controradio.it, 5 luglio 2019
Sistema idrico al collasso, "una situazione esplosiva" e "in balia degli eventi", e solo oggi due agenti di polizia penitenziaria costretti a ricorrere alle cure mediche dopo aver respirato il fumo scaturito da un incendio in una cella appiccato da un detenuto. È il quadro del carcere di San Gimignano (Siena) secondo i sindacati Sappe, Uspp, Osapp, Fsa-Cnpp, Sinappe, Cgil-Fp Pp e Cisl-Fns.
"Solo il pronto intervento dei due agenti, coadiuvati da altri colleghi accorsi sul posto - spiegano i sindacati in una nota congiunta -, ha consentito l'immediato sgombero dei circa 100 detenuti presenti e ha scongiurato conseguenze che avrebbero potuto assumere aspetti ancor più drammatici". Le sigle sindacali sottolineano poi il problema della carenza di acqua nel carcere di Ranza a causa del collasso dell'impianto di approvvigionamento idrico per la calura estiva e il numero di detenuti.
"Allo stato attuale l'acqua potabile è preclusa per svariate ore al giorno - si legge ancora. I vertici dell'amministrazione penitenziaria, nonostante siano a conoscenza dell'annoso problema idrico, non hanno ancora fornito risposte concrete, lasciando il personale di polizia nel totale abbandono, in un contesto esplosivo e in una condizione lavorativa altamente rischiosa per l'incolumità e la sicurezza di ogni singolo operatore. L'Amministrazione penitenziaria, inoltre, non ha ancora provveduto ad assegnare un direttore e un comandante in pianta stabile, lasciando l'istituto di Ranza senza una guida fissa e in balia degli eventi".
Sciopero della fame per il garante regionale dei detenuti, Franco Corleone, invece che denuncia "celle bollenti e sovraffollate" nelle carceri toscane. La protesta di Corleone, spiega una nota, nasce dal fatto che il palazzo di giustizia di Prato è stato chiuso per l'ondata eccezionale di caldo, ma, a suo avviso, nessuno si interessa della situazione dei detenuti.
Nel carcere fiorentino di "Sollicciano molti frigoriferi non funzionano - spiega il garante -. Il risultato sono cibi che deperiscono molto rapidamente e brodaglia al posto di acqua".
Nonostante un "timido" segnale da parte della direzione, secondo Corleone "molto c'è ancora da fare". Nel Giardino degli Incontri, la struttura pensata dall'architetto Michelucci per i momenti tra detenuti e famiglie, "il bar non funziona" rileva il garante, che intende "ottenere certezze su molte questioni che riguardano la vita in carcere".
Per questo, dice Corleone "le ragioni del mio digiuno aumentano. Ancora attendo risposte sul destino del cambio di destinazione del Gozzini a istituto femminile e ancora non è dato sapere quando aprirà la nuova sezione per le attività culturali, artistiche e di studio a Lucca".
Intanto le iniziative messe in campo per il teatro stabile nel carcere di Volterra (Pisa) "sembrano riscuotere un piccolo successo", come la petizione lanciata che ha raggiunto oltre 2mila firme. "Qualche spiraglio si apre", dichiara Corleone che annuncia una conferenza stampa della Compagnia di Volterra il prossimo 11 luglio con il direttore artistico Armando Punzo.
ilpiacenza.it, 5 luglio 2019
La troupe televisiva in visita alle coltivazioni di fragole e di ortaggi gestite da alcuni detenuti delle Novate. Si parlerà di Piacenza anche su Rai Tre nei prossimi giorni e lo si farà grazie al racconto del progetto Ex Novo, il percorso lavorativo di riabilitazione sociale attivato all'interno del carcere delle Novate su impulso della cooperativa piacentina L'Orto Botanico e che quest'anno, grazie anche al prezioso contributo dell'Università Cattolica, ha portato alla raccolta e alla vendita di fragole coltivate con le più moderne tecniche agrarie all'interno della casa circondariale attraverso la formazione e l'impegno dei detenuti selezionati per questo importante percorso.
"Un'occasione - si legge in una nota - per far uscire dai confini della nostra città lo spirito di un progetto tanto complesso quanto prezioso, poiché in grado di unire il valore tecnico dell'innovazione scientifica alla sua imprescindibile funzione sociale sia per i detenuti, ai quali viene offerta l'opportunità di imparare un mestiere da portare avanti anche una volta scontata la propria pena, sia per la società stessa, poiché l'inserimento lavorativo di chi ha commesso un reato è la prima risposta concreta al rischio della reiterazione".
Ad accogliere il giornalista della Rai Marco Cosenza e la sua troupe, la direttrice del carcere Maria Gabriella Lusi affiancata dal presidente dell'Orto Botanico Fabrizio Ramacci e dal professor Ettore Capri dell'Università Cattolica di Piacenza, oltre ai detenuti che attualmente si stanno occupando delle coltivazioni sia in campo che in serra.
