cronachedellacampania.it, 21 agosto 2019
Nell'ambito dell'iniziativa "Ferragosto in carcere", promossa dal Partito Radicale, da Radio Radicale, dall'Unione delle Camere Penali italiane e da Nessuno tocchi Caino, lunedì 19 agosto una delegazione del Partito Radicale guidata da Domenico Letizia del Consiglio direttivo di Nessuno Tocchi Caino, e Tommaso Caricchia, Pastore della Chiesa Cristiana Evangelica di San Marco Evangelista, hanno reso visita alla comunità penitenziaria della Casa Circondariale di Santa Maria Capua Vetere "Uccella".
I detenuti al momento sono più di 900 di cui 57 donne. La capienza regolamentare del penitenziario è di 880 detenuti. Sono presenti sia detenuti di alta sicurezza e di media sicurezza, i cosiddetti "comuni". Gli stranieri sono circa il 10% della popolazione detenuta di Santa Maria Capua Vetere. Il carcere di Santa Maria Capua Vetere è tristemente noto per la cronica carenza d'acqua. La direzione e gli agenti penitenziari, hanno spiegato alla delegazione che è stato presentato il progetto per l'allaccio all'acquedotto comunale e che occorrerà attendere almeno un altro anno prima che l'allaccio e l'accordo con i comuni sia raggiunto. La Regione ha già stanziato due milioni di euro, fondi necessari affinché il Comune di Santa Maria Capua Vetere possa completare l'opera.
di Maria Brucale*
Ristretti Orizzonti, 21 agosto 2019
L'edificio della Casa di reclusione di San Cataldo è stato costruito nel 1920. Dapprima destinato ad orfanotrofio, poi adibito a carcere, presenta gravi carenze strutturali connaturate soprattutto alla vetustà ed alla mancanza di adeguati interventi di ristrutturazione.
di Andrea Alberto Moramarco
Il Sole 24 Ore, 21 agosto 2019
Cassazione - Sezione penale -Sentenza 19 febbraio 2019 n. 97. Il piccolo spaccio di marijuana in strada in favore di consumatori finali, anche se effettuato in maniera non occasionale e continuativa, integra la fattispecie del fatto di lieve entità di cui all'articolo 73 comma 5 del Dpr n. 309 del 1990 (Testo unico in materia di stupefacenti), qualora i singoli fatti risultino comunque di contenuta offensività e di modesto disvalore, in considerazione del complessivo quantitativo detenuto o del fatto che la droga sia detenuta senza particolari accorgimenti o cautele e in pubblico. A ribadirlo è il Tribunale di Trento nella sentenza n. 97/2019.
romagnanotizie.net, 21 agosto 2019
Migliorare le condizioni di salute e di vita delle persone sottoposte alla pena detentiva, con attività socio educative, di socializzazione e interrelazione e per l'inserimento lavorativo, questi gli obiettivi degli undici progetti presenti nella graduatoria realizzata nell'ambito del programma "Promozione della salute in carcere, umanizzazione della pena e reinserimento delle persone in esecuzione penale. Piano distrettuale per la salute e il benessere sociale 2019. Programma interventi rivolti alle persone sottoposte a limitazioni della libertà personale".
Il programma, spiega il Comune, si inserisce nel quadro delle azioni realizzate a livello di Comitato locale per l'esecuzione penale adulti di Ravenna ed è parte integrante del Piano di zona per la salute e il benessere sociale del distretto di Ravenna, Cervia e Russi, in collaborazione tra l'assessorato alle Politiche sociali, la direzione della Casa circondariale di Ravenna e l'Uiepe (Ufficio interdistrettuale di esecuzione penale esterna), insieme alle associazioni, cooperative sociali, società sportive e altri enti che presentano progetti di vario tipo: teatro, sport, cultura, gastronomia, informatica.
"Si rinnova anche quest'anno la proficua collaborazione con la direzione carceraria - ha affermato l'assessora alle Politiche sociali Valentina Morigi - e con le realtà sociali, culturali e sportive della città per dare risposte concrete in tema di umanizzazione della pena. I progetti presentati prevedono corsi di formazione utili a imparare un mestiere, laboratori per acquisire delle competenze spendibili una volta estinta la pena ma anche percorsi di accompagnamento delle persone per facilitare il loro reinserimento in società, tutti obiettivi che coinvolgono la città intera".
Secondo la direttrice della casa circondariale di Ravenna, Carmela De Lorenzo: "tutte le iniziative che vengono realizzate grazie all'importante intervento del Comune di Ravenna e dell'assessorato alle Politiche Sociali, perfettamente in linea con quanto sancito dalla nostra Costituzione, contribuiscono alla espiazione di una pena "utile e proficua" nell'ottica del cambiamento e della rieducazione al fine di restituire alla società uomini più consapevoli e responsabili".
Le risorse investite nel programma di promozione derivano dal fondo regionale che viene ripartito fra i comuni sede di carcere (diversi gli indicatori tenuti in considerazione per la ripartizione di fondi: popolazione detenuta, detenuti stranieri e numero di soggetti sottoposti a misure esterne di esecuzione penale). Per il 2019 sono stati assegnati al Comune di Ravenna 44.402,69 euro dalla Regione, ai quali il Comune aggiunge una quota di cofinanziamento, in misura non inferiore al 30%, per il costo di un dipendente con il ruolo di educatore per lo sportello informativo e per la gestione delle dimissioni con l'obiettivo di valutare il percorso più opportuno di reinserimento (32.463,38 euro); per un costo complessivo del progetto di 76.866,07 euro.
