di Massimiliano Lanzotto
La Città di Salerno, 3 luglio 2019
Il Garante dei detenuti: "Sovraffollamento, carenze strutturali e sanitarie". Le carceri campane scoppiano, il sovraffollamento è il problema cronico. Rispecchiano il trend nazionale. La vita intramuraria è dura, anche i gesti più semplici e quotidiani sono difficili. Le strutture sono deficitarie, rispettano appena le norme basilari. Gli operatori si fanno in quattro, anche se sono sottorganico, ma il numero dei tentativi di suicidio o le forme di autolesionismo sono preoccupanti.
Il sovraffollamento. La relazione annuale del Garante regionale delle persone sottoposte a misure restrittive della libertà personale, Samuele Ciambriello, presentata ieri al carcere di Salerno, riporta il quadro reale e disarmante della situazione carceraria regionale. Che non migliora per gli istituti di pena del Salernitano: in quello di Fuorni a fronte di una capienza regolare di 366 detenuti, ne sono ospitati 507. Non va meglio al carcere di Vallo della Lucania, dove è previsto un massimo di 56 detenuti macchiatisi di reati della sfera sessuale. I cosiddetti "sex offender". L'eccezione è rappresentata dall'Icatt di Eboli dove, a fronte di una capienza di 50 detenuti, ne sono collocati 44.
Suicidi e autolesionismo. Che la vita è dura per le persone ristrette, lo dimostra un dato significativo degli eventi critici nel carcere di Salerno. Nel 2018 si sono registrati 13 tentativi di suicidi e ben 122 forme di autolesionismo. Situazioni di pericolo sventate dalla polizia penitenziaria, che è anch'essa in scartamento ridotto (218 su un fabbisogno di 243), e dagli stessi detenuti, intervenuti in extremis per evitare gesti estremi dei compagni di cella. Anche questa è una conseguenza dello stato di degrado della struttura carceraria. Il padiglione che ospita i tossicodipendenti, ad esempio, è invivibile come raccontato dal presidente del tribunale di Sorveglianza di Salerno, Monica Amirante, che ha effettuato di recente un'ispezione.
anconatoday.it, 3 luglio 2019
Le alte temperature registrate negli ultimi giorni e le ricorrenti notizie sull'acuirsi di alcuni problemi hanno portato alla decisione di una verifica più attenta della situazione complessiva, visto anche quando accaduto nel passato e soprattutto durante il periodo estivo. Le alte temperature degli ultimi giorni e le ricorrenti notizie sull'acuirsi di alcuni problemi che insistono sugli istituti penitenziari marchigiani, hanno portato il Garante delle Marche, Andrea Nobili, a riavviare l'azione di monitoraggio su tutto il territorio regionale. Prima tappa domani a Montacuto, mentre nei prossimi giorni sarà la volta di Villa Fastiggi ed a seguire le visite nelle altre strutture.
"Nonostante le nostre continue sollecitazioni agli organismi preposti - sottolinea Nobili - non ravvisiamo a tutt'oggi interventi significativi in grado di attenuare le criticità che sono state riscontare negli anni passati, soprattutto nel periodo estivo, e che ci avevano portato già nel 2017 ad infornare il Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria e ad allertare l'area sanitaria, soprattutto per quanto riguarda il carcere pesarese". Il Garante ritiene pertanto indispensabile verificare la situazione complessiva, "cercando di prevenire ulteriori criticità, sempre con la collaborazione degli organismi preposti e di quanti operano negli istituti penitenziari".
di Ezio Massucco
targatocn.it, 3 luglio 2019
Ancora in alto mare il progetto per recuperare il "Montalto". Italia paese dei paradossi. Quella che per molti è una conclamata evidenza trova purtroppo conferma anche quando si parla di un tema spinoso e spesso volutamente dimenticato come quello del carcere.
