di Fabrizio Peronaci
Corriere della Sera, 1 luglio 2019
Il magistrato romano sparì 25 anni fa, al tempo di Tangentopoli. Il figlio: "Papà dava fastidio, voleva portare pulizia nella Sezione fallimentare. Mi appello a chi sa, l'inchiesta va riaperta". Gli tocca fermarsi per strada e rispondere ai tanti che lo apostrofano in modo cordiale, con una battuta o una pacca sulle spalle, scambiandolo per un popolare conduttore de "La 7" al quale somiglia moltissimo, quando lui per indole, educazione familiare e dolorose esperienze di vita ha un carattere riservato, propenso al basso profilo.
Però alla fine ha imparato a sorriderne, seppure con amarezza: "Avrei preferito essere riconosciuto come il figlio di un magistrato integerrimo, rigoroso e sottoposto soltanto alla legge, caduto durante il servizio".
E invece? "Invece sono costretto a prendere atto che in un quarto di secolo né il Csm né l'Anm, l'associazione nazionale magistrati, hanno mai speso una parola per papà. Nessuno ha preso posizione a favore di un giudice che ha svolto fino in fondo il suo mestiere, senza scendere a compromessi, battendosi contro malaffare e collusioni, anche tra i suoi colleghi. Una pulizia morale pagata con la vita".
Le parole sono pietre. Lorenzo Adinolfi, avvocato quarantenne, figlio del giudice Paolo Adinolfi, alla vigilia della ricorrenza numero 25 del giorno più mesto dell'anno ha deciso di dirle con franchezza: il reiterato "no" degli organi della magistratura a onorare suo padre, che perse quand'era in terzo liceo, gli brucia e lo vuole gridare forte e chiaro. Uno dei gialli più inquietanti lasciati in eredità dal secolo scorso, così, esce dalla condizione di cold case, "caso freddo", inchiesta messa in freezer, dove l'avevano ibernata le archiviazioni del 1996 e del 2003, e diventa materia di sdegno civile.
Paolo Adinolfi sparì a Roma a 52 anni il 2 luglio 1994, esattamente un quarto di secolo fa. Era un sabato e aveva da fare alcune commissioni. Da un mese prestava servizio alla Corte d'appello, dopo aver lavorato 10 anni alla Sezione fallimentare, dove si era occupato di procedimenti importanti. Quella mattina il giudice uscì poco prima delle 9 dall'appartamento in zona Farnesina, diretto, sulla sua "Bmw 316", in viale Giulio Cesare e piazzale Clodio. Pareva tranquillo: un bacio alla moglie Nicoletta e la promessa di tornare per pranzo.
Di certo passò all'ufficio postale del tribunale, per pagare alcune bollette, alla banca interna (all'epoca aperta di sabato) per trasferire un conto corrente, e ancora - prima stranezza - in archivio per ritirare una sentenza, dove uno dei bibliotecari notò che era accompagnato da "un giovane di 30-35 anni". Chi era questo misterioso personaggio? In tarda mattinata, Adinolfi raggiunse il Villaggio Olimpico dove, in un secondo ufficio postale (in via Nedo Nadi), spedì un vaglia di 500 mila lire alla moglie. Gesto inspiegabile. Specie se collegato con un altro mistero: nella buca delle lettere dell'anziana madre, in via Scipio Slataper, ai Parioli, la sera del giorno seguente furono trovate le chiavi di casa e dell'auto. Collocate lì dallo stesso Adinolfi o da qualcuno che ne coartò la volontà, allestendo una sorta di rituale d'addio ai propri cari?
Famiglia borghese, formazione cattolica - "Mio marito era un idealista, un cattolico osservante, legatissimo ai nostri figli e a me. Non aveva intenti suicidi né desideri di fuga. Piuttosto, mi aveva confidato seri problemi sul lavoro". La signora Adinolfi non ha creduto mai, neanche per un minuto, all'allontanamento volontario.
Il movente andava cercato negli affari scottanti che aveva gestito, questioni "talmente gravi da far crollare il tribunale di Roma", come confidò a un amico. A cominciare dal fallimento della finanziaria Fiscom, che conduceva a personaggi legati alla banda della Magliana, da lui decretato nel giugno 1992 e revocato a sua insaputa un mese dopo, mentre era in ferie, con una decisione che lo mandò su tutte le furie e gli fece maturare una definitiva estraneità al "clima romano", inducendolo a lasciare la Fallimentare.
Non solo. Carlo Nocerino, pm che collaborava con Mani Pulite, nei mesi successivi, nell'ambito dello stesso filone, si occupò del crack dell'Ambra assicurazioni e fu proprio a lui che Adinolfi si rivolse, poco prima di sparire, per confidargli che era in possesso di notizie "interessanti" dal sicuro profilo penale.
