di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 9 luglio 2019
Ieri mattina un migrante di origini bengalese è deceduto presso il Centro di permanenza e rimpatrio di Torino. La morte risalirebbe addirittura nella notte, ma se ne sono accorti la mattina. Secondo le indiscrezioni trapelate dalla campagna Lasciate-CIEentrare, l'uomo, 32enne, era stato posto in isolamento, dopo le denunce degli altri trattenuti che avevano segnalato l'abuso sessuale che avrebbe subito da altri migranti.
Alla notizia della morte, alcuni migranti hanno inscenato una dura protesta, perché non è stato subito chiaro quali fossero le cause. Secondo il medico legale la morte sarebbe per cause naturali, anche se le indagini sono ancora in corso. La protesta, poi rientrata, aveva causato piccoli incendi in alcuni moduli del Cpr.
Ma come sono le condizioni di questa struttura e come vivono i migranti trattenuti? Qualche tempo fa, Radio blackout ha raccolto e diffuso la denuncia di un trattenuto al dodicesimo giorno di sciopero della fame recluso nel Cpr.
"In questo centro ci trattano malissimo, peggio degli animali: il cibo ci viene somministrato in scatole di plastica dopo diverse ore dalla sua preparazione, quindi freddo, e non abbiamo alcun modo di poterlo consumare se non sul pavimento", ha raccontato il ragazzo. "Perdo ogni giorno un kg, non so se sopravvivrò, ma voglio lanciare questo messaggio: ho perso tutte le mie energie, siamo discriminati in Italia e a nessuno interessa nulla, non venite in Italia!". Ha concluso chiedendo di essere mandato in qualsiasi altro posto, purché fuori da quella prigione il prima possibile.
Non è però un caso isolato. Ad esempio, l'estate scorsa, il centro è stato danneggiato da un incendio doloso. Alcune delle persone recluse nel Cpr sono salite sui tetti, in segno di protesta per le condizioni nelle quali sono costrette a vivere. Due mesi dopo invece sono andati distrutti diversi moduli abitativi, dati alle fiamme da cittadini magrebini reclusi da oltre un mese e mezzo nel centro. Ma non sono mancati problemi burocratici non esattamente di poco conto.
A maggio scorso, l'avvocato Cristiano Prestinenzi di Bologna, ha parlato di "una grave violazione di diritti inalienabili dell'individuo riconosciuti dalla Costituzione, dai trattati internazionali e, più in generale, dai principi basilari su cui si regge uno Stato democratico".
Si riferiva ad un suo assistito trattenuto da oltre un mese al Cpr di Torino, che non riusciva ad avere la documentazione sanitaria che lo riguarda. "Il mio assistito mi ha riferito di avere un problema serio di salute e che sarebbe necessario un intervento chirurgico urgente, per cui avrebbe già effettuato tre accessi in strutture ospedaliere, ma dall'amministrazione del centro mi hanno risposto che per chiedere la documentazione sanitaria devo fare richiesta alla prefettura di Torino e, solo quando ci sarà il consenso, mi verrà rilasciata. È inaccettabile", ha denunciato l'avvocato Prestinenzi. Anche considerando, prosegue, "che la stessa coop che ha in gestione il centro il 4 aprile mi ha inviato senza nessuna autorizzazione documentazione relativa al mio assistito".
In generale, la condizione di vita dei vari Cpr è deplorevole. A dirlo recentemente è stata l'autorità del Garante nazionale delle persone private della libertà, perché, a distanza di alcuni mesi dalle ultime visite, ha effettuato nuove visite in quattro dei sei Centri per il rimpatrio presenti sul territorio italiano. Ricordiamo che i Cpr sono strutture detentive dove vengono reclusi i cittadini stranieri sprovvisti di regolare titolo di soggiorno. L'autorità del Garante denuncia che la situazione degli ospiti rimane molto dura e preoccupante, sia dal punto di vista della vita quotidiana, che scorre senza nessuna attività, con evidenti ripercussioni sulla salute psicofisica delle persone ristrette (fino a sei mesi o anche più), sia per quanto riguarda le condizioni materiali degli ambienti, spesso danneggiati o incendiati da precedenti ospiti ma mantenuti in tali condizioni di deterioramento e di assenza di igiene.
di Marina Catucci
Il Manifesto, 9 luglio 2019
L'alta commissaria delle Nazioni Unite inorridita, ma Trump incolpa i media mainstream. Michelle Bachelet, alto commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani, in un comunicato si dice inorridita dalle condizioni in cui sono detenuti rifugiati e migranti, inclusi i bambini, dopo essere entrati negli Stuti Uniti attraversando il confine meridionale con il Messico. Bachelet ha aggiunto che i bambini non dovrebbero mai essere separati dalle famiglie o trattenuti per immigrazione, pratiche che sotto l'amministrazione Trump sono diventate prassi comune.
