ansa.it, 18 agosto 2019
Sovraffollamento, carenze igieniche nei bagni e mancanza di personale: sono alcune criticità emerse durante la visita di una delegazione del Partito Radicale oggi al carcere di Tolmezzo (Udine), dove sono detenute "234 persone, di cui 198 in alta sicurezza, a fronte di una capienza regolamentare di 149 unità".
"In ogni cella che abbiamo visitato concepita per una persona sono detenute due - dice all'Ansa Elisabetta Zamparutti, del Consiglio Generale del Partito Radicale e tesoriere di Nessuno Tocchi Caino - nei bagni delle celle non c'è acqua calda, mentre nella sezione B dell'alta sicurezza funzionano solo 1,5 docce su 3 per 50 detenuti". Nelle celle inoltre c'è "un'anacronistica rete metallica saldata alle sbarre che filtra la luce naturale e impedisce la visione all'esterno", mentre "l'illuminazione artificiale interna è insufficiente".
Per quanto riguarda il personale, aggiunge Zamparutti, "mancano in particolare educatori: dei tre previsti, solo uno è effettivamente in servizio".
E "su una pianta organica di 218 agenti di polizia penitenziaria, ce ne sono 181", i quali segnalano "un numero inadeguato di divise a disposizione". La delegazione dell'iniziativa "Ferragosto in carcere", composta tra gli altri dal segretario di Nessuno Tocchi Caino, Sergio D'Elia, è stata accompagnata dal comandante dell'istituto penitenziario Raffaele Barbieri.
Tra le altre "ombre" emerse, "un numero elevato di detenuti, 40, con patologie psichiatriche, l'assenza di un regolamento di istituto e il fatto che non siano stati ancora attivati pc per i colloqui con i familiari via internet". Note positive invece i laboratori in cui sono coinvolti i detenuti e l'occupazione di 52 persone alle dipendenze dell'Amministrazione penitenziaria.
di Marco Foti
buongiornonovara.com, 18 agosto 2019
Il parlamentare Roberto Giachetti ha fatto il punto al termine della visita ispettiva presso il carcere di Novara, nel contesto dell'iniziativa "Ferragosto in Carcere". Problemi comuni ad altri istituti, ma anche qualche nota di speranza, come l'ottimo rapporto fra detenuti e direttrice. Se la qualità della democrazia di un Paese si può misurare dallo stato delle carceri, l'Italia non sta messa benissimo.
Lo dicono le recenti condanne e lo testimoniano diverse denunce in tal senso, le quali però non trovano molto riscontro nell'opinione pubblica, a quanto pare poco interessata a migliorare la discutibile qualità della vita dei ristretti. Non è così per il Partito Radicale, che da sempre dimostra di aver a cuore il destino dei detenuti ed anche quest'anno insieme all'Osservatorio Carcere dell'Unione Camere Penali, ha promosso l'iniziativa "Ferragosto in carcere".
Accompagnati dalla direttrice dott.ssa Rosalia Marino e dal Comandante Rocco Macrì, la delegazione aveva come capo fila il parlamentare Roberto Giachetti (Pd anche iscritto al Partito Radicale Transnazionale Transpartito) con Roberto Casonato (storico esponente radicale novarese), Ilaria Cornalba (segretaria del circolo Pd di Cerano), don Dino Campiotti (garante dei detenuti di Novara) e l'avvocato Fabio Fazio rappresentante delle Camere Penali di Novara. Tre ore abbondanti di visita, nelle quali la delegazione ha potuto scambiare almeno qualche battuta con tutti i detenuti. Come è noto, il carcere di via Sforzesca, è nato negli anni '70 come struttura di Massima Sicurezza destinata ad ospitare condannati per reati per terrorismo, con due sezioni maschile e femminile.
"Il padiglione destinato alle donne però si è deteriorato col tempo ed ora è praticamente fatiscente - ha spiegato Roberto Giachetti ai microfoni di Radio Radicale, nel commentare la visita al termine dell'approfondito giro ispettivo - malgrado la direttrice Rosalia Marino abbia presentato all'amministrazione penitenziaria diverse proposte per il recupero della struttura, che quanto meno potrebbe di molto alleggerire la pressione dovuta al sovra affollamento evidente registrato nel resto dell'edificio utilizzato per la detenzione".
La struttura è predisposta ad ospitare 158 persone, a tollerarne fino a 186, ma in realtà al momento ci sono 206 detenuti "anche se i numeri non dicono abbastanza - spiega Giachetti, certamente non nuovo ad iniziative simili - perché le stanze idealmente utilizzabili da 3 persone, al massimo da 4, prevedono invece la presenza di 6 detenuti. Una questione, quella del sovra numero che in un carcere di massima sicurezza si acuisce ancora di più, perché a gestire i casi di 41bis ci vorrebbe maggiore e più qualificato personale".
Secondo il parlamentare radicale "c'è poi un problema legato alle condizioni igienico sanitarie, perché i bagni, tutto sommato sufficientemente grandi rispetto ad altri penitenziari, sono però stati attrezzati alla belle e meglio per cucinare, con tutto ciò che ne consegue per la salubrità e la privacy". Problemi sanitari a quanto pare, anche se non meglio precisati, per quel che concerne il rapporto con l'Asl locale.