Nonostante i numerosi spunti da approfondire, però, all'inizio prevalse la pista privata. "L'allontanamento volontario è ipotesi più probabile delle altre", scrissero i titolari dell'inchiesta, nel chiedere l'archiviazione. Ma lo stop durò poco. Nell'estate del 1996 le indagini furono riaperte e i familiari s'illusero che fosse giunta la svolta, per quanto tragica. Un faccendiere siciliano, tal Francesco Elmo, arrestato per riciclaggio in Campania, aveva infatti chiesto di "liberarsi da un peso" e messo a verbale che la banda della Magliana aveva ucciso Adinolfi, per evitare che affiorassero i legami tra servizi segreti deviati, società-fantasma nel settore immobiliare e grande "mala".
Trapelò anche un'indiscrezione significativa: ogni lunedì i rappresentanti di famiglie mafiose si riunivano vicino Formia, in una fabbrica di acque minerali, per decidere quali fascicoli "romani" tenere d'occhio e quali magistrati della Fallimentare "sollecitare".
Ore 9, un bacio alla moglie: "Torno per pranzo" - Verità più vicina? Il pm perugino Alessandro Cannevale ordinò di scavare a Villa Osio, residenza del presunto cassiere della Magliana, Enrico Nicoletti (poi requisita e diventata Casa del jazz), in cerca del cadavere (non trovato), e continuò a lavorare sullo scenario di connessioni losche e insospettabili.
Sforzi vani; nel 2003 dovette arrendersi. Ma nella richiesta di archiviazione testualmente scrisse: "Le nuove indagini inducono a rivedere il giudizio riguardo all'origine volontaria della scomparsa del dr. Adinolfi e a escludere la morte per cause naturali o incidente, o la perdita di memoria..." Quasi certa "l'azione delittuosa", insomma. Soprattutto se si considerano "l'estrema delicatezza di alcuni affari trattati", la "notevole rilevanza degli interessi economici coinvolti", la "capacità criminale dei soggetti che subivano le procedure" e i "contrasti insorti con taluni colleghi".
Più chiaro di così... "Confido nell'apertura di una nuova inchiesta. Mi appello alla coscienza di chi sa e può dare impulso a una delle tante piste seguite, sfruttando anche le tecnologie. I successivi e recenti scandali alla Sezione fallimentare, d'altronde, consentono di delineare il movente meglio che in passato", incalza oggi Adinolfi junior, al fianco di sua mamma Nicoletta, nel salotto della bella casa che racconta ancora tutto di lui, i libri di diritto, la collezione completa della rivista Civiltà Cattolica, i quadri a soggetto sacro, i manuali di giardinaggio e i presepi che amava costruire, con l'infinita cura e pazienza di un uomo d'altri tempi, la cui unica colpa, forse, è stata aver creduto troppo nella giustizia.
di Giovanni Mari
Il Secolo XIX, 1 luglio 2019
Intervista a Alberto Maria Benedetti, docente e consigliere in quota M5S: i valori vanno preservati. L'indipendenza della magistratura è una garanzia, chi ne ha abusato ne risponderà.
La bufera che ha sconvolto il Consiglio superiore della magistratura si è apparentemente placata dopo una serie di clamorose dimissioni e uno strascico di sospetti e polemiche. Il Quirinale ha posto un argine, ma la vicenda nata con l'indagine per corruzione sul magistrato Luca Palamara e la scoperta di una fitta rete di trattative tra toghe e politici per la scelta di incarichi di alta responsabilità, spinge il Csm in una fase molto delicata.
Alberto Maria Benedetti, ordinario di Diritto privato al Dipartimento di Giurisprudenza di Genova, primo in Italia nella votazione sulla piattaforma Rousseau per la nomina degli esponenti nel Csm di area Cinque Stelle, smarca i componenti laici dalla questione e invita il Parlamento a una radicale riforma dell'organismo.
Professor Benedetti, il Csm è riuscito a conservare la sua credibilità?
"Sicuro: basti pensare che nessuno dei componenti laici, eletti dal Parlamento, è stato coinvolto".
Non dirà che la politica non c'entra...
"No. Ma se c'era davvero un gruppo di potere "collaterale" al consiglio, allora era ben consapevole che i laici del Csm, quasi tutti professori o avvocati, non potevano costituire una "sponda" per manovre o pianificazioni fuori dalla legalità. Mi auguro che il Parlamento ne sia consapevole".
Immaginare che la componente laica sia estranea a giochi alleanze appare irreale...
