutato dall'"urrà" di un gruppo di fedelissimi. Durante il periodo di detenzione ha passato 18 ore in ospedale per una misteriosa "allergia" che alcuni sospettano sia stato un avvelenamento.
Le manifestazioni in piazza È ormai da un mese e mezzo che la gente scende in piazza a Mosca contro l'esclusione dei dissidenti dalle elezioni comunali del prossimo 8 settembre. Da otto anni in Russia non si vedevano proteste così massicce. Ma la risposta delle autorità è sempre la stessa: repressione. Navalny è stato arrestato proprio per aver incitato i moscoviti a prendere parte a una di queste manifestazioni: quella del 27 luglio, poi soffocata dalla polizia a manganellate e con una caterva di arresti.
Nonostante le violenze degli agenti, gli investigatori russi hanno preso di mira i dimostranti e hanno aperto un'inchiesta per "disordini di massa". Una decina di persone è finita in carcere e rischia ora fino a otto anni di reclusione. Anche il Fondo Anticorruzione di Navalny sta avendo guai con la giustizia che puzzano di vendetta politica: i conti dell'ente sono stati infatti congelati nell'ambito di una misteriosa inchiesta per riciclaggio di denaro.
Secondo il trascinatore delle proteste, c'è un motivo ben chiaro se le autorità hanno deciso di ricorrere al pugno di ferro: "Non hanno il sostegno della gente, lo sentono e hanno paura", ha spiegato Navalny ai giornalisti fuori dal carcere. Il Cremlino - ha proseguito - cerca di strozzare il dissenso con "atti intimidatori e di terrore", e questo dimostra che siamo nella "fase finale di degrado di questo regime che si basa su menzogne e falsificazioni".
I problemi economici stanno facendo crescere il malcontento, abbattendo la popolarità di Putin. Il rating di approvazione del presidente russo resta alto, sopra il 60 per cento, ma è ormai ben lontano dall'86 per cento toccato nel 2015.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 24 agosto 2019
Costretti al sopravvitto che costa anche il doppio. In diversi istituti penitenziari rimane ancor il problema che ogni bene del sopravvitto costa in media il doppio del normale acquistabile in un supermercato. Ma che cos'è? Per orientarsi dentro il carcere va detto che il suo ingresso comporta il ritiro, durante la perquisizione in casellario, del denaro e degli oggetti di valore, come collane, orologi, nonché di quelli non consentiti.
di Luigi Nicolosi
anteprima24.it, 24 agosto 2019
Il "super direttore" torna a Napoli. Un anno fa era andato via tra gli applausi di polizia penitenziaria e detenuti. Tutti avevano infatti apprezzato il suo impegno nel migliorare le condizioni di vivibilità della casa circondariale "Giuseppe Salvia" e il numero di detenuto al suo interno ristretti.
di Giovanni M. Jacobazzi
Il Dubbio, 24 agosto 2019
Il preoccupante aumento dei suicidi preoccupa i vertici dei Carabinieri. "Una situazione del genere non è accaduta neppure durante il periodo del terrorismo", racconta un carabiniere. Dall'inizio dell'anno in 12 si sono tolti la vita.
Italia Oggi, 24 agosto 2019
Dopo il via libera del Consiglio di stato pronto il regolamento che attua la legge 6/2018. Testimoni di giustizia con diritto all'assunzione in una pubblica amministrazione. E se loro non intendono fruirne, tale diritto scatta nei riguardi del coniuge e dei fi gli ovvero, in subordine, dei fratelli stabilmente conviventi, purché essi siano a carico ed ammessi alle speciali misure di protezione. Lo prevede il regolamento del ministero della giustizia emanato ai sensi articolo 7, comma 1, lett. h) della legge 11 gennaio 2018, n. 6, recante "Disposizioni per la protezione dei testimoni di giustizia", su cui il Consiglio di stato ha espresso parere positivo con alcune richieste di correzione.
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