di giordano stabile
La Stampa, 23 agosto 2019
Gli Stati Uniti ammettono per la prima volta che Israele ha condotto "svariati attacchi" in Iraq. I raid hanno colpito basi delle milizie sciite alleate di Teheran, dove si sospettava fossero nascosti missili ad alta precisione forniti dall'Iran, destinati a essere spostati in Siria. La conferma dei raid è arrivata da funzionari del governo americano, che sono voluti restare anonimi, al New York Times. Ieri il premier israeliano Benjamin Netanyahu ha alluso ai bombardamenti, senza però specificare che gli obiettivi erano in Iraq. "Stiamo operando - ha detto- in molte aree contro uno Stato che ci vuole annientare. Naturalmente ho dato carta bianca alle forze di sicurezza perché facciano qualsiasi cosa per stroncare i piani dell'Iran".
A partire dal 19 luglio quattro basi e depositi delle milizie sciite irachene, conosciute con il nome di Hashd al-Shaabi, cioè forze di mobilitazione popolare, sono stati colpi e distrutti. In funzionari si sono riferiti soprattutto al raid del 19 luglio, a Nord di Baghdad, che avrebbe colpito una base usata dai Pasdaran "per trasferire armi in Siria" e avrebbe spazzato via una fornitura di missili ad alta precisione "con una portata di 200 chilometri". Sono armi che le Guardie rivoluzionarie vogliono piazzare vicino al confine con Israele per tenerla sotto scacco.
Israele ha condotto "oltre 200 raid" in Siria a partire dal 2013, quando la milizia sciita libanese Hezbollah è intervenuta nella guerra civile siriana al fianco di Bashar al-Assad.
I raid sono stati ammessi ufficialmente soltanto l'anno scorso dal capo di Stato maggiore e dall'ex ministro della Difesa Avigdor Lieberman. Ma ora il fronte si è spostato in Iraq. Gli alti ufficiali israeliani hanno detto di considerare quel settore "il più minaccioso in questo momento", perché le milizie sciite e i consiglieri militari dei Pasdaran stanno costruendo un'infrastruttura militare sempre più estesa e sofisticata. Le milizie sciite irachene contano in totale su 200 mila uomini. Circa la metà hanno stretti legami con Teheran e rispondono al comandante delle forze speciali dei Pasdaran, generale Qassem Soleimani.
di Francesca Spasiano
Il Dubbio, 23 agosto 2019
La barca umanitaria naviga tra Italia e Malta. Le scorte scarseggiano. La vita è in pausa a bordo della Ocean Viking. La nave battente bandiera norvegese che da quasi due settimane naviga a rilento al centro del Mediterraneo, tra la Sicilia e Malta.
A bordo 356 persone, di cui 103 minori, tratte in salvo al largo della Libia nel corso di quattro operazioni coordinate da Medici Senza Frontiere e SOS Mediteranée tra il 9 e il 12 agosto. La maggior parte dei sopravvissuti viene dal Sudan e porta sul corpo i segni di un viaggio da incubo costellato di abusi, torture e detenzione arbitraria.
"Vergognoso e disumano lasciare in mezzo al mare 356 persone. Chiediamo al più presto un porto sicuro perché i sopravvissuti a bordo della Ocean Viking possano finalmente toccare terra e trovare una condizione di sicurezza e umanità". Lo scrive su Twitter Medici senza Frontiere, che da giorni si appella alle autorità europee perché offrano una soluzione al più presto.
"Abbiamo pasti per appena 5 giorni, prima di intaccare le scorte di emergenza. Ci sono persone le cui condizioni di salute potrebbero presto diventare critiche, fino al punto di dover richiedere un'evacuazione", spiega Luca Pigozzi, uno dei medici a bordo che denuncia il deteriorarsi della salute fisica e psichica dei suoi pazienti, di cui un terzo minori di 18 anni, vittime delle più atroci violenze: ferite di guerra, percosse e scariche elettiche subite durante la permanenza in Libia.
"Si tratta dell'ennesima situazione di stallo" spiega il Garante delle persone private della libertà persona, Mauro Palma, che è intervento sul caso della Viking con una lettera rivolta ai suoi omologhi di Malta e Norvegia, in cui si invitano le autorità europee a un'azione comune per l'assegnazione di un luogo sicuro di sbarco a persone soccorse in mare. "In questo contesto, che richiede reti di cooperazione non solo tra le autorità responsabili, ma anche tra gli organi indipendenti di garanzia dei diversi Paesi coinvolti, il Garante nazionale ha spesso registrato l'assenza della voce dei propri omologhi", aggiunge Palma, sottolineando il "verificarsi di una nuova privazione "de facto" della libertà delle persone soccorse, dalla durata imprecisata".