La notizia - per certi versi storica - è quella che vede i detenuti italiani aver superato quota 60mila, oltre 10mila in più di quella che sarebbe la capienza massima della vetusta rete di strutture a disposizione del nostro sistema penitenziario. I progetti per la costruzione di nuovi istituti di detenzione vengono però procrastinati con la frequenza dei governi che si succedono nella Capitale, senza mai veder concretamente la luce, mentre il fenomeno del sovraffollamento è descritto da numeri sempre più fuori controllo, con una media di 120 carcerati là dove i già angusti spazi delle italiche celle ne prevedrebbero 100, un medico di base ogni 350 detenuti (1/150 il rapporto richiesto dalla normativa) e un incedere del numero di morti e suicidi dietro le sbarre (148 nel 2018, di cui ben 67 per atti anticonservativi; 60 morti e 20 suicidi ad oggi nell'anno in corso) che meglio di mille parole descrivono la drammaticità di una situazione con la quale, per ignoranza o convenienza politica, pochi hanno il coraggio e la civiltà di guardare.
Nell'Italia dei paradossi succede quindi che, per difendere quella classe di dimenticati rappresentata dalle persone in regime di restrizione della libertà, ma anche per ricordare i richiami arrivati in questo senso all'Italia dalla Corte Europea per i Diritti dell'Uomo, si debba muovere l'Unione delle Camere Penali. Per riportare nell'agenda della politica il dibattito sul tema delle condizioni di vita dei nostri detenuti l'organismo che rappresenta gli avvocati che si occupano di pene e condanne ha infatti proclamato per martedì 9 luglio una giornata di astensione dalle udienze e da ogni attività di carattere penale, insieme a una manifestazione di protesta in programma a Napoli.
"Le ragioni dell'astensione - spiega da Alba l'avvocato Roberto Ponzio - risiedono sostanzialmente nella drammatica situazione degli istituti di pena, ma anche nella preoccupazione ravvisata dall'avvocatura sulle posizioni più volte mostrate in materia dall'attuale Governo. La politica italiana si sta ponendo in contrasto a principi sanciti della Costituzione, che all'articolo 27 prescrive che 'le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannatò. In forza di una distorta idea di certezza della pena si insegue invece un consenso popolare spesso costruito sull'emotività".
Ma nel Paese dei paradossi c'è poi un'altra nuova, tutta italiana, che peraltro tocca da vicino Alba e il suo carcere. Col recente Decreto Sicurezza bis il Governo ha infatti aperto alla possibilità di sopperire alla cronica mancanza di celle convertendo in case di reclusione immobili pubblici dismessi. Tra questi diverse ex caserme, come la "Bixio" di Casale Monferrato.
Una scelta che lascia perplesso chi conosca la storia recente del Carcere "Giuseppe Montalto" di Alba, chiuso dal gennaio 2016 per la contaminazione da legionella che ne interessò gli impianti pochi giorni prima e riaperto soltanto un anno e mezzo dopo, a metà 2017, e solamente per un quarto - 35 posti su 140 - della sua capienza regolamentare.
Nell'unica recentissima palazzina ora attiva (la sede riaperta è quella, staccata dal corpo centrale, che in passato aveva ospitato la sezione femminile prima e quella dei collaboratori di giustizia poi) in questo momento trovano ospitalità ben 50 detenuti, con un tasso di occupazione che - attestato al 140% - fa di quella albese una delle sedi più sovraffollate d'Italia.
Questo mentre il progetto per l'integrale recupero della struttura langue. Per riaprire completamente il carcere occorre che il Dipartimento dell'Amministrazione Penitenziaria metta mano al progetto da circa 4,5 milioni di euro da tempo inserito nei periodici piani di edilizia penitenziaria approvati dal Ministero della Giustizia. "Dopo un iter progettuale durato anni e che ora dovrebbe essere finalmente concluso - spiega il garante comunale dei detenuti Alessandro Prandi -, siamo in attesa della pubblicazione del bando.
Quando arriverà, dovremo poi aggiungere i relativi tempi di affidamento e lavori che non dureranno meno di un anno. Se anche si partisse domani, insomma, per vedere il Montalto interamente riaperto bisogna attendere almeno sino al 2021, se non oltre. E questo se non si perderà altro tempo. In questo senso sarà importante che anche la nostra nuova Amministrazione cittadina riprenda da subito la necessaria interlocuzione con il Dap e il Ministero".
