Ristretti Orizzonti, 7 luglio 2019
Ad una studentessa lucana del Liceo "G. Peano" di Marsico il 1° Premio. Si è tenuto a Padova il Consiglio Nazionale della Cnvg, Conferenza Nazionale Volontariato Giustizia che nel corso dei lavori ha ratificato i nomi degli studenti vincitori del concorso di scrittura. Una apposita commissione ha selezionato i 3 migliori testi tra quelli pervenuti da vari Istituti Scolastici, inviati dai numerosi studenti partecipanti al progetto "A Scuola di Libertà: Le scuole incontrano il carcere".
Ristretti Orizzonti, 7 luglio 2019
"La presenza delle istituzioni nei luoghi di fragilità e di cura è fondamentale per monitorare le politiche sanitarie e realizzare l'integrazione socio-sanitaria. Dopo aver inserito alcuni punti specifici sulla salute mentale nel Piano Sociale Regionale, oggi ho visitato personalmente la Rems di Palombara Sabina per ascoltare i malati e gli operatori e capire come sta procedendo il superamento degli Opg".
Lo ha detto Paolo Ciani, vice Presidente della Commissione Salute della Regione Lazio e consigliere di Demos - Democrazia Solidale, in occasione dell'odierna visita alla Rems di Palombara Sabina.
"La salute mentale è un grande tema per la Regione e l'intero Paese. Così come lo e' il rapporto tra salute mentale e giustizia. Dopo la giusta chiusura degli Opg, ora la sfida sono le Rems (residenze per l'esecuzione delle misure di sicurezza). Bisogna vigilare sui percorsi terapeutici dei malati internati, valorizzare le competenze degli operatori e capire l'interazione delle strutture con il territorio circostante. Ritengo fondamentale mettere le istituzioni in ascolto e cercare soluzioni efficaci per i diversi bisogni, senza escludere nessuno".
Ha proseguito Ciani: "Questi luoghi rappresentano uno snodo fondamentale per l'integrazione sociosanitaria. Per questo, come vicepresidente della Commissione Sanità ho inserito alcuni punti specifici - continuità terapeutica, mediazione linguistica ove necessaria, strutture residenziali alternative alle Rems - nella stesura del Piano sociale regionale.
Ora sto monitorando l'implementazione di queste misure, convinto che il reciproco ascolto e un'effettiva collaborazione fra i diversi soggetti sia fondamentale. L'Italia e' il paese di Franco Basaglia e, a 40 anni dalla legge 180, dobbiamo costruire percorsi di cura e riabilitazione che siano all'altezza della nostra storia".
Durante la visita il vice presidente Ciani e' stato accompagnato dal Commissario della Asl Rm 5 Giuseppe Quintavalle, dalla referente regionale per la salute mentale, dai diversi responsabili del Distretto e dei moduli, dell'attigua Casa della Salute, dal vicesindaco e da rappresentanti dell'Arma dei Carabinieri.
Avvenire, 7 luglio 2019
L'Anm, che ha riunito ieri il Comitato direttivo, si dice "disponibile" al confronto "ma non 5 minuti prima" del varo. Il ministro ribatte: l'interlocuzione è già avvenuta con i precedenti vertici, così si parte con il piede sbagliato. E' calato il gelo, in vista dell'imminente presentazione del pacchetto di riforme della giustizia, tra l'Associazione magistrati e il Guardasigilli Alfonso Bonafede.
di Francesco Lo Dico
Il Messaggero, 7 luglio 2019
Ufficialmente mancano dieci giorni per chiudere la riforma della giustizia. Ma il pacchetto di interventi last-minute che la Lega ha intenzione di recapitare in via Arenula rischia di ingolfare il cammino della legge delega fin qui elaborata dal ministro Bonafede.
linkabile.it, 7 luglio 2019
Si è concluso ieri il progetto "Emozioni - Recuperare sentimenti empatici negli autori di reati sessuali", presso il padiglione Roma della Casa Circondariale di Poggioreale. Un progetto, promosso dal garante campano dei detenuti e realizzato dalla associazione "Oltre le sbarre".
