di Ernesto Galli della Loggia
Corriere della Sera, 19 agosto 2019
L'Italia sta imbarbarendosi. Ciò che sembra contrario alla verità è l'attribuzione di tale barbarie a una sola parte politica, all'Italia che "non ci piace". E così abbiamo i Barbari in casa, almeno a quanto dice l'Italia per bene, educata e rispettosa di tutte le etichette, l'Italia degli Ottimati. La quale ha scoperto che accanto a lei ma assai diversa da lei vive un'altra Italia: un Paese maleducato, sudaticcio, incolto, ignaro di cosa siano il "bene pubblico", la Costituzione e la London School, un Paese che detesta Greta e le Ong, frequenta spiagge troppo affollate e che quindi proprio per questo vota Lega o anche 5Stelle. L'Italia barbara, appunto.
Personalmente vedo le cose in modo alquanto diverso. Ma se stanno davvero così allora però sorge inevitabilmente una domanda: mentre i "Barbari" cominciavano a dilagare, che cosa facevano gli altri, gli Ottimati? Quali battaglie ingaggiavano per proteggere la cittadella democratica? Quali difese approntavano? Non si direbbero particolarmente memorabili le prime né granché efficaci le seconde, visti i risultati. Viene insomma da pensare che parlare di "Barbari", evocando con tale parola l'idea di una forza selvaggia e soverchiante, di una spinta incontenibile, serva oggi ai suddetti Ottimati più che altro per nascondere la propria diserzione dal campo di battaglia: la propria incapacità divenuta oggettiva complicità con il nemico. L'invasione insomma poteva benissimo essere fermata. Bastava combattere. Capire quando bisognava farlo.
Sarebbe bastato ad esempio fare delle riforme della scuola diverse da quelle approvate per tanti anni. Al di là delle apparenze approvate da Destra e Sinistra insieme, entrambe convinte che la scuola dovesse servire alla società e a preparare al mercato del lavoro. Entrambe d'accordo nel riempirla di scartoffie e di burocrazia, di lavagne digitali, di famiglie saccenti, di democraticismi demagogici, di "successo formativo" obbligatorio, di circolari insulse in anglo italiano. Per tenere lontano i "Barbari" forse sarebbe bastato a suo tempo lasciare nei programmi la storia e la geografia invece di ridurre entrambe ai minimi termini o di cancellarle del tutto. Forse sarebbe bastato insistere con qualche riassunto, con qualche mezzo canto della Divina Commedia mandato a memoria, con qualche ora di matematica in più e qualche gita scolastica a Barcellona in meno. E sarebbe bastato anche che qualcuno dei tanti intellettuali che oggi soltanto scoprono il disastro accaduto avessero impiegato un po' di tempo a occuparsi della scuola del proprio Paese anche cinque o dieci anni fa, spingendosi magari, dio non voglia, fino a fare le bucce a qualche ministro dell'istruzione Pd. Peccato che agli Ottimati, ai Buoni per definizione, quel campo di battaglia però allora non interessasse, non si accorgessero di quanto lì stava accadendo.
Gli Ottimati, la classe dirigente italiana - quella com'è noto assolutamente ligia alle regole nonché sempre avvedutissima - non aveva tempo allora per certe cose. E così poi, per dirne un'altra ancora, mentre i "Barbari" crescevano e ad esempio riunivano le loro schiere sotto le bandiere del federalismo secessionista, del dileggio verso Roma ladrona e l'unità nazionale in nome del localismo filoborbonico e del "vaffa" alla casta e al Parlamento, anche stavolta l'attenzione degli Ottimati era rivolta altrove. A riformare il titolo V della Costituzione, ad esempio: come dire a fornire ai "Barbari" la migliore delle munizioni. E infatti adesso quelli, forti guarda un po' proprio della riforma suddetta, pretendono di accrescere smisuratamente il proprio potere nei territori dove già comandano, mettendo le mani su tutto il possibile a cominciare dalla scuola, rifiutandosi di contribuire a qualunque spesa che non sia la loro, e così via barbareggiando.
