abruzzoweb.it, 5 luglio 2019
Dei 13 candidati restano in nove ad ambire al posto di garante dei detenuti in Abruzzo, ma scompare il nome di Rita Bernardini, esponente politico del partito radicale, ritenuta una esperta del sistema carcerario. Sullo sfondo un momento difficile per il sistema carcerario abruzzese, che nelle scorse settimane è stato al centro di diverse proteste da parte di gruppi di anarchici, associazioni ed esponenti politici, che hanno mostrato solidarietà ad Anna Beniamino, 46 anni, e Silvia Ruggeri, 32 anni, imputate per reati di matrice anarchico insurrezionalista, rinchiuse nel carcere "Le Costarelle" di Preturo (L'Aquila) in sciopero della fame dal 29 maggio scorso, contro le restrizioni imposte dal regime carcerario del 41bis. Lo sciopero è stato interrotto soltanto due giorni fa.
Nico Di Florio e Valerio Federico, rispettivamente coordinatore di +Europa Pescara e componente della Direzione Nazionale, il mese scorso avevano chiesto un immediato incontro con il presidente del Consiglio regionale Lorenzo Sospiri e la calendarizzazione dell'elezione, così come richiesto dall'esponente radicale Alessio Di Carlo.
In una nota avevano sottolineato che: "Nonostante la legge istitutiva del 31 agosto 2011, numero 54 a tutt'oggi l'Abruzzo è l'unica regione italiana a non aver provveduto all'elezione del Garante, complice una legge regionale che richiede la maggioranza dei due terzi dei voti favorevoli. Occorre dunque verificare se all'interno dell'attuale Consiglio regionale sia possibile raggiungere il quorum e, in caso contrario, intervenire direttamente sulla legge istitutiva".
Dunque è in questo clima, e osteggiata dal Movimento 5 Stelle, che la Bernardini deve aver rinunciato a presentare domanda. Entra a gamba tesa nel discorso anche l'aquilano Giulio Petrilli, che ha scontato sei anni di carcere prima dell'assoluzione della Cassazione dall'accusa di essere tra gli organizzatori della banda armata Prima Linea "per presunte cattive frequentazioni da me avute" e che nei mesi scorsi si è rivolto al Parlamento Europeo in quanto "vittima di una detenzione ingiusta". "Il nuovo avviso pubblico per istituire il garante dei detenuti in Abruzzo, non è stato non solo pubblicizzato dalla Regione Abruzzo, come sarebbe dovuto accadere per un tema così importante, ma solo l'ultimo giorno un concorrente lo ha reso pubblico, il tempo era scaduto", denuncia l'aquilano.
"Avrei voluto chiedergli dove ne era venuto a conoscenza. Io personalmente la sera stessa sono andato sul sito delle Regione e non ho trovato nulla e come tanti non ho potuto fare la domanda in quanto il tempo era scaduto. Chi ha concorso dove lo ha appreso?", scrive in una nota Petrilli. Petrilli componente del "Comitato per il diritto al risarcimento di ingiusta detenzione per tutti gli assolti", sottolinea infine: "Se hanno deciso già chi nominare avrebbero dovuto avere la coerenza di dare un incarico fiduciario e non inventarsi un avviso pubblico fantasma".
Nella lista dei "papabili", tra tutti spiccano i nomi della pescarese Fiammetta Trisi, dirigente penitenziaria, e dell'avvocato Fabio Nieddu, figura di riferimento della Croce Rossa pescarese. Tra i requisiti principali previsti nell'avviso pubblico, scaduto all'inizio di giugno, ci sono quelli di aver svolto attività "di grande responsabilità e rilievo in ambito sociale", quindi "la conoscenza approfondita delle problematiche della reclusione", e una "comprovata esperienza nel campo delle scienze giuridiche e dei diritti umani in ambito penitenziario". Per i professori universitari, inoltre, tra i requisiti anche quello di "aver svolto ricerche sulle tematiche penitenziarie e detentive".
In base all'istruttoria condotta dal dirigente della Regione Abruzzo, Giovanni Giardino, sono risultati non in possesso dei requisiti richiesti sia l'aquilano Marco Fanfani, ex presidente della Fondazione Carispaq, che la celanese Rosa Pestilli. Il casertano Emilio Enzo Quintieri invece rientra in una cosiddetta "causa ostativa", mentre hanno presentato in ritardo le loro domande Carla Cotellessa e Gabriella Sacchetti, entrambe escluse.
Restano in corsa dunque: Salvatore Braghini, avezzanese di 53 anni, docente in una scuola superiore; Gianmarco Cifaldi, 55 anni aquilano, professore universitario alla D'Annunzio; Leonardo Colucci, 63 anni di un paese del Potentino e prossimo alla pensione; Edda Giuberti, 40 anni di Prato; Teresa Lesti, anche lei 40enne ma di Chieti; Francesco Lo Piccolo, 69 anni, giornalista professionista in pensione e impegnato come volontariato nelle carceri abruzzesi; l'avvocato Nieddu, di 46 anni; Alessandro Sirolli, 68 anni dell'Aquila e infine la dirigente del Ministero della Giustizia Fiammetta Trisi, di 59 anni. Il nome del Garante sarà scelto tra questi nove attraverso il voto in Consiglio regionale. Martedì prossimo l'Assemblea legislativa d'Abruzzo procederà all'elezione dei componenti della Commissione regionale per la realizzazione delle pari opportunità e della parità giuridica e sostanziale tra uomini e donne e del Garante delle persone sottoposte a misure restrittive della libertà personale.
sardiniapost.it, 5 luglio 2019
La situazione delle carceri isolane diventa sempre più critica a causa dell'alto numero di detenuti e la carenza di personale a disposizione. A denunciare la situazione è Maria Grazia Caligaris, presidente dell'associazione Socialismo Diritti Riforme che sottolinea soprattutto la carenza di direttori.