I progetti di intervento sono di due tipologie: quelli realizzati all'interno della casa circondariale e quelli realizzati all'esterno, in altre aree e/o con misure alternative alla detenzione e di comunità. Lo Sportello informativo all'interno del carcere (gestito da Life Onlus) è una delle azioni portate avanti, con particolare attenzione verso gli stranieri e alle persone prive di risorse familiari e relazionali al di fuori del carcere. La attività sono programmate di concerto con la direzione carceraria e in collaborazione con tutte le realtà operanti all'interno della struttura con il coinvolgimento delle associazioni di volontariato.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 21 agosto 2019
La denuncia del Sindacato Uil-Pa: il repartino dell'ospedale di Cagliari usato come deposito. Il carcere sardo di Uta torna a farsi sentire per le sue criticità. Soprattutto sul campo dell'assistenza della salute mentale. Questa volta, ad avanzare critiche, è stato il sindacato Uil- Pa della Polizia Penitenziaria. Il quartier generale della Uil regionale e nazionale ha fatto visita alla struttura carceraria, attiva da 5 anni, che ha di fatto sostituito Buoncammino.
"È assurdo e abbastanza grave - denuncia Michele Cireddu della Uil-Pa - che i repartini ospedalieri detentivi per quei detenuti che soffrono di problematiche gravi psichiche, realizzati a suo tempo, siano occupati dal nosocomio cagliaritano Santissima Trinità come deposito attrezzi. Sappiamo bene - aggiunge Cireddu - i rischi che i nostri agenti corrono quando purtroppo ci sono situazioni gravi, di ricovero coatto dei malati che soffrono di queste patologie gravi e che necessitano di una struttura apposita".
E così, con il mancato utilizzo dei repartini detentivi psichiatrici nell'ospedale, il problema della cura della salute mentale, diventa particolarmente esplosivo nel carcere di Uta. Perché? Bisogna leggere il rapporto del Garante nazionale delle persone priva della libertà, dove si evince che in questa struttura (considerata una "cattedrale nel deserto" dagli stessi sindacati di polizia penitenziaria) c'è innanzitutto una controversa classificazione degli spazi detentivi: seppur distinti sotto il profilo regolamentare, il Reparto Sai- ricoverati ordinari (20 posti solo maschile) e la "Articolazione per la tutela della salute mentale" (4 posti, anch'essa solo maschile), sono in realtà all'interno dei medesimi spazi e sostanzialmente indistinguibili. Personale, spazi, arredi, strumentazioni sanitarie sono identici. Le stesse stanze di detenzione/ ricovero sono distribuite in maniera non uniforme e senza un apparente criterio, se non quello della disponibilità momentanea di un posto letto.
Secondo l'autorità del Garante è impossibile distinguere le stanze destinate alla "Articolazione per la tutela della salute mentale" rispetto a quelle ricoverate al Sai. Dunque l'osservatore esterno, visitando il reparto, può agevolmente dedurre come l'esistenza della "Articolazione per la tutela della salute mentale" sia sostanzialmente puramente fittizia e non sbaglierebbe, anche perché l'esistenza di tale "Articolazione" è risultata sconosciuta anche al personale sanitario operante nell'unica Rems regionale.
Proprio la questione della salute mentale appare l'aspetto più problematico (a detta degli stessi operatori) dell'Istituto cagliaritano. Basti pensare che nessun tecnico della riabilitazione psichiatrica è in servizio nel carcere cagliaritano; nei periodi festivi un unico psichiatra deve fronteggiare le richieste sia dell'Istituto penitenziario che del territorio.
Anche la presenza di altri specialisti è inferiore ai reali bisogni della struttura ed è continuamente ridotta dalla Azienda sanitaria: la presenza del medico internista, per esempio, nella nuova convenzione con l'Azienda sanitaria è ridotta da 10 a 4 ore settimanali. Un problema che ha messo in allarme anche i sindacati della polizia penitenziaria.
Il Mattino, 21 agosto 2019
Una maxi-rissa è scoppiata ieri mattina al primo piano del Padiglione Milano del Carcere di Poggioreale, a Napoli, che ospita circa 90 dei 300 detenuti del Padiglione. Armati di rudimentali bastoni e punteruoli e di sgabelli, si sono affrontati un folto gruppo di detenuti algerini e di detenuti del napoletano. La notizia è stata resa nota dal Sappe, Sindacato autonomo di Polizia Penitenziaria. La rissa ha coinvolto una quarantina di detenuti che si contendevano la supremazia del reparto.
"La polizia penitenziaria - afferma il segretario del Sappe Campania, Emilio Fattorello - è intervenuta riuscendo a contenere i detenuti responsabili degli scontri". I rivoltosi sono stati chiusi nelle celle ed i feriti curati. Il Sappe sottolinea che la Casa Circondariale di Poggioreale registra un sovraffollamento di circa 1.000 detenuti ed è destinato a raggiungere a breve un totale di 2.300/2.400 detenuti.