Ci sono 137 detenuti comuni, 69 in regime di 41bis (reati di mafia); 113 hanno ricevuto condanne definitive, 93 sono in attesa di giudizio, dei quali 48 imputati: 23 appellanti e 22 ricorrenti. Dei 206 ristretti in via Sforzesca, più o meno 1/3 sono stranieri (58) mentre coloro che hanno problemi di tossicodipendenza sono 12, 3 invece i casi di epatite C. A lavorare come dipendenti dell'amministrazione penitenziaria sono in 38, solo 3 coloro che operano per cooperative o imprese appaltatrici esterne per la tipografia presente nella struttura, un solo lavoratore autonomo invece fra i detenuti semi liberi.
La pianta organica prevedrebbe 195 guardie carcerarie, in realtà ne sono assunte 180, ma ad operare in effetti ci sono solo 170 agenti. Il problema esiste, ma da questo punto di vista, Giachetti che di carceri ne ha girati molti, spiega che "non è la situazione più critica che abbia visto, ciò non toglie che il problema esista, mi ha colpito invece la grande carenza di educatori e mediatori culturali, fatto che è stato lamentato un po' da tutti", mentre uno dei problemi maggiormente riscontrato proprio a Novara, riguarda la "palese difficoltà nell'ottenere udienza presso il giudice di sorveglianza" che a quanto pare deve gestire 4 case circondariali in tutto il Piemonte e quindi non può dividersi rispetto all'ammontare delle richieste ricevute. In generale un po' tutti vorrebbero poter introdurre più cibo da fuori, anche perché al di la della qualità, viene denunciato il maggior costo degli alimenti disponili all'interno della struttura, rispetto ai costi di mercato disponibili nei supermercati tradizionali.
I detenuti in regime di 41bis, faticano persino a praticare il loro diritto alla cosiddetta "ora d'aria". Dopo la recente riforma della norma infatti, per i ristretti in regime di 41bis, è possibile recarsi all'ora d'aria in un massimo di 4 persone (prima erano 8), il che unitamente agli spazi ridotti ed alla carenza di personale, rende le cose parecchio difficili e "spesso capita che debbano rinunciare a quanto previsto in realtà dalla legge, trascorrendo magari anche un giorno intero senza uscire di cella".
Particolare la situazione di alcuni detenuti stranieri, che si sono detti disponibili a scontare la loro pena nei paesi di origine, ma ai quali l'amministrazione avrebbe chiesto una "partecipazione alle spese di trasferimento", alla quale sarebbero impossibilitati, ma secondo la direttrice il problema principale sarebbe "la mancanza di tutti i documenti utili" al trasferimento stesso.
"La dottoressa Marino è una direttrice molto dinamica con grande spirito d'iniziativa - ha concluso Giachetti a Radio Radicale - ma come succede per tutte le realtà penitenziarie nazionali, trova poco riscontro nello Stato, anche visto lo scarso per non dire negativo sentimento rispetto ai problemi carcerari che si respira nell'opinione pubblica, è comunque riuscita ad ottenere qualche miglioria, soprattutto grazie alla disponibilità ed alla cooperazione dei detenuti stessi, che si sono adoperati anche in qualche lavoro di manutenzione straordinario".
Dalla delegazione c'è anche qualche nota positiva, come l'attrezzata e molto funzionale biblioteca interna, realizzata con il contributo della Camera Penale, che a quanto pare svolge un positivo ruolo di conforto ed istruzione; così come il campetto in sintetico recentemente sistemato.
Secondo Roberto Giachetti a Novara, a mitigare gli evidenti problemi riscontrati anche nella visita ispettiva e riscontrati dalle testimonianze raccolte "c'è l'ottimo rapporto di collaborazione fra la direttrice ed i detenuti, con la piena disponibilità del personale".
Un idem sentire che prova a rendere meno pesanti le carenze e le difficoltà, ma che solo parzialmente mitiga una qualità della vita che non a caso ogni anno, porta il nostro Paese a pagare un conto salato anche in termini di sanzioni, comminate all'Italia ad esempio anche recentemente dalla Corte di Strasburgo, proprio per la cattiva gestione delle carceri.
di Domenico Quirico
La Stampa, 18 agosto 2019
I guerriglieri sono cambiati: controllano il territorio, sperando in un'intesa con l'Occidente Nonostante bombe e racket Mogadiscio vuole rinascere: "Serve qualcuno che creda in noi".
La ragazza ha gli occhi spalancati, in uno spasmo verso l'alto. Ti segue con lo sguardo bianco, illividito dalla morte. Sì, in tutto quello scempio sono gli occhi che ti afferrano come una calamita. I morti sono gelosi e vendicativi, non hanno più paura di nulla, nemmeno della morte; non lasciano la presa, combattono fino all'ultimo con te che sei vivo con un coraggio freddo e testardo, pallidi e muti, gli occhi sbarrati, stravolti o da folle.
E poi ci sono i capelli della kamikaze che ha compiuto il suo orrendo lavoro: neri, densi, lunghissimi ora che il velo non li trattiene e li nasconde più. Sembrano, con gli occhi, un'altra cosa di lei che è rimasta viva, che non si rassegna a morire. Ti aspetti che si animino di colpo come le serpi a cui hanno mozzato la testa e guizzano ancora. Coprono di un velo nero quello che resta del collo, appena fili esili di carne. Sul foglio bianco si cui hanno appoggiato per terra il capo mozzato non c'è un filo di sangue: raggrumato, essiccato dalla violenza dell'esplosione. Perché il resto del corpo non c'è più. Disintegrato, intatta è rimasta la testa di Maryam, così si chiamava l'attentatrice del municipio di Mogadiscio. Davanti alla finestra del sindaco c'è lo scheletro della vecchia cattedrale: ora è un parcheggio.
