di Francesco Semprini
La Stampa, 3 luglio 2019
È di almeno 40 morti e 80 feriti il bilancio del raid aereo che nella tarda serata di ieri ha preso di mira un centro di detenzione nei pressi di Tajura. Una vera carneficina. È di almeno 40 morti il bilancio del raid aereo che nella tarda serata di ieri ha preso di mira un centro di detenzione nei pressi di Tajura, sobborgo di Tripoli situato non lontano da alcune basi militari. La pioggia di fuoco che ha dilaniato l'hangar della prigione, dove si trovavano rinchiusi circa 200 migranti illegali provenienti da diversi Paesi dell'Africa, ha causato inoltre 80 feriti. Malek Mersek, portavoce del servizio medico di emergenza pubblica, spiega che il bilancio potrebbe aggravarsi nel corso delle prossime ore. Il Governo di accordo nazionale, riconosciuto dalle Nazioni Unite, ha diramato un comunicato ritiene responsabile della strage il sedicente Esercito nazionale libico (Lna) guidato dal "criminale di guerra Khalifa Haftar".
Si tratta del bilancio più sanguinoso relativo a un attacco aereo o a un bombardamento di artiglieria da quando le forze fedeli al generale, tre mesi fa, hanno lanciato un'offensiva con truppe di terra e aerei per conquistare la capitale e prendere in mano le redini del Paese. La drammaticità dell'attacco è testimoniata dalle immagini pubblicate sui social network che mostrano i corpi senza vita dei migranti africani, o quelli trasportato d'urgenza nei centri medici e sottoposti a interventi chirurgici. Altre istantanee immortalano i feriti sui letti, alcuni coperti di polvere o con gli arti bendati. La Libia è il principale punto di partenza per i migranti dall'Africa diretti principalmente verso l'Italia su imbarcazioni di fortuna. Sono attualmente 3.800 i migranti illegali detenuti nei centri di detenzione libici considerati "a rischio" a causa dei combattimenti tra le forze fedeli al presidente Fayez al Sarraj e quelli che obbediscono all'uomo forte della Cirenaica.
Lunedì, l'Esercito nazionale libico di Haftar ha annunciato che avrebbe iniziato attacchi aerei pesanti su obiettivi della capitale dopo che i "mezzi tradizionali" di guerra si erano esauriti. La compaginerei generale, in realtà, si trova in difficoltà specie dopo la riconquista, la scorsa settimana, della sua principale base in Tripolitania, a Gharyan, da parte delle truppe lealiste a Tripoli. Un funzionario dell'Lna ha negato ogni responsabilità però in merito all'attacco di ieri notte, e ha accusato le milizie alleate di Tripoli a bombardare la zona dove si trova il centro di detenzione in risposta a un attacco aereo "chirurgico" da parte dello stesso Lna. Due giorni fa lo stesso Sarraj si è recato a Milano per incontrare il vicepremier e ministro degli Interni Matteo Salvini e discutere alcuni aspetti chiave del dossier libico, tra cui il nodo migranti e il conflitto. Domani a colloquio col capo del Viminale ci sarà invece il vicepremier Ahmed Maetig, rappresentante di Misurata, ovvero la realtà militare più significati dell'ovest del Paese.
"Il timore è che la battuta di arresto delle forze di Haftar spinga le stesse a dare il tutto per tutto compiendo azioni disperate e criminali", spiegano fonti della capitale. Oltre al rischio di un allargamento del conflitto su base regionale così come accaduto per la Siria o lo Yemen. Entrambe le parti godono del sostegno militare di governi stranieri, Emirati Arabi Uniti ed Egitto dalla parte di Bengasi, Turchia e Qatar da quelle tripolitina. Con tanto di reciproche forniture di armi, come il recente invio di mezzi da parte di Ankara a Sarraj dinanzi al quale Haftar ha gridato vendetta attuando ritorsioni mirate come il bombardamento dell'aeroporto di Mitiga dove si trovava un drone turco. Il conflitto, se prolungato, rischia inoltre di creare le condizioni ottimali per il proliferare del terrorismo, oltre a interrompere le forniture di petrolio, accelerare le migrazioni attraverso il Mediterraneo verso l'Europa e far fallire i piani Onu per elezioni in tempi utili come primo passo per la ripresa di quel cammino verso la stabilizzazione del Paese interrotto ormai da quasi un anno. Oltre al rischio più immediato, quello di veder morire sotto i bombardamenti delle opposte fazioni tanti civili (è di almeno 800 morti il bilancio attuale) e in particolare i più deboli, donne, bambini anziani e quei migranti imprigionati in prigioni al limite della sopravvivenza al termine, capolinea di quei traffici criminali di cui diventano vittime spinti dal miraggio di una vita migliore.
