di Giuseppe Amato
Il Sole 24 Ore, 8 luglio 2019
Cassazione -Sezione II penale -Sentenza 27 maggio 2019 n. 23168. Per ritenere integrata la condotta di "arruolamento passivo" prevista dall'articolo 270 quater, comma 2, del Cp,non è necessaria la prova del "serio accordo" con l'associazione, ma è invece sufficiente la prova della integrale disponibilità del neo-terrorista al compimento di tutte le azioni necessarie al raggiungimento degli scopi eversivi propagandati dall'associazione (nella specie, Al Quaeda). Lo prevede la Suprema corte con la sentenza n. 23168 del 2019.
Del resto, il segno distintivo della condotta di arruolamento è la sua connotazione "individuale", che segna la sua differenziazione netta rispetto alla condotta di partecipazione (articolo 270-bis, comma 2, del Cp), che, invece, presuppone l'innesto del partecipe nella struttura organizzata e, dunque, la prova dell'esistenza di un contatto operativo, anche flessibile, ma concreto tra il singolo e l'organizzazione che, in tal modo, abbia consapevolezza, anche indiretta, dell'adesione da parte del soggetto agente.
Detto altrimenti, proprio per evitare di sovrapporre la condotta di arruolamento a quella di partecipazione all'associazione, non è necessario che l'accettazione della richiesta individuale di arruolamento avvenga attraverso la stipula di un "serio accordo" tra l'arruolato e l'organizzazione, essendo sufficiente la messa a disposizione incondizionata del neo-arruolato alla commissione di atti terroristici (ciò che nella specie la Corte ha ritenuto essere stato adeguatamente motivato in sede di merito, attraverso la valorizzazione di plurimi indizi, quali, tra gli altri, l'effettuazione di un viaggio in Siria, il tenore di alcune conversazioni intercettate in cui l'imputato non negava che un secondo viaggio in Siria fosse funzionale al congiungimento con le milizie dell'organizzazione terroristica, il rinvenimento di materiale telematico riconducibile alla propaganda jihadista).
La Corte prende espressamente le distanze da Sezione I, 9 settembre 2015, Pm in proc. Elezi e altro, secondo cui, invece, in tema di arruolamento con finalità di terrorismo anche internazionale, la nozione di "arruolamento" è equiparabile a quella di "ingaggio", per esso intendendosi il raggiungimento di un serio accordo tra soggetto che propone il compimento, in forma organizzata, di più atti di violenza ovvero di sabotaggio con finalità di terrorismo e soggetto che aderisce.
Peraltro, la sentenza qui massimata chiarisce che la punibilità della condotta di chi si arruola, mettendosi a disposizione dell'organizzazione nei termini sopra riportati, esclude pur sempre la punibilità delle persone che si limitano a condividere la ideologia terroristica (jihadista o altro), ma che appunto non hanno manifestato la concreta disponibilità a compiere atti con finalità terroristica. Ciò che garantisce la compatibilità dell'articolo 270-quater, comma 2, del Cpcon il "principio di offensività", che deve essere rispettato anche quando si comprendono nell'area del penalmente rilevante condotte che, come quella dell'arruolamento non generano danno, ma solo pericolo.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 8 luglio 2019
Martedì prossimo, dopo 8 anni da quando è stato istituito, l'Assemblea legislativa d'Abruzzo procederà all'elezione del Garante dei detenuti. Martedì prossimo, dopo 8 anni da quando è stato istituito alla regione, l'Assemblea legislativa d'Abruzzo procederà all'elezione del Garante delle persone sottoposte a misure restrittive della libertà personale. Sì, perché nonostante la legge istitutiva del 31 agosto 2011 n. 54, a tutt'oggi l'Abruzzo - assieme alla Calabria - è la seconda Regione italiana a non aver provveduto, complice una legge regionale che richiede la maggioranza dei due terzi dei voti favorevoli. Nico Di Florio e Valerio Federico, rispettivamente coordinatore di + Europa Pescara e componente della Direzione Nazionale, il mese scorso avevano chiesto un immediato incontro con il presidente del Consiglio regionale Lorenzo Sospiri e la calendarizzazione dell'elezione, così come richiesto dall'esponente radicale Alessio Di Carlo.
Più volte, nel corso di questi anni, il consiglio regionale si è riunito, ma sempre fumata nera. Fino a poco tempo fa, la candidata più gettonata era l'esponente del Partito Radicale Rita Bernardini. Ma ora non è più in lista. E lo ha deciso lei di non ripresentarsi, visto i continui ostruzionismi da parte di alcuni consiglieri, soprattutto grillini. Al riguardo si è espresso l'ex consigliere regionale di Rifondazione Comunista, Maurizio Acerbo: "Come autore della legge, approvata con grande ritardo dopo una lunga battaglia, non posso che esprimere amarezza per il fatto che il Consiglio Regionale non sia stato capace di convergere nella passata legislatura regionale sulla nomina di Rita Bernardini proposta dallo scomparso Marco Pannella".