Da tempo insomma l'onda nemica cresceva, ma gli Ottimati non si sa dove fossero e che cosa facessero. Avrebbero potuto, per dirne qualcuna, cercare di far pagare le tasse agli evasori, impedire che nelle carceri finissero solo i poveracci, cancellare l'obbrobrio correntizio del Csm, far diminuire di almeno un milione il debito invece di farlo crescere di continuo, avrebbero potuto assumere cento ispettori del lavoro (licenziando cento portaborse) per ripulire le campagne pugliesi e calabresi dai proprietari negrieri. Avrebbero potuto tentare mille cose per fermare la "barbarie" montante: che so, inventarsi un programma anche minimo d'integrazione per gli immigrati, ridiscutere il trattato di Dublino - loro che sanno come si sta in Europa - oppure pensarci due volte prima di firmare il contratto di concessione con la società Autostrade, e magari, visto che c'erano, dare pure una controllata a qualche viadotto qua e là per la Penisola. Avrebbero potuto.... Se lo avessero fatto oggi di sicuro ci sarebbe in giro qualche "barbaro" in meno.
Perché i barbari esistono davvero, sia chiaro, non vorrei che si pensasse il contrario. L'Italia sta effettivamente imbarbarendosi. Ciò che però mi sembra contrario alla verità è l'attribuzione di tale barbarie a una sola parte politica, alla solita Italia degli altri, all'Italia che "non ci piace". Inaccettabile è il gioco dello scaricabarile di cui la classe dirigente italiana è specialista da sempre, e che si sta ripetendo puntualmente anche questa volta chiamandosi fuori come al solito ogni volta che il Paese è costretto a fare i conti (che quasi sempre non tornano) con il proprio modo d'essere, con la propria storia.
L'Italia barbara esiste, ma è ben più vasta di questo o quell'elettorato. È il Paese che sta perdendo il senso delle regole e si sta abituando a violarle quasi tutte, che non ha più rispetto per ciò che è importante e degno, che non crede più nelle leggi e nella giustizia, che non ha più fiducia nell'autorità perché avverte la sostanziale mancanza di capacità di controllo da parte di quella cosa che un tempo si chiamava Stato.
È il Paese che non legge, che passa le ore con lo smartphone in mano, che si sta convincendo che la politica sia qualcosa a metà tra una televendita e un'intervista di Barbara d'Urso. È l'Italia su cui gli Ottimati, in massima parte per la loro propria responsabilità, hanno perduto ogni egemonia, non sapendo dare a questa le nuove forme e i nuovi contenuti che dopo la grande frattura del 1992-94 sarebbero stati necessari. L'Italia di una classe dirigente che ancora illudersi di poter dirigere qualcosa.
milanotoday.it, 19 agosto 2019
L'ex assessore alle politiche sociali del comune di Milano contro Salvini e il nuovo Cpr. Questo Cpr "non s'ha da fare". Non ha dubbi Pierfrancesco Majorino, l'ex assessore alle politiche sociali del comune di Milano - attuale eurodeputato - che domenica mattina ha ribadito il suo secco no al "Centro di permanenza per i rimpatri" che dovrebbe aprire ad ottobre in via Corelli, anche su spinta del ministro dell'Interno, Matteo Salvini. "Giorni fa ho visitato il Cpr di via Corelli. Cioè un micidiale carcere per immigrati del nord Italia che sta per essere aperto. E che invece deve poter diventare una struttura temporanea per senzatetto, italiani e stranieri", ha scritto su Facebook Majorino, proponendo già una soluzione alternativa.
"Poniamo che tra qualche settimana l'orribile Salvini non è più Ministro dell'Interno. Ecco per me, rispetto al Cpr non cambia niente. La lotta per evitare che il Cpr nasca deve proseguire a prescindere. Al di là di chi è che governa. Quindi - ha concluso - facciamola".
Lo stesso Majorino, lo scorso 9 agosto, aveva fatto visita al cantiere della struttura, che a regime pieno ospiterà fino a 140 migranti in attesa dell'espulsione. E già aveva attaccato: "Il clima è teso, in città non c'erano mai state rivolte di profughi prima che Matteo Salvini diventasse ministro dell'Interno. Guarda caso si sono verificate proprio nei giorni in cui il parlamento discuteva il decreto sicurezza bis".