"La situazione - afferma il segretario generale del Sappe, Donato Capece si è notevolmente aggravata". "Gli eventi critici avvenuti nel primo semestre del 2019 - secondo il Sappe - sono inquietanti: 5.205 atti di autolesionismo, 683 tentati suicidi, 4.389 colluttazioni, 569 ferimenti, 2 tentati omicidi. I decessi per cause naturali sono stati 49 ed i suicidi 22. Le evasioni sono state 5 da istituto, 23 da permessi premio, 6 da lavoro all'esterno, 10 da semilibertà, 18 da licenze concesse a internati".
di Pino Dragoni
Il Manifesto, 21 agosto 2019
Media vicini al governo attaccano Bahey el-Din Hassan dopo l'intervista al manifesto. Uno dei conduttori tv aveva già invitato ad assassinarlo all'estero. Ma lui, ci dice, non si tira indietro
Il canale privato TeN TV che domenica scorsa ha "dedicato" dieci minuti all'intervista di Bahey el-Din Hassan al manifesto. L'intervista rilasciata al manifesto da Bahey el-Din Hassan e pubblicata domenica su queste pagine non è passata inosservata al regime egiziano, che ha scatenato una vera e propria offensiva mediatica contro lo storico difensore dei diritti umani, direttore del Cairo Institute for Human Rights Studies, costretto a lasciare il paese nel 2014 per le minacce di morte ricevute.
"Spia", "agente straniero", "traditore", "mercenario", sono alcune delle espressioni ripetute più volte nei suoi confronti. L'attacco è partito dal canale privato TeN TV (Tahrir Egyptian Network) da un conduttore noto per la sua vicinanza ai servizi di intelligence del regime ed è stato poi ripreso da quattro diverse testate della carta stampata, tra cui una statale.
Dieci minuti di invettive interamente dedicati alle parole che l'attivista egiziano in esilio ci ha consegnato in un lungo scambio di domande e risposte. Tra urla e gesti teatrali il presentatore evoca più volte presunti complotti orchestrati da Bahey el-Din Hassan e dalla sua organizzazione, colpevole di ricevere finanziamenti stranieri "con l'obiettivo primario di danneggiare lo Stato egiziano" in combutta con il Qatar, la Turchia e i Fratelli musulmani. Chiede un processo per alto tradimento e la revoca della cittadinanza per chi "non ha alcun orgoglio patriottico".
Il giornalista è lo stesso che l'anno scorso aveva pubblicamente chiesto alle autorità egiziane di assassinare Bahey el-Din Hassan all'estero con un avvelenamento chimico come quello che uccise l'ex agente sovietico Sergej Skripal nel Regno unito. Una minaccia non irrealistica se si pensa ai pedinamenti che proprio a Roma alcuni attivisti egiziani hanno subito negli anni passati, segno di un'intensa attività dei servizi di intelligence del Cairo anche nel nostro paese.
L'intervista ha suscitato particolare scandalo per alcune presunte "ammissioni scioccanti" fatte dall'attivista egiziano al manifesto. Bahey el-Din Hassan racconta l'esperienza che lui insieme ad altri intellettuali ed esponenti dell'associazionismo civico in esilio hanno lanciato da alcuni mesi per tentare di organizzare la diaspora egiziana oltre le divergenze ideologiche, sulla base di una agenda basata sui diritti umani. Ma le attività dell'Egyptian Human Rights Forum (la nuova organizzazione di cui Bahey el-Din è fondatore e consulente) sono tutte alla luce del sole, e anzi hanno l'obiettivo dichiarato di fare pressione sui governi stranieri e sensibilizzare l'opinione pubblica dei paesi ospitanti.
L'altra affermazione che tanto inquieta il presentatore pro-regime riguarda l'attività delle organizzazioni per i diritti umani operanti in Egitto, costrette a lavorare in condizioni di "semi-clandestinità". "Perché operare in segreto? Hai il coraggio di dirci chi sono queste organizzazioni segrete?", tuona il conduttore.
Anche questo però non è un mistero: le leggi attuali e il giro di vite imposto contro la società civile impediscono di fatto qualsiasi attività che non sia pienamente allineata al regime di al-Sisi. Eppure, nonostante i fondi ridotti al lumicino, le sedi chiuse, i beni sequestrati, gli attivisti incarcerati o sotto minaccia di arresto, i ricatti contro i familiari, c'è ancora chi difende le vittime e denuncia gli abusi.
Insomma, l'accusa è la solita: "Fai politica o ti occupi di diritti umani?". "Chiedo agli avvocati patriottici: cosa ne facciamo di Bahey el-Din Hassan dopo questa intervista?", chiosa il presentatore. È probabile che le conseguenze non si faranno attendere.
Ma chi ha difeso la dignità umana di fronte a tale brutalità non si lascia fermare da queste intimidazioni. "Questa non è la prima volta che vengo minacciato, e non sarà l'ultima - ci dice Bahey el-Din - Questo è un prezzo che tutti i difensori dei diritti umani indipendenti pagano. Ho una responsabilità morale verso gli oltre 60mila prigionieri politici e le migliaia di persone uccise nei massacri o con esecuzioni extra-giudiziali e sparizioni. Non abbandonerò questa responsabilità, anche se vengo accusato di essere anti-patriottico da un regime militare illegittimo e da un presidente con una storia senza precedenti di crimini contro i diritti umani". Cosa non farebbe al-Sisi per mettere a tacere persone così. Qualcosa però a livello internazionale si muove: ieri l'Onu ha deciso di rinviare la conferenza sulla tortura prevista al Cairo il 4 e 5 settembre e duramente criticata dalle ong indipendenti escluse dal tavolo.
di Giovanni Maria Jacobazzi
Il Dubbio, 21 agosto 2019
Tar e Viminale contrapposti sulla nave della Ong. L'obbligo per la pubblica amministrazione di eseguire i provvedimenti del giudice rappresenta uno dei fondamenti dello Stato di diritto. La vicenda "Open Arms" è invece solo uno degli ultimi episodi in ordine di tempo dove l'amministrazione, in questo caso il Ministero dell'interno, si sottrae al dovere di eseguire i provvedimenti giurisdizionali. Beniamino Caravita di Toritto, ordinario di diritto pubblico all'Università La Sapienza di Roma, esperto di diritto amministrativo e dal 2018 vice presidente dell'Associazione italiana costituzionalisti (Aic), contattato da Il Dubbio, ricostruisce i problemi teorici e pratici che sono alla base di una situazione frequente.