Per quanto riguarda i numeri, sono "2.189 i detenuti di cui 1.743 definitivi. Gli stranieri sono in media quasi il 31 per cento e oltre cinquecento sono i ristretti" soggetti a regimi carcerari più duri come il 41bis. Una situazione vicina al collasso anche perché "in Sardegna l'estate si caratterizza per la presenza di molti reclusi, pochi agenti penitenziari ed educatori e uno sparuto numero di direttori che sono quattro per dieci istituti - sottolinea Caligaris - una vergogna nazionale che sembra non interessare né il vertice del dipartimento dell'amministrazione penitenziaria né il ministero della Giustizia".
Il numero esiguo dei direttori è "ormai diventata prassi consolidata basti pensare che Marco Porcu, direttore del carcere di Uta, deve curare anche la colonia penale di Isili e l'Istituto di Lanusei con un numero di detenuti complessivo superiore alle 700 unità".
La situazione non è diversa per la responsabile di Badu e Carros, Patrizia Incollu che "deve gestire anche la Casa Circondariale di Sassari e la Colonia di Mamone per un totale di 843 reclusi". Restano poi da considerare i detenuti di Alghero, Tempio Pausania, Is Arenas e Oristano assegnati a Elisa Milanesi e Pierluigi Farci, quest'ultimo anche vice provveditore dell'amministrazione penitenziaria. Si tratta di oltre 630 persone private della libertà, alcune con reati di alto profilo".
Una denuncia da parte di Caligaris che in questo quadro sottolinea che l'assenza di direttori e dei loro vice "rischia di trasformare il lavoro dei responsabili degli istituti in una routine burocratica in cui le carte da firmare possono diventare l'elemento dominante della quotidianità a discapito del delicato ruolo di mediazione tra le diverse figure professionali, le problematiche di gestione del penitenziario e di conoscenza dei detenuti che ne caratterizza il tratto culturale. In queste condizioni inoltre fruire di qualche giorno di riposo sarà davvero difficile per i direttori".
Il sistema carcerario isolano - conclude la presidente di Sdr - sembra proprio trascurato. Appare come un'organizzazione lasciata alla responsabilità dei singoli operatori. Sarebbe opportuna un'azione congiunta tra governo regionale e parlamentari sardi almeno per richiamare l'attenzione sulla necessità del rispetto per chi svolge il proprio lavoro e per chi deve scontare una pena nella prospettiva di un reinserimento sociale. Due aspetti che devono procedere insieme per ottenere risultati positivi".
di Alessandra del Giudice
napolicittasolidale.it, 5 luglio 2019
Il calvario Poggioreale: sovraffollamento, mala sanità, personale insufficiente. Tre persone morte in tre giorni, due di queste suicide. È la punta dell'iceberg della situazione drammatica che nel carcere di Poggioreale si vive quotidianamente. Troppo spesso denunciata, mai risolta. Antonio Mattone responsabile dell'area carcere della Comunità di Sant'Egidio di Napoli spiega che in prigione l'emergenza è la normalità.
Lo afferma, nero su bianco, l'Art. 27 della Costituzione: "Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato". Ciò significa che la punizione per un reato consiste nella limitazione della libertà e non dovrebbe prevedere sofferenze accessorie quali vivere in uno spazio sovraffollato, non avere diritto alla ricreazione e alla rieducazione o addirittura non essere curato. Tutte queste condizioni non contemplate dalla legge sono invece, nei fatti, la norma a Poggioreale. Carcere simbolo della crisi carceraria.
La Corte europea dei diritti umani, con la sentenza Torreggiani (ricorsi n. 43517/09, 46882/09, 55400/09; 57875/09, 61535/09, 35315/10, 37818/10) dell'8 gennaio 2013 con decisione presa all'unanimità condannò condannato l'Italia per la violazione dell'art. 3 della Convenzione europea dei diritti umani (Cedu) ovvero per il trattamento disumano dei detenuti.
"All'epoca Poggioreale abbassò il numero dei detenuti da 2900 a 1800. Ora sono aumentati di nuovo fino a 2300, 2400 quindi c'è un sovraffollamento di ben 800 persone: come se il carcere di San Vittore fosse inglobato dentro Poggioreale, ma con lo stesso numero di operatori e di personale di polizia in sottorganico di oltre 200 unità", spiega Antonio Mattone, responsabile dell'area carcere della Comunità di Sant'Egidio di Napoli e autore del toccante libro "E adesso la palla passa a me" (Guida Editori) nato dalle sue esperienze al servizio dei carcerati con tutto il loro carico di solitudine ma anche di riscatto. Mattone ha un contatto diretto con i detenuti più volte a settimana sia per i colloqui individuali, sia per la catechesi, sia per gli eventi di gruppo che la Comunità organizza sia a Poggioreale che a Secondigliano.
La salute a rischio in carcere - "Una delle problematiche più frequenti è quella del disagio psichico - racconta Mattone. Molte patologie psichiatriche insorgono perché non si regge il peso della carcerazione soprattutto in presenza di fragilità psicologiche pregresse, ma anche per le condizioni abitative: il sovraffollamento e il caldo.
Gli psicologi già sono pochi e hanno contratti di collaborazione temporanea e invece vedono aumentare le persone da seguire. Di fatto con la chiusura degli Opg il carcere è divenuto una sorta di manicomio perché solo i casi molto gravi vengono trasferiti nel reparto di osservazione psichiatrica. Ogni Asl ha un reparto di questo tipo e per la Napoli 1 si trova a Secondigliano e ha solo 16 posti. Ciò vuol dire che tutti i casi borderline o non apparentemente gravi restano nel carcere normale".
