di Associazione Yairaiha Onlus
osservatoriorepressione.info, 5 luglio 2019
Il concetto di rieducazione, sancito dall'art. 27 della nostra Costituzione è oggi più che mai, una formula vaga e di rito, buona per ogni uso e capace di ospitare qualsiasi contenuto. L'introduzione di politiche alternative non ha volutamente prodotto risultati convincenti e la grave carenza dei servizi assistenziali non ha fatto altro che accentuare politiche di controllo a discapito di quelle finalizzate al un efficace reinserimento sociale del detenuto.
di Giovanni Negri
Il Sole 24 Ore, 5 luglio 2019
Indagini più rapide e nuovi vincoli sulle incompatibilità. Dalla procedura penale al Csm, si stringono i tempi sugli interventi di riforma. E, mentre lo scandalo che ha investito il Csm si allarga e ieri ha provocato il congedo anticipato del Pg della Cassazione Riccardo Fuzio, si infittiscono i contatti tra ministero della Giustizia e Lega, capofila per quest'ultima il ministro della Funzione pubblica Giulia Bongiorno.
Obiettivo la presentazione in Consiglio dei ministri di una legge delega già prima dell'estate nella quale inserire le modifiche ai Codici di procedura, sia penale sia civile, ma anche le misure sul funzionamento del Csm. A parte, per garantire uno confronto più ampio con il Parlamento, un disegno di legge sul sistema elettorale del Consiglio della magistratura. Cruciale, nello scandire l'agenda degli interventi, è il tema della prescrizione, il cui congelamento all'altezza della pronuncia di primo grado, di qualsiasi segno essa sia, è già stato fissato dalla legge "spazza-corrotti" al 1° gennaio del 2020.
L'accordo politico preso tra le forze di Governo stabilisce che, entro quella data, dovrà essere messo in campo un pacchetto di misure per accelerare i tempi dei giudizi penali. Di qui un confronto che, nei mesi scorsi, ha coinvolto anche Anm e Camere penali. Che però non porterà verosimilmente a un testo da tutti condiviso. Su un tema chiave, per esempio, quello della durata delle indagini preliminari, le posizioni di avvocati e magistrati sono opposte.
E al ministero si sta riflettendo su una soluzione che prevedrebbe una proroga sola di 6 mesi, fatti salvi casi particolari, con una messa a disposizione degli atti dopo 3. Possibile poi l'introduzione di sanzioni per chi non rispetta i termini, mentre nel testo dovrebbero confluire anche un deciso impulso ai riti alternativi, con possibile estensione dei casi in cui è ammesso il patteggiamento, e una revisione del meccanismo delle notifiche, incentivando quelle telematiche e a mezzo difensore.
Sul versante del Csm, si prevede un irrigidimento sulle incompatibilità, in entrata o in uscita, sia per i componenti togati sia per i laici. Per i primi, una volta lasciato il Consiglio, sarà impossibile l'assunzione di incarichi giudiziali direttivi per 4 anni; per i secondi il divieto invece riguarderebbe la presentazione di candidature da parte di chi nei 5 anni antecedenti ha ricoperto ruoli politici elettivi.
Sarà poi prevista anche una stretta per le remunerazioni dei consiglieri, equiparandole di fatto, nel massimo, a quelle dei dirigenti pubblici, con un tetto di 240.000 euro. Quanto al funzionamento, gli avanzamenti in carriera dovrebbero essere più legati a valutazioni meritocratiche, con una possibile predeterminazione di punteggi, mentre sarebbero possibili anche soluzioni più radicali, tali da concentrare il ruolo del Consiglio superiore soprattutto nella nomina dei soli vertici dei principali uffici giudiziari.
di Ivan Cimmarusti
Il Sole 24 Ore, 5 luglio 2019
Lo scandalo "toghe" si abbatte sui più alti vertici della giustizia: il procuratore generale della Cassazione Riccardo Fuzio ha deciso "di essere collocato a riposo anticipato". La resistenza dei giorni scorsi è venuta meno al termine dell'incontro di ieri mattina col presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, dopo che le intercettazioni sul caso "nomine" della Procura di Perugia lo hanno "incastrato" mentre il 27 maggio scorso rivelava il contenuto delle accuse al principale indagato di quel procedimento, il pubblico ministero di Roma Luca Palamara.