Il sindaco ucciso - Quante volte abbiamo vissuto in questi anni, in mille parti del mondo, questo strazio? Lo stomaco si stringe, ti ripeti: dio fai che non metta i piedi su qualche frammento umano. E poi c'è l'odore dolce e grasso della morte, che monta, ti afferra subito nel calore. Tutta questa vita, 29 anni aveva, questa giovinezza gettata via non per spaccare il mondo e ricostruirlo migliore, semplicemente per uccidere! Come hanno fatto gli shabaab, i fondamentalisti, a convincerla, lei che aveva studiato, che lottava per aiutare profughi e malati, che era famosa? Otto persone ha ammazzato, tra loro anche il sindaco della capitale Omar Osman. Anche lui era celebre qui: lo chiamavano il piccolo ingegnere, era tornato dall'Inghilterra dove aveva trovato rifugio e un'altra vita sicura. Ma restare lontano gli sembrava un tradimento, voleva aiutare la Somalia adesso che il suo Paese cominciava a risorgere da trent'anni di guerra infinita.
Avrebbero dovuto incontrarsi, Maryam e Osman, in un frammento di vita calma, una vita come quella del passato dove la guerra e il fanatismo non esistevano, i discorsi sul futuro, che fare per rendere la Somalia migliore. Perché fuori dalle stanze devastate splende il sole, l'odore del mare ti stordisce, sulle ossa bianche di questa città si leva una striscia di cielo palpitante. Tutto è così bello e vivido e perfetto. E invece ci sono persone che uccidono, ambulanze che corrono inutilmente, cadaveri in fila uno accanto all'altro.
Ci sono luoghi in cui da trent'anni, trent'anni!, arrivi e ti pare che la guerra sia sull'intero pianeta che ovunque tutti ammazzino tutti, che il dolore abbia impregnato ogni angolo di questo mondo raggiungendo anche te anche il luogo dove vivi. Non può essere diversamente.
La città viva - Ma fuori dal municipio della strage, a poca distanza, c'è l'oceano, il tiepido azzurro oceano profondo. Increspato dal vento, tutto arricciato di lunghe onde. Sulla spiaggia ragazze esili sfilano avvolte in pepli coloratissimi, alcune si pettinano guardando il cielo come se si guardassero in uno specchio. I caffè divorano gli uomini a piena gola. Buon segno. Bande di ragazzi corrono qua e là; scalzi, vestiti di stracci corrono gridando, sudati esaltati, presi da qualche gioco avventuroso. Ma poi li ritrovi nelle discariche, attenti come operai silenziosi, a cercare rifiuti ancora utili. Famiglie di mosche grasse e pigre dalle ali dorate ronzano quiete.
Sì Mogadiscio vive rinasce palpita riedifica sé stessa. Soldati in nera uniforme sorvegliano i cantieri dei nuovi palazzi. Svetta, alta montagna di cemento e di acciaio, quella che sarà la torre di un albergo a cinque stelle. Le sottili matite dei minareti ne escono umiliate. Lo costruisce una vecchia conoscenza degli italiani, Ali Madhi, che fu presidente della Somalia dei signori della guerra. Mezza città era sua, lui conosce tutti i nostri segreti di allora, i destreggiamenti, le nostre vastissime indulgenze. Ha attraversato immune questi decenni di dogmatismi invasati, armato gesuiticamente di traffici e business. Scommette denaro sulla rinascita di Mogadiscio, unendo il suo capitale ai soldi della diaspora, a quelli che tornano dopo decenni dai rifugi in Uganda, in Kenya, negli Emirati. Tornano per restare.
I terroristi sono cambiati - Dicono che sia lui a pagare agli shaabab una grossa quota di tangenti per non colpire i suoi cantieri. I talebani del Corno d'Africa, senza che noi ce ne accorgessimo, sono cambiati. Controllano, armi in pugno, ancora vaste zone del Paese, soprattutto a sud verso il confine keniota. Ma alla guerra santa hanno affiancato il racket. Si calcola che soltanto Mogadiscio renda loro ogni anno trenta milioni di dollari. Come molte organizzazioni rivoluzionarie dall'Eta basca alle colombiane Farc è scivolata dalle prepotenze salafite a quelle del malaffare. Riesce ormai difficile, forse anche ai miliziani nella ipocrisia farisaica che mescola tangenti mafiose e attentati kamikaze, stabilire quale siano quelle a cui dedicare maggior malizia, separare il penitenziale, il politico e il criminale. Intanto shabaab "pentiti" si infiltrano nell'apparato dello Stato. E solo noi continuiamo, nel nostro primitivo semplicismo, a pensare che il problema si risolverà con qualche drone ben piazzato. Gli shabaab come i talebani guadagnano tempo. Sanno che alla fine anche la nostra pazienza cederà e si prospetterà una soluzione appunto afgana: in cambio di una onorevole ritirata lasceremo loro il potere.
