di Francesca Spasiano
Il Dubbio, 3 luglio 2019
"In questo paese si muore di Facebook, e la politica ha una responsabilità ciclopica". È il monito con cui il direttore di Amnesty International Italia, Gianni Ruffini, ha aperto ieri il convegno "Discorso d'odio e propaganda elettorale", dedicato all'hate speech in rete.
L'evento, organizzato da Amnesty Italia e dal Consiglio Nazionale Forense (Cnf), si è tenuto presso sede del Cnf in concomitanza con l'insediamento a Strasburgo del nuovo Parlamento europeo. Il dibattito ha preso le mosse proprio dai dati pubblicati nel rapporto "Barometro dell'odio", frutto di un lavoro di monitoraggio e analisi delle campagne elettorali social dei candidati alle ultime elezioni europee.
L'incontro ha ripreso il percorso di riflessione che era stato avviato nel 2018 con il protocollo di Intesa tra Amnesty e Cnf e volto a sensibilizzare l'opinione pubblica sul tema dell'odio attraverso il lavoro congiunto di attivisti, ricercatori universitari ed esperti di diritto. Ancora prima, Il Consiglio Nazionale Forense aveva dedicato il G7 delle Avvocature, organizzato sotto gli auspici della Presidenza Italiana del G7, proprio al tema della sicurezza e della violenza verbale. "Il linguaggio d'odio, sempre più diffuso nei social network, genera paura e violenza verbale. È compito dell'avvocatura contrastare tale fenomeno e contribuire ad un dialogo pacifico a tutela dei diritti della persona", ha esordito Francesco Caia, consigliere del Consiglio nazionale forense e coordinatore della Commissione Diritti Umani. E nel salutare la platea del convegno, Caia ha ribadito l'assoluta urgenza di un costante lavoro di formazione ed educazione, condiviso a livello nazionale e internazionale.
Nel corso dei lavori sono stati presentati in maniera dettagliata metodologie e strumenti messi in campo da Amnesty per capire, gestire e contenere il propagarsi di un linguaggio offensivo e discriminatorio sui principali canali social, Facebook e Twitter, centrando lo studio sul dibattito politico italiano nel clima di costante propaganda che ha caratterizzato gli appuntamenti elettorali degli ultimi due anni.
Dal 2017, infatti, Amnesty ha creato una Task Force di 180 attivisti e un Tavolo di esperti che, grazie ai primi risultati raccolti in occasione delle elezioni politiche del 2018, ha sviluppato un sofisticato algoritmo che permette di classificare i commenti dei politici e le interazioni dei loro "follower", con il fine di valutare l'impatto che una campagna politica particolarmente aggressiva può avere sulla società in termini di indirizzo al voto, costume e clima culturale.
"I risultati dimostrano, oltre ogni ragionevole dubbio, che moltissimi candidati legittimano, stimolano e danno spazio a violente espressioni di odio", ha spiegato Gianni Ruffini. "Non solo il linguaggio, ma le idee: xenofobia, razzismo, misoginia, discriminazione e negazione dei diritti", ha ribadito Ruffini prendendo le mosse dai recenti fatti di cronaca che hanno riguardato la Sea Watch e la comandante Carola Rackete. Dal rapporto 2019 è emerso infatti che i tre temi principali su cui i politici si esprimono in maniera problematica sono immigrazione, minoranze religiose e rom. Tra le categorie maggiormente prese di mire anche le donne, che continuano ad essere oggetto di rappresentazioni stereotipate e violenza verbale.
Nonostante non ci sia una definizione giuridica condivisa di "hatespeech", in parte perché il concetto stesso si muove tra la tutela della libertà di espressione e la giurisprudenza posta a tutela del linguaggio discriminatorio, la maggior parte degli esperti è incline a considerare l'evoluzione del discorso come violenta, tesa alla semplificazione e alla disinformazione, anche laddove la comunicazione politica non sconfina in espressioni d'odio esplicito, perseguibili legalmente. Lo stesso commissario dell'Agcom, Antonio Nicita, intervenuto al convegno a proposito di disinformazione e fake news, ha sottolineato il fragile equilibrio tra il free speech, come rivendicazione di una comunicazione libera dal politically correct, e il vero e proprio linguaggio d'odio: la differenza sostanziale tra libertà di espressione e propaganda passa per il soggetto del discorso, che sia o meno riconosciuto e tutelato da una comunità e dalla normativa del paese in cui si trova.
E il tema della responsabilità e della tutela dei soggetti più deboli è stato ripreso anche dal presidente del Cnf, Andrea Mascherin, che ha posto in chiusura del convegno un importante interrogativo su quanto la politica sia realmente il traino e non semplicemente l'interprete di una certa cultura comunicativa.
"La società si è sviluppata sul confronto di idee, attraverso lo strumento laico della dialettica, privilegiato dalle democrazie. La politica sta forse interpretando un certo modo di comunicare, un'idea di convivenza basata non su principi solidali, ma sulla risoluzione aggressiva dei conflitti. È fondamentale invece per l'avvocatura affermare il valore della dialettica - ha concluso Mascherin - ma restituendo alle generazioni future l'importanza della mediazione".
di Orlando Bonserio
aostasera.it, 3 luglio 2019
Il progetto, organizzato dall'Associazione socioculturale "Il Calicanto", prevedeva il ciclo di incontri "Chi sono io?", il laboratorio di arte-terapia di Daniela Crisafi e l'esposizione dei lavori.
Itinerari di consapevolezza. Un processo di riacquisizione del proprio sentirsi "persona" per superare l'essere "detenuto". Tutto questo è stato possibile, per alcuni detenuti del carcere di Brissogne, grazie al progetto "Itinerari di consapevolezza", organizzato dall'Associazione socioculturale "Il Calicanto" di Hône in collaborazione con il Consiglio regionale della Valle d'Aosta e l'Assessorato regionale della sanità, salute e politiche sociali.
Il progetto ha avuto tre momenti ben distinti. Il ciclo di incontri "Chi sono io?", che si è tenuto dal 5 al 17 aprile, affrontando diversi argomenti: i Chakra (relatrici Maria Teresa Aliberti e Silvia Fusinaz), la cura del sé (relatrice Cristina Faoro), il senso della vita (con Paolo Recaldini), le costellazioni familiari (a cura di Leonardo Vidale), onora il padre e la madre (con Andrea Penna).