di Mauro Mellini
L'Opinione, 5 luglio 2019
Quanto sta accadendo nel Consiglio superiore della magistratura ed in tutta la macchina giudiziaria è cosa ben più grave della "questione morale" che, dopo tanto tergiversare, oramai, a cominciare dal capo dello Stato, tutti sono costretti almeno ad ammettere stia travagliando le toghe e tutta l'amministrazione della Giustizia. Da anni, predicando al vento, sono andato affermando che c'era una "questione istituzionale" della Magistratura: l'assunzione di atteggiamenti e la professione di principi che ne fanno un "partito-istituzione".
di Giuseppe Basini
Libero, 5 luglio 2019
La penna appuntita di Alexandre Dumas ne avrebbe tratto un romanzo di cappa e spada dei giorni nostri (odi cappa e coltello) se avesse potuto vedere il feuilleton animato nei giorni scorsi dalla magistratura italiana, almeno stando a quel che si legge sui giornali.
Perché dico questo? Perché una delle connotazioni significative dei Tre Moschettieri era appunto lo scontro tra le guardie del cardinale e i moschettieri del re, entrambi rappresentanti dello stesso potere, ma in lotta tra loro, lotta che spesso si risolveva in chi arrestava per primo l'altro, in chi per primo dichiarava l'altro colpevole, in chi era più rapido a colpire e ferire, magari per una bagatella presentata però come mostruosa.
Ed era la stessa natura di quel potere a portare a ciò, un potere confuso ed instabile, inefficiente, arbitrario e divisivo, ma assoluto. Lo scontro franco e aperto, alla d'Artagnan, era l'eccezione; la regola era l'agguato, il raggiro, ma soprattutto il colpire per primi. Ed è proprio qui che trovo la similitudine, perché, il fatto più sconvolgente non sono gli incontri, le triangolazioni, gli accordi, che sono quasi inevitabili in ogni sistema a base elettorale, ma lo spionaggio sistematico degli avversari, magari travestito da indagine necessitata da un sospetto suscitato ad arte, ma in realtà volto a trovare, ex post, materiale per un'indagine del tutto diversa, nata in realtà solo per colpire un avversario.
Insomma si rischia che venga di fatto invertita la catena logica che dal sospetto porta all'indagine e all'intercettazione, per arrivare all'intercettazione prima del sospetto e prima dell'indagine, un indagine che a questo punto non è affatto casuale ma premeditata. E questo, anche in semplice ipotesi, è molto grave, anche perché il frasario colloquiale tra conoscenti in una conversazione ritenuta privata è del tutto fuorviante, perché basato su abusi di linguaggio, iperboli, scatti d'ira, sarcasmi pesanti, che però, isolati dal contesto e trasferiti in annotazioni scritte assumono tutto un altro significato, ad esempio trasformando molti semplici tifosi di sport in potenziali assassini, personaggi pubblici compassati in volgari peracottari.
Lo scandalo maggiore di tutta la vicenda è proprio nelle intercettazioni, che diventano un'arma del tutto impropria di una lotta per il potere, basata sul principio "chi intercetta per primo vince". Il punto è che nessuna organizzazione criminale, per quanto forte, sarà mai forte e pericolosa come uno stato che, dimenticato il diritto, rischi di diventare esso stesso criminale utilizzando massicciamente procedure al limite, che se sono o sembrano formalmente legali, devono essere in realtà illegittime in democrazia.
"Lo stato sono io", diceva un monarca assoluto di Francia, bene nessuno deve poterlo dire in democrazia, nemmeno la magistratura che non è elettiva e ciononostante ha accumulato un potere enorme di condizionare o distruggere le nostre vite e, si badi bene, anche prima di un regolare processo. Le intercettazioni vanno semplicemente abolite, e i loro abusi colpiti con estrema severità, tranne che per i casi limite di terrorismo o di fatti di sangue legati alla criminalità organizzata. Se no è la Stasi della Germania est, la Ceka dei Soviet o le esoteriche manipolazioni della santa inquisizione, magari con i cardinali a farsi guerra tra loro.
Non ci deve interessare tanto l'ultimo recente episodio, finito sotto gli occhi di tutti, che pure ha tanto colpito stampa ed opinione pubblica, perché in definitiva non siamo in grado di capire davvero chi ha torto e chi ha ragione quanto il fatto che sia possibile utilizzare uno strumento che è la negazione dello stato di diritto, e che, unito al carcere preventivo e alla non perseguibilità dei magistrati per colpa (nonostante un referendum sulla responsabilità civile), ci rende tutti cittadini in libertà provvisoria, in uno stato che tende a non fare più della libertà un diritto.