Ma anche chi in carcere presenta un problema fisico spesso deve aspettare mesi per essere ricoverato e spesso sviluppa patologie croniche. "L'unico reparto clinico per i detenuti presso il San Paolo - continua il responsabile di Sant'Egidio - è un luogo terribile. L'estate di due anni fa un detenuto si bruciò la faccia perché l'impianto dell'ossigeno obsoleto andò in corto. Fu salvato dal piantone. Quasi non si parlò di questa tragedia".
Solo parole, ma nulla cambia - Proprio un paio di settimane fa prima delle tre morti che sono avvenute a Poggioreale a cavallo tra giugno e luglio c'era stata una rivolta dei detenuti per un compagno che non stava bene. "Non solo non si è fatto nulla per il detenuto - afferma Mattone, ma dopo la rivolta non c'è stata alcuna reazione da parte delle istituzioni, se non il suggerimento da parte di un politico di far fare i lavori forzati ai detenuti che avevano sfasciato il padiglione. Là dove i lavori forzati sono stati abrogati dalla legge Zanardelli 130 anni fa.
Non va giustificata la violenza, tuttavia andrebbero indagate le motivazioni alla base del malcontento e andrebbero prevenuti atti del genere con il miglioramento delle condizioni di vita in carcere. Poggioreale non può avere tutti questi detenuti e permane in una situazione di degrado strutturale. Andrebbero rimodernati i reparti obsoleti e andrebbe ripensato il sistema della salute".
Più carcere meno misure alternative: la ricetta dell'insicurezza - Il problema del sovraffollamento, attualmente, si potrebbe risolvere solo con il ricorso alle misure alternative. Certo si potrebbero costruire altre carceri, ma al di là dell'investimento economico immane, pare che il carcere sia la misura che meno risponde al bisogno di sicurezza della città perché sono invece proprio le misure alternative (ad esempio detenzione presso la propria abitazione, lavori socialmente utili e reinserimento lavorativo) ad assicurare un minor tasso di recidive.
Diversi sono gli studi in questo senso ad esempio quello del 2007 elaborato dall'Osservatorio delle misure alternative del Dipartimento dell'amministrazione della polizia penitenziaria che segnala che nel 1998 furono scarcerate 5.772 persone e che 3.951 di queste si trovavano di nuovo dentro nel 2005: quasi il 70% era tornato a delinquere. Sempre dai dati elaborati dal ministero emerge che la percentuale dei recidivi invece era scesa invece al 19% se si considerano i detenuti in misura alternativa. Un altro dato interessante messo in evidenza dall'associazione Antigone nel 2018 è quello relativo alle revoche delle misure alternative per commissione di nuovi reati, che raggiunge solo lo 0,74%, rispetto al totale.
"La scelta politica è il grande ricorso alla carcerazione - spiega Antonio. Prima di questo governo era in procinto di passare una riforma di Orlando che incrementava le misure alternative, ma la sinistra del PD non ha avuto il coraggio di approvarla, quindi il nuovo governo l'ha affossata e oggi c'è una chiusura in questo senso là dove le statistiche ci dicono che i detenuti ritornano in carcere di meno quando scontano la pena con le misure alternative.
È chiaro che un detenuto che si trova a uscire dal carcere all'improvviso senza aver riorganizzato il suo futuro avrà più difficoltà di reinserirsi e quindi più probabilmente tornerà a delinquere. Mentre le misure alternative favoriscono il reinserimento graduale nella società. Un altro grave problema infatti è che ci sono pochi progetti di lavoro per i detenuti ed ex detenuti. Creare sicurezza significa fare in modo che quando un detenuto esce dal carcere non ci torna più".
I migranti, detenuti di serie B - "Il numero dei migranti in carcere è diminuito- conclude Mattone -. Va comunque ricordato che spesso si tratta di persone che non hanno una casa e una famiglia e che quindi non possono accedere alle misure alternative. In carcere, proprio perché non hanno familiari che li vadano a trovare, versano in condizioni di grande povertà e disagio.
Fa riflettere anche il metro di giudizio diverso che viene utilizzato per giudicare i reati asseconda se si tratti di italiani o migranti. Qualche giorno fa ha scatenato polemiche la notizia che Doina, la ragazza rumena che nel 2007 uccise una donna italiana in metropolitana durante una lite ha scontato la sua pena.
Doina ebbe una condanna a 16 anni e ne ha scontati 12 per buona condotta. È invece passata quasi sotto silenzio la vicenda di Alessio, un ragazzo italiano che nel 2010 uccise una donna rumena con un cazzotto per una lite a causa di una fila dal tabaccaio, dopo averla insultata in quanto rumena e aver ferito un'altra donna peruviana.
Il ragazzo fu condannato a 8 anni e dopo 4 anni è uscito dal carcere. Due storie analoghe dunque, ma asseconda della nazionalità cambia l'atteggiamento. Stiamo vivendo un'ondata populista e giustizialista che fa scuola, che crea consenso, ma non risolve i problemi reali".
controradio.it, 5 luglio 2019
Sistema idrico al collasso, "una situazione esplosiva" e "in balia degli eventi", e solo oggi due agenti di polizia penitenziaria costretti a ricorrere alle cure mediche dopo aver respirato il fumo scaturito da un incendio in una cella appiccato da un detenuto. È il quadro del carcere di San Gimignano (Siena) secondo i sindacati Sappe, Uspp, Osapp, Fsa-Cnpp, Sinappe, Cgil-Fp Pp e Cisl-Fns.