"In molti casi vi sono inaccettabili resistenze della PA all'attuazione della sentenza, per ragioni politiche, per difficoltà di organizzare diversamente gli interessi. È però vero che talvolta non è facile eseguire la decisione. In linea generale in un sistema amministrativo sempre più complicato, le decisioni del giudice amministrativo si trovano ad incidere sulla discrezionalità della PA. In altri casi si contrappongono all'esecuzione del decisum giudiziario principi costituzionali di parti rango: tipica è la difficoltà che emerge nei rapporti tra giudici amministrativi e Consiglio superiore della Magistratura, che rivendica spazi di autonomia; ovvero nei rapporti con la costituzionalmente protetta autonomia universitaria".
"Non è infatti infrequente - prosegue Caravita - che per dare esecuzione ad una sentenza si debba proporre un nuovo ricorso, il ricorso per l'ottemperanza, al giudice che emanato la sentenza, affinché provveda in tal senso. E, talvolta, per l'esecuzione della sentenza è necessaria la nomina di un Commissario ad acta". Proprio a conferma dell'esistenza di queste difficoltà, "il nuovo codice del processo amministrativo ha previsto come rimedio anche il ricorso per chiarimenti da parte della PA per chiedere al giudice come procedere per dare ottemperanza: quando il modo in cui ottemperare alla sentenza non è chiaro, ci si rivolge al giudice affinché lo indichi". Queste difficoltà, tuttavia, non vanno strumentalizzate per coprire "interessi diversi tesi a modificare la pronuncia del giudice, incidendo significativamente sulla stessa".
Nei casi di non esecuzione del provvedimento, Caravita ricorda che possono configurarsi "responsabilità penali: il codice penale, all'articolo 650, prevede la disobbedienza all'ordine dell'autorità". Si tratta, comunque, di una contravvenzione, con una modesta efficacia deterrente. È indubbiamente più incisivo l'aspetto della "responsabilità contabile, potendo il danno erariale nei confronti del funzionario pubblico che pervicacemente ostacola l'esecuzione della sentenza essere oggetto di giudizio promosso dalla Procura della Corte dei Conti".
"Per superare la continua difficoltà di attuazione delle decisioni, e per superare ogni atteggiamento strumentale della PA, sarebbe necessario intervenire nel senso di una profonda semplificazione normativa che eviti la contemporanea presenza di disposizioni fra loro contrastanti; da chiarire sarebbe, ad esempio, il rapporto con la cosiddetta soft regulation di derivazione Anac, che è fronte di continua confusione". "Nelle nostre esperienze democratiche è se sempre più facile che al giudice sia delegata la soluzione dei problemi. Ma nei casi di confuse stratificazioni normative è sempre più difficile non solo decidere, ma anche dare alle decisioni corretta applicazione", puntualizza Caravita.
di Stefano Cecconi e Giovanna Del Giudice
Il Manifesto, 21 agosto 2019
Elena, 19 anni, è morta legata al letto di un ospedale. Chiusa in una stanza del reparto di psichiatria, senza alcuna possibilità di sfuggire al fuoco di un incendio, della giovane donna sappiamo poco e oggi ci rimane solo un corpo carbonizzato. È accaduto a Bergamo, l'antivigilia di Ferragosto. Una tragedia orribile, su cui spetta alla magistratura fare luce, ma che certamente reclama risposte chiare e ineludibili.
Perché Elena è stata legata? Perché un essere umano può essere legato in un luogo di cura? Nel comunicato diramato dall'Ospedale di Bergamo è scritto che "La paziente deceduta era stata bloccata pochi istanti prima dell'incendio a causa di un forte stato di agitazione" e, successivamente, che "la paziente aveva tentato il suicidio". Possibile che non ci fosse altro modo di affrontare il dolore di Elena, il suo grido di aiuto, l'agitazione, l'aggressività rivolta contro di sé? Bisognava inevitabilmente legarla ad un letto e lasciarla sola nella stanza, proprio nel momento di massima sofferenza?
Queste, ed altre, domande emergono oggi a partire dalla sua morte ma valgono per le tante, troppe strutture sanitarie dove i pazienti vengono legati. Sappiamo infatti che la contenzione meccanica è una pratica ancora largamente diffusa nei Servizi Psichiatrici ospedalieri di Diagnosi e Cura e in molte strutture sociosanitarie. Lo ha denunciato nel 2015 il documento del Comitato Nazionale di Bioetica e nel 2017 il rapporto della Commissione diritti umani del Senato presieduta da Luigi Manconi.
Conosciamo le difficoltà degli operatori costretti, in troppe situazioni, a lavorare in condizioni di carenza di organico, in ambienti inadeguati o sovraffollati. Sappiamo che quotidianamente il sindacato ha aperto vertenze per contrastare i tagli, rivendicare finanziamenti e organici adeguati. Ma sappiamo pure che la contenzione non è un frutto solo di queste carenze e difficoltà.