Intanto da Lampedusa arriva la chiusura a nuove accoglienze in seguito all'evacuazione degli 83 migranti rimasti a bordo della Open Arms: l'hotspot dell'Isola lamenta condizioni di soggiorno molto precarie per i 206 migranti al suo interno, considerata la disponibilità di soli 96 posti. Si attende ora la convalida da parte del gip per il sequestro della nave spagnola, emesso dal Procuratore capo di Agrigento Luigi Patronaggio martedì pomeriggio.
Dalle prime verifiche alla nave "sono emerse una serie di gravi anomalie relative alla sicurezza della navigazione", ha riferito la Guardia Costiera, che ha disposto "l'immediato fermo amministrativo dell'unità a Porto Empedocle". Fonti del Viminale fanno sapere intanto che la Spagna è disposta ad accogliere soltanto 15 dei migranti ora fermi a Lampedusa, mentre i restanti 110 potrebbero essere ricollocati tra Francia, Germania, Portogallo e Lussemburgo, soltanto dopo che saranno concluse le procedure di identificazione previste dalla normativa.
Il Garante nazionale scrive ai suoi omologhi di Malta e Norvegia
La nave Ocean Viking si trova attualmente in acque internazionali con a bordo 356 migranti (tra cui 103 minori stranieri, la maggior parte dei quali non accompagnati), tratti in salvo con quattro interventi effettuati tra il 9 e il 12 agosto. Si tratta dell'ennesima situazione di stallo riguardante l'assegnazione di un luogo sicuro di sbarco a una nave con persone soccorse in mare, situazione nella quale insorgono conflitti di competenza fra Paesi europei.
In questo contesto, che richiede reti di cooperazione non solo tra le autorità responsabili, ma anche tra gli organi indipendenti di garanzia dei diversi Paesi coinvolti, il Garante nazionale ha spesso registrato l'assenza della voce dei propri omologhi, i Meccanismi nazionali di prevenzione (Npm) europei ai sensi del Protocollo Onu alla Convenzione contro la tortura o altri trattamenti crudeli, inumani o degradanti (Opcat).
Di fronte alla prospettiva del verificarsi di una nuova privazione 'de facto' della libertà delle persone soccorse, dalla durata imprecisata, il Garante nazionale ha preso un'iniziativa per coinvolgere due NPM europei, con l'obiettivo di rafforzare la tutela dei diritti delle persone a bordo. In particolare, il Garante nazionale ha inviato una lettera al Parliamentary Ombudsman della Norvegia, Aage Thor Falkanger, alla Presidente del NPM norvegese, Helga Fastrup Ervik, e al Presidente del Board of Visitors for Detained Persons of Malta, Andre Camilleri (e, per conoscenza, a Malcom Evans, Presidente del Sottocomitato Onu per la prevenzione della tortura, a cui è affidato il coordinamento dei diversi NPM nazionali), ovvero alle autorità indipendenti, rispettivamente, dello Stato di bandiera della nave che ha giurisdizione sulle persone a bordo e dello Stato con il quale è insorto un conflitto di competenza sul soccorso da prestare.
Nella lettera il Garante nazionale li invita a un'azione comune urgente (sotto forma di una lettera, di un esposto all'Autorità giudiziaria o azioni similari) presso le rispettive Autorità nazionali. Tale proposta intende dare avvio a iniziative coordinate tra NPM, con l'obiettivo di sensibilizzare e responsabilizzare contemporaneamente le diverse Autorità nazionali circa il rispetto degli obblighi internazionali cui sono in egual misura vincolate.
Da oltre un anno, il Garante nazionale ha tenuto sotto attenta osservazione la questione della tutela di persone migranti dapprima soccorse, poi bloccate per giorni a bordo dell'imbarcazione che le ha tratte in salvo: lo ha fatto anche con una visita a bordo nel noto caso della nave "Ubaldo Diciotti" e con informazioni alle Procure competenti. Ciò sulla base di una valutazione delle situazioni di fatto determinatesi, indipendentemente da valutazioni di ordine politico o relative ai comportamenti delle persone responsabili delle operazioni.