Dal 30 aprile al 18 giugno, Daniela Crisafi ha tenuto un laboratorio di arte-terapia del colore per dieci detenuti, proseguito per quindici appuntamenti, durante i quali i partecipanti si sono addentrati in questa pratica artistico-terapeutica creando uno spazio individuale e sociale in cui poter esprimersi, rielaborare i loro vissuti e trasformarli accogliendo nuovi impulsi e strumenti da utilizzare durante il lavoro pittorico e poter proseguire il "lavoro" da soli nel loro cammino di cambiamento, con coscienza e responsabilità.
"Sin dall'inizio ho rilevato alcuni aspetti prevalenti in loro: la necessità di essere guardati nuovamente come esseri umani, la loro profonda fragilità interiore, il desiderio di dignità umana", spiega Daniela Crisafi. "A conclusione del laboratorio tutto il lavoro svolto ha lenito ed ammorbidito queste grosse mancanze iniziali".
Per ampliare la conoscenza del percorso svolto e della sua valenza, nonché sensibilizzare la collettività sulla realtà carceraria, l'Associazione "Il Calicanto" ha poi deciso di allestire una mostra dei lavori eseguiti, con l'illustrazione dei passaggi dei vari incontri, prima in carcere e poi alla Cittadella dei Giovani fino al 29 giugno.
"Porgo i miei sentiti ringraziamenti per questa importante opportunità che ha permesso di portare questo strumento a delle persone bisognose di fare cambiamenti fondamentali per la loro vita e per la vita sociale. Sarebbe auspicabile proseguire il percorso di arte-terapia in carcere, pratica rieducativa utilizzata in diversi paesi europei", conclude Crisafi.
di Simona Musco
Il Dubbio, 3 luglio 2019
Ira di Salvini: "per la criminale tedesca pronta l'espulsione". Carola Rackete è libera: voleva solo salvare delle vite. È quanto ha deciso, dopo diverse ore di camera di consiglio, il gip di Agrigento, Alessandra Vella, che non ha convalidato l'arresto della comandante della Sea Watch 3, escludendo il reato di resistenza e violenza a nave da guerra e ritenendo che il reato di resistenza a pubblico ufficiale sia stato giustificato da una "scriminante" legata all'avere agito "all'adempimento di un dovere", quello di salvare vite umane in mare.
La 31enne tedesca, che ha portato la ong fino al porto di Lampedusa per salvare 42 naufraghi recuperati dalle acque libiche dopo 15 giorni a mollo nel Mediterraneo, può dunque lasciare i domiciliari, dove è rimasta per tre giorni dopo l'arresto. Per il gip, la scelta del porto siciliano non è stata strumentale, ma obbligatoria, in quanto i porti dell Libia e della Tunisia non sono da ritenere porti sicuri. Ma non solo: per il giudice, il decreto Sicurezza bis "non è applicabile alle azioni di salvataggio", in quanto riferibile solo alle condotte degli scafisti.
Per il procuratore Luigi Patronaggio, che aveva chiesto il divieto di dimora nella provincia di Agrigento, la manovra di attracco nel porto di Lampedusa non sarebbe avvenuta in stato di necessità, "perché c'era assistenza medica a bordo". Una richiesta che riguardava soltanto due delle tre accuse: gli atti di resistenza con violenza a nave da guerra - ovvero la motovedetta della Guardia di Finanza che aveva intimato l'alt alla capitana e il concorrente reato di resistenza a pubblico ufficiale. Per il magistrato, quella della Rackete sarebbe stata "una azzardata manovra", valutata come "volontaria", dopo essere stata ripetutamente intimata a fermarsi. E con c'era lo stato di necessità, perché la nave, ha spiegato il procuratore, era già attraccata alla fonda ed aveva ricevuto assistenza tecnica.
La decisione del gip, però, non cambia i piani del ministro Matteo Salvini, che ha già deciso l'espulsione della capitana. "Per la magistratura italiana ignorare le leggi e speronare una motovedetta della Guardia di Finanza non sono motivi sufficienti per andare in galera. Nessun problema: per la comandante criminale Carola Rackete è pronto un provvedimento per rispedirla nel suo Paese perché pericolosa per la sicurezza nazionale". Durante il pomeriggio aveva inoltre invitato "francesi e tedeschi" ad occuparsi "di quello che accade a Berlino e Parigi. Io sono per il carcere".
Ieri, però, è stato lo stesso Patronaggio, in audizione davanti alle Commissioni di Giustizia e Affari costituzionali della Camera, a criticare il Decreto Sicurezza bis, a partire dall'assunto su cui si fonda: non ci sono prove di contatti tra ong e trafficanti di esseri umani. Un dato che emerge dalle indagini condotte dal suo ufficio - e non solo - ma anche dalle statistiche, dal momento che la quantità di sbarchi ad opera di ong è "insignificante".
Tant'è vero, ha sottolineato il magistrato, "che mentre si agitava il caso Sea Watch 3, con 53 persone salvate a largo delle coste libiche, negli stessi giorni arrivavano in silenzio, senza particolare risalto, oltre 200 immigrati con vari mezzi". Sebbene le finalità del decreto sicurezza, laddove vuole inasprire e rendere più efficaci le indagini contro i trafficanti di esseri umani, siano assolutamente condivisibili, ha evidenziato Patronaggio, le criticità si legano all'illecito amministrativo contestato alle attività di soccorso delle ong.
"Prima del decreto sicurezza - ha sottolineato - tali attività erano del tutto lecite e in perfetta linea con il diritto del mare e con le convenzioni internazionali sottoscritte dall'Italia". E per la giurisprudenza di merito, è illegale solo dove si provi - "e finora non è stato provato" - che vi sia un preventivo accordo tra i trafficanti di esseri umani e le ong. Un accordo che, ha spiegato il procuratore, "non deve essere peraltro limitato ad un semplice contatto, ma deve essere rafforzato" e con "un contenuto particolare".
Ma non solo. Patronaggio ha anche ribadito che la Libia non è un porto sicuro, perché tale è solo nel caso in cui "il migrante possa avere garantiti tutti i diritti fondamentali". La zona sar libica non appare efficacemente presidiata dalla Guardia Costiera e funziona soltanto in virtù degli accordi bilaterali Italia-Libia e all'apporto fornito dall'Italia a questa zona, senza i quali "non efficacemente presidiata".
Respingere i migranti verso la Libia, dunque, "è vietato dal diritto internazionale". E una norma di rango primario, com'è il Decreto Sicurezza, "non può comunque essere in contrasto con gli obblighi internazionali". Il "pericolo maggiore" per la sicurezza dell'Italia non sono "i gommoni che arrivano dalla Libia" ma "gli sbarchi fantasma", che rischiano di portare in Italia "soggetti che hanno problemi giudiziari e che, astrattamente, potrebbero essere collegati" a gruppi terroristici o all'Isis. Chi usa tali mezzi, infatti, "è evidente che vuole sottrarsi ai controlli, anche perché va tenuto conto che tra la Sicilia e Tunisi c'è un traghetto due volte a settimana".