Quando si fa ricorso alla contenzione conta l'orientamento, la cultura degli operatori, dei dirigenti in primis, il modello organizzativo dei servizi di salute mentale, ben oltre i comportamenti e le caratteristiche dei pazienti e il numero del personale. Ed esiste un legame tra il ricorso o meno alla contenzione e la debolezza o la forza dei servizi di salute mentale territoriali.
Esistono in Italia circa 30 servizi psichiatrici ospedalieri no restraint che dimostrano che si può fare a meno di legare. Servizi capaci anche nelle situazioni più estreme, di assicurare dignità e diritti a tutti, utenti ed operatori. E vi sono esperienze in cui singoli operatori compiono scelte coraggiose e sono riusciti, pure se osteggiati, ad opporsi e a convincere gli altri.
La contenzione è dunque evitabile. Lo dimostra il percorso avviato dalla Regione Emilia Romagna, tuttora in corso. In Lombardia l'Ast di Lecco, da pochi mesi, ha avviato un progetto per il superamento della contenzione in tutte le strutture socio sanitarie. Progetto costruito con la partecipazione e il coinvolgimento di operatori e sindacato, utenti e familiari. Che prevede formazione, modifiche organizzative e strutturali.
E allora proprio di fronte alla tragedia di Bergamo, noi ci aspettiamo che un segnale forte arrivi dalla Regione Lombardia con l'approvazione di un piano regionale per il superamento della contenzione. Ma non bastano più atti isolati: serve un iniziativa coerente, nel solco della democrazia e dei diritti, in tutto il Paese. In questo senso va subito ripresa la proposta lanciata nella recente Conferenza nazionale per la Salute Mentale del giugno scorso è a Governo, Regioni e Parlamento: aprire un cantiere per superare la contenzione e ogni forma di violazione dei diritti delle persone con sofferenza mentale, a sostegno della campagna nazionale per l'abolizione della contenzione "...E tu slegalo subito".
di Pasquale Pagano
lindro.it, 21 agosto 2019
L'iniziativa va controcorrente rispetto alle politiche europee, ed è stata ideata dal Presidente Paul Kagame anche per rafforzare il prestigio internazionale del suo Paese, che accederà così ai fondi della UE per gestire la crisi umanitaria degli immigrati in Libia. "La situazione disperata in Libia per gli immigrati africani ci induce alla solidarietà come dovere morale ed etico. Questa solidarietà si traduce nella pratica con la nostra disponibilità ad accogliere i nostri fratelli africani che vivono in condizioni disumane nei campi di detenzione libici. Chiunque di loro voglia venire in Rwanda è il benvenuto". Questa era la promessa fatta dal Presidente ruandese Paul Kagame nel 2017 di accogliere fino a 30.000 immigrati africani. La promessa ora è realtà.
Lo scorso luglio a Kigali si sono tenute delle riunioni di alto livello tra il Governo ruandese, il direttore generale dell'Alto Commissariato Nazioni Unite per i Rifugiati (Unhcr) responsabile dell'area del Mediterraneo, Filippo Grandi, il Direttore Generale dell'Organizzazione Internazionale per la Migrazione (OIM), Antonio Vitorino, alti diplomatici dell'Unione Europea e il capo della Commissione dell'Unione Africana, Moussa Faki Mahamat, per studiare nei dettagli il piano d'accoglienza di un primo gruppo di migranti, fissato a 1.000 persone.
Non è ancora chiaro se questi primi 1.000 migranti che verranno ospitati in Rwanda provengano dai campi di reclusione della Libia o del Niger. Confusione in merito è stata creata dalla recente visita del Presidente ruandese in Niger, i cui dettagli rimangono tuttora sconosciuti. In Niger, un Paese schiacciato dal colonialismo francese che impera, mentre la popolazione è ridotta alla fame, vi sono detenuti 1.000 rifugiati espulsi dalla Libia. Come nel caso delle autorità di Tripoli e quelle del ex regime islamico sudanese di Khartoum, anche le autorità nigerine partecipano al cinico gioco internazionale sulla pelle dei migranti.
Il Niger, assieme al Sudan, rappresenta una delle principali vie per l'immigrazione clandestina. Entrambe convergono in Libia, dopo la chiusura delle frontiere di Algeria, Marocco e Tunisia. Migliaia di togolesi, beninesi, ghaniani, nigeriani, camerunesi e nigerini tentano di attraversare il deserto del Sahara. La nuova rotta degli schiavi ha come epicentro la città nigerina di Agadez ed è gestita da trafficanti di esseri umani senza scrupolo, con la complicità di Polizia e Forze Armate nigerine.
Da Agadez gli immigrati sostengono un terribile viaggio attraversando, su pick 4×4 o vecchi camion Mercedez, il terribile deserto del Ténére, dove le forze armate nigerine hanno istituito vari posti di blocco non per impedire le migrazioni illegali, ma per derubare gli immigrati. Chi non possiede i soldi per la corruzione viene selvaggiamente torturato. Le donne pagano tramite prestazioni sessuali non protette.
Spesso i trafficanti di esseri umani abbandonano gli immigrati in pieno deserto, condannandoli di fatto a morte. Chi riesce a concludere il viaggio, dal vecchio fortino coloniale di Madama, a pochi km dalla Libia, intraprende un altro pericolassimo viaggio avendo come meta finale Tripoli.