"Solo il pronto intervento dei due agenti, coadiuvati da altri colleghi accorsi sul posto - spiegano i sindacati in una nota congiunta -, ha consentito l'immediato sgombero dei circa 100 detenuti presenti e ha scongiurato conseguenze che avrebbero potuto assumere aspetti ancor più drammatici". Le sigle sindacali sottolineano poi il problema della carenza di acqua nel carcere di Ranza a causa del collasso dell'impianto di approvvigionamento idrico per la calura estiva e il numero di detenuti.
"Allo stato attuale l'acqua potabile è preclusa per svariate ore al giorno - si legge ancora. I vertici dell'amministrazione penitenziaria, nonostante siano a conoscenza dell'annoso problema idrico, non hanno ancora fornito risposte concrete, lasciando il personale di polizia nel totale abbandono, in un contesto esplosivo e in una condizione lavorativa altamente rischiosa per l'incolumità e la sicurezza di ogni singolo operatore. L'Amministrazione penitenziaria, inoltre, non ha ancora provveduto ad assegnare un direttore e un comandante in pianta stabile, lasciando l'istituto di Ranza senza una guida fissa e in balia degli eventi".
Sciopero della fame per il garante regionale dei detenuti, Franco Corleone, invece che denuncia "celle bollenti e sovraffollate" nelle carceri toscane. La protesta di Corleone, spiega una nota, nasce dal fatto che il palazzo di giustizia di Prato è stato chiuso per l'ondata eccezionale di caldo, ma, a suo avviso, nessuno si interessa della situazione dei detenuti.
Nel carcere fiorentino di "Sollicciano molti frigoriferi non funzionano - spiega il garante -. Il risultato sono cibi che deperiscono molto rapidamente e brodaglia al posto di acqua".
Nonostante un "timido" segnale da parte della direzione, secondo Corleone "molto c'è ancora da fare". Nel Giardino degli Incontri, la struttura pensata dall'architetto Michelucci per i momenti tra detenuti e famiglie, "il bar non funziona" rileva il garante, che intende "ottenere certezze su molte questioni che riguardano la vita in carcere".
Per questo, dice Corleone "le ragioni del mio digiuno aumentano. Ancora attendo risposte sul destino del cambio di destinazione del Gozzini a istituto femminile e ancora non è dato sapere quando aprirà la nuova sezione per le attività culturali, artistiche e di studio a Lucca".
Intanto le iniziative messe in campo per il teatro stabile nel carcere di Volterra (Pisa) "sembrano riscuotere un piccolo successo", come la petizione lanciata che ha raggiunto oltre 2mila firme. "Qualche spiraglio si apre", dichiara Corleone che annuncia una conferenza stampa della Compagnia di Volterra il prossimo 11 luglio con il direttore artistico Armando Punzo.
ilpiacenza.it, 5 luglio 2019
La troupe televisiva in visita alle coltivazioni di fragole e di ortaggi gestite da alcuni detenuti delle Novate. Si parlerà di Piacenza anche su Rai Tre nei prossimi giorni e lo si farà grazie al racconto del progetto Ex Novo, il percorso lavorativo di riabilitazione sociale attivato all'interno del carcere delle Novate su impulso della cooperativa piacentina L'Orto Botanico e che quest'anno, grazie anche al prezioso contributo dell'Università Cattolica, ha portato alla raccolta e alla vendita di fragole coltivate con le più moderne tecniche agrarie all'interno della casa circondariale attraverso la formazione e l'impegno dei detenuti selezionati per questo importante percorso.
"Un'occasione - si legge in una nota - per far uscire dai confini della nostra città lo spirito di un progetto tanto complesso quanto prezioso, poiché in grado di unire il valore tecnico dell'innovazione scientifica alla sua imprescindibile funzione sociale sia per i detenuti, ai quali viene offerta l'opportunità di imparare un mestiere da portare avanti anche una volta scontata la propria pena, sia per la società stessa, poiché l'inserimento lavorativo di chi ha commesso un reato è la prima risposta concreta al rischio della reiterazione".
Ad accogliere il giornalista della Rai Marco Cosenza e la sua troupe, la direttrice del carcere Maria Gabriella Lusi affiancata dal presidente dell'Orto Botanico Fabrizio Ramacci e dal professor Ettore Capri dell'Università Cattolica di Piacenza, oltre ai detenuti che attualmente si stanno occupando delle coltivazioni sia in campo che in serra.
I giornalisti hanno avuto quindi la possibilità di vedere e documentare non solo i terreni coltivati a fragole fuori mura, ma anche gli spazi interni alla cinta muraria del carcere dove la cooperativa porta avanti già dal 2016 piccole produzioni di ortaggi, di miele e un laboratorio di falegnameria. "Una soddisfazione per tutti i soggetti che a vario titolo hanno contribuito al successo di questo primo anno di lavoro che ha visto le fragole Ex Novo sugli scaffali del centro commerciale Ipercoop Gotico e i cui volumi di produzione sono destinati a triplicare, grazie all'ampliamento dei terreni già concessi dalla direzione del Carcere alla cooperativa piacentina, pronta a partire con una nuova sfida" conclude la nota.
trevisotoday.it, 5 luglio 2019
I ragazzi potranno scegliere di quali cani occuparsi conoscendone la storia e le vicissitudini. Attraverso le tappe del percorso, ogni cane apprenderà le regole comportamentali di base che gli consentiranno di essere più facilmente gestibile e adottabile.