Ma oltre a Patronaggio, anche la Sea Watch, assieme ad altre ong, verrà audita oggi dalle Commissioni riunite Affari costituzionali e Giustizia, in materia di ordine e sicurezza pubblica. Un'audizione richiesta dai gruppi Partito Democratico e Misto + Europa e della quale la Lega, con una lettera ai presidenti M5s delle commissioni, ha chiesto l'annullamento. "Da una parte il governo difende l'Italia, dall'altra vengono considerati interlocutori dei fuorilegge che speronano le navi della Guardia di Finanza", ha dichiarato il sottosegretario all'Interno Nicola Molteni. Ferma la replica dei presidenti. "È pieno diritto di ogni gruppo parlamentare" richiedere audizioni.
di Mauro Munafò e Francesca Sironi
L'Espresso, 3 luglio 2019
Il rapporto di Amnesty sui politici che usano l'hate speech per ottenere consensi parla chiaro: si indica un bersaglio, di solito migrante o rom. E lo si fa sbranare di insulti da chi commenta il post. "Tolleranza zero per chi, in nome di una religione, vuole portare morte nel #NostroPaese meritano di non uscire più di galera!!!".
Così Angelo Ciocca, allora candidato al Parlamento Europeo con la Lega poi eletto con quasi 90 mila preferenze, commentava su Facebook un arresto, lo scorso 17 aprile. Al post, ancora visibile online, seguono 234 risposte. L'88 per cento di queste è da considerarsi problematica per i toni utilizzati. Sei su 10 sono proprio incitazioni dirette all'odio o minacce di morte. Gli esempi, a scorrere la discussione, sono anche troppi. Uno dei primi: "Lo sapete che i maiali mangiano anche le ossa? Fateli sparire", scrive un fan di Ciocca.
Fateli sparire. La propaganda politica online sembra aver assuefatto gli elettori con schizzi di violenza come questi. Il problema è che non sono schegge. È un'industria sistematica al consenso attraverso l'odio, fatta propria da alcuni leader e partiti. Come dimostra, con nuova chiarezza, una ricerca di Amnesty che L'Espresso pubblica in anteprima.
Nel mese che ha preceduto le elezioni europee del 26 maggio scorso, 180 attivisti di Amnesty International Italia hanno passato al setaccio oltre 100 mila tra post e messaggi prodotti dai politici candidati al Parlamento Europeo e utenti che li hanno commentati, valutandoli secondo una scala che andava dai messaggi con accezione positiva a quelli problematici, fino al vero e proprio hate speech, il discorso d'odio sanzionabile anche penalmente. I risultati di questo studio non lasciano spazio ai dubbi: a Strasburgo il 2 luglio si sono insediati onorevoli che hanno fomentato l'odio attraverso i social e aizzato i loro follower con messaggi offensivi e ai limiti del dibattito civile (e in qualche caso molto oltre).
"I risultati del nostro studio mostrano come lavora la fabbrica della paura", spiega Riccardo Noury, portavoce di Amnesty International Italia: "Trasforma fenomeni in problemi e problemi in nemici; semina ansia; infine, offre sicurezza e ottiene consenso politico. Come negli anni Venti dello scorso secolo ma con la differenza dei social media, che amplificano tutto. Oggi, la realtà è che chi diffonde il discorso d'odio in un corpo sociale in preda a paura e rancori, vince. Di più, quello che spaventa è che dai risultati emerge un pezzo di paese "multifobico", che è contro le donne, contro i rom e contro le persone Lgbti".
La fabbrica dell'odio descritta dallo studio di Amnesty è forte di una produzione in serie di contenuti e di obiettivi, una manifattura di argomenti esposti su misura per scatenare la propria base di consenso. Il migrante è per esempio sempre e solo al centro della cornice quando commette reati o crimini, specialmente con vittime italiane, in una comunicazione che fa abbondante uso di parole in maiuscolo e punti esclamativi, ad accrescerne il senso del pericolo e l'urgenza. Anche quando il singolo post può sembrare una semplice sottolineatura di un caso di cronaca, la costanza con cui la pagina martella su un unico obiettivo pone le basi alla traiettoria della violenza. L'iper-esposizione di un problema rispetto ad altri infatti non solo ne ingigantisce la percezione, tema su cui gli stessi media sono corresponsabili. Ma sposta la linea delle reazioni. Innescando il peggio.
Il 19 aprile la candidata mantovana della Lega Alessandra Cappellari pubblica un video, scrivendo: "Controllore aggredito a Trieste da una donna senza biglietto, che si è rifiutata di scendere, bloccando l'autobus ed i passeggeri a bordo". La donna è di colore. Il tono dei commenti è questo: "Dalle un calcio nel culo e la butti fuori mentre andate. Una di meno", scrive Sandro. "Le scimmie se lasciate uscire dalle gabbie... fanno danni...", aggiunge Angelo. "Io gli avrei dato un calcio in mezzo alle gambe a questa puttana", Maria.
"Io l'ho detto e lo ribadisco ancora una volta, bisogna aprire un famoso campo e metterceli dentro tutti e viaaaa", Fabrizio. E così via. Sono tutti commenti ancora ben visibili online, con nome e cognome degli autori. Il 54 per cento delle risposte al video pubblicato sulla pagina della politica mantovana, mostra il report di Amnesty, ha questo tono. È odio.
Non molto diverse sono le dinamiche applicate ai messaggi a tema religioso, prevalentemente anti Islam o contro il mondo della solidarietà. La strada e i format comunicativi indicati da big del calibro di Matteo Salvini e Giorgia Meloni, entrambi candidati "di facciata" alle ultime Europee, vengono declinati con scarsa originalità dai tanti candidati dei loro partiti in maniera quasi impiegatizia: si prende una notizia di cronaca nera con gli ingredienti di cui sopra e la si dà in pasto ai propri follower. I registri linguistici sono sempre gli stessi, e ogni messaggio sul tema potrebbe benissimo essere di un'Alessandra Cappellari, di un Angelo Ciocca o di una Daniela Santanché: lo stesso autore non sarebbe in alcun modo capace di distinguerlo da quello dei suoi colleghi di area. Stessi argomenti, stessi strumenti.