Fino al 2011 questo traffico libico era gestito dal Governo del colonello Muammar Gheddafi, all'epoca si facevano entrare gli immigrati per sfruttarli come mano d'opera a basso prezzo, impedendo loro di andare in Europa. Gheddafi aveva sottoscritto, nel 2008, un accordo con l'allora Primo Ministro Silvio Berlusconi, per impedire i flussi migratori verso l'Europa, e in particolare verso l'Italia, in cambio di vantaggi economici e sdoganamento politico. Contratto bruscamente interrotto dai piani di destabilizzazione ben riusciti della Francia, che portarono alla caduta del regime nel 2011 e al presente caos del Paese.
Caduto Gheddafi, il traffico è passato nelle mani delle milizie libiche e del Governo di Tripoli, alleato dell'Italia e riconosciuto dalle Nazioni Unite. Varie ONG, giornalisti, organizzazioni internazionali in difesa dei diritti umani sospettano che vi siano tra l'Unione Europea e il Governo di Tripoli accordi segreti per impedire che gli immigrati giungano in Europa. Fayez al-Sarraj, in collaborazione con le milizie e i trafficanti di esseri umani libici, rispetterebbe i patti ricevendo finanziamenti e armi. All'Unione Europa non importerebbe come gli immigrati vengono fermati. Secondo alcune indagini, solo una minoranza viene reclusa nei centri di detenzione vicino a Tripoli. La maggioranza sparisce. Vengono venduti come schiavi o semplicemente uccisi nel deserto dopo aver pagato la 'corsa' al trafficante.
Si calcola che il 25% di immigrati muoia durante il tragitto Agadez - Madama, e un altro 35% in territorio libico. "A nessuno importa se degli immigrati africani muoiono nel deserto. Nessuno reclama i loro corpi e nessuno si sogna di aprire indagini. Qui ad Agadez il traffico di esseri umani è fatto alla luce del sole e le autorità ne sono complici". Questa la disarmante dichiarazione di un trafficante di esseri umani che lavorava per conto dei libici, fatta nel 2008 al giornalista inviato del 'L'Espresso' Fabrizio Gatti e riportata nel suo libro documentario di denuncia 'Bilal. Viaggiare, lavorare, morire da clandestini'. Gatti nel 2008 intraprese il viaggio della rotta degli schiavi giungendo fino a Lampedusa sotto mentite spoglie di un immigrato di nome Bilal.
Nel suo libro denuncia, scritto 10 anni fa, Gatti fornisce dettagliate informazioni sul traffico di esseri umani, inspiegabilmente ignorate dalle autorità giudiziarie, dalla Polizia e dai governi dell'Unione Europea.
In Niger, punto di arrivo della strada degli schiavi, Madama è anche la base operativa del contingente francese che teoricamente lotta contro i gruppi terroristici islamici della zona. Come denunciò nel luglio 2017 il giornalista di 'Repubblica' Gianluca Di Feo, la guarnigione dei soldati francesi a Madama lascia passare le carovane dei trafficanti di esseri umani senza intercettarle.
Oltre al traffico di esseri umani i soldati francesi sono alla conoscenza del traffico di sigarette di contrabbando che segue le stesse rotte. Il traffico di sigarette di contrabbando è una copertura per il traffico di cocaina che dal Sud America giunge in Europa, passando da Niger e Libia senza alcuna interferenza dell'Esercito francese. Una volta giunta a Tripoli la cocaina raggiunge le coste europee con la collaborazione delle mafie francese e italiana. Non ci si spiega come le guardie costiere europee, così attente al traffico marittimo di migranti illegali, non siano ancora riuscite a interrompere il traffico di cocaina proveniente dalle stesse rotte africane e diretto verso l'Europa. Le stesse rotte del deserto tra Libia e Niger sono percorse da vari camion che trasportano all'impazzata e senza sosta armi libiche destinate ai vari gruppi terroristici in Nigeria, Mali, Ciad. Nessuno di questi carichi della morte viene intercettato nonostante la presenza di militari francesi e americani per combattere il terrorismo internazionale nell'Africa Occidentale.
La presenza dei soldati francesi in Niger è molto sospetta. Teoricamente sono nel Paese, (ancora colonia francese di fatto, anche se l'indipendenza formale è stata ottenuta il 03 agosto 1960) per combattere i gruppi terroristici di Al Qaeda Magreb e Boko Haram. Vari esperti regionali pensano che la presenza dei soldati francesi in Niger sia dovuta dalla necessità di Parigi di controllare militarmente la colonia e il suo governo fantoccio. Attraverso la multinazionale Areva, Parigi controlla la totalità dell'esportazione dell'uranio che assicura oltre il 50% del fabbisogno energetico della Francia.
Quando il Presidente Mamadou Tandja (al potere dal dicembre 1999) espresse il desiderio di rivedere gli accordi commerciali con Areva, Parigi organizzò, il 18 febbraio 2010, un colpo di Stato mettendo al potere una giunta militare denominata Consiglio Supremo per la Restaurazione della Democrazia (Csrd), guidata da la Luogotenente Generale Salou Djibo.
Il golpista gestì il Paese per un anno prima di ricevere l'ordine dalla Cellula Africana dell'Eliseo (nota con il termine di France Afrique) di cedere il potere a Mahamadou Issoufou, considerato un uomo "affidabile" e "fedele". Issoufou restò al potere per cinque anni senza mandato popolare. Nel febbraio 2016 furono organizzate elezioni farsa controllate dalla multinazionale Areva, nel corso delle quali fu confermato e la sua Presidenza legittimata.