Iniziato nel freddo Febbraio e conclusosi nella calda mattinata di ieri, presso il cortile del padiglione Roma, nel "Giardino dentro", uno spazio dove curare il verde e lo spirito, che ha permesso di trascorrere due ore in un ambiente, per quello che sia possibile, diverso dalle strette mura del carcere.
Alla festa finale, un modo "familiare", per salutare tutti i 17 detenuti che hanno partecipato con forte coinvolgimento a questo intenso progetto, erano presenti la Direttrice dell'istituto, Maria Luisa Palma, il Garante Campano dei detenuti, Samuele Ciambriello, tutti gli operatori che hanno lavorato a questo progetto: la coordinatrice Rita, le operatrici Luisa e Dea, il Fantasiologo Massimo e il Fumettista Giancarlo. Dopo un momento conviviale reso possibile anche da un "banchetto" preparato per l'occasione, si è creata l'atmosfera giusta affinché un detenuto leggesse una lettera, frutto di tutti i detenuti, per ringraziare i presenti.
"Sono stupita positivamente da queste parole, da questo modo di scrivere , dai sentimenti che sono venuti fuori. Trovo che siano importanti progetti del genere e sarà mia cura fare in modo che ce ne siano di altri", cosi ha esordito la Direttrice, che ha poi rassicurato che a breve i detenuti del Roma 3°piano, saranno trasferiti in un altro padiglione, di nuova ristrutturazione che potrà migliorare la situazione di detenzione in cui vivono.
Per concludere la giornata, il Garante, ha prestato la sua voce per leggere ad ogni detenuto che ha partecipato, un messaggio che è stato scritto in modo accurato per ognuno di loro. Un messaggio contenente impressioni personali ed un consiglio, "un po' come si fa con l'oroscopo" ha ironizzato il Garante , che ha poi continuato dicendo "sono contento che ci siano momenti del genere , che possano questi non essere casi isolati, qui al terzo piano del Roma è il secondo anno che promuovo un progetto per questi diversamente liberi, a settembre esperienze simili inizieranno nel carcere di Vallo della Lucania, nel reparto destinato ai sex-offenders di Secondigliano e Carinola, attraverso la professionalità e l'esperienza di operatori che aiutano i detenuti a "ritrovarsi", per evitare la recidiva."
Per Dea Pisano una delle animatrici del percorso trattamentale: "L'obiettivo del progetto è stato quello di garantire ai partecipanti una nuova opportunità trattamentale, anche attraverso il riconoscimento delle proprie responsabilità e l'assunzione emotiva della persona e della sensibilità della vittima e del danno ad essa arrecato. Si è ritenuto necessario utilizzare un metodo di approccio "più sfumato", che partisse soprattutto dai vissuti dei singoli detenuti e ne valorizzasse i contenuti empatici e, soprattutto, tenesse conto in maniera prioritaria della condizione di "quasi" emarginazione che i sex-offenders vivono all'interno della struttura detentiva."
In altre parole: i partecipanti al Progetto riconoscevano la loro "specialità", ma chiedevano di distaccarsene, mettendosi in gioco come persone complessive e sottraendosi ad un giudizio preconcetto e, talvolta, viziato da esemplificazioni valutative. Per Rita Crisi, dell'associazione "Oltre le sbarre":" nessuno dei partecipanti individuati dall'area educativa si è tirato indietro, qualcuno è partito schivo ma con il tempo ha permesso a noi operatori, e ai compagni di gruppo, di condividere storie, vissuti , sensazioni, emozioni". L'associazione "Oltre le sbarre Onlus" ha ringraziato l'ufficio del Garante dei detenuti per la realizzazione di questo progetto.
di Lucio Musolino
Il Fatto Quotidiano, 7 luglio 2019
La denuncia del pentito di 'ndrangheta. Avviata indagine interna. L'aggressione a Francesco Noblea sarebbe avvenuta il 20 giugno quando il collaboratore di giustizia era stato posto in isolamento in seguito alle sue lamentele per il divieto di incontrare la figlia. Il legale alla direttrice del carcere, al Garante dei detenuti e a Bonafede: "Fare luce". L'uomo con le sue dichiarazioni ha contribuito, negli stessi giorni delle presunte violenze, all'arresto di due agenti di polizia penitenziaria del carcere di Cosenza.