"È una costante della modernità il fatto che in politica, così come su temi come la religione o l'orientamento sessuale, i discorsi possano portare a un alto livello di aggressività", riflette Giovanni Ziccardi, professore di Informatica giuridica all'Università Statale di Milano e autore di numerosi libri sul tema: "Ma oggi a questo si aggiunge la specificità dei social network: ovvero la possibilità di profilare in modo preciso i destinatari di un messaggio.
La comunicazione dei politici online è rivolta così ai propri fan, a persone da fomentare e da esaltare. Non serve più l'arte della persuasione degli indecisi, dell'argomentazione. È il contrario: più si polarizza, ad esempio svilendo o dileggiando un nemico, più si insiste su un obiettivo, maggiore sarà l'attaccamento".
Numerosi studi hanno dimostrato che in queste forme di consenso da groupie, così come nella propagazione dei messaggi sui social, solleticare sentimenti negativi funziona molto più del contrario. Così nella continua rincorsa a emergere fra i tanti cloni dell'industria della paura, l'aggressività verbale aumenta. "Io ho smesso di definirlo odio virtuale", nota Ziccardi: "Quest'odio è reale, come sono le sue conseguenze. È sufficiente parlare con le vittime per capirlo, che non è "solo uno status", ma ogni volta una ferita precisa, e specifica, a una persona o alla sua comunità". Quando non l'innesco di un circuito alla violenza che può diventare azione, come mostra la strage tentata da Luca Traini a Macerata il 3 febbraio del 2018.
La strategia della gogna inquina. Ma non sempre paga personalmente, almeno sul piano elettorale. A diversi candidati monitorati dalla ricerca Amnesty, risultati fra i più attivi in termini di espressioni violente contro persone o categorie deboli, non è andata poi così bene alle urne. Daniela Santanché, quarta in lista e fra i più martellanti contro gli stranieri, non è stata eletta al Parlamento Europeo. Matteo Gazzini, candidato altoatesino della Lega, e Dante Cattaneo, sindaco uscente di Ceriano Laghetto, provincia di Monza e Brianza, entrambi in corsa per Strasburgo, tutti con dei record comunicativi anti-rifugiati e anti-lgbt durante i mesi di campagna, hanno perso sulle preferenze. Così anche Caio Giulio Cesare Mussolini: impegnatissimo a odiare sui social. Senza conquistare per questo voti.
Se non tutti riescono a tramutare i clic in forza elettorale, di certo resta che nello spettro degli argomenti che occupano, in positivo o in negativo, le discussioni digitali, a determinare gli obiettivi continua a essere la destra, o l'estrema destra. Altre forze sembrano silenti o incapaci di portare alternative efficaci. Anche chi adotta le strategie più presenzialiste sul web - vedi ad esempio Carlo Calenda - lo fa traducendo in parte il metodo dell'indicare un nemico, aizzando i fan. Nel suo caso, di solito, il target sono altri politici.
La eco comunicativa di altri tentativi - per esempio parlare bene dell'Europa - sembra magrissima in termini di risultati. L'industria del consenso fondato sull'odio sembra destinata solo a crescere, e a diventare più violenta. Anche se una piccola incrinatura potrebbe iniziare a farsi strada. "Il nuovo regolamento europeo sulla protezione dei dati", conclude infatti Ziccardi: "Ha come obiettivo la ripresa del controllo da parte degli utenti. Ovvero dare la possibilità di capire come si viene profilati, perché nella propria "bolla" finisca ad esempio il messaggio di un politico piuttosto che di un altro. Rendendo meno automatico il labirintico far west dentro cui siamo immersi. È un percorso molto difficile, ma è un inizio".
di Claudio Cerasa
Il Foglio, 3 luglio 2019
No, le ong non sono criminali. No, una legge di uno Stato non può essere contro il Diritto internazionale. No, l'emergenza immigrati non c'è. Gran lezione di un pm con la testa sulle spalle: Patronaggio.
Il fanatismo ideologico dei magistrati politicizzati è forse uno dei tratti più indecenti della vita pubblica del nostro paese e compito di un giornale con la testa sulle spalle che ha a cuore la separazione dei poteri di Montesquieu è quello di denunciare con forza giudici e pm che usando il codice penale per applicare il proprio codice morale non fanno altro che compromettere l'indipendenza, la terzietà e l'imparzialità della figura del magistrato.
Ci sono pm che provano a influenzare la politica usando le armi del processo mediatico e ci sono pm che provano a far ragionare la politica usando le armi della ragione. Ieri pomeriggio, nel corso di una formidabile audizione tenuta di fronte alle commissioni Affari costituzionali e Giustizia della Camera, il procuratore di Agrigento Luigi Patronaggio è intervenuto per offrire alcuni spunti sul decreto sicurezza bis.
Ma i suoi diciannove minuti di appunti sono stati qualcosa di più di un semplice resoconto tecnico delle criticità di una riforma: sono stati una lezione di diritto, un vaccino contro la propaganda sovranista, un bagno nella realtà dell'Italia. Patronaggio, con la forza dei numeri, ha spiegato perché, nel nostro paese, non esiste alcuna emergenza legata né all'invasione degli immigrati né alle ong.
Ha ricordato che nel solo distretto di Agrigento nel 2017 ci sono stati 231 sbarchi con 11.159 immigrati, nel 2018 ci sono stati 218 sbarchi con 3.900 immigrati, nel primo semestre del 2019 gli sbarchi sono stati solo 49 sbarchi con 1.084 immigrati arrivati. Ha segnalato che di questi sbarchi quelli relativi alle ong costituiscono una porzione "statisticamente insignificante".
La premessa di Patronaggio è importante perché ci permette di mettere a fuoco alcuni problemi rilevanti legati a un punto particolare del decreto sicurezza bis: l'introduzione dell'illecito amministrativo per fronteggiare l'attività di salvataggio delle ong. Da una parte, dice ancora Patronaggio, l'urgenza del decreto non è giustificabile, considerando il numero degli sbarchi registrati negli ultimi mesi.
Ma dall'altra parte mettere fuori gioco le ong al solo scopo di rendere loro più difficile l'attività di salvataggio di recupero degli immigrati in mare non è giustificabile per almeno tre ragioni. Primo: "L'attività delle ong potrebbe essere considerata illecita solo nel caso di un rapporto preventivo tra trafficanti e ong, ma la cosa finora non è stata mai provata".
Secondo: "I porti libici non sono da considerare porti sicuri" e per questo, in base all'articolo 33 della Convenzione di Ginevra, a un rifugiato non può essere impedito l'ingresso sul territorio né può essere deportato, espulso o trasferito verso territori in cui la sua vita o la sua libertà sarebbero minacciate.