"In verità fin dal settembre 2018 i laici avevano evidenziato gli eccessi del correntismo, lavorando silenziosamente, pratica su pratica. C'è stata quella dialettica prevista in Costituzione in un organo che vede presenti componenti eletti dai magistrati e dal Parlamento. Gli atteggiamenti sclerotizzati erano stati notati".
Poi la questione è esplosa, tra accuse e polemiche...
"Il Csm ha reagito prontamente. E se i 4 componenti coinvolti si sono dimessi è perché tutti gli altri hanno subito chiesto un passo indietro: non c'era spazio per mediazioni o soluzioni sproporzionate alla gravità dei fatti".
Per la prima volta, anche per la debolezza della politica, il Csm ha rischiato di impantanarsi...
"E invece la sostituzione dei membri e le elezioni suppletive testimoniano la continuità dell'organo di autogoverno e la sua capacità di reagire in tempi rapidi: il Presidente della Repubblica si è fatto promotore di un nuovo inizio, svolgendo il suo ruolo di garante".
Lei era stato sul punto di poter essere eletto vicepresidente del Csm. Poi prevalse David Ermini. Nessuno tra i membri che si sono dimessi aveva votato per lei...
"Non credo sia una questione dirimente, ma è vero che all'elezione del vicepresidente hanno contribuito, in modo determinante, i quattro componenti che oggi non fanno più parte del consiglio (oltre che un quinto, ancora autosospeso)".
Lo dica...
"Guardi, il fatto non mi induce a rivendicare nulla: il vicepresidente, dopo un'elezione sofferta, si è comportato come tutti ci aspettavamo, in piena intesa con il Capo dello Stato e con alto senso istituzionale. Ne sono convinto. E questo conta".
Non crede che quel che conta sia la tenuta del sistema Giustizia, la credibilità dei suoi stessi uomini?
"L'indipendenza della magistratura è garanzia di libertà per tutti i cittadini; chi ha provato ad abusarne indebitamente se la vedrà con... la giustizia stessa, penale e disciplinare". Resteranno scorie. "Il valore di fondo deve essere preservato in ogni modo, io lotterò per questo. Troppi magistrati hanno pagato con la vita per non aver accettato ingerenze esterne".
Forse è il caso di procedere a un riordino?
"È urgente. Vanno rese parenti tutti le nomine, introducendo criteri matematici di valutazione dei titoli; la struttura va aperta a personale assunto per concorso, e non di provenienza dai ruoli della magistratura; va rivisto, nel rispetto dei principi costituzionali, il sistema di elezione dei componenti togati".
Un antico libro dei sogni...
"Non dobbiamo rassegnarci. Questa brutta faccenda può essere l'occasione per buone riforme. Non improvvisate sull'onda degli eventi".
Lei si riaffaccerebbe su questo mondo?
"Non sono pentito, ora viene il bello. Si tratta di lavorare per un nuovo modo di governare la magistratura: saremo pronti ad affrontare una sfida storica".
di Isotta Carosso
La Stampa, 1 luglio 2019
Fra le tante attività i reclusi impegnati in vigna, pet therapy e presto nella coltivazione di un noccioleto. "Evasioni carcerarie" è il nome scelto per l'evento con cui ieri la casa di reclusione "Montalto" di Alba ha aperto i cancelli per far entrare ospiti e famigliari dei reclusi a cui raccontare le attività dei suoi 49 detenuti che oggi occupano l'unica ala del carcere riaperta dopo la chiusura per legionella oltre tre anni fa.
In un teatro allestito fra gli alberi del giardino, con la regista Fulvia Roggero e alcuni volontari, i detenuti-attori hanno messo in scena lo spettacolo "La vita è sogno...il sogno è vita?". Presenti anche i garanti regionale e comunale dei detenuti, Bruno Mellano e Alessandro Prandi, e la direttrice del carcere Giusy Piscioneri. "Il teatro è un percorso di crescita al di là di dove lo si fa - ha spiegato la regista. Significa imparare a mettersi in gioco e a portare a termine lo spettacolo nonostante le difficoltà". Con le insegnanti del Cpia, invece, hanno potuto partecipare al corso di italiano e a quello di inglese - uno dei più gettonati - entrambi con esame e attestato finale. Il corso di arte è stato dedicato alla ceramica.
"Non sono pochi gli ostacoli per poter realizzare queste attività in carcere - hanno raccontato le docenti -. I protocolli da seguire, gli oggetti che non si possono portare, gli utenti che cambiano continuamente, ma i risultati ci sono. Molti di loro hanno superato gli esami e potuto vivere esperienze importanti". Ad esempio cinque ragazzi del corso di arte hanno ottenuto un permesso speciale per visitare la mostra della Fondazione Ferrero "Dal nulla al sogno".