Tre mi tenevano e uno menava forte, fino a spostarmi la mandibola". È la ricostruzione del pentito Francesco Noblea di Cosenza che, nei giorni scorsi, ha denunciato un'aggressione avvenuta a Roma all'interno del carcere di Rebibbia. Stando alla sua denuncia, sulla base della quale la direzione del penitenziario ha avviato un'indagine interna, il collaboratore di giustizia sarebbe stato pestato dagli agenti della polizia penitenziaria.
L'aggressione si sarebbe consumata il 20 giugno quando, dopo un colloquio con il suo avvocato, Noblea era stato posto in isolamento intramurario in seguito alle sue lamentele per il divieto, da due anni, di incontrare la figlia che è stata collocata presso una casa famiglia.
Recentemente, infatti, il Tribunale dei minori di Catanzaro lo ha autorizzato a sostenere "colloqui telefonici nonché a mezzo Skype" con la figlia minorenne ma ciò, finora, non è stato possibile all'interno del carcere di Rebibbia sprovvisto "degli opportuni mezzi di comunicazione (Skype per l'appunto)". Questo avrebbe compromesso i rapporti tra il pentito e le guardie fino all'aggressione.
Ventisei anni e un passato nelle file della cosca Abbruzzese per conto della quale spacciava cocaina e commetteva altri reati, Francesco Noblea detto "Pozzetto" adesso è stato trasferito in un'altra struttura carceraria mentre è partita un'indagine per individuare gli agenti della penitenziaria che lo avrebbero malmenato.
Giudicato attendibile dalla Dda di Catanzaro che ha utilizzato le sue dichiarazioni in diversi procedimenti penali, il pentito dice di ricordare i soprannomi che i poliziotti utilizzavano tra di loro mentre si sarebbe consumata l'aggressione. Anche se nella denuncia parla di un solo agente, stando al racconto fatto al suo avvocato sarebbero stati in quattro i protagonisti del pestaggio: tre di loro lo avrebbero immobilizzato mentre l'ultimo, soprannominato "Waths", avrebbe sferrato i colpi.
L'episodio è emerso durante un'udienza di un processo che si stava celebrando a Cosenza dove era prevista la deposizione del pentito. Noblea, però, è arrivato tardi e a quel punto l'avvocato, Michele Gigliotti, ha informato il giudice che il suo assistito poche settimane fa è stato aggredito. Il legale ha scritto anche al ministro della giustizia Alfonso Bonafede e al Garante dei detenuti della Regione Lazio. Quest'ultimo ha già chiesto informazioni attraverso l'avvocato Simona Filippi.
La lettera è arrivata pure sulla scrivania del direttore del carcere di Rebibbia, Nadia Cersosimo, che ha avviato un'indagine interna per ricostruire i fatti descritti dal collaboratore di giustizia. Noblea - si legge nella nota - "mi informava di essere stato pesantemente malmenato da quattro agenti appartenenti al corpo della polizia penitenziaria in forza presso la casa di reclusione di Roma Rebibbia".
"A detta del signor Noblea - denuncia formalmente l'avvocato Gigliotti - in data 14 giugno 2019 (in realtà l'episodio stando alla denuncia sarebbe avvenuto il 20, nda) sarebbe stato posto in isolamento e poi, una volta lì, aggredito dai menzionati agenti. Lo scrivente si riserva di fornire i nomi degli agenti auspicando che lei avvii una indagine interna al fine di verificare quanto detto e successivamente adottare i più opportuni provvedimenti".
Al ministero della Giustizia, in sostanza, il legale del collaboratore chiede pertanto, "attraverso indagini mediche, di voler appurare lo stato di salute fisica e psichica del mio assistito che certamente non sarà il migliore tra i detenuti, ma che è attualmente in un carcere della Repubblica italiana, Paese a democrazia avanzata e che, pertanto, dovrebbe assicurare un copioso novero di garanzie ai detenuti affermando diritti che, diversamente, sono destinati a rimanere su carta".