Terzo: "In virtù degli articoli 10 e 117 della Costituzione, una norma di rango primario non può essere in contrasto con gli obblighi internazionali assunti dall'Italia" e in sede di applicazione di una norma non si può non tenere conto che "anche per gli illeciti amministrativi valgono i princìpi scriminanti dell'adempimento del dovere dello stato di necessità e della legittima difesa indicati all'articolo 4 della legge 689 del 1981" ("chi ha commesso il fatto nell'adempimento di un dovere o nell'esercizio di una facoltà legittima ovvero in stato di necessità o di legittima difesa").
Potrebbe bastare questo per spiegare perché il caso di Carola Rackete (ieri liberata dal gip, in quanto "ha agito per adempiere al dovere di portare in salvo i migranti") non riguarda la volontà di violare una legge italiana ma riguarda prima di tutto la volontà di non violare una legge internazionale.
Ma l'audizione di Patronaggio contiene anche qualcosa di più che coincide con un passaggio non scontato che riguarda un paradosso non sufficientemente compreso della politica salviniana - che non c'entra con il rispetto del diritto del mare, e dei trattati internazionali, ma che c'entra con la sicurezza del nostro paese. Il procuratore di Agrigento ha segnalato che nel corso della sua esperienza sul campo ha avuto evidenza di un fatto importante.
Il pericolo maggiore per la sicurezza pubblica, per un paese come l'Italia, è costituito dai cosiddetti sbarchi fantasma. Gli sbarchi fantasma arrivano prevalentemente dalla Tunisia, un paese collegato regolarmente con traghetti che due volte alla settimana arrivano a Trapani e Agrigento, e chi arriva dalla Tunisia con i barchini fantasma ha il profilo di un soggetto che ha qualcosa da nascondere e ha buone probabilità di essere un soggetto "che ha avuto o ha problemi giudiziari nel proprio paese" e che potrebbe avere avuto "anche problemi in relazione ad attività di terrorismo svolte a favore dell'Isis".
Il governo italiano ha dunque il diritto di legiferare come vuole, di crearsi i nemici che crede, di non fare operare più la Guardia costiera nel Mediterraneo, di non battere ciglio quando l'Unione europea organizza missioni navali che non prevedono l'uso delle navi, di trasformare le ong in imbarcazioni criminali. Ma forse, anche a costo di sacrificare qualche sondaggio, dovrebbe cominciare ad ascoltare chi gli dice che non presidiare più il Mediterraneo piuttosto che portare maggiore sicurezza porterà meno barconi, più barchini e potenzialmente maggiore insicurezza.
di Leonardo Fiorentini
Il Manifesto, 3 luglio 2019
I dati allarmanti del X Libro bianco sulle droghe dimostrano che il ritorno alla repressione è deleterio: continuano a crescere gli ingressi in carcere per droghe, drammatici anche i numeri legati ai detenuti dichiarati "tossicodipendenti". Anche quest'anno il Libro Bianco svela gli effetti del proibizionismo sulle droghe. Effetti che, dopo trenta anni di guerra alla droga italiota, come ha affermato Stefano Anastasia alla presentazione, ormai sono tutt'altro che collaterali, bensì sostanziali.
I dati raccolti da Maurizio Cianchella sono in linea con le tendenze già emerse negli ultimi anni. Confermano un ritorno alla repressione dopo la breve pausa dovuta alla sentenza Torreggiani (Cedu 2013) e alla pronuncia di incostituzionalità della Fini-Giovanardi (2014). Mostrano un trend crescente gli ingressi in carcere per droghe (quasi il 30% per solo art. 73), mentre le presenze al 31/12/2018 per violazione del DPR 309/90 aumentano del 6,5% e si attestano al 35,21%, un picco allarmante.
Drammatici i numeri legati ai detenuti dichiarati "tossicodipendenti": sono quasi il 28% degli ingressi e il 35,5% dei presenti al 31 dicembre scorso. Si tratta del record, anche in termini assoluti, da quando questo documento viene puntualmente presentato, cioè da dieci anni. Aumentano anche i procedimenti penali pendenti, in crescita quasi del 3% sull'anno precedente. L'unico dato positivo arriva dalle misure alternative, in crescita lieve ma costante negli ultimi anni.
La repressione non è solo quella penale. Si conferma l'aumento anche delle segnalazioni ai Prefetti per semplice consumo di sostanze in previsione di sanzioni amministrative odiose (art. 75); aumentano del 53,8% le archiviazioni, un dato che rende evidente come la foga repressiva dei tweet salviniani si trasformi facilmente in una caccia alle streghe nelle piazze assolutamente infondata. Ovviamente la parte del leone la fa la cannabis, che rappresenta l'80% delle segnalazioni: ogni 16 minuti un cittadino viene segnalato per uso di cannabis. Dal 1990 sono 1.267.183 gli italiani incappati nel circuito repressivo amministrativo. Un numero abnorme, paragonato al numero ridicolo delle richieste di programma terapeutico: nel 2018 solo 82 su 41.054 segnalazioni.
Altrettanto significativi i dati delle violazioni dell'art. 187 del Codice della Strada, ovvero la guida in stato di alterazione psico-fisica per uso di sostanze stupefacenti. Quelli disponibili indicano che solo all'1,14% dei conducenti coinvolti in incidenti stradali rilevati dalla Polizia Stradale è contestato l'art. 187. Anche la sperimentazione dello screening rapido su strada indica che solo l'1,16% dei controllati risulta positivo. Più del 20% dei positivi allo screening viene poi "scagionato" dalle analisi di laboratorio, mentre va ricordato che per quanto riguarda la cannabis la positività può riguardare anche consumi precedenti di settimane. Da notare che la sostanza maggiormente trovata nei conducenti è la cocaina che supera abbondantemente il 40% dei positivi.
La legislazione sulle droghe e l'uso che ne viene fatto sono quindi decisivi nel controllo sociale e di conseguenza nella determinazione dei saldi della repressione penale. Basti pensare che in assenza di detenuti per art. 73 o di quelli dichiarati tossicodipendenti, non vi sarebbe il problema del sovraffollamento carcerario. Questo pesa sulla società italiana senza alcun riscontro di efficacia nella prevenzione degli abusi di droghe. Le sostanze circolano liberamente, disponibili a chiunque ed in qualunque momento e sempre in maggiore quantità e con maggiore diversificazione d'offerta. Una politica illusoria per la pretesa di diminuire la diffusione delle sostanze quanto dannosa per i riflessi legati al predominio del mercato nero e alla pericolosità di sostanze non controllate. È davvero ora di cambiare politica. Le Ong impegnate su questo terreno convocheranno presto una Conferenza autogestita per rendere evidente l'alternativa scientifica, intelligente e umana.
di Francesco Battistini
Corriere della Sera, 3 luglio 2019
Massimo Del Bene ricostruisce le mani al San Gerardo di Monza. I pazienti sono migranti scappati dagli orrori dei lager libici. Aprirà un centro per le vittime di guerra.