"Siamo di fronte a una situazione paradossale e incomprensibile - commenta ancora Roberto Ponzio. Come mai si cercano nuove sedi, immaginando interventi di riconversione anche molto impegnativi, quando con un investimento tutto sommato modesto si potrebbe recuperare la disponibilità di una struttura come la nostra, relativamente recente, nata come carcere e da sempre adibita a quella funzione, e sulla quale negli anni sono state operate anche spese per l'allestimento di strutture tecnologicamente moderne e avanzate?".
di Giovanni De Peppo*
Ristretti Orizzonti, 3 luglio 2019
Per la prima volta in un concerto, i tre violini, costruiti nel laboratorio di liuteria dell'Istituto delle "Sughere", suoneranno in uno dei organizzati nell'ambito della V edizione del Festival di musica Sanctae Juliae. L'evento che si svolgerà venerdi 5 luglio alle ore 14 nella sezione alta sicurezza della Casa Circondariale di Livorno vedrà spettatori i detenuti, gli operatori e autorità. Il direttore artistico Marta Lotti, Presidente dell'Associazione Musica Ritrovata, ha assicurato la partecipazione di artisti di fama internazionale e va inoltre sottolineato l'impegno dell'IIP Vespucci-Colombo che, grazie ai corsi di formazione di canto, composizione, chitarra e liuteria, ha consolidato il percorso che ha permesso un iniziativa di spessore culturale e riabilitazione.
Laboratorio di canto: Maria Luigia Borsi
Laboratorio di composizione: Girolamo Deraco
Laboratorio di chitarra: Gaia Russo
Laboratorio di liuteria: Giovanni Pasquali
Davvero una bella la storia che potremo raccontare e che rappresenta la nascita del laboratorio dove sono stati realizzati i violini in uno spazio nato per la costruzione di oggetti e modellini come hobby e si trasforma, con la passione e la determinazione dei detenuti, in un luogo capace di produrre strumenti musicali di elevata qualità. Per tale regione, il nostro impegno è finalizzato a valorizzare e consolidare l'attività di liuteria con l'intento che questa possa trasformarsi in una vera e propria occasione di riscatto e di lavoro. L'iniziativa nasce in una logica di straordinario lavoro di squadra tra la Direzione del Carcere, dott. Carlo Mazzerbo, la capacità e l'inventiva del Corpo della Polizia Penitenziaria, la determinazione dell'Area trattamentale educativa, i docenti dell'Istituto Vespucci Colombo di Livorno e il Garante dei detenuti del Comune di Livorno.
Il concerto negli spazi della Casa Circondariale sarà l'occasione di ascoltare il suono dei violini costruiti dai detenuti e dalla presenza del Soprano Maria Luigia Borsi, della chitarrista Gaia Russo, del compositore Girolamo Deraco e al liutaio Giovanni Pasquali, Brad Rapp al violino e Aldo Gentileschi al pianoforte.
Si percepisce una particolare sensazione in carcere quando si entra in quello strano laboratorio inventato dalla sensibilità di un ispettore della Polizia penitenziaria. Un luogo che finalmente non è un non-luogo, ma una fucina di idee, desideri, prospettive e speranze.
All'inizio un posto dove usare le proprie mani e il proprio ingegno per costruire modellini di navi o carretti che potevano richiamare i luoghi dell'infanzia dimenticata.
Poi un giorno qualcuno di loro, dei ristretti, in quel laboratorio, che profuma di libertà e di riscatto, guardando i modellini di strumenti musicali muti e inanimati ci dice che vorrebbe producessero suoni e armonia come quelli veri, quelli dei concerti, quelli che la musica la producono davvero. Grazie allo sguardo di qualcuno e di tanti altri che sanno traguardare la propria vita oltre le mura, oltre i cancelli, nasce il laboratorio di liuteria. Noi comunità, noi città, non possiamo perdere un'occasione di riscatto e di speranza fatta di armonia e bellezza, solo l'armonia, la bellezza possono salvare loro e noi stessi.
*Garante detenuti Comune di Livorno
opusdei.org, 3 luglio 2019
Lorenzo Lento offre ai carcerati l'opportunità di formarsi nell'ambito delle tecnologie informatiche per dare loro una possibilità di inserimento lavorativo una volta usciti di prigione. Lorenzo ha portato la sua testimonianza ai ragazzi della residenza universitaria RUI di Roma.