"Sono certo - conclude l'avvocato Gigliotti rivolgendosi al ministero della Giustizia e al direttore del carcere - che, attraverso i suoi poteri direttivi, saprà far luce efficacemente sui fatti esposti, riaffermando i diritti umani spettanti ad ogni detenuto e le garanzie che ne discendono fugando il rischio, sempre incombente, che la detenzione si trasformi in tortura". La segnalazione è stata fatta anche al sostituto procuratore di Catanzaro Camillo Falvo, titolare di un'inchiesta che ha portato all'arresto di due agenti della polizia penitenziaria accusati di favorire gli uomini dei clan detenuti nel carcere di Cosenza.
Nell'ordinanza di arresto compaiono le dichiarazioni del pentito Francesco Noblea che, ai pm coordinati dal procuratore Nicola Gratteri, ha raccontato della droga che entrava in carcere attraverso gli agenti della penitenziaria e di come questi ultimi si prestavano a portare all'esterno i messaggi dei boss detenuti. L'ordinanza di custodia cautelare è stata eseguita il 19 giugno e, coincidenza, il giorno dopo si sarebbe verificato il pestaggio di Francesco Noblea nel carcere di Rebibbia.
di Luigi Manconi
La Repubblica, 7 luglio 2019
Caro giovane odiatore di Carola. Mi rivolgo a te perché nel furore dei commenti online trovo anche le tue parole, tra una emoticon con un dito medio alzato e due manine gialle che applaudono. "Cialtrona" la chiami. Oppure: "Fottuta pirata straniera", "Cessa troia", "Riccona comunista". In qualche caso invochi lo stupro, in altri il carcere, sempre ti auguri che venga punita per aver commesso un crimine intollerabile: quello di soccorrere in mare delle vite che non ti somigliano per nulla. E tu, cara giovane odiatrice che scrivi "Ma i vestiti non se li cambia mai?", "La ceretta questa sconosciuta", "Faccia da culo".
Frugando tra i profili Facebook di quella estesissima fascia di linciatori verbali di Rackete, si rintracciano i dati biografici di tanti giovani e giovanissimi che considerano la comandante della Sea-Watch 3 un nemico da odiare. Le loro parole non sono diverse da quelle utilizzate dagli adulti e dagli anziani (numerosissimi), ma emerge una peculiarità anagrafica: gli insulti e ciò che si intravede delle loro motivazioni tradiscono un'aggressività molto personale, fortemente soggettiva e meno partecipe degli umori dell'ostilità collettiva.
Per questo, viene voglia di approfondirle, quelle motivazioni, e di trovare uno spiraglio dove insinuarsi per opporre loro qualche diversa argomentazione. Dunque, cari giovani odiatori: parliamone. Detesto qualsiasi forma di retorica giovanilista e, di conseguenza, preferisco, invece che blandirvi, proporre una qualche verità non contestabile. Dico subito che tanto astio minaccia di rivelarsi un serio pericolo per il vostro futuro.
E penso che, alla base del disprezzo per chi soccorre e chi viene soccorso, ci sia la negazione di un dato di realtà molto semplice: i flussi migratori non si possono fermare. Non lo dico io, ma la storia del mondo. La gonfia declamazione di Matteo Salvini sostiene che i migranti mettono in pericolo i vostri futuri posti di lavoro, la vostra sicurezza e la vostra stessa identità di italiani. La risposta sovranista è quella in apparenza più logica: chiudere i porti, serrare i confini, presidiare i valichi attraverso i quali passerebbero gli invasori. Semplice, vero? Sì. Lo è.
Semplice e sciocco quasi quanto credere che la chiusura degli Sprar (e il conseguente abbandono in strada di migliaia di persone) e l'azzeramento dei fondi per i corsi di italiano e di educazione civica, possano contribuire a proteggere la sicurezza nazionale. Semplice e sciocco come pensare che l'economia di un Paese che invecchia e regredisce, non abbia bisogno di forza lavoro manuale e intellettuale straniera, da tutelare sotto il profilo sociale e sindacale e da incrementare anno dopo anno. Ma i vostri genitori e i vostri nonni non vi hanno parlato di un dato che Tito Boeri e Vittorio Emiliani, inascoltati, si adoperano per far conoscere?