Eppure incontri straordinari esempi somali di tenacia e di volontà di ricostruire. Come Abdirisak Amin che ha il compito di cercare in Europa investimenti economici per la Somalia e che ha scelto come base l'ambasciata a Roma. "Finora la Turchia ha fatto la parte del leone, ritagliandosi spazi importanti. Ma noi vogliamo anche altri partner - prosegue - l'esempio dell'italiana Leonardo che si è assicurata la costruzione dei radar in tre aeroporti. Altri speriamo abbiano lo stesso coraggio. Il mio è un Paese difficile, certo, i terroristi controllano ancora parte del territorio anche se ormai si dedicano soprattutto alle estorsioni. Chi vuole tornare nella legalità sarà accolto e perdonato. Ma per vincerli ci vuole sviluppo e ricostruzione". "Dopo 30 anni di guerra civile tutto va rimesso in piedi, aeroporti, strade, opere idriche, i tribunali. E il sistema giudiziario per cui l'Italia potrebbe esser fondamentale - conclude Abdirisak Amin - Noi registriamo chi vuole venire a operare in Somalia, li assistiamo nella logistica e nella sicurezza. Credetemi, è una scommessa che funzionerà. È una grande sfida anche per l'Europa".
di Roberto Saviano
L'Espresso, 18 agosto 2019
Sono paesi ricchi, certo. Ma vengono negati i più elementari diritti civili. E i cittadini muoiono di atti violenti o per le carenze del sistema sanitario. Nella Russia di Putin essere all'opposizione significa finire in prigione. Ljubov Sobol, 31 anni, attivista russa, è stata arrestata mentre si recava alla manifestazione organizzata a Mosca dopo che 57 candidati indipendenti erano stati esclusi dalla corsa alla Duma per le elezioni del prossimo 8 settembre. Era rimasta solo lei a guidare la protesta in piazza contro Putin. In circa un mese di proteste, tutti gli altri attivisti sono finiti in carcere. Ljubov era stata già arrestata ma poi rilasciata perché madre di una bimba di 5 anni. Da allora aveva iniziato uno sciopero della fame. Poi arriva l'arresto, insieme ad altri 800 manifestanti che chiedono elezioni democratiche e non la solita farsa putiniana.
Più a Est, assistiamo da anni a un attacco proditorio da parte del Governo cinese all'accordo siglato con il Governo inglese "One Country, Two Systems" (Un Paese, due Sistemi) che garantisce, a partire dal primo luglio 1997, 50 anni di indipendenza da Pechino ad Hong Kong. La legge sull'estradizione interromperebbe lo status speciale della ex colonia e, anche se la governatrice Carrie Lam ha revocato il provvedimento, spingendosi a dichiararlo "morto", le proteste non si fermano. La legge che dovrebbe portare gli indagati di Hong Kong direttamente in Cina per essere processati da una parte delineerebbe una considerevole diminuzione della autonomia promessa a quel territorio fino al 2047, dall'altra metterebbe a rischio gli avversari politici del governo centrale di Pechino.
E qui, negli ultimi scontri, accade qualcosa, un punto di non ritorno: nella stazione di Yuen Long uomini in maglia bianca, armati di spranghe aggrediscono i manifestanti. 45 persone sono rimaste ferite e si sospetta che i loro assalitori siano appartenenti alle Triadi, un'organizzazione mafiosa cinese. La polizia di Hong Kong sarebbe rimasta ad assistere senza intervenire o, peggio, sarebbe intervenuta solo tardivamente, come ha denunciato il parlamentare Lam Check-Ting, anche lui ferito negli scontri: "Hong Kong permette alle Triadi di fare quello che vogliono, di assalire la gente per strada?". Ma la Cina avverte - sarebbe meglio dire minaccia - i manifestanti di Hong Kong e li dissuade dallo "scherzare con il fuoco". I cittadini diventano nemici e i fatti si possono ribaltare a proprio uso, come è abituato a fare il nemico numero 1 di Pechino, Donald Trump.
Spostiamoci quindi a Ovest, negli Stati Uniti d'America, nello stato più ricco del Terzo mondo. Sì, avete letto bene; perché non basta gestire il potere economico per uscire dal Terzo mondo o per non entrarci, è necessario che esista uno Stato di Diritto che consenta alle persone di non morire di violenza o di malattia. Di violenza come è accaduto a Chicago alle due donne che stavano manifestando contro il dramma che la presenza massiccia e praticamente indiscriminata di armi porta con sé. Chantell e Andrea sono state raggiunte da colpi esplosi da un'auto in corsa. Nella sola capitale del Michigan, ogni anno, sono circa 600 le vittime da arma da fuoco e nonostante queste cifre Trump accusa i media di raccontare fake news, di creare panico e alimentare la tensione. Nelle ultime settimane negli Stati Uniti sono morte nei due attentati di El Paso, in Texas, e Dayton, in Ohio, 31 persone. Di più, non è forse da Terzo mondo far morire oggi pazienti che hanno bisogno di iniezioni di insulina per l'elevato costo delle cure? E continuare liberamente a utilizzare l'amianto nell'edilizia?