E ancora: "Questi spazi potrebbero tranquillamente essere usati per altre esigenze abitative, ad esempio per dare una casa ai senzatetto, invece saranno usati per rinchiudere i migranti. La verità è che molte di queste persone sono per la strada proprio a causa delle politiche di questo governo e ho il sospetto che questo faccia solo comodo al ministro Salvini per fini di propaganda elettorale". Lo stesso Salvini a fine luglio era andato al cantiere di via Corelli - dove in passato c'era già un Cie - e aveva esultato perché i lavori procedono spediti. "Con questo - aveva commentato - potremmo espellere più persone perché avremo più posti, la cosa era ferma da anni".
adnkronos.it, 19 agosto 2019
"Mi riscatto per Livorno": si chiama così il progetto che consentirà ai detenuti del carcere di Livorno di mettersi a disposizione della città e contribuire a pulire spiagge, strade o occuparsi della manutenzione e di valorizzare i beni culturali livornesi.
Il protocollo di intesa del progetto, ideato dal Garante comunale per i diritti dei detenuti Giovanni De Peppo in collaborazione con il sindaco Filippo Nogarin, è stato firmato oggi nella direzione della Casa circondariale "Le Sughere" di Livorno, da Francesco Basentini, direttore del Dap. "Con questo progetto - ha sottolineato Basentini - Livorno dimostra tutta la sua lungimiranza che consentirà di risolvere il problema del reinserimento dei detenuti all'interno della società".
Con la firma del protocollo prende il via, spiegano dal Comune, la prima esperienza di coinvolgimento diretto nei lavori socialmente utili di persone destinatarie di una condanna penale definitiva. "È un progetto assolutamente innovativo che mette al centro il lavoro come forma di riscatto sociale e come strumento di reinserimento all'interno della società - ha osservato Nogarin. Livorno ancora una volta si propone come modello a livello nazionale.
I detenuti non saranno scortati all'esterno dalla polizia penitenziaria e non saranno sotto sorveglianza armata. Verranno, al contrario, selezionate le persone più adatte, che negli anni si sono dimostrate meritevoli, e cui è indispensabile dare una seconda possibilità". Le persone idonee verranno segnalate al direttore del carcere che provvederà a condividere un elenco con l'Ufficio di sorveglianza. Tre le realtà che hanno già dato disponibilità a usufruire di questo servizio: Aamps, l'associazione Reset e l'associazione del Palio marinaro.
businessonline.it, 19 agosto 2019
L'accusa, palesemente falsa, era quella, infamante, di omicidio. La giustizia terrena ha inteso riconoscere l'errore solo dopo ventidue anni. Anni che Christopher Tapp ha trascorso in carcere.
L'ennesima storia, e che storia, di malagiustizia questa volta arriva dagli Stati Uniti d'America. Dallo stato dell'Idaho per la precisione.
Dove solo l'amore infinito e potente di una madre in cerca di verità ha salvato la vita al presunto assassino della figlia. Una vicenda intricata, che ha dell'incredibile e che per Christopher Tapp, si è risolta solo dopo un calvario durato ventidue anni. Anni trascorsi in cella per un'accusa infamante, omicidio, che era palesemente falsa, ma che la giustizia terrena ha inteso riconoscere tale solo a distanza di ventidue anni.
L'uomo, oggi quarantaduenne, che all'epoca dei fatti aveva appena venti anni, deve ringraziare la madre della vittima, una ragazza di nome Angie Dodge trovata senza vita il 13 giugno del 1996 trafitta da alcune coltellate nella sua abitazione a Falls. Sono state infatti le indagini condotte in maniera privata dalla donna a svelare il tremendo errore della giustizia. E a restituire la libertà a Christopher Tapp.