Poiché è indubbio che nessuna persona può rimanere in un limbo privo di diritti, a rischio di essere respinta e in condizioni materiali che ogni giorno peggiorano. Tale situazione, configurabile come una privazione 'de facto' della loro libertà personale, le ha implicitamente esposte al rischio di subire respingimenti. Inoltre, il suo prolungarsi, a volte per settimane, può determinare una violazione del diritto alla dignità che attiene in modo assoluto a ogni persona.
di Antonio Mattone
Il Mattino, 23 agosto 2019
Sulla tomba una mano ignota accende un lumino, forse è uno degli assassini. Da qualche tempo nel cimitero di Villa Literno una mano ignota accende un cero sulla tomba di Jerry Essan Masllo. Il giovane sudafricano venne ucciso nella notte tra il 24 e il 25 agosto 1989 durante un assalto nel capannone dove dormiva assieme ad altri immigrati, nel tentativo di rubargli i pochi soldi guadagnati con la raccolta dei pomodori nei campi. Non si conosce l'autore di questo gesto di pietà, ma qualcuno sostiene che si tratti di uno degli artefici di quella scellerata rapina, tornato in libertà dopo aver scontato numerosi anni di prigione.
Jerry era scappato dal suo paese dopo la morte dei genitori e di un figlio di sette anni, uccisi dalla polizia durante una manifestazione contro l'apartheid. La sua permanenza in Sudafrica avrebbe messo a repentaglio anche la sua vita. Dopo varie peripezie era giunto a Roma, dove avrebbe voluto chiedere asilo politico per raggiungere il Canada e per ricongiungersi con sua moglie e gli altri due figli.
Ma questo non fu possibile perché in quel periodo l'Italia riconosceva lo status di rifugiato solo a coloro che arrivavano dall'Europa dell'Est. Intanto si sparse la voce dell'arrivo di un esule dal Sudafrica, un paese al centro dell'attenzione della pubblica opinione internazionale per le leggi razziste e il regime di segregazione, così Amnesty International e l'Alto commissariato dell'Onu per i rifugiati cominciarono ad occuparsi di lui.
E così, dopo essere stato trattenuto per quattro settimane nell'area di transito dell'aeroporto di Fiumicino, Jerry venne ospitato dalla Comunità di Sant'Egidio in attesa di ottenere i documenti per andare in Canada. Per guadagnare qualche soldo d'estate si recava a Villa Literno dove era possibile lavorare per la raccolta del pomodoro, un'attività massacrante e sottopagata che però rappresentava l'unica fonte di guadagno per gli immigrati neri, tanto che in quegli anni nella cittadina liternese se ne contavano oltre quattromila.
Le durissime condizioni di vita gli fecero tornare alla mente la realtà degli slum del suo paese. Molti braccianti africani vivevano nel "ghetto", una bidonville alle porte del paese, alcuni dormivano persino nei loculi in costruzione del cimitero, altri in casolari abbandonati, senza acqua e luce, distanti dal centro.
Il lavoro nei campi poteva durare anche quindici ore al giorno con una piccola pausa per bere un po' d'acqua e mangiare pane e conserva.
Poi ci fu quella maledetta notte che interruppe la vita e i sogni di Masllo. All'improvviso quattro giovani incappucciati armati di pistole e spranghe di ferro fecero irruzione nella baracca dove dormiva con altri immigrati, chiedendo che gli venissero consegnati tutti i soldi che avevano addosso. La situazione sfuggì di mano, partirono dei colpi di pistola e Jerry fu colpito a morte.
L'uccisione di Masllo destò un grande sconcerto e una forte emozione in tutto il Paese. L'Italia si scoprì razzista e cominciò a rendersi conto dei sentimenti xenofobi che albergavano in una parte della popolazione. Le esequie, a cui partecipò il vicepresidente del consiglio Claudio Martelli, vennero trasmesse in diretta dalla Rai.
In tutto il Paese ci fu una grande mobilitazione che culminò in una grande manifestazione a Roma a cui parteciparono oltre 200.000 persone. Qualche mese dopo venne emanata la cosiddetta legge Martelli nella quale l'Italia recepirà del tutto la Convenzione di Ginevra e dove vennero riconosciuti e garantiti i diritti dei lavoratori stranieri.