Russia, Cina e Usa: a questi tre (più o meno) ricchi paesi del Terzo mondo i nostri governanti volgono il loro sguardo e mentre lo fanno mi sento orgoglioso di appartenere a qualcosa di profondamente diverso, mi sento orgoglioso di essere europeo. L'Europa ha una storia radicata non nelle tradizioni da difendere dall'invasore, ma nella cultura del diritto, nel rispetto dell'individuo, della sua vita e della sua salute. Delle sue idee e delle sue inclinazioni.
di Leo Lancari
Il Manifesto, 18 agosto 2019
Scambio di lettere tra il premier e il leghista. Che cede alla richiesta di far scendere almeno i minori. Ma precisa: "La responsabilità è tua". Non si parlano. Né di persona né al telefono. Ma si scrivono, forse perché scripta manent e, come ha sottolineato non senza polemica Giuseppe Conte a Ferragosto, "per migliore trasparenza anche nei confronti dei cittadini". Che tradotto significa che la fiducia che dovrebbe legare gli (ormai ex) alleati di governo è cosa del passato e quindi ognuno si assume la responsabilità delle decisioni che prende.
È per questo che alla seconda lettera che il premier gli invia in due giorni, questa volta per chiedere che dalla nave Open Arms vengano fatti scendere almeno i minori, Matteo Salvini risponde facendo attenzione a mettere bene in chiaro le cose: "Autorizzo lo sbarco, ma è una scelta del premier e rappresenta un precedente pericoloso", dice il ministro dell'Interno. È un modo per obbedire e smarcarsi allo stesso tempo, per continuare il gioco di chi sta al governo ma anche all'opposizione, una risposta alla pancia del Paese ma anche un gesto di attenzione verso quell'alleato che, dopo averlo sfiduciato platealmente, con una marcia indietro che sa di disperazione il leghista cerca ora di recuperare in tutti i modi.
È sulle navi delle Ong che si consuma il miglio finale che separa Matteo Salvini da quando, martedì al Senato, Conte gli chiederà la fiducia. E lo scambio di lettere tra i due rappresenta il termometro di questo scontro. Dopo 14 mesi di silenzio-assenso suo e del Movimento 5 Stelle il premier sembra aver improvvisamente trovato consapevolezza del proprio ruolo, un cambio di passo frutto probabilmente anche delle pressioni che a livello internazionale gli arrivano per una situazione che diventa più imbarazzante ogni giorno che passa, con 134 migranti imprigionati da 16 giorni sulla nave della ong spagnola.
"È necessario che sia autorizzato lo sbarco immediato delle persone di età inferiore agli anni 18 presenti a bordo della nave Open Arms" scrive quindi il premier, ricordando come dall'Europa siano arrivate aperture all'accoglienza a prescindere dall'età dei migranti: "Ci è stata confermata la disponibilità di una pluralità di Paesi - scrive Conte - (Francia, Germania, Lussemburgo, Portogallo, Romania e Spagna) a condividere gli oneri dell'ospitalità per tutte le persone di cui ci stiamo occupando, anche indipendentemente dalla loro età".
A Salvini il nuovo corso non piace ma si adegua, almeno in parte. "La linea del Viminale non cambia" si affretta infatti a precisare, ma poi dispone lo sbarco di quelli che definisce sempre "presunti" minori. E lo fa, come ci tiene a sottolineare in un tentativo di riavvicinamento al M5S, con "spirito di collaborazione". "Prendo atto che disponi che vengano sbarcati i (presunti) minori attualmente a bordo della nave Open Arms", è la risposta a Conte del ministro.
"Darò pertanto, mio malgrado, per quanto di mia competenza e come ennesimo esempio di leale collaborazione, disposizione affinché non vengano frapposti ostacoli all'esecuzione di tale tua esclusiva determinazione". Senza per questo cambiare linea, ribadisce Salvini, "per evitare che la tua decisione per il caso Open Arms costituisca un pericoloso precedente per tutti coloro che potranno ritenere normale individuare il nostro paese come unico responsabile dell'accoglienza e dell'assistenza di tutti i minori non accompagnati (o presunti tali) presi a bordo in qualsiasi angolo del Mediterraneo o del mondo". E ieri sera, dopo che il primo gruppo di minori era sbarcato e trasferito all'hotspot di Lampedusa, il ministro ha twittato: "Mi riferiscono da Lampedusa che dei 27 immigrati per i quali è stato ordinato lo sbarco in quanto minorenni, già 8 si sono dichiarati maggiorenni! Vedremo gli altri... Dopo i "malati immaginari", ecco i "minorenni immaginari".
Punzecchiature, quelle del leghista, che però non cambiano la sostanza delle cose e soprattutto il momento di difficoltà attraversato. Dopo essere stato contraddetto prima dal Tribunale di minori di Palermo e poi dal Tar, Salvini sa che potrebbe dover fare i conti con un nuovo caso Diciotti. E questa volta con il rischio di non poter più contare sull'aiuto che in passato gli hanno fornito gli alleati 5 Stelle.
di Diana Pompetti
Il Centro, 18 agosto 2019
Una delegazione incontra detenuti: "Realtà difficile, anche per gli agenti di polizia che sono pochi" Appello per una mamma in cella con la figlia di tre mesi: "Respinte le istanze per i domiciliari". A testimoniare una presenza mai occasionale il ricordo di Marco Pannella che i detenuti nel carcere della sua Teramo li incontrava più volte l'anno per andare, come diceva, "oltre le sbarre". Lo sa bene Maurizio Turco, segretario del Partito Radicale, che tra le visite programmate nelle carceri italiani durante Ferragosto ha scelto proprio Teramo e che appena uscito da Castrogno dice alla cronista: "Ora andiamo al cimitero a trovare Marco".