Ci pensi spesso? "Sì". Se potessi tornare indietro? "Non so se lo rifarei". Ne valeva la pena? Silenzio. Per chi si chiede se è proprio vero che li torturano, questi migranti. Per chi pensa che la loro sia una pacchia infinita. Per chi butta lì che va beh, alla fine sono loro che se la cercano. Per tutti varrebbe fermarsi un attimo. E guardare le mani di Mohammed D., un ghanese che oggi vive a Como: sfasciate, tagliate, rattrappite. Sono la sua carta d'identità. Dicono più dei suoi documenti, dei racconti, dei 24 anni che porta in faccia. "Vivevo nella zona occidentale del Ghana, una mamma già anziana, quattro fratelli. Non avevo nient'altro. Sono partito nel 2013 e dopo un mese sono entrato in Libia. Non sapevo che ne sarei uscito conciato così...". Un anno e mezzo a Sebha e a Tripoli, il degrado assoluto: "Io non ero un criminale. Però mi hanno messo dentro. E picchiato, tutti i giorni. Le guardie libiche mi prendevano a pietrate le mani. Con un coltello di quelli che si usano per sgozzare gli animali, mi hanno tagliato la destra. Per lasciarmi andare, volevano che la mia famiglia pagasse. Mi sono salvato solo perché sono fuggito. Ho preso un barcone. Sono arrivato in Italia. E ho trovato il Dottore...".
Il Dottore non ha avuto bisogno di troppe parole, per capire il da farsi. Mohammed gli ha mostrato i segni. E Massimo Del Bene, primario chirurgo della mano all'ospedale San Gerardo di Monza, ha cominciato il lavoro di ricostruzione. Microinterventi complessi, una cura di anni, dita rifatte, la presa che piano piano ritorna: "È la chirurgia della tortura - spiega il medico -, traumi ripetuti che alla fine provocano invalidità. Una chirurgia ben diversa da quella legata agli incidenti. Io non la conoscevo: nei nostri ospedali, forse ne avevano ricordo solo i vecchi medici che avevano visto la Resistenza. In questi ultimi quattro anni, con l'arrivo dei migranti, mi sto facendo un'esperienza...". Si dice sempre: scappano dagli orrori dei lager libici. Volete sapere che orrori sono? Del Bene può descriverli: "In questo reparto, noi siamo l'oggettività. Non abbiamo appartenenza politica: solo nomi, facce, dati, cartelle cliniche da mostrare. Storie che ci parlano di torture primordiali. È il Medio Evo che torna nella nostra civiltà. L'aggressività fatta uomo. Difficile da guardare, anche per un medico". Le foto archiviate da Del Bene sono ributtanti, ferite vive sotto carni morte. Una casistica angosciante: se li hanno ustionati col ferro incandescente, il problema sono le retrazioni cicatriziali; se hanno gettato l'acido, bisogna ricostruire dov'è tutto ulcerato; se hanno usato le scariche elettriche, le piaghe vanno in profondità; se li hanno picchiati coi tubi di gomma, i segni magari non si vedono, ma il dolore è continuo e insopportabile; se li hanno trattati con le lame, bisogna rifare i tendini; se hanno strappato le unghie, c'è da risolvere le infezioni o la necrosi; se hanno "solo" spento addosso le sigarette, in fondo poteva anche andar peggio. "Il punto è che noi interveniamo anni dopo la tortura. E ricostruire è più difficile. Quelli che vediamo tanto, sono i seviziati a martellate: hanno le dita sfondate una per una. È il modo più efficace per rovinare una persona. Se ti spacco le gambe, poi mi tocca accudirti. Se invece ti distruggo la mano, non ti tolgo l'autonomia, ma ti faccio fare lo stesso quel che voglio. Senza mani non guidi un camion, non scarichi una cassa, non servi a niente. Dipendi da me". Chi è stato torturato, rimane torturato. Il mondo resta carnefice per sempre, gli incubi sopravvivono e certe ferite si curano solo nella carne, non nella mente.
A Monza non finiscono solo le vittime degli aguzzini libici: "Abbiamo rifatto la mano d'un ivoriano di 18 anni che aveva provato ad attraversare d'inverno il Fréjus. Aveva perso tutt'e dieci le dita, congelate per salvare un amico nella neve. Ci capitano anche sudamericani, nigeriani o moldavi finiti in qualche vendetta, palestinesi colpiti a Gaza dai soldati israeliani...". In comune, tutti hanno l'omertà: "Raramente si aprono con noi. Faticano a raccontare. E se lo fanno, ci vogliono mesi. Ma i segni che hanno addosso, spiegano molto". Fare Del Bene, scritto con le maiuscole e in tutti i sensi, è un lavoro complicato: "Molti medici, infermieri si offrono volontari. Vorrebbero andare a operare direttamente sui luoghi di queste tragedie. Ma è sempre difficile: servono ferie, aspettative... Il mio progetto allora è aprire qui, a Monza, un ospedale per curare tutti i bambini vittime di guerra. A costo quasi zero. Basato sull'offerta di chi ci sta". Un'urgenza: "Una volta sono andato a vedere il castello dei Templari a Bodrum, in Turchia. In fondo alla scalinata, si entra nell'antica stanza delle torture. Ho pensato che non è cambiato niente...". Perché? "Ho visto un cartello con una scritta: qui Dio non c'è".
di Riccardo Paradisi
Il Dubbio, 3 luglio 2019
"La Capitana (della Sea Watch) contro il Capitano (della Lega)", a questo è ridotto il dibattito sulla questione migratoria in un paese ormai prigioniero di due retoriche infantili e assolutamente inconcludenti: quella dei respingimenti incondizionati in nome dei confini e della sovranità nazionale e quella dell'accoglienza indiscriminata in nome dell'umanità. Uno spettacolo avvilente, da asilo Mariuccia della storia alimentato da una grancassa mediatica tesa a capitalizzare umori, like e click più che interessata a portare un contributo di razionalità e di analisi.