Fra le novità, "Il manuale dei giovani ristretti", con le ricette messe a punto in carcere dove quotidianamente preparano i loro pasti e i consigli dello chef stellato Davide Palluda. I corsi di pet therapy si fanno dal 2014 con l'associazione "Recuperamiamoli" e il supporto del Csv, un percorso culminato con le visite ad anziani e ai malati psichici. A raccontare l'esperienza è stato uno dei detenuti, Alex, con Penelope, uno dei sei cani tutti vittime di maltrattamenti e ora esperti "terapisti": "Qui pensiamo sempre a ciò che ci manca, ma quelle visite ci hanno mostrato che basta poco per essere felici. La fiducia che ci è stata accordata e la sensazione di aver dato qualcosa anche noi è impagabile".
L'agronomo Giovanni Bertello e il professor Bruno Morcaldi hanno raccontato di come l'agricoltura in Langhe e Roero la fa da padrona anche in carcere, proprio con l'obiettivo di insegnare un mestiere ai detenuti: lungo tutto il perimetro interno della casa di reclusione corrono i filari di viti coltivati in collaborazione con la scuola Enologica dove viene vinificato il "Valelapena"; quest'anno entreranno in produzione i noccioli, sono stati piantati i primi alberi da frutta e l'orto è coltivato in ogni spazio verde. A portare avanti i progetti nelle scuole, ma non solo, sono i volontari dell'associazione Arcobaleno.
Due allieve del liceo "Da Vinci", presenti ieri, ad esempio hanno deciso di fare in carcere l'alternanza scuola/lavoro: "Le nostre famiglie - hanno raccontato Clara Riverditi e Giulia Leone - erano spaventatissime. Siamo entrare piene di pregiudizi, invece questa esperienza ci ha cambiate completamente in meglio. Abbiamo ascoltato tante storie e incontrato quelli che oggi consideriamo amici".
di Jens Berthelsen*
La Repubblica, 1 luglio 2019
Birra Malnatt è nata dalla volontà di dare un'occasione concreta di reinserimento lavorativo e sociale ad alcuni detenuti delle carceri milanesi. Cercheremo di fare acquisire loro delle professionalità che saranno utili anche al termine della detenzione.
Di lavoro datare per Malnatt ce n'è: sono birre agricole, "a cm zero", tutti gli ingredienti sono coltivati in cascina, vicino Abbiategrasso. Ci sono i campi di orzo e frumento, anche il luppolo è una varietà selvatica coltivata e raccolta in cascina. E, visto che per fare una birra di qualità ci vogliono ingredienti di qualità, sin dall'inizio il lavoro dei detenuti sarà determinante.
Saranno infatti inseriti nella filiera di produzione, all'inizio nelle attività più "semplici" come la coltivazione dei campi o la movimentazione dei materiali, poi, via via, saranno formati in modo da essere inseriti nel lavoro del birrificio.
Abbiamo realizzato tre referenze di Birra Malnatt, come omaggio alle tre carceri di Milano. Sono ad alta fermentazione, non pastorizzate, non filtrate e rifermentate in bottiglia. Appaganti, ma non troppo complesse le ricette: c'è la Malnatt di San Vittore, chiara, di facile bevuta ma non banale, dove le note amaricanti del luppolo ben bilanciano il sapore del malto; Malnatt di Bollate è una weiss, birra di frumento, con aroma erbaceo e un gusto rinfrescante e morbido, per le occasioni speciali.
Mentre Malnatt di Opera, massima sicurezza, è una birra rossa, più strong, con aroma di frutti di sottobosco dal gusto rotondo, dove è ben percettibile il malto caramello e la liquirizia, ideale in un momento di riflessione.
*Danese, si è trasferito nel Parco del Ticino, mastro birraio
Il Sole 24 Ore, 1 luglio 2019
Collaboratori di giustizia - Benefici penitenziari - Misura della detenzione domiciliare - Istanza - Valutazione - Giudizio prognostico. Ai fini dell'applicazione della misura della detenzione domiciliare al collaboratore di giustizia, pur in presenza dell'apporto collaborativo con l'autorità giudiziaria le irregolarità comportamentali caratterizzate anche dal persistere di frequentazioni con determinati soggetti non consentono la formulazione di un giudizio prognostico positivo in ordine al definitivo distacco da logiche criminali ed alla conformità dei futuri comportamenti. [Nel caso in esame il Tribunale di sorveglianza ha rigettato l'istanza avanzata dal collaboratore di giustizia nonostante il parere favorevole espresso dalla Direzione distrettuale antimafia].
• Corte di cassazione, sezione I, sentenza 19 giugno 2019 n. 27332.