Quest'anno cadono trent'anni da quell'orribile omicidio. Cosa è cambiato da allora? La predicazione dell'odio verso gli immigrati utilizzata come propaganda politica sta creando un clima di ostilità e disprezzo che colpisce in modo indiscriminato chi ha la pelle nera, come ha raccontato qualche giorno fa in una lettera a Repubblica la mamma adottiva di due bambini africani.
E mentre in Italia sembra ritornare un rigurgito razzista, una nuova stagione di intolleranza resta ancora aperta la domanda su come sia possibile realizzare una vera e proficua integrazione. E resta anche il mistero di una mano ignota che tiene accesa una fiammella sulla tomba di Jerry. Probabilmente per rischiarare le tenebre e per scacciare i fantasmi di quella terribile notte di oblio.
di Massimo Gaggi
Corriere della Sera, 23 agosto 2019
Il mondo della finanza non solo è da tempo convinto che il clima sta davvero cambiando, ma ha scoperto che grazie a ciò può fare un sacco di soldi. Duemila e cento miliardi di dollari, una cifra pari al Pil dell'Italia: è il valore del business delle catastrofi ambientali stimato (per difetto) dalle società come Cdp, che analizzano i rischi legati ai mutamenti climatici. In America, mentre Donald Trump e gran parte del mondo conservatore continuano a parlare del global warming come di una burla (secondo alcuni inventata dai cinesi per mettere i bastoni tra le ruote della crescita Usa), il mondo della finanza non solo è da tempo convinto che il clima sta davvero cambiando, ma ha scoperto che grazie a ciò può fare un sacco di soldi. Come? Disinvestendo dalle aree e dalle attività maggiormente a rischio di incendi, desertificazioni, allagamenti, dissesti idrogeologici, o puntando sui nuovi business: dal rafforzamento delle infrastrutture più vulnerabili alla costruzione di nuove protezioni, allo sviluppo agricolo di aree rese coltivabili dall'aumento delle temperature.
Ragionamenti di questo tipo circolano da anni, ma c'era una certa reticenza a proporre pubblicamente affari basati su eventi catastrofici che impoveriscono milioni di persone. Tutto è cambiato nel 2017 con tre uragani disastrosi e gli incendi che hanno devastato la California. Morte e distruzione, ma anche la formazione di nuovi, giganteschi business: soccorsi, assistenza, sgombero delle macerie, ricostruzione.
In pochi anni sono sorte e si sono moltiplicate società di ricerca che analizzano i rischi ambientali e vendono i loro studi alle imprese. La consacrazione di questo nuovo filone è avvenuta qualche settimana fa quando l'agenzia di rating Moody's ha comprato Four Twenty Seven, il maggior centro di analisi delle conseguenze economiche dei mutamenti climatici creato a Berkeley, nei pressi della celebre università.
Insomma Moody's, che dà i voti alle imprese così come alla solvibilità degli Stati appesantiti da un forte debito pubblico (lo sappiamo bene noi italiani, da anni nel suo mirino), sta incorporando anche la variante clima nel rating delle aziende valutate. Anziché battersi per arrestare il deterioramento del clima, dunque, ci stiamo rassegnando a convivere con eventi disastrosi, provando a trasformarli addirittura in occasioni di crescita del Pil. Idea che piace a chi è convinto che la molla del boom della seconda metà del Novecento sia stato il secondo conflitto mondiale.
di emiliano guanella
La Stampa, 23 agosto 2019
Il presidente incolpa le organizzazioni ambientaliste: "Hanno perso i finanziamenti, così seminano il panico". Sui social e in piazza scatta l'indignazione: accuse false. I "fazendeiros": pronti a occupare le terre bruciate. Mentre l'Amazzonia sta bruciando il presidente brasiliano Jair Bolsonaro sa già a chi dare la colpa.
"Non chiedetemi le prove, ma ci sono forti indizi che a provocare gli incendi di questi giorni siano state le Ong ambientaliste. Hanno perso i fondi statali e per questo stanno seminando il panico, danneggiando così l'immagine del nostro Paese". Nessuna prova, nessun documento, ma le accuse partono lo stesso. "Potrebbero essere stati anche gli agricoltori? Certo, tutti sono sospettabili, anche gli indios: ma secondo me, vi ripeto, le Ong sono in cima alla lista".