Uno schema destinato a ripetersi come in una coazione seriale - perché funzionale alle due parti in causa - fino a quando non si avrà la responsabilità e la dignità politica di sollevare lo sguardo e tornare a pensare. A pensare l'origine e il contesto del fenomeno migratorio, a prendere le misure delle sue proporzioni e delle sue cause che è poi dire tornare a pensare il Mediterraneo e più ancora il Continente africano insieme al Medio Oriente.
È su questo tema evidentemente che si decide davvero la partita epocale delle migrazioni: su questo scenario geopolitico immenso per implicazioni e complessità. Come sia possibile del resto immaginare in Europa e soprattutto in Italia di affrontare la spinta migratoria dall'Africa senza porsi in termini sistemici il tema della questione africana e mediterranea - spinta che aumenterà con gli anni in progressione geometrica - è qualcosa che né le curve del sovranismo né quelle dei liberal o della sinistra immigrazionista sono in grado di spiegarci. Perché in nome dell'ideologia hanno smesso di pensare. Altrimenti non si spiegherebbe come sia possibile che esistano persone che credono che l'Europa possa difendersi dalla pressione migratoria con i respingimenti e i muri o che viceversa non debbano esistere regole, stati e confini in nome dell'accoglienza indiscriminata, della libertà di spostamento e della cittadinanza globale.
Un collasso cognitivo collettivo che rende grottesca una situazione drammatica. Eppure il varco che consente di uscire da questa coazione a ripetere, da questo ottuso, inconcludente e seriale confliggere sull'ordine del giorno imposto dal fenomeno migratorio, è evidente: agire come si diceva sulle cause del fenomeno riattivando le leve della politica estera e immaginando un piano d'azione sul Mediterraneo e sull'Africa. È su questo punto focale che l'Italia, se vuole modificare gli assetti attuali e tutelare l'interesse nazionale, deve portare l'ordine del discorso in Europa. Rimettendo in discussione assieme agli altri paesi del Sud Europa l'attuale schema franco tedesco che tende a vedere il mediterraneo come una frontiera, un'area remota dal centro economico europeo e l'Africa come una terra al limite da ricolonizzare economicamente.
Certo, rispetto all'ultimo dopoguerra il mondo è cambiato, ma fino agli inoltrati anni novanta l'Italia è stata capace, pur nell'alternanza dei governi, di esercitare nel Mediterraneo una politica di equilibrio volta a salvaguardare l'interesse nazionale. Un esponente di punta della classe dirigente italiana di allora Enrico Mattei riuscì, in collaborazione con lo Stato italiano, a esercitare un'influenza politico economica considerevole nel Mediterraneo senza con ciò rinunciare allo schieramento atlantico ma anzi riuscendo a far da ponte tra l'area del nord Africa, il Medio oriente e l'estremo occidente americano. Un'intuizione quella di Mattei che le classi dirigenti italiane hanno proseguito anche dopo la sua morte - dovuta a un attentato - stringendo accordi con l'Algeria, stabilendo un asse con la Libia di Gheddafi, diventando con Aldo Moro uno dei più significativi rappresentanti della comunità europea nella regione nordafricana. Un epoca che cominciò a tramontare negli anni ottanta - malgrado i tentativi di Bettino Craxi di tenere la rotta - e che si è definitivamente chiusa con gli anni novanta e duemila, con lo smottamento della classe dirigente della prima Repubblica e poi con l'esplosione delle cosiddette primavere arabe.
Una fase nuova che ha consentito in particolare alla Francia di entrare prepotentemente in scena con l'attacco alla Libia voluto da Sarkozy ma supportato da gran parte delle potenze europee - prima la Gran Bretagna - con il lasciapassare della Germania. Un'iniziativa che non ha solo indebolito l'influenza italiana ma ha anche aperto il vaso di Pandora africano senza curarsi delle conseguenze che si mettevano in moto. Come del resto sono paesi europei come la Francia e l'Inghilterra ad essersi ripetutamente opposti a risoluzioni che chiedevano alle multinazionali che operano in Africa di reinvestire nei paesi africani una quota parte significativa di profitto da destinarsi allo sviluppo ordinato del continente.
Se l'Italia ha una carta da giocare in Europa e sul piano internazionale oggi è proprio questa: una politica per l'Africa e una strategia di equilibrio nel Mediterraneo. Un'iniziativa che oggi vedrebbe il sostegno di Stati Uniti e Russia assai preoccupate per il saldarsi dell'asse franco- tedesco e interessate alla posizione geopolitica dell'Italia. È questo il punto di intervento reale come sanno bene gli esponenti più accorti dello stato profondo italiano che conserva dalla sua storia - che non è acqua - i riflessi del passato e una memoria operativa. Nel 2016 si è tenuta a Roma la prima conferenza ministeriale Italia- Africa, alla quale hanno partecipato rappresentanti di 52 paesi africani. E ultimamente si sono moltiplicate le visite ufficiali a molti stati africani tra cui Libia, Niger, Senegal, Guinea, Tunisia e Algeria.
Ciò che ancora manca è però ancora l'assunzione di una coscienza geopolitica del nostro paese che gioca questa partita in difesa, contestando l'Europa di Dublino e dividendosi sull'immigrazione. L'Italia, come ha detto una volta il direttore di Limes Lucio Caracciolo, è un paese strategico che rifiuta di esserlo. Invece è arrivato il tempo di assumersi le proprie responsabilità se non si vuol continuare a ballare la musica che suonano gli altri.
di Fiorenza Sarzanini
Corriere della Sera, 3 luglio 2019
I timori che il caso diventi un precedente per altri attivisti. La comandante tedesca della Sea Watch deve peraltro rimanere a disposizione dei magistrati che l'hanno indagata anche per favoreggiamento dell'immigrazione clandestina. È un bluff l'espulsione immediata di Carola Rackete annunciata ieri sera dal ministro dell'Interno Matteo Salvini.
Perché il pubblico ministero di Agrigento ha già negato il nulla osta al provvedimento e lo ha notificato al Viminale. E perché la comandante della Sea Watch - nonostante il gip ieri sera abbia ritenuto infondate le accuse - deve rimanere a disposizione dei magistrati che l'hanno indagata anche per favoreggiamento dell'immigrazione clandestina.
Il decreto firmato dal prefetto non potrà dunque essere eseguito. Quanto basta per far salire il livello di scontro tra Salvini e le toghe in una polemica che nei prossimi giorni potrebbe aggravarsi ulteriormente viste le accuse esplicite rivolte dal ministro. Anche perché la decisione del giudice di Agrigento potrebbe costituire un precedente importante anche per altri casi analoghi di navi delle Ong e questo spinge Salvini "a fare tutto il possibile per bloccarle", come ha ripetuto ieri sera.