Proprio grazie alle indagini condotte in maniera privata dalla madre, la verità è venuta a galla e Christopher ha potuto riassaporare il gusto della libertà dopo ventidue anni trascorsi in cella con la consapevolezza di essere innocente. Un destino tragico, che sembrava ormai segnato se non fosse stato per il coraggio di Carol, la madre di Angie Dodge, la ragazza assassinata con una coltellata la sera del 13 giugno 1996. La tragedia scuote la comunità di Falls, un piccolo paesino dello stato americano dell'Idaho anche perché sul corpo della ragazza vengono trovati i segni di una violenza sessuale.
Il caso diventa subito scottante e gli inquirenti impiegano circa un anno per arrestare uno stupratore armato di coltello che potrebbe essere lo stesso uomo che ha accoltellato la giovane Angie. Per verificare le eventuali attinente gli agenti convocano Christopher Tapp in qualità di amico della vittima per capire se, anche secondo lui, può essere la pista giusta. Ma questa mossa, che sorprende Christopher al punto da non consentirgli di rendere una deposizione serena, sarebbe coincisa con l'inizio del calvario per l'uomo.
Le sue indecisioni insospettiscono gli inquirenti e da testimone, ben presto Christopher diventa l'unico indiziato. Viene arrestato immediatamente e nonostante il test del Dna dica che non è stato lui l'autore della violenza sessuale, per il giovane, allora ventenne, si apriranno le porte del carcere. Fine pena, mai.
Una sentenza che non poteva saziare la sete di giustizia di Carola, la madre della ragazza uccisa e stuprata. Era evidente che l'assassino della figlia era ancora in circolazione e dunque non restava che condurre le indagini privatamente per scardinare la versione dei fatti totalmente infondata che aveva inchiodato all'ergastolo l'incolpevole Christopher Tapp e giungere alla verità provata dai fatti.
Nel 2014 la donna riesce finalmente a far valere la prova del Dna che era stata trascurata in maniera davvero incredibile dal tribunale in virtù della confessione dell'uomo. Ma nonostante questo sul capo di Tapp pende ancora l'accusa di omicidio, sebbene il movente della violenza sessuale fosse chiaramente infondato.
La madre di Angie non si è arresa e dopo aver assoldato un esperto di genealogia è riuscita ad inchiodare il vero colpevole. Un uomo che, all'epoca dei fatti, abitava davanti alla casa di Angie e che non ha esitato a confessare, a distanza di ventidue anni, appena la polizia ha bussato alla sua porta.
di Franco Venturini
Corriere della Sera, 19 agosto 2019
La soluzione potrebbe essere per gli americani di conservare qualche base in Afghanistan e di continuare a svolgere operazioni anti-terrorismo contro i nuovi nemici (l'Isis) dei nuovi alleati ed ex nemici.
Per chi vuole compiere una strage (e a Kabul questa genia non è poi tanto rara) i matrimoni in stile afghano sono occasioni da non perdere. Se i genitori degli sposi possono permetterselo gli invitati sono centinaia, uomini e donne sono separati nelle loro "zone" e formano così bersagli indipendenti, la confusione provocata dal kamikaze di turno facilita la fuga di eventuali complici. Purtroppo non stupisce, allora, che le vittime dell'attacco di sabato siano state 63, e i feriti 180. Con due particolarità: il massacro non è stato rivendicato dai Talebani bensì dai locali adepti dell'Isis ; e ad essere colpiti dai terroristi sunniti, non per la prima volta, sono stati membri della minoranza Hazara di fede sciita.
Due elementi che aiutano a capire quanto arduo sia il negoziato tra americani e talebani che dovrebbe portare entro la fine del 2020 al ritiro di tutte le forze straniere, compresi beninteso gli italiani. In particolare il Pentagono teme che dopo un ritiro statunitense molti talebani possano sentirsi "traditi" dai negoziatori e vadano così ad ingrossare le fila dello "Stato islamico del Khorasan" (etichetta locale dell'Isis) creando così le premesse di una nuova guerra civile.
La soluzione potrebbe essere per gli americani di conservare qualche base in Afghanistan e di continuare a svolgere operazioni anti-terrorismo contro i nuovi nemici (l'Isis) dei nuovi alleati ed ex nemici (i talebani).