Come può un ex detenuto reimmettersi davvero nella vita sociale e comunitaria? Non è un problema da poco, e soprattutto è una sfida in cui la nostra comunità civile spesso può fallire. Un bell'esempio di missione compiuta sono Lorenzo Lento e le diverse Cisco Academy che contribuisce a gestire in varie carceri d'Italia. Gli studenti della residenza RUI di Roma lo hanno incontrato mercoledì 12 giugno e hanno avuto la possibilità di ascoltare e riflettere sulle esperienze che ha condiviso nel corso di un'ora di racconti.
Lorenzo da vent'anni offre ai carcerati l'opportunità di una formazione ICT (Information Communication Technology), consentendo così di dare spazio alla speranza di una vita fuori dal carcere e dando loro una concreta possibilità di reinserimento sociale e di carriera. Il progetto è nato nel carcere di Bollate, e all'inizio Lorenzo lo ha fatto esclusivamente a titolo di volontariato. In un secondo momento è arrivata la Cisco, leader mondiale dell'IT (Information Technology). Negli anni i corsi si sono estesi nelle carceri italiane più difficili. E sono proprio questi corsi che rendono i ragazzi che ne beneficiano così preparati da essere assunti - alcune volte mentre sono ancora in carcere - da aziende che non si preoccupano più della loro provenienza a fronte di una preparazione professionale solida.
Lorenzo ha parlato di come l'atteggiamento e il modo di porsi dei ragazzi cambi in classe durante i corsi nel momento in cui realizzano la grande opportunità che gli viene proposta. Molti ex allievi di Lorenzo sono stati assunti a tempo indeterminato da multinazionali in cui si occupano di vari campi, dalla cyber-security alla vendita di attrezzature informatiche. Beneficiano di questa opportunità anche ragazzi con una formazione scolastica minima, o senza alcuna esperienza di computer, riuscendo ciononostante, con tanta pazienza, a seguire i corsi della Cisco Academy e a diventare dei professionisti.
Recentemente Papa Francesco ha incontrato alcuni dei ragazzi che si sono formati con Lorenzo Lento, e si è detto molto contento per questo progetto sociale così incisivo. Ora il progetto si sta espandendo anche alle carceri minorili, e Lento "è in carcere" - come gli piace scherzare - dal lunedì al venerdì, tra Bollate, Napoli, Roma, ecc., a formare i suoi studenti e a dare, a gente che si credeva perduta, una nuova speranza.
di Sergio Gianni
ilcittadinomb.it, 3 luglio 2019
L'ottava edizione del progetto Rugby oltre le sbarre è in archivio, ma per il Rugby Monza l'appuntamento è già fissato per settembre. Quando la palla ovale rientrerà in via Sanquirico: "Questa è una esperienza unica". Qui non hanno paura di buttarsi nella mischia e di incassare anche qualche colpo proibito. E pure se c'è da andare controcorrente, non indietreggiano di un passo. Anzi. Perché al Rugby Monza fare sport significa soprattutto includere. Senza ipocrisia e senza timore.
Lo può confermare Roberta Perego, responsabile del progetto Rugby in carcere, assistente sociale di professione. L' ottava edizione di questa iniziativa è andata in archivio nei giorni scorsi, con una partita a ranghi misti disputata nella stessa casa circondariale di via Sanquirico. La sfida ha costituito il capolinea di un percorso avviato con una serie di lezioni di avvicinamento al rugby tenute da un tecnico della società biancorossa. Un compito che da due anni è affidato a Alessandro Casati, giocatore della formazione Old. Gli aspiranti rugbisti erano una decina.
"Da parte della direzione - spiega Roberta Perego - c'è sempre ovviamente stata la massima disponibilità. Il nostro referente in carcere è l'educatore Elia Fagnani. Uno degli obiettivi è quello di coinvolgere un numero sempre maggiore di neo rugbisti. Potremmo così costituire una formazione stabile. Ma non è un'impresa facile". Il Rugby Monza, comunque, non sta affrontando questa partita da solo. Anzi. La stessa Federazione Italiana Rugby ha definito uno specifico protocollo sul progetto "Il Rugby oltre le sbarre". A conferma che lo sport può essere considerato un mezzo di reinserimento sociale, una maniera per far andare finalmente in meta chi è stato il protagonista di una storia sbagliata.