"Portata alla frontiera" - Sono le 20.50 quando Salvini annuncia che la comandante "sarà allontanata dal territorio e accompagnata alla frontiera". Chiarisce che il provvedimento deve essere convalidato dal giudice, ma in realtà non dice che il nulla osta è già stato negato perché il 9 luglio è fissato l'interrogatorio di Rackete.
E in realtà la capitana rischia di rimanere in Italia ben più a lungo. Nelle prossime ore il suo avvocato Alessandro Gamberini depositerà un'istanza di rinvio perché proprio quel giorno ha un altro impegno professionale e dunque è possibile che il faccia a faccia con i magistrati possa slittare almeno di una settimana. Fino a quel momento Rackete rimarrà libera in Italia. Un'eventualità che Salvini vorrebbe scongiurare.
La linea sulle Ong - Ieri sera il ministro ha ribadito che "bisogna provarle tutte per far capire che in Italia le Ong non possono arrivare, i porti sono chiusi e chi vuole soccorrere in mare i migranti deve poi portarli altrove". In realtà la decisione del prefetto rischia di aprire una grossa falla su questa linea e dunque già oggi al Viminale saranno analizzati gli strumenti e le possibili misure di intervento proprio per impedire che altri possano essere tentati di imitare quanto fatto da Rackete forzando i blocchi navali e approdando nei porti del Sud Italia. Soprattutto perché la scelta del giudice di evidenziare come Libia e Tunisia non possano essere considerati "porto sicuro" potrebbe costituire un precedente anche per altri giudici.
Gli sbarchi fantasma - I numeri degli arrivi continuano a essere molto bassi rispetto agli anni precedenti, ma nelle ultime settimane sono aumentati in maniera considerevole i cosiddetti "sbarchi fantasma". Il Viminale non fornisce numeri ufficiali su questo fenomeno, ma le stime parlano di almeno 600 persone approdate nell'ultimo mese a bordo di barchini e gommoni in Sicilia e nelle altre Regioni meridionali. Un andamento che preoccupa i responsabili del ministero dell'Interno, anche perché rischia di intensificarsi ulteriormente, smentendo l'efficacia della linea di fermezza che Salvini continua a rivendicare come arma vincente.
di Francesco Bei
La Stampa, 3 luglio 2019
Compressione dei diritti? L'esecutivo sta mettendo in crisi gli equilibri di una società aperta e liberale come la nostra? Per un italiano la risposta a queste domande è (o dovrebbe essere) ovvia. E tuttavia la prima contestazione all'estero del nostro presidente della Repubblica è uno di quegli episodi che, per quanto piccolo e limitato, costituisce un precedente da non sottovalutare. Segno che, all'estero, a quelle stesse domande si inizia a rispondere in modo per noi non scontato.
A Salisburgo si è trattato di poche decine di ragazzi con cartelli inneggianti a "Carola" - la capitana della Sea Watch assurta a simbolo dell'accoglienza dei migranti - i quali, evidentemente, non ce l'avevano con Sergio Mattarella. Ma gli urlavano contro in quanto rappresentante dell'Italia, ai loro occhi il paese che incarcera chi soccorre i migranti in mare. Attenzione, perché sembra stia avvenendo un impercettibile ma continuo scivolamento del Paese nella scala di reputazione europea, di cui i fischi e le urla contro Mattarella sono un campanello d'allarme. Che arriva nello stesso giorno in cui si sono sollevati striscioni al parlamento europeo con gli slogan "free Carola".
E dopo le critiche e gli attacchi di paesi amici e alleati, dalla Francia alla Germania. Se persino il compassato presidente tedesco Steinmeier arriva a esprimersi contro l'Italia per come stiamo trattando le ong che soccorrono i migranti, qualche interrogativo dovremmo porcelo. Non perché in Europa abbiano ragione a trattarci da appestati. L'Italia è un grande paese democratico, dove la magistratura non obbedisce al governo.
E lo dimostra la decisione della gip di Agrigento, Alessandra Vella, che non ha convalidato l'arresto della comandante della Sea Watch Carola Rackete, la "ricca fuorilegge" secondo la definizione del ministro Salvini. Mentre la magistrata demoliva le accuse con cui Salvini ha creato in questi giorni il "mostro" Rackete e specificava che il decreto Sicurezza bis "non è applicabile alle azioni di salvataggio in quanto riferibile solo alle condotte degli scafisti", alla Camera ieri una gragnuola di critiche di professori di diritto, magistrati e avvocati seppelliva lo strumento immaginato dal ministro per tenere le Ong lontane dalle nostre coste.
La fine della vicenda Rackete, le contestazioni a Mattarella e le voci fuori dal coro degli esperti di diritto sul decreto Salvini dimostrano due cose. La prima è che in Italia i checks and balances funzionano e non c'è nessun allarme democratico. La seconda è che il ministro dell'Interno, spingendo oltre ogni limite la sua campagna politica contro le associazioni umanitarie (in assenza di un'emergenza immigrazione che non esiste nei numeri), sta disegnando attorno all'Italia un cordone sanitario.
Stiamo diventato un paese antipatico, arrogante, che da fuori sembra sempre più simile all'Ungheria che all'Europa occidentale. E oltretutto in questo modo oscuriamo le tante responsabilità degli altri paesi europei, che certo in tema di accoglienza di migranti clandestini non possono salire in cattedra. L'Italia per fortuna resta una solida democrazia dove le garanzie funzionano e quei ragazzi di Salisburgo avrebbero fatto meglio a passare il pomeriggio al parco piuttosto che a contestare il nostro capo dello Stato.
Lo dimostra il fatto che persino il provvedimento di allontanamento della Rackete, disposto dal prefetto su ordine di Salvini, deve essere firmato da un giudice. Ma purtroppo in politica contano anche le impressioni. E a proposito di impressioni, ieri il ministro dell'Interno e vicepremier si è scagliato contro la decisione del Gip sulla Rackete con parole davvero al di là di ogni limite. Un ministro non si "sfoga" e non si "indigna" contro un altro potere dello Stato.
Chi governa è libero di criticare e ha gli strumenti giuridici per farsi valere, ma nemmeno Berlusconi, che pure spesso tracimava, aveva mai raggiunto toni simili contro un magistrato. Il ministro della Giustizia, il cinque stelle Alfonso Bonafede, ha niente da dire?
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