Con il Contributo del Comune di Treviso e di Volontarinsieme Csv Treviso e il Csv di Padova (progetto Wake up - a scuola di legame sociale), dopo le due lezioni teoriche di giugno, prenderanno il via in questi giorni le lezioni pratiche del sesto progetto di Educazione Cinofila che vede coinvolti l'"Istituto Penale per i Minorenni "di Treviso insieme "Canile Sanitario" dell'Ulss 2 di Treviso, il Rifugio Enpa di Ponzano e "Obiettivo Cane". Il tema della riabilitazione costituisce uno dei più grandi obiettivi sul quale si fonda "il mondo del sociale". Che si parli di persone disabili mentali e/o fisiche, di anziani, di malati, o persone private della libertà personale, ci si trova ad affrontare il concetto di "qualità della vita".
È un dovere etico, morale della società garantire una vita dignitosa, rispettabile ma soprattutto integrata nella realtà dinamica nella quale tutti noi siamo immersi quotidianamente. A maggior ragione la responsabilità che questo avvenga, grava sulle spalle di chi è a capo degli Istituti o strutture che li ospitano.
Sull'esperienza dei precedenti, gli obiettivi da tutti condivisi in quest'ultimo progetto, sono di educare alcuni cani abbandonati "ospiti" del Rifugio Enpa di Ponzano e dare la possibilità concreta ai ragazzi detenuti, attraverso un approfondimento delle tecniche di addestramento, di trovare un eventuale sbocco lavorativo una volta dimessi dalla struttura penale.
Educare i cani abbandonati può essere da un lato, un metodo per favorirne l'adozione da parte di famiglie, abbassando così il tasso di detenzione degli animali nei canili, dall'altro, un rinforzo nei ragazzi di qualità educative quali ad esempio la pazienza, la tolleranza, l'accettazione delle frustrazioni, l'autocontrollo e la verifica dei propri limiti, che spesso uno stato di detenzione, non favorisce. Le basi di questo progetto sono costituite dalla fusione tra i partner esterni ed educatori dell'Istituto in un unico team di esperti nelle varie discipline che hanno sviluppato percorsi educativi/formativi unici nella loro specificità.
È un progetto complesso che prevede una formazione permanente (sono stati trattati temi relativi all'aspetto sanitario, giuridico, la psicologia del cane e ai suoi schemi comunicativi, le sue emozioni, alla sue educazione e al suo corretto inserimento in famiglia) rivolta a tutti i ragazzi ed un'attività specifica indirizzata solo a quattro di loro. Per la prima volta, da quando il progetto è stato realizzato (ricordiamo che questa è la sesta edizione), grazie a Volontarinsieme - Csv Treviso è stato possibile coinvolgere alcuni studenti delle scuole superiori di Treviso che realizzeranno l'intero progetto insieme ai loro pari detenuti. Il progetto con due appuntamenti settimanali, il martedì e giovedì, terminerà a settembre.
L'istruttrice cinofila Tiziana Da Re de "Obiettivo cane", in collaborazione con un medico veterinario comportamentalista si occuperà di gestire la parte cinofila del progetto. I ragazzi potranno scegliere di quali cani occuparsi conoscendone la storia e le vicissitudini. Attraverso le tappe del percorso, ogni cane apprenderà le regole comportamentali di base che gli consentiranno di essere più facilmente gestibile e adottabile in ambito familiare.
Durante le lezioni i ragazzi, sotto la guida degli istruttori, impareranno a mettere a proprio agio ogni cane nel rispetto delle sue peculiarità e a condurlo nell'apprendimento. Ogni evoluzione sarà attentamente monitorata e discussa nel team degli esperti e i ragazzi saranno coinvolti in ogni fase del progetto affinché sia un esperienza formativa per ciascuno di loro. I ragazzi che frequenteranno il percorso formativo hanno un'età compresa tra i 14 ed 25anni e sono stati scelti dall'area pedagogica e sanitaria dell'Istituto in relazione sia alla situazione giuridica, sia a fattori personali/caratteriali ma, soprattutto, al desiderio e alla volontà espressi dai ragazzi stessi.
Adnkronos, 5 luglio 2019
La città di Alba torna a ospitare la mostra fotografica "Valelapena. Storie di riscatto dal carcere d'Alba" per raccontare una volta di più come l'eccellenza di un territorio, quello albese fortemente vocato al vino, e l'agricoltura sociale siano ormai un connubio inscindibile.
Dal'8 al 26 luglio, in occasione delle giornate finali di Collisioni, una delle manifestazioni estive più importanti in Italia, che ogni anno riempie di musica, letteratura e cultura la zona delle Langhe, le immagini del fotoreporter Armando Rotoletti verranno esposte presso gli spazi della Cantina Sperimentale dell'Istituto 'Umberto I' - Scuola Enologica di Alba, partner chiave del progetto grazie alla cui collaborazione si riesce a produrre il vino. La presenza della mostra vuole essere occasione per quanti visiteranno le Langhe e il Roero in occasione del Festival di mostrare come il lavoro dei campi possa rappresentare per i detenuti una vera e propria occasione di riscatto professionale accompagnando i visitatori in un viaggio attraverso le immagini all'interno della casa circondariale di Alba.
Nato nel 2006 grazie alla collaborazione tra ministero della Giustizia, la casa di reclusione d'Alba, l'Istituto "Umberto I" - Scuola Enologica di Alba, il Comune di Alba e Syngenta. Valelapena coinvolge ogni anno un gruppo di detenuti in attività di formazione sulla cura vigneto interno al carcere, così come nella produzione dell'omonimo vino con l'obiettivo di maturare le competenze e l'esperienza necessarie per trovare impiego presso le aziende vitivinicole della zona una volta scontata la pena.