"La partita - specifica Roberta - è stata un momento di divertimento e di aggregazione. Il bilancio, insomma, è positivo. Ma ti accorgi anche che la prossima volta potrai migliorare sotto qualche aspetto". Una specie di impegno preso per la prossima stagione. "A settembre - aggiunge Roberta - si riparte con questo progetto. Cercheremo di allestire una squadra più numerosa e di coinvolgere un maggior numero di nostri tesserati. C'è chi è venuto in carcere per giocare e poi ha chiesto più informazioni per darci una mano. Questa è un'esperienza unica: chi prende parte a questa iniziativa se ne rende subito conto".
Il Gazzettino, 3 luglio 2019
È entrato in carcere con la quarta elementare, da poco si è laureato in Filosofia con 110 e lode. Ciro Ferrara, 58 anni, ha fatto dello studio il suo riscatto globale: 30 anni filati di carcere, di cui 27 in regime di massima sicurezza (e la prospettiva dell'ergastolo), Ciro originario di Casoria è stato incoronato d'alloro al Due Palazzi grazie alla presenza dell'Ateneo che dà appunto la possibilità ai reclusi di farsi una cultura accademica.
Quello che adesso è il dottor Ferrara ha iniziato a stare chino sui libri a inizio del millennio, dopo una giovinezza particolarmente svogliata, scolasticamente parlando. Ma mai dire mai, a marzo dell'anno scorso Ferrara ha conseguito la laurea magistrale con una tesi su padre Agostino Trapè, teologo ed esperto di Sant'Agostino.
Ad orientarlo e supportarlo negli studi dietro le sbarre sono stati i volontari dell'associazione Operatori Carcerari Volontari che lo hanno stimolato, incoraggiato a dare il tutto per tutto, prendendo - sempre guardando il cielo a strisce verticali - prima il diploma di terza media, poi la maturità di istituto tecnico commerciale, infine la laurea e, adesso, l'iscrizione a un secondo percorso di studi accademici: Lettere moderne.
A contribuire alle spese relative alle tasse universitarie per i detenuti privi di mezzi e garantire il sostegno economico per il materiale didattico necessario agli studi, è la Fondazione Cassa di Risparmio di Padova e Rovigo. Correva l'anno 2003 quando venne stipulata una convenzione tra Università e ministero della giustizia per l'istituzione, nel carcere padovano, di un polo universitario.
Oggi sono cinque le scuole dell'Ateneo che mettono i loro corsi a disposizione dei detenuti: una trentina i laureati finora e altrettanti gli iscritti ai vari corsi residenti a Due Palazzi, a cui si aggiungono anche quella della vicina casa circondariale (riservata alle persone in attesa di giudizio o con condanne più brevi) e del carcere femminile della Giudecca a Venezia.
Storie di libertà fisica perduta ma anche di libertà culturale ritrovata: "Studiare in carcere non è facile, ogni laurea che riuscite a conseguire qui dentro è un grosso successo per voi, ma anche per noi ha detto il rettore Rizzuto intervenendo all'inaugurazione dell'attuale anno accademico, in carcere. Per questo cerco sempre, nonostante gli impegni, di non mancare a questo appuntamento".
primocanale.it, 3 luglio 2019
Se Autostrade per l'Italia dovesse essere estromessa dal Protocollo per il reinserimento socio-lavorativo di detenuti e il loro impiego in progetti di pubblica utilità a Genova, toccherà al ministero della Giustizia, attraverso la Cassa delle ammende, farsi carico della copertura economica dei percorsi di formazione professionale. È quanto emerge dal testo dell'accordo che il ministro della Giustizia, Alfonso Bonafede, non ha firmato nel capoluogo ligure per i dubbi sollevati dal ministero dei Trasporti.
Nell'articolato, che l'agenzia Dire ha potuto visionare è previsto che "i percorsi di formazione professionale eventualmente necessari per lo svolgimento di attività previste dai protocolli operativi saranno curati da Autostrade per l'Italia spa con il rilascio di un attestato finale utilizzabile anche alla conclusione della detenzione. In caso di accertata impossibilità di attuazione o finanziamento dei percorsi di formazione da parte di Autostrade per l'Italia, i relativi costi saranno coperti usufruendo delle risorse della Cassa delle ammende".