I giornalisti hanno avuto quindi la possibilità di vedere e documentare non solo i terreni coltivati a fragole fuori mura, ma anche gli spazi interni alla cinta muraria del carcere dove la cooperativa porta avanti già dal 2016 piccole produzioni di ortaggi, di miele e un laboratorio di falegnameria. "Una soddisfazione per tutti i soggetti che a vario titolo hanno contribuito al successo di questo primo anno di lavoro che ha visto le fragole Ex Novo sugli scaffali del centro commerciale Ipercoop Gotico e i cui volumi di produzione sono destinati a triplicare, grazie all'ampliamento dei terreni già concessi dalla direzione del Carcere alla cooperativa piacentina, pronta a partire con una nuova sfida" conclude la nota.
trevisotoday.it, 5 luglio 2019
I ragazzi potranno scegliere di quali cani occuparsi conoscendone la storia e le vicissitudini. Attraverso le tappe del percorso, ogni cane apprenderà le regole comportamentali di base che gli consentiranno di essere più facilmente gestibile e adottabile.
Con il Contributo del Comune di Treviso e di Volontarinsieme Csv Treviso e il Csv di Padova (progetto Wake up - a scuola di legame sociale), dopo le due lezioni teoriche di giugno, prenderanno il via in questi giorni le lezioni pratiche del sesto progetto di Educazione Cinofila che vede coinvolti l'"Istituto Penale per i Minorenni "di Treviso insieme "Canile Sanitario" dell'Ulss 2 di Treviso, il Rifugio Enpa di Ponzano e "Obiettivo Cane". Il tema della riabilitazione costituisce uno dei più grandi obiettivi sul quale si fonda "il mondo del sociale". Che si parli di persone disabili mentali e/o fisiche, di anziani, di malati, o persone private della libertà personale, ci si trova ad affrontare il concetto di "qualità della vita".
È un dovere etico, morale della società garantire una vita dignitosa, rispettabile ma soprattutto integrata nella realtà dinamica nella quale tutti noi siamo immersi quotidianamente. A maggior ragione la responsabilità che questo avvenga, grava sulle spalle di chi è a capo degli Istituti o strutture che li ospitano.
Sull'esperienza dei precedenti, gli obiettivi da tutti condivisi in quest'ultimo progetto, sono di educare alcuni cani abbandonati "ospiti" del Rifugio Enpa di Ponzano e dare la possibilità concreta ai ragazzi detenuti, attraverso un approfondimento delle tecniche di addestramento, di trovare un eventuale sbocco lavorativo una volta dimessi dalla struttura penale.
Educare i cani abbandonati può essere da un lato, un metodo per favorirne l'adozione da parte di famiglie, abbassando così il tasso di detenzione degli animali nei canili, dall'altro, un rinforzo nei ragazzi di qualità educative quali ad esempio la pazienza, la tolleranza, l'accettazione delle frustrazioni, l'autocontrollo e la verifica dei propri limiti, che spesso uno stato di detenzione, non favorisce. Le basi di questo progetto sono costituite dalla fusione tra i partner esterni ed educatori dell'Istituto in un unico team di esperti nelle varie discipline che hanno sviluppato percorsi educativi/formativi unici nella loro specificità.
È un progetto complesso che prevede una formazione permanente (sono stati trattati temi relativi all'aspetto sanitario, giuridico, la psicologia del cane e ai suoi schemi comunicativi, le sue emozioni, alla sue educazione e al suo corretto inserimento in famiglia) rivolta a tutti i ragazzi ed un'attività specifica indirizzata solo a quattro di loro. Per la prima volta, da quando il progetto è stato realizzato (ricordiamo che questa è la sesta edizione), grazie a Volontarinsieme - Csv Treviso è stato possibile coinvolgere alcuni studenti delle scuole superiori di Treviso che realizzeranno l'intero progetto insieme ai loro pari detenuti. Il progetto con due appuntamenti settimanali, il martedì e giovedì, terminerà a settembre.
L'istruttrice cinofila Tiziana Da Re de "Obiettivo cane", in collaborazione con un medico veterinario comportamentalista si occuperà di gestire la parte cinofila del progetto. I ragazzi potranno scegliere di quali cani occuparsi conoscendone la storia e le vicissitudini. Attraverso le tappe del percorso, ogni cane apprenderà le regole comportamentali di base che gli consentiranno di essere più facilmente gestibile e adottabile in ambito familiare.
Durante le lezioni i ragazzi, sotto la guida degli istruttori, impareranno a mettere a proprio agio ogni cane nel rispetto delle sue peculiarità e a condurlo nell'apprendimento. Ogni evoluzione sarà attentamente monitorata e discussa nel team degli esperti e i ragazzi saranno coinvolti in ogni fase del progetto affinché sia un esperienza formativa per ciascuno di loro. I ragazzi che frequenteranno il percorso formativo hanno un'età compresa tra i 14 ed 25anni e sono stati scelti dall'area pedagogica e sanitaria dell'Istituto in relazione sia alla situazione giuridica, sia a fattori personali/caratteriali ma, soprattutto, al desiderio e alla volontà espressi dai ragazzi stessi.
Adnkronos, 5 luglio 2019
La città di Alba torna a ospitare la mostra fotografica "Valelapena. Storie di riscatto dal carcere d'Alba" per raccontare una volta di più come l'eccellenza di un territorio, quello albese fortemente vocato al vino, e l'agricoltura sociale siano ormai un connubio inscindibile.