Dall'incredibile efficienza dei moderni strumenti elettronici ed informatici, nello spiare, schedare, scovare ogni potenziale ribelle, ormai trasformato da presunto innocente a presunto colpevole, grazie a strumenti come il carcere preventivo o l'interpretazione iper-estensiva di leggi, si capisce come alcuni magistrati possano essere irresistibilmente tentati dalla superbia del potere totale.
Anche perché parallelamente si è proceduto alla sacralizzazione della sua figura con frasi fatte pericolosissime tipo "le sentenze non si commentano", grazie alla cieca attitudine di alcune forze che sperano di strumentalizzare l'azione della magistratura per il loro potere politico, senza rendersi conto che stanno invece minando le basi della loro stessa esistenza.
di Francesco Machina Grifeo
Il Sole 24 Ore, 5 luglio 2019
Corte di cassazione - Sentenza 4 luglio 2019 n. 28911. Più tutele per la parte civile contro la prescrizione dichiarata nel processo penale. Le Sezioni Unite penali della Cassazione, sentenza n. 28911del 4 luglio, risolvendo un contrasto giurisprudenziale, hanno infatti affermato che "nei confronti della sentenza di primo grado che dichiari l'estinzione del reato per intervenuta prescrizione, così come contro la sentenza di appello che tale decisione abbia confermato, è ammessa l'impugnazione della parte civile che lamenti l'erronea applicazione della prescrizione".
Nell'ambito di una procedimento di divorzio, la moglie aveva sottratto al marito la corrispondenza contenente un estratto conto della società di investimenti Azimut per poi produrlo in giudizio. Proposta querela, il Tribunale di Roma, pur ritenendo dimostrata la condotta di dolosa sottrazione della corrispondenza, dichiarava l'improcedibilità del reato per sopraggiunta prescrizione. Impugnata la decisione, la Corte di appello confermava il giudizio di primo grado. A questo punto l'ex marito ha proposto ricorso in Cassazione e la Quinta Sezione ha rimesso al massimo consesso la questione per accertare se il gravame sia o meno ammissibile.
Con una articolata decisione le S.U. ripercorrono i tre diversi indirizzi - il primo affermativo, il secondo negativo ed il terzo "intermedio" - per poi condividere quello più favorevole alla parte offesa. Secondo la Corte infatti l'articolo 576 del c.p.p., sulla impugnazione della parte civile, segna "un mutamento di sistema" rispetto al codice Rocco del 1930, "nel senso di ampliare il novero delle sentenze impugnabili" includendovi anche quelle di proscioglimento, sia pure "ai soli effetti civili".
Dunque, prosegue il ragionamento, se la parte civile può impugnare le sentenze di proscioglimento, tra cui rientra anche la "dichiarazione di estinzione de reato" di cui all'art. 531 c.p.p., tale facoltà "non può non ricomprendere anche la sentenza di non doversi procedere per estinzione dovuta a qualsivoglia tra le cause previste da c.p. e, tra esse, dunque, anche quella della prescrizione". Viceversa, si finirebbe per "escludere la legittima aspettativa della parte civile di pretendere che il giudizio penale non si arresti alla constata prescrizione, ma prosegue al fine di valutare se sia stata erroneamente o meno dichiarata".
Del resto, prosegue la Corte, è la stessa possibilità offerta dal "sistema" alla parte lesa di azionare la propria pretesa civile in sede penale, dove peraltro vige un diverso regime probatorio, a deporre per questa alternativa. Né è condivisibile, continua la sentenza, quell'indirizzo secondo cui l'ammissibilità dell'impugnazione sarebbe condizionata dalla esistenza di una "previa valutazione del merito".
In definitiva, per la Corte, si deve ritenere che "la parte civile non solo sia legittimata ad appellare la sentenza di proscioglimento per estinzione del reato a seguito di intervenuta prescrizione, derivando una tale legittimazione direttamente dalla previsione dell'art. 576,ma sia anche portatrice di un concreto interesse a detta impugnazione, attesa la finalità, perseguita attraverso la doglianza mossa in ordine ad una erronee affermazione di intervenuta prescrizione, ad ottenere il ribaltamento della prima pronuncia e l'affermazione, sia pure solo "virtuale" perché valorizzabile ai soli fini delle statuizioni civili di responsabilità pena e dell'imputato".