Tra i punti critici che hanno portato all'improvviso dietrofront del governo, che si dice sia stato in prima persona l'autore della bozza per l'accordo quadro, la possibilità del "coinvolgimento delle persone detenute nelle attività di supporto alle esigenze derivanti dall'emergenza venutasi a manifestare a seguito del crollo del Ponte Morandi".
Molto nutrito l'elenco di attività che potrà vedere protagonisti i detenuti genovesi nel loro percorso di reintegro nella società e nel modo del lavoro. Si va dalla manutenzione degli immobili in concessione governativa o del patrimonio comunale ad attività legate alla gestione delle risorse idriche, elettriche e termiche; dall'educazione alla raccolta differenziata e al riuso all'efficientamento energetico degli immobili; da lavori all'interno dell'istituto penitenziario ad attività formative culturali e artistiche.
Il ministero sta "affrontando il tema sotto tutti i punti di vista, sia migliorando le condizioni delle case circondariali sia attivando meccanismi per l'individuazione di altri istituti penitenziari come le caserme dismesse. Nessuno vuole fare una politica carcerocentrica ma se lo spazio non c'è e i detenuti vivono in condizioni disumane, si devono migliorare le condizioni di vita "ha sottolineato Bonafede.
Dopo quelle del governatore Giovanni Toti, sono arrivate anche le critiche del capogruppo del Pd in consiglio regionale, Giovanni Lunardon, a ribadire "l'ennesima brutta figura di un ministro di questo sgangherato governo. È la prima volta che un ministro viene a Genova non per sottoscrivere un'intesa, ma per rinviarne la firma.
Di quel che è successo il 14 agosto se ne occuperanno le aule dei tribunali che dovranno dare una risposta alla sete di giustizia che viene da Genova. Se il governo vuole revocare la concessione ad Autostrade e ne ha gli elementi lo faccia, ciò che non può succedere è che, con la scusa della concessione, non si portino avanti programmi importanti per la città".
ladyradio.it, 3 luglio 2019
Il direttore del carcere ripristina le aperture delle celle e il libero movimento nelle sezioni del penitenziario. I quaranta gradi di questi giorni hanno lasciato il segno nella popolazione di Sollicciano: caldo insopportabile, a volte anche l'impossibilità di avere una bottiglia d'acqua fresca per via dei guasti ai frigoriferi, hanno fatto traboccare il vaso della pazienza.
È così che domenica è andata in scena una protesta dei detenuti: niente sommosse né momenti di tensione, solo una manifestazione pacifica, col rifiuto simbolico di rientrare in cella dopo l'ora d'aria. Ad aggravare la situazione c'è anche il cambio delle regole del penitenziario: dopo l'evasione del 2017 era stata abolita la "socializzazione", cioè la possibilità in alcune ore della giornata di passeggiare fuori dalle celle, che restavano aperte all'interno delle singole sezioni (lo avevamo già raccontato un anno fa).
Un sollievo che sarà ripristinato dal direttore del carcere Fabio Prestopino: ieri ha incontrato una delegazione di manifestanti e poi ha fatto un giro nelle varie sezioni. "Era sfuggito ai detenuti che noi avevano già in progetto di dare maggiori aperture - ha detto Prestopino a Lady Radio - dovevamo decidere in che termini". Quindi saranno reintrodotte le aperture "già oggi pomeriggio o domani". Accolta anche la richiesta di una doccia in più. Ascolta l'intervista al direttore del carcere e quella al garante regionale dei detenuti Franco Corleone.
di Edoardo Venditti e Mattia Giusto Zanon*
Il Manifesto, 3 luglio 2019
Alla Hit Show di Vicenza, la più grande fiera di armamenti italiana, un'enorme affluenza di visitatori intasa gli stand, ogni anno di più. S'impenna il numero di licenze rilasciate nel Paese per detenzione legale. E da nord a sud circolano 1,3 milioni di pistole. A far schizzare le statistiche è il permesso sportivo: +27% negli ultimi 3 anni.