di Matteo Cavallito
valori.it, 3 luglio 2019
Bank of America taglia per scelta "etica" i fondi alle carceri private che "ospitano" immigrati e detenuti. Un business miliardario travolto da enormi polemiche. Tagliare i fondi alle carceri private Usa che "ospitano" immigrati irregolari e detenuti comuni: è la svolta annunciata in questi giorni da Bank of America (Bofa). Un provvedimento destinato ad alimentare un dibattito politico sempre più acceso mettendo ulteriore pressione alle compagnie che da anni gestiscono il business della detenzione.
"In mancanza di ulteriore chiarezza giuridica e politica, e riconoscendo le preoccupazioni dei nostri dipendenti e degli azionisti, è nostra intenzione chiudere i nostri rapporti (con il settore, ndr)", ha dichiarato un portavoce della banca, ripreso dalla CNN. La decisione, riferisce Bloomberg, è frutto di un'analisi condotta dal comitato ESG (Enviroment, social, governance), chiamato a valutare l'impatto delle attività della banca in campo ambientale, sociale e di gestione di impresa. Una scelta "etica", insomma.
Secondo il Miami Herald, Bank of America aveva finanziato in passato la Caliburn International, l'unica azienda statunitense for profit a gestire centri per immigrati minorenni non accompagnati. Sostenuta con un prestito da 380 milioni e una linea di credito da 75 milioni, Caliburn gestisce un centro ad Homestead, in Florida, i cui residenti, tutti di età compresa tra i 13 e i 17 anni, sono aumentati dell'81% da febbraio fino a sfiorare quota 2.500.
Lo stop ai finanziamenti di Bank of America segue l'esempio di altri investitori che hanno detto addio al business della carcerazione privata. A marzo JP Morgan ha annunciato di aver chiuso i rubinetti del credito per GEO Group e CoreCivic, le due maggiori società del settore negli USA. Un provvedimento, ricorda Forbes, che ha impattato negativamente sul prezzo dei due titoli a Wall Street. In passato, altri operatori come hedge funds, fondi pensioni e università avevano già disinvestito dal settore.
La scelta di Bank of America avviene in un momento particolarmente caldo nella discussione politica sulla detenzione privata e sul fenomeno migratorio negli USA. Le polemiche sul centro di raccolta per immigrati irregolari di Clint, Texas, dove 250 bambini erano ospitati in pessime condizioni, e le tristemente note immagini di morte dal Rio Grande alimentano crescenti polemiche attorno alle politiche di Donald Trump. Il senatore e candidato alle primarie democratiche per le presidenziali 2020 Bernie Sanders è intervenuto duramente sulla questione promettendo, in caso di elezione, di "cancellare tutto ciò che Trump ha fatto per demonizzare e danneggiare gli immigrati".
La carcerazione privata negli Stati Uniti è stata introdotta ufficialmente nel 1983 con il primo contratto siglato dalla Corrections Corporation of America (CCA), azienda di Nashville, Tennesse, nota oggi come CoreCivic. Un anno più tardi un nuovo appalto viene affidato a GEO Group, una società di Boca Raton, Florida, che opera oggi anche nel Regno Unito, in Australia e in Sudafrica, dove gestisce un carcere da 3 mila posti a Makhado, vicino alla frontiera con lo Zimbabwe. Quotate a Wall Street fin dagli anni 90, e due società continuano a dominare il mercato a stelle e strisce. CoreCivic ha chiuso il 2018 con 1,84 miliardi di ricavi (contro gli 1,77 dell'anno precedente). Geo Group, nello stesso periodo, ha registrato un fatturato di 2,33 miliardi, 68 milioni di dollari in più rispetto al 2017.
di Marina Catucci
Il Manifesto, 3 luglio 2019
Una delegazione di deputati democratici ha fatto visita a un centro in Texas e lanciato l'allarme per l'assenza di cure sanitarie e il comportamento razzista di alcuni agenti. Una rappresentanza di democratici ha visitato il centro di accoglienza per i migranti della città di Clint, in Texas, riportando descrizioni allarmanti di persone a cui viene negato ogni tipo di supporto sanitario. La deputata dem Alexandria Ocasio-Cortez, parte della delegazione, ha scritto in un tweet che i migranti per bere a volte ricorrono all'acqua delle toilette. Il capo delle operazioni per la pattuglia di frontiera ha negato, sostenendo che nelle strutture ci sono abbondanti approvvigionamenti".