I temi restano gli stessi perché nonostante interrogazioni e proposte di legge poco o nulla è cambiato, a cominciare da quel sovraffollamento che fa dell'istituto teramano uno dei più pieni d'Abruzzo e d'Italia con i suoi quasi quattrocento reclusi a fronte di una capacità di circa duecento. "Un sovraffollamento che va ben oltre le percentuali della media nazionale", dice Turco, "in una realtà sicuramente difficile anche per la carenza di agenti della polizia penitenziaria con una presenza molto al di sotto della pianta organica".
A sollevare l'attenzione della delegazione anche la questione legata alla gestione sanitaria, in particolare per quanto riguarda la presenza di malati psichiatrici. Una questione più volte evidenziata in passato dagli stessi sindacati degli agenti di polizia penitenziaria visto che il carcere teramano è l'unica struttura che garantisce una presenza medica di 24 ore su 24 e proprio per questo vede la presenza di un alto numero di detenuti malati psichiatrici che arrivano anche da fuori regioni.
"In questo riteniamo ci siano delle responsabilità a livello dell'azienda sanitaria locale visto che la gestione della sanità in carcere oggi dipende dalla Asl", dice Turco, "abbiamo constatato una massiccia presenza di detenuti malati psichiatrici e quindi difficili da poter gestire anche in considerazione del numero di agenti notevolmente inferiore a quello previsto". E questo in un istituto che pur non avendo reclusi in regime di 41bis ospita vari settori, tra cui l'alta criminalità e la sezione protetti.
E poi c'è la questione legata alle detenute mamme. "C'è una nigeriana in attesa di processo che è in cella con la sua bambina di tre mesi", dice l'avvocato Enrico Miscia dell'Unione Camere Penali con cui il Partito Radicale ha organizzato gli incontri, "le istanze fatte per i domiciliari sono state tutte respinte". Il reparto femminile del carcere di Castrogno ospita detenute che arrivano da ogni angolo della regione, dalle Marche e dal Lazio.
Tre anni fa a Teramo è stata inaugurata una sezione femminile a trattamento avanzato con l'ex caserma vigilatrici che, grazie al mondo del volontariato, è stata recuperata e trasformata: quattro camere da letto per una mamma e un figlio, una sala giochi, una cucina. Tutto quello che serve, anche se vivi in un carcere, per respirare aria di casa.
Ma oggi è chiusa e così per mamme e piccoli c'è solo la cella. Paradossi di un'Italia in cui a leggere le condanne che periodicamente arrivano dalla Corte europea dei diritti dell'uomo appare evidente come poco o nulla sia cambiato sul fronte degli istituti penitenziari sempre più affollati, con sempre meno agenti di polizia penitenziaria e progetti rieducativi ancorati a fondi sempre più inconsistenti.
di Serena Guzzone
strettoweb.com, 18 agosto 2019
Una delegazione dell'Ufficio del Garante metropolitano di Reggio Calabria incontra i detenuti: riflettori accesi sulle criticità in ambito sanitario. Nella giornata di ieri una delegazione dell'Ufficio del Garante metropolitano della città di Reggio Calabria per le persone private nella libertà personale, rappresentata dal Garante Dott. Paolo Praticò e dall'Avv. M. Cristina Arfuso, ha partecipato all'iniziativa "Ferragosto in carcere" promossa dal Partito Radicale, in collaborazione con le camere penali italiane composta tra gli altri, dal presidente nazionale Gian Domenico Caiazza, dagli avvocati Cherubino, Catanzariti, Belcastro, Genovese, Tommasini e dalla responsabile di Radio Radicale Pagliaruolo, a cui si è aggiunta la presenza di Enza Bruno Bossio deputata Pd al parlamento, recandosi in visita ai detenuti del carcere "Panzera" di Reggio Calabria (comunemente conosciuto come "San Pietro").
La delegazione è stata guidata nella visita dal direttore del carcere dott. Calogero Tessitore e dal comandante della polizia penitenziaria dott. Stefano Lacava. "Pochi i rilievi fatti sulle condizioni di detenzione-racconta Paolo Praticò-sui quali ci si concentrerà a parte e prossimamente attraverso i colloqui individuali programmati dal Garante metropolitano e dai componenti l'ufficio. C'è da segnalare, però, un problema importante che riguarda l'area sanitaria e quindi il diritto alla salute per quanto concerne il carcere di Arghillà che è un tutt'uno con San Pietro. Il direttore con molto rammarico ci ha comunicato come oltre trecento visite specialistiche richieste dai detenuti di Arghillà, siano rimaste inevase, nonostante le numerose segnalazioni effettuate all'Asp competente.
Il problema è grave e merita particolare attenzione, perciò l'ufficio del Garante si è impegnato ad interessare gli organi competenti, perché trovino le giuste soluzioni. La visita del penitenziario e dei suoi ospiti nella giornata del 16 agosto rappresenta per l'ufficio del Garante metropolitano una chiara manifestazione della linea che intende seguire: vigilare e stare al fianco di chi, purtroppo, al momento non gode della propria libertà portando un vento di speranza proprio nei giorni di festa che - per ovvie ragioni - pesano come un macigno sulle loro vite quotidiane"- conclude.
di Simone Pieranni
Il Manifesto, 18 agosto 2019
Un video di un paio di minuti nel quale sono state montate scene di film ambientati a Hong Kong e immagini delle recenti proteste. Un montaggio da kolossal e un'atmosfera epica e finale. Lo scopo del video: dimostrare al pubblico cinese il supporto del governo centrale alla polizia dell'ex colonia britannica alle prese con le proteste in corso da ormai undici settimane. Si tratta di uno dei metodi con i quali Pechino prova a dare la propria versione dei fatti accaduti a Hong Kong in Cina e non solo.