Acerbo poi sottolinea: "La mediocrità del ceto politico abruzzese, dal PD al centrodestra al M5S, ci ha privato del contributo di una delle maggiori esperte di problemi carcerari che ci sia nel nostro paese. In particolare demenziale che il M5S abbia negato il proprio voto favorevole perché Rita era stata condannata per la disobbedienza civile contro il proibizionismo sulla cannabis Un'occasione persa per la nostra regione. Spero che ora non si proceda a una nomina con logica spartitoria di maggioranza ma venga scelta una persona che nel carcere e con i detenuti abbia lavorato sul serio e che possa effettivamente svolgere il ruolo che la legge assegna al Garante. Il grado di civiltà di un paese si giudica dalle sue galere, insegnava Voltaire".
Ma non mancano polemiche in vista di martedì. "Il nuovo avviso pubblico per istituire il garante dei detenuti in Abruzzo, non è stato non solo pubblicizzato dalla Regione Abruzzo, come sarebbe dovuto accadere per un tema così importante, ma solo l'ultimo giorno un concorrente lo ha reso pubblico, il tempo era scaduto", denuncia Giulio Petrilli che ha scontato sei anni di carcere prima dell'assoluzione della Cassazione dall'accusa di essere tra gli organizzatori della banda armata Prima Linea "per presunte cattive frequentazioni da me avute" e che nei mesi scorsi si è rivolto al Parlamento Europeo in quanto "vittima di una detenzione ingiusta".
"Avrei voluto chiedere - denuncia sempre Petrilli - dove se ne era venuto a conoscenza. Io personalmente la sera stessa sono andato sul sito delle Regione e non ho trovato nulla e come tanti non ho potuto fare la domanda in quanto il tempo era scaduto. Chi ha concorso dove lo ha appreso?". Petrilli sottolinea infine: "Se hanno deciso già chi nominare avrebbero dovuto avere la coerenza di dare un incarico fiduciario e non inventarsi un avviso pubblico fantasma".
Nella lista dei ' papabili', tra tutti spiccano i nomi della pescarese Fiammetta Trisi, dirigente penitenziaria, e dell'avvocato Fabio Nieddu, figura di riferimento della Croce Rossa pescarese. Sono comunque nove in tutto i candidati in corsa. Forse martedì prossimo la regione Abruzzo avrà finalmente un Garante.
quinewsvolterra.it, 8 luglio 2019
Corleone: "Mio digiuno per dare risposte alle tante emergenze delle carceri toscane. Sarebbe da pazzi iniziare una guerra tra poveri". Il Garante dei detenuti della Toscana, Franco Corleone, torna in visita al carcere e alla Residenza per l'esecuzione delle misure di sicurezza (Rems) di Volterra martedì 9 luglio. Conclusa la nuova iniziativa, i tre giorni di digiuno sostenuti questa settimana per ottenere risposte sulle tante questioni urgenti che riguardano gli istituti di detenzione nella nostra regione, Corleone ha programmato il sopralluogo a Volterra. Una visita, spiega, che "sarà l'occasione per verificare anche le denunce fatte dai dipendenti dell'amministrazione penitenziaria".
Alle loro sollecitazioni, che gli sono giunte attraverso una lettera inviata al ministero di giustizia, Corleone replica: "Colgono l'occasione di un mio digiuno per nulla coraggioso per denunciare una situazione di difficoltà strutturale della Fortezza di Volterra. Voglio chiarire che dopo il mio primo digiuno e questo in corso hanno come obiettivo di sollecitare le questioni bloccate da troppo tempo".
E ricorda come gli obiettivi "erano e sono il superamento dello scandalo dei bagni a vista della sezione femminile di Pisa, il ritardo della destinazione del Gozzini a istituto femminile, valorizzando la differenza di genere e la mancata attivazione della seconda cucina a Sollicciano e nella sezione dell'alta sicurezza a Livorno". Ancora, "la richiesta di apertura della sezione trattamentale a Lucca, la denuncia delle condizioni di vita di tutta la comunità penitenziaria a causa della calura estiva".
Riguardo al progetto del teatro di Volterra, rivendica l'iniziativa: "Certamente ho posto l'urgenza di definire finalmente il progetto per la costruzione del Teatro stabile che ha avuto un finanziamento già alcuni anni fa". E mette in guardia: "Sarebbe da pazzi iniziare una guerra tra poveri o mettere in alternativa esigenze e priorità diverse. Assicuro - ha concluso Corleone - che aggiungerò negli obiettivi del mio prossimo digiuno alcune delle questioni segnalate nella lettera. Sarò felice, di avere accanto se non tutti almeno alcuni dei 53 firmatari".
di Alessia Centi Pizzutilli
abruzzoweb.it, 8 luglio 2019
"Non è stato facile trovare il bando per la nomina del Garante dei detenuti: sono riuscito a concorrere solo dopo una lunga ricerca sono e posso dire di averlo scovato per puro caso". Così l'ex giornalista de Il Messaggero, ora direttore responsabile di "Voci di dentro", Francesco Lo Piccolo, tra i nove candidati che ambiscono al posto di garante dei detenuti in Abruzzo, conferma ad AbruzzoWeb quanto riferito nei giorni scorsi da Giulio Petrilli, aquilano che ha scontato 6 anni di carcere, prima dell'assoluzione della Cassazione dall'accusa di essere tra gli organizzatori della banda armata Prima Linea e che nei mesi scorsi si è rivolto al Parlamento Europeo in quanto "vittima di una detenzione ingiusta".