Nel 2014 nacque l'idea di realizzare un libro fotografico, curato dal giornalista Luigi Dall'Olio e dal fotoreporter Armando Rotoletti, che potesse catturare, attraverso la potenza delle immagini dei suoi protagonisti, il gran valore di un progetto che ha valorizzato negli anni in modo originale la tradizione di eccellenza vitivinicola di Alba e dell'albese.
di Luca Martinelli
Il Manifesto, 5 luglio 2019
Nel Rapporto di Legambiente censiti 386 mafiosi che fanno affari su rifiuti e abusivismo. Cresce l'appetito anche nell'agroalimentare. Anche nel 2018, in Italia, ci sono stati oltre 3 reati contro l'ambiente ogni ora. Il censimento è di Legambiente, che come ogni anno ha diffuso all'inizio dell'estate il rapporto Ecomafia 2019. Le storie e i numeri della criminalità ambientale in Italia presentato ieri a Roma.
Nel 2018, spiega l'associazione ambientalista, è calato - anche se di poco - il bilancio complessivo dei reati contro l'ambiente, che passa dagli oltre 30mila illeciti registrati nel 2017 a 28.137, ma questo segnale incoraggiante non deve portare a ridurre l'attenzione sul tema degli eco-reati. "Con questa edizione del rapporto vogliamo dare il nostro contributo per riequilibrare il dibattito politico nazionale troppo orientato sulla presunta emergenza migranti e far sì che in cima all'agenda politica del nostro Paese torni ad esserci anche il tema della lotta all'ecomafie e alle illegalità" ha ricordato il presidente nazionale di Legambiente Stefano Ciafani. I segnali che arrivano - condono edilizio per la ricostruzione post terremoto sull'isola di Ischia e nelle zone del cratere del Centro Italia, decreto Sblocca cantieri - non sono positivi.
Meno incendi, più abusivismo. In più, la flessione ha riguardato alcuni ambiti - in particolare gli incendi boschivi, -67% nel 2018, i furti di beni culturali, -6,3%) - ma altri crescono in modo impressionante, e "l'aggressione alle risorse ambientali del Paese si traduce in un giro d'affari che nel 2018 ha fruttato all'ecomafia ben 16,6 miliardi di euro" secondo le stime di Legambiente, e questo ammontare è pari a "2,5 miliardi di euro in più rispetto all'anno precedente". La misura dell'emergenza è quella di alcuni singoli illeciti ambientali: nel 2018 sono aumentati quelli legati al ciclo illegale dei rifiuti, che si avvicinano alla soglia degli 8mila (quasi 22 al giorno) e quelli del "cemento selvaggio" che nel 2018 registrano un'impennata toccando quota 6.578, con una crescita del +68% (contro i 3.908 reati del 2017; ma per la prima volta rientrano nel conteggio anche le infrazioni verbalizzate dal Comando carabinieri per la tutela del lavoro, in materia di sicurezza, abusivismo, caporalato nei cantieri e indebita percezione di erogazioni ai danni dello Stato).
Secondo il Cresme, nel 2018 il tasso di abusivismo si aggira intorno al 16%, considerando sia le nuove costruzioni sia gli ampliamenti del patrimonio immobiliare esistente: dal 2004, anno successivo all'ultimo condono edilizio nazionale, al 2018, nel nostro paese è stato abbattuto solo il 19,6% degli immobili colpiti da un ordine di demolizione.
Nel 2018 sono "lievitate", come il pane, anche le illegalità nel settore agroalimentare, ben 44.795, quasi 123 al giorno, contro le 37mila del 2017. Il fatturato illegale - solo considerando il valore dei prodotti sequestrati - tocca i 1,4 miliardi (con un aumento del 35,6% rispetto all'anno). Il "primato" del Sud. Il maggior numero degli ecoreati si registra nelle quattro regioni a tradizionale insediamento mafioso (Campania, Calabria, Puglia e Sicilia): lo scorso anno hanno concentrato quasi il 45% delle infrazioni, pari a 12.597. La Campania domina la classifica regionale delle illegalità ambientali con 3.862 illeciti (14,4% sul totale nazionale), seguita dalla Calabria (3.240) - che registra comunque il numero più alto di arresti, 35 -, la Puglia (2.854) e la Sicilia (2.641). In Centro e Nord Italia sul podio stanno Lazio (circa 2mila reati), Toscana (1.836), e Lombardia, al settimo posto nazionale. La provincia con il numero più alto di illeciti si conferma Napoli (1.360), poi Roma (1.037), Bari (711), Palermo (671) e Avellino (667).
Un problema di corruzione e coordinamento. Secondo Legambiente, la corruzione resta lo strumento principe, il più efficace, per aggirare le regole concepite per tutelare l'ambiente e maturare profitti illeciti: dal 1° giugno 2018 al 31 maggio 2019 sono ben 100 le inchieste che hanno visto impegnate 36 procure, capaci di denunciare 597 persone e arrestarne 395, eseguendo 143 sequestri. È il Lazio la regione con il numero più alto di inchieste, 23, seguita da Sicilia (21), Lombardia (12), Campania (9) e Calabria (8).
"Ecomafia 2019" ha evidenziato la presenza di 368 clan, attivi in tutta Italia, dediti agli illeciti ambientali. Per aumentare l'efficacia dell'azione repressiva dello Stato, secondo il procuratore nazionale antimafia Federico Cafiero De Raho, intervenuto alla presentazione del rapporto, serve una Procura nazionale dei reati ambientali, per "conoscere e mettere insieme gli elementi che vengono acquisiti sul territorio nazionale".