Ma l'equazione, che peraltro è stata respinta dai talebani, non tiene in alcun conto l'attuale governo di Kabul, per non parlare della popolazione civile che nello scorso mese di luglio ha subìto le perdite più alte degli ultimi due anni. Donald Trump ha confermato ieri ai suoi più stretti collaboratori che vuole ritirare le sue forze prima delle elezioni del novembre 2020. Ha aggiunto soltanto due parole : "se possibile".
di Gigliola Alfaro
agensir.it, 18 agosto 2019
Intervista a don Raffaele Grimaldi, ispettore generale dei cappellani nelle carceri italiane. Le carceri italiane continuano a essere sovraffollate. Ad attestarlo il nuovo rapporto "Numeri e criticità delle carceri italiane nell'estate 2019" presentato da Antigone, a Roma. Numeri impressionanti. "Al 30 giugno 2019 i detenuti ristretti nelle 190 carceri italiane erano 60.522.
di Matteo Marcelli
Avvenire, 18 agosto 2019
Sono 70mila i bambini che ogni anno entrano in cella per poter incontrare padri e madri detenuti. Nel 2018, grazie al Telefono azzurro, 12mila minori sono stati presi in carico. Ma le strutture adeguate agli incontri sono ancora poche e il sistema penitenziario si presenta ancora inospitale per i più piccoli. I volontari che li seguono: così li aiutiamo ad affrontare senza traumi un mondo difficile e sconosciuto.
di Lirio Abbate
L'Espresso, 18 agosto 2019
Se si vuol comprendere meglio com'è strutturata la mafia sul territorio occorre guardare dentro il carcere, analizzare i movimenti di chi sta nelle sezioni di alta sicurezza o in quelle riservate ai detenuti sottoposti al 41bis, guardare da vicino la vita carceraria e quali tipi di rapporti si creino tra detenuti.
Questo esame sui boss reclusi può aiutare a capire come si muovono i mafiosi che sono fuori. I dettagli della vita carceraria illuminano, agli occhi degli investigatori, gerarchie e le alleanze che rispecchiano quelle che si organizzavano sul territorio.
Si parte dal primogenito di Salvatore Riina, Giovanni. 43 anni, in cella dal 1996 a scontare la condanna all'ergastolo per quattro omicidi compiuti a Corleone. È stato lui fino a poco tempo fa il mafioso di riferimento per tutti i detenuti sottoposti al 41bis nel carcere di Spoleto dove è rinchiuso dal 2008. Un riflesso condizionato dovuto al potere che aveva suo padre.
E così, per "rispetto" del capo dei capi, è toccato al giovane Riina "aprire" il "saluto" del mattino con tutti i detenuti della sezione. Lo ha fatto dalla sua cella: urlando attraverso feritoie e canali d'aria il suono della voce raggiungeva tutti. Un modo per augurare il buon giorno e, dopo questo "benestare", si apriva la giornata, mentre gli altri a turno, si mettevano in linea con la scala gerarchica. Un gesto simbolico ma chiaro per il popolo dei carcerati.
Perché la mafia vive e si nutre di simboli e gesti. Giovanni Riina è nato in clandestinità, durante la latitanza del padre, come i suoi tre fratelli. È stato partorito in una delle migliori cliniche di Palermo, è cresciuto nel lusso. L'ultima abitazione fino al 15 gennaio 1993, giorno dell'arresto del capo di Cosa nostra, è stata una sfarzosa villa in via Bernini alla periferia della città, con tanto di piscina e boiserie in quasi tutte le stanze, di proprietà della società Villa Antica di Giangiuseppe Montalbano, mai indagato per questi fatti.
La carriera di assassino di Giovanni inizia dopo la maggiore età. Ha 19 anni quando il 22 giugno 1995 strangola a mani nude un uomo, innocente, per "provare agli altri boss della cosca la freddezza e la capacità di sopprimere una vita umana". Questo omicidio è stato il battesimo del fuoco per il rampollo della famiglia, deciso dallo zio, Leoluca Bagarella, all'epoca latitante, e sconvolto per la morte della moglie, Vincenzina Marchese. Oggi è ancora ignoto se la donna si sia suicidata per colpa del marito o sia stata uccisa.