Dal'8 al 26 luglio, in occasione delle giornate finali di Collisioni, una delle manifestazioni estive più importanti in Italia, che ogni anno riempie di musica, letteratura e cultura la zona delle Langhe, le immagini del fotoreporter Armando Rotoletti verranno esposte presso gli spazi della Cantina Sperimentale dell'Istituto 'Umberto I' - Scuola Enologica di Alba, partner chiave del progetto grazie alla cui collaborazione si riesce a produrre il vino. La presenza della mostra vuole essere occasione per quanti visiteranno le Langhe e il Roero in occasione del Festival di mostrare come il lavoro dei campi possa rappresentare per i detenuti una vera e propria occasione di riscatto professionale accompagnando i visitatori in un viaggio attraverso le immagini all'interno della casa circondariale di Alba.
Nato nel 2006 grazie alla collaborazione tra ministero della Giustizia, la casa di reclusione d'Alba, l'Istituto "Umberto I" - Scuola Enologica di Alba, il Comune di Alba e Syngenta. Valelapena coinvolge ogni anno un gruppo di detenuti in attività di formazione sulla cura vigneto interno al carcere, così come nella produzione dell'omonimo vino con l'obiettivo di maturare le competenze e l'esperienza necessarie per trovare impiego presso le aziende vitivinicole della zona una volta scontata la pena.
Nel 2014 nacque l'idea di realizzare un libro fotografico, curato dal giornalista Luigi Dall'Olio e dal fotoreporter Armando Rotoletti, che potesse catturare, attraverso la potenza delle immagini dei suoi protagonisti, il gran valore di un progetto che ha valorizzato negli anni in modo originale la tradizione di eccellenza vitivinicola di Alba e dell'albese.
di Luca Martinelli
Il Manifesto, 5 luglio 2019
Nel Rapporto di Legambiente censiti 386 mafiosi che fanno affari su rifiuti e abusivismo. Cresce l'appetito anche nell'agroalimentare. Anche nel 2018, in Italia, ci sono stati oltre 3 reati contro l'ambiente ogni ora. Il censimento è di Legambiente, che come ogni anno ha diffuso all'inizio dell'estate il rapporto Ecomafia 2019. Le storie e i numeri della criminalità ambientale in Italia presentato ieri a Roma.
Nel 2018, spiega l'associazione ambientalista, è calato - anche se di poco - il bilancio complessivo dei reati contro l'ambiente, che passa dagli oltre 30mila illeciti registrati nel 2017 a 28.137, ma questo segnale incoraggiante non deve portare a ridurre l'attenzione sul tema degli eco-reati. "Con questa edizione del rapporto vogliamo dare il nostro contributo per riequilibrare il dibattito politico nazionale troppo orientato sulla presunta emergenza migranti e far sì che in cima all'agenda politica del nostro Paese torni ad esserci anche il tema della lotta all'ecomafie e alle illegalità" ha ricordato il presidente nazionale di Legambiente Stefano Ciafani. I segnali che arrivano - condono edilizio per la ricostruzione post terremoto sull'isola di Ischia e nelle zone del cratere del Centro Italia, decreto Sblocca cantieri - non sono positivi.
Meno incendi, più abusivismo. In più, la flessione ha riguardato alcuni ambiti - in particolare gli incendi boschivi, -67% nel 2018, i furti di beni culturali, -6,3%) - ma altri crescono in modo impressionante, e "l'aggressione alle risorse ambientali del Paese si traduce in un giro d'affari che nel 2018 ha fruttato all'ecomafia ben 16,6 miliardi di euro" secondo le stime di Legambiente, e questo ammontare è pari a "2,5 miliardi di euro in più rispetto all'anno precedente". La misura dell'emergenza è quella di alcuni singoli illeciti ambientali: nel 2018 sono aumentati quelli legati al ciclo illegale dei rifiuti, che si avvicinano alla soglia degli 8mila (quasi 22 al giorno) e quelli del "cemento selvaggio" che nel 2018 registrano un'impennata toccando quota 6.578, con una crescita del +68% (contro i 3.908 reati del 2017; ma per la prima volta rientrano nel conteggio anche le infrazioni verbalizzate dal Comando carabinieri per la tutela del lavoro, in materia di sicurezza, abusivismo, caporalato nei cantieri e indebita percezione di erogazioni ai danni dello Stato).
Secondo il Cresme, nel 2018 il tasso di abusivismo si aggira intorno al 16%, considerando sia le nuove costruzioni sia gli ampliamenti del patrimonio immobiliare esistente: dal 2004, anno successivo all'ultimo condono edilizio nazionale, al 2018, nel nostro paese è stato abbattuto solo il 19,6% degli immobili colpiti da un ordine di demolizione.
Nel 2018 sono "lievitate", come il pane, anche le illegalità nel settore agroalimentare, ben 44.795, quasi 123 al giorno, contro le 37mila del 2017. Il fatturato illegale - solo considerando il valore dei prodotti sequestrati - tocca i 1,4 miliardi (con un aumento del 35,6% rispetto all'anno). Il "primato" del Sud. Il maggior numero degli ecoreati si registra nelle quattro regioni a tradizionale insediamento mafioso (Campania, Calabria, Puglia e Sicilia): lo scorso anno hanno concentrato quasi il 45% delle infrazioni, pari a 12.597. La Campania domina la classifica regionale delle illegalità ambientali con 3.862 illeciti (14,4% sul totale nazionale), seguita dalla Calabria (3.240) - che registra comunque il numero più alto di arresti, 35 -, la Puglia (2.854) e la Sicilia (2.641). In Centro e Nord Italia sul podio stanno Lazio (circa 2mila reati), Toscana (1.836), e Lombardia, al settimo posto nazionale. La provincia con il numero più alto di illeciti si conferma Napoli (1.360), poi Roma (1.037), Bari (711), Palermo (671) e Avellino (667).