Ocasio-Cortez ha definito "allarmante" anche il comportamento di alcuni agenti di pattuglia di confine e ha raccontato di averli visti ridere di fronte ai membri del Congresso e urlare contro i loro colleghi che stavano scattando una foto con lei, tanto da portarla a dichiarare alla Cnn di essersi sentita in pericolo all'interno di quella struttura e con quegli agenti.
Le dichiarazioni della deputata sono arrivate lo stesso giorno in cui ProPublica ha rivelato l'esistenza di un gruppo chiuso di Facebook in cui agenti della pattuglia di frontiera condividono scherzi sulle morti degli immigrati, commenti sprezzanti sui legislatori di origine latina e un meme osceno che coinvolge almeno uno di loro. I post sono stati consegnati all'ispettore generale del Dipartimento della Sicurezza Nazionale.
di Maurizio Ermisino
retisolidali.it, 2 luglio 2019
I prodotti che vengono dal carcere sono di qualità e creano circoli virtuosi, diminuendo recidiva e reati. Vi raccontiamo alcune storie di riscatto. Attenzione: possono creare indipendenza. Questo gioco di parole è una delle frasi di lancio di un prodotto molto particolare di cui vi abbiamo parlato qui circa un anno fa, le birre del birrificio Vale La Pena, un progetto che, tramite l'associazione Semi di libertà Onlus, ha dato lavoro ad alcuni detenuti ed ex detenuti, anche tramite l'apertura di un pub.
di Vincenzo Vitale
Il Dubbio, 2 luglio 2019
La novità dei giorni scorsi è che il dottor Luca Palamara - che il prossimo 2 di luglio dovrà difendersi davanti alla sezione disciplinare del Consiglio Superiore della Magistratura - ha ricusato uno dei componenti, vale a dire il dottor Sebastiano Ardita, chiedendo perciò che venga sostituito. E ciò per il semplice motivo che Ardita, nel corso delle conversazioni notturne intercettate mentre Palamara discuteva in albergo con i suoi colleghi le vicende della poltrona di Procuratore capo di Roma, veniva a più riprese qualificato da Cosimo Ferri e anche da altri come un "talebano".
di Maria Panariello
ilpaesesera.it, 2 luglio 2019
"Non si può morire di carcere in uno stato di diritto". Tre morti in tre giorni. Il carcere di Poggioreale a Napoli fa da sfondo all'ennesima tragedia in poche ore. L'ultima questa mattina, il suicidio di un 50enne recluso da un anno. La prima sabato alle 15, quando un uomo di 38 anni si è tolto la vita in una cella del padiglione Napoli - tra i più sovraffollati della struttura - legando i lacci delle scarpe alle inferriate del bagno. Un'altra domenica, questa volta per cause naturali.
Non c'è tregua nel penitenziario campano. E a dire il vero non c'è mai stata. Tra rivolte e decessi, le vittime della mala gestione sono e sono state sempre molte. Sin dalla storica rivolta del 1968, quando, come ricorda Napoli Monitor, circa 600 detenuti immobilizzarono gli agenti di custodia per una grave mancanza di acqua.
Dopo 50 anni la condizione dietro le sbarre resta critica. Gli interventi fatti finora hanno contribuito a cambiare in meglio le cose, ma alcuni tipi di assistenza, come quella sanitaria, continuano ad essere inaccessibili per certi detenuti.