Riguardo poi l'argomento secondo cui l'interesse della parte ad impugnare difetterebbe perché comunque si dovrà celebrare un giudizio civile, per la Cassazione "il fatto che (proprio per effetto della previsione di cui all'art. 622 c.p.p.) il giudizio civile non debba ricominciare dal primo grado, come previsto in caso di sentenza penale non impugnata dalla parte civile e passata in giudicato, ma da quello di appello, in tal modo consentendosi alla parto civile di godere di tempi più celeri, non può non rappresentare comunque in concreto un vantaggio la cui presenza dà corpo e requisito dell'interesse alla base della proposizione del ricorso".
E ciò, aggiunge la Cassazione, "specie ove la sentenza di prescrizione non si sia semplicemente arrestata a constatare la mancanza di elementi tale da imporre l'assoluzione nel merito ex art. 129 c.p.p. ma abbia accertato, sia pure solo incidentalmente, la responsabilità dell'imputato, con la conseguente possibilità di valorizzate gli elementi di prova già emersi in sede penale, pur nell'assenza di ogni efficacia di giudicato della sentenza", come accaduto nel caso specifico. Quanto al merito della vicenda poi il ricorso è fondato per la mancata considerazione di alcuni atti interruttivi della prescrizione. La decisione agli effetti civili spetterà dunque alla Corte di Appello di Roma individuato quale giudice competente per valore.
marsicalive.it, 5 luglio 2019
Antigone alla Regione: venite a visitare le prigioni della nostra terra per capire la situazione. Carceri abruzzesi sovraffollate e quelle di Avezzano hanno un tasso di stranieri presenti ben oltre la media nazionale.
Dopo gli ultimi episodi di aggressione ai poliziotti penitenziari e lo sciopero della fame di due detenute nel carcere dell'Aquila, per cui è giunto nel capoluogo anche il garante nazionale dei detenuti, nell'ultima seduta della V Commissione del Consiglio regionale (Sanità, Sicurezza sociale e del lavoro, Istruzione) è intervenuto il presidente di Antigone Abruzzo, Salvatore Braghini, accompagnato dal Tommaso Ciancarella, della medesima associazione regionale.
I dati. L'avvocato ha rappresentato che nel 2018, in Italia, pur diminuendo i reati denunciati, i detenuti sono tornati ad essere oltre 60.000, con un aumento di circa 2.500 unità rispetto alla fine del 2017 e circa 10.000 persone oltre la capienza regolamentare. Lo scorso anno ha visto aumentare anche l'incidenza dei suicidi nella popolazione carceraria rispetto al 2017, con 63 episodi.
Le carceri abruzzesi presentano criticità rilevabili sul resto del territorio, con qualche valore anche superiore alla media nazionale, come nel caso del tasso di sovraffollamento del carcere di Teramo (149%, a fronte della media nazionale che è del 117,9%), con picchi di oltre 400 presenze nel 2018, che hanno sollecitato, insieme ad altre criticità, ben 4 interrogazioni parlamentari.
Nella Casa circondariale di Avezzano si registra la percentuale più alta di stranieri (40%), superiore alla media nazionale (34%). Tra gli indicatori del malessere della popolazione detenuta in Abruzzo il presidente di Antigone Abruzzo ha citato la pratica dell'autolesionismo e degli scioperi di vario tipo, la carenza endemica di personale penitenziario e di area pedagogica, l'insufficienza dei percorsi di formazione, specie professionale, l'inadeguatezza delle risorse e dei progetti di reinserimento sociale nonché le scarse opportunità di lavoro all'interno e all'esterno del carcere.
Sul piano sanitario ha evidenziato l'inadeguatezza degli spazi ambulatoriali e di degenza nonché delle prestazioni sanitarie, in particolare le attese per alcune visite specialistiche, il rapporto deficitario tra personale medico e numero di detenuti, la crescita di reclusi con problemi psichiatrici (non convenientemente trattati), anche a causa dell'incapienza della Rems di Barete, che ospita fino a 20 internati.
La recidiva. L'avvocato Braghini, inoltre, ha rappresentato quello che presenta come il vero dramma del sistema detentivo, ossia l'alta recidiva, con dati che si attestano su scala nazionale oltre il 60%, tra recidiva semplice e aggravata (qualora nel quinquennio l'ex detenuto reitera la stessa tipologia di reato). A tal proposito l'audito ha consegnato nelle mani del presidente della V Commissione consiliare, Mario Quaglieri, una bozza di Protocollo di Intesa tra Regione Abruzzo e Provveditorato regionale dell'amministrazione penitenziaria al fine di implementare una serie di iniziative (in sinergia tra Provveditorato, Regione, Province, enti locali con strutture carcerarie, terzo settore ed associazionismo) intese ad intensificare l'area trattamentale, il drenaggio di risorse per progetti di reinserimento sociale durante la detenzione nonché una volta usciti dal carcere, anche con la compartecipazione del lavoro dei detenuti, coinvolgendo le categorie imprenditoriali.