Dichiarazioni che hanno suscitato forti proteste sui social e nelle piazze, mentre l'unico dato certo è che la foresta continua a bruciare. Secondo l'Inpe, l'istituto nazionale incaricato di monitorare attraverso i satelliti e gli aerei radar tutta l'Amazzonia, da gennaio ad oggi sono stati bruciati 320.000 ettari di foresta, 80% in più rispetto allo stesso periodo del 2018. Non basta la consueta metafora dei campi di calcio per disegnare l'entità del disastro; meglio pensare a 3 volte la superficie del comune di Roma o a tutta la Val d'Aosta. A preoccupare, poi, è la curva crescente di agosto, che coincide con uno dei periodi più secchi dell'anno.
L'Amazzonia è enorme e ovunque sono arrivate le fiamme: Rondonia, Acre, Amazonas, Mato Grosso, e infine lo strategico stato del Parà, epicentro da tempo dei conflitti più violenti per la terra. Nel municipio di Altamira, uno dei più estesi di tutto il Brasile, sabato 10 agosto c'è stato il "dia do fogo"; sono stati registrati 194 incendi in poche ore, molti dei quali sono partiti all'interno delle riserve indigene dove, in teoria, non dovrebbe entrare nessuno. A smentire la tesi anti-Ong di Bolsonaro sono arrivate le dichiarazioni di alcuni "fazendeiros", che sui social hanno pubblicato immagini degli incendi ammettendo che si è trattato di una grande mobilitazione per dichiarare al governo che sono pronti a occupare nuove terre. Che vogliono, insomma, lavorare.
Il ciclo della deforestazione in Amazzonia inizia quasi sempre così; alle fiamme seguono le ruspe per portare via i resti di alberi, poi si installano gli animali al pascolo e infine le coltivazioni. Tutto secondo calendario: si brucia quando non piove, si pianta prima dell'arrivo delle piogge, entro ottobre e novembre. La soia cresce velocemente e regala profitti straordinari; il Sud Parà è tra le regioni più produttive del Paese, soia e mais. I ricercatori sono preoccupati. "Per 50 anni - spiega Robert Muggah, dell'Istituto Igarapé - il Brasile ha ottenuto risultati importanti per diminuire gli incendi e la successiva deforestazione. Da 5 anni a questa parte questa curva è cambiata e negli ultimi 12 mesi abbiamo registrato un aumento del 50%". La lobby agroindustriale, che conta su 250 parlamentari oltre alla ministra dell'agricoltura Tereza Cristina, non prende posizione, mentre nel Congresso si stanno discutendo leggi d'amnistia per le invasioni di terre demaniali in Amazzonia.
Ibama e Icmbio, i due principali organi pubblici di controllo, funzionano con meno della metà dell'organico dopo i tagli decisi dal governo. "Le dichiarazioni del presidente - dicono a Greenpeace - sono un atto di grande vigliaccheria. Bolsonaro non accetta la responsabilità di quello che semina e accusa le uniche istituzioni che cercano di fermare questa tragedia". Sono diverse le manifestazioni in programma. "Dal governo - sostiene Wwf - si dovrebbe fomentare il dibattito e l'azione concreta per bloccare tutto questo. E invece si cerca di deviare l'attenzione con discussioni sterili, basate su accuse false". A schierarsi con gli attivisti sono anche i calciatori della Juve, Cristiano Ronaldo e Paulo Dybala: "La foresta Amazzonica produce oltre il 20% dell'ossigeno del mondo. È nostra responsabilità aiutare a salvare il pianeta", ha twittato il primo. Il secondo ha ribadito: "L'Amazzonia non è solo del Sud America, appartiene a tutti. La foresta sono i polmoni della Terra". Parole e polemiche, mentre la terra e la foresta continuano a bruciare.
di Francesco Giambertone
Corriere della Sera, 23 agosto 2019
Ma come funziona nel mondo? Gli Stati Uniti concedono la cittadinanza ai figli di stranieri nati sul territorio, ma il presidente vorrebbe cancellarlo. Tra diritto "di suolo" (in Brasile e Canada) e "di sangue" in Italia e Giappone, esistono anche molte vie di mezzo. È uno dei capisaldi della storia americana, ma ora Donald Trump vuole abbatterlo. O almeno questa è l'idea del presidente sullo Ius soli, ossia il "diritto del suolo" vigente in alcuni Paesi che permette a chi vi nasce di ottenere la cittadinanza sin dalla nascita, indipendentemente da quella dei genitori: "Stiamo valutando seriamente di toglierlo - ha detto Trump ai giornalisti - questo diritto è una cosa ridicola". Ma come funziona e quali sono i Paesi che lo applicano?