La piaga più grande si chiama sovraffollamento ed è ciò che priva dei diritti più elementari le persone recluse. "In tutta Italia il sovraffollamento sta diventando una pena accessoria e questo non è giusto" dichiara Samuele Ciambriello, garante per i diritti dei detenuti in Campania. "La media campana di sovraffollamento è al 133,9%, solo a Poggioreale è del 157,81%". Numeri che rimbombano se ascoltati in "regime" di libertà, figurarsi se si patiscono ogni giorno in una cella. I problemi sono tanti. Le strutture sono poche rispetto alle persone che vi entrano - in Campania ci sono 7.872 detenuti in 15 istituti - e ormai per ogni reato è prevista la reclusione in carcere. "Sono circa 1.800 i detenuti che scontano una pena inferiore a un anno, 2.500 sotto i due anni" prosegue Ciambriello. "Ci sono pene che andrebbero scontate a casa oppure in centri specialistici e invece tutti sono condotti in carcere".
Il garante denuncia che nel regime carcerario nazionale le attività si arrestano alle ore 15. Mancano assistenti sociali, educatori - 95 in tutta la Campania - e medici. "Per fortuna che a Poggioreale operano decine di associazioni di volontariato, la prova che il carcere è meno "Caino" di noi che siamo fuori" commenta Ciambriello. "Un detenuto ci costa 136 euro al giorno, 3.80 euro è la quota per colazione, pranzo e cena, solo 2.00 euro quella per l'investimento educativo. Non vi sembra un po' poco?". C'è il problema della stabilizzazione del personale - medici, infermieri e assistenti - la sola rete a cui i detenuti si appoggiano quando sembra che tutto crolla, che cambia volto periodicamente, complice la temporaneità dei contratti.
L'Osapp, l'Organizzazione Sindacale Autonoma della Polizia penitenziaria, denuncia da tempo le pessime condizioni dell'istituto partenopeo e le condizioni di sovraffollamento: 2.400 persone, 1.000 in più rispetto alla capienza dell'istituto.
In Campania sono state tagliate 750 guardie carcerarie e a Poggioreale il normale rapporto con il detenuto, che dovrebbe essere di 1 a 3, è invece di 1 a 10. "Fuori alle porte dell'istituto, i parenti che arrivano per parlare con i detenuti fanno la fila dalle 5 del mattino e escono alle 13, solo per un'ora di colloquio" denuncia a Il Paese Sera Vincenzo Palmieri, segretario campano del sindacato. "Con numeri così ridotti è difficile far funzionare la macchina e rendere dignitosa lo sconto della pena".
L'Osapp è da anni che protesta per avere migliori condizioni di lavoro per gli agenti penitenziari. Le richieste sono moltissime: dall'eliminazione della sorveglianza dinamica - che prevede l'introduzione della video sorveglianza in sostituzione dell'agente carcerario - allo sblocco del turnover a misure alternative alla detenzione, per deflazionare il carcere. "Se un detenuto si ammazza o muore per cause naturali, la colpa è dello Stato. Di medici, assistenti sociali, pedagogici, enti comunali, enti regionali, agenti penitenziari. In carcere si lavora in rete e tutti devono tendere alla rieducazione del condannato, come prevede l'art. 27 della Costituzione" prosegue Palmieri. "Il lavoro dell'assessorato alla Sanità e delle Asl è lacunoso. A Poggioreale ci sono due medici, uno di pomeriggio e uno di notte, quest'ultimo insediato dopo una nostra segnalazione".
di Pietro Alessio Palumbo
Il Sole 24 Ore, 2 luglio 2019
Corte di Cassazione - Sezione III -Sentenza 17 aprile 2019 n. 16755. Il sentimento di umana empatia verso l'altro uomo, base strutturale della tutela penale della persona, è naturalmente più mitigato verso gli animali. Tuttavia si affaccia nell'Ordinamento un gradino intermedio occupato dagli animali integrati nel gruppo umano: gli animali antropizzati, sorta di "quasi-umani". La recente sentenza n° 16755 della Corte di Cassazione Penale rappresenta un ulteriore tassello della evoluzione esponenziale che sta avendo nel diritto vivente, giurisprudenziale, la tutela degli animali nel nostro Paese.
La più recente "propulsione" giurisprudenziale - Nella recente giurisprudenza sul maltrattamento degli animali è possibile assistere a un fenomeno evolutivo sia di plesso penale che amministrativo, per il quale ai fini della condanna per maltrattamento degli animali assumono rilievo non più soltanto quei comportamenti che offendono il comune sentimento di pietà verso gli animali, ma anche quelle condotte che incidono sulla sensibilità psico-fisica dell'animale stesso procurandogli dolore e afflizione, anche interiori.