Il Protocollo prevede interventi in favore dei minori che hanno commesso reati, con una particolare attenzione alla giustizia riparativa, alla mediazione penale, alle vittime del reato e al miglioramento del benessere degli operatori carcerari.
Invito ai politici. L'avvocato Braghini ha concluso l'audizione invitando i consiglieri regionali, che rappresentano tutti gli abruzzesi, non esclusi i ristretti in carcere, ad avvalersi delle facoltà loro concesse dall'articolo 67 dell'ordinamento penitenziario di visitare, senza previa autorizzazione, gli Istituti di pena della Regione. Sono, quindi, intervenuti, il consigliere Pietro Smargiassi, che ha rappresentato la drammatica situazione della Casa Lavoro di Vasto, all'interno della quale ha effettuato diverse visite, il consigliere Americo Di Benedetto, che ha auspicato una soluzione condivisa in vista della nomina del garante regionale, figura strategica per sopperire alle attuali emergenze e carenze della popolazione detenuta, ed il consigliere Fabrizio Montepara, che, nel ringraziare il presidente di Antigone Abruzzo, ha evidenziato l'importanza di accordi tra istituti di pena, enti locali e province al fine di pianificare ed intensificare le occasioni di reinserimento sociale dei detenuti, presentando esperienze virtuose già attuate.
abruzzoweb.it, 5 luglio 2019
Dei 13 candidati restano in nove ad ambire al posto di garante dei detenuti in Abruzzo, ma scompare il nome di Rita Bernardini, esponente politico del partito radicale, ritenuta una esperta del sistema carcerario. Sullo sfondo un momento difficile per il sistema carcerario abruzzese, che nelle scorse settimane è stato al centro di diverse proteste da parte di gruppi di anarchici, associazioni ed esponenti politici, che hanno mostrato solidarietà ad Anna Beniamino, 46 anni, e Silvia Ruggeri, 32 anni, imputate per reati di matrice anarchico insurrezionalista, rinchiuse nel carcere "Le Costarelle" di Preturo (L'Aquila) in sciopero della fame dal 29 maggio scorso, contro le restrizioni imposte dal regime carcerario del 41bis. Lo sciopero è stato interrotto soltanto due giorni fa.
Nico Di Florio e Valerio Federico, rispettivamente coordinatore di +Europa Pescara e componente della Direzione Nazionale, il mese scorso avevano chiesto un immediato incontro con il presidente del Consiglio regionale Lorenzo Sospiri e la calendarizzazione dell'elezione, così come richiesto dall'esponente radicale Alessio Di Carlo.
In una nota avevano sottolineato che: "Nonostante la legge istitutiva del 31 agosto 2011, numero 54 a tutt'oggi l'Abruzzo è l'unica regione italiana a non aver provveduto all'elezione del Garante, complice una legge regionale che richiede la maggioranza dei due terzi dei voti favorevoli. Occorre dunque verificare se all'interno dell'attuale Consiglio regionale sia possibile raggiungere il quorum e, in caso contrario, intervenire direttamente sulla legge istitutiva".
Dunque è in questo clima, e osteggiata dal Movimento 5 Stelle, che la Bernardini deve aver rinunciato a presentare domanda. Entra a gamba tesa nel discorso anche l'aquilano Giulio Petrilli, che ha scontato sei anni di carcere prima dell'assoluzione della Cassazione dall'accusa di essere tra gli organizzatori della banda armata Prima Linea "per presunte cattive frequentazioni da me avute" e che nei mesi scorsi si è rivolto al Parlamento Europeo in quanto "vittima di una detenzione ingiusta". "Il nuovo avviso pubblico per istituire il garante dei detenuti in Abruzzo, non è stato non solo pubblicizzato dalla Regione Abruzzo, come sarebbe dovuto accadere per un tema così importante, ma solo l'ultimo giorno un concorrente lo ha reso pubblico, il tempo era scaduto", denuncia l'aquilano.
"Avrei voluto chiedergli dove ne era venuto a conoscenza. Io personalmente la sera stessa sono andato sul sito delle Regione e non ho trovato nulla e come tanti non ho potuto fare la domanda in quanto il tempo era scaduto. Chi ha concorso dove lo ha appreso?", scrive in una nota Petrilli. Petrilli componente del "Comitato per il diritto al risarcimento di ingiusta detenzione per tutti gli assolti", sottolinea infine: "Se hanno deciso già chi nominare avrebbero dovuto avere la coerenza di dare un incarico fiduciario e non inventarsi un avviso pubblico fantasma".