Un problema di corruzione e coordinamento. Secondo Legambiente, la corruzione resta lo strumento principe, il più efficace, per aggirare le regole concepite per tutelare l'ambiente e maturare profitti illeciti: dal 1° giugno 2018 al 31 maggio 2019 sono ben 100 le inchieste che hanno visto impegnate 36 procure, capaci di denunciare 597 persone e arrestarne 395, eseguendo 143 sequestri. È il Lazio la regione con il numero più alto di inchieste, 23, seguita da Sicilia (21), Lombardia (12), Campania (9) e Calabria (8).
"Ecomafia 2019" ha evidenziato la presenza di 368 clan, attivi in tutta Italia, dediti agli illeciti ambientali. Per aumentare l'efficacia dell'azione repressiva dello Stato, secondo il procuratore nazionale antimafia Federico Cafiero De Raho, intervenuto alla presentazione del rapporto, serve una Procura nazionale dei reati ambientali, per "conoscere e mettere insieme gli elementi che vengono acquisiti sul territorio nazionale".
Ad oggi, infatti, "ogni reato ambientale, che non sia traffico organizzato di rifiuti è un reato che può essere trattato da una delle 158 Procure", ha spiegato De Raho, ma "quando l'autore si muove su 50 Procure, ognuna non sa quello che fa l'altra e quindi quell'autore seriale non verrà mai individuato come tale". La 68/2015 efficace. L'intervento richiesto da De Raho contribuire a rendere ancor più efficace la legge 68/2015 sugli eco-reati, già essenziale nella lotta alla criminalità ambientale, sia sul fronte repressivo sia su quello della prevenzione.
Nel 2018 - secondo il rapporto Ecomafia 2019 - la legge è stata applicata dalle forze dell'ordine per 1.108 volte, più di tre al giorno, con una crescita pari a +129%. La fattispecie dell'inquinamento ambientale è quella più applicata: 218 contestazioni. "Per fortuna - commenta Ciafani - si conferma la validità della legge 68 del 2015, che ha inserito i delitti ambientali nel Codice penale, con buona pace dei suoi detrattori che negli ultimi anni hanno perso voce e argomenti per denigrarla. Risultati che dovrebbero indurre a completare la riforma di civiltà inaugurata con la normativa sugli eco-reati: il nostro auspicio è che il Governo e il Parlamento invertano il prima possibile la rotta intrapresa e abbiano il coraggio di continuare il lavoro della scorsa legislatura, che ha visto approvare il maggior numero di norme ambientali di iniziativa parlamentare della storia repubblicana".
di Nicola Ferri
Il Fatto Quotidiano, 5 luglio 2019
Le motivazioni con cui la capitana Carola Rackete è stata scarcerata sono fondate sull'articolo 51 del Codice penale. I fatti. Il 13 giugno la nave della Ong Sea-Watch, battente bandiera olandese, comandata dalla capitana Carola Rackete (tedesca, 31 anni, 5 lingue, laurea in Scienze nautiche, due master in Scienze ambientali) al largo delle coste libiche intercetta e soccorre un gommone in evidente pericolo di naufragio con 53 emigranti che vengono presi a bordo.
Una motovedetta della Guardia costiera libica, nel frattempo sopraggiunta, invita la Sea-Watch3 a riportare indietro, con rotta verso Tripoli, i 53 profughi. La capitana rifiuta perché Tripoli non è un porto sicuro, come hanno avvertito le Agenzie dell'Onu per le migrazioni (Oim e Unhcr) per le quali i profughi riportati in Libia vengono privati della libertà e rinchiusi nei centri di detenzione in condizioni disumane. Il 27 giugno il ministro degli Esteri italiano Enzo Moavero Milanesi ha confermato: "La Libia non è un porto sicuro".
La Sea-Watch3 si dirige verso Lampedusa che per la comandante Rackete, responsabile della salvezza dell'equipaggio e dei passeggeri, è l'unico porto sicuro tra la Libia e la Sicilia dove i profughi hanno il diritto di essere accolti in base alle leggi internazionali, cui corrisponde l'obbligo, peri comandanti delle navi e per gli stessi Stati, di assicurare tale accoglienza (Convenzione per la salvaguardia della Vita umana in mare del 1974, Convenzione sulla ricerca e il salvataggio marittimo del 1979, Convenzione Onu di Montego Bay del 1982 sul Diritto del mare). Poiché nella gerarchia delle fonti, i Trattati internazionali sono di rango superiore alle leggi nazionali (articolo 117/1 della Costituzione), il divieto di transito o di sosta nel mare territoriale imposto dal ministro dell'Interno Salvini per motivi di ordine e sicurezza pubblica ai sensi dell'articolo 11 comma 1ter del decreto legge 53/2019 risulta privo di legittimità nei confronti dei 53 naufraghi salvati dalla Sea Watch.