Per Petrilli, "il nuovo avviso pubblico non è stato non solo pubblicizzato dalla Regione Abruzzo, come sarebbe dovuto accadere per un tema così importante, ma solo l'ultimo giorno un concorrente lo ha reso pubblico, il tempo era scaduto". Il concorrente di cui parla l'aquilano è proprio Lo Piccolo che, dirigendo un giornale che nasce proprio per dare voce ai detenuti, appena ha saputo del bando, dopo aver fatto domanda, ha deciso di pubblicare la notizia, "passata quasi inosservata".
"Cercavo già da qualche giorno sul sito della Regione Abruzzo, ma non trovando nulla ho deciso di continuare in modo più approfondito, scoprendo con mia grande sorpresa che il bando non era presente sul sito istituzionale, o comunque io a tutt'oggi non l'ho trovato, ma sulla pagina del Consiglio regionale, precisamente nelle news che si aggiornano in continuazione", spiega ad AbruzzoWeb il giornalista.
Il bando arriva in un momento difficile per il sistema carcerario abruzzese, che nelle scorse settimane è stato al centro di diverse proteste da parte di gruppi di anarchici, associazioni ed esponenti politici, che hanno mostrato solidarietà ad Anna Beniamino, 46 anni, e Silvia Ruggeri, 32 anni, imputate per reati di matrice anarchico insurrezionalista, rinchiuse nel carcere "Le Costarelle" di Preturo (L'Aquila) in sciopero della fame dal 29 maggio scorso, contro le restrizioni imposte dal regime carcerario del 41bis. Sciopero interrotto solo qualche giorno fa. Inoltre, l'Abruzzo è l'unica regione italiana a non aver provveduto all'elezione del Garante.
Nella lista dei "papabili", tra tutti spiccano i nomi della pescarese Fiammetta Trisi, dirigente penitenziaria, e dell'avvocato Fabio Nieddu, figura di riferimento della Croce Rossa pescarese. In base all'istruttoria condotta dal dirigente della Regione Abruzzo, Giovanni Giardino, sono risultati non in possesso dei requisiti richiesti sia l'aquilano Marco Fanfani, ex presidente della Fondazione Carispaq, che la celanese Rosa Pestilli. Il casertano Emilio Enzo Quintieri invece rientra in una cosiddetta "causa ostativa", mentre hanno presentato in ritardo le loro domande Carla Cotellessa e Gabriella Sacchetti, entrambe escluse.
Restano in corsa dunque: Salvatore Braghini, avezzanese di 53 anni, docente in una scuola superiore; Gianmarco Cifaldi, 55 anni aquilano, professore universitario alla D'Annunzio; Leonardo Colucci, 63 anni di un paese del Potentino e prossimo alla pensione; Edda Giuberti, 40 anni di Prato; Teresa Lesti, anche lei 40enne ma di Chieti; il giornalista Lo Piccolo, 69 anni, L'avvocato Nieddu, di 46 anni; Alessandro Sirolli, 68 anni dell'Aquila e infine la dirigente del Ministero della Giustizia Fiammetta Trisi, di 59 anni.
Il nome del garante sarà scelto tra questi nove attraverso il voto in Consiglio regionale. Martedì prossimo l'Assemblea legislativa d'Abruzzo procederà all'elezione dei componenti della Commissione regionale per la realizzazione delle pari opportunità e della parità giuridica e sostanziale tra uomini e donne e del Garante delle persone sottoposte a misure restrittive della libertà personale.
Il direttore Lo Piccolo spiega i motivi che lo hanno spinto a candidarsi: "Mi sono candidato alla carica di "Garante in Abruzzo delle persone sottoposte a misure restrittive della libertà personale" perché è il giusto sbocco del mio percorso: sono giornalista, sono stato consulente dell'Ordine dei Giornalisti d'Abruzzo per la Carta di Milano, quindi membro della Conferenza Regionale Volontariato Giustizia Abruzzo, poi sono stato indicato anche referente dei detenuti per i Radicali Abruzzo - sottolinea. Ma soprattutto sono volontario nelle carceri di Chieti e Pescara da almeno undici anni, e per cinque anni volontario anche negli Istituti di Vasto e Lanciano, dove ho ideato progetti, organizzato laboratori, tutto per favorire il reinserimento delle persone finite in carcere. Di fatto sono stato sempre un garante dei loro diritti, convinto che i diritti, come salute, istruzione, famiglia, lavoro, siano innati e connessi alla persona. Sempre", aggiunge.