Nella lista dei "papabili", tra tutti spiccano i nomi della pescarese Fiammetta Trisi, dirigente penitenziaria, e dell'avvocato Fabio Nieddu, figura di riferimento della Croce Rossa pescarese. Tra i requisiti principali previsti nell'avviso pubblico, scaduto all'inizio di giugno, ci sono quelli di aver svolto attività "di grande responsabilità e rilievo in ambito sociale", quindi "la conoscenza approfondita delle problematiche della reclusione", e una "comprovata esperienza nel campo delle scienze giuridiche e dei diritti umani in ambito penitenziario". Per i professori universitari, inoltre, tra i requisiti anche quello di "aver svolto ricerche sulle tematiche penitenziarie e detentive".
In base all'istruttoria condotta dal dirigente della Regione Abruzzo, Giovanni Giardino, sono risultati non in possesso dei requisiti richiesti sia l'aquilano Marco Fanfani, ex presidente della Fondazione Carispaq, che la celanese Rosa Pestilli. Il casertano Emilio Enzo Quintieri invece rientra in una cosiddetta "causa ostativa", mentre hanno presentato in ritardo le loro domande Carla Cotellessa e Gabriella Sacchetti, entrambe escluse.
Restano in corsa dunque: Salvatore Braghini, avezzanese di 53 anni, docente in una scuola superiore; Gianmarco Cifaldi, 55 anni aquilano, professore universitario alla D'Annunzio; Leonardo Colucci, 63 anni di un paese del Potentino e prossimo alla pensione; Edda Giuberti, 40 anni di Prato; Teresa Lesti, anche lei 40enne ma di Chieti; Francesco Lo Piccolo, 69 anni, giornalista professionista in pensione e impegnato come volontariato nelle carceri abruzzesi; l'avvocato Nieddu, di 46 anni; Alessandro Sirolli, 68 anni dell'Aquila e infine la dirigente del Ministero della Giustizia Fiammetta Trisi, di 59 anni. Il nome del Garante sarà scelto tra questi nove attraverso il voto in Consiglio regionale. Martedì prossimo l'Assemblea legislativa d'Abruzzo procederà all'elezione dei componenti della Commissione regionale per la realizzazione delle pari opportunità e della parità giuridica e sostanziale tra uomini e donne e del Garante delle persone sottoposte a misure restrittive della libertà personale.
sardiniapost.it, 5 luglio 2019
La situazione delle carceri isolane diventa sempre più critica a causa dell'alto numero di detenuti e la carenza di personale a disposizione. A denunciare la situazione è Maria Grazia Caligaris, presidente dell'associazione Socialismo Diritti Riforme che sottolinea soprattutto la carenza di direttori.
Per quanto riguarda i numeri, sono "2.189 i detenuti di cui 1.743 definitivi. Gli stranieri sono in media quasi il 31 per cento e oltre cinquecento sono i ristretti" soggetti a regimi carcerari più duri come il 41bis. Una situazione vicina al collasso anche perché "in Sardegna l'estate si caratterizza per la presenza di molti reclusi, pochi agenti penitenziari ed educatori e uno sparuto numero di direttori che sono quattro per dieci istituti - sottolinea Caligaris - una vergogna nazionale che sembra non interessare né il vertice del dipartimento dell'amministrazione penitenziaria né il ministero della Giustizia".
Il numero esiguo dei direttori è "ormai diventata prassi consolidata basti pensare che Marco Porcu, direttore del carcere di Uta, deve curare anche la colonia penale di Isili e l'Istituto di Lanusei con un numero di detenuti complessivo superiore alle 700 unità".
La situazione non è diversa per la responsabile di Badu e Carros, Patrizia Incollu che "deve gestire anche la Casa Circondariale di Sassari e la Colonia di Mamone per un totale di 843 reclusi". Restano poi da considerare i detenuti di Alghero, Tempio Pausania, Is Arenas e Oristano assegnati a Elisa Milanesi e Pierluigi Farci, quest'ultimo anche vice provveditore dell'amministrazione penitenziaria. Si tratta di oltre 630 persone private della libertà, alcune con reati di alto profilo".