Ius soli e Ius sanguinis - Lo Ius soli è stato introdotto storicamente dal sistema giuridico britannico, al contrario dello Ius sanguinis, che deriva dall'ordinamento romano. Lo Ius soli incondizionato (senza restrizioni) esiste in quasi tutti i Paesi del continente americano, mentre è raro altrove. Quasi tutti gli Stati d'Europa, Asia, Africa e Oceania basano il diritto di cittadinanza sullo Ius sanguinis, secondo il quale viene trasmessa dai parenti e non dal luogo di nascita, oppure su versioni "temperate" dello Ius soli, che danno la cittadinanza alla nascita in modo automatico solo a determinate condizioni.
Chi applica lo Ius soli incondizionato: Brasile, Canada e Usa - Lo Ius soli senza restrizioni è applicato - tra gli altri - in Argentina, Brasile, Canada, Cile, Ecuador, Messico, Pakistan, Perù, Uruguay, Venezuela, e appunto Stati Uniti, terra d'immigrati, dove lo Ius soli è un cardine storico. La "clausola sulla cittadinanza" nel 14esimo emendamento della costituzione Usa, approvato allo scopo di garantire i diritti degli ex schiavi, dice che "tutte le persone nate o naturalizzate negli Stati Uniti (...) sono cittadini degli Stati Uniti". Una decisione della Corte Suprema permette al governo di negare la cittadinanza solo in caso in cui si tratti di figli di diplomatici o di bambini nati da genitori facenti parte di forze nemiche d'occupazione.
Le forme di Ius soli "ristretto": dalla Francia alla Germania - Sono molti i Paesi dove viene applicato uno Ius soli "ristretto", che richiede che almeno uno dei due genitori del neonato sia cittadino o abbia ottenuto la residenza permanente nello Stato in questione al momento della nascita del bambino. In Francia, ad esempio, serve che almeno un genitore sia cittadino oppure nato in Francia (o in un territorio d'oltremare), ma il figlio può acquisire la cittadinanza ai 18 anni se dagli 11 in poi ne ha vissuti almeno 5 nel Paese. In Germania, dove fino al 2000 vigeva un pieno Ius sanguinis, ora si può ottenere la cittadinanza alla nascita se almeno un genitore ha un permesso di soggiorno permanente. E funziona in modo simile (con molte varianti) in Spagna, Regno Unito, Portogallo, Irlanda, Grecia, Iran, Australia e altri Paesi. L'India e Malta, dove esisteva lo Ius soli, lo hanno entrambe abolito. Mentre Israele fa storia a sé: a Tel Aviv la cittadinanza, regolata da atti dei primi anni Cinquanta come la Legge del Ritorno, può essere ottenuta appunto per "ritorno" (per tutti gli ebrei stranieri intenzionati a trasferirsi), per residenza (per gli arabi dell'ex mandato britannico), per discendenza (Ius sanguinis) e anche per Ius soli (purché il bambino non abbia un'altra cittadinanza).
L'Italia e la cittadinanza per discendenza - L'Italia, dove a lungo si è dibattuto sull'introduzione dello Ius soli, nell'articolo 1 della legge 91/92 stabilisce che è cittadino per nascita il figlio di padre o madre cittadini italiani. Si tratta dello Ius sanguinis, anche se in Italia esiste una forma particolare di Ius soli: uno straniero nato in Italia che vi abbia risieduto legalmente senza interruzioni fino ai 18 anni, può richiedere la cittadinanza italiana per naturalizzazione (ne è un esempio Mario Balotelli, nato a Palermo da genitori ghanesi, ma il cui affido non fu mai tramutato in adozione e perciò dovette aspettare). Lo Ius sanguinis è spesso applicato anche nei Paesi dove sono in vigore forme di Ius soli (i due diritti non si escludono) e anche per la nascita fuori dal territorio dello Stato. Il Regno Unito, ad esempio, li ha entrambi: un cittadino britannico (non per discendenza ma ad esempio naturalizzato) passa la cittadinanza al figlio nato all'estero, per una generazione. Lo applicano in via esclusiva - tra i tanti - il Giappone, la Corea del Sud, l'Austria e la Russia.
di Marilisa Palumbo
Corriere della Sera, 23 agosto 2019
Centinaia si offrono di aiutarli. Gli adulti arrestati durante i raid nelle fabbriche. Solidarietà per i piccoli. Parenti, vicini, amici, preti, è una catena di solidarietà che si allunga anche fuori dallo stato quella messa in piedi in Mississippi per aiutare le centinaia di bambini rimasti senza uno o entrambi i genitori dopo il più grande raid della polizia contro immigrati illegali della storia recente degli Stati Uniti.