Istituti di prevenzione e di pena (ordinamento penitenziario) - Benefici penitenziari - Collaboratori di giustizia - Ravvedimento - Presenza di elementi positivi di prova - Necessità - Fattispecie. Ai fini della concessione dei benefici penitenziari in favore dei collaboratori di giustizia, il requisito del "ravvedimento" previsto dall'art. 16-nonies, comma 3, del d.l. 15 gennaio 1991, n. 8, convertito nella legge 15 marzo 1991, n. 82, non può essere oggetto di una sorta di presunzione, formulabile sulla sola base dell'avvenuta collaborazione e dell'assenza di persistenti collegamenti del condannato con la criminalità organizzata, ma richiede la presenza di ulteriori e specifici elementi, di qualsivoglia natura, che valgano a dimostrarne in positivo, sia pure in termini di mera, ragionevole probabilità, l'effettiva sussistenza. (In applicazione di tale principio, la Corte ha rigettato il ricorso avverso l'ordinanza di diniego del beneficio della detenzione domiciliare con cui il tribunale di sorveglianza aveva rilevato che il pesante passato criminale del ricorrente, le pregresse violazioni del regime degli arresti domiciliari, nonché i comportamenti intimidatori in costanza di detenzione, anche successivamente all'intrapresa collaborazione, non consentivano di valutare il recente miglioramento della condotta intramuraria quale indice di pieno ed irreversibile ravvedimento).
• Corte di cassazione, sezione I, sentenza 1° ottobre 2018 n. 43256.
Istituti di prevenzione e di pena (ordinamento penitenziario) - Liberazione anticipata speciale - Presupposti - Status di collaboratore di giustizia - Presunzione automatica del "ravvedimento" - Esclusione. Ai fini della concessione della liberazione anticipata speciale, introdotta dall'art. 4, D.L. 23 dicembre 2013, n. 146, così come modificato dalla legge 21 febbraio 2014, n. 10, la condizione di collaboratore di giustizia non comporta alcun automatismo favorevole al condannato, in presenza o meno dei reati ostativi previsti dall'art. 4-bis della legge n. 354 del 1975, essendo sempre necessario l'accertamento, da parte del Tribunale di sorveglianza, del requisito del "ravvedimento", che presuppone una convinta revisione critica delle pregresse scelte criminali e la formulazione, quanto meno in termini di elevata e qualificata probabilità, di un giudizio prognostico di pragmatica conformazione della futura condotta di vita alle regole dettate dall'ordinamento.
• Corte di cassazione, sezione I, sentenza 20 luglio 2015 n. 31421.
Istituti di prevenzione e di pena (ordinamento penitenziario) - Benefici penitenziari - Collaboratori di giustizia - Ravvedimento - Presenza di elementi positivi di prova - Necessità - Fattispecie.
In tema di concessione dei benefici penitenziari in favore dei collaboratori di giustizia, la condizione del "ravvedimento" ex articolo 16-nonies, comma terzo, D.L. n. 8/1991, conv. in L. n. 82/1991, non può dirsi realizzata sulla sola base dell'avvenuta collaborazione e della mancanza di persistenti collegamenti del condannato con la criminalità organizzata, ma postula la presenza di ulteriori, specifici elementi, di qualsivoglia natura, che valgano a dimostrarne in positivo, sia pure in termini di mera, ragionevole probabilità, l'effettiva sussistenza. (Fattispecie in cui era stata respinta la richiesta di detenzione domiciliare, ritenendo dimostrativa della mancanza di un autentico ravvedimento la condotta del condannato "collaboratore di giustizia", cui era stata poco tempo prima revocata la medesima misura, per essersi allontanato ingiustificatamente dalla propria abitazione rendendosi di fatto irrintracciabile).
• Corte di cassazione, sezione I, sentenza 5 dicembre 2013 n. 48891.
di Giuseppe Amato
Il Sole 24 Ore, 1 luglio 2019
Cassazione - Sezione III penale - Sentenza 3 aprile 2019 n. 14600. Per il reato di cui all'articolo 10 del decreto legislativo n. 74 del 2000 (occultamento o sottrazione di documenti contabili), la possibilità di richiedere il patteggiamento, giusta la disciplina dettata dall'articolo 13-bis, comma 2, dello stesso decreto, è necessariamente subordinata, laddove possibile, al ravvedimento operoso (nella specie, consistente nell'esibizione, sia pure tardiva, delle scritture contabili e dei documenti eventualmente occultati e tuttavia non distrutti) e, in ogni caso, all'integrale estinzione del debito per imposte sui redditi e/o sul valore aggiunto, compresi interessi e sanzioni amministrative, riferito alle annualità oggetto di accertamento e in relazione alle quali la condotta illecita è stata tenuta. Così la sezione III penale della Cassazione con la sentenza n. 14600 del 2019.