Sempre in gruppo e per la maggior parte uomini. Camminano con sguardi rapiti, tutto luccica, tutto brilla, come in una gioielleria. È l'Hit Show di Vicenza - la più grande fiera d'armi italiana - e a brillare non sono gioielli, ma le canne dei fucili e i bossoli lucidati per l'occasione. Un'enorme affluenza di visitatori intasa gli stand. Nessuno si limita a guardare, tutti vogliono toccare le armi, rigirarsele tra le mani fino a lasciare unte le impugnature. L'attenzione dei più viene catturata da un fucile da cecchino color cachi, l'arma visibilmente più grande di tutta la manifestazione. "Questo è un giocattolino, lo pieghi e te lo porti nello zaino", dice un visitatore. I bambini giocano tra gli espositori e fremono per provare le armi, nonostante il regolamento lo vieti. Dalla sala convegni si sentono gli applausi conclusivi di un dibattito sulla detenzione domestica.
È inutile girarci intorno, in Italia sempre più persone si stanno avvicinando al mondo delle armi. Chi lo fa per divertimento, chi invece per paura di eventuali irruzioni in casa. Il risultato è un vertiginoso aumento delle armi in circolazione: i dati del Viminale, aggiornati al luglio 2018, parlano di 1.315.700 licenze rilasciate nel Paese per detenzione legale.
Negli ultimi anni è fortemente calato l'interesse degli italiani per la caccia, eppure sono aumentate le richieste di porto d'armi. A fronte di una diminuzione di licenze per difesa personale - molto più difficili da ottenere - e una flessione del 9% per uso caccia, a trascinare le statistiche verso l'alto è il porto d'armi sportivo: +27% negli ultimi tre anni. A ciò non corrisponde però un aumento degli iscritti ai registri dei poligoni. "Se si guarda ai numeri degli associati alla Federazione Italiana Tiro al Volo, si vede che ci sono al massimo 150 mila tesserati, quando le licenze concesse sono invece 600 mila", afferma Giorgio Beretta dell'Osservatorio Permanente sulle Armi Leggere (Opal). "È chiaro che la gran parte dei richiedenti non lo fa per sport, ma perché è la procedura più semplice e veloce per detenere armi in casa".
A sentire Luca Di Bartolomei - figlio di Agostino, lo storico capitano della Roma suicidatosi nel 1994 con la sua pistola - questa tendenza si deve alla condizione socioeconomica del Paese. "Le nuove generazioni sentono di non avere futuro e la capacità economica della classe media si è notevolmente ridotta. Chi si arma lo fa per difendere a ogni costo i propri beni, perché vede nelle poche cose che ha tutto ciò che lo connota come individuo".
A marzo Di Bartolomei ha pubblicato il libro Dritto al cuore - armi e sicurezza: perché una pistola non ci libererà mai dalle nostre paure. "Mi spaventa il modo in cui le armi vengono detenute in casa, spesso alla portata di tutti. Con più armi aumenteranno incidenti e omicidi domestici e mi terrorizza l'idea che il papà di un amichetto dei miei figli possa fare come il mio, convinto al momento dell'acquisto di saper gestire un'arma". Nel testo Di Bartolomei parla di quello che definisce un "grandissimo ossimoro": l'80% degli italiani ha fiducia nell'operato delle forze dell'ordine ma si sente comunque insicuro e pretende di difendersi da solo.
L'Italia è uno dei Paesi più sicuri d'Europa con tassi di criminalità che decrescono ogni anno, ma la percezione è ben diversa. Con un diffuso senso di insicurezza la nuova legge sulla legittima difesa voluta dal ministro dell'Interno Matteo Salvini ha trovato terreno fertile, portando a un grande dibattito pro-armi/disarmisti.
Anche all'interno del fronte pro c'è del malcontento. Per Maurizio Piccolo, presidente dell'Associazione Utilizzatori delle Armi (Auda), la legge sulla legittima difesa è una "marchetta elettorale". "Assurdo circoscriverla solo alle abitazioni e attività commerciali. Non capisco il senso di prevedere restrizioni a una norma che dovrebbe valere in ogni contesto". Il presidente dell'associazione vive appena fuori Milano e non fa mistero di essere disposto a utilizzare le proprie armi per difesa personale.