Era la mattina del 7 agosto quando gli agenti dell'Ice hanno fatto irruzione in sette fabbriche per la lavorazione del pollame arrestando in poche ore oltre 68o persone in due contee a Nord e a Est della capitale Jackson. A Morton, 3.600 anime, oltre il 10% della popolazione è stata incarcerata o licenziata. Manuel Ramirez ha raccontato al sito Slate che quella mattina una sua vicina di casa, mamma single di tre bambini di 12, lo e 5 anni, l'ha chiamato mentre la polizia perquisiva la sua fabbrica: "Manuel, non posso uscire. Ho fede, e ti affido i miei figli".
Da quel giorno Manuel li accudisce con passione, ma oppresso dalla paura che gli agenti arrivino anche da lui, irregolare come tantissimi ispanici in queste zone. Per le strade di questi paesini si vedono suore venute da lontano, maestre che girano con una dozzina di bambini, uno sforzo comune di una intera comunità per attutire lo choc dei ragazzi. Ma tutti hanno paura.
Un papà, è sempre Slate a raccontarlo, ha lasciato il motore acceso nel parcheggio della scuola temendo che andando a prendere il figlio potesse cadere in una trappola. E per i nuclei familiari che hanno perso una o entrambe le entrate le conseguenze economiche saranno pesantissime.
Chi è stato rilasciato - 300 nei giorni successivi ai raid - dovrà affrontare un processo che potrebbe concludersi con l'espulsione, e cosa ne sarà delle case comprate con anni di risparmi e sopra ogni cosa, dei figli nati qui e quindi cittadini americani secondo quello ius soli iscritto nel 14esimo emendamento della Costituzione che Trump definisce "ridicolo" e di cui vorrebbe sbarazzarsi? Intanto funzionari americani sostengono di aver fatto il possibile per rilasciare alcuni dei genitori in modo che i bambini potessero avere a casa almeno la mamma o il papà, ma non tutti i detenuti, spaventati dal loro status di irregolari, potrebbero aver comunicato alle autorità di avere dei bambini. Brian Cox, portavoce dell'Ice, non sembra preoccuparsene più di tanto. "La realtà è che adulti con minori vengono arrestati dalla polizia ogni giorno - ha detto alla Cnn - e ciascun arresto, per definizione, separa una persona dalla famiglia".
Intanto i servizi sociali si pongono il problema di come affrontare i casi più gravi. "È facile per parenti e vicini prendersi cura di questi bambini nel breve termine - ha spiegato Anne Brandon, portavoce del Mississippi Department of Child Protection Services - ma quando l'assenza diventa di mesi, persino anni, a seconda di quello che succede, è molto più difficile: questa per la nostra comunità è una maratona, non uno sprint".
di Emanuele Giordana
Il Manifesto, 23 agosto 2019
Trattati da "scimmie" a Giava e altrove, gli studenti di Papua protestano da quattro giorni. Ma oltre alle discriminazioni pesa il crescente divario di ricchezza con gli indonesiani. Farfak, Mimika, Manokwari, Sorong, Jayapura sono i nomi di alcune località delle province indonesiane di Papua e Papua Barat (un tempo Irian Jaya) dove da lunedì la piazza protesta contro il trattamento razzista riservato a Surabaya (Giava) ad alcuni studenti in trasferta nell'isola che ospita la capitale Giacarta.
È li che venerdì scorso folla e polizia hanno circondato un dormitorio studentesco dove una quarantina di papuasi erano accusati di aver oltraggiato la bandiera nazionale. I video dell'incidente di Surabaya hanno fatto il giro dei social, molto diffusi in Indonesia, e a poco sono serviti gli inviti del presidente Jokowi a "perdonare" i concittadini accusati di aver apostrofato gli studenti con slogan razzisti chiamandoli "scimmie".