Ovvero che, ad esempio, la sola Lombardia avrà bisogno nel prossimo decennio di altri 73.000 tra badanti e colf; e che attualmente, in questo settore del mercato del lavoro gli stranieri rappresentano l'82,9% degli occupati regolari. Senza di loro, chi assisterà i nostri vecchi (noi vecchi) e i pochi, pochissimi neonati? Insomma, non si può ignorare che l'ufficio studi della Confindustria parla di un fabbisogno annuo di manodopera straniera di almeno 170.000 unità. Mentre qualcuno cancella questi dati, voi disprezzate Carola perché la sua immagine sembra costruita ad arte - i capelli rasta, l'abbigliamento dimesso, il tratto spigoloso - per negare il vostro desiderio di normalità.
Certo è anche colpa di quegli adulti che, dopo aver celebrato la retorica del Risorgimento, della Resistenza e del Sessantotto, ora sono dediti ad allestire una mitologia dei diritti umani: quasi non potessero fare a meno di una ricorrente epopea e delle sue icone. E questo inesauribile bisogno di eroi e di santi può indurre, per reazione, l'irresistibile desiderio di abbatterli, magari partendo proprio da un taglio radicale.
Quello dei capelli rasta di Carola. Ma voi che, con naturalezza, oltrepassate le frontiere, che riuscite a parlare una lingua comune con i coetanei di gran parte del mondo e che siete abituati a mangiare il kebab a Edimburgo e il cous cous a Varsavia, potete immaginare il ritorno dei confini inaccessibili e delle comunità dalle porte sbarrate?
Se avrete la voglia di curiosare su Google scoprirete che i brevetti ideati nelle migliori università americane si devono, per tre quarti, a ricercatori immigrati; e che oltre la metà delle nuove imprese della Silicon Valley è il frutto della cooperazione tra autoctoni e stranieri e che un aumento dell'1% della quota di immigrati tende a far incrementare il reddito pro capite. Dunque, se non per amore dell'umanità (quando c'è la parola amore, è forte il rischio di una truffa), se non per solidarietà verso 53 naufraghi, smettete di odiare Carola - o cercata di odiarla un po' meno - per voi stessi e per quello che immaginate come il vostro futuro.
di Agnese Moro
La Stampa, 7 luglio 2019
Forse non tutti sanno che il nostro sistema pubblico di istruzione - scuole e università - è impegnato anche nelle carceri a garantire ai detenuti, tra mille difficoltà, il diritto allo studio. E' un compito davvero importante per un Paese come il nostro che, dalla nascita della Repubblica in poi, ha considerato la crescita culturale di tutti parte integrante della lotta per la dignità delle persone e fondamento della partecipazione democratica.
Idea che si sposa perfettamente con la funzione riabilitativa e di reinserimento sociale che la nostra Costituzione affida alle pene. Mano mano, a fianco degli insegnamenti curriculari, sono nate ulteriori esperienze formative, che traggono la loro forza dalla possibilità di una riflessione personale e corale tra docenti di diverse discipline, studenti detenuti e non, patrimonio culturale, esperienze.
In questo ambito mi sembra sia particolarmente significativo il progetto "Leggere Eschilo a Rebibbia", proposto dalla professoressa Cristina Pace, docente di Drammaturgia antica alla facoltà di Lettere dell'Università di Tor Vergata di Roma e a Rebibbia.
"Lo spunto iniziale - dice - è venuto dal progetto dei "Classici Contro", iniziativa dell'Università Ca' Foscari di Venezia, che propone annualmente un tema sociale su cui gli studenti delle superiori sono invitati a lavorare a partire d ai te sti degli autori classici".
"Leggere Eschilo a Rebibbia" è un progetto originale, che ha visto diverse componenti lavorare separatamente, condividendo poi in un incontro i diversi risultati. Filo conduttore: l'Orestea di Eschilo. Protagonista nel laboratorio di lettura nel reparto G12 di Alta sicurezza del carcere di Rebibbia, con la partecipazione di studenti detenuti e del gruppo di studenti esterni "Vietato l'ingresso" dell'Università di Tor Vergata.
Ma anche oggetto di una proposta rivolta agli studenti dei Licei Foscolo di Albano, Cicerone di Frascati e Russell di Roma; sostenuta da attività teatrali e da lezioni di diritto penale. Esito del progetto è un dialogo a distanza, ma intenso. Con Eschilo che ci mette in guardia dal confondere la giustizia con l'obbedienza ai sentimenti o alla volontà divina.