Sulla questione, cfr., peraltro, Sezione III, Proc. gen. App. Perugia in proc. Bianconi, laddove si è affermato che, relativamente ai delitti di cui agli articoli 10-bis, 10-ter, 10-quater, comma 1, 4 e 5 del decreto legislativo n. 74 del 2000, l'estinzione del debito tributario mediante pagamento ovvero il ravvedimento operoso non possono configurare una condizione per accedere al patteggiamento giacché tali evenienze integrano una causa di non punibilità del reato, come tale concettualmente incompatibile con la definibilità con il rito alternativo. Da ciò consegue che l'ammissibilità al rito speciale non presuppone affatto la preventiva verifica dell'essersi realizzate le anzidette condizioni: non a caso l'articolo 13-bis, comma 2, del decreto legislativo n. 74 del 2000, che pone tale regola di verifica per gli altri delitti tributari, fa salvi i casi di cui ai commi 1 e 2 del precedente articolo 13, proprio relativi ai reati suddetti.
Ad analoga conclusione, secondo tale decisione, diversamente da quella qui massimata, deve pervenirsi anche relativamente al reato di cui all'articolo 10 del decreto legislativo citato, sia pure per ragioni diverse. Infatti, si è sostenuto, l'occultamento o la distruzione delle scritture contabili ivi sanzionati non sono correlati all'esistenza di un profitto o di un danno erariale quantificabili, per cui rispetto a tale fattispecie il preventivo accertamento dell'estinzione integrale del debito o del ravvedimento operoso risulta inesigibile, a meno che non si verifichi - e sia oggetto di contestazione - che nei confronti dell'imputato, in relazione alla peculiare condotta illecita descritta dal predetto articolo 10, sia eventualmente maturato uno specifico debito erariale che avrebbe potuto essere estinto dal contribuente con gli istituti all'uopo previsti dal sistema tributario.
di Giuseppe Amato
Il Sole 24 Ore, 1 luglio 2019
Cassazione - Sezione VI penale - Sentenza 14 giugno 2019 n. 26349. I provvedimenti in materia di misura di prevenzione patrimoniale del controllo giudiziario di cui all'articolo 34-bis del decreto legislativo 6 settembre 2011 n. 159, non rientrano tra quelli suscettibili di essere impugnati secondo il vigente sistema delle impugnazioni del codice antimafia, stante la tassatività dei mezzi di impugnazione desumibile dal disposto dell'articolo 27 dello stesso decreto legislativo, ma anche desumibile dal disposto dell'articolo 34, comma 6, dello stesso decreto, che circoscrive i casi di impugnabilità dell'amministrazione giudiziaria, che pure è misura di prevenzione di maggiore portata e con effetti più invasivi del controllo giudiziario. Questo il principio della Cassazione espresso con la sentenza 14 giugno 2019 n. 26349.
Secondo i giudici penali, in senso contrario, non potrebbe evocarsi il richiamo contenuto nell'articolo 34-bis alle forme del procedimento in camera di consiglio di cui all'articolo 127 del codice di procedura penale, perché tale richiamo non implica, di per sé, la ricezione completa del modello procedimentale descritto in questa norma, ivi compreso il ricorso in sede di legittimità previsto nel comma 7. La mancanza di mezzi di impugnazione peraltro appare coerente con la natura provvisoria del provvedimento, che, laddove adottato, come l'amministrazione giudiziaria, può evolvere per decisione dello stesso giudice che l'ha emesso, nel senso della revoca o dell'aggravamento.
In senso conforme, sezione VI, 4 aprile 2019, Consorzio Go Service Scarl in liquidazione, secondo cui, appunto, il provvedimento adottato dal tribunale ai sensi dell'articolo 34-bis del decreto legislativo 6 settembre 2011 n. 159 non è ricorribile per cassazione. In realtà, la prevalente giurisprudenza di legittimità si è espressa per la ricorribilità in cassazione del provvedimento ex articolo 34-bis citato (sezione II, 14 febbraio 2019, Fradel Costruzioni Soc. coop.; sezione II, 13 febbraio 2019, Consorzio sociale Coin; nonché, sezione V, 2 luglio 2018, Eurostrade srl, laddove, in particolare, si è affermato che avverso il provvedimento adottato dal tribunale ai sensi dell'articolo 34-bis, comma 6, del decreto legislativo n. 159 del 2011, sia esso di accoglimento ovvero di diniego della richiesta applicazione del controllo giudiziario, i soggetti interessati possono proporre soltanto ricorso per cassazione, giusta la previsione dell'articolo 127, comma 7, del codice di procedura penale).