Si evidenzia sempre più chiara la scelta di considerare gli animali come esseri suscettibili di tutela diretta e non mediata dalla pietà degli esseri umani. Dal verso di questa veduta, il concetto di sofferenza animale non risponde più a una visione antropocentrica, ma a un'esigenza biocentrica e di emancipazione dalla sensibilità dello stesso giudice. Una spinta interpretativa verso la tutela dell'animale quale essere autonomamente senziente in grado di percepire dolore fisico e afflizione al pari delle amorevoli cure dell'uomo.
A ben vedere, in tale prospettiva assume rilievo la "disumanità" della persona umana che si presta a condotte di "insensibilità" verso l'animale. Si inseriscono in questo contesto: la sentenza n. 14734/2019, in cui la Cassazione Penale affronta una vicenda riguardante il maltrattamento degli animali da soma; la sentenza n. 5892/2019 in cui il Tar Lazio affronta il tema dell'utilizzo dei cetacei per le pratiche di interventi assistiti con gli animali, altrimenti definite di pet therapy; la sentenza n. 17691/2019 in cui la Cassazione Penale affronta il tema dell'utilizzo dei volatili vivi per alcune tipologie di pesca sportiva.
La vicenda all'esame della Cassazione - Nel caso in esame la Cassazione affronta la vicenda di 41 cani stipati in un furgone e trasportati per un lungo viaggio per fortuna interrotto dall'intervento degli agenti della Polizia stradale. Gli animali erano stati stipati nel piccolo mezzo di trasporto senz'aria e senza possibilità di protezione dalle proprie stesse deiezioni. La persona responsabile aveva sostenuto di aver deciso di "salvare" i cani, in quanto prelevati in pessime condizioni generali. Dal che ancor più grave si presentava la condotta perseguita, atteso che le condizioni di trasporto oltremodo penose per i cani, sarebbero state imposte deliberatamente ad animali già in difficoltà, le cui condizioni di malattia e sofferenza erano indubbie. Responsabilità quindi dolosa della persona coinvolta, tanto più che il comportamento era stato posto in essere da un soggetto che per la sua attività commerciale e professionale era perfettamente in grado di comprendere esigenze e bisogni degli animali coinvolti.
Gli animali antropizzati: i quasi-umani - Nel provvedimento in esame la Cassazione ha osservato che in tema di delitti contro gli animali, le nuove fattispecie di maltrattamento si differenziano dalle più vecchie fattispecie per la diversità del bene oggetto di tutela penale: l'animale era tutelato come un oggetto, spesso come una proprietà privata, mentre le nuove fattispecie tutelano il "sentimento" per gli animali. L'Ordinamento oggi sanziona colui che, per crudeltà, senza necessità o per incuria, cagiona una lesione ad un animale ovvero lo sottopone a sevizie o a comportamenti o a fatiche o a lavori insopportabili per le sue caratteristiche etologiche. Una normativa profondamente innovata, indotta dalla necessità di adeguare la disciplina penale alla mutata sensibilità sociale nei confronti del mondo animale.
L'odierna Cassazione si spinge oltre. A ben vedere nelle nuove fattispecie il bene offeso è la "pietà": sentimento umano che induce alla "ribellione" nei confronti di coloro che incrudeliscono ovvero infliggono sofferenze agli animali, invocando la tutela penale. Ebbene tale tutela è secondo la Cassazione di maggiore forza e potenza nei confronti degli animali che definisce "antropizzati".
Tra questi vi è per eccellenza il cane, rimarca la Cassazione quasi a voler intendere che il sentimento di umana capacità di "mettersi nei panni" dell'altro, per natura più mitigato verso gli animali, ha per vero uno scalino intermedio nei "quasi-umani", gli animali che condividono con l'uomo spazi comunicativi e familiari, e per ciò stesso sentimenti e dunque tutele anche penali, prima riservati alla sola specie umana.