Il suo corpo non è stato mai trovato. Il primogenito di cava Riina ha partecipato ad altri tre delitti, sempre nel 1995, due uomini e una donna, vittime innocenti che non avevano nulla a che fare con la mafia. Dopo dieci anni di "apertura del saluto", il rampollo di casa Riina ha smesso dal giorno seguente alla morte del padre. Scomparso il capo dei capi, è scomparso anche lui dalla gerarchia carceraria. E questo fa comprendere come gli assetti dentro Cosa nostra sono immediatamente cambiati dal momento in cui è deceduto Salvatore Riina.
Nel frattempo il carcere di Spoleto si è arricchito di nuovi arrivi, il primo è Leandro Greco, 29 anni, nipote di Michele Greco, il "papa" di Cosa nostra. Dal nonno ha ereditato il carisma mafioso, diventato presto, nonostante la giovane età, un boss della zona di Ciaculli a Palermo dove aveva grande influenza il "papa". È nella stessa sezione di Mila jr. Il secondo arrivo è Giuseppe Sirchia, affiliato di spicco della famiglia mafiosa di Passo di Rigano, una delle più importanti del capoluogo siciliano. Entrambi potrebbero portare un nuovo assetto del potere mafioso in carcere, rispecchiando quello di fuori.
Nel carcere dell'Aquila il "saluto" lo aprono i mafiosi palermitani Gianni Nicchi, Ignazio Fontana e Andrea Adamo. Sono loro a gestire con il loro carisma criminale la vita carceraria dei mafiosi al 41bis. Prima di loro la linea veniva data da un altro capomafia, Leonardo Vitale senior, adesso trasferito nel carcere di Sassari dove è molto complicato fare il "saluto" o dare la linea al popolo delle mafie che è rinchiuso li, perché questa struttura ultra moderna, realizzata appositamente per i 41bis, è un carcere "impermeabile", cioè che blocca la comunicazione con l'esterno.
E di questo i detenuti hanno timore, rispetto agli altri istituti dove i vecchi edifici hanno sempre qualche crepa in cui il mafioso riesce a infilarsi, sfuggendo al controllo. A Sassari è rinchiuso Leoluca Bagarella e pure Massimo Carminati, il capo di mafia Capitale, in attesa della decisione della Cassazione in calendario a ottobre.
Carminati, che nel frattempo ha cambiato squadra di legali, per preparare meglio la difesa, è rimasto impassibile alla notizia dell'omicidio di Fabrizio Piscitelli, detto Diabolik, avvenuto in un parco di Roma con modalità in pieno stile mafioso. Il cecato conosceva bene la vittima, e apprendendo la notizia non ha mosso Prima Pagina un muscolo, non ha fatto alcun commento. È apparso così tranquillo come quando due giorni prima dell'agguato ha incontrato in carcere il figlio per il solito colloquio con i familiari.
L'uccisione di Diabolik non è un fatto che si possa ignorare, perché il calibro della vittima e la sua importanza criminale modificano gli equilibri tra i clan romani. Se l'omicidio è stato concordato dai "re di Roma", allora significa che è stata infranta la pax mafiosa che nel 2012 era stata imposta proprio da Carminati, per non attirare l'attenzione degli inquirenti sui propri affari. L'ordine era stato rispettato fino adesso.
Il controllo dei 41bis è affidato in carcere agli agenti del Gom (Gruppo Operativo Mobile) della Polizia penitenziaria, un gruppo non "speciale" ma specializzato, chiamato a operare su problemi specifici come la detenzione dei boss. Sono agenti poco noti al pubblico, di notevole competenza e capaci di lavorare con grande sacrificio. Ma il loro reparto è a rischio.
