di Greta Marchesi
Il Dubbio, 5 luglio 2019
La Casa Bianca voleva 8,1 miliardi dal bilancio della difesa. Niente fondi del Pentagono per costruire il muro con il Messico. A stabilirlo è una Corte d'Appello federale che, con 2 voti contro 1, ha respinto la richiesta dell'amministrazione di cancellare l'ingiunzione che blocca l'utilizzo dei fondi, in attesa che si completi il procedimento di appello.
Dopo non essere riusciti ad ottenere dal Congresso gli stanziamenti per il Muro, la Casa Bianca aveva deciso di destinare al progetto 8,1 miliardi di dollari del bilancio della Difesa. Contro la decisione del presidente Donald Trump hanno presentato ricorso due associazioni di attivisti, il Sierra Club e il Southern Border Communities Coalition, che a fine maggio hanno ottenuto l'ingiunzione.
Nel respingere la richiesta dell'Amministrazione Trump, la Corte d'Appello ha affermato che l'uso di fondi militari "viola il requisito costituzionale che impone al ramo esecutivo di non spendere fondi che non siano stati assegnati dal Congresso". L'ordine è stato firmato dai giudici Richard Clifton e Michelle Friedland, nominati rispettivamente da George W. Bush e Barack Obama, col voto contrario del giudice N. Randy Smith, nominato da Bush.
Intanto, sono in corso le ricerche di una bimba di due anni dispersa nel Rio Grande mentre tentava con la madre di attraversare il confine per arrivare negli Stati Uniti. Lo scrive il Time che cita Brady Waikel, vice commissario della polizia di frontiera, che afferma che "le ricerche continueranno senza sosta". La bimba non si trova da lunedì. Una donna di Haiti era stata fermata nella tarda notte del primo luglio vicino a Del Rio dopo aver attraversato il fiume dal Messico. Ha detto agli agenti di aver perso la figlia di 2 anni, una cittadina brasiliana, mentre attraversava il fiume. Gli agenti federali hanno collaborato con le forze dell'ordine messicane a Ciudad Acuna, in Messico, e hanno cercato la piccola per tutta la notte. Martedì su entrambi i lati del confine le ricerche sono continuate con un sommergibile comandato a distanza, una squadra di sub e una barca. Nella stessa zona la settimana scorsa erano annegati un padre e sua figlia: l'immagine shock dei loro corpi, a testa in giù e abbandonati sulla riva a mezz'acqua, aveva indignato il mondo intero.
di Riccardo Noury
Corriere della Sera, 5 luglio 2019
Com'è noto, il 24 giugno la Corte di giustizia dell'Unione europea ha condannato la Polonia, stabilendo che la Legge sulla Corte suprema, entrata in vigore il 3 aprile 2018, viola la normativa dell'Unione europea. Quella legge, ricordiamolo, ha abbassato l'età pensionabile dei giudici della Corte suprema da 70 a 65 anni, ponendo di fatto circa un terzo dei suoi componenti, compreso il primo presidente, di fronte al rischio di un pensionamento anticipato forzato. Ma quando è nata questa vera e propria caccia alle streghe contro l'indipendenza dei giudici? Alla fine del 2015, spiega un rapporto di Amnesty International pubblicato questa mattina.
A quel periodo risale l'adozione di una serie di provvedimenti, legislativi e non, tra i quali la politicizzazione delle nomine dei giudici, il conferimento al ministro della Giustizia del potere esclusivo di congedare e nominare il presidente e i vicepresidenti dei tribunali, la già citata Legge sulla Corte suprema e l'uso della minaccia di procedimenti disciplinari o di perdita del lavoro contro le voci critiche all'interno della magistratura.
La vicenda del giudice Waldemar Zurek, ex portavoce del Consiglio nazionale della magistratura, è emblematica. Zurek è stato sottoposto a numerosi procedimenti disciplinari e a una campagna diffamatoria sulla tv nazionale. I suoi familiari sono stati minacciati dell'apertura di non meglio precisate indagini. Ha ricevuto mail ed sms contenenti minacce e parole d'odio. La caccia alle streghe è attiva anche online. Vari profili anonimi su Twitter attaccano i giudici, soprattutto le donne, che criticano il governo e pubblicano informazioni riservate o semi-riservate che paiono provenire da ambienti governativi.
Ci sono poi i giudici che "escono dal seminato", ad esempio prendendo la parola per difendere il diritto di protesta pacifica: come il giudice Slawomir Jeksa, del tribunale regionale di Poznan, che ha difeso una manifestante finita sotto inchiesta per aver usato "parole offensive" ("Mi sono rotta le scatole della situazione del mio paese", aveva detto con un linguaggio leggermente più colorito). Il giudice Jeksa è finito sotto inchiesta per aver "espresso opinioni politiche".
Il rapporto di Amnesty International fornisce ulteriori esempi di persecuzione: come quella di Ewa Maciejewska, una giudice di Lódz, che ha rischiato un provvedimento disciplinare per aver chiesto un parere alla Corte di giustizia dell'Unione europea sulle "riforme" del governo in tema di giustizia; o quella di Alina Czubieniak, che si è presa una reprimenda per aver chiesto il riesame di un ordine di detenzione.