"Come pediatra, ma anche come madre ed ex capo di Stato - ha dichiarato Bachelet - sono profondamente scioccata dal fatto che i bambini siano costretti a dormire sul pavimento in strutture sovraffollate, senza accesso a un'assistenza sanitaria o alimentare adeguata e con condizioni igieniche inadeguate. Detenere un bambino anche per brevi periodi in cattive condizioni può avere un grave impatto sulla sua salute e sullo sviluppo". L'alto commissario ha ricordato che gli organismi Onu che si occupano di diritti umani hanno fatto sapere che la detenzione di minori migranti costituisce un trattamento crudele, inumano e degradante vietato dal diritto internazionale.
Riguardo gli adulti Bachelet ha proseguito: "Qualsiasi privazione della libertà di migranti e rifugiati dovrebbe essere una misura di ultima istanza, per un periodo più breve possibile, con le dovute garanzie per un giusto processo e in condizioni che soddisfino tutti gli standard internazionali sui diritti umani". E se gli Stati hanno la prerogativa di decidere le condizioni di ingresso e soggiorno di cittadini stranieri, le misure di gestione delle frontiere devono rispettare gli obblighi in materia di diritti umani e non essere basate su politiche che mirano solo all'individuazione, detenzione ed espulsione rapida di migranti irregolari.
La dichiarazione di Bachelet arriva pochi giorni dopo la pubblicazione di un rapporto sulle condizioni del centro di detenzione al confine col Texas da parte dei controllori del Dipartimento della sicurezza nazionale Usa, dove si conclude che la situazione "urgente" richiede "attenzione e azioni tempestive", e si consiglia il governo di "prendere provvedimenti immediati per alleviare il pericoloso sovraffollamento e la detenzione prolungata di bambini e adulti". Secondo l'Associated Press, il rapporto include nuovi dettagli sui centri della valle del Rio Grande e si afferma che almeno tre strutture hanno negato ai bambini l'accesso alle docce, che "alcuni bambini sotto i 7 anni sono stati trattenuti nei centri per più di due settimane e le celle erano così anguste che gli adulti sono costretti a stare in piedi per giorni".
Nonostante le evidenze nel rapporto, Trump ha incolpato i media mainstream, accusandoli di "scrivere notizie fasulle ed esagerate". E i funzionari del Dipartimento per la sicurezza interna hanno difeso le condizioni dei centri. Ma il Segretario provvisorio per la sicurezza interna, Kevin McAleenan, in un'intervista a Abc news ha definito la situazione "straordinariamente impegnativa". Bachelet ha invitato gli Usa a far fronte alle cause che costringono i migranti a lasciare le loro case (insicurezza, violenza sessuale e di genere, discriminazione, povertà, degrado ambientale...). Il Dipartimento per la sicurezza interna ha risposto facendo sapere di avere aggiunto al confine tre tende con una capacità di circa 2.000 detenuti per smaltire il sovraffollamento dei centri.
di Paolo Mastrolilli
La Stampa, 9 luglio 2019
Sarà creata una Commissione ad hoc per riformularli. Il segretario di Stato Usa: "Non tutto quello che è tutelato dallo Stato è buono". L'amministrazione Trump riscopre l'importanza dei diritti umani per indirizzare la propria politica, oppure si mobilita per tornare indietro nel tempo e limitarli. Sono i due punti di vista, chiaramente opposti, con cui è stato accolto ieri l'annuncio del segretario di Stato Pompeo relativo alla creazione di una "Commission on Unalienable Rights", una commissione sui diritti inalienabili.
Il capo della diplomazia ha spiegato che il nuovo organismo avrà un ruolo consultivo, cioè non determinerà le linee politiche, ma "fornirà la forza intellettuale per quello che io spero sarà uno dei più profondi riesami dei diritti inalienabili nel mondo dalla Dichiarazione Universale del 1948". La Commissione sarà guidata da Mary Ann Glendon, giurista di Harvard che ha lavorato tanto per la Santa Sede, quanto per il governo Usa, come ambasciatrice in Vaticano dell'amministrazione Bush. Con lei ci saranno 10 membri, con competenze che spaziano dalla filosofia al diritto.