L'uomo conosce bene il mondo delle carceri abruzzesi, proprio grazie all'esperienza di Voci di dentro: "Per poter essere veramente utile come volontario nelle carceri ho sentito la necessità di lavorare in gruppo con altri, e per questo ho fondato l'Associazione Voci di dentro. Ovviamente come giornalista ho portato e porto in carcere la mia esperienza e ho fondato e dirigo il magazine Voci di dentro scritto dai detenuti. L'ultimo numero, 2 mila copie, è uscito il 25 aprile, giorno della Liberazione", prosegue.
Ma l'impegno personale e professionale non si limita solo al giornale: "Personalmente e con l'associazione promuovo diverse iniziative dentro il carcere e fuori per eliminare le condizioni che determinano situazione di disagio. In carcere teniamo laboratori di scrittura, fotografia, musica, abbiamo realizzato corsi di Pc e teatro. Fiore all'occhiello dell'associazione è stato lo spettacolo "quando si spengono le luci-una notte d'ottobre" da un testo di Erika Mann e portato in scena grazie all'impegno di una ventina di detenuti-attori al Circus a Pescara, al Marrucino, nei teatri di Atri e Ortona, al rettorato della d'Annunzio. Fuori dal carcere in sede ospitiamo ex detenuti, o persone in affidamento con i quali avviamo percorsi su legalità, rispetto delle persone, giustizia", spiega ancora.
Chi sono i detenuti e perché è così importante la figura del garante? Individui marginati e marginali: molti tra loro non hanno avuto chance, altri scientemente (chi più e chi meno) hanno compiuto scelte sbagliate e hanno fatto violenza, altri ancora o non sono stati capaci di vedere altre scelte, o non avevano che una sola scelta, o sono finiti nel circuito penale (sempre più invasivo) per un errore di un momento. Persone che hanno sì fatto soffrire, ma che a loro volta soffrono. Disuguali in un mondo ingiusto, dove al primo posto ci sono l'utilitarismo, il profitto, il dominio, per apparire, avere.
Le persone che ho conosciuto in carcere, centinaia, sembrano cloni l'uno dell'altro, come fatti con lo stampino: etichettati e auto-etichettati, bloccati nello stereotipo del criminale, deumanizzati, vittime di una istituzione totale che li spoglia dei loro diritti, applicando sistemi infantilizzanti, deresponsabilizzandoli e rinchiudendoli tutti assieme (piccoli ladruncoli alle prime armi, mafiosi e camorristi, poveri e ricchi, stranieri, giovani e vecchi, malati e sani, dipendenti da sostanze, alcool, gioco, colletti bianchi, eccetera) in sezioni e celle molto spesso per 16 ore al giorno dove si ripropongono ancora le stesse dinamiche sociali del fuori (discriminazione, sopraffazione, violenza).
Dunque, come descriverebbe il carcere? "Un luogo dove la vista si ferma a pochi metri dai loro occhi, dove per anni i detenuti si relazionano solo tra loro e solo con persone che ordinano e dove la disparità di potere è regola. Un luogo dove chi è rinchiuso vede il mondo attraverso una grata, dove vengono proibiti gli affetti. Un luogo nel quale si entra piccoli ladri e dal quale si esce esperti criminali. Così com'è non funziona: sette detenuti su dieci ritornano in carcere".
Quali sarebbero le prime cose che farebbe se venisse eletto? "In carcere la rieducazione e le attività risocializzanti sono solo parole a causa di una organizzazione-burocratizzazione che privilegia innanzitutto la sicurezza, il contenimento, la punizione fine a se stessa. In media negli istituti penitenziari italiani ci sono un agente ogni due detenuti, mentre c'è un solo educatore ogni 60 detenuti. Pena non è punizione, le pene hanno un'altra finalità e soprattutto non sono in opposizione ai diritti delle persone. Come Garante, se eletto, continuerei a incontrare i detenuti giorno dopo giorno, uno ad uno, per garantire i diritti di tutti, quei diritti sociali (istruzione, salute, lavoro) che in carcere sono solo parole... e oggi purtroppo non solo per le persone detenute".
Il Sole 24 Ore, 8 luglio 2019
Diritto penale della persona e della famiglia - Reati contro la persona - Procurato aborto - Infanticidio - Omicidio - Elementi costitutivi e distintivi. In tema di delitti contro la persona, l'elemento "specializzante" del reato di infanticidio previsto dall'art. 578 del codice penale, rispetto al reato di omicidio disciplinato dall'art. 575 c.p., è costituito dalle condizioni di abbandono materiale e morale in cui versa la madre del neonato (se il delitto si consuma immediatamente dopo il parto) o del feto (se avviene durante il parto). La condotta prevista dall'art. 578 cod. pen. si realizza dal momento del distacco del feto dall'utero materno: con la "locuzione durante il parto" si stabilisce il limite prima del quale la vita del prodotto del concepimento è tutelata da altro reato: il procurato aborto.
• Corte di Cassazione, sezione IV, sentenza 20 giugno 2019 n. 27539.