Tra la folla di Surabaya c'erano anche agenti di polizia e soldati accusati di aver spalleggiato i dimostranti che se la prendevano con gli studenti. Tra l'alto la polizia, dopo aver sparato gas lacrimogeni nel dormitorio aveva arrestato gli studenti per poi rilasciarli dopo poche ore senza aver trovato alcuna prova del fatto che fossero responsabili di oltraggio alla bandiera.
La più orientale delle province indonesiane è non solo la più povera (pur ospitando la più grande miniera d'oro del mondo, proprietà dell'americana Freeport McMoran) ma è abitata da gente il cui colore della pelle è diventato un elemento di emarginazione che ha fatto infuriare una popolazione che da sempre si sente cittadina di serie B nel grande arcipelago.
Per tutta risposta il governo ha deciso di bloccare Internet per tentare di limitare l'uso dei social, alimentando una rabbia contenuta solo con l'invio a Papua di oltre mille agenti e l'arresto di decine di attivisti. Solo ieri finalmente il presidente Jokowi ha detto pubblicamente di aver chiesto alla polizia il pugno di ferro contro episodi razzisti ammettendo di fatto ciò che in un primo tempo aveva sottovalutato.
La protesta a Papua si era intanto estesa anche a Giava in diverse città dove papuasi e giavanesi hanno manifestato solidarietà agli studenti di Surabaya: "Stop Rasis" (Stop al razzismo) e "Kami bukan monyet" (Non siamo scimmie) stava scritto sui cartelli agitati dai dimostranti in diverse città indonesiane.
"I disordini sono l'accumulo di molti problemi che non sono stati ancora risolti", sostiene Adriana Elisabeth, ricercatrice dell'Istituto indonesiano delle scienze (Lipi) che è anche coordinatrice del Papua Peace Network, una rete per facilitare il dialogo col governo. Intervistata dal Jakarta Globe, Adriana sostiene che continua a crescere il divario di ricchezza tra i locali e i tanti indonesiani che, provenienti da altre parti dell'arcipelago, si insediano nell'area: "L'identità locale è stata umiliata verbalmente e se lo associamo ai problemi economici ciò provoca anche invidia sociale.
Numerosi siti commerciali sono stati danneggiati durante i disordini e ciò dimostra l'antipatia per i migranti. Sebbene le interazioni quotidiane siano relativamente tranquille, il problema di fondo non viene risolto e una piccola scintilla può innescare disordini di massa", conclude la ricercatrice, che punta l'indice su questioni relative ai diritti umani mai risolte e sottovalutate con discriminazione razziale ed emarginazione.
La notizia della chiusura di Internet intanto ha fatto il giro del Paese sollevando reazioni: la rete per la libertà di espressione del Sudest asiatico (Safenet) sta usando l'hashtag "keep it on" per spingere il governo a revocare il divieto mentre Veronica Koman, avvocatessa per i diritti umani, ha detto ad Al Jazeera che il suo team sta presentando una denuncia per il blocco al relatore speciale delle Nazioni Unite sulla libertà di espressione. Il governo non nasconde la preoccupazione per la presenza nelle manifestazioni di attivisti dell'Organisasi Papua Merdeka (Opm), la più antica organizzazione indipendentista dell'area. Nei mesi scorsi tre gruppi separatisti armati hanno annunciato la creazione di una West Papua Army coordinata dall'United Liberation Movement for West Papua (Ulmwp). I nodi vengono al pettine e non è detto che la protesta - ieri al suo quarto giorno consecutivo - rientri.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 22 agosto 2019
L'ultima vittima: un ragazzo iracheno di vent'anni nel carcere di Trieste. La settimana scorsa è morto un ragazzo iracheno di vent'anni nel carcere di Trieste. Era uno dei ristretti in cella di isolamento in un'area dedicata a vari detenuti affetti da disagio psichico. A denunciare il tragico evento è stato Alessandro Giadrossi, il presidente della camera penale triestina che ha partecipato all'iniziativa "Ferragosto in carcere" promossa dal Partito Radicale. Le cause della morte sono però ancora da accertare.
Il Centro, 22 agosto 2019
"Sto organizzando a breve un'altra manifestazione davanti al parlamento per spingere il nuovo governo, che spero troverà compimento, affinché tra i vari temi possa affrontare anche quello del diritto al risarcimento per ingiusta detenzione a tutti gli assolti".
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