Con gli studenti del Foscolo che non esprimono odio o disgusto, ma tristezza e desiderio di un recupero; di un ritorno; fiducia nel cambiamento; condanna perle condizioni di detenzione. Con i detenuti desiderosi di capire fino in fondo quello che hanno fatto. Proseguendo quella riflessione che da 2.500 anni ci impegna a cercare la giustizia e la sua essenza.
di Vincenzo Nigro
La Repubblica, 7 luglio 2019
"Ho discusso il piano di chiusura dei campi di detenzione dei migranti con le Nazioni Unite, è qualcosa su cui andremo avanti, perché ormai è solo un danno politico per la Libia. Nei nostri centri ci saranno 7.000 migranti illegali, fuori ce ne sono centinaia di migliaia. E allora a che cosa servono questi centri se non a scatenare polemiche contro di noi?
Responsabilizziamo di più la comunità internazionale, affrontiamo insieme questo tema, smontiamo queste polemiche e guardiamo in faccia la realtà: qui c'è una guerra che colpisce 7 milioni di libici, voi ci chiedete solo dei migranti e non fate nulla per fermare la guerra".
Alle 11 del mattino Fathi Bishaga compare puntuale nella hall dell'albergo di Misurata, la sua città. Il ministro dell'Interno del governo Serraj da 3 mesi è il capo delle operazioni militari della guerra contro Khalifa Haftar. È un ex pilota da caccia, e dopo la rivoluzione è diventato un politico attivissimo, vicino al suo elettorato, ai capi delle milizie, ai capi tribali. Non essendoci un ministro della Difesa nel governo (Serraj ha l'interim) di fatto coordina buona parte delle operazioni.
Ministro, quindi la sua non è una provocazione, una dichiarazione ad effetto?
"No, è un piano motivato da ragioni politiche. E le aggiungo: io sono esterrefatto, ogni volta che vengono inviati europei, ci chiedono solo dei migranti. Non si interessano della Libia, delle condizioni del popolo, del fatto che Haftar sta polverizzando quel che rimane delle strutture di questo paese. Nulla. Silenzio. Complicità politica con un capo-milizia che il presidente Macron ha sollevato al livello di leader politico forzando Serraj a incontrarlo".
Ma chiudendo i campi molti più migranti vorranno partire?
"Migliaia sono già pronti. Il tema dei migranti è solo uno dei problemi della Libia: contrabbando, corruzione, terrorismo. La sola soluzione è stabilizzare il Paese. La soluzione dei migranti sta dentro questo".
L'altro giorno ha fatto sensazione l'attacco a Tajoura. Lei crede davvero sia stato un F16 degli Emirati?
"Dal rumore dell'aereo, dal tipo di bombe, noi crediamo sia un jet. E gli F16 li hanno gli emirati e gli egiziani. E se non è un F16 è un drone. Emirati ed Egitto stanno continuando a sostenere Haftar in questa guerra che lui ha scatenato attaccandoci mentre stavamo trattando con l'Onu. I paesi del Golfo stanno trasferendo i loro scontri sul nostro terreno, alle porte dell'Europa. Sfidano i paesi europei: e voi oltre a essere divisi e incerti forse neppure capite cosa sta succedendo sotto casa vostra".
Un grosso aiuto politico a Haftar lo sta dando il presidente americano Trump, su suggerimento dell'egiziano Sisi.
"Trump ha una visione economica degli interessi del suo paese. Guardi allo Yemen, alla Siria. Lascia spazio ai paesi del Golfo che sono capaci di dirottare grossi investimenti negli Usa. Noi rispettiamo Trump, guardiamo agli Stati Uniti come al paese che difende la legge, i diritti umani. C'è un governo riconosciuto dall'Onu, che non viene difeso, per ora prevalgono gli interessi economici e una visione sbagliata".
Quale visione?
"Quella che Haftar sia la soluzione. Sia l'uomo forte. Haftar, con il sostegno sbagliato degli egiziani, non separerà la Libia in due: rischia di smembrarla definitivamente. Perché lui a Tripoli non vincerà mai. Il comportamento di Trump ci preoccupa, perché favorisce una Libia divisa in cui il terrorismo non sarà controllabile".