Il Niger sta affondando su se stesso, in preda a vari gruppi terroristici, tra cui Boko Haram e banditi vari. L'estrema povertà, l'economia a pezzi, la corruzione galoppante, l'inefficacia dell'amministrazione pubblica, l'assenza di uno Stato sovrano, la disoccupazione giovanile ormai fuori controllo e il giogo coloniale francese sta spingendo i giovani ad arruolarsi in questi gruppi terroristici, mentre l'Islam radicale sta prendendo piede e il Daesh sta mettendo solide radici.
A questo si deve aggiungere i non chiari rapporti tra Francia e Boko Haram. Nel 2015 il Governo del Camerun intercettò agenti speciali francesi intenti a consegnare, al confine con la Nigeria, armi e denaro a Boko Haram. Si sospettano convivenze tra Parigi e Boko Haram tese a destabilizzare la Nigeria e l'intera regione del Sahara, in particolare il Burkina Faso, reo di essere sfuggito al controllo francese nel 2015, detronizzando il re assoluto Blaise Compaoré, esecutore materiale dell'assassinio, nel 1987, di Tohamas Sankara, dietro mandato di Parigi e Washington.
Dalla caduta di Compaoré il Burkina Faso ha conosciuto una escalation di attentati terroristici e infiltrazioni di Boko Haram e mercenari islamici provenienti dal Niger. Molti osservatori burkinabè che lavorano anche in ONG internazionali sostengono che le attività terroristiche sarebbero coordinate e finanziate da Compaoré, rifugiatosi in Costa d'Avorio, e dai servizi segreti francesi.
Il 21 dicembre 2015 il tribunale militare della Burkina Faso, a seguito di una meticolosa inchiesta, ha emesso un mandato di cattura internazionale nei confronti di Compaoré per l'omicidio dell'ex Presidente Sankara e di dodici suoi collaboratori. Il dittatore bukinabé è protetto ad oltranza dall'attuale Presidente ivoriano, Alassane Dramane Ouattara, al potere dal 2011.
La presa del potere da parte di Ouattara, la cui nazionalità non è ivoriana, è stata resa possibile grazie alle milizie di mercenari islamici e dai soldati francesi. Ouattara, rispettabile ex economista del Fondo Monetario Internazionale, ora Presidente, non è altro che un 'Signore della Guerra' che controllava le milizie islamiche delle Forze Nuove della Costa d'Avorio e una marionetta agli ordini di Parigi.
Laurent Gbagbo, spodestato dalla Francia a causa della sua politica nazionalista, fu arrestato il 10 aprile 2011 dalle forze speciali francesi e sottoposto a un processo presso la Corte Penale Internazionale con l'accusa di crimini contro l'umanità. Accusa rivelatasi infondata nel gennaio 2019, quando Gbagbo ha ottenuto l'assoluzione piena senza riserve.
In questo complicato network di trafficanti di esseri umani, droga, armi, gruppi terroristici islamici, dittatori africani e complici europei, il Rwanda tenta di proporre una soluzione per gli immigrati le cui vite sono sospese nel nulla. Esseri umani che oltre al sogno infranto di non essere riusciti a raggiungere l'Europa, sono stati privati della dignità, divenendo merce di scambio.
Il Governo di Tripoli, quando i finanziamenti europei per la lotta contro l'immigrazione e i rifornimenti di armi (elargiti nonostante l'embargo decretato dalle Nazioni Unite) diminuiscono, apre i corridoi per far arrivare gli immigrati sulle coste italiane. Quando i finanziamenti e le consegne di armi dall'Europa riprendono, i corridoi vengono richiusi. Questa la tesi sostenuta da svariate fonti locali e non solo e taciuta in Europa.
L'ultimo di questi odiosi ricatti di cui l'Unione Europea è vittima -causa le sue insensate e disumane politiche migratorie-, risale allo scorso 5 luglio e, come al solito, Italia e UE hanno immediatamente ceduto, pagando il dovuto al Presidente al-Sarraj. Un ricatto avvenuto dopo il bombardamento del campo di detenzione di Tajoura, che ha provocato una ecatombe tra gli immigrati detenuti, e la disgustosa vicenda della nave della ONG Seawatch bloccata a Lampedusa.
Agli immigrati che il Rwanda si appresta ad accogliere verrà offerta la scelta di restare nel Paese o di riportati nei loro Paesi di origine, dopo un adeguato periodo di assestamento per recuperare le forze fisiche e superare i traumi psicologici causati dalle violenze subite. La maggioranza degli immigrati che verranno accolti in Rwanda provengono dalla Somalia e dell'Etiopia.
I primi sono impossibilitati a ritornare nel loro Paese, sconvolto da una guerra civile interminabile che dura dal 1991, dopo la caduta del dittatore Siad Barre.
I secondi, a gran sorpresa, non vogliono ritornare in Etiopia, nonostante il Paese, alleato di riguardo dell'Unione Europea e dell'Italia, conosca da oltre 10 anni una crescita economica a due cifre. L'Etiopia, infatti, è sotto il giogo della sanguinaria dittatura entica dei tigrini - Fronte di Liberazione del Tigrai (Tplf) - che si nascondo dietro la facciata di una finta federazione multietnica, guidata dal Fronte Democratico Rivoluzionario del Popolo Etiope (EPRDF).
Nonostante le riforme di Abiy Ahmed Ali, attuale Primo Ministro, gli etiopi continuano a vivere in povertà e privi di diritti umani. Le loro vite sono appese alla decisione del regime, che incoraggia l'emigrazione per sfoltire, senza violenza, l'opposizione, e diminuire i giovani disoccupati. Le proteste sono represse nel sangue e il Paese, che si avvia alle elezioni nel 2020, è a rischio di guerra civile e di balcanizzazione.