Nella notte di sabato 29 giugno la capitana Rackete, viste le peggiorate condizioni di salute dei profughi rimasti per 16 giorni sotto il sole a 40 gradi ("sono allo stremo, li porto in salvo"), forza il blocco ed entra nel porto di Lampedusa dove il 30 giugno i naufraghi sono stati fatti sbarcare. Nel procedere verso il porto commerciale, la nave Ong entra in rotta di collisione con una motovedetta della Guardia di finanza che ha tentato di fermarla interponendosi tra essa e la banchina. La capitana afferma che l'urto, in cui la motovedetta è stata danneggiata, è avvenuto a causa della sua manovra sbagliata della quale si scusa con i militari.
Viene quindi arrestata con l'accusa dei delitti ex articoli 1100 del Codice della navigazione per resistenza e violenza contro una nave da guerra nazionale (tali sono le motovedette delle Fiamme Gialle per la legge n.1409/1956 articolo 6), e 337 codice penale per violenza a un pubblico ufficiale.
Con queste imputazioni Carola Rackete il primo luglio è comparsa davanti al giudice per le indagini preliminari Alessandra Vella, che non ha convalidato l'arresto avendo la capitana agito nell'adempimento del dovere di salvare 53 vite umane, scriminante prevista dall'articolo 51 del codice penale. Ha vinto, dunque, la legge.
Il ministro Salvini ha reagito dicendo: "Sono schifato, mi vergogno dei magistrati". Ma dovrà rassegnarsi, almeno fino a quando ci saranno "questa" Costituzione e "questi" magistrati che non si vergognano di eseguirne i comandi "con disciplina e onore".
di Matteo Renzi
La Repubblica, 5 luglio 2019
Sbagliammo nel 2017 a considerare gli sbarchi una minaccia. Pavidi sullo Ius soli, crollammo nei sondaggi. Si può parlare di immigrazione senza usare il becero tono della destra? Salvini detta l'agenda e sembra imbattibile su questo tema, persino quando il suo linguaggio sfocia nell'odio. Eppure non possiamo arrenderci allo tsunami sovranista. Resistere e rilanciare si può. Propongo dieci piccoli spunti di riflessione.
1. Se qualcuno è in mare, si salva e si porta a terra. Lasciare in mare delle persone per calcolo elettorale fa schifo. Sì, schifo, non trovo altre parole. Tutti coloro che soccorrono persone in mare e le portano a terra meritano il nostro grazie, non gli insulti in banchina.
2. L'Italia è terra di migranti. Il mito di Roma nasce da un migrante, l'Impero è storia di inclusione, il Rinascimento è figlio della curiosità. L'Italia è aperta da secoli. E i nostri nonni soffrivano chiudendo la valigia di cartone con lo spago mentre lasciavano il Veneto o la Calabria. Chi nega questa storia è un ignorante che tradisce i valori del Paese.
3. Qualcuno si scaglia contro di noi: chiedete scusa! E di che? Non mi vergogno di ciò che ha fatto il mio governo. Non chiedo scusa per le vite salvate nel Mediterraneo. Non chiedo scusa per aver combattuto il protocollo di Dublino, firmato da Berlusconi e Lega. Non chiedo scusa per aver recuperato i cadaveri del naufragio del 2015. La civiltà è anche dare una sepoltura: ce lo insegna Antigone, ce lo insegna Priamo. I Salvini passano, i valori restano.
4. Aiutarli a casa loro è una priorità. Bisogna aumentare i fondi della cooperazione internazionale (cosa che noi abbiamo fatto, la Lega no). Bisogna investire in Africa senza lasciare che lo faccia solo la Cina. Bisogna implementare la strategia energetica del sud, dall'Egitto al Mozambico. Non è sbagliato dire "aiutiamoli a casa loro": è sbagliato non farlo.
5. Non abbiamo sottovalutato la questione immigrazione: l'abbiamo sopravvalutata quando nel funesto 2017 abbiamo considerato qualche decina di barche che arrivava in un Paese di 60 milioni di abitanti, "una minaccia alla democrazia". Il crollo nei sondaggi del Pd comincia quando si esaspera il tema arrivi dal Mediterraneo e allo stesso tempo si discute lo Ius soli senza avere il coraggio di mettere la fiducia come avevamo fatto sulle Unioni civili. Geometrica dimostrazione d'impotenza: allarmismo sugli sbarchi, mancanza di coraggio sui valori. Il successo di Salvini inizia lì.
6. L'Italia non ha un'emergenza immigrazione, ma tre emergenze gravissime: denatalità, legalità, educazione. La prima è la più preoccupante: un Paese senza figli è un Paese senza futuro. E paradossalmente non ne usciamo neppure con gli immigrati. La demografia segna la fine delle civiltà, non qualche migliaio di rifugiati che sbarcano nel Mediterraneo. E nel resto d'Europa "l'invasione" che paventano i populisti nasce dalle culle, non dai barconi.