Un decreto che di fatto lo avrebbe svuotato era sul tavolo del ministro della Giustizia Bonafede, al vaglio del suo capo di gabinetto, Fulvio Baldi e del capo Dap, Francesco Basentini. Nell'ultimo anno il regime di carcere "impermeabile" sta subendo una serie di criticità per l'applicazione di una circolare varata due anni fa che vuole rendere omogeneo in tutte le carceri il 41bis. Provvedimento impugnato dai detenuti che ha portato la magistratura di sorveglianza a renderlo difforme tra i vari istituti. La volontà di uniformare questo regime detentivo si è così dimostrata un tentativo poco lungimirante di disciplinare gli aspetti della vita dei mafiosi carcerati. I detenuti fanno parte di un micro-sistema sociale capace di sviluppare una serie di regole non scritte, condivise da tutti e rivolte a tutti.
Chi non le applica viene punito dal popolo carcerario, guidato sempre, nei reparti in cui si trovano i mafiosi, da un boss rispettato e riverito. "Le "buone maniere" non riguardano soltanto il saluto" racconta chi è stato detenuto. "Per esempio, il sedersi a tavola ha una simbologia particolare che non ha niente a che fare con il bon ton, ma piuttosto con il potere del "capo cella" che solitamente è una persona "di rispetto".
La disposizione dei posti a tavola è gerarchica: c'è il capotavola e al suo fianco le sue persone di fiducia, i suoi "ragazzi"; gli altri vengono disposti secondo un ordine dettato dal capo-tavola e sempre rispettato; le persone in fondo al tavolo sono le meno considerate. Addirittura, una tipologia di punizione può essere quella di far scalare un componente verso il basso, che è la parte opposta al posto principale.
Di fronte, dal lato opposto della tavola non ci deve essere nessuno, in quanto, essendo disposta la tavola verticalmente al cancello d'ingresso - il "blindo" deve essere tassativamente accostato o chiuso - nessuno deve poter rivolgere le spalle a chi potrebbe presentarsi fuori dalla cella per qualsiasi motivo, agenti penitenziari compresi. E il capo cella deve poter avere sempre la visuale libera". Preparare la tavola, sedersi e, alla fine del pranzo, alzarsi. Tutto è un rito, con gesti, movimenti e linguaggio che sottolineano la supremazia di uno sugli altri. Una rappresentazione visiva del potere, della gerarchia, di chi comanda e di chi sono gli alleati.
di Giovanni Tizian
L'Espresso, 18 agosto 2019
La drammatica storia vera del piccolo Rocco, che avrebbe dovuto ammazzare la mamma su ordine del padre. La racconta il libro "Rinnega tuo padre", viaggio tra le storie dei minorenni allontanati dal tribunale dalle famiglie appartenenti ai clan. "La devi ammazzare. Due colpi nella faccia di quell'infame di tua mamma e chiudiamo 'sta tragedia una volta per tutte. Devi farlo tu. Con l'età che c'hai non andrai in galera". Il padre fissava il piccolo Rocco, da lui si aspettava la stessa determinazione nel tenere lo sguardo alto. Non rimase deluso.
Erano uno di fronte all'altro nella campagna stretta tra l'Aspromonte e il mar Ionio. Seduti su poltroncine di plastica sotto un albero di arance in fiore, protetti da un lungo arbusto di gelsomino, che segnava il confine della tenuta. L'intenso e dolce profumo di gelsomino strideva con il cinico progetto di morte che don Nicola aveva appena consegnato nelle mani del suo erede.
Al racconto shock e inedito è dedicato il primo capitolo del libro appena pubblicato da Laterza dal titolo "Rinnega tuo padre". Il piccolo Rocco è nato nel 2004, alcuni anni dopo l'ingresso di Nicola nella 'ndrina del paese. Rocco, tuttavia, non è il suo vero nome e sul paese possiamo dire poco. Non per omettere qualcosa, ma solo per tutelare il ragazzo, che oggi vive in una località protetta. Lontano da quel padre che voleva diventasse un killer, battezzato col sangue della madre come nelle più classiche delle tragedie greche. L'inizio di una carriera. Per diventare magari un giorno capomafia.