Ad oggi, infatti, "ogni reato ambientale, che non sia traffico organizzato di rifiuti è un reato che può essere trattato da una delle 158 Procure", ha spiegato De Raho, ma "quando l'autore si muove su 50 Procure, ognuna non sa quello che fa l'altra e quindi quell'autore seriale non verrà mai individuato come tale". La 68/2015 efficace. L'intervento richiesto da De Raho contribuire a rendere ancor più efficace la legge 68/2015 sugli eco-reati, già essenziale nella lotta alla criminalità ambientale, sia sul fronte repressivo sia su quello della prevenzione.
Nel 2018 - secondo il rapporto Ecomafia 2019 - la legge è stata applicata dalle forze dell'ordine per 1.108 volte, più di tre al giorno, con una crescita pari a +129%. La fattispecie dell'inquinamento ambientale è quella più applicata: 218 contestazioni. "Per fortuna - commenta Ciafani - si conferma la validità della legge 68 del 2015, che ha inserito i delitti ambientali nel Codice penale, con buona pace dei suoi detrattori che negli ultimi anni hanno perso voce e argomenti per denigrarla. Risultati che dovrebbero indurre a completare la riforma di civiltà inaugurata con la normativa sugli eco-reati: il nostro auspicio è che il Governo e il Parlamento invertano il prima possibile la rotta intrapresa e abbiano il coraggio di continuare il lavoro della scorsa legislatura, che ha visto approvare il maggior numero di norme ambientali di iniziativa parlamentare della storia repubblicana".
di Nicola Ferri
Il Fatto Quotidiano, 5 luglio 2019
Le motivazioni con cui la capitana Carola Rackete è stata scarcerata sono fondate sull'articolo 51 del Codice penale. I fatti. Il 13 giugno la nave della Ong Sea-Watch, battente bandiera olandese, comandata dalla capitana Carola Rackete (tedesca, 31 anni, 5 lingue, laurea in Scienze nautiche, due master in Scienze ambientali) al largo delle coste libiche intercetta e soccorre un gommone in evidente pericolo di naufragio con 53 emigranti che vengono presi a bordo.
Una motovedetta della Guardia costiera libica, nel frattempo sopraggiunta, invita la Sea-Watch3 a riportare indietro, con rotta verso Tripoli, i 53 profughi. La capitana rifiuta perché Tripoli non è un porto sicuro, come hanno avvertito le Agenzie dell'Onu per le migrazioni (Oim e Unhcr) per le quali i profughi riportati in Libia vengono privati della libertà e rinchiusi nei centri di detenzione in condizioni disumane. Il 27 giugno il ministro degli Esteri italiano Enzo Moavero Milanesi ha confermato: "La Libia non è un porto sicuro".
La Sea-Watch3 si dirige verso Lampedusa che per la comandante Rackete, responsabile della salvezza dell'equipaggio e dei passeggeri, è l'unico porto sicuro tra la Libia e la Sicilia dove i profughi hanno il diritto di essere accolti in base alle leggi internazionali, cui corrisponde l'obbligo, peri comandanti delle navi e per gli stessi Stati, di assicurare tale accoglienza (Convenzione per la salvaguardia della Vita umana in mare del 1974, Convenzione sulla ricerca e il salvataggio marittimo del 1979, Convenzione Onu di Montego Bay del 1982 sul Diritto del mare). Poiché nella gerarchia delle fonti, i Trattati internazionali sono di rango superiore alle leggi nazionali (articolo 117/1 della Costituzione), il divieto di transito o di sosta nel mare territoriale imposto dal ministro dell'Interno Salvini per motivi di ordine e sicurezza pubblica ai sensi dell'articolo 11 comma 1ter del decreto legge 53/2019 risulta privo di legittimità nei confronti dei 53 naufraghi salvati dalla Sea Watch.
Nella notte di sabato 29 giugno la capitana Rackete, viste le peggiorate condizioni di salute dei profughi rimasti per 16 giorni sotto il sole a 40 gradi ("sono allo stremo, li porto in salvo"), forza il blocco ed entra nel porto di Lampedusa dove il 30 giugno i naufraghi sono stati fatti sbarcare. Nel procedere verso il porto commerciale, la nave Ong entra in rotta di collisione con una motovedetta della Guardia di finanza che ha tentato di fermarla interponendosi tra essa e la banchina. La capitana afferma che l'urto, in cui la motovedetta è stata danneggiata, è avvenuto a causa della sua manovra sbagliata della quale si scusa con i militari.
Viene quindi arrestata con l'accusa dei delitti ex articoli 1100 del Codice della navigazione per resistenza e violenza contro una nave da guerra nazionale (tali sono le motovedette delle Fiamme Gialle per la legge n.1409/1956 articolo 6), e 337 codice penale per violenza a un pubblico ufficiale.
Con queste imputazioni Carola Rackete il primo luglio è comparsa davanti al giudice per le indagini preliminari Alessandra Vella, che non ha convalidato l'arresto avendo la capitana agito nell'adempimento del dovere di salvare 53 vite umane, scriminante prevista dall'articolo 51 del codice penale. Ha vinto, dunque, la legge.
Il ministro Salvini ha reagito dicendo: "Sono schifato, mi vergogno dei magistrati". Ma dovrà rassegnarsi, almeno fino a quando ci saranno "questa" Costituzione e "questi" magistrati che non si vergognano di eseguirne i comandi "con disciplina e onore".
di Matteo Renzi
La Repubblica, 5 luglio 2019
Sbagliammo nel 2017 a considerare gli sbarchi una minaccia. Pavidi sullo Ius soli, crollammo nei sondaggi. Si può parlare di immigrazione senza usare il becero tono della destra? Salvini detta l'agenda e sembra imbattibile su questo tema, persino quando il suo linguaggio sfocia nell'odio. Eppure non possiamo arrenderci allo tsunami sovranista. Resistere e rilanciare si può. Propongo dieci piccoli spunti di riflessione.