7. Legalità. Se Carola ha sbagliato manovra o infranto la legge, è giusto processarla. Se un immigrato ruba, è giusto processarlo. Ma questo vale per tutti: o la legalità vale sempre o non vale mai. Difficile credere a Salvini quando definisce "delinquente" Carola e invoca per sé l'immunità parlamentare per salvarsi. E questo vale per gli alleati grillini: possono urlare onestà fino allo sfinimento, ma resteranno per sempre i complici di chi ha fatto sparire 49 milioni di euro del contribuente.
8. La questione educativa è meno visibile, ma è profonda. Per questo la misura più importante del nostro Governo non è la fatturazione elettronica o il Jobs Act, che pure stanno finalmente mostrando i loro effetti. La misura più importante è il principio un euro in cultura per un euro in sicurezza. Aprire i musei, altro che chiudere i porti. Investire sui teatri e sulla scuola, specie nelle periferie, non solo sulla repressione.
9. I populisti hanno bisogno delle fake news. Emblematico il fotomontaggio con i parlamentari della Sea Watch ripresi come fossero in un pranzo luculliano a base di pesce. Combattere le fake news è diventato un dovere civile: ne parleremo a Milano il prossimo venerdì 12 luglio. Ma è una priorità mondiale, che io per primo ho sottovalutato in passato.
10. Non è la globalizzazione il nostro avversario. Se diciamo che la globalizzazione è il nemico che distorce economia, cultura, identità, finiamo con il fare un assist a chi dice "prima gli italiani", chiede di costruire muri, istiga all'odio. È chiaro che ci sono diseguaglianze, da sempre, che la globalizzazione non corregge e talvolta esaspera. Ma la sinistra è tale se abbraccia il progresso, una visione mondiale, la rivoluzione tecnologica. Alla gente impaurita va data una visione forte e coraggiosa, non il messaggio consolatorio che dice: "Fate bene ad avere paura".
Perché se il futuro è di chi ha paura, vincono quelli dei muri, non quelli della società aperta. C'è una parte della sinistra che attribuisce tutte le colpe alla globalizzazione: è vero il contrario. Il mondo globalizzato è la più grande chance per l'Italia.
O noi educhiamo i nostri figli allo studio, al sacrificio, al rischio, alla curiosità o loro diventeranno vittime della retorica del reddito di cittadinanza e del padroni a casa nostra. I populisti hanno vinto con le fake news, saranno sconfitti dalla realtà. Se vogliamo che ciò accada anche sul tema dell'immigrazione, dobbiamo avere una linea, nostra, forte e chiara. E non scimmiottare quella degli avversari.
di Lorenzo Cremonesi
Corriere della Sera, 5 luglio 2019
È la risposta al bombardamento del campo di Tajura da parte di Haftar. Il leader del governo di Salvezza Nazionale sta valutando di aprire i campi di detenzione e permettere ai migranti di raggiungere l'Europa. Il governo libico di Salvezza Nazionale guidato dal premier Fayez Sarraj a Tripoli sta seriamente valutando di chiudere i centri di detenzione e liberare tutti i migranti.
Non solo, si sta anche pensando di ordinare alle motovedette guardiacoste di non intervenire più per bloccare i navigli degli scafisti con i migranti in mare per riportarli sulle coste libiche. La misura viene discussa in queste ore e potrebbe diventare operativa molto presto. I centri di detenzione "ufficiali" controllati dal governo di Tripoli sono al momento più di venti e pare contengano circa 8.000 persone, in maggioranza entrate illegalmente in territorio libico dai Paesi dell'Africa sub-sahariana.
La reazione - La misura non riguarda ovviamente le prigioni segrete delle milizie che cooperano con i trafficanti, dove non esiste tra l'altro nessun censimento dei migranti e nessun contatto con l'Onu e le altre organizzazioni umanitarie internazionali. Così Sarraj passa letteralmente dalle parole ai fatti. Già all'inizio dell'offensiva militare, lanciata contro le milizie schierate alla difesa di Tripoli da parte delle truppe del maresciallo Khalifa Haftar a Bengasi lo scorso 4 aprile, Sarraj aveva espresso più volte la preoccupazione che il degenerare della situazione potesse condurre ad una fuga indiscriminata verso le coste europee. In un intervista al "Corriere della Sera" aveva parlato di un serbatoio potenziale di 800.000 partenze, tra cui anche criminali e jihadisti di Isis. Adesso le sue parole stanno diventando realtà.
"Impotenza della comunità internazionale" - Il governo di Tripoli non nasconde la propria impotenza e rabbia per l'inattività della comunità internazionale nei confronti dell'aggressione di Haftar. I toni cauti e l'atteggiamento di equidistanza rispetto al conflitto in Libia emerso anche nei dibattiti all'Onu delle ultime non fanno che aumentare la frustrazione.
Un sentimento emerso anche dalle parole del ministro degli Interni di Tripoli, Fathi Bashaga, il quale a seguito delle decine di migranti morti mercoledì sotto il bombardamento dell'aviazione di Haftar sul campo di Tajura ha ammesso l'incapacità del suo governo a proteggerli.