Per l'effetto, sul punto dell'impugnabilità del provvedimento ex articolo 34-bis, proprio a fronte del rilevato contrasto interpretativo, è emersa la necessità di un intervento chiarificatore delle Sezioni unite. Così, l'ordinanza della sezione VI, 15 maggio 2019-3 giugno 2019 n. 24661, Ricchiuto, proprio apprezzando la sussistenza di un contrasto di giurisprudenza, ha rimesso alle Sezioni unite la questione se contro il provvedimento con cui il tribunale, competente per le misure di prevenzione, neghi l'applicazione del controllo giudiziario richiesto, ex articolo 34-bis, comma 6, del decreto legislativo 6 settembre 2011 n. 159, dall'impresa destinataria di una interdittiva antimafia, sia o no proponibile il ricorso per cassazione.
La Corte, infatti, ha considerato la presenza dell'orientamento maggioritario che ammette la ricorribilità in cassazione, secondo il procedimento di carattere generale previsto dall'articolo 127, comma 7, del codice di procedura penale, ma ha anche considerato diversa presa di posizione (di cui è espressione la sentenza massimata), di segno diametralmente opposto, che nega l'impugnabilità del provvedimento argomentandolo dal carattere di non definitività del provvedimento stesso e sostenendo, in proposito, che non potrebbe invocarsi il rinvio alle forme di cui all'articolo 127 del codice di procedura penale contenuto nell'articolo 34-bis, comma 6, sul rilievo che tale rinvio non implica, di per sé, la ricezione completa del modello procedimentale descritto in questa norma, ivi compreso il ricorso in sede di legittimità previsto nel comma 7.
Il Mattino di Padova, 1 luglio 2019
Un concerto speciale, domani alle 21.15 nell'ambito del Castello Festival, al Castello Carrarese. Si esibiscono il coro Canto Libero della Casa di reclusione Due Palazzi e la band Suoni Dentro, sempre nata all'interno del carcere.
Il concerto è a cura dell'associazione Coristi per Caso, che sei anni fa ha fondato il coro ora diretto da Giulia Prete, e da quest'anno con l'appoggio di Comune, fondazione Cariparo e in collaborazione con la direzione della Casa di reclusione, ha messo in piedi un laboratorio musicale gestito da Daniele Pinato, Elena Fasoli e Vilson Luari della cooperativa Universi musicali.
Sia il coro che la band sono composti da detenuti e volontari dell'associazione padovana Coristi per caso. È iniziato nel 2011 il progetto corale Canto Libero in carcere allo scopo di coinvolgere le persone detenute in un'esperienza artistica a supporto del percorso riabilitativo.
Negli anni, passo dopo passo, condividendo voci, tempo, emozioni, fatiche e traguardi questo gruppo di persone, detenuti e volontari, si è trasformato in un vero coro dove ognuno ha la possibilità di offrire il proprio contributo creativo e insostituibile.
Gazzetta del Mezzogiorno, 1 luglio 2019
I sopravvissuti accusano l'Onu di non aver ascoltato le ripetute richieste d'aiuto ma l'Unhcr nega: "Non avevamo possibilità di accesso". Rinchiusi per mesi, a centinaia, con un caldo soffocante, dentro hangar nel deserto della Libia occidentale pieni di vermi, spazzatura ed escrementi: abbandonati in queste condizioni, 22 migranti sono morti di malattia, di fame e sete da settembre.
Non sono stati neanche sepolti perché mancano cimiteri per cristiani e i loro corpi sono stati ammassati in locali con l'aria condizionata o in frigoriferi. E ora i sopravvissuti e i loro avvocati accusano le agenzie umanitarie dell'Onu di aver "chiuso un occhio" davanti a quanto accadeva o di avere "risposto con troppa lentezza".
L'Agenzia dell'Onu per i rifugiati, Unhcr, ha negato le accuse, affermando di non aver potuto accedere a certe parti del centro, gestito da una delle molte milizie libiche. Ma le testimonianze riferiscono che i detenuti a Zintan dovevano dividere ogni giorno un paio di secchi d'acqua fra tutti e che sopravvivevano a stento con un pasto a giorno. Il responsabile della struttura ha negato che vi sia stato alcun ostacolo all'accesso.