Quest'ultimo caso ha spinto i giudici alla protesta aperta. In oltre 20 tribunali in tutta la Polonia hanno alzato cartelli con la scritta "Non ci faremo intimidire". La reazione è stata immediata: il 20 aprile il nuovo presidente del tribunale di Olsztyn - uno dei beneficiari delle "riforme" - ha fatto sgomberare dalla polizia un picchetto di solidarietà con i giudici minacciati. C'è da sperare che dopo il verdetto della Corte di giustizia dell'Unione europea le cose cambieranno. Il punto di non ritorno è vicino ma forse non è stato ancora superato.
di Giuliana Sgrena
Il Manifesto, 5 luglio 2019
Oggi, 57° anniversario dell'indipendenza, in piazza il no alla transizione di Gaid Salah. Il presidente ad interim Bensalah non lascia e insiste per andare alle elezioni. "Una coincidenza del calendario inscrive simbolicamente il nostro movimento nel corso incrollabile della storia del nostro popolo, della sua aspirazione alla libertà".
Il 5 luglio, anniversario della liberazione dell'Algeria viene a cadere di venerdì, il ventesimo delle manifestazioni che dal 22 febbraio vedono gli algerini occupare le piazze del paese per porre fine al regime corrotto. La rete contro la repressione, per la liberazione dei prigionieri di opinione e per le libertà democratiche ha lanciato un appello a manifestare "in forze" questo venerdì, in occasione della 57esima commemorazione dell'indipendenza. Un legame simbolico che trova concretezza nelle rivendicazioni dei valori che furono alla base della guerra di liberazione: "Nel 1962 abbiamo liberato la terra, nel 2019 libereremo l'uomo".
Oggi gli algerini chiederanno anche la liberazione di Lakhdar Bouragaa, comandante della guerra di liberazione, il cui arresto (il 29 giugno) ha fatto uscire dal silenzio lo storico colonnello dell'Esercito di liberazione nazionale Youcef Khatib, che ha ricostruito le azioni eroiche compiute da Bouragaa contro l'esercito di occupazione francese, per porre fine alla campagna di denigrazione che si è scatenata contro il "fratello d'armi". La manifestazione oggi si svolge in una situazione di tensione: nelle ultime due settimane diversi manifestanti sono stati arrestati perché sventolavano la bandiera berbera. Per questo l'appello invita i manifestanti "a preservare l'unità e il carattere pacifico della nostra rivoluzione respingendo le provocazioni da qualsiasi parte provengano".
Sono momenti che richiedono grande responsabilità a tutte le forze in campo. Da una parte la forza rivoluzionaria - con tutte le sue articolazioni e contraddizioni - e dall'altra il potere, che dopo le dimissioni di Bouteflika e i numerosi arresti di uomini del clan, è sostanzialmente nelle mani del capo di stato maggiore Ahmed Gaid Salah che difende la via "costituzionale" in accordo con il presidente a interim Abdelkader Bensalah e continua la sua caccia alle streghe che riempie le carceri.
Bensalah, il cui mandato scade il 9 luglio ma non se ne andrà, nel suo discorso alla nazione del 3 luglio ha rilanciato la proposta di un "dialogo nazionale inclusivo", nel quale lo Stato, compresa l'istituzione militare, osserverebbero una posizione di neutralità, pur fornendo tutti i mezzi necessari. Al dialogo, che sarà condotto da personalità nazionali credibili, indipendenti e senza ambizioni elettorali, saranno invitati a partecipare partiti, società civile, organizzazioni socio-professionali e rappresentanti del movimento popolare.
Nessuna precondizione per il dialogo che però dovrà concentrarsi sull'unico obiettivo strategico: l'organizzazione delle elezioni presidenziali. Alla luce di queste dichiarazioni sorge qualche dubbio sulla conferenza convocata per domani, 6 luglio, dalle Forze del cambiamento con l'obiettivo, secondo il coordinatore Abdelaziz Rahabi, di "arrivare a una sintesi tra soluzione politica e soluzione istituzionale, dunque costituzionale. Noi proponiamo il ritorno al processo elettorale dopo un accordo tra l'opposizione e la società civile e tutte le parti che esprimono le rivendicazioni dell'hirak (il movimento)".
"L'organizzazione di elezioni presidenziali nel quadro del sistema attuale non servirà che alla sua rigenerazione", secondo le Forze dell'alternativa democratica che si sono riunite il 26 giugno ad Algeri. Nella riunione, cui hanno partecipato i partiti della sinistra, associazioni e personalità, è stato elaborato un "patto politico per una vera transizione democratica" che dovrebbe permettere di superare la situazione di impasse.