Una denuncia da parte di Caligaris che in questo quadro sottolinea che l'assenza di direttori e dei loro vice "rischia di trasformare il lavoro dei responsabili degli istituti in una routine burocratica in cui le carte da firmare possono diventare l'elemento dominante della quotidianità a discapito del delicato ruolo di mediazione tra le diverse figure professionali, le problematiche di gestione del penitenziario e di conoscenza dei detenuti che ne caratterizza il tratto culturale. In queste condizioni inoltre fruire di qualche giorno di riposo sarà davvero difficile per i direttori".
Il sistema carcerario isolano - conclude la presidente di Sdr - sembra proprio trascurato. Appare come un'organizzazione lasciata alla responsabilità dei singoli operatori. Sarebbe opportuna un'azione congiunta tra governo regionale e parlamentari sardi almeno per richiamare l'attenzione sulla necessità del rispetto per chi svolge il proprio lavoro e per chi deve scontare una pena nella prospettiva di un reinserimento sociale. Due aspetti che devono procedere insieme per ottenere risultati positivi".
di Alessandra del Giudice
napolicittasolidale.it, 5 luglio 2019
Il calvario Poggioreale: sovraffollamento, mala sanità, personale insufficiente. Tre persone morte in tre giorni, due di queste suicide. È la punta dell'iceberg della situazione drammatica che nel carcere di Poggioreale si vive quotidianamente. Troppo spesso denunciata, mai risolta. Antonio Mattone responsabile dell'area carcere della Comunità di Sant'Egidio di Napoli spiega che in prigione l'emergenza è la normalità.
Lo afferma, nero su bianco, l'Art. 27 della Costituzione: "Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato". Ciò significa che la punizione per un reato consiste nella limitazione della libertà e non dovrebbe prevedere sofferenze accessorie quali vivere in uno spazio sovraffollato, non avere diritto alla ricreazione e alla rieducazione o addirittura non essere curato. Tutte queste condizioni non contemplate dalla legge sono invece, nei fatti, la norma a Poggioreale. Carcere simbolo della crisi carceraria.
La Corte europea dei diritti umani, con la sentenza Torreggiani (ricorsi n. 43517/09, 46882/09, 55400/09; 57875/09, 61535/09, 35315/10, 37818/10) dell'8 gennaio 2013 con decisione presa all'unanimità condannò condannato l'Italia per la violazione dell'art. 3 della Convenzione europea dei diritti umani (Cedu) ovvero per il trattamento disumano dei detenuti.
"All'epoca Poggioreale abbassò il numero dei detenuti da 2900 a 1800. Ora sono aumentati di nuovo fino a 2300, 2400 quindi c'è un sovraffollamento di ben 800 persone: come se il carcere di San Vittore fosse inglobato dentro Poggioreale, ma con lo stesso numero di operatori e di personale di polizia in sottorganico di oltre 200 unità", spiega Antonio Mattone, responsabile dell'area carcere della Comunità di Sant'Egidio di Napoli e autore del toccante libro "E adesso la palla passa a me" (Guida Editori) nato dalle sue esperienze al servizio dei carcerati con tutto il loro carico di solitudine ma anche di riscatto. Mattone ha un contatto diretto con i detenuti più volte a settimana sia per i colloqui individuali, sia per la catechesi, sia per gli eventi di gruppo che la Comunità organizza sia a Poggioreale che a Secondigliano.
La salute a rischio in carcere - "Una delle problematiche più frequenti è quella del disagio psichico - racconta Mattone. Molte patologie psichiatriche insorgono perché non si regge il peso della carcerazione soprattutto in presenza di fragilità psicologiche pregresse, ma anche per le condizioni abitative: il sovraffollamento e il caldo.
Gli psicologi già sono pochi e hanno contratti di collaborazione temporanea e invece vedono aumentare le persone da seguire. Di fatto con la chiusura degli Opg il carcere è divenuto una sorta di manicomio perché solo i casi molto gravi vengono trasferiti nel reparto di osservazione psichiatrica. Ogni Asl ha un reparto di questo tipo e per la Napoli 1 si trova a Secondigliano e ha solo 16 posti. Ciò vuol dire che tutti i casi borderline o non apparentemente gravi restano nel carcere normale".
Ma anche chi in carcere presenta un problema fisico spesso deve aspettare mesi per essere ricoverato e spesso sviluppa patologie croniche. "L'unico reparto clinico per i detenuti presso il San Paolo - continua il responsabile di Sant'Egidio - è un luogo terribile. L'estate di due anni fa un detenuto si bruciò la faccia perché l'impianto dell'ossigeno obsoleto andò in corto. Fu salvato dal piantone. Quasi non si parlò di questa tragedia".