Delitti contro la vita e l'incolumità individuale - Infanticidio in condizioni di abbandono materiale e morale - Differente regime sanzionatorio previsto per l'infanticidio rispetto alla generale norma incriminatrice dell'omicidio volontario - Necessità di leggere in chiave soggettiva la situazione di abbandono materiale e morale connessa al parto. La situazione di abbandono materiale e morale connessa al parto, necessaria a integrare l'elemento materiale del delitto di cui all'articolo 578 cod. pen., non deve rivestire un carattere di oggettiva assolutezza, trattandosi di un elemento costitutivo da leggere in chiave soggettiva, nel senso della sufficienza - a determinare la configurazione dello specifico titolo di reato (in luogo di quello di cui all'articolo 575 cod. pen.) - della percezione di totale abbandono avvertita dalla donna nell'ambito di una complessa esperienza emotiva e mentale quale quella che accompagna la gravidanza e poi il parto. Il differente regime sanzionatorio previsto per l'infanticidio - rispetto alla generale norma incriminatrice dell'omicidio volontario - trova la sua ragione giustificativa non già nell'oggetto del reato, trattandosi comunque di un'offesa arrecata al bene giuridico della vita umana, bensì sul piano soggettivo, pervenendo a una valutazione di minore colpevolezza del fatto in base alla considerazione delle condizioni di turbamento psichico ed emotivo connesse al parto e al contesto di particolare difficoltà, sfavore e solitudine in cui la gestazione prima e il parto poi possono collocarsi, svolgendo un ruolo attivo nel determinismo dell'evento criminoso (e ciò con particolare riguardo alle ipotesi di gravidanza nascosta od osteggiata, nonché alle situazioni di solitudine materiale ed affettiva, di immaturità, di povertà materiale, di deficit intellettivo, in cui la donna possa venire concretamente a trovarsi).
• Corte di Cassazione, sezione I, sentenza 20 gennaio 2014 n. 2267.
Omicidio - Infanticidio - Elemento oggettivo - Condizioni di abbandono - Elemento soggettivo - Stato di solitudine esistenziale della donna - Configurabilità - Individuazione. Ai fini della configurabilità, in luogo della più grave figura di reato costituita dall'omicidio volontario, di quella dell'infanticidio in condizioni di abbandono materiale e morale, non può accedersi ad una nozione puramente oggettiva dello stato di abbandono, facendolo coincidere con una situazione di assoluta derelizione ovvero di isolamento tale da non consentire l'intervento o l'aiuto di terzi né un qualsiasi soccorso fisico o morale, ma deve piuttosto preferirsi un'interpretazione della norma in chiave soggettiva, per la quale, pur quando sia possibile, nel contesto territoriale in cui avviene il parto, il ricorso da parte della madre all'aiuto di presidi sanitari o di altre strutture, si riconosca la sussistenza della condizione di abbandono anche nello stato di solitudine esistenziale in cui versi la donna e che impedisca a quest'ultima di cogliere le suddette opportunità, inducendola a partorire in una situazione di effettiva derelizione, quale può derivare anche dall'indifferenza dell'ambiente familiare.
• Corte di cassazione, sezione I, sentenza 19 giugno 2013 n. 26663.
Reati contro la persona - In genere - Omicidio - Infanticidio - Presupposto che il feto sia vivo - Rilevanza - Presupposti che il feto sia vitale - Irrilevanza. Sia nella fattispecie dell'omicidio volontario che in quella dell'infanticidio costituisce presupposto necessario che il feto sia vivo fino al realizzarsi della condotta che ne cagiona la morte, pur non richiedendosi che esso sia altresì vitale ovvero immune da anomalie anatomiche e patologie funzionali, potenzialmente idonee a causarne la morte in tempi brevi, perché costituisce omicidio anche solo anticipare di una frazione minima di tempo l'evento letale.
• Corte di cassazione, sezione I, sentenza 2 dicembre 2004 n. 46945.
istituzioni24.it, 8 luglio 2019
Si è concluso sabato scorso il progetto "Emozioni - Recuperare sentimenti empatici negli autori di reati sessuali", presso il padiglione Roma della Casa Circondariale di Poggioreale. Un progetto, promosso dal garante campano dei detenuti e realizzato dalla associazione "Oltre le sbarre".
Iniziato nel freddo febbraio e conclusosi nella calda mattinata di ieri, presso il cortile del padiglione Roma, nel "Giardino dentro", uno spazio dove curare il verde e lo spirito, che ha permesso di trascorrere due ore in un ambiente, per quello che sia possibile, diverso dalle strette mura del carcere.
Alla festa finale, un modo "familiare", per salutare tutti i 17 detenuti che hanno partecipato con forte coinvolgimento a questo intenso progetto, erano presenti la Direttrice dell'istituto, Maria Luisa Palma, il Garante Campano dei detenuti, Samuele Ciambriello, tutti gli operatori che hanno lavorato a questo progetto: la coordinatrice Rita, le operatrici Luisa e Dea, il Fantasiologo Massimo e il Fumettista Giancarlo. Dopo un momento conviviale reso possibile anche da un "banchetto" preparato per l'occasione, si è creata l'atmosfera giusta affinché un detenuto leggesse una lettera, frutto di tutti i detenuti, per ringraziare i presenti.