di Guido Camera
Il Sole 24 Ore, 2 luglio 2019
Corte di cassazione - Sentenza 25538/2019. No della Cassazione agli sconti di pena previsti in caso di morte o lesioni in conseguenza di altro delitto doloso, se il decesso o il ferimento si verificano in un incidente stradale. Dunque i benefici dell'articolo 586 del Codice penale non si possono applicare ai nuovi reati di omicidio stradale e lesioni personali stradali introdotti dalla legge 41/2016.Inoltre, se il sinistro consiste nello sviluppo possibile, ma ancillare, di un progetto criminoso concepito solo nelle sue linee essenziali, il colpevole può comunque beneficiare dell'istituto della continuazione, il cui effetto è una mitigazione della sanzione penale, ma non di quella accessoria sulla patente. Lo afferma la sentenza 25538/2019, depositata il 10 giugno.
La pronuncia ha riguardato un soggetto che, trasportando cocaina in auto con alcuni complici, non si è fermato all'alt delle forze dell'ordine, scappando a velocità elevata e cercando di travolgere un'auto della Polizia. Dopo l'urto contro un muro, è precipitato in un greto: uno dei passeggeri è morto, l'altro si è ferito gravemente.
La difesa ha invocato l'applicazione dell'articolo 586, ritenendo che le violazioni del Codice della strada derivanti dalle manovre spericolate dell'imputato si identificassero nel reato (doloso) di resistenza a pubblico ufficiale, mentre la morte e le lesioni gravi dei due passeggeri ne sarebbero stati gli eventi colposi, e non delle fattispecie autonome di omicidio stradale e lesioni stradali gravi, come avevano invece ritenuto i giudici di merito.
La Cassazione ha rigettato la tesi, spiegando che l'articolo 586 non opera per ogni categoria di omicidio e lesioni, ma solo per le condotte configurabili come omicidio o lesioni colpose "generiche" ai sensi degli articoli 589 e 590, mentre i reati stradali contro la persona previsti dagli articoli 589-bis e 590-bis sono delle ipotesi speciali che riguardano la circolazione stradale.
Le differenze non sarebbero state da poco: l'articolo 586 avrebbe determinato l'applicazione delle pene previste per l'omicidio colposo e le lesioni colpose gravi "generiche", aumentate fino al massimo di un terzo, sempre molto inferiori a quelle dell'omicidio stradale e delle lesioni stradali gravi. Inoltre: il reato di lesioni colpose gravi, in assenza di querela del diretto interessato, avrebbe potuto non essere perseguibile; l'applicazione della pena prevista per l'omicidio colposo, a seguito del recente intervento della Corte costituzionale (sentenza n. 88/2019), avrebbe potuto consentire all'imputato di evitare la revoca automatica della patente.
La Corte ha invece accolto il ricorso nella parte in cui ha chiesto il riconoscimento della continuazione tra i reati di detenzione di cocaina e resistenza a pubblico ufficiale e quelli previsti dagli articoli 589-bis e 590-bis. Se è pur vero che la continuazione mal si concilia con i reati colposi, tale affermazione trova una deroga nei casi più intensi di colpa: una deroga ben compatibile con il caso in esame, dove le condotte di guida dell'imputato erano uno sviluppo possibile dell'azione criminosa complessivamente intesa ed "erano talmente dissennate da metterlo in condizione di prevedere la morte e le lesioni dei passeggeri".
di Alessandro Galimberti
Il Sole 24 Ore, 2 luglio 2019
Il recepimento della V direttiva antiriciclaggio ha superato ieri l'esame preliminare del Consiglio dei ministri. Il decreto legislativo, proposto dal presidente Giuseppe Conte e dal ministro dell'Economia Giovanni Tria, modifica e integra i decreti legislativi n. 90 e 92 del 25 maggio 2017, che avevano a loro volta attuato la IV direttiva, anticipando in alcuni punti i target della V direttiva in materia.
di Biagio Simonetta
Il Sole 24 Ore, 2 luglio 2019
In rete le principali tipologie di reato sono la diffamazione, l'estorsione, lo stalking, la nuova fattispecie del cyber-bullismo: dallo scorso anno è diventato applicabile il nuovo Regolamento Europeo sulla protezione dei dati personali (Gdpr) che aumenta gli strumenti a tutela delle vittime. Ad esempio gli insulti a Carola Rackete sono punibili con la reclusione fino ad un anno ed è una condotta aggravata nei casi un cui il reato sia commesso tramite stampa o web.
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