Lo scorso 24 luglio è stato tentato un colpo di Stato. Dopo che il regime è riuscito a contenerlo è iniziata una orribile repressione dell'opposizione, soprattutto del gruppo etnico Amara accusato di essere dietro al fallito golpe. Durante la repressione è stato nuovamente arrestato il giornalista e attivista dei diritti umani Eskinder Nega, oggetto di persecuzione da parte del regime tigrino fin dal 2010. Quello che sta succedendo in Etiopia è poco conosciuto in Italia, il Governo italiano spera di ritornare ad essere un importante partner commerciale, anche se le precondizioni sono totalmente assenti. Come nel caso dell'Eritrea, dinnanzi alle possibilità di business i doveri di denunciare le violazioni commesse da regimi dispotici e difendere i diritti umani vengono dimenticati.
L'iniziativa del Rwanda va contro corrente rispetto alle politiche restrittive se non repressive delle potenze europee nella gestione dei rifugiati e immigrati africani, ed è stata ideata dal Presidente Paul Kagame anche per rafforzare il prestigio internazionale del suo Paese, ancora minacciato, a distanza di 25 anni, dalla possibilità di un secondo genocidio. La minaccia ora proviene dalle Forze Democratiche di Liberazione del Ruanda (Fdlr) - responsabili dell'olocausto del 1994) e dal regime burundese entico hutu del Cndd-Fdd guidato dal dittatore dichiaratosi Prete Re, Pierre Nkurunziza.
Nel 2018 sono stati bloccati ben due tentativi di invasione, dal Burundi, del Rwanda da parte delle Fdlr, azioni collegate anche alle tensioni nate tra Uganda e Rwanda nel 2000, dopo la battaglia di Kisangani (Congo) in merito alla spartizione della rapina delle risorse naturali all'est della Repubblica Democratica del Congo. Tensioni che sono riprese nel 2018, quando si è corso il rischio di trasformare il Burundi in un teatro di guerra tra Kigali e Kampala.
Nonostante il disgelo con il Rwanda voluto dal Presidente Emmanuel Macron, la Francia segretamente ha ripreso la cooperazione militare nell'ottobre 2018, in netto contrasto con l'Unione Europea, che dal 2016 ha imposto al Burundi sanzioni economiche, causa la grave situazione sul fronte dei diritti umani e causa il sospetto che le Fdlr, assieme al regime di Nkurunziza, stiano preparando un genocidio in Burundi e l'invasione del Rwanda.
Accogliendo un primo gruppo di 1.000 immigrati, per il Rwanda si sono aperte le porte del G7. Infatti, il Presidente Kagame, assieme al suo omologo egiziano Abdel Fattah el-Sisi e al Capo della Commissione dell'Unione Africana Moussa Faki Mahamat, sono gli invitati africani al prossimo meeting dei G7 che si terrà tra il 24 e il 26 agosto nella città francese di Biarritz. Un colpo diplomatico di grande importanza, dopo la nomina del ex Ministro degli Esteri ruandese Louise Mushikiwabo alla Presidenza della Organizzazione Internazionale della Francofonia (Oif).
Oltre al prestigio internazionale il Rwanda accederà a una parte consistente dei fondi messi a disposizione dall'Unione Europea per gestire la crisi umanitaria degli immigrati in Libia. Dopo il bombardamento del campo di detenzione di Tajoura, l'Unione Europea desidera sbarazzarsi della accuse di complicità, riguardanti le condizioni disumane e le violazioni di diritti umani degli immigrati bloccati in Libia, grazie agli accordi siglati tra i Paesi europei e il Governo di Tripoli per bloccare l'immigrazione. Accuse che potrebbero portare Paesi come la Francia e l'Italia ad un processo internazionale per crimini contro l'umanità.
Si parla di 600.000 africani bloccati in Libia, di cui 5.000 detenuti in condizioni disumane nei campi di concentramento vicino a Tripoli. Nel 2017 sono stati stanziati fondi sufficienti per evacuare 2.600 immigrati detenuti in Libia nel vicino Niger. A distanza di meno di due anni in Niger ne rimangono solo 1.000. Il 62% di loro ha ripreso la rotta degli schiavi Agadez - Madama - Tripoli, sotto lo sguardo dei soldati francesi e la complicità delle autorità nigerine.
Come ultimo vantaggio di questa iniziativa di solidarietà il Governo ruandese si 'rifà la faccia' dopo lo scandalo dei deportati africani da Israele avvenuto nel dicembre 2017. Il Governo israeliano aveva offerto dai 150 ai 200 milioni di dollari a Rwanda e Uganda per accogliere i deportati africani. Gli accordi segreti tra Tel-Aviv, Kigali e Kampala furono scoperti da giornalisti israeliani ed africani, creando uno scandalo internazionale, indignando l'opinione pubblica africana e costringendo le due super-potenze dell'Africa Orientale a interrompere la vergognosa collaborazione con il Governo del Primo Ministro Benjamin Netanyahu.
È opinione diffusa tra gli osservatori internazionali e africani che il Rwanda questa volta sia seriamente intenzionato offrire le migliori condizioni di vita possibili agli immigrati africani che sono attualmente detenuti in condizioni disumane in Niger e in Libia. Avranno libertà di movimento e potranno lavorare o avviare attività commerciali in Rwanda con l'assistenza di organizzazioni umanitarie, promette il Governo. Verrà loro rilasciata una carta di identità di rifugiati che permetterà di accedere gratuitamente ai servizi sociali e di poter lavorare onestamente.
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