"Sono stupita positivamente da queste parole, da questo modo di scrivere, dai sentimenti che sono venuti fuori. Trovo che siano importanti progetti del genere e sarà mia cura fare in modo che ce ne siano di altri", cosi ha esordito la Direttrice, che ha poi rassicurato che a breve i detenuti del Roma 3°piano, saranno trasferiti in un altro padiglione, di nuova ristrutturazione che potrà migliorare la situazione di detenzione in cui vivono.
Per concludere la giornata, il Garante, ha prestato la sua voce per leggere ad ogni detenuto che ha partecipato, un messaggio che è stato scritto in modo accurato per ognuno di loro. Un messaggio contenente impressioni personali ed un consiglio, " un po' come si fa con l'oroscopo" ha ironizzato il Garante, che ha poi continuato dicendo " sono contento che ci siano momenti del genere, che possano questi non essere casi isolati, qui al terzo piano del Roma è il secondo anno che promuovo un progetto per questi diversamente liberi, a settembre esperienze simili inizieranno nel carcere di Vallo della Lucania, nel reparto destinato ai sex-offenders di Secondigliano e Carinola, attraverso la professionalità e l'esperienza di operatori che aiutano i detenuti a "ritrovarsi", per evitare la recidiva".
Per Dea Pisano una delle animatrici del percorso trattamentale: "L'obiettivo del progetto è stato quello di garantire ai partecipanti una nuova opportunità trattamentale, anche attraverso il riconoscimento delle proprie responsabilità e l'assunzione emotiva della persona e della sensibilità della vittima e del danno ad essa arrecato. Si è ritenuto necessario utilizzare un metodo di approccio "più sfumato", che partisse soprattutto dai vissuti dei singoli detenuti e ne valorizzasse i contenuti empatici e, soprattutto, tenesse conto in maniera prioritaria della condizione di "quasi" emarginazione che i sex-offenders vivono all'interno della struttura detentiva".
In altre parole: i partecipanti al Progetto riconoscevano la loro "specialità", ma chiedevano di distaccarsene, mettendosi in gioco come persone complessive e sottraendosi ad un giudizio preconcetto e, talvolta, viziato da esemplificazioni valutative. Per Rita Crisi, dell'associazione "Oltre le sbarre": "nessuno dei partecipanti individuati dall'area educativa si è tirato indietro, qualcuno è partito schivo ma con il tempo ha permesso a noi operatori, e ai compagni di gruppo, di condividere storie, vissuti, sensazioni, emozioni". L'associazione "Oltre le sbarre Onlus" ha ringraziato l'ufficio del Garante dei detenuti per la realizzazione di questo progetto.
di Simona Lorenzetti
Corriere della Sera, 8 luglio 2019
Trasloco in corso Vittorio Emanuele II. Lunedì al via le prime udienze del tribunale civile, dal 16 luglio i dibattimenti in penale Ex carcere Le Nuove, braccio quattro. Le celle dove un tempo venivano rinchiuse le donne ospitano oggi la nuova sede dei giudici di pace di Torino. Il trasloco dalle Vallette è iniziato lo scorso 10 giugno. Ma ci vorranno ancora un paio di settimane prima che tutto sia a posto e funzionante. A quel punto la cittadella giudiziaria di cui si parla dalla fine del secolo scorso sarà completata.
C'è ottimismo, perché la tabella di marcia stilata dalla dirigente degli uffici giudiziari Rita Coletta è rispettata. "Stiamo procedendo a ritmo serrato - racconta - ed è quasi pronto. Durante questo periodo di smobilitazione il lavoro dei giudici di pace non è stato interrotto".
La sede è in parte già aperta al pubblico. L'ingresso principale è al civico 127 di corso Vittorio Emanuele II. Domani, sciopero dei giudici permettendo, si celebreranno le prime udienze del civile. Mentre bisognerà attendere fino al 16 luglio per i dibattimenti in sede penale. Un trasloco atteso, soprattutto dagli avvocati che adesso non dovranno fare la spola tra il Palagiustizia Bruno Caccia e viale dei Mughetti.
I nuovi uffici sono collocati su tre piani e occupano un'area di circa 2.400 metri quadrati. Negli ex sotterranei ci sono le tre aule dove si svolgono i processi: arredi moderni e sedie di colore blu elettrico. Qui troverà spazio anche l'archivio, in gran parte ancora nella ex sede. "Al pian terreno - spiega Coletta - ci sono gli uffici di front office come le cancellerie per le iscrizioni al ruolo o per i decreti ingiuntivi, con sportelli dedicati ai cittadini e agli avvocati. Al piano superiore ci sono le stanze dei magistrati e del personale amministrativo".
Sono sessanta i dipendenti che hanno dovuto fare i bagagli e trasferirsi alle Nuove. E sono 21 i giudici di pace, nove del civile e dodici del penale, che a breve occuperanno le ex celle. Ciò che resta del carcere - di proprietà del Comune - sono la struttura esterna e la rotonda da cui partivano i bracci della prigione. L'interno ha subìto molte modifiche, ma l'edifico è sottoposto ai vincoli della sovrintendenza dei Beni Culturali. Per questo le finestre sono rimaste quelle di un tempo: piccole e strette, ma senza sbarre.