Nel documento si precisano le precondizioni per una trattativa e le condizioni che nel periodo di transizione dovrebbero contribuire alla costruzione di uno stato di diritto democratico. Un patto che, pur non rappresentando tutto il movimento di opposizione, ha suscitato quelle speranze che invece la Conferenza della società civile del 15 giugno non era riuscita a ottenere. La rappresentanza della società civile - Confederazione dei sindacati autonomi, Collettivo della società civile per la transizione democratica, collettivo Amel delle associazioni religiose, Forum civile per il cambiamento e il collettivo dell'associazione degli Oulemas - è più disomogenea, quindi è stato più difficile raggiungere un consenso sulla road map.
L'iniziativa prevede la designazione di una personalità o una istanza presidenziale consensuale per dirigere un periodo di transizione "da sei mesi a un anno" con un governo di competenze nazionali e la creazione di una istanza indipendente per l'organizzazione di elezioni. Evidentemente frutto di mediazioni tra le diverse anime della conferenza, che non ha preso in considerazione la parità di genere.
Le associazioni femministe, riunite dal 20 al 22 giugno a Tighremt in Kabiliya, hanno ribadito la loro visione di "un'Algeria nuova, che prenda in considerazione il nostro femminismo". Un'affermazione non scontata. "Le rivendicazioni femministe portate nell'hirak hanno risvegliato resistenze retrograde e provocato aggressioni e intimidazioni nei nostri confronti, il che ha solo rafforzato la nostra mobilitazione", si legge nel documento finale che conclude così: "Non accorderemo il nostro sostegno alle forze che ci ignoreranno".
di Valter Vecellio
lindro.it, 4 luglio 2019
Quello che segue è una sorta di "diario" carcerario degli ultimi giorni. I commenti sono superflui. Ivrea: rissa tra 25 detenuti, al primo piano del carcere. Un gruppo di detenuti italiani e uno di nordafricani si fronteggiano, con bastoni di legno, sgabelli, manici di scopa. Il bilancio finale, con diversi carcerati lievemente feriti, avrebbe potuto essere ben più pesante: un detenuto, infatti, è stato tratto in salvo dall'intervento degli agenti della polizia penitenziaria che hanno riportato prognosi fino a 15 giorni per sedare gli scontri.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 4 luglio 2019
I posti disponibili sono 50mila 946. A Poggioreale 679 carcerati in più. Oltre diecimila detenuti in più rispetto alla capienza regolamentare degli istituti penitenziari. Sono questi i dati aggiornati al 30 giugno di quest'anno messi a disposizione dall'ufficio del capo del dipartimento dell'amministrazione penitenziaria.
di Enrico Franco
Corriere del Trentino, 4 luglio 2019
"Mettiamolo in galera e lasciamolo marcire", "In manette e buttiamo via la chiave": frasi simili si rincorrono sempre più spesso non solo nei tweet degli haters, ma anche nelle dichiarazioni dei molti politici privi di scrupoli preoccupati solo di incrementare il proprio consenso.
Il fenomeno si ripete in maniera scontata, ma non per questo meno agghiacciante, quando le vittime sono italiane e i presunti responsabili sono stranieri; il silenzio, invece, copre fatti altrettanto orribili se i protagonisti sono tutti immigrati o, ancor più, se il colpevole è "uno dei nostri" e a rimetterci "è uno di loro".
di Ezio Mauro
La Repubblica, 4 luglio 2019
Basato com'è sull'istinto, sui gesti, sugli slogan e su una formidabile capacità di creare e interpretare lo spirito dei tempi, il populismo è l'unico modello politico che non ha bisogno di avere una teoria, perché la suscita a spintoni mentre procede per la sua strada, e la inventa dentro il fuoco del conflitto permanente con un nemico d'occasione, dato ogni volta in pasto alla pubblica opinione.
di Claudio Cerasa
Il Foglio, 4 luglio 2019
Per superare la procedura di infrazione sul debito, bastava qualche miliardo. Per superare la procedura di infezione del garantismo, non basterà qualche decennio. Salvini e Di Maio: indagine sul doppio giustizialismo che minaccia le nostre libertà.
In politica ci sono oscenità che si possono cancellare con un tratto di penna, con una promessa rivista, con un aggiustamento dei conti, con una correzione a una manovra e ci sono poi oscenità che una volta sdoganate diventano strutturali, entrano a far parte della nostra vita, si trasformano in una nuova e raccapricciante normalità.
di Giuseppe Salvaggiulo
La Stampa, 4 luglio 2019
Il procuratore generale della Cassazione si difende in una lettera ai colleghi. Ma anche Unicost invoca le dimissioni. Riccardo Fuzio, procuratore generale della Cassazione, reagisce alla rivelazione delle sue conversazioni con Luca Palamara con una strategia in tre mosse.
di Francesco Petrelli*
Il Dubbio, 4 luglio 2019
Nessuno avrebbe voluto aprire quella porta. Epistemologicamente parlando si è evidentemente trattato di un caso di serendipità: si sta cercando una cosa e se ne trova un'altra. La Procura perugina indagava su una ipotesi di corruzione e ha trovato invece l'accesso a un mondo sommerso della magistratura. La questione non è irrilevante perché la preterintenzionalità della "scoperta" mette in imbarazzo scoperti e scopritori.