Annunciando l'iniziativa al dipartimento di Stato, Pompeo ha detto che il primo obiettivo sarà chiarire quali sono effettivamente i diritti inalienabili dell'uomo, e quindi se a partire dalla Seconda Guerra Mondiale sono stati allargati eccessivamente, includendo questioni che "spesso suonano nobili e giuste", ma non rientrano in questa categoria. "Non tutto ciò che è buono, o garantito dallo Stato, può essere un diritto universale". Il segretario poi ha aggiunto: "La causa dei diritti umani un tempo univa popoli di nazioni e culture diverse, nello sforzo di assicurare le libertà universali e combattere mali come il nazismo, il comunismo e l'apartheid. Oggi abbiamo perso questo focus. Le rivendicazioni dei diritti sono spesso mirate a soddisfare i gruppi di interesse e dividere l'umanità. Regimi oppressivi come l'Iran e Cuba si sono approfittati di questa richiesta cacofonica dei diritti, fingendo di essere protettori della libertà".
I sostenitori dell'amministrazione hanno apprezzato l'iniziativa, perché ci vedono la volontà di restituire importanza ai diritti umani. Ad esempio anche negli ambienti conservatori i neocon, che sul piano intellettuale avevano guidato il governo di Bush figlio, hanno criticato la pochezza di Trump su questo punto. Gli avversari dell'amministrazione denunciano un obiettivo opposto.
Se l'amministrazione fosse davvero intenzionata a rilanciare il tema dei diritti, dovrebbe cominciare dalla condanna degli alleati che li violano, come l'Arabia Saudita o l'Egitto, e sollevarli come problema con interlocutori tipo Russia, Cina o Corea del Nord. Il vero scopo della Commissione invece è rilanciare i "diritti naturali", parola in codice usata per indicare quelli tradizionali, e penalizzare quelli moderni come l'aborto o il trattamento dei gay. "Parole come "diritti" - ha infatti sottolineato Pompeo - possono essere usate dal bene o dal male. Alcuni hanno dirottato la retorica dei diritti umani per impiegarla a scopi dubbi o maligni".
ansa.it, 9 luglio 2019
Ma niente contatti col mondo, non avrebbero accesso a internet. Secondo Le Parisien, l'amministrazione penitenziaria avrebbe infatti l'intenzione di dotare le oltre 50.000 celle delle carceri nazionali di terminal digitali a disposizione dei condannati. Obiettivo? Permettere di interagire con l'amministrazione penitenziaria attraverso uno speciale sistema intranet.
L'internet esterno resterebbe, dunque, inaccessibile. Grazie a questo sistema, i detenuti potranno effettuare acquisti, ordinare ticket per la mensa, prenotare il parlatorio. I computer consentirebbero anche alle famiglie di approvvigionare direttamente i loro conti. Previsti, tra l'altro, anche servizi culturali. Tra questi, la possibilità per i detenuti stranieri di tradurre le loro richieste o seguire corsi di formazione online. Dal 2018, il dispositivo viene già testato in tre carceri della Francia, a Digione e nei penitenziari di Meaux e Nantes.
sputniknews.com, 9 luglio 2019
Nel sud del Tagikistan durante il trasporto di un gruppo di reclusi in una colonia, 14 detenuti sono morti a causa di un'intossicazione alimentare nel giro di poche ore. L'organo competente all'interno del Ministero della Giustizia ha comunicato a Sputnik la notizia. Tre veicoli speciali stavano effettuando il trasporto di 128 detenuti (di cui otto donne) dalle città di Xuçand e Istaravshan a Dushanbe e Norak, nel sud del Tagikistan, nuovi luoghi di reclusione. I mezzi si sono fermati sei volte durante il tragitto, nel rispetto delle normative vigenti.
"Nella località di Majkhura del distretto di Varzob, vicino a Dushanbe, la sera, uno dei detenuti ha distribuito tra 16 altri detenuti tre pagnotte. Mezzora dopo aver mangiato il pane, le 16 persone, che si trovavano nel furgone, hanno cominciato ad accusare, nausea, giramenti di testa e vomito. Dopo mezzora, quando il veicolo è entrato nel territorio del centro di detenzione, tutti e 16 hanno perso conoscenza", riporta il Ministero della Giustizia.