Se nei primi giorni delle manifestazioni a Hong Kong gli accadimenti erano stati silenziati sulle reti sociali cinesi, ben presto invece Pechino ha cambiato strategia, inondando WeChat e Weibo di messaggi a favore del governo e della polizia della città e sottolineando le "violenze" dei manifestanti che poi lo stesso governo ha bollato come prodromo di "terrorismo". Ma la potenza degli uffici della propaganda di Pechino è arrivata anche in Occidente, dove ormai il peso dei media cinesi non è più ininfluente come qualche tempo fa. I network televisivi e informativi cinesi sono ormai in grado di fare breccia anche nel panorama mediatico occidentale, spesso anche grazie a collaborazioni con importanti media e agenzie, fornendo strumenti sia ai cinesi all'estero che mal hanno sopportato le manifestazioni a Hong Kong sia agli occidentali che parteggiano, come se fosse una partita di calcio, con la Cina contro i manifestanti di Hong Kong (naturalmente c'è anche chi "tifa" allo stesso modo contro la Cina). In questo modo Pechino ha tentato di veicolare una narrazione più omogenea e facilmente comprensibile rispetto alla complessità di quanto sta accadendo a Hong Kong: la città è stata descritta come un luogo di perdizione e decadenza, in preda ai criminali e come un ricettacolo di mafiosi e businessmen senza scrupoli.
I manifestanti sono stati rappresentati come studenti benestanti e inglese-parlanti (quindi "privilegiati") e in balia dell'ingerenza americana, quando non direttamente sospettati di esserne "agenti" con finalità anti cinesi. Questo sforzo riguardo ai fatti di Hong Kong da parte dell'apparato statale cinese - comprese alcune ambasciate, come quella di Roma che ha organizzato una conferenza ad hoc sui fatti dell'ex colonia britannica, conseguenza di una tendenza generale, iniziata da alcune ambasciate in Africa capaci di usare i media con molta sicurezza - costituisce comunque una novità e dipende da alcuni elementi fortemente radicati nel sentimento più nazionalista cinese: una diffidenza ovvia, storica, nei confronti dei media occidentali e la sensazione - spesso giustificata - che in ogni diatriba che coinvolga la Cina, gran parte della stampa occidentale sia pervasa da sentimenti anti-cinesi pregiudiziali e per interesse o in ogni caso si dimostri acriticamente favorevole a qualsiasi richiesta di democrazia arrivi da una piazza contrapposta a Pechino (da qui lo sforzo attuale di penetrazione nel sistema dei media occidentali, dopo aver provato a comprarsi direttamente gruppi editoriali stranieri).
Da parte loro i manifestanti oltre ad aver dimostrato la propria variegata composizione, scegliendo anche di manifestare in zone più periferiche per non incorrere in divieti ma anche per sensibilizzare altre fasce di popolazione (operazione riuscita) hanno attivato diversi canali su Telegram e hanno cercato di gestire l'impatto mediatico come meglio hanno potuto, chiedendo perfino scusa a seguito di alcuni eventi cavalcati dalla propaganda cinese, come il caso del giornalista del Global Times (quotidiano costola del partito comunista e su posizioni ultra nazionaliste) bloccato e malmenato dai manifestanti all'aeroporto. Un'altra chiave con la quale la Cina ha provato a fare pressione sulle proteste è stata la minaccia più o meno velata di un intervento dell'esercito. Dopo alcuni articoli allarmistici sulla stampa internazionale è stato proprio il Global Times a escludere, per ora, l'eventualità, dimostrando quanto in realtà in tanti avevano scritto: siamo di fronte a qualcosa di diverso da quanto accaduto trent'anni fa a Pechino, a Tiananmen.
La Cina è più potente di allora, ma ha anche molti più strumenti per reagire. Uno di questi è la tattica utilizzata ad ora da Xi Jinping: non fare niente, se non utilizzare minacce verbali e aspettare che tutto quanto sta accadendo finisca per spegnersi da solo. Il problema di questa opzione è la straordinaria capacità della mobilitazione a Hong Kong: anche ieri la città è stata percorsa da tre diverse manifestazioni, una delle quali organizzata dagli insegnanti a dimostrare l'ampio fronte anti Pechino. Si è trattato di una giornata di proteste pacifiche, ennesimo tentativo dei manifestanti di mostrare che le proprie ragioni non hanno bisogno di violenza, almeno se non a seguito di provocazioni e violenti pestaggi come quelli messi in atto dalla polizia di Hong Kong (guidata, per altro, da due ufficiali britannici). Insieme alle proteste contro il governo della città e Pechino, si è svolta anche una manifestazione contro le proteste e a favore del governo di Carrie Lam.
di Alex Zanotelli
Il Manifesto, 18 agosto 2019
Quello che sta avvenendo di nuovo nel Mediterraneo con le navi Open Arms e Ocean Viking è uno spettacolo indecente, immorale e criminale. Il rifiuto del ministro dell'Interno Matteo Salvini di aprire i porti per accogliere queste due navi cariche di 500 rifugiati salvati in mare, esprime un cinismo e un disprezzo verso l'altro inaccettabile.