Ma, a quanto risulta dal materiale giunto all'Associated Press, vi sarebbe stato del disaccordo tra l'Unhcr e altre agenzie circa le condizioni del centro. Ma si stima che siano almeno seimila quelli rinchiusi in decine di centri di detenzione gestiti da milizie accusate di ogni genere di abusi. A Zintan i migranti all'interno del centro di detenzione che sono stati contattati hanno accusato l'Unhcr di averli abbandonati. All'interno della struttura sono detenuti 700 africani, in maggioranza eritrei. Fino all'inizio di questo mese erano tenuti in un hangar. Successivamente sarebbero stati trasferiti in strutture più piccole, ma in condizioni altrettanto critiche.
di Francesco Grignetti
La Stampa, 1 luglio 2019
In questa prima settimana di luglio, Matteo Salvini ha due obiettivi: chiudere definitivamente la partita con la capitana Carola, e allo stesso tempo approfittare dell'occasione per rimettere mano al decreto Sicurezza bis e tornare alle versioni originarie, quelle che furono poi ritoccate dopo una certa discussione con Palazzo Chigi.
Nel frattempo, però, i M5S hanno preso la batosta delle elezioni europee e Luigi Di Maio non s'oppone più di tanto alle idee brutali dell'altro vicepremier. Così arriveranno un raddoppio delle multe e soprattutto il sequestro delle imbarcazioni umanitarie già a una prima infrazione e non più in caso di reiterazione del reato.
Di Carola, è presto detto: la linea del Viminale è mettere in discussione il preteso "allarme sanitario" a bordo. Un'operazione che è politica e giudiziaria. Se infatti il comandante della Sea Watch 3 ha invocato le cause di forza maggiore a motivo della sua decisione di entrare in porto, Salvini è categorico: "Nessuno dei 41 immigrati scesi dalla Sea Watch presenta malattie o problemi particolari come scabbia o disidratazione: sono stati rifocillati, hanno passato una notte serena e per nessuno di loro è stato disposto il trasferimento in elisoccorso verso l'ospedale di Palermo.
Resta quindi da capire a quale "stato di necessità" si riferisse la Ong per giustificare l'attracco non autorizzato con speronamento della motovedetta della Guardia di Finanza". La sua strategia è chiara: se si dimostrasse che non c'era alcuna emergenza, la nave umanitaria non potrebbe essere più considerata una "ambulanza del mare" (copyright del capogruppo dem Graziano Delrio). Resterebbe solo l'irruzione in porto.
A questo proposito, domani per la giovane tedesca, che al momento si trova agli arresti domiciliari, ci sarà l'esame di garanzia davanti al gip di Agrigento. Al Viminale, è noto, se gli arresti non venissero confermati, è pronto un ordine di espulsione come "persona non gradita". Questa ormai è la posizione dell'intero governo italiano, non soltanto del vicepremier Salvini.
Dice infatti di Carola il premier Giuseppe Conte: "Qualcuno la descrive come un'eroina, alcuni la stanno insultando; ritengo scorretto aggredirla verbalmente. Non evocherei concetti così forti come disobbedienza civile, perché ci vedo un ricatto politico compiuto scientemente con l'utilizzo strumentale di quaranta persone".
Oppure la ministra della Difesa, Elisabetta Trenta: "Quanto fatto da Carola Rackete, è stato gravissimo. Non solo perché ha disobbedito all'alt della Guardia di Finanza, violando le leggi dello Stato italiano, ma soprattutto perché lo ha fatto rischiando di arrecare danni irreparabili ai nostri uomini e donne in uniforme".
L'azione di forza da parte della nave umanitaria, però, sembra avere segnato un punto di non ritorno nelle posizioni del governo verso le Ong. Luigi Di Maio stesso invoca ora una "soluzione affinché quelle imbarcazioni che se ne fregano delle nostre leggi non tornino più in mare già alla prima infrazione. Non si deve aspettare oltre". Sembra quasi, a questo punto, che ci sia una rincorsa tra gli esperti legislativi della Lega e quelli del M5S ad definire l'inasprimento definitivo del decreto Sicurezza bis, che proprio nei prossimi giorni sarà in discussione in Parlamento.
Dice ancora Di Maio: "Non si può andare avanti sequestrando e poi dissequestrando la stessa imbarcazione, e sta per accadere di nuovo con la "Sea Watch 3". Se quella nave torna in mare con un nuovo comandante, cosa cambia?". I grillini la pensano come i leghisti perché, oltre una multa severissima, ci sia anche il sequestro amministrativo e poi la confisca delle navi umanitarie fin dalla prima infrazione di un divieto di ingresso nelle acque territoriali.
"Se entri nelle nostre acque violando la legge, perdi definitivamente l'imbarcazione, senza attenuanti e multe che incidono ben poco. Se forze armate, capitaneria o corpi di polizia lo vorranno, daremo a loro le navi confiscate. Solo in questo modo ridurremo il traffico nel Mediterraneo verso l'Italia".
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