"Un po' le Vallette ci mancheranno - sottolinea la dirigente - ma sono convinta che anche qui lavoreremo bene. Conta la professionalità del personale, e quella non manca. Con una piccola parte del mobilio abbiamo traslocato anche la nostra filosofia, che è di ascoltare i cittadini. Questi uffici sono e restano luoghi di sofferenza e preoccupazione. E le persone hanno bisogno di essere capite e aiutate a risolvere i loro piccoli e grandi problemi".
La Repubblica, 8 luglio 2019
La calura fa soffrire tutti, soprattutto i più deboli. Ma se c'è un posto dove il fresco di un temporale si aspetta come una benedizione, questo è San Vittore. La vita in cella non è mai facile, e con il termometro a 37 gradi si complica ancora di più. Ci sono celle dove vivono in sei o sette, dove già normalmente c'è bisogno di molta pazienza nei rapporti con i compagni: turni in bagno e in cucina, tutti in piedi insieme non si sta né si passa fra una branda e l'altra, bucati da stendere eccetera.
Con il caldo micidiale di questi giorni la sofferenza e il nervosismo aumentano. E ogni contrattempo, in galera i contrattempi sono pane quotidiano, diventa un ostacolo. Per esempio: l'ascensore, che si usa solo per portare ai piani i carrelli dei pasti e la spesa, si ferma di frequente. A volte resta bloccato per un po'; ma comunque tocca portare a piedi per le scale i contenitori del cibo caldo, per quattro piani.
Egli ostacoli possono essere di diversa natura. Si sospendono i colloqui la domenica pomeriggio. Le telefonate di dieci minuti non possono essere recuperate, se per caso dall'altra parte non risponde il familiare che si sta cercando.
Da qualche tempo esiste la possibilità di spedire e ricevere mail (ovviamente controllate per sicurezza, così come le telefonate), ma a prezzi stratosferici che molti non si possono permettere, sempre che la mail quel giorno funzioni. La spesa ha, per regolamento, i prezzi del più vicino supermercato. Ma se l'Esselunga di viale Papiniano ha delle offerte vantaggiose, non si può approfittarne. Possono sembrare cose da niente, ma non è così.
di Massimo Colonna
umbria24.it, 8 luglio 2019
Alla Rocca di Spoleto pienone per lo spettacolo itinerante dei detenuti di #sinenomine: viaggio tra realtà e percezione. "Non si può arrivare al punto di meraviglia col naso lungo e le bretelle, prima o poi bisogna svegliarsi".
Un lungo viaggio tra percezione e realtà, una odissea che muove il primo passo dal Campo dei Miracoli di Collodi per chiudersi nel ventre della balena. Questo quanto accade nell'intreccio della storia. Ma la "vera" traversata è tutta nella testa del protagonista, Pinocchio. E quindi dello spettatore.
Lo spettacolo "Storia vera, 'e capit comm'è!" riempie la Rocca Albornoziana anche nella terza e ultima uscita, non solo per l'esplosività introspettiva dell'opera diretta da Giorgio Flamini, ma anche per l'alto valore sociale. Sul palco ecco la compagnia #Sinenomine, nata nel 2014 e composta da una quarantina di detenuti della Casa di Reclusione di Maiano, i quali hanno accompagnato il pubblico quasi per mano in uno show itinerante, carico, ma non eccessivamente, di performer più o meno strambi.
Il campo dei miracoli Tutto parte da una bugia: quella che il gatto e la volpe raccontano a Pinocchio: "Se sotterri le tue monete al Campo dei miracoli, le ritroverai raddoppiate, triplicate!". E qui inizia il viaggio di Pinocchio che via via si confronta con personaggi cari (Geppetto e il Grillo Parlante) o destabilizzanti e provocatori (ispirati dal Gatto e dalla Volpe). Fino a ritrovarsi nel ventre della balena. Il tutto in una visione quasi onirica, che a tratti ricorda i contorni confusi di David Lynch, tra percezione della realtà e realtà stessa.
Il viaggio A quel punto parte la seconda parte dello show, in cui il protagonista Luciano scrive un diario di bordo di un viaggio fantastico, a occidente delle colonne d'Ercole e fino a raggiungere il nuovo continente, la terra predetta da Radamanto. Durante la traversata l'equipaggio è costretto a fronteggiare numerosi pericoli, fino a piombare nel ventre della balena: qui incontra non solo il popolo degli "Sgranchiati" e dei temibili "Piedisogliole", "che sono più di mille e soprattutto armati di spine di pesce", ma anche Scintaro e suo figlio, inghiottiti 27 anni prima (alter ego di Geppetto e Pinocchio).