I medici sono riusciti a salvare solo due dei 16 detenuti intossicati. La Procura generale ha aperto un fascicolo penale e incaricato delle indagini un gruppo investigativo. È stata fissata una perizia medica. Le indagini si svolgono sotto il controllo del procuratore generale Jusuf Rakhmon. Secondo le fonti di Sputnik in procura, il pane conteneva muffe tossiche createsi a causa della mancata osservanza delle norme di conservazione del pane al caldo.
di Valentina Maglione e Bianca Lucia Mazzei
Il Sole 24 Ore, 8 luglio 2019
Tredici mesi, 404 giorni per la precisione. È questo il tempo medio di durata delle indagini preliminari condotte dalle procure presso i tribunali (sezioni ordinarie e Dda), rilevato dalle statistiche più recenti del ministero della Giustizia, riferite al 2017 e che si concentrano sui reati con autore noto. Tempi che sembrano in linea con i termini dettati dal Codice di procedura penale, che fissa la durata ordinaria in sei mesi, prorogabile (con più proroghe, ognuna al massimo di sei mesi) fino a 18 dal giudice su richiesta del Pm; per reati molto gravi (come l'associazione mafiosa) il termine iniziale è di un anno, prorogabile fino a due.
I tempi eccessivi - Analizzando i dati nel dettaglio, emergono tuttavia le anomalie. Infatti, se circa la metà (il 53%) delle indagini 2017 si è chiusa entro il termine ordinario di sei mesi e il 26% entro i due anni, il 20% ha invece sforato i due anni. Tempi lunghi che il Codice sanziona con l'impossibilità di usare gli atti di indagine compiuti dopo la scadenza dei termini. Senza contare che c'è una fetta di procedimenti (il 4,6% nel 2017) che arrivano a prescriversi nella fase delle indagini preliminari.
I tempi variano poi in modo sensibile da una procura all'altra. Nel 2017 è stata Brescia quella in cui le indagini preliminari sono durate di più, con una media di 829 giorni. "Nel 2017 l'organico era la metà dell'attuale - spiega il Procuratore aggiunto Carlo Nocerino - ma grazie all'arrivo nel 2018 di 8 nuovi sostituti, oggi la situazione è molto diversa: nel primo semestre 2019, a fronte di 9.866 nuovi fascicoli siamo riusciti a chiuderne 12.779". Carenze di organico ma anche ampliamento del bacino di competenza a Nocera Inferiore, dove la durata media 2017 è stata di 651 giorni. "Il Dlgs 155/2012 ha aumentato la popolazione di riferimento del 31% ma l'organico rimase lo stesso - dice il Procuratore Antonio Centore -. Oggi siamo riusciti a tornare a una situazione normale grazie allo spostamento di risorse da altre procure". Alla Procura di Cosenza, invece, la durata media delle indagini nel 2017 si è fermata a 128 giorni. Un dato che è il risultato, spiega il Procuratore Mario Spagnuolo, "di un grande lavoro sull'organizzazione, anche del personale amministrativo, per evitare colli di bottiglia e tempi morti. Siamo stati poi favoriti - aggiunge - dal basso turnover dei magistrati che ha evitato gli stalli spesso causati dai passaggi di consegne".
I punti chiave della riforma - È in questo quadro che dovrebbe inserirsi la riforma del processo penale su cui il Governo sta lavorando da tempo e che, stando alle dichiarazioni del ministro della Giustizia, Alfonso Bonafede, dovrebbe approdare nei prossimi giorni al Consiglio dei ministri, insieme con i progetti di riforma del processo civile e del Consiglio superiore della magistratura. Un intervento che arriverebbe mentre il mondo della giustizia è scosso dallo scandalo che ha investito lo stesso Csm e le Procure.
Il progetto - su cui stanno cercando l'accordo Bonafede e Giulia Bongiorno, ministro per la Pa, e che dovrebbe essere contenuto in un disegno di legge delega - punterebbe tra l'altro a irrigidire i termini delle indagini, con sanzioni per chi non li rispetta. Più che incidere sulla durata complessiva, l'intervento dovrebbe mirare soprattutto a rendere più rigidi scadenze e meccanismi. Si pensa infatti a un termine iniziale di un anno, prorogabile una sola volta per sei mesi (salvo casi particolari), con l'obbligo di depositare gli atti entro tre mesi.
Chiesta dagli avvocati, la riforma delle indagini preliminari è invece vista con sospetto dai Pm, per i quali il contingentamento dei tempi rischia di compromettere l'accuratezza delle indagini. A essere messe a rischio, secondo i magistrati, sarebbero proprio le inchieste più complesse e che coinvolgono più imputati, come quelle per mafia. "Non c'è bisogno di cambiare le regole - dice Nocerino - poiché il Codice già prevede il controllo del Gip. Nelle proroghe non ci sono automatismi, tant'è che spesso vengono bocciate". I Pm respingono anche l'accusa di ritardare le iscrizioni delle notizie di reato. Una scelta, secondo gli avvocati, fatta per rimandare il decorso dei termini per le indagini. Per i Pm, invece, non tutte le notizie di reato vanno iscritte ma occorre raccogliere gli elementi per iscrivere in modo motivato.