A proposito di terrorismo: ci sono informazioni sul fatto che jihadisti presenti in Siria, a Idlib, stiano passando in Libia, per esempio richiamati dall'ex al Qaeda Abdelhakim Belhaji.
"Quando Putin ha lanciato questo allarme aveva ragione al 100%. Stanno arrivando, li usa Haftar come ha fatto con l'Isis quando li ha lasciati passare verso Sirte. Noi abbiamo liberato Sirte dall'Isis. Il terrorismo è un cancro, ci colpisce, noi lo combattiamo. Ma imploro i leader europei: non restate seduti sulla riva del fiume ad aspettare il cadavere di uno dei due contendenti in Libia. Se la Libia si frantuma vedrete che il terrorismo farà cadaveri in Europa".
di Claudio Del Frate
Corriere della Sera, 7 luglio 2019
Lo scontro politico si è acceso attorno alla sorte di poche decine di persone. Ma nei giorni più acuti della crisi gli sbarchi si contavano a migliaia al giorno. Il confronto tra l'Italia e gli altri paesi dell'Europa.
C'è una guerra (verbale) in atto sui migranti; ci sono parole grosse che rimbalzano da una parte e dall'altra. Salvini accusa le ong di essere "criminali", le organizzazioni umanitarie restituiscono il messaggio al mittente nel mentre decine di naufraghi rimangono bloccati per settimane in mezzo al Mediterraneo. Poi ci sono i numeri. E i numeri sembrano dire che la virulenza delle parole non è commisurata alle dimensioni del fenomeno in atto, almeno in questo momento. Si può discutere a lungo sull'importanza del fenomeno "percepito", sull'opportunità o meno di una linea di fermezza. Resta che attualmente l'Italia e l'Europa intera sono lontane dalla situazione vissuta nella fase più acuta della crisi tra il 2015 e il 2017. E l'Italia non è nemmeno l'epicentro del fenomeno.
Il quadrante del Mediterraneo - Il sito dell'Unhcr, l'agenzia Onu che si occupa dei rifugiati, fotografa in tempo reale la situazione dei movimenti migratori di tutto il pianeta; il "quadrante" del Mediterraneo dice che dall'inizio del 2019 a oggi gli sbarchi in Italia sono stati 2.779. Nello stesso periodo gli arrivi via mare in Grecia sono stati 18.300 e quelli in Spagna 13.260. Soltanto Malta ha fatto i conti con un numero di migranti inferiore all'Italia (1.048) ma con una popolazione di appena 460.000 abitanti. In totale gli arrivi nell'area sono stati circa 36.000 con una stima di 666 morti. Per fare un confronto, nell'intero 2018 nei cinque paesi affacciati sul Mediterraneo (Spagna, Italia, Malta, Grecia e Cipro) gli sbarchi furono 141.472, in calo drastico rispetto agli anni precedenti. La punta massima nel 2015, con oltre un milione di arrivi.
Decine contro migliaia - I numeri di questi giorni (i 42 della Sea Watch, le poche decine della Alex e della Alan Kurdi) impallidiscono di fronte a quelli che l'Italia dovette affrontare nei periodi più drammatici dei flussi migratori, quando gli arrivi si contavano in migliaia al giorno. Nel giugno del 2017, punto di svolta della crisi (dopo il quale scattarono gli accordi con la Libia) barconi e gommoni portarono sulle coste italiane 29.000 migranti. Su base annuale il grafico degli arrivi segna la punta più alta nel 2016 quando fu toccata quota 181.000.
Il record della Svezia - Attualmente la rete dell'accoglienza nazionale ospita circa 150.000 stranieri; anche in questo caso numeri più bassi ad esempio a quelli della Turchia dove sono fermi nei campi di accoglienza circa 3 milioni e mezzo di profughi. Secondo dati elaborati dall'Ispi (istituto studi politica internazionale), da anni al lavoro sul fenomeno migratorio, l'Italia accoglie 3 migranti ogni 1.000 abitanti contro i 24 della Svezia, i 12 della Germania, i 17 di Malta, i 13 dell'Austria, i 5 della Francia.
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