Solo parole, ma nulla cambia - Proprio un paio di settimane fa prima delle tre morti che sono avvenute a Poggioreale a cavallo tra giugno e luglio c'era stata una rivolta dei detenuti per un compagno che non stava bene. "Non solo non si è fatto nulla per il detenuto - afferma Mattone, ma dopo la rivolta non c'è stata alcuna reazione da parte delle istituzioni, se non il suggerimento da parte di un politico di far fare i lavori forzati ai detenuti che avevano sfasciato il padiglione. Là dove i lavori forzati sono stati abrogati dalla legge Zanardelli 130 anni fa.
Non va giustificata la violenza, tuttavia andrebbero indagate le motivazioni alla base del malcontento e andrebbero prevenuti atti del genere con il miglioramento delle condizioni di vita in carcere. Poggioreale non può avere tutti questi detenuti e permane in una situazione di degrado strutturale. Andrebbero rimodernati i reparti obsoleti e andrebbe ripensato il sistema della salute".
Più carcere meno misure alternative: la ricetta dell'insicurezza - Il problema del sovraffollamento, attualmente, si potrebbe risolvere solo con il ricorso alle misure alternative. Certo si potrebbero costruire altre carceri, ma al di là dell'investimento economico immane, pare che il carcere sia la misura che meno risponde al bisogno di sicurezza della città perché sono invece proprio le misure alternative (ad esempio detenzione presso la propria abitazione, lavori socialmente utili e reinserimento lavorativo) ad assicurare un minor tasso di recidive.
Diversi sono gli studi in questo senso ad esempio quello del 2007 elaborato dall'Osservatorio delle misure alternative del Dipartimento dell'amministrazione della polizia penitenziaria che segnala che nel 1998 furono scarcerate 5.772 persone e che 3.951 di queste si trovavano di nuovo dentro nel 2005: quasi il 70% era tornato a delinquere. Sempre dai dati elaborati dal ministero emerge che la percentuale dei recidivi invece era scesa invece al 19% se si considerano i detenuti in misura alternativa. Un altro dato interessante messo in evidenza dall'associazione Antigone nel 2018 è quello relativo alle revoche delle misure alternative per commissione di nuovi reati, che raggiunge solo lo 0,74%, rispetto al totale.
"La scelta politica è il grande ricorso alla carcerazione - spiega Antonio. Prima di questo governo era in procinto di passare una riforma di Orlando che incrementava le misure alternative, ma la sinistra del PD non ha avuto il coraggio di approvarla, quindi il nuovo governo l'ha affossata e oggi c'è una chiusura in questo senso là dove le statistiche ci dicono che i detenuti ritornano in carcere di meno quando scontano la pena con le misure alternative.
È chiaro che un detenuto che si trova a uscire dal carcere all'improvviso senza aver riorganizzato il suo futuro avrà più difficoltà di reinserirsi e quindi più probabilmente tornerà a delinquere. Mentre le misure alternative favoriscono il reinserimento graduale nella società. Un altro grave problema infatti è che ci sono pochi progetti di lavoro per i detenuti ed ex detenuti. Creare sicurezza significa fare in modo che quando un detenuto esce dal carcere non ci torna più".
I migranti, detenuti di serie B - "Il numero dei migranti in carcere è diminuito- conclude Mattone -. Va comunque ricordato che spesso si tratta di persone che non hanno una casa e una famiglia e che quindi non possono accedere alle misure alternative. In carcere, proprio perché non hanno familiari che li vadano a trovare, versano in condizioni di grande povertà e disagio.
Fa riflettere anche il metro di giudizio diverso che viene utilizzato per giudicare i reati asseconda se si tratti di italiani o migranti. Qualche giorno fa ha scatenato polemiche la notizia che Doina, la ragazza rumena che nel 2007 uccise una donna italiana in metropolitana durante una lite ha scontato la sua pena.
Doina ebbe una condanna a 16 anni e ne ha scontati 12 per buona condotta. È invece passata quasi sotto silenzio la vicenda di Alessio, un ragazzo italiano che nel 2010 uccise una donna rumena con un cazzotto per una lite a causa di una fila dal tabaccaio, dopo averla insultata in quanto rumena e aver ferito un'altra donna peruviana.
Il ragazzo fu condannato a 8 anni e dopo 4 anni è uscito dal carcere. Due storie analoghe dunque, ma asseconda della nazionalità cambia l'atteggiamento. Stiamo vivendo un'ondata populista e giustizialista che fa scuola, che crea consenso, ma non risolve i problemi reali".
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