Anche Daniele, ragazzo ventisettenne di Ostia, è in possesso di licenza per tiro sportivo. In casa detiene tre armi ed è iscritto al Pisana Shooting Club di Malagrotta (Roma). "Da bambino avevo molte pistole giocattolo, questa passione me la sono portata nel tempo e adesso ho semplicemente cambiato i giocattoli". A differenza di Maurizio Piccolo, Daniele ci tiene a specificare che per lui le armi sono solamente uno sport e non uno strumento di difesa. "Averle nel cassetto non ti rende più sicuro, anzi. Ciò che mi rende più sicuro sono telecamere, porte blindate e sistemi d'allarme".
Aggiunge che trova assurdo che molte persone si muniscano di porto d'armi di tipo sportivo senza frequentare un poligono. "Se non ti alleni mentalmente a sparare, in una situazione di pericolo non sai come comportarti e metti ancora più a repentaglio la tua incolumità". Al tempo stesso si dichiara contrario alle proposte di legge per obbligare a lasciare le armi sportive al poligono: "Mi piace sapere dove ho le mie cose e non vedo perché dovrei lasciarle là".
Non è della stessa opinione Gabriella Neri, che da anni si oppone fermamente alla detenzione domestica. La mattina del 23 luglio 2010 il marito Luca Ceragioli, direttore dell'azienda Gifas Electric di Massarosa (Lu), e il collaboratore Jan Hilmer vengono freddati da Paolo Iacconi, ex rappresentante dell'azienda. L'omicida non lavora più lì da qualche anno per problemi di salute ma quel giorno chiede un incontro con gli ex datori di lavoro. "Durante la riunione", racconta Gabriella "questa persona tira fuori una pistola e fa fuoco su Luca e Jan. Incendia quindi gli uffici per poi togliersi la vita nei bagni dell'azienda".
Iacconi possedeva un porto d'armi per uso sportivo nonostante avesse gravi squilibri psichici. Aveva tentato più volte il suicidio ed era stato sottoposto a un Trattamento sanitario obbligatorio. "Nonostante la sua condizione nessuno ha denunciato agli organi di polizia che possedesse un'arma da oltre vent'anni, né i familiari, né le strutture psichiatriche presso le quali era in cura, perché la legge italiana non prevede l'obbligo di notifica alle questure". In seguito alla morte del marito, Gabriella ha creato Ognivolta Onlus, un'associazione che si batte per l'istituzione di un database comune tra forze dell'ordine e reparti di psichiatria degli ospedali in modo da non concedere o revocare il porto d'armi a soggetti non idonei.
Secondo Lauda, la vicenda di Gabriella Neri è un caso-limite e non può essere presa come pretesto per una critica tout-court alla diffusione delle armi legalmente detenute. Per Maurizio Piccolo "il problema non è il numero di armi legalmente detenute ma il controllo che viene effettuato sui proprietari. I legali detentori non sono criminali, ma animali da difendere".
All'inizio del 2019, il professor Paolo De Nardis dell'Università La Sapienza ha presentato la prima ricerca sugli omicidi commessi con armi legalmente detenute dal titolo "Sicurezza e Legalità, le armi nelle case degli italiani". Lo studio prende in considerazione il 2017 e riporta 16 casi. Contro questi dati si è però scagliato l'Opal di Beretta, per il quale la ricerca tralascia molte casistiche quali omicidi preterintenzionali, quelli commessi da individui che detengono armi per lavoro e soprattutto quelli compiuti da persone con armi legalmente detenute dai familiari. "Se si prendono in considerazione tutti questi casi, si vede che il totale non è 16 ma 42. C'è una bella differenza".
Beretta aggiunge che "contrastare questi omicidi sarebbe molto facile se solo si riconducessero le licenze ai loro rispettivi ambiti. Se una persona ottiene il porto d'armi per uso sportivo, che detenga le proprie armi all'interno del poligono al quale dovrebbe registrarsi. Se poi pretende di tenere un'arma in casa per difesa personale, è giusto che compia invece tutta la trafila burocratica e l'iter previsto per tale scopo".
*Già studenti della Scuola di giornalismo della Fondazione Basso
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