1. Se qualcuno è in mare, si salva e si porta a terra. Lasciare in mare delle persone per calcolo elettorale fa schifo. Sì, schifo, non trovo altre parole. Tutti coloro che soccorrono persone in mare e le portano a terra meritano il nostro grazie, non gli insulti in banchina.
2. L'Italia è terra di migranti. Il mito di Roma nasce da un migrante, l'Impero è storia di inclusione, il Rinascimento è figlio della curiosità. L'Italia è aperta da secoli. E i nostri nonni soffrivano chiudendo la valigia di cartone con lo spago mentre lasciavano il Veneto o la Calabria. Chi nega questa storia è un ignorante che tradisce i valori del Paese.
3. Qualcuno si scaglia contro di noi: chiedete scusa! E di che? Non mi vergogno di ciò che ha fatto il mio governo. Non chiedo scusa per le vite salvate nel Mediterraneo. Non chiedo scusa per aver combattuto il protocollo di Dublino, firmato da Berlusconi e Lega. Non chiedo scusa per aver recuperato i cadaveri del naufragio del 2015. La civiltà è anche dare una sepoltura: ce lo insegna Antigone, ce lo insegna Priamo. I Salvini passano, i valori restano.
4. Aiutarli a casa loro è una priorità. Bisogna aumentare i fondi della cooperazione internazionale (cosa che noi abbiamo fatto, la Lega no). Bisogna investire in Africa senza lasciare che lo faccia solo la Cina. Bisogna implementare la strategia energetica del sud, dall'Egitto al Mozambico. Non è sbagliato dire "aiutiamoli a casa loro": è sbagliato non farlo.
5. Non abbiamo sottovalutato la questione immigrazione: l'abbiamo sopravvalutata quando nel funesto 2017 abbiamo considerato qualche decina di barche che arrivava in un Paese di 60 milioni di abitanti, "una minaccia alla democrazia". Il crollo nei sondaggi del Pd comincia quando si esaspera il tema arrivi dal Mediterraneo e allo stesso tempo si discute lo Ius soli senza avere il coraggio di mettere la fiducia come avevamo fatto sulle Unioni civili. Geometrica dimostrazione d'impotenza: allarmismo sugli sbarchi, mancanza di coraggio sui valori. Il successo di Salvini inizia lì.
6. L'Italia non ha un'emergenza immigrazione, ma tre emergenze gravissime: denatalità, legalità, educazione. La prima è la più preoccupante: un Paese senza figli è un Paese senza futuro. E paradossalmente non ne usciamo neppure con gli immigrati. La demografia segna la fine delle civiltà, non qualche migliaio di rifugiati che sbarcano nel Mediterraneo. E nel resto d'Europa "l'invasione" che paventano i populisti nasce dalle culle, non dai barconi.
7. Legalità. Se Carola ha sbagliato manovra o infranto la legge, è giusto processarla. Se un immigrato ruba, è giusto processarlo. Ma questo vale per tutti: o la legalità vale sempre o non vale mai. Difficile credere a Salvini quando definisce "delinquente" Carola e invoca per sé l'immunità parlamentare per salvarsi. E questo vale per gli alleati grillini: possono urlare onestà fino allo sfinimento, ma resteranno per sempre i complici di chi ha fatto sparire 49 milioni di euro del contribuente.
8. La questione educativa è meno visibile, ma è profonda. Per questo la misura più importante del nostro Governo non è la fatturazione elettronica o il Jobs Act, che pure stanno finalmente mostrando i loro effetti. La misura più importante è il principio un euro in cultura per un euro in sicurezza. Aprire i musei, altro che chiudere i porti. Investire sui teatri e sulla scuola, specie nelle periferie, non solo sulla repressione.
9. I populisti hanno bisogno delle fake news. Emblematico il fotomontaggio con i parlamentari della Sea Watch ripresi come fossero in un pranzo luculliano a base di pesce. Combattere le fake news è diventato un dovere civile: ne parleremo a Milano il prossimo venerdì 12 luglio. Ma è una priorità mondiale, che io per primo ho sottovalutato in passato.
10. Non è la globalizzazione il nostro avversario. Se diciamo che la globalizzazione è il nemico che distorce economia, cultura, identità, finiamo con il fare un assist a chi dice "prima gli italiani", chiede di costruire muri, istiga all'odio. È chiaro che ci sono diseguaglianze, da sempre, che la globalizzazione non corregge e talvolta esaspera. Ma la sinistra è tale se abbraccia il progresso, una visione mondiale, la rivoluzione tecnologica. Alla gente impaurita va data una visione forte e coraggiosa, non il messaggio consolatorio che dice: "Fate bene ad avere paura".
Perché se il futuro è di chi ha paura, vincono quelli dei muri, non quelli della società aperta. C'è una parte della sinistra che attribuisce tutte le colpe alla globalizzazione: è vero il contrario. Il mondo globalizzato è la più grande chance per l'Italia.
O noi educhiamo i nostri figli allo studio, al sacrificio, al rischio, alla curiosità o loro diventeranno vittime della retorica del reddito di cittadinanza e del padroni a casa nostra. I populisti hanno vinto con le fake news, saranno sconfitti dalla realtà. Se vogliamo che ciò accada anche sul tema dell'immigrazione, dobbiamo avere una linea, nostra, forte e chiara. E non scimmiottare quella degli avversari.
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