"Se la comunità internazionale non fa nulla per proteggerci contro Haftar, perché mai noi dovremmo aiutare l'Europa a fermare i migranti?", ripetono nei corridoi a Tripoli. Tutto ciò mentre sono ripresi i raid degli aerei di Haftar. Nelle ultime ore è stato chiuso Mitiga, l'unico aeroporto civile funzionante a Tripoli, dopo che è stato bombardato il centro di controllo dei droni delle milizie nella capitale.
di Roberto Ciccarelli
Il Manifesto, 5 luglio 2019
"Il ministro sta promuovendo un abbassamento del senso morale a livello di massa. Sta ricostruendo le basi ideologiche del razzismo", intervista al filosofo del diritto.
Luigi Ferrajoli, Salvini ha sostenuto che Carola Rackete è una "pirata", dunque una "nemica dell'umanità", e per questo una "criminale". Che senso ha attribuire questa definizione a chi salva i migranti in mare per senso di dovere verso l'umanità?
Sono tutte insensatezze gravissime. Sul piano giuridico non ci sono dubbi. Carola Rackete non ha commesso nessun reato, come ha stabilito il giudice delle indagini preliminari Alessandra Vella. Ha agito nell'adempimento di un dovere: portare in salvo le persone salvate, imposto dal diritto del mare e comunque in stato di necessità. Semmai sono le autorità italiane che per 17 giorni si sono rese responsabili del reato di omissione di soccorso. Francamente è intollerabile che Salvini chiami "criminale" una persona appena prosciolta senza incorrere nel reato di ingiuria. Fatto per cui spero che Carola vorrà querelarlo. Ma, a questo punto, la questione giuridica è secondaria.
Perché?
Questi "sovranisti" stanno distruggendo l'onorabilità dell'Italia che fino a qualche anno fa si era distinta, con Mare Nostrum, per avere salvato 150 mila persone nel Mediterraneo. Oggi il loro comportamento è assolutamente illegittimo perché viola tutte le norme del diritto del mare, oltre la nostra Costituzione, e deturpa l'identità civile del nostro paese. Non è solo una violazione dei diritti fondamentali ma la distruzione dei presupposti sociali della convivenza civile. La costruzione del consenso sulla disumanità e l'immoralità ha un effetto distruttivo sulla democrazia.
Qual è la loro strategia?
Costruire la percezione degli altri come nemici solo perché stranieri, poveri e disperati. Su questa base hanno ottenuto un consenso di massa per le politiche securitarie. Tutto questo in un paese che è tra i più sicuri al mondo. Nel 2017 gli omicidi sono stati 357, di cui ben 123, purtroppo, femminicidi dei quali la politica neppure parla. Gli omicidi erano circa 1.500 solo nei primi anni Novanta.
Ritiene che sia solo responsabilità di questo governo?
Nient'affatto. Salvini non ha inventato nulla, ha solo proseguito le politiche contro gli immigrati e la costruzione dell'emergenza del precedente ministro Minniti e degli altri governi europei. Ci sono però gravissime differenze.
Quali sono?
Il carattere criminogeno delle leggi in tema di sicurezza. Il primo decreto sicurezza di Salvini ha soppresso di fatto il permesso di soggiorno per motivi umanitari ed espulso migliaia di richiedenti asilo e rifugiati dai centri di accoglienza. Una misura stupidamente persecutoria con la quale persone integrate sono state trasformate in persone illegali e virtualmente devianti. Senza dimenticare l'estensione dei presupposti della legittima difesa. La soppressione del requisito della proporzionalità tra difesa e offesa potrebbe portare all'aumento anche da noi del numero delle morti violente com'è accaduto negli Stati uniti.
Vede un parallelo tra il governo Conte e Trump nelle politiche sull'immigrazione?
Lo stesso Salvini non lo nasconde. La differenza con le politiche dei Minniti o dei Macron è questa: se prima in Italia la violazione dei diritti umani era occultata, ora è sbandierata come fonte del consenso. Salvini sta promuovendo un abbassamento del senso morale a livello di massa. Non si limita a interpretare la xenofobia, la alimenta. La sua politica sta ricostruendo le basi ideologiche del razzismo.
Come definisce questo uso del diritto?
È il populismo penale. Consiste nell'uso demagogico e congiunturale del diritto penale diretto ad alimentare la paura con misure tanto anti-garantiste quanto inefficaci alla prevenzione della criminalità.
I governanti di Italia, Francia e Germania dovrebbero essere perseguiti per avere deciso di sacrificare la vita dei migranti in difficoltà nel Mediterraneo. Lo ha sostenuto un rapporto legale depositato alla Corte penale internazionale che parla di 40 mila vittime di reati di competenza del tribunale negli ultimi tre anni. Lei ha definito questi atti "crimini di sistema". Che cosa sono?
I crimini di sistema sono violazioni massicce del diritto internazionale e dei diritti fondamentali. Non sono reati perché non sono imputabili alla responsabilità di singole persone, ma a interi sistemi economici e politici. Ciò non toglie che siano violazioni gravissime dei diritti stabiliti in tutte le carte costituzionali e internazionali. Sono politiche criminali, che provocano ogni anno decine di migliaia di morti, oltre all'apartheid mondiale di due miliardi di persone. Verrà un giorno in cui questi atti saranno ricordati come crimini, e non potremo dire non sapevamo, perché sappiamo tutto. Dei campi di concentramento in Libia, dei naufragi, della fuga causata dai cambiamenti climatici, dalla fame e dalle crisi economiche prodotte dalle politiche del capitalismo di rapina.
di Rachele Gonnelli
Il Manifesto, 5 luglio 2019
Accuse incrociate tra le forze di Haftar e i nemici di Misurata sulla responsabilità della strage nel centro di detenzione dei dintorni di Tripoli. A New York veto Usa sulla condanna del Consiglio di sicurezza.