Rocco non vede più suo padre da oltre un anno. Vive con la mamma e la sorella fuori dalla Calabria. È uno degli ultimi ragazzi allontanati per decreto del Tribunale dal genitore 'ndranghetista. Il termine tecnico della procedura è "decadenza della responsabilità genitoriale". Finora il presidente del Tribunale, Roberto Di Bella, ha firmato quasi 50 decreti di questo tipo. La decisione di intervenire non è indiscriminata. Si fonda su notizie provenienti da indagini della magistratura da cui emerge il degrado educativo di cui sono vittime questi ragazzi. Degrado educativo inteso come trasmissione di valori mafiosi e perciò trattato alla pari di un maltrattamento fisico. Per comprendere fino in fondo cosa si intenda per trasmissione della cultura 'ndranghetista e come questa venga inculcata nella mente di adolescenti indifesi, è necessario leggere gli atti che sono alla base delle decisioni del Tribunale.
Nelle pagine di "Rinnega tuo padre", infatti, troviamo i tratti di una pedagogia parallela, l'educazione di un figlio al crimine. Il più piccolo degli "allontanati" nel 2016 aveva 12 anni. Per Rocco e altri ragazzini come lui, figli di latitanti, di boss, di soldati semplici, il destino familiare aveva riservato un posto nell'organizzazione. La 'ndrangheta, però, non aveva fatto i conti con un giudice altrettanto determinato e coraggioso. Il magistrato che ormai da cinque anni offre una via d'uscita all'obbligatorietà della pena. E che ha cambiato il corso degli eventi. Dimostrando come il destino non sia immutabile.
Rocco aveva impugnato per la prima volta la pistola a 12 anni. Gracile com'era, non era stato facile per lui premere il grilletto e resistere al rinculo. Suo padre aveva improvvisato un poligono artigianale nella campagna del nonno. Su un tavolo piazzato tra due alberi aveva sistemato alcuni barattoli di latta. Rocco aveva preso la mira con l'aiuto del papà. Poi in un attimo il colpo era partito e la tensione che aveva fatto tremare quelle gambe incerte di bambino si era sciolta. La seconda volta aveva sparato con il fucile del nonno. La terza di nuovo con la pistola. In un mese aveva ormai acquisito la sicurezza di un pistolero esperto. Agli occhi di suo padre stava diventando finalmente un uomo. Passavano gli inverni e le estati, e Rocco era pieno di ammirazione per quel padre autoritario e violento.
Rocco respirava 'ndrangheta e piombo. Chissà quale ruolo gli sarebbe toccato. Di certo, un giudice ha impedito che Rocco diventasse un killer bambino. Ha impedito che la vita di sua madre diventasse lo scalpo da portare in dono al capotribù in segno di riconoscenza. L'iniziazione, dopo la quale non è più possibile tornare indietro, non si è ultimata. Ancora qualche anno e avrebbe giurato fedeltà a san Michele Arcangelo con il sangue.
La madre aveva paura, per se stessa e per il figlio.
Ecco un passaggio della sua testimonianza contenuta in Rinnega tuo padre: "Io non riesco più a controllare la pericolosità di mio figlio, che è manipolato dal padre e dal nonno, persone pregiudicate e molto pericolose. Dopo la denuncia, il mio ex marito mi ha fatto sapere, tramite mio figlio, che mi brucerà viva. Ho paura [...] mio figlio è abituato a usare armi, che gli dà il padre, e temo possa utilizzarle per commettere gravi reati contro noi familiari e sé stesso". Il dramma di una famiglia, devastata dal senso distorto dell'onore.
ansa.it, 18 agosto 2019
"Boez. Andiamo via". Dal 2 settembre al 13 settembre andrà in onda su Rai Tre alle 20 e 20. 900 km da Roma a Santa Maria di Leuca. Sei ragazzi detenuti in cammino su via Francigena, la guida è Marco Saverio Loperfido, ripercorrono un cammino come rinascita sociale, un documentario di Roberta Cortella e Marco Leopardi che ha visto Marco Saverio Loperfido, inventore di Ammappalitalia, come guida escursionistica e Ilaria D'Appollonio come educatrice di comunità.
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