È questo l'elemento narrativo che riporta un barlume di luce nella mente dello spettatore, almeno in quello che la cerca. Ma lo show più che altro punta a disturbare. E ci riesce benissimo. Anche se, come spiega Pinocchio, "non si può arrivare al punto di meraviglia col naso lungo e le bretelle, prima o poi bisogna svegliarsi". Oppure no?
La dedica Lo spettacolo, prodotto dalla Casa di Reclusione di Spoleto, insieme all'istituto Iis Sansi Leonardi Volta, Ufficio di sorveglianza di Spoleto, Museo Nazionale del Ducato di Spoleto, le associazioni Teodelapio e Euno, compagnia#SIneNOmine e Fondazione Antonini, è stato dedicato a Mauro Bronchi, il noto attore spoletino scomparso nell'agosto 2018.
Insieme alla direzione di Flamini, ecco l'aiuto regia di Sara Ragni e Pina Segoni, le coreografie di Laura Bassetta e Mariolina Maconio, il direttore del Coro Francesco Corrias, la cantante solista e violino Lucia Napoli, il coro AdCantus Ensemble Vocale, le danzatrici Euno (Francesca Bonanni, Anna Borini, Margherita Costantini, Stefania Dell'Aquila, Valeria Di Loreto, Alexandra Kadilova, Martina Pannacci, Serena Perna), i costumi firmati Pina Segoni e Giorgio Flamini.
di Fabio Gianfilippi*
Ristretti Orizzonti , 8 luglio 2019
"Il pubblico si è incamminato col sole ancora alto verso la Rocca Albornoz, sperimentando il miracolo di ritrovarsi, dopo l'ultima curva, con lo sguardo perso nei verdi e nei gialli della campagna, come se Spoleto non ci fosse più. Da questa lontananza parte la nuova tappa del viaggio della Compagnia SIne NOmine e della sua instancabile guida, Giorgio Flamini. Appoggiati alle mura medievali stanno il Gatto e la Volpe, un bozzetto brigantesco che sembra uscito da un quadro di Hackert, e più in là il coro, che dal loggiato inizia il suo costante dialogo con gli attori, tra musiche antiche e sottolineature dei passaggi principali della trama.
Quest'anno dalla Casa Reclusione di Spoleto un nutrito gruppo di detenuti, grazie all'art. 21 dell'ordinamento penitenziario, ha lasciato le mura del carcere per allestire le scene e preparare lo spettacolo che ieri è stato proposto (con due repliche e circa seicento spettatori ogni sera) nell'ambito del Festival dei Due Mondi: Storia Vera. E capit cumm'è.
Gli attori liberi e detenuti si sono cimentati in un lavoro complesso, che intreccia le storie di Pinocchio, il cui simulacro chiudeva lo spettacolo dello scorso anno, e il viaggio immaginifico descritto da Luciano di Samosata, sottolineandone le similitudini e le citazioni esplicite. Sontuoso, nella sua essenzialità, l'allestimento nei Cortili. La Rocca sembra guardare benevola questa folla, attori e spettatori, che affronta il suo viaggio tra le miserie e le bugie dell'umanità, grazie all'ironia che non fa sconti di Collodi e Luciano.
E accoglie, ancora una volta, come nei secoli del suo passato carcerario, prima della sua splendida attualità di Museo e polo culturale, i sogni e i dolori degli uomini. Il coro ricorda che la storia è cimitero in cui trovano pace i giusti e gli ingiusti. "Finisce tutto, finisce..." ripete, evocando la scritta che campeggia in un lacerto di affresco nel Salone del piano nobile. E il carcere pure finisce, deve finire con un risultato utile per tutti: collettività e reclusi, perché le pene tendono alla risocializzazione, secondo il mandato costituzionale. Nel fantastico finale, affidato specialmente alla bravura di Sara Ragni e di Roberto D.S., campeggiano le eleganti silhouette di una moltitudine di uomini: sono i detenuti rimasti ancora dentro le mura, ci ricorda il professor Flamini.
E l'applauso, in ogni senso liberatorio, della platea e degli attori, è tutta per quel mondo invisibile, fatto di tanti operatori che lavorano nel silenzio perché chi ha commesso un reato possa tornare a dare il suo positivo contributo alla società, e di tanta umanità che soffre la privazione della libertà, che dal reato deriva, senza che possa mai togliere a ciascuno la dignità di essere persona e quei sogni grandi che il Direttore del carcere, Giuseppe Mazzini, ha giustamente ricordato nel suo saluto finale.
Tra scenografie e costumi che nell'essenzialità non perdono la favola di cui abbiamo bisogno, vivono la Lumachina e il Grillo parlante, la ciurma di impavidi esploratori dei mondi di Luciano, le guardie d'ebano e oro che ci aprono la strada e la chiudono alle nostre spalle, perché la Rocca è in questa serata un'arca in cui si parla una lingua di umanità e d'arte, di ascolto dell'altro e di amore per il diverso, un luogo marziano per il nostro contemporaneo diffidente ed egoista. Un luogo necessario, costruito per noi, con la materia dei sogni, dalla Compagnia SIne NOmine."
*Magistrato di Sorveglianza di Spoleto