di Alessandro Trocino
Corriere della Sera, 8 luglio 2019
Si punta a evitare il voto anticipato superando la finestra del 20 luglio: oltre quel termine non sono più possibili le urne a settembre. In arrivo l'espulsione di Ciampolillo. Il conflitto a bassa intensità tra Lega e 5 Stelle è esploso, non a sorpresa, in occasione dell'ennesimo scontro sui migranti con la vicenda delle navi Alex di Mediterranea e Alan Kurdi.
di Marzia Paolucci
Italia Oggi, 8 luglio 2019
Più fondi per la sicurezza degli istituti penitenziari. Ammonta a quasi 3,5 milioni di euro per il 2019 il totale degli acquisti programmati dal Dipartimento dell'Amministrazione penitenziaria (Dap) per migliorarne la sicurezza.
di Andrea Pezzotta
ultimavoce.it, 8 luglio 2019
Nonostante qualche timido passo avanti, siamo ancora bloccati alla vecchia idea di carcere punitivo. E mentre i crimini calano sempre più, il tasso di recidività dei criminali è in costante aumento.
di Giovanni Negri
Il Sole 24 Ore, 8 luglio 2019
All'introduzione di misure acceleratorie dei procedimenti penali è legato l'accordo politico tra Lega e Movimento 5 Stelle che ha permesso la modifica alla disciplina della prescrizione con il congelamento dei termini all'altezza del giudizio di primo grado, di qualsiasi segno sia. In questa prospettiva, allora, diventano centrali i tempi delle indagini. È proprio in questa fase, infatti, che matura il maggior numero delle prescrizioni ed è chiaro che un intervento elusivo sul punto sarebbe denso di conseguenze.
Il nodo - Il nodo da sciogliere però è sia politico sia tecnico. Perché le modifiche al processo penale concordate tra ministero, Camere penali e Anm hanno di fatto trascurato questo aspetto, i tempi delle indagini, limitandosi a un accordo sulla rimodulazione della regola per la presentazione della richiesta di archiviazione, da avanzare quando mancano probabilità di successo dell'accusa in dibattimento. Impasse del resto comprensibile, considerati, da una parte, il favore degli avvocati per misure più stringenti nei tempi e vincolanti nel loro rispetto e, dall'altra, invece l'ostilità della magistratura. Solo pochi giorni fa il neo presidente dell'Anm, Luca Poniz, tornava a sottolineare la perplessità di fondo davanti a possibili sanzioni per il pubblico ministero che non rispetta i termini, in un contesto di scarsità di risorse a disposizione. E non aiuta il precedente della riforma Orlando, con la sostanziale sterilizzazione, anche da parte del Csm, della norma che aveva previsto l'avocazione da parte della procura generale in caso di inerzia del pm nel formulare l'imputazione o chiedere l'archiviazione.
Governo diviso - Sul piano politico poi, a oggi, la distanza tra le forze di Governo sul punto è ancora assai forte. Anzi, l'ipotesi di 12 mesi di durata standard più 6 di proroga senza notifica all'imputato appare alla Lega addirittura peggiorativa rispetto all'esistente. Una distanza che, per la verità, allo stato, resta forte su tutta la riforma della procedura penale in discussione. Troppo blanda e poco incisiva, per la Lega. Incapace di dare un effettivo impulso ai procedimenti. L'accordo a tre tra ministero, magistrati e penalisti, al di là delle indagini preliminari, investe infatti alcuni aspetti che però sono giudicati marginali.
È il caso, per esempio, dell'udienza preliminare, e dell'anticipo delle questioni che riguardano la competenza per territorio, la costituzione delle parti, il contenuto del fascicolo per il dibattimento. Oppure dei riti alternativi, che dovrebbero uscire incentivati sia sul fronte del patteggiamento (riduzione sino alla metà in caso di contravvenzione o di accordo raggiunto nelle indagini preliminari e innalzamento a 10 anni della pena che può essere richiesta dalle parti, eliminazione delle preclusioni sia soggettive sia oggettive), sia su quello del rito abbreviato. Di certo c'è il concreto pericolo che la riforma della procedura penale si riveli l'ennesimo intervento tampone, dove la somma dei veti incrociati produce uno zero sostanziale quanto a incisività. Ammesso poi che siano proprio gli interventi sulla procedura penale quelli più significativi per il miglioramento dei tempi di durata dei procedimenti. E non invece lo stanziamento di risorse, la formazione dei vertici degli uffici e misure meno glamour, come una drastica modifica del sistema delle notifiche.
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