L'omologo di Matteo Salvini a Tripoli, il misuratino Fathi Bashaga, parlando ieri con la delegata dell'Unsmil al coordinamento umanitario dopo il massacro di migranti a Tajoura ha detto, che non essendo in grado di garantire la sicurezza dei centri per migranti nella capitale libica, il governo Serraj "sta valutando se rilasciarli tutti". Più che una liberazione suona come una minaccia, una vecchia minaccia che in Italia ha sempre funzionato fin dai tempi del Colonnello Gheddafi, tanto che allora aveva una abbreviazione: si chiamava "bomba umanitaria".
I migranti detenuti a Tripoli e dintorni sono, secondo l'Organizzazione per le migrazioni, tra i 3.400 e i 3.800, la metà di quelli richiusi in tutte le prigioni libiche, una minoranza rispetto ai 700 mila che lavorano nel Paese da regolari. Già due mesi fa, l'8 maggio, l'Unhcr aveva chiesto al governo Serraj l'evacuazione dei migranti detenuti nel centro di Tajoura e da tutti gli altri che si trovano nelle zone dei combattimenti. E la "immediata chiusura di tutti i centri" sulla linea del fronte è quanto ha chiesto ieri anche l'ambasciatore britannico in Libia Martin Reynolds, facendo eco alle organizzazioni umanitarie che lo ripetono da molto prima della strage annunciata. Il ministro italiano Salvini ha visto a Milano solo pochi giorni fa sia il premier Serraj, sia lo stesso Bashaga, proprio a partire dal dossier immigrazione ma non risulta abbia sollevato il problema della sicurezza dei migranti intrappolati nelle aree dove si combatte.
Dal racconto della notte delle bombe a Tajoura emergono intanto altri particolari agghiaccianti. Le guardie della milizia Dhaman - le stesse che tenevano un deposito di munizioni e veicoli militari accanto alla prigione, dove costringevano i migranti a pulire e ricaricare le mitragliatrici, in base alle denunce raccolte da Human Rights Watch - avrebbero sparato sugli africani che scappavano per strada terrorizzati, alcuni anche feriti, dopo lo scoppio delle bombe.
Per il sito libico Al Wasat la missione Onu in Libia (Unsmil) avrebbe ricevuto denunce su questo dai sopravvissuti, un'ottantina dei quali si trovano ora ricoverati negli ospedali della zona. Del resto il "detention camp" di Tajoura era tristemente noto come uno dei lager libici peggiori, dove le persone rinchiuse venivano sottoposte a torture, stupri, tenute in condizioni anti-igieniche e malnutrizione, tanto che per cercare di migliorarne i servizi era stato dato un appalto a una ditta esterna - la Helpcode - che doveva fare da tramite con Oim, Ocha e Unhcr, incluso segnalare i casi di estrema vulnerabilità da includere nei corridoi umanitari.
La responsabilità della strage di migranti morti a Tajoura nel frattempo sono passati da 44 a 53, di cui sei bambini e molte donne - è ancora incerta. E l'inchiesta che le Nazioni Unite dovranno condurre per attribuire quello che in tutta evidenza si palesa come un crimine di guerra, la più grande strage dall'inizio dell'offensiva di Haftar su Tripoli tre mesi fa, non si presenta semplice. Il comandante dell'Aviazione dell'autoproclamato Esercito nazionale libico con a capo Haftar, il maggiore Muhammar al Manfour, in un comunicato consegnato al Libyan Address Journal ribalta le accuse provenienti dal "governo di accordo nazionale" sostenendo di essere in possesso di tracciati aerei della notte di martedì su velivoli da guerra in volo da Misurata e dall'aeroporto di Mitiga verso Tarhouna, sempre nei sobborghi meridionali. L'alto ufficiale dice anche che un quarto d'ora prima delle bombe il deposito di munizioni adiacente al centro ha subito un'esplosione: si tratterebbe dunque di "fuoco amico". Dopo le sue dichiarazioni, lo stesso ministro Bashaga ha ammesso che l'aereo del bombardamento "è insolito, non è della Libia". E il capo del Consiglio presidenziale di Tripoli - il parlamentino di Serraj - Khaled al Mishri, ipotizza ora che si tratti di un aereo egiziano a sostegno delle truppe di Haftar in difficoltà dopo la perdita della base di Gharyan.
A New York ieri tre ore di discussione a porte chiuse nel Palazzo di Vetronon sono bastate al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite per assumere una dichiarazione di condanna. Proposto dalla Gran Bretagna, il testo sarebbe stato bloccato dal rappresentante degli Stati Uniti, come ad aprile per la condanna dell'offensiva del generale Haftar su Tripoli. Il maggiore Manfour chiama anche in causa il ministro Salvini e l'Europa per complicità nella strage: hanno dato ingenti risorse a Serraj per trattenere i migranti - sostiene - e non si occupano delle loro condizioni di vita.