Perché queste sono persone che fuggono da terrificanti lager libici, dalle torture, dagli stupri, da una guerra tra il generale Haftar e el Serraj, l'uomo forte di Tripoli. E quindi non sono migranti, ma rifugiati che hanno diritto all'accoglienza per i Trattati Internazionali Onu, firmati anche dall'Italia. Per di più, di questi 500 rifugiati, ora nelle due navi, ben 150 sono minorenni, particolarmente protetti nei Trattati internazionali e solo a una piccola parte dei quali ieri è stato concesso di sbarcare dalla Open Arms. Infatti il Tribunale dei minori di Palermo ha dichiarato che "trattenere a bordo minori in prossimità delle frontiere con lo Stato italiano equivale a un respingimento".
Anche il presidente del Consiglio Giuseppe Conte è subito intervenuto chiedendo a Salvini di rispettare le norme a tutela dei minori e autorizzare lo sbarco. Salvini gli risponde che una nave di una Ong straniera non può entrare in un porto italiano. In questa bagarre è intervenuto il Tar del Lazio, affermando che "data l'eccezionale gravità della situazione a bordo, Open Arms può entrare nelle acque italiane".
La ministra della Difesa, smarcandosi da Salvini, manda due navi della Marina militare a scortare Open Arms. Salvini, infuriato, rilancia la sua litania di no allo sbarco, ma i ministri Toninelli e Trenta non firmano. E così la Open Arms arriva a150 metri dal porto di Lampedusa, ma Salvini non cede. E così i 130 rifugiati di Open Arms dopo sedici giorni di attesa sulla nave, stanno ancora attendendo di scendere a terra. Tutto questo è disumano e disumanizzante! Dobbiamo svergognare Salvini che ha già ricevuto uno schiaffo clamoroso in Parlamento, quel Parlamento da lui snobbato sia per la Diciotti che per Moscopoli.
Se Salvini da ministro dell'Interno si è comportato come se incarnasse lui il governo, chissà cosa succederà quando il popolo italiano, come lui chiede, gli darà "pieni poteri". Ha ragione Papa Francesco a dire che certi discorsi gli ricordano quelli di Hitler! Mi appello ai giudici perché, nella loro autonomia, interpretino il decreto sicurezza bis dando priorità al principio della vita. Come ha fatto il giudice Alessandra Vella del Tribunale di Trapani, che ha rimandato libera Carola Rackete, la comandante della Sea-Watch, perché ha agito obbedendo al principio della vita. Abbiamo bisogno di giudici e magistrati che riescano così a smantellare il decreto sicurezza che è un decreto immorale perché dichiara reato salvare vite in mare. Siamo arrivati al sovvertimento dell'ordine costituzionale e del Sistema internazionale dei diritti umani universali.
Mi appello ai militari, alle forze dell'ordine, ai poliziotti, alle guardie costiere perché riscoprano l'obiezione di coscienza e la disobbedienza civile davanti a leggi ingiuste e disumane. Mi appello soprattutto ai vescovi italiani (Cei) perché abbiano il coraggio di bollare con parole di fuoco, come facevano gli antichi profeti e Gesù, quello che sta avvenendo in questo paese. Mi appello sempre ai vescovi perché abbiano il coraggio di chiedere ai fedeli dei gesti pubblici contro questo pauroso crescendo di razzismo come un digiuno collettivo, preghiere speciali. Dobbiamo farci sentire sulla pubblica piazza: è in ballo il cuore del Vangelo. Mi appello ai preti e alle comunità cristiane perché risuoni chiaro il messaggio che la politica leghista è antitetica al Vangelo: non ci si può dichiarare cristiani e votare Lega. "Amerai il prossimo tuo come te stesso-afferma il libro del Levitico - e amerai lo straniero come te stesso" (Levitico 19, 18,34). E Gesù ha espresso tutto questo con la parabola del Samaritano. La situazione è molto grave: è in ballo la nostra Costituzione e per i cristiani, il cuore del Vangelo.
di Riccardo Noury
Corriere della Sera, 18 agosto 2019
Possesso di valuta estera, corruzione e ricevimento illegale di regalie. Per questi reati, è iniziato oggi in un'alluvionata Khartoum uno dei processi cui la giustizia sudanese (un altro potrebbe riguardare l'uccisione di manifestanti negli ultimi mesi) sottoporrà l'ex presidente Omar al-Bashir. In sé, che un capo di stato deposto dopo 30 anni di dominio assoluto venga processato è una notizia positiva.
Ma la giustizia interna non dovrebbe entrare in contrasto con quella internazionale. Al-Bashir è il più antico ricercato dal Tribunale penale internazionale, cui deve rispondere da una decina d'anni di crimini di guerra, crimini contro l'umanità e genocidio commessi in Darfur quando era al potere. Per questo, le nuove autorità sudanesi dovrebbero trasferire al-Bashir al Tribunale penale internazionale, non prima di aver ratificato lo Statuto di Roma - firmato da Khartoum nel 2000 - che ha istituito nel 1998 il massimo organo